Speciale - Sentenza IMI-SIR
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:: ...29 Aprile 2003... ::
IMI-SIR: IL TESTO DELLA
SENTENZA
della Quarta sezione penale del tribunale di Milano*
Quella che segue è la trascrizione
del dispositivo della sentenza con cui la Quarta sezione penale del tribunale
di Milano ha chiuso il primo grado del processo Imi-Sir/lodo Mondadori.
"Il Tribunale di Milano visti gli articoli 533, 535 e 521 del codice di
procedura penale
- dichiara Acampora Giovanni, Battistella Primarosa, Metta Vittorio, Pacifico
Attilio, Previti Cesare, Rovelli Felice e Squillante Renato colpevoli dei
delitti rispettivamente loro ascritti.
- escluso con riferimento alla vicenda del Lodo Mondadori la continuazione
interna, riqualificato il fatto contestato a Pacifico, Acampora e Previti
nell'ambito della vicenda Lodo Mondadori come violazione degli articoli 319 e
321 del codice penale, unificati nella continuazione i fatti rispettivamente
contestati agli imputati e riconosciute ai soli imputati Rovelli e Battistella
le circostanze attenuanti generiche equivalenti alla aggravante contestata;
- condanna Battistella Primarosa alla pena di anni 4 e mesi 6 di reclusione,
Acampora Giovanni alla pena di anni 5 e mesi 6 di reclusione, Rovelli Felice
alla pena di anni 6 di reclusione, Squillante Renato alla pena di anni 8 e 6
mesi di reclusione, Pacifico Attilio alla pena di anni 11 di reclusione,
Previti Cesare alla pena di anni 11 di reclusione e Metta Vittorio alla pena di
anni 13 di reclusione.
- condanna i detti imputati in solido fra loro al pagamento delle spese
processuali.
- dichiara Battistella e Rovelli interdetti dai pubblici uffici per la durata
di 5 anni
- dichiara Acampora, Pacifico, Previti, Squillante e Metta perpetuamente
interdetti dai pubblici uffici
- dichiara Acampora, Pacifico, Previti, Squillante e Metta legalmente
interdetti durante l'espiazione della pena
- dichiara Battistella, Rovelli, Previti, Pacifico e Acampora incapaci di
contrattare con la pubblica amministrazione per una durata pari alla pena
inflitta.
- dichiara Pacifico, Previti e Acampora interdetti dall'esercizio della
professione di avvocato per la durata di 5 anni.
- condanna gli imputati Battistella, Rovelli, Previti, Pacifico, Squillante e
Metta, in solido fra loro, a risarcire alla costituita parte civile Imi-San
Paolo il danno cagionato che si liquida in 516 milioni di euro, oltre alla
rifusione delle spese di lite che si liquidano in 666.894 euro.
- condanna gli imputati Previti, Pacifico, Acampora e Metta in solido fra loro
a risarcire alla costituita parte civile Cir il danno cagionato che si liquida
in 380 milioni di euro oltre alla rifusione delle spese di lite che si
liquidano in 444.361 euro".
- condanna gli imputati Battistella, Rovelli, Previti, Pacifico, Squillante e
Metta a risarcire alla parte civile che si e' costituita per la presidenza del
Consiglio 1 milione e 290 mila euro e un altro milione e 290 mila euro da
risarcire, sempre da parte degli stessi imputati, alla parte civile che si e'
costituita per il ministero della Giustizia.
- condanna gli imputati Previti, Pacifico, Acampora e Metta a risarcire, per la
vicenda giudiziaria Lodo Mondadori, sia la presidenza del Consiglio che, ancora
una volta, al ministero della Giustizia un importo pari, per ciascuna parte
civile, a 129 mila euro oltre alle spese che, per ciascuna parte civile, sono
state quantificate in 32 mila euro
- respinge le domande avanzate dalle parti civili di condanna degli imputati al
pagamento di provvisionale".
