di FRANCESCO PICCIONI
Quando dici a qualcuno che «il petrolio - l'energia che conosciamo -
sta per scarseggiare», anche tra le persone più ragionevoli, si registrano due
reazioni tipiche: «troveranno qualcos'altro di sicuro!» oppure «ma dai! questa
l'avevano già detta 30 anni fa e non era vero!». Alla prima è facile rispondere
che, per ora, questo «qualcos'altro» non è stato neppure individuato (quando e
semmai lo sarà dovremo calcolare, in più, i tempi necessari a costruire il
relativo sistema industriale di utilizzo). La seconda - avanzata da persone
abbastanza informate e con almeno 50 anni sulle spalle - si riferisce invece al
famoso rapporto sui Limiti dello sviluppo commissionato dal Club di Roma
e pubblicato nel 1972. Allora, complice anche - a sinistra - una certa
sbrigatività con le questioni complesse, quel rapporto venne letto in questo
modo: «nel 2000 il petrolio sarà finito». Un motivo in più per fare la
rivoluzione subito, insomma. Di lì a poco si capì che il petrolio sarebbe durato
certamente di più e tutti i contenuti di quel rapporto (complice anche un
notevole pressing sui media da parte delle compagnie petrolifere) vennero
dileggiati e dimenticati. Peccato, perché quel rapporto diceva tutt'altro: che
nel 2000 avremmo esaurito circa il 25% delle riserve mondiali. Gli scienziati
che lavorano ai cambiamenti climatici globali (quasi 40.000) e i geofisici con
più lunga esperienza nelle ricerche petrolifere, da qualche tempo, ci stanno
però dicendo che quel rapporto, semmai, peccava di ottimismo: le riserve
consumate sarebbero ormai il 45% circa del totale. E' ormai prossimo, insomma,
il temuto «picco» della produzione petrolifera. «Picco» non significa affatto
«fine del petrolio», ma massimo della produzione possibile. Dopo aver
raggiunto il suo massimo, l'estrazione di greggio naturalmente va avanti; ma
ogni anno un po' di meno. E i prezzi andranno alle stelle, visto che la domanda
non potrà essere soddisfatta per intero. Ma se l'energia disponibile diminuisce
crolla anche la produzione in generale. La «crescita» economica si ferma, anzi
regredisce.
Si comprende, perciò, la ragione per cui scienziati che
lavorano in campi molto diversi tra loro stanno facendo convergere le ricerche
sulle grandezze fisiche che legano questione energetica, crisi climatica e crisi
alimentare a livello globale. In Italia, per il momento, i non-specialisti hanno
potuto avere tra le mani solo un paio di testi, che presentano tra l'altro
conclusioni radicalmente divergenti: Economia all'idrogeno, di Jeremy
Rifkin (2002) e il saggio del prof. Antonio Di Fazio, del Global Dynamic
Institute, compreso nella raccolta Contro le nuove guerre, 2000. Gli
stessi scienziati stanno ora lavorando per elaborare un testo che dia conto
dello «stato dell'arte» delle ricerche sulle crisi globali. Ma sulla crisi
energetica ci sono già dati a sufficienza per dare la misura della gravità della
situazione.
Intanto: quanto petrolio c'è ancora? Le compagnie petrolifere
e i paesi produttori rispondono: 1.050 miliardi di barili a fine 2001. Il
consumo annuo mondiale è attualmente poco al di sopra dei 25-27 miliardi di
barili. Sembrano perciò credibili quanti parlano di greggio disponibile per
ancora 30-40 anni. Geofisici più che noti - come Colin Campbell della
Petroconsultant, Duncan, Youngquist, Laherrere - «correggono» però questi
calcolo elementare con alcune osservazioni difficilmente contestabili. Le
riserve dichiarate dai singoli paesi produttori sono letteralmente esplose
nell'86, quando si verificò la «guerra delle quote» all'interno dell'Opec
(grafico 1); più che probabile che siano un po' «gonfiate». In secondo luogo,
nessun giacimento è mai sfruttabile al 100%, perché la conformazione delle
cavità sotterranee impedisce alle trivelle di raggiungere tutte le «sacche»; le
nuove tecniche di overdrilling hanno permesso di ridurre la percentuale
di greggio non estraibile al «solo» 20-40% (prima era intorno al 50%). In ogni
caso esiste un limite fisico all'estraibilità del petrolio: man mano che
si svuota un pozzo, infatti, cala anche la pressione che fa salire il liquido
nero. Quando l'energia necessaria per estrarre un barile si avvicina al
valore energetico del barile stesso diventa energeticamente (e non solo
economicamente) inutile proseguire l'attività estrattiva: tanto
vale usare quel tot di energia che hai già. In terzo luogo, le compagnei fanno
calcoli con i consumi attualidi petrolio; mentre la crescita
economica richiederà consumi maggiori di energia, anno dopo anno, come il
tasso di un mutuo.
