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Le interviste

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:: Maria Sole e i disturbi di panico ::

Elisabetta Mori: Tra di noi il silenzio
Intervista di Pietro B.

"Sopra la morte
meditare stanca
sotto la sorte
con onor si campa".

"Ho attraversato la fanciulleza, l'adolescenza e la gioventù in compagnia di una damigella tenace e irriducibile chiamata Paura. Ho vissuto per quasi quarant'anni camminando sul filo dell'equilibrista....ho trascorso i giorni, i mesi ,gli anni sperando in una madre che mi conducesse per mano. Ho cercato e trovato il coraggio per scendere dal filo e uscire dalla "statua di sale" che mi imprigionava da sempre. Oggi, a quarant'anni affronto il mondo e cammino con piedi saldi senza voltarmi indietro." 

Tu hai pubblicato  varie cose come si può ricavare dalle breve note biografiche del tuo sito. Eppure mi hai detto di essere particolarmente legata a Tra di noi il silenzio romanzo che  ha alla sua base una storia vera. Ci puoi raccontare cosa ti ha mosso ad occuparti della vicenda della protagonista Maria Sole?   

Il 1995 è stato per me un anno particolare, sia per il trasferimento in Toscana dove mio figlio era andato a studiare, che per l'inizio  (dopo il famoso anno sabbatico che segue di solito a vent'anni di lavoro) della mia attività  di scrittrice. Ero alla ricerca di ispirazione per un primo romanzo.
Mi trovavo quindi a Pisa, vagabondavo  per librerie e fui  colpita  da una titolo: "E liberaci dal male oscuro" del prof. Giovanni A. Cassano. Immediato fu il collegamento mentale con il più famoso libro di Giuseppe Berto "Il male oscuro", primo scrittore uscito allo scoperto sulla tematica della depressione da lui "raccontata" attraverso una storia bella e struggente. Chiesi al libraio di darmi indicazioni sul lavoro del prof. Giovanni Cassano ed egli mi rispose che quel libro rappresentava, al momento, la "summa theologica" ad uso del lettore italiano medio, sui disturbi d'ansia, depressione e attacchi di panico, viste dalla prospettiva dello studioso e del medico che cura e guarisce questo tipo di malattie.
Comprai il libro, affascinata da questo novello Virgilio che mi avrebbe guidata nei meandri del cervello umano ancora per molti versi sconosciuto. Tra le tante domande poste al professor Cassano, c'era anche quella relativa all'influenza del rapporto conflittuale madre-figlia e (perché no?) padre-figlio, più in generale delle relazioni intrafamigliari, sull'insorgenza di quello che eufemisticamente veniva chiamato "disagio di vivere". Fui sorpresa di scoprire quanto le madri siano, spesso ingiustamente, additate come la causa dei mali dei propri figli, il vaso di Pandora degli umori tetri che l'animo umano, ad un certo punto, può tirare fuori se il vaso si scoperchia o si rovescia.
Mi ricordai della vicenda di Maria Sole, una giovane donna del paese di mia madre, anche lei originaria del Salento; e mi fulminò il pensiero che la sua travagliatissima vita poteva essere dovuta ad una forma di malattia mentale non capita o mal curata piuttosto che alla presenza di una madre anaffettiva e distante per la qual cosa, sapevo, lei soffriva molto. Tornata nella mia città pugliese all'inizio dell'estate, ebbi la fortuna di incontrare Maria Sole e da quell'incontro è partita l'idea del romanzo "TRA DI NOI IL SILENZIO" 

Quanto in Tra di noi il silenzio è aderente alla realtà dei fatti e quanto c'è di romanzato?

La storia di Maria Sole segue un percorso che si snoda su due linee parallele: il rapporto conflittuale con la madre e la presenza di un disagio di vivere che in realtà scaturisce da una vera e propria patologia, la Sindrome da Disturbi di Panico (altrimenti detta D.A.P. oppure D.P. oppure Angustia vidal y corporal, definizione quest'ultima del medico spagnolo Lopez Ibor che la individuò e la studiò per primo). Tutto ciò che attiene alla descrizione del D.P.( descrizione avvalorata,  nella postfazione, dalle parole dello psichiatra che ha curato Maria Sole) è aderente alla realtà; la descrizione della vita anni ' 60-70, è aderente alla realtà; l'ambientazione, gli usi e costumi della piccola comunità che sta passando da una connotazione contadina ad una aspirazione di identità borghese, della nuova borghesia post-bellica, gli schemi comportamentali e i ruoli delle donne nella quali la consuetudine e la famiglia patriarcale le confinava, la ribellione delle giovani generazione (leggi le vicissitudini di Fulvia o il tentativo di rivoluzione di Tonio), sono tutti tasselli di un mosaico reale e, realisticamente, ancora esistente. Il Salento, per la sua atmosfera magica, per le sue leggende e le sue storie inventate eppur credute vere ancora oggi da una certa fetta di popolazione che, stupendamente, nella sua forzata e candida ingenuità, riesce a conservare nella memoria tradizioni altrimenti già sepolte,  e  la campagna meridionale, lontana dalla raffigurazione delle ubertose valli padane o dal rosseggiante sostràto della campagna toscana, con il loro messaggio di solarità e di speranza comunque vada la vita, mi sono sembrati lo sfondo ideale per questa narrazione.Ciò che vedi sfilare davanti ai tuoi occhi quando leggi le pagine dedicate al Salento, lo puoi ancora incontrare in alcuni paesini dell'entroterra, perché il Salento rimane, a mio avviso, una delle zone più conservative d'Italia.
Ma tu sai bene, caro Pietro, che ogni creatura che viene al mondo, anche una cosa inanimata come può essere un libro, deve portare con sé i caratteri genetici di chi l'ha creato. Così il racconto della storia di Maria Sole mi ha preso la mano: per arrivare alla struttura definitiva ho impiegato quasi tre anni.
 
