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:: Laboratorio Islanda ::

Metti l'idrogeno nel motore
di Vincenzo Naso*

Il primo distributore di idrogeno per la locomozione è stato inaugurato la scorsa settimana nella capitale dell'Islanda, Reykjavik. E' il primo passo di un progetto che prevede la sostituzione integrale dei carburanti ricavati dalle fonti energetiche non rinnovabili.

REYKJAVIK «L'era dell'idrogeno è iniziata», hanno annunciato con entusiasmo gli organizzatori del Convegno internazionale Making Hydrogen Available to the Public, tenutosi la scorsa settimana in Islanda.
 «L'idrogeno - il combustibile del futuro»; «Verso una società dell'idrogeno»; «Prepariamo l'arrivo dell'idrogeno». Questi gli slogan con cui il governo islandese e i partner internazionali della Icelandic New Energy (Ine) hanno presentato la nuova compagnia, nata per preparare la transizione dell'Islanda verso una società dell'idrogeno. Ed hanno inaugurato la prima stazione di servizio «mista»; una normale stazione della Shell nella quale, a fianco alle pompe erogatrici di carburanti tradizionali  per vetture tradizionali, un impianto con elettrolizzatore produce idrogeno da distribuire alle utenze islandesi (per ora un pulimmo della Daimler-Chrysier con celle a combustibile; da agosto tre bus Citaro di maggiori dimensioni). Già questa è una grossa scommessa: ma investire e lavorare perché tra 10 o 15 anni l'Islanda utilizzi solo idrogeno ed elettricità per alimentare le sue utenze energetiche lo è ancora di più. Se si pensa poi che i piani strategici della Ine prevedono che l'idrogeno da utilizzare sia tutto di produzione nazionale e proveniente da fonti rinnovabili (l'idroelettrico e la geotermia), si capisce che la sfida è davvero globale.

Ma i dirigenti della Ine rilanciano: «Tra il 2040 ed il 2050 faremo  dell'Islanda il primo esportatore di  idrogeno e sarà tutto pulito, derivato, cioè, da fonti primarie rinnovabili». Ossia, attingendo alle sole  fonti rinnovabili di cui dispongono, produrranno oltre 80.000 tonnellate del nuovo combustibile e ne esporteranno le eccedenze in Europa e nel mondo, assieme al know how che avranno maturato in questi anni.

Il primo artefice di questa scommessa è stato il «visionario» professor Bragi Arnason dell'University of Iceland, premiato qui con una composta cerimonia: già nei primi anni Settanta aveva immaginato e propugnato quello che oggi si concretizza qui a Reykjavik. E, a giudicare dai partner coinvolti, c'è da pensare che il suo sogno stia per realizzarsi davvero. La Shell (attraverso la sua Service Company Renewable and Other Activities), la Daimler Crysler AG (vedi www.daimlerchrysler.com ), e la Norsk Hydro ASA (colosso norvegese dell'energia; www.hydro.com ), sono soci di minoranza molto concreti per la Ine, controllata, attraverso la VistOrca, dal governo islandese e dalle principali compagnie pubbliche e private del Paese. 

I programmi, ambiziosi quanto dettagliati, arrivano al 2050. 

La prima fase, già avviata si basa su tre filiere: con il progetto Ectos (7 milioni di euro di investimento, dei quali il 40 assicurato dall'Ue, e 4 anni di durata) si intende dimostrare la fattibilità, a Reykjavik, dell'introduzione di una flotta di autobus Citar0, con celle a combustibile della Evobus (DaimlerChrysIer), alimentati dalla stazione di servizio Shell appena inaugurata: 200 km di autonomia da percorrere per le strade della capitale islandese e alla sera rientro per un nuovo pieno. Opportunamente, il progetto non si preoccupa solo degli aspetti tecnologici, ma anche dell'impatto ambientale e del rapporto costi/benefici di tipo ambientale e sociale. Di questo progetto mostra di avvertire tutta la valenza di «laboratorio socio-tecnologico», la Commissione europea, che lo sostiene finanziariamente e gli affianca misure di accompagnamento come l'Euro-Hyport Project.

La seconda filiera prevista dalla Ine riguarda l'estensione delle prove su strada per una flotta di auto islandesi con celle a combustibile; con la terza, e non poteva che essere così vista la vocazione dell'Islanda, si guarda al mare: graduale estensione alla flotta da pesca islandese della propulsione ad idrogeno. Quale bilancio possiamo fare di questa conferenza in Islanda? Innegabilmente, l'entusiasmo comunicato dagli artefici della nuova avventura appena iniziata è contagioso. 

Chi ci ha letto nei mesi scorsi (il manifesto 2/11/02;16/0/03), sa della nostra convinzione che la strada da percorrere, anche in Italia, per cercare una risposta alternativa ai combustibili fossili (eccessivamente inquinanti e destinati in futuro all'esaurimento) è quella di avviare la filiera dell'idrogeno prodotto da fonti rinnovabili. Inizialmente si tratterà di impianti dimostrativi, poi la filiera dell'idrogeno, sempre più consistente, nei prossimi lustri, diverrà prima integrativa, poi sostitutiva di quella del petrolio e dei combustibili fossili. Assistere alla posa della prima pietra di questo nuovo edificio non può non incoraggiare, non può che accrescere la speranza. Certo, le differenze tra la irripetibile Islanda ricca di energie naturali e con 100.000 km2 per appena 280.000 cittadini benestanti e le immense civiltà asiatiche con miliardi di abitanti o le inquinatissime civiltà occidentali, sono evidenti a tutti. 

La perplessità manifestata da molti sulla possibile estensione al resto del mondo dei risultati che il «Laboratorio Islanda» auspicabilmente conseguirà è comprensibile. Noi preferiamo nutrire la speranza che risultati positivi conseguiti qui possano avere un effetto-traino e portare al successo anche i programmi che sono in partenza sul continente. Primo fra tutti, il Progetto Cute, grazie al quale in 9 diverse città europee (Amburgo, Amsterdam, Barcellona, Londra, Lussemburgo, Madrid, Porto, Stoccolma e Stoccarda) nuovi autobus a idrogeno verranno sperimentati su strada; e perché la sperimentazione risulti ad ampio raggio, con grande soddisfazione di tutti i fautori del ciclo pulito dell'idrogeno, gli autobus utilizzeranno non solo quello prodotto partendo dal metano, ma anche quello ottenuto impiegando energia eolica o solare. Un intervento coordinato, cui si aggiungono altre iniziative, anche italiane: di queste parleremo presto; ma oggi tutti guardiamo al primo Laboratorio, tecnologico e non solo.

 

[* da il manifesto  del 11/5/2003 ]

 


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