Urbanisti, geologi, economisti, studiosi dei trasporti,
amministratori come il sindaco di Villa S. Giovanni,Rocco Cassone, fanno un
altro tentativo per spiegare al governo i pericoli e gli errori legati all'idea
del collegamento stradale tra Calabria e Sicilia. Sembra che in Sicilia ci
stiano ripensando.
I ponti sullo stretto di Messina
attualmente sono due. C'è un ponte sospeso, tra le altissime nuvole della
retorica e del genio italico; un ponte che però è fermissimo e indistruttibile,
si alza e si abbassa secondo le convenienze, si inclina e risorge dalla Sicilia
alla Calabria, si allunga e si accorcia come una fisarmonica, regge ai colpi di
vento e ai più fantastici terremoti, alle mafie riunite e agli atti di
terrorismo più spaventosi. Il bello di questo ponte è pur essendo eterno e
possente, è anche mobile e flessibile, tanto che viene ricostruito ogni giorno
sulle obiezioni di quei mormoratori che non fanno altro che obiettare, di quegli
antipatrioti che non ne vogliono sapere. Essi dicono che le navi porta-container
sono alte 100 metri e non potrebbero più arrivare a Gioia Tauro, per via del
ponte; e noi portiamo il ponte a 110. Essi protestano che a quella quota il
vento è pericoloso; e noi alziamo il ponte da una parte sola. Essi allora,
sarcastici, dicono: «bene; almeno così si potrà sciare sul ponte, d'inverno, con
la neve, tanto le auto sono scarse»; e noi, sereni, li sfidiamo a farlo. E' la
«piramide nello stretto» la nostra, un segno di civiltà, che già molti Napoleoni
avevano inventato. Poi c'è un altro ponte, quello vero, fatto di milioni di
quintali di carta, (perizie, progetti, ordini del giorno, stime di advisors
discussioni parlamentari, elaborati nel corso dell'ultimo terzo di secolo).
Questo secondo ponte, il costosissimo ponte di carta è stato oggetto di molte
riunioni ieri a Roma. Ieri era infatti l'ultimo giorno per presentare le
osservazioni allo Studio di impatto ambientale (Sia) depositato il 21 gennaio
scorso dalla Stretto di Messina Spa. E le osservazioni sono piovute, sono
grandinate da tutte le parti; anche da qualche parte imprevedibile.
La
più imprevedibile delle osservazioni-grandine proviene dal cuore stesso della
Sicilia che alle elezioni aveva sconfitto il centro sinistra 62 a zero. La
Regione ha commissionato una relazione tecnica sul Ponte a un gruppo di esperti
diretti dal Professor Paolo Rabitti, docente a Venezia di sistemi
informativi. Circola la voce che la relazione (250 pagine o pressapoco) sia
talmente critica sul ponte di carta che il presidente Salvatore Cuffaro l'abbia
secretata e portata a Roma in visione al presidentissimo Silvio Berlusconi. C'è
un'interrogazione parlamentare di Michelangelo Tripodi dei comunisti italiani
in proposito; essa cita un articolo del quotidiano Europa dal titolo
senza perplessità: «Ecco perché non si farà mai il ponte sullo stretto di
Messina» (13-2-2003).
A Roma erano tre le riunioni sul ponte e sullo
stretto; una dell'Enea e due dei verdi, partito e movimenti. All'Enea hanno
spiegato che Sicilia e Calabria si allontanano l'una dall'altra, ma che la
questione è sotto controllo. A occhio - ma è un occhio pochissimo scientifico il
nostro - ci sembra più facile affrontare una separazione del genere con una
barca piuttosto che con un ponte. La rivelazione dell'Enea è rimbalzata tra i
Verdi, intesi come partito. Essi hanno presentato un notevole studio dovuto ad
Anna Donati, senatrice, alla professoressa Maria Rosa Vittadini, dimessa dalla
direzione del Via (valutazione di impatto ambientale) da pochi mesi e dal
geologo (°) Giancarlo Presicci . Dagli studi dei verdi che hanno letto pagina per
pagina il materiale presentato dalla società del ponte escono 10 buone ragioni
per «sospendere la procedura». Ne citeremo una sola: una gamba del ponte di
carta sorge in prossimità della faglia 50 «attiva lungo la sponda calabra» e che
sarebbe meglio, sempre a parlare da incompetente, non andare a infastidire. C'è
un problema di liquefazione dei terreni. Gli stagni di Gianzirri hanno cento anni
appena e in una situazione di tale movimento geologico e ambientale si vuole
intervenire, gettando una quantità di calcestruzzo alta e larga come lo Stadio
olimpico intero. I progettisti del ponte di carta lo sanno; e dicono: «il
problema è rimandato, quanto alla soluzione».
Gli ambientalisti hanno
presentato un loro rapporto, coordinato da Albero Ziparo, dell'università di
Firenze e poi da Luca d'Eusebio di Italia nostra, Stefano Lenzi del Wwf e
Edoardo Zanchini di legambiente.
Tra gli altri ne parla Vezio De Lucia,
cui si deve l'immagine della piramide. E racconta che il ponte cartaceo era già
costruito nel 1986, ai tempi di Bettino Craxi e di Claudio Signorile. Si
discuteva del ponte e anche della piramide del Louvre: due opere di prestigio,
ma almeno la seconda serviva a qualcosa, alla vendita dei biglietti. Il ponte,
già allora, era privo di collegamenti autostradali e ferroviari; già allora le
ferrovie erano in Sicilia con un solo binario, in Calabria lente e tortuose. Già
allora, come oggi, come nei prossimi vent'anni il grandioso ponte di carta
finiva, finisce, finirà nel niente.
[letto da Il Manifesto -
20/2/2003]
(°) Errata Corrige
L'articolo era stato pubblicato originariamente su noblogo,
blog chiuso da qualche tempo. Il 10/4/2003 ho ricevuto la seguente richiesta di
rettifica:
Leggo
il Vostro report da un articolo de Il Manifesto del 20.02.2003 e devo precisare
di non essere geologo, ma architetto, docente di Valutazione dei Progetti presso
la Facoltà di Architettura “L.Quaroni” all’Università degli Studi di
Roma “La Sapienza”.
Cordialmente,
Prof.
Arch. Gian Carlo Presicci