Le interviste
Torna in archivio | Torna
al blog | Scrivimi
:: Intervista ad Arsenio Bravuomo ::
Arsenio Bravuomo: «Io ho mai niente da dire» Intervista di Pietro B.
voi avete sempre da dire qualcosa. ma come fate? avete
sempre da dire, sempre qualcosa da dire, dire di qua, dire di là, poi avete
sempre da dire e da ridire. dite e ridite, di qua, di là, di su, di giù. ma
come fate? come si fa ad aver sempre qualcosa da dire?
IO HO MAI NIENTE DA DIRE.
io ho mai niente da dire e a nessuno. ti incontro qualcuno e ho niente da
dirgli (a parte, a volte, offrimi una birra). mi telefona qualcuno e io
ho niente da dire. mi scrivete una mail? ho niente da dirvi. devo fare uno
sforzo colossale per mettere insieme due frasi di senso.
ma che avete sempre da parlare? state un poco zitti, va'.
(da Arsenio
Bravuomo)
Quando ero giovane, anche se qualcuno asserisce che io giovane non lo fui mai,
avevo una vecchia radio FM, acquistata con i miei risparmi, nella quale dopo
poco tempo si ruppe l'asticella che indicava la frequenza. Per essere sicuro di
ascoltare la mia stazione preferita andavo ad accendere la radio di mia madre la
sintonizzavo sulla stazione desiderata e ruotavo la manopola della mia fino al
momento in cui le due radio emettevano lo stesso suono. Ecco, tutto questo per
dirti che io ho cercato con la mia vecchia radio la tua frequenza, ma porca
puttana non la trovo. Non è che, per caso, trasmetti in onde medie?
quand'ero giovane avevo una enorme radio molto /annisettanta/,
cioé, era
di mio padre, lui fissato con la musica, lui fissato con celentano, ed
era una radio grundig, nera, con registratore e casse incorporate e
un'antenna estraibile telescopica lunga un metro, e per sintonizzare la
radio c'era un manopolone grande come un pugno e un'asticella che
correva per tutta la lunghezza dell'apparecchio, ch'era lungo almeno
quaranta centimetri.
un giorno che non so bene per qual motivo ho fatto che mettermi a
segnare i nomi delle stazioni radio appiccicando delle etichettine
rettangolari sul display analogico della radio grundig. insomma avevo un
po' anticipato l'avvento delle radio digitali, nel senso che non dovevo
più sapere a memoria la frequenza di una certa stazione, bastava
leggerne il nome su un'etichetta e spostare col manopolone l'indicatore
fino all'etichetta corrispondente. questo sistema l'ho utilizzato per
degl'anni, quindi vuol dire che anche quella radio ha vissuto parecchi
anni in casa nostra. non così mio padre. ma comunque, nel tempo ch'è
passato mi son accorto che l'etichette si sono spostate,
impercettibilmente, ma si son spostate, ovvero, non segnavano più
esattamente le stazioni che con tanta precisione per un intero
pomeriggio mio di fancazzista avevo cercato e segnato, indelebilmente,
credevo, invece no. la colla avrà fatto reazione con la plastica
sottostante.
volevo ringraziarti per la bellezza della domanda, che m'ha tirato fuori
questa storiella. scritta bene sarebbe un bel racconto.
poi adesso ti rispondo alla domanda vera, quella sulle medie frequenze.
diciamo che a quest'ora della sera, che per metà son già più di là dal
vino che di qua, mi vien d'interpretarla a modo mio e di risponderti:
onde medie. sì, diciamo che me m'interessa di scrivere di cose medie,
fatti medi, persone medie, senz'esser troppo quotidiano o minimalista,
cioé m'interessano poco gli argomenti o i personaggi. poi non è che son
capace di scrivere di persone eccezionali, o fatti eccezionali, son mica
wilbur smith, son mica ammaniti o boh.
cheppoi medie spesso a volte vuol dir mediocri, m'a volte no. cheppoi
tutte 'ste persone eccezionali che ci ritroviam in mezz'ai piedi dalla
mattina alla sera, son mica così eccezionali se vai a vedere (e tutti
quei che voglion poi diventar eccezionali, dalla mattina alla sera, ma
vabe').
mi piace di scriver di gente media, mediamente media, mi piace di
scriverne, ma /senza esagerare/. poi so già che la colla che sta sotto
quel che scrivo farà reazione col materiale su cui è incollata e quel
che scrivo si sposterà impercettibilmente nel tempo, ad indicare qualche
altra cosa, tipo l'etichette delle stazioni radiofoniche sulla nostra
vecchia grundig nera.