 ( Gli altri tre mi sono serviti a cercare un editore disposto a pubblicare il libro: qualcuno mi ha risposto ma pur trovando bella la storia, non poteva permettersi di inserire uno scrittore sconosciuto nel suo catalogo. La pubblicazione con la casa editrice Beta è avvenuta previa prenotazione di circa 150 copie che ho dovuto raccogliere  tra coloro che mi conoscevano e che hanno creduto in me)
 
Nell'economia generale della storia mi serviva creare un personaggio che facesse da trait-d'union tra il lettore e il personaggio principale che si racconta in "prima persona", avendo deciso, dopo molti rimaneggiamenti, che lo scrittore dovesse, in storie come queste, rimanere in disparte a osservare, sentire se preferisci. Una figura che poteva assolvere a questo compito non poteva che essere uno  psicanalista.
La mia  passione per tutto ciò che riguarda la mente umana, il suo potere e la sua capacità di amare o distruggere il proprio involucro (quello che comunemente chiamiamo corpo) mi aveva portata negli anni a leggere molti libri. Oltre  a quelli (quasi d'obbligo) dedicati a Freud (tra cui il famoso "Le passioni della mente"), gli scritti di Eric Fromm, di Tom Wujec, di Alexander Lowen (la lettura sul narcisimo mi ha fornito ispirazione per il mio secondo romanzo "Il diavolo ha gli occhi azzurri), fino a quello che io ritengo la bibbia del mondo meridionale circa l'influenza della psiche sui fenomeni corporali ( nello specifico il fenomeno del "tarantismo pugliese") dal titolo "La terra del rimorso" di Ernesto De Martino, mi hanno facilitato il compito della delineazione dello strizzacervelli degli anni ' 70, l'io narrante che introduce Maria Sole che a sua volta "si racconta".
Un altro personaggio costruito ad hoc è la signora Amelia. Ognuno di noi ha ben nascosto dentro di sé un Alter Ego: quello di Violante  doveva per forza trovare una collocazione fisica fuori del suo corpo, nel tentativo di contrastare la severità e la intransigenza, oserei dire la "strana" cattiveria, della figura ufficiale.
Ancora Angelo: per rafforzare la tesi di quanto sia sbagliato, a volte, crocifiggere a priori le madri, o attribuire solo ad un vissuto fortemente negativo l'esistenza di molte vite maltrattate, mi è sembrato utile introdurre un elemento di forte disturbo quale può essere la figura di Angelo che , nonostante il suo deprecabile tentativo di molestia, non inciderà più di tanto nel futuro disagio di vivere della giovane donna.
Guido, la signorina Giovanna, la dottoressa Demetra, l'ipnosi, il passaggio da una città dagli stimoli vitali come Roma ad una città fredda e distaccata, il distacco da Chiara, la vita trasgressiva di Fulvia, la "rivoluzione" di Tonio, rappresentano la parte romanzata, basata su fatti probabili, non importa se realmente avvenuti o da-venire.
Per rimanere al significato del "genere romanzo" nella sua accezione moderna, anche se di ispirazione realistico-sociale, è stato necessario associare l'elemento reale all'elemento fantastico, creare un contorno, insomma,  una conditio-sine-qua-non  avrei potuto definire il mio libro un " romanzo".
Sarebbe stata scritta una semplice biografia.

Hai descritto con dovizia di particolari le motivazioni che ti hanno portato a scrivere Tra di noi il silenzio e hai delineato la fisionomia della protagonista principale e di altri personaggi di contorno. Chi ha letto queste tue risposte adesso si sarà fatta un'idea dei temi che tratti. Ma, perché, e te lo chiedo provocatoriamente, qualcuno dovrebbe poi decidere di comprare il tuo libro? Ossia perché pensi che valga la pena leggerlo?

La tua domanda è decisamente provocatoria, ma è una provocazione che accetto volentieri perché mi consente di entrare nel merito delle anticipazioni fatte.
La formazione di un individuo libero e bene inserito nella società, ha un punto nodale: i rapporti intrafamigliari. Se uno dei componenti si sottrae alla corretta interpretazione del suo ruolo, nell'individuo che cresce, il futuro uomo, si vengono a determinare convinzioni e comportamenti assolutamente negativi nei confronti della vita. Importante in questa dialettica di crescita è il ruolo della madre, che, oltre a rappresentare la figura che fisicamente ci consente l'ingresso nel mondo attraverso l'apprendimento del primo mezzo di comunicazione che è il linguaggio,   simboleggia per tutta la nostra esistenza  il porto cui approdare quando le tempeste della vita sono in agguato. Nel mio libro, una figlia cerca questo modello di madre ma non lo trova. La sua disperazione è palpabile,  tanto più che la sua malattia la blocca in quella che lei chiama "statua di sale" perché l' immobilismo provocato dal DAP le impedisce di realizzarsi anche senza il sostegno della madre. E'  quasi inevitabile l'approdo nello studio di uno psicanalista  che le dà risposte e allora l'animo si acquieta e il nemico si allontana. Lo smarrimento però è forte quando il leit-motiv "sua madre è alla causa delle sofferenze" diventa ossessione martellante nella sua mente. Maria Sole ama sua madre, una madre che in fondo non conosce ma che sente diversa da lei per i diversi ruoli che l'avvenimento più importante della loro vita (la morte di Enrico) ha loro assegnato:
 