In base al peso quantitativo attribuito ad ognuno di
questi fattori (e anche ad altri minori), gli stessi scienziati hanno opinioni
diverse sull'anno in cui collocare il «picco» dell'estrazione di petrolio. Sta
di fatto, però, che i più ottimisti arrivano a prevederlo per il 2015; i
pessimisti addirittura nel 2004. Paesi importanti hanno già superato il punto di
svolta: gli Usa nel 1970, la Norvegia nel 2000, l'Iran un poco prima. C'è da
aggiungere che la stessa IEA - l'International Energy Agency dipendente
dal G8, una istituzione «prudente» per definizione - parla in suo studio del
2013 come data probabile. In questi calcoli sono compresi anche i giacimenti
ancora da scoprire, perché anche le scoperte hanno un loro «picco» -raggiunto
nel 1965 - e da allora vanno diminuendo con regolarità, al punto che oggi viene
scoperto un barile di petrolio per ogni 3-4 che vengono consumati.
La più
importante fonte alternativa al momento disponibile - come potenziale
energetico - resta il carbone. Tutti gli altri idrocarburi (gas naturale, olio
pesante, ecc), hanno infatti grosso modo gli stessi tempi di «fine corsa» del
petrolio (grafico 3). Di carbone, invece, ce n'è ancora molto, e all'attuale
livello di consumo «piccherebbe» tra quasi 40 anni. Ovvio che, usandolo per
sostituire il greggio, bisognerebbe aumentarne la produzione e, perciò stesso,
avvicinare di molto il momento del picco. Ma il carbone ha diversi difetti: è
altamente inquinante (il 33% di CO2 in più, rispetto al petrolio, a parità di
enegia prodotta); è più difficilemente estraibile (richiede una spesa energetica
di lavorazione superiore del 50% rispetto al greggio); non serve a far marciare
le automobili. L'uranio con cui si può produrre energia nucleare tramite la
pericolosissima fissione - ha spiegato Rubbia qualche mese fa - basterà
per altri 50 anni ai livelli di consumo attuali (il 5-6% del fabbisogno
globale), altrimenti verrà consumato molto più in fretta. Il «nucleare pulito»,
la fusione - quello che avviene nel sole - nella migliore delle ipotesi
potrebbe essere disponibile tra 50 anni (più i tempi necessari a
industrializzarne la produzione). Troppo tardi, probabilmente.
Le
fonti rinnovabili (idroelettrico, solare, eolico, biomasse) sono
assolutamente migliori, ma non prive di limiti. Non inquinano, certo, ma hanno
una resa energetica assai bassa, con cui sarebbe forse possibile coprire una
percentuale massima del 35-40% del fabbisogno attuale (dimenticando la
«crescita»). Molte di queste fonti, su larga scala, non sarebbero forse neppure
utilizzabili. E' stato calcolato, per esempio, che l'energia necessaria a far
marciare una Panda 2 ore al giorno per un anno - se estratta dalle biomasse -
richiederebbe la produzione agricola di quasi un ettaro di terreno (ovviamente
sottratta all'alimentazione). E il fabbisogno energetico degli Stati uniti
richiederebbe un territorio pari a una volta e mezza la superficie di quel
paese. Montagne e deserti inclusi.
Sull'idrogeno come sostanza di
alimentazione dei mezzi di trasporto pubblic e privati, abbiamo riportato una
scheda a parte. Gli scienziati in questione parlano, come minimo di «grave
equivoco», alimentato da saggi e articoli come quelli di Rifkin, ma ancor più
dalle campagne-stampa stimolate dalle compegnie petrolifere. Il più grande
finanziatore privato delle ricerche sull'idrogeno è, per fare un esempio, la
Shell. Non è una sorpresa, visto che l'idrogeno non esiste - in forma libera -
sul nostro pianeta, e che bisogna perciò produrlo consumando energia
«classica»: idrocarburi o carbone. Alimentare le auto a idrogeno è
tecnologiamente possibile, ma energeticamente dà un saldo
negativo: nel processo di produzione e nell'utilizzo come combustibile si
consuma infatti più energia di quanta ne usiamo ora per far andare i mezzi di
trasporto. La qualità dell'aria nelle città migliorerebbe nettamente. Ma i
combustibili fossili brucerebbero egualmente nei siti di produzione
dell'idrogeno.
Nessuna speranza, dunque? C'è, risponde la scienza, ma -
non ci crederete - prevede «un altro mondo», che dimentichi rapidamente
l'ossessione della crescita. Un mondo «necessario», più che «possibile», se
l'umanità vuole avere un futuro.