Ho scritto "onde medie" per caso in realtà volevo
scrivere "onde corte" perché mi sapeva di programmi che vengono da
lontano, fruscii e sibili insistenti di Radio Mosca e Radio Tirana esotiche e
menzognere e per questo affascinanti. Quindi non volevo dire che nel tuo blog
parli della mediocrità. Volevo solo farti capire la mia difficoltà a
sintonizzarmi sulle tue frequenze. Tutto qui. Ad esempio io il tasto "Shift"
lo premo sempre. Anzi tutta la mia vita è uno "shift" premuto al
momento giusto e rilasciato subito dopo. Forse è per questo che ho deciso di
intervistarti...
sì, lo so che non dicevi quello. ma io *ti volevo dire* invece
proprio quello, cioé che io ho deciso di scriver di gente media (non mediocre),
ma anche mediocre, anche perché io penso no ci sia poi gente eccezionale. non
nel numero che ci fanno credere, perlomeno.
eh.
shift.
boh. shifti? trasli?
le mie frequenze.
boh.
mi piace l'idea dei fruscii, solo che i fruscii ce li ha nella testa la gente
che legge, mica in quel che scrivo io. quel che si scrive è lì, palese, sulla
pagina. i fruscii, semmai, ce li mette chi legge. e ognuno si tenga i fruscii
che s'immagina.
ciuz.
«16 giennajo duemmiladdue: un mio fan m'ha chiesto: ma
perché non metti le maiuscole? eh? perché? per metter le maiuscole bisogna
tenere premuto il tasto shift, gli ho risposto. embè? mi ha richiesto quel fan
lì. allora io gli ho detto: senti, va bene, ma non è che posso sempre starmene
qui a spiegare tutto per filo e per segno». Da qui parte il tuo blog.
Dalla discussione sul non uso dello "shift" che non ti va di spiegare
("Quello che non siamo/quello che non vogliamo" diceva Montale). Visto
che è passato più di un anno non è che ti vada di aggiungerci qualcosa?
ecco. le maiuscole. questo fatto delle maiuscole, cioé il
fatto di non usarle, ha a che fare con varie cose. io lì per lì ho detto al
tipo che son pigro e lo shift, insomma, mi interrompe il flusso scribacchino,
perché, io scrivo poco ma quando scrivo vado a cent'allora, tipo conato di
vomito, o come ti pare.
vabe'.
più tecnicamente, il mio cosiddetto blog è nato prima che io sapessi cosa vuol
dire blog (lo dico anche recentemente. sul mio sito). all'epoca io semplicemente
"prendevo appunti" in diretta sul web. cioé quel che mi scrivevo sul
taccuino lo copiavo sulla homepage del mio sito. e basta. html-parlando facevo
(e faccio) tutto a mano. quindi, a parte qualche sottigliezza, non è che
potremmo definire www.bravuomo.it
un blog. anche perché oltre ai miei appunti quotidiani c'è anche molto
altro.
quindi. homepage di appunti.
appunti vuol dire roba scribacchiata senza pensarci tanto. quindi: sto a perder
tempo a metter le maiuscole dove ci vanno?
un po' sarò pigro, un po' lo faccio apposta.
l'uso mio minimo delle maiuscole ha anche una radice, come dire, informatica,
nel senso che i linguaggi di programmazione e i sistemi *nix like sono
case-sensitive, e si tende a tenere tutto lower-case. ma insomma.
l'inutilizzo delle maiuscole, da parte mia, mi va di utilizzarlo anche come
protesta sociale, nel senso di lasciar perdere certe gerarchie, certi privilegi,
cosìè 'sta storia che certe lettere son più importanti di altre...
ma in fin dei conti è solo una mia comodità. anche perché poi, nel momento in
cui uso una maiuscola, quella assume tutt'un'altra enorme importanza.