- dichiara manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale
sollevata dalla difesa Previti in sede di discussione"
- assolve Filippo Verde dal reato ascrittogli perche' il fatto non sussiste e
per non aver commesso il fatto". (RRRS)
[* da RadioRadicale.it,
30Apr - 01:01 ]
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29 Aprile, giorno nero di Silvio Berlusconi*
[Si riportano ampi stralci della lettera che Berlusconi ha
scritto a Il Foglio di Giuliano
Ferrara]
Caro direttore - Scrivo a lei perché il suo giornale è stato l'unico a ricordare i due
giorni terribili della democrazia italiana, il
29 e il 30 aprile del 1993. Il 29 aprile di
dieci
anni fa un uomo di Stato inviso agli ex comunisti del Pds e al loro "partito
giudiziario", Bettino Craxi, fu sottoposto al voto segreto della Camera dei deputati. Bisognava
decidere se la richiesta di indagare su di
lui
e di processarlo, da parte del notorio pool
milanese, fosse o no viziata dal sospetto di
persecuzione politica.
Nella libertà della loro coscienza, dunque a voto segreto, i
deputati dissero che quel sospetto c'era e che
Craxi andava sottratto a un'azione giudiziaria non onesta ne imparziale. Con
procedura straordinaria ed emergenziale, per responsabilità politiche e istituzionali che
sono ancor oggi sotto gli occhi di tutti coloro
che non dimenticano le offese alle istituzioni democratiche, il voto segreto, da sempre
l'ultimo scudo della libertà parlamentare
nei voti su casi personali e di coscienza, fu abolito in pochi giorni.
E fu incardinata con brutalità decisionale la riforma
costituzionale che portò di lì a qualche mese all'abolizione dell'immunità
parlamentare varata con la Costituzione dell'Italia moderna. Il 30 parile,
esattamente dieci anni prima del giorno in cui le scrivo, fu aizzata dalla
sinistra forcaiola, sotto la residenza privata di Craxi a Roma, una piazza
urlante che , a colpi di insulti e monetine, rinverdì con altri mezzi il cupo
ricordo di altri linciaggi [...]
Il caso Previti
Dieci anni dopo ci riprovano. La
sentenza
Previti, ancora sub iudice per la mancata attesa della pronuncia della Corte di
cassazione sulla ricusazione del collegio giudicante, è caduta esattamente nel decimo
anniversario della giornata più nera della democrazia italiana. Il suo obiettivo non è
fare
giustizia, come dimostra tutto l'andamento
del dibattimento e la violenza con cui è stata costruita la gogna per un deputato di
Forza Italia, ma quella di colpire le forze che
hanno avuto il mandato di governare e rinnovare l'Italia secondo principi di
democrazia liberale corrosi in quegli anni di faziosità che tanti danni hanno fatto a questo
nostro paese.
Il nostro dovere è dunque quello
di reagire, e di reagire per tempo.
Confermo, caro direttore. In una democrazia liberale i magistrati politicizzati non
possono scegliersi, con una logica golpista,
il
governo che preferiscono. Questo diritto
spetta agli elettori. E gli eletti devono essere in grado, secondo la lezione
costituzionalistica del '48, di discernere tra le inchieste
giudiziarie valide, che riguardano un deputato o un senatore alla stregua di qualsiasi
altro cittadino, e quelle frutto di prevenzione, parzialità ideologico-politica e sospette
di spirito persecutorio. Questo è il nostro caso, e se il caso è questo suonano ipocriti gli
appelli ad abbassare i toni. Bisogna alzare
il
tono della nostra democrazia, bloccare il
nuovo ordito a maglie larghe del giustizialismo e impedire che si consumi per la terza
volta un furto di sovranità. Ripristinando subito le immunità violate, battendosi per la
libertà e la decenza. Cordialmente.
Silvio Berlusconi
[*Da Il Foglio del 1° Maggio 2003
- formato pdf ]
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Cosa dicono gli altri
a cura di Pietro B.
[...] Cosa vuole il CSM? Un decreto altissimo e feroce che
annulli per legge sospetto e sfiducia nei confronti dell'apparato giudiziario?
Vuole che ogni critica sia considerata «crimen majestatis»? E per coloro che
risulterranno refrattari al decreto santificatorio cosa disponiamo? Una
lobotomia forzata, o un congruo periodo di permanenza in campi di
rieducazione? Il problema esiste. Il CSM vorrebbe che fosse rimosso, ma
dovrebbe chiedersi - sarebbe più saggio - che cosa fare per dare credibilità
alla magistratura e all'azione giudiziaria. Anche il tifo scomposto e incivile
che da una parte politica è fomentato per la condanna di Previti dovrebbe far
riflettere il Csm. A noi non piace che le sentenze provochino entusiasmi e
isterismi da curva sud, vorremmo un Paese normale con una giustizia normale.