"Di mia madre, tranne che ammettere l'esistenza, non conoscevo granchè, fino al momento in cui di lei mi chiese la dottoressa Demetra...(omissis)... decisi di
ricorrere all'aiuto della zia Emma che andai a trovare un pomeriggio dopo esssere stata ad una seduta di psicoterapia. La zia Emma cominciò il suo racconto.
Violante era la più giovane di tre sorelle, nata a Torino quando i genitori, entrambi provenienti dalla Puglia, si erano trasferiti in quella città in cerca di lavoro.
Dalle fotografie che la zia Emma mi mostrava, notavo la bellezza dorata di mia madre, che non tradiva le sue origini meridionali: aveva un bellissimo viso, caratterizzato da zigomi pronunciati, occhi colore nocciola in cui brillavano pagliuzze d'oro, carnagione ambrata e capelli di un castano acceso, un fisico snello, le gambe lunghe e tornite, il portamento elegante."
 
Attraverso questa descrizione si intuisce l'ammirazione di Maria Sole per sua madre, per una    madre bella, apparentemente solare ( e forse lo era davvero prima che la vita la costringesse a ricoprire il duplice ruolo di madre e padre). Maria sole dunque ama sua madre, ma i desiderata della figlia non sono compresi e tanto meno incoraggiati, neanche quando la possibilità di studiare le si presenta come l'unica occasione di sottrarsi, attraverso l'acculturazione, ad un destino simile a quello delle donne della sua terra, donne sottomesse e senza speranza di riscatto.
 
"... Mi convinsi che non c'era alcuna speranza: la zia Giacinta, la ricca sorellastra di mio padre che pure mi aveva amata, era morta quell'inverno e, nel delirio mistico degli ultimi anni di vita, aveva disposto che tutti i suoi beni andassero alla chiesa. Mia madre, vittima convinta del conformismo di cui era intrisa la società di quel periodo (l'inutilità di far continuare gli studi ad una "figlia femmina", ndr), non avrebbe avuto il coraggio di chiedere aiuto economico, per una simile causa, nemmeno ad Emma, la sorella benestante. Violante rispose alla maestra: "No, grazie. Mia figlia resta a casa" Non che questo fosse disdicevole, anzi, mi piaceva rimanere al sicuro della mia casa, ma la figura di mia madre incombeva in alcuni momenti della giornata come una minaccia incomprensibile, che mi procurava un terribile senso di angoscia... (omissis)...
L'anno che seguì fu per me uno dei più brutti. Mia madre ed io non parlavamo mai, forse perchè l'assillo di una vita dignitosa e decente occupava totalmente i suoi pensieri. Non era una donna prodiga di tenerezze: poche volte l'avevo vista sorridere o fare una carezza almeno ai più piccoli dei suoi figli... (omissis)...
Mia madre usciva al mattino in cerca di un lavoro....(omissis)... ed io aspettavo il suo rientro badando ai miei fratelli. Temevo per la mia incolumità se, inseguendo le mie fantasie, non avevo portato a termine le faccende di casa: conoscevo l'ira di mia madre, sapevo che mi sarei dovuta rinchiudere nel piccolo gabinetto adiacente alla cucina turandomi le orecchie per non sentire le parole che Violante mi urlava da dietro la porta. Non capivo cosa dicesse, per anni mi ero sforzata di ricordare quella frase, sempre la stessa, che mi lasciava sgomenta ed impaurita. Non avevo il coraggio della ribellione, nè il dono dell'autodifesa, l'unica mia reazione era il pianto dirotto, a fiumi quasi senza fine. Quel piccolo gabinetto era ogni volta il mio rifugio e la mia salvezza."
 
Come la definireste  tu questa madre: insensibile?
 
"Avevo ventiquattro anni, avevo conseguito il diploma di maestra grazie alla zia Emma, mi ero iscritta all'università e ormai mancava poco al traguardo finale, la laurea tanto sognata. Progettavo dentro di me il mio futuro, fermamente decisa ad andare via da quella città, quando un giorno mia madre sentenziò: "E necessario che tu vada a lavorare per consentire ai tuoi fratelli maschi di continuare gli studi. La zia Emma si è offerta di pagare le spese per un corso di dattilografia, al termine del quale andrai a lavorare come aiutante nella segreteria di un notaio" Spalancavo sempre più gli occhi mentre ascoltavo quelle parole: Violante non poteva farmi questo, non poteva allontanarmi dalla meta per la quale avevo tanto lavorato, lottato anche contro di lei. La rabbia scoppiò dentro: tentai, cercai di spiegare ma nessuna sillaba si articolò sulle labbra, non un suono uscì dalla mia bocca. La statua di sale che mi imprigionava da sempre senza pietà....impediva ai  miei pensieri di prendere corpo."
 
Autoritaria?
 