(non lo so se mi son spiegato come vorrei, ma tant'è, il vino scorre, certe
femmine mi telefonano di continuo, e la mia testa immagina a manetta)
Ovviamente non potrei continuare l'intervista senza farti una
domanda che riguarda il bere. Ti
cito:
Bevevo perché ero felice ma io non la voleva tutta quella felicità. Non mi
interessa il paradiso. La felicità non ha alcuna attrattiva su di me.
Ci doveva essere stato uno sbaglio, un errore colossale, qualcuno lassù o
quaggiù o per dove non lo so, doveva aver preso un abbaglio, un colossale
gigantesco abbaglio, e mi aveva scaricato addosso tutto quel gran fardello.
Che io mica avevo chiesto. La frase che ho sempre tenuto affissa alla mia
bacheca di polistirolo espanso, dice: Sopporta in pace la fortuna.
Ebbene, mica lo volevo tutto quel successo, così lo boicottavo, boicottavo il
mio stesso successo, ero peggio di un ammutinato, un ammutinato di me stesso.
Ma nel frattempo mi tempravo per cimentarmi con ben altri capolavori, con ben
altre opere, che avrei prodotto di lì a poco.
Volevo solo consumarmi, come una candela, bruciare pacifico e sorridente di negroni.
Anche se ci provavo, a sopportare in pace la fortuna, non ci riuscivo. Era più
forte di me, volevo che smettesse.[...]
Mi stavo rovinando la vita, penserete, mi ero arreso. Avevo smesso
di crederci. E tutti quelli che invece lottavano e ci credevano mi sembravano
tutti, tutti, nessuno escluso, dei poveri perdenti senza speranza, degli ebeti
idioti imbambolati in un sorriso ebete idiota che non gli donava
neppure. Avevo smesso di credere, sì, ma mi bastava una canzone, in spagnolo
magari, messa e rimessa su all'infinito. Non mi importava più di nessun
compromesso. Avevo deciso di non prendere più nessuna decisione. Sarei stato un
parassita, una specie di fallito, tenuto in vita per la grazia misericordiosa di
una anima buona e gentile e misericordiosa. Avrei bruciato la mia intelligenza a
poco a poco, una manciata di neuroni a botta, bruciati con lo zucchero contenuto
nell'alcol, nel gin, nella birra corretta, nel vino, e mi dicevo, non sono mica
il primo, e manco l'ultimo, non mi stavo inventando niente. Avevo bisogno di
imbruttirmi. Il bere mi imbruttiva, ma mi dava un'energia insolita,
insospettata, un'energia e una sincerità, una sincerità che non aveva uguali, in
me. E mi dava la forza per provarci, con la letteratura.[...]
Il mio bere mi dava la misura del mio essere, e divenni molto più
sensibile alla intelligenza e essenza altrui, disprezzavo le menti deboli e
idolatravo quelle scaltre e spesse, amavo le menti spesse, le menti alte così,
come una chuleta al sangue mangiata in sidreria a San Sebastian.
Il mio bere era come attendere una lettera attesa con ansia, la
sofferenza quotidiana di mirare una buca vuota, buca delle lettere delle mie
brame, una buca senza lettere, solo volantini pubblicitari. Quella canzone
spagnola ascoltata all'infinito, ascoltata alla nausea, ascoltata fino a quando
ti sembra impossibile aver ascoltato o ascoltare un'altra canzone, per sempre,
fino a che campi, ascoltarla di seguito e ancora e ancora fino a che hai la
netta sensazione che non se ne andrà mai dalla tua mente, che l'avrai con te,
che ti risuonerà e sarà l'unica canzone nella tua testa, finché campi...
Finii l'acqua tonica consapevole che da quel momento in poi
sarebbe stato solo più gin puro...