Il clima è teso, il Pese è lacerato.[...] Salvatore Scarpino, Il
Giornale, 1° Maggio 2003.
[...] Berlusconi ha invece adottato subito una diversa
strategia. Anziché impegnare il suo governo nel cammino difficile, ma
legittimo, di una organica riforma giudiziaria, ha preferito lasciare che il
grande disegno procedesse a passi di lumaca e che il Parlamento, nel
frattempo, adottasse un considerevole numero di leggi ad hoc, dal falso
in bilancio al legittimo sospetto. Non credo che fossero tutte necessariamente
incompatibili con uno STato di diritto, ma fu subito chiaro che erano tutte,
per una ragione o per l'altra, riconducibili alla posizione personale del
premier e di alcuni suoi vecchi collaboratori. Non basta. Dopo aver rinunciato
a una grande battaglia istituzionale per fare una lunga e logorante sequenza
di scaramucce politico-giudiziarie, ecco che Berlusconi abbandona la funzione
di leader della nazione per diventare nuovamente da Palazzo Chigi, «capo
dell'opposizione», e per scrivere polemicamente nella lettera al Foglio,
la storia italiana degli ultimi dieci anni. Il problema non è se questa
ricostruzione sia giusta o sbagliata (contiene, occorre ammetterlo, alcuni
elementi di verità9. Il problema è un altro. Può un presidente del
Consiglio, forte di una considerevole maggioranza e implicitamente autorizzato
a riformare l'ordinamento giudiziario, trarre spunto dalle disavventure legali
di un suo collaboratore per trasformare la riforma in una battaglia personale?
Capisce che è nuovamente parte in causa? Si rende conto che ha aperto una
crisi istituzionale?[...] Sergio Romano, Corriere
della Sera, 1° Maggio 2003.
LA DISPERAZIONE che stringe alla gola Silvio Berlusconi lo ha
portato ieri, poco dopo la condanna di Cesare Previti ad 11 anni per
corruzione di magistrati, a compiere un atto apertamente eversivo. Una
dichiarazione politica che accusa i magistrati di golpismo, denuncia una trama
che vuole rovesciare il governo per via giudiziaria e proclama una ribellione
contro la sentenza di Milano: schierando così il Primo Ministro italiano
dalla parte dei corruttori condannati e contro i Tribunali della Repubblica,
avvertendoli: adesso ripristinerò il sistema di immunità e risolverò la
politicizzazione della magistratura[...]Nel Paese rovesciato in cui viviamo,
il Capo del governo non sta dalla parte della giustizia, amministrata dai
Tribunali per conto dello Stato e nel nome del popolo italiano, ma sta a
fianco dei condannati che hanno violato la legge con un reato gravissimo,
deformando insieme, con la loro condotta, la giurisdizione dello Stato e la
democrazia economica. Che sia l'impudenza del potere, a dettare questi
comportamenti, o la disperazione della politica, poco importa ai cittadini. È
un gesto gravissimo, prima di tutto perché travolge la separazione e
l'equilibrio tra i poteri dello Stato, con il giudiziario pesantemente e
apertamente minacciato dall'esecutivo subito dopo una sentenza, attraverso la
ritorsione immediata ed esplicita del presidente del Consiglio.[...]
La destra che governa l'Italia è dunque fatta con l'impasto
della peggior destra, e oggi ne sta dando prova. Berlusconi tenta addirittura
una rilettura tecnicamente rivoluzionaria degli ultimi dieci anni italiani,
immaginando una congiura giustizialista nata nell'aprile del 1993, e
collegando se stesso a Bettino Craxi come vittime di un golpismo organizzato
dai "comunisti" diessini, dal "partito giustizialista" e
naturalmente da Repubblica, la sua ossessione. Eugenio Scalfari e i suoi
articoli del '93 sono usati come i pifferai magici di un'operazione
antidemocratica che secondo Berlusconi dura tuttora e punta a scalzare il suo
governo. L'attacco a Repubblica e al suo fondatore non stupisce. Nell'afasia
italiana, e di fronte all'egemonia culturale del Caf allora, del Polo oggi,
questo giornale rappresenta semplicemente un'idea diversa dell'Italia, un'idea
non riducibile al berlusconismo, una difesa dello Stato di diritto e delle
istituzioni democratiche. Per questo Berlusconi lo mette al centro di un
disegno costruito dalla sua disperazione, che assegna al Cavaliere il ruolo
rivoluzionario di unica forza sana, sempre vincente, sempre con il favore del
popolo (e per questo si tace accuratamente la sconfitta del '96 da parte di
Romano Prodi), costretto a combattere ieri come oggi contro i golpisti che
vogliono fermarlo. Uno schema che sarebbe ridicolo, e folle, se non fosse
l'incubazione di un progetto di ribellione organizzata davanti al corso
istituzionale degli eventi. La formula è inedita e terribile: la definirei
una specie di "ribellione della maggioranza", impaurita e spaventosa
insieme, pronta a tutto pur di mantenere il potere.