"L'inizio della scuola media coincise con l'evento tanto atteso da noi ragazze. Violante mi disse soltanto: "Stai lontana dai ragazzi o la gente dirà di te che sei una poco di buono," Queste parole mi turbarono e segnarono in un certo modo la mia futura vita di relazione......me ne derivò un profondo malessere e mi convinsi che nessuno si sarebbe innamorato di me, che sarei rimasta zitella come la zia Giacinta."
 
 
Anaffettiva?
 
"Mancavo da quella casa da troppo tempo e mi sembrò strano dover salire con affanno le ripide scale che portavano al terzo piano. Bussai: sentii il passo sevlto di Violante e il cuore ebbe un tuffo così violento che il respiro mi mancò  per qualche frazione di secondo. Mia madre aprì e rimase sorpresa...io entrai e lei si rimise seduta a ricanare un prezioso centrotavola, La mia delusione fu grande: ancora una volta avevo sperato che mia madre, non vedendomi da tempo aprisse le braccia e mi stringesse forte a sé...."
 
 
Egoista?
 
"Mia madre fu ricoverata all'improvviso e fu chiaro che la malattia dalla quale era stata colpita sarebbe stata la causa della sua morte. Dopo alcune settimane di permanenza nella clinica, Violante volle tornare nella sua casa ed io presi l'abitudine di andarla  a trovare tutti i giorni. Tra di noi cominciò un rapporto ancora più fdifficile:quando eravamo sole il bisogno fisico trovava le parole giuste e i modi per esternarsi, ma la voglia di tenerezza si concretava al massimo con una carezza appena accennata o con un tocco prolungato della mano. Continuava tra di noi il silenzio, quel silenzio, garante della nostra distanza, che entrambe per anni avevamo coltivato come un raro fiore spinoso e che, anche in quella circostanza, restava tra noi sospeso come un infrangibile muro di vetro ...
 
Forse Violante è tutto questo.
 
Sicuramente è una madre che crede di essere nel giusto non cedendo a sentimentalismi e a tenerezze perchè i suoi figli devono crescere, necessariamente, forti e in grado di affrontare le avversità della vita (è l'unico modello di madre che lei conosce)
Per fatalità, è una madre che ha sofferto lei stessa, colpita dal "destino" nel pieno della sua giovinezza
Per ignoranza, nel senso di scarsa alfabetizzaione, è una madre che guarda alla concretezza di una figlia che deve stare in casa, a dare una mano a badare ai più piccoli, che non può permettersi di assecondare i sogni di libertà della figlia.
Per amore, è una madre che rinuncia a rifarsi una vita come donna: quando incontra il suo possibile futuro compagno, Violante taglia corto: non può più permettersi l'innamoramento, deve badare ai suoi sei figli.
Per incapacità di comprendere le cose astratte, è una madre che non crede in quella strana medicina (la psicoterapia) che usa le parole per guarire malattie (per questo
Violante chiama "fissazioni" i malesseri di Maria Sole)
Per la  formazione ricevuta, è una madre che non può cedere neanche davanti alla malattia:
 
"...Mi resi conto (dice Maria Sole) che la durezza che aveva sempre manifestato nei confronti della vita, sarebbe stata la sua sopravvivenza. Così fu. La sua forza,  la sua determinazione come abito mentale, a prevalere su tutte le avversità servirono ad allungarle la vita di qualche tempo: furono la sua rivincita momentanea sulla morte che le aveva rubato la giovinezza."
 
Il dottor Eugenio, lo psicanalista, percorre l'unica strada che conosce per mestiere: quella di cercare nella madre la causa di tutti i mali e di tutte le sofferenze della figlia.
E' lo stereotipo del rapporto amore-odio, oggetto di indagine ancora oggi per giustificare i guasti o l'esistenza di vite maltrattate, vie di indagini che si scontrano con la moderna psichiatria che riconosce la derivazione organica (quasi sempre genetica) di tanti "disagi  di vivere". Quando Maria Sole ricorre al medico clinico che cura con farmaci appropriati la sua malattia,  il  ricordo del rapporto conflittuale si dissolve e le è possibile attuare, almeno nella memoria, una riconciliazione con la madre.
 
Il recupero della figura materna è lo scopo del mio libro.
 
Pur con tutte le sue carenze, Violante esce vittoriosa dalla descrizione della figlia, una madre che ha saputo interpretare il ruolo assegnatole dalla natura. Per quanto privata della tenerezza e della complicità che sono l'essenza stessa dell'amore materno, Maria Sole può, alla fine,  comprendere sua madre, tanto che quando Violante è malata si fa lei stessa "madre della madre" cercando di dispensare quello che lei non ha ricevuto. In questo l'opera di Violante appare compiuta, nell'essere riuscita a fare di sua figlia una donna forte, capace di affrontare le situazioni e risolverle. Il vero unico problema della giovane donna è rappresentato dalla sua patologia,. inizialmente non riconosciuta poi volutamente ignorata per lo stigma che accompagna le malattie mentali; patologia che disturberà la sua infanzia, la sua adolescenza e parte della sua giovinezza, ma che, paradossalmente la spingerà a cercare un modello di donna cui omologarsi ( che non può, per ovvi motivi, essere quello della madre). E quando, attraverso la farmacologia psichiatrica, riuscirà a frantumare, per sempre, la sua "statua di sale", ella si sentirà inserita, finalmente e a pieno titolo, nel mondo.
 