Il mio bere era piangere per un fiore o per un ciuffo d'erba che
nasce tra una riga d'asfalto e il marciapiede, la terra che si ribella al
preservativo del cemento urbano, la vittoria della natura sull'uomo, una partita
persa a pensarci bene, era il piangere lacrime di commozione e di unione con
l'universo, era il mio essere espanso e accogliente. Il mio bere.
Era malinconia e pianto. Piansi. Piansi come non mai. Piansi
come se tutta la mia vita precedente fosse stata a secco, fosse stata un deserto
del Gobi. Piansi come se piangere fosse un dovere, fosse fonte si salvezza,
fosse fonte battesimale, piansi e benedissi. Poi seppi che non c'era nemmeno
bisogno di salvezza, che non c'è un male da cui scappare, solo se stessi.
Il mio bere mi portò, oppure io portai il mio bere, a leggere
Post Office di Charles Bukowski. Così lessi la seguente cristallina
frase: "Senti, ragazzo, perché non ti licenzi? Chiuditi in una stanzetta e
mettiti a scrivere. Fai solo quello." Cosa volete che vi dica? Se vi serve
qualche altro commento i casi sono tre: uno, la vostra vita fa schifo, due, non
leggete abbastanza, tre, non bevete abbastanza. E' che mentre scrivo, in
questo preciso momento, ancora la testa non mi gira e nemmanco ci vedo
doppio.
Il mio bere era Ernest Hemingway.
Il mio bere non è mai stata una patetica imitazione di Bukowski. E
se non ci credete non posso mica farci niente, io.
Il mio bere era la chiave della mia vita, e della vita di quelli
intorno a me, era la chiave che apriva tutte le porte e gli sportelli e le
finestre, fors'anche le feritoie. Avevo un rivelatore di fasulli incorporato,
nel mio bere.
Comprai una fiaschetta, d'argento, una di quelle a forma di tasca
di jeans, non saprei descriverla diversamente, con il tappo che s'avvita e non
scappa, non puoi perderlo, una fiaschetta da alcolizzato professionista. Una
fiaschetta per darmi un tono da professionista, nient'altro, in verità.
Bere era rompere la monotonia, la noia, lo sbattimento, era tutto
quello che chiedevo, bere. La vita mi appariva inutile e senza invenzione,
imprigionata in troppe leggi, intenta a non trasgredire troppe leggi, troppe
leggi a cui badare, da non infrangere, troppi cani poliziotto da tenere a
bada.
Il mio bere era l'abbruttimento di me e della mia vita e la mia
vita erano anche tutti quelli che avevano espresso prima o poi un sentimento
d'amore per me, e se l'erano subito dimenticato, l'avevano smarrito, dicevano,
in un lamento di portuali, ne erano rimasti senza, di sentimento per me, ma
forse anche per tutti gli altri. Il mio bere era la corazza contro tutto questo.
Era codardia e morte.
Ero lì da solo accucciato in un angolo che bevevo una birra e lei
mi chiese: "Che stai facendo?" "Do una festa, non lo vedi?"
Tentai di rifugiarmi nei vecchi amori. Tequila e rum. Li avevo
traditi con il gin. Ma anche loro, poi dopo, non smisero di regalarmi certe
soddisfazioni.
Il mio bere era la mia pancia gonfia, di birra certo, e certi
dolorini addominali. Il mio bere era arrivare a casa la sera, la notte, la
mattina, a cavallo del mio scooter o della mia mountain e non riuscire a non
fermarmi fermo diritto davanti al portone di casa, senza restare in equilibrio
per qualche secondo, o forse decimo di secondo (il mio bere era perdere il senso
del tempo), e poi schiantarmi di lato, come in un cartone animato, come fossi
diventato una sagoma di cartone. E restare sdraiato sull'asfalto del marciapiede
a ridere per l'incapacità di scuotermi da dosso lo scooter o la mountain.