Vorrei dire che non è un caso se questo accade sul terreno della giustizia,
che è il cerchio magico del mistero berlusconiano, e attorno alla figura
prima onnipotente e ormai politicamente maledetta di Cesare Previti, che è lo
stregone custode di quel mistero. Uno stregone che ha celebrato in pubblico
per anni il rito di un potere basato sulla licenza e sugli eccessi e che oggi
vede il fuoco del suo sortilegio ormai spento, ma con fumi e ceneri di cui lui
e il Cavaliere conoscono bene significati occulti e potenza palese.
Il caso del "lodo" è esemplare, quanto a sortilegi, perché parla
da solo: con una provvigione di denaro occulto che parte dai conti esteri
intestati alla Fininvest, Previti organizzò un sistema di corruzione che portò
nel '91 la Corte d'Appello di Roma ad annullare un lodo arbitrale in base al
quale il controllo della Mondadori era stato assegnato alla Cir di Carlo De
Benedetti. Quella sentenza è stata pilotata, quel pronunciamento è stato
comprato, quella battaglia imprenditoriale è stata vinta illegalmente, con la
frode e attraverso la corruzione.
Silvio Berlusconi, padrone della Fininvest, era imputato insieme con le
persone ieri condannate, ed è uscito dalla vicenda giudiziaria grazie alla
prescrizione. Dunque penalmente è al riparo. Ma la provvista di soldi per la
corruzione dei magistrati, in modo da piegare la sentenza a favore della
Fininvest, secondo il Tribunale di Milano viene dalla All Iberian, il cui
beneficiario era proprio il Gruppo Fininvest. E il risultato della sentenza
pilotata e comprata, cioè la sua ricaduta imprenditoriale, economica,
editoriale, di potere, è andato a indubbio ed esclusivo vantaggio di Silvio
Berlusconi. Queste due circostanze accertate da un Tribunale della Repubblica
avrebbero dovuto consigliare da sole, per decenza e per prudenza,
all'imprenditore Berlusconi di tacere. Quanto al presidente del Consiglio
Berlusconi, lui no, lui doveva parlare, ma per dire il contrario di quanto ha
detto. Per testimoniare il suo imbarazzo agli italiani, per spiegare magari
balbettando, ma con parole finalmente sincere, ciò che può spiegare di una
storia scandalosa, per chiedere scusa, per prendere le distanze da Previti se
può farlo, per assicurare infine che scendendo in politica ha abbandonato per
sempre quei metodi: e dunque si augura nell'interesse della giustizia e per
sua personale trasparenza, che la giustizia vada avanti celermente in appello,
e componga una triste vicenda.
Tutto ciò Berlusconi non lo farà mai, e c'è una ragione. Perché questa
sentenza, dimostrando e condannando la forma fraudolenta con cui fu ottenuta
la proprietà di una grande azienda, colpisce al cuore l'identità
imprenditoriale di Berlusconi, quella sovrastruttura pre-politica attraverso
la quale il Cavaliere è potuto scendere in campo e conquistare una parte
rilevante del suo consenso: presentandosi cioè come l'imprenditore puro,
capace di rimettere in piedi l'Italia e i suoi conti dopo aver creato e
conquistato aziende, spazzato via i concorrenti, dominato il campo con la sua
purissima energia industriale. Solo che quell'identità imprenditoriale
risulta oggi bacata, minata alla base. E dunque, il presidente-imprenditore
deve fare i conti con quel sistema di corruzione a cui la Fininvest ha
concorso e da cui ha tratto beneficio, e che lui non poteva naturalmente non
conoscere, come dimostra anche lo strettissimo legame, l'amicizia personale
che lo lega a Cesare Previti.