Perchè qualcuno o più di uno (io mi auguro molti!) dovrebbe comprare il mio libro? Perche è  una storia universale, perchè è raccontata in maniera semplice, perchè può offrire una speranza a chi ancora non sa che dai disturbi di attacchi di panico si può uscire, perchè offre uno spaccato della vita contadina degli anni '70, perchè offre alle nuove generazioni di donne l'esempio di una lotta per la libertà e l'autoderminazione cominciate in sordina dalle loro nonne (forse la stessa  Violante), portata avanti dalle loro madri (potrebbe esser benissimo una di queste la stessa Maria Sole) e compiuta dalle loro sorelle maggiori. Invito tutti i bloggers e non che leggeranno questa intervista ad entrare nel libro che, sono sicura,  coinvolgerà sul piano emotivo e su quello della lettura per se stessa.

Una donna di nome Marietta persona a me cara, e non più vivente, e con un solo figlio a carico, morto il marito emigrato negli Stati Uniti, decise di non risposarsi più e di crescere da sola quell'unico figlio. Idealizzò il defunto marito in un modo tale che anche trent'anni dopo ripensando al suo Corrado piangeva. Però tutti sapevano  che il vero motivo di questa sua vedovanza a vita, che tanto cozzava con la sua vitalità, era il condizionamento che gli usi e i costumi del paese siciliano in cui viveva, in qualche modo gli imponevano. Mi sembra, Elisabetta che nel libro e nelle tue risposte manchi un approccio di questo tipo alla figura di Violante. Lo hai proprio escluso o non lo ritieni importante?

"TRA DI NOI IL SILENZIO", può essere letto da diverse angolazioni o punti di vista. Se consideriamo dominante la figura della madre che diventa, quindi, protagonista, la storia allora assurge a simbolo di un modello culturale che spesso sacrificava le donne nelle loro aspirazioni, specie le più intime, e le confinava nel loro destino di madri, spose o vedove devote alla memoria. Scrivendo le pagine dedicate  a Violante,  anche io mi sono posta il problema della vita di questa donna successiva alla morte del marito: qualche desiderio di essere ancora considerata dal punto di vista della sua bellezza e della sua femmilità deve pure averlo avuto (che è poi anche il dubbio dello psicanalista che sta seguendo Maria Sole). Non potendo darmi delle risposte certe sono ricorsa al plausibile:
 
 
" Dopo qualche mese (dalla loro conoscenza, ndr) la signora Amelia riuscì a trascinare mia madre in passeggiate pomeridiane. Guardare le vetrine dei negozi, respirare l'aria della primavera, soffermarsi a prendere un tè o un caffè avrebbe fatto bene all'umore di Violante, perciò non potei che incoraggiare quelle uscite pomeridiane promettendo di occuparmi dei fratelli.  Le vedevo allontanarsi sottobraccio: Violante sempre vestita di redingote o tailleur da lei stessa confezionati, di un colore che non andava mai oltre il blu o il grigio o il beige; la signora Amelia vestita di fruscianti "abitini" dai colori accesi o a disegni molto appariscenti. L'una calzata in severi sandali o mocassini dal tacco basso, l'altra traballante su tacchi a spillo o scarpe dalle zeppe molto alte, se ne andavano apparentemente soddisfatte della loro amicizia. Violante non usava truccarsi: la sua pelle ambrata conservava intatte freschezza e bellezza: solo una rete di piccole rughe intorno agli occhi denunciava l'inesorabile trascorrere del tempo. Il dolore sofferto per la morte del marito e l'ansia del quotidiano avevano reso il suo viso ancor più bello e più armoniosa la figura. Qualche settimana dopo queste uscite pomeridiane, mia madre tornò ad essere più ombrosa e taciturna del solito. Temetti che qualcosa cominciasse ad incrinarsi nell'amicizia, ma le apparenze dicevano il contrario. I giorni passavano e Violante diventava sempre più triste e anche se si sforzava di essere  la solita madre- burbera e severa - intuivo che qualcosa le stava accadendo. "Che si stia innamorando?" pensavo e a quel pensiero non sapevo se gioire per un simile evento o se rattristarmi perchè mia madre avrebbe potuto sostituire nei suoi pensieri un marito che l'aveva molto amata. All'epoca di questi fatti avevo solo quattordici anni e non potevo ancora sapere che ci sono ragioni che possan far desiderare ad una donna di volere un compagno, (che non fosse anche marito, ndr), con cui dividere il resto della vita. Preoccupata, una sera decisi di seguire le due donne uscite per andare al cinema. Sapevo di essere sleale, ma l'ansia di conoscere ciò che stava accadendo a mia madre era più forte di qualsiasi predica che la mia coscienza  potesse farmi in quel momento......(omissis).... Alla fine della passeggiata le due donne si fermarono davanti all'ingresso di un cinema, in attesa di qualcuno. Dopo qualche minuto, due uomini abbastanza distinti si avvicinarono: uno baciò sulla guancia e prese sottobraccio Amelia, l'altro, dopo una stretta di mano, si affiancò a mia madre....
La mia curiosità era stata appagata e la mia intuizione, forse, era giusta: mia madre si stava innamorando....(omissis)...
Un pomeriggio, inaspettatamente, Violante si rifiutò di ricevere la sua amica. Mi chiamò e mi istruì : "Quando verrà Amelia le riferirai che non ci sono, che sono andata al paese a trovare la zia Pina....cerca di essere convincente"
Era la prima volta che Violante mentiva, ma io capii che non dovevo fare domande.....(omissis)...
Solo dopo molti anni seppi dalla zia Emma che la mia intuizione era giusta: mia madre si stava innamorando per la seconda volta, ma quello era un sentimento che non si poteva più permettere......."
 