Il mio bere ero io. Ero io che ero attratto dal lato marcio del
mondo, praticamente tutto. Ero io che mi piaceva menarmela con tutte le
stronzate sul mondo marcio eccetera. Il mio bere era il mio pisciare
controvento, e sporcarmi tutto. Era parole e musica, parole spese e sprecate più
che altro, parole per far innamorare, era parole per essere amato parole
che mi portassero amore parole parole che portassero amore a me, come
riscatto Volevo solo amore. Come ricatto.
Il mio bere era ritrovarmi a pisciare, nei posti più improbabili,
tipo dentro un cinema, voglio dire, davanti allo schermo, sopra il palco,
lasciando un alone giallo sul telone immacolato.[...]
Io che sono astemio è evidente che qualcosa mi son perduto. O no?
vabe'. io non
lo so cosa ti perdi te. ognuno faccia cosa vuole.
se proprio vuoi saperlo, mi vien in mento un motto (credo sia di
baudelaire, ma non ci giurerei): chi non beve ha qualcosa da nascondere.
non so se è vero. so che quelli che vanno in giro dicendo "io non tocco
un goccio di vino" mi sembrano ridicoli tanto quanto quelli che sono
dipendenti dall'alcol.
ma venendo al racconto, non vorrei essere frainteso. i' son no uno di
quelli che pensano di dover provare tutto nella vita e gli altri son dei
pallemoscie se non lo fanno.
"il mio bere" era un racconto che cercava di spiegare che magari a
volte
uno fa delle cose che non sono politicamente corrette ma va bene lo
stesso, e che a volte le motivazioni sono più complesse di quel che si
può immaginare. il mio bere l'ho scritto in un momento parecchio agitato
della mia vita, quando stavo dietro a una femmina pazza e maledetta. ma
insomma, pensandoci bene, lo scriverei adesso uguale uguale, cambiando
certe virgole, certo.
non so. il fatto è che noi pensiamo di vivere nella landa della libertà,
ma in realtà non siamo liberi di fare niente. niente, proprio niente.
neanche di berci una bottiglia di bardolino in santa pace. non so se mi
spiego.
poi mi piaceva questo non correr dietro alla felicità, far finta di
divergere dalla prassi comune. fare finta perché se ci pensi bene tutti
quanti noi facciamo di tutto per restare infelici, di tutto. non
facciamo altro che tenerci alla larga dalla felicità (devo mettermi a
farti degli esempi, propio?). nel racconto ho cercato di rendere
esplicito tutto questo, dire che io me ne sono accorto. mi vien in mente
un libretto gustosissimo e croccante, "Istruzioni per rendersi
infelici"
di un certo Paul Watzlawick, Feltrinelli. dacci un'occhiata se non l'hai
già fatto. vedi com'è disperatamente semplice la soluzione.
perché poi magari in quel che scrivo ci son dentro io, magari no.
mi piace di pensare che se un' si mette lì a scrivere e soprattutto a
farsi leggere, può mica no esimersi dal tentare di descrivere l'ombelico
di tutta l'umanità...
a ma comunque piace bere solo. se bevo in compagnia va bene lo
stesso, solo divento pericoloso. il bere in compagnia mi ha fatto
scoprire cose di me che non avrei mai immaginato. in un certo senso è
meglio del siero della verità (che bella scoperta dirai tu). quando ci
dai dentro con il bere salti fuori come sei quasi per davvero, e magari
scopri che sei uno stronzo di prima categoria, ma se credi di non
esserlo (essendolo) non è peggio? se ne sei consapevole magari puoi
lavorare per migliorare. altrimenti...
Mi permetto di
citarti ancora in modo da creare un discorso che si ricollega a quanto hai appena
affermato...