E da qui, nasce un'altra domanda. Conoscendo quel che conosceva, sapendo ciò
che era successo e che il Tribunale adesso ha sanzionato, come ha potuto
Silvio Berlusconi, l'uomo che è sceso in campo perché "ama il suo
Paese", pensare nel '94 di proporre proprio Previti come ministro
Guardasigilli, cioè alla testa della giustizia italiana?
Sono queste le domande a cui Berlusconi non potrà mai rispondere: né sulle
piazze, né sui giornali, neppure a "Porta a Porta". Piuttosto,
parla di persecuzione, di giudici politicizzati. Ma questo processo riguarda
reati tutti commessi ben prima che il Cavaliere scendesse in campo, dunque la
politica non c'entra. Quanto alla persecuzione, il lodo Mondadori è del '91,
la sentenza che riconosce la corruzione arriva oggi, dodici anni dopo, al
termine di 6 anni di inchiesta e ben 3 di pubblico processo, durante il quale
la difesa ha potuto giocare tutte le carte giudiziarie e anche molte
extragiudiziarie. Per la prima volta nella storia della Repubblica sono state
costruite norme ad personam, provvedimenti ad hoc, si è cioè deformata la
giurisdizione, sono stati manomessi alcuni istituti, si è intervenuti su
trattati internazionali per costruire appositamente e fisicamente una
qualsivoglia forma di salvacondotto. Questo processo è diventato qualcosa di
improprio, con il governo, la maggioranza parlamentare, il presidente del
Consiglio che alzavano quotidianamente la loro ombra dietro la figura
dell'imputato Previti, pronti a trasformare in legge nelle Camere le tesi che
i difensori avanzavano in aula, appena il Tribunale le respingeva.
Il sistema di garanzie è stato dunque dispiegato pienamente, e certo in
misura enormemente superiore a quanto avviene per un normale cittadino. Ad un
certo punto, abbiamo vissuto il paradosso drammatico in cui lo Stato era
schierato e in forma gladiatoria con un imputato, nell'aula in cui un
Tribunale doveva amministrare la giustizia per conto dello Stato. Non sono
mancate le intimidazioni, le accuse gravissime ai magistrati. Che però hanno
portato il loro compito fissato dalla legge fino alla fine.
Questo è ciò che conta, in uno Stato di diritto. Voglio dirlo con chiarezza
ai lettori. Nel caso del "lodo", com'è noto, il gruppo editoriale
Espresso-Repubblica subì un danno rilevantissimo, perché fu spogliato
fraudolentemente del possesso della Mondadori. Ma nel giudizio che oggi diamo
della vicenda, più della soddisfazione per il ristabilimento della verità
dei fatti conta la conferma venuta da Milano che in Italia la legge è ancora
uguale per tutti. Non perché c'è stata una condanna: ma perché c'è stata
una sentenza, che Previti e Berlusconi hanno fatto di tutto per evitare e
scongiurare, costruendo una sorta di immunità politica con le loro mani, che
avrebbe colpito a morte lo Stato di diritto.
Ora, regolato il caso giudiziario, resta aperto il caso morale e politico. Non
ci interessa nessuna speculazione, basta la verità: e avanza. La lezione è
chiara. Saperla leggere tocca a Berlusconi, è affar suo, e la ferocia della
reazione di ieri dimostra che ha capito per chi suona la campana. Qualcuno
dovrà fermarlo, consigliandogli di interrompere questo duello eterno col
paese che dovrebbe invece governare. È facile prevedere, al contrario, che il
Cavaliere finirà prigioniero dell'incendio istituzionale che ha appiccato. E
purtroppo, trascinerà lo Stato dentro quel cerchio previtiano di fuoco che lo
circonda in eterno.
Ezio Mauro, la
Repubblica, 1° Maggio 2003
DOPO sei anni di inchiesta e tre di
dibattimento è arrivata la sentenza sul «caso Previti». Non si tratta del
primo processo che vede imputato un parlamentare. Né viene coinvolto un
politico di grande prestigio e di lungo corso, basti pensare ai procedimenti
contro Andreotti e Craxi. Eppure, intorno a questo caso, si è svolto e
continuerà a svolgersi uno scontro politico e giudiziario di straordinaria
durezza che si lega sostanzialmente a una strategia processuale inedita:
quella di un accusato che preferisce difendersi non dentro ma fuori dalle aule
giudiziarie.
Il nodo della polemica è legato alla scritta che compare in ogni tribunale
italiano: «La legge è uguale per tutti». Gli accusatori di Previti
sostengono che l’ex ministro, in questi anni, abusando della sua carica
parlamentare, dell’appoggio della sua parte politica e dello zelo dei suoi
avvocati nello scovare qualsiasi cavillo per evitare la sentenza, abbia
dimostrato come quella legge sia stata, nei suoi confronti, «meno uguale» di
quella che colpisce un qualsiasi cittadino. I suoi difensori ritengono,
invece, che sia stata «più uguale», perché i magistrati, con un
accanimento giustificato solo dall’odio politico, hanno voluto a tutti i
costi una condanna.
La tesi di una persecuzione politica contro Previti, che dovrebbe comprendere,
in una manovra concertata e complessa, non solo i giudici di Milano, ma quelli
della Cassazione e, perfino, della Corte Costituzionale, si scontra, tra
l’altro, almeno in una contraddizione del suo comportamento. Se è lecito,
infatti, usare la carica politica per disertare le udienze, far appello ai
colleghi di maggioranza per sollecitare iniziative legislative che possano
aiutarlo, non è giusto, sfruttati fino all’ultima possibilità i diritti di
un parlamentare, negare i doveri che il ruolo politico comporta: quelli,
innanzi tutto, di accettare il giudizio e confidare che un eventuale errore
possa venir corretto nei successivi gradi di esame. Anche perché una così
totale ed estesa sfiducia nell’intera magistratura italiana dovrebbe
impedire l’accettazione di una carica politica in questa Repubblica. Uno
Stato, se così fosse, dove non esisterebbero le condizioni minime di una
democrazia.
Il caso Previti, infine, ha avuto e probabilmente avrà una conseguenza grave
sull’intero rapporto tra la politica e la giustizia in Italia. Alcune
riforme importanti dell’ordinamento giudiziario, utili per garantire
sentenze più rapide e certe per tutti i cittadini sono state evitate per
timore che potessero favorire anche l’ex ministro della Difesa. Altre
modifiche della legge sono state introdotte, invece, nella speranza che
potessero aiutare anche lui. In questi anni, i nostri politici non hanno avuto
il coraggio di affrontare la questione dell’immunità parlamentare in modo
aperto, varando, ad esempio, una legge di sospensione dei verdetti fino
all’esaurimento del mandato. Norme certo discutibili, ma che pure esistono
in altre sicure democrazie. Hanno preferito le strade oblique di interventi
legislativi mirati a salvare i colleghi imputati. Vie apparentemente meno
impopolari, ma che rivelano una preoccupante mancanza di credibilità
complessiva della nostra classe politica. Una debolezza che dimostra, se ce ne
fosse ancora bisogno, di come l’Italia sia ancora lontana da quel paese
normale dove sarebbe così bello poter vivere.
[Luigi La Spina. La
Stampa, 30 Aprile 2003]
«Una vittoria della Giustizia»
Intervista
a: Gerardo D'Ambrosio (ex Procuratore di Milano)
di Oreste Pivetta*
MILANO Gerardo D’Ambrosio è in pensione da qualche
mese, dopo quarantasei anni di magistratura. Procuratore a Milano, ha vissuto
per intero la vicenda giudiziaria di Tangentopoli, dall’arresto di Mario
Chiesa in poi, e ha subito le conseguenze di molte polemiche e di infiniti
attacchi. Poco più di un anno fa, a proposito di una delle tante manovre per
bloccare i processi milanesi, commentò con parole durissime: «È la notte
della democrazia». Adesso uno di quei processi è arrivato a sentenza.
Signor procuratore, la notte può
apparire meno scura?
«È estremamente importante che nel contesto difficile che tutti conosciamo
si sia riusciti comunque ad arrivare alla decisione di primo grado. Questo
dimostra in modo del tutto evidente che la nostra democrazia, se pure giovane,
funziona, che la nostra democrazia è forte. Sotto il profilo della giustizia
è positivo, profondamente positivo, aver raggiunto questo risultato,
nonostante tutte le tecniche dilatorie che sono state poste in essere contro
la sentenza. Tecniche dilatorie che sono state da tutti riconosciute come
esasperate, tanto esasperate che persino gli avvocati penalisti hanno in modo
aperto criticato una politica giudiziaria, in questa legislatura, così
influenzata da questa vicenda. Si sono allungati i tempi del processo in modo
anomalo. Si sono contate in tre anni otto ricusazioni. A questo punto davvero
la notte può apparire meno oscura. Quei tentativi di dilazione erano compiuti
in attesa di una soluzione che intervenisse prima della sentenza e che venisse
data dal Parlamento. Il Parlamento invece non ha voluto dare un colpo di
spugna e quindi, sotto questo profilo, anche nella maggioranza non si è
voluto dare un colpo di spugna, a proposito peraltro di episodi anteriori
all’assunzione di incarichi parlamentari. Abbiamo assistito a una
mobilitazione che ha contribuito a dissuadere il Parlamento e una parte della
maggioranza a ricorrere a ulteriori espedienti, come quelli rappresentati da
alcuni disegni di legge sulla sospensione dei processi a carico di
parlamentari. E mi riferisco in particolare al progetto di legge 3393, firmato
dall’onorevole Nitto Palma, che è stato presentato, ma non è stato
approvato. Il che significa che per il Parlamento vale ancora il principio
della nostra Costituzione secondo il quale la legge è uguale per tutti, anche
se vi è un articolo, il 68, che comunque introduce dei temperamenti, perchè
è noto che per la cattura, per le prequisizioni, per le intercettazioni
telefoniche e per l’acquisizione di tabulati occorre comunque che vi sia una
autorizzazione parlamentare.
Si può dire che in qualche misura
questa sentenza potrebbe aiutare a voltare pagina...
«Bisogna anche dire che questo disegno di legge di cui si temeva
l’approvazione e con cui si sarebbe tentato di differire questa pronuncia,
sarebbe stato assai pericoloso in un sistema maggioritario, perchè si
prevedeva in questo modo la sospensione del processo alla fino alla
conclusione del mandato sulla richiesta del parlamentare senza alcun
motivazione sul fumus persecutionis. Sarebbe diventato una forma di immunità
per la maggioranza, senza alcun tutela per la minoranza. Nel contesto
generale, nonostante le traversie, questo fa sperare in un diverso
orientamento futuro della politica giudiziaria e soprattutto che si vada nella
direzione di rendere più rapidi i processi per giungere a sentenza in tempi
ragionevoli, così come indica la Costituzione».
Un fatto positivo, ovviamente, a
prescidnere dagli undici anni di condanna...
«Teniamo conto che si tratta sempre di una sentenza di primo grado...».
Una sentenza che ha peraltro assolto
l’imputato Verde... «E che dimostra dunque che la giustizia è sempre molto attenta, prima di
condannare. A volte le tesi dell’accusa vengono accolte, a volte no. Questa
è la logica del processo. Non è detto che tutto debba finire in condanna.
Evidentemente in questo caso la tesi dell’accusa non è stata ritenuta
fondata. Mi pare che anche questo rientri nella assoluta normalità. Bisogna
dire che tante questioni sollevate rientrano nei meccanismi interni al
processo, anche le questioni di competenza. Il processo è fatto di tre gradi,
si vedrà».
Come giudica l’ultima, oserei dire
estrema iniziativa del ministro Castelli, che ha chiesto proprio l’altro
ieri documentazione al Tribunale di Milano per verificare la fondatezza
dell’esposto annunciato da Previti contro i pm Boccassini e Colombo?
Qualcuno, Carlo Fucci, presidente dell’associazione nazionale magistrati, ha
accusato il ministro di interferenza...
«Questo rientra nei poteri del ministro Castelli. Non è la prima volta che
la Procura di Milano viene sottoposta a queste indagini, che si sono poi
rivelate infondate. Non giudico questa iniziativa una interferenza, dal
momento che si è deciso che l’azione disciplinare dipenda dal ministro, che
è nella possibiulità dunque del ministro di aprire una inchiesta, è un suo
diriotto verificare come sono andati i fatti e poi archiviare... Insomma non
mi fa meraviglia. Il ministro, lo sappiamo, molte volte ha preso iniziative
analoghe nei nostri confronti. Il problema è non intaccare la credibilità
delle istituzioni che da questo punto di vista dipendono una dall’altra. Se
perde credibilità una, non è che le altre rimangano indenni».
[*
da l'Unità, 30 Aprile 2003 ]
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