Perché?
 
Per gli stessi motivi che hanno spinto la tua conoscente signora Marietta a rinchiudersi in casa ma facendo ben trasparire agli occhi dei vicini il suo ruolo di vedova inconsolabile, o perché temeva un eventuale futuro giudizio (pesante) da parte dei figli una volta diventati adulti? Francamente non ti so rispondere.
Ho ipotizzato situazioni possibilistiche nel presentare al lettore una madre vedova che si innamora, per di più una seconda volta. Già il fatto di aver concesso a se stessa "pensieri" diversi da quelli che la morale corrente permetteva, sarà stato un motivo in più di ansia e di necessità di punizione. Forse così si può spiegare la sua eccessiva asprezza che Maria Sole rifiuta, ma contro cui niente può.  Certamente ci saranno stati, data anche la bellezza e la concretezza di questa donna, uomini aspiranti alla sua mano ed è il ricordo di Maria Sole, della fanciullezza trascorsa nel paese di suo padre, a dircelo:
 
"Solo io notavo - e me ne vergognavo - gli sguardi degli uomini puntati su  mia madre che, pur nel suo vestito rigorosamente  nero per il lutto, attirava l'attenzione di quelle  teste cotte dal sole, i colli taurini strozzati nella camicia buona, le tozze mani che, nel parlare, si agitavano come vele al vento."
 
Vivere a queste latitudini negli anni 60-70, prevedeva la fede incondizionata nel "giudizio della gente", temuto più di una malattia incurabile, arbitro e ago della bilancia dei comportamenti degli uomini ma ancor più delle donne, per cui è possibilissimo che Violante abbia sacrificato se stessa più per timore di questi giudizi che non per solo  amore verso i figli. In un altro contesto, in un'altra società, avere un altro marito e quindi un padre per i suoi  orfani, non avrebbe potuto  che migliorare e rendere più armoniosi quei famosi rapporti intrafamigliari di cui ho già parlato.
 
Concludo ricordando che Amelia è  una parte di Violante, la parte più nascosta e forse, senza gli estremismi della sua eccentricità, la parte più genuina.  Mi sarei auspicata per Maria Sole una madre che si chiamasse "Amante" (una concrezione dei due nomi), un modello di madre ben raffigurata in sintesi iconica da questo nome che tanto di sé avrebbe potuto dare alla sua famiglia..
 

Mi è sembrato leggendo il tuo libro  che tu racconti  la storia di Maria Sole astenendoti da ogni (pre)giudizio di tipo morale. Quasi come fossi tu il medico che analizza il caso e che legge il diario scritto dalla protagonista.  La storia scorre piana verso fino alla fine dove viene dimostrata  che la "tua" diagnosi era quella giusta. Ed è propria le ultimissime pagine del libro che mi sono sembrate  incompleta come se  a quel punto della storia, che ripeto a scanso di equivoci reputo ben raccontata e coinvolgente, ti interessasse solo dirci l'esito, senza aggiungere i particolari. Un "vissero felici e contenti" che magari avresti potuto meglio illustrare. Che ne pensi?

Mi aspettavo  questa domanda.
Devo ammettere che la delusione per la mancanza di pagine con "E vissero felici e contenti" è stata manifestata anche da alcune lettrici.
Capisco che sarebbe stato più appagante per il lettore sapere cosa succede a Maria Sole, una volta che si rivolge al centro di psichiatria dove la sua malattia sarà affrontata e curata, ma ciò avrebbe comportato la descrizione di ambienti tristi dove albergano malattie e infelicità, il dettaglio del registro terapeutico (farmaci, sedute di psicoterapia cognitivo-comportamentale, entrate e uscite dagli ambulatori day-hospital) gli alti e bassi di un umor nero che necessariamente, all'inizio della terapia, si accentua, e così via. A mio giudizio il lettore si sarebbe annoiato, senza contare che per questo ci sono molti manuali e trattati, anche in internet, su come si combatte e si cura la depressione o il panico.
Un finale così strutturato non avrebbe potuto aggiungere niente e così niente toglie alla centralità del tema che è quello dell'incomunicabilità tra madre figlia.
 
Ci sono, inoltre, alcune ragioni intrinseche che non hanno permesso il finale tutto "taralluci e vino". Vediamo quali.
 
1) Una tavola imbandita intorno alla quale si sarebbero potuti ritrovare, nel finale,  i personaggi di questa storia, non sarebbe stata possibile per l'assenza di Violante, morta prima che la figlia riuscisse a trovare la strada per uscire dalla statua di sale;
 
2) Rifuggo dal finale del "vissero felici e contenti" al quale non credo. La felicità è, per sua stessa essenza, difficilmente rappresentabile: ciò che va bene per un lettore non va bene per un altro. Essa è una condizione spesso irraggiungibile, lontana dalla gran parte dell'umanità; il lieto fine può essere una trappola che può indurre in chi legge l'illusione che possa andare bene anche per la sua esperienza di vita. Tuttavia, all'inizio della storia, io parlo di "aurea mediocritas" che Maria Sole crede di aver raggiunto quando realizza il suo primo sogno di libertà: è l'ideale di felicità che più si avvicina al mio pensare.
 
3) Il finale di felicità che pure esiste in letteratura, dal romanzo sentimentale,  al rosa di largo consumo, alla soap opera o fiction televisiva non si sposa con questa storia
 
4) Esiste una felicità propria solo della scrittura che si ritrova in scrittrici  come Marguerite Yorcenar (Memorie di Adriano), Elsa Morante (Aracoeli), Wirginia Voolf, Lalla Romano, Dacia Maraini, Elisabetta Rasy, per citarne solo alcune. In questo caso, della felicità della scrittura che si trasforma in felicità della lettura, il finale se lo elabora il lettore come più gli aggrada, avendo tutti gli elementi per farlo.
 
Tuttavia, poichè è giusto che una storia abbia una sua conclusione il più possibile coerente con il suo svolgimento, nel mio romanzo il lieto fine comincia a trasparire dalla pagina 72 II paragrafo, si condensa nella pag. 92 VII paragrafo e si esterna nella pagina 94 quando Maria Sole dice:
 
"Per me si trattava di non dover più mantenere vivo il ricordo degli anni tristi della mia infanzia e della mia giovinezza: sapevo che dovevo lottare con tutte le forze, cadendo e rialzandomi ogni volta - lo giurai a me stessa - fino al momento in cui la morte, non cercata,  sarebbe stata anche per me  una "dignitosa uscita di scena". E poiché non mi sentivo più oppressa dal ricordo di mia madre e dalla sua ossessiva presenza nella mia mente, questo fatto assunse per il significato della riconciliazione definitiva con Violante."
 
Citazione:
"...la felicità ci viene dal senso che hanno preso le vite per se stesse, senza imprigionamento in se stesse..."
 
Quando nella "NOTA DELL'AUTRICE" io scrivo:
 
"Oggi (Maria sole ndr) è una persona talmente serena da rientrare nell'anonimato dell'umanità che vive e lavora, si riporduce e conclude il suo ciclo secondo l'indulgena del Cielo o del suo destino biologico..."
 
intendo proprio questo, la vita per se stessa, senza imprigionamento in se stessa e, quindi, nella trappola del lieto fine.
 
Per quanto riguarda poi la tua impressione su di me scrittrice che mi astengo da giudizi e da pregiudizi,  ti confesso che questo è il più bel complimento che mi si potesse fare. Se fosse come tu dici, significherebbe aver realizzato una delle mie massime aspirazioni: quella, cioè, di una scrittura  senza infra, se,  perché, però , ecct. che rappresentano il noto io narcisistico dello scrittore che crede di scomparire tra le pieghe del racconto e invece traspare da ogni parte, fino a disturbare la narrazione stessa.
 
Per quanto riguarda le mie cognizioni mediche della malattia del D.P. e della depressione, ciò che so lo ho appreso dalla voce dello psichiatra che ha curato Maria Sole, con il quale ho avuto contatti prima della stesura del romanzo.
Per questo motivo, conoscendo l'esito della storia medica di Maria Sole, ho potuto impostare una ossatura del romanzo che partisse da una tesi e giungesse alla sua dimostrazione. Partire dal prologo del Malato Immaginario per giungere al Giunco Pensante di Blaise Pascal è sato come seguire un flowchart preparato a tavolino.
Forse per questo la storia scorre piana fino alla fine come dici tu.
Anche il mio secondo romanzo "Il Diavolo ha gli occhi azzurri", un giallo psicologico che spero tu vorrai leggere in un prossimo futuro, segue lo stesso iter :   stabilita la struttura della storia,  ho  poi lasciato che fantasia e  penna  mi prendessero la mano.

Dalle tue risposte mi pare emerga la tua indubbia capacità di raccontare delle storie e di proporcele sotto una forma compiuta. Da lettore, anche dei tuoi versi, mi è sembrato che "Tra di noi il silenzio" pecchi di troppa modestia. Hai messo un freno innaturale alla tua naturale tendenza a raccontare, di affabulare, in modo esteso. E' stata forse solo la necessità di non superare un certo limite di pagine o in realtà non hai voluto stancare i tuoi lettori?

"La seconda che hai detto !"  Tanto per parafrasare il famoso santone di Guzzanti.
A parte l'ironia, devo ammettere che mi sono immedesimata, fin dall'inizio, nel lettore che avrebbe dovuto leggere una storia non proprio fantastica. Devo anche confessare che ci sono state due o tre lettrici, mie conoscenti, che addentratesi nella lettura, hanno desistito dal continuare, per timore di trovarvi il fantasma delle proprie paure, rimosse ma non certamente superate, o il ricordo del rapporto vissuto con la propria madre. Sono dell'avviso che un libro non debba stancare il lettore, che, se la storia avvince, vuole arrivare subito al finale. Magari poi ritorna sulla lettura, una due volte per soffermarsi e gustare le pagine a suo giudizio meritevoli di essere sottolineate, memorizzate. E' ciò che faccio io di solito, quando un libro avvince e mi piace.
Inoltre, ritengo che la vita convulsa, specie delle donne moderne, non consenta di soffermarsi tanto a lungo su un libro e così si corre il rischio che il libro venga iniziato e mai finito di leggere.
Quindi, cum grano salis, ho fatto mio il suggerimento che   Edagard Allan Poe dava agli scrittori di racconti: "Fate in modo che per leggere un racconto non occorrano più di due o tre ore: la cessazione del leggere, infatti,  distruggerebbe l'unità e l'impressione del libro". 
Senza confrontarsi con le fatiche di Proust  dei 14 tomi de "La ricerca del tempo perduto" o con  la fantasia Balzacchina che creava opere monumentali,   le centinaia di pagine di solito dedicate dal Bildungsroman alla saga famigliare forse sarebbero state giustificate, nel caso del mio romanzo, se avessi compiutamente parlato di tutti gli altri personaggi della famiglia, non limitandomi cioè a Maria Sole e Violante. Diciamo che trecento no, mai, (non sarebbero sate compatibili col mio stile di scrittura, asciutto ed essenziale, senza forzature per allungare il brodo)  ma forse centocinquanta-centottanta pagine poteva essere "lo spessore" giusto del libro. Purtroppo però, per problemi squisitamente economici stabiliti dall'editore,  sono state stralciate alcune parti, quali quelle riguardanti il diario di Tonio, per me molto coinvolgente perchè dava uno spaccato della lotta studentesteca degli anni ' 70, quelle riguardanti la vita (parallela a quella di Maria Sole) di Carolina ben inserita nella "aurea mediocritas" perché paga dell'esistenza dorata che un ricco marito borghese riesce a darle, ed altri piccoli racconti nel romanzo che non erano proprio  "essenziali" alla centralità del tema ma che, comunque, "facevano" le centosessanta pagine. Le sessanta pagine in più avrebbero portato il prezzo di copertina ad almeno 15 euro: sarebbe stato troppo esoso e certamente la vendita sarebbe stata penalizzata

In ultimo vorrei sapere come percepisci e concepisci il rapporto con i tuoi lettori. Pensi che, almeno per le future tue opere, una critica e una lode potranno essere da te accolte con pari serenità?

Percepire e concepire: due belle domande.
Nel caso di percepire, prendo coscienza (se un lettore si può o non si avvicinerà mai a un mio libro) attraverso la sensazione che io stessa, con la massima concentrazione, ricavo dalla lettura delle cose che scrivo. Cerco di trasferire il mio "sentire" dall'involucro dello scrittore a quello del lettore, lo faccio leggendo e rileggendo, anche cento volte, ciò che scrivo: se c'è anche una minima riluttanza ad accettare esteticamente (secondo le categorie di bello non bello, buono non buono, consistente o vacuo, compiuto o approssimato) una qualsiasi frase, paragrafo, capitolo, allora ciò che ho scritto non piacerà al lettore. In tal caso cerco di riprendere dal punto in cui il lettore avrebbe potuto muovere la critica o il disappunto o il rifiuto e ricomincio. Se l'operazione riesce, allora avverto dentro di me una compiutezza di sensazioni che mi fanno affermare: sì, sono pronta per affrontare il pubblico. Ed è una compiutezza di sensazioni, un ventaglio di certezze che vanno dalla sfumatura dell'aggettivo giusto alla scelta del linguaggio, il più semplice possibile, ma che non deve mai cadere nel banale o nel deja vu.
Per quanto riguarda il "concepire", ritengo che il rapporto tra scrittore e lettore deve essere improntato alla massima sincerità e lealtà possibili. Essendo io una lettrice meticolosa e attenta, capisco quando chi scrive sta mentendo o sta cercando solo mirabilia senza nulla comunicare. Fiztgerald Scott diceva " Si scrive perché si ha qualcosa da dire" ed il lettore vuole trovare realizzata questa massima in ciò che sceglie di leggere. Se non si è in grado di accogliere queste istanze ( della necessità di scrivere perché si ha qualcosa da dire e della necessità di trovare esplicitato qualcosa che non si riesce a dire), il rapporto scrittore-lettore sarà sempre un rapporto mal concepito. Chi scrive deve saper elaborare sul piano logico, emotivo, intuitivo e pratico un progetto di scrittura che è quello che il lettore vuole vedere realizzato. Per questo ritengo che il miglior critico di uno scrittore è sempre se stesso, o meglio il lettore che lui sarebbe se quello stesso libro fosse stato scritto da un altro. E' complicato? Spero di no.
Mi sono già trovata, più volte, a dover accogliere critiche e lodi per lo stesso libro o per la stessa poesia: mi assolvo dalle critiche e cerco di spegnere l'enfatizzazione delle lodi se dentro di me ho attuato quello scandaglio di cui parlavo prima  e sono giunta ad una accettazione serena, senza ciechi innamoramenti o senza biechi maltrattamenti, della mia creatura. Perciò vengano le lodi, vengano le critiche, saranno accettate con uguale imparzialità: in questo momento sono appagata del fatto che il lettore di TRA DI NOI IL SILENZIO ha trovato le risposte che cercava in quel qualcosa che avevo da dire.
 
Appendice
Caro Pietro,
ho letto l'intervista (tutta) in "divenire" del tuo blog. Mi sembra che vada tutto bene. Desidero ringraziarti per avermi dato l'opportunità di parlare del mio libro.
Vorrei che tu copiassi questa pagina sul tuo blog affinché tutti quelli che "ti leggono" sappiano che, anche se proveniente dalla blogsfera e perciò sconosciuto, sei stato un vero amico. Grazie.

Elisabetta Mori

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