[Venner, dos d'agostos] qualcheduno m'ha poi detto che sarei fissato col sesso e
col bere, qualchedunaltro ha usato parole come "osceno" e
"volgare".
poverini. magari quel che scrivo urta loro la coscienza.
io dico che se vogliamo davvero parlare d'oscenità volgare e puzzolente allora
parliamo di quel che ha combinato ieri il parlamento italiano. parliamo di
alcuni personaggi di forz'italia e compagnia bella che, io ne sono
sicuro, pensano davvero che siamo tutti dei poveri coglioni. o
perlomeno ce ne sbattiamo. bravi. cosa volete che vi dica? bravi. io capisco
esser di destra, esser di sinistra, esser post-democristiano, aver delle idee in
testa, magari anche post-fasciste. io capisco tutto. quel che non capisco è
come si fa ad avere al governo e come maggioranza parlamentare una specie di
associazione a delinquere, non so di che stampo, che palesemente protegge gli
interessi di pochi noti. bisogna essere lobotomizzati per non vederlo. tra
vent'anni scopriremo che c'era un'altra p2 o roba del genere, dietro i vari
burattini al potere oggi.
comunque, tornando a quel che scrivo io, ché io ho quasi mai scritto di
politica, avrà pure un contenuto da parental advisory, ma io mica son
qui a fare il catechismo ai bambini. io son uno preciso, mentre scrivo: se uso
la parola culo è perché in quel contesto non posso metterci natiche,
sedere, fondoschiena, didietro, o roba del genere. se
parlo di ubriaconi e di bevute vuol dire che quello è un mondo che mi
interessa. un mondo che voglio raccontare. magari fra due mesi cambio registro.
chenneso.
io mica scrivo sceneggiature di film per famiglie.
e ripeto: l'oscenità non mi appartiene. il senso dell'umorismo, quello mi
appartiene. anche se oggi ho propio poca voglia di ridere.
:o)z
ma l'avete rimirato il nuovo video degli aerosmith, girls
of summer? come posso definirlo, io che son scrittore, un video così, io
che con le parole ci so fare, eh, come potrei definirlo? direi: minchia!
...questo pezzo mostra anche, a parer mio, che dietro la tua scrittura non
ci sia qualunquismo ma voglia di comunicare sotto diverse forme, linguaggi ed esperienze.
Ho mica preso una cantonata?
forse lo accennavo in qualche altra risposta: uno che scrive non
può non
tener conto di quel che gli capita intorno. ma non nel senso che nel suo
diarietto personale ci mette anche un "ah, a proposito, no alla
guerra".
uno scrittore che vale qualcosa ti deve far bruciare il culo, deve
spiattellartele in faccia le contraddizioni evidenti che nessuno vuol
più vedere. apparte che la condizione dell'uomo moderno occidentale è
talmente assurda che non c'è che l'imbarazzo della scelta. ma insomma,
questo...
quel pezzo lì che citi è saltato fuori perché un pomeriggio devo essermi
parecchio incazzato per alcune mail che mi son arrivate, che andavano
bene, andavano benissimo, ma se la prendevano con il fatto che io (io
arsenio) avrei una sorta di mania sessuale o alcolica. e questo può
anche esser vero, ma non c'entra con quel che scrivo. quel che scrivo e
come lo scrivo è il risultato di un lavoro molto preciso, anche se non
sembra. forse non avrei dovuto dirlo così esplicitamente, ognuno capisca
quel che gli pare, però in quel momento l'ho preso a pretesto per tirare
fuori la questione di berlusconi e dei suoi scagnozzi. poi è diventato
di moda. allora ho smesso. quand'è facile dire una cosa tanto vale non
dirla, lasciarlo fare agli altri, che son certamente più bravi di me.
Non ho stilato una una classifica, non penso però di sbagliarmi nel dire che Bukowski sia l'autore che citi di più.
Nel suo libro "Donne" che inizia con una citazione di Henry Chinaski
«Più di un valent'uomo è stato ridotto sul lastrico da una donna», Bukowski
, a pag. 81, scrive:
[...]Mindy mi si struscio addosso e mi baciò. Fu un lungo
bacio. Mi venne l'uccello dritto. Negli ultimi tempi avevo preso un sacco di
vitamina E. Avevo le mie idee sul sesso. Ero sempre allupato e mi masturbavo in
continuazione. Facevo l'amore con Lydia poi tornavo a casa e la mattina dopo mi
masturbavo. L'idea del sesso come cosa proibita mi eccitava, mi faceva perdere
la testa. Era come un animale che ne pugnalasse un altro per
sottometterlo.
Quando venivo mi sembrava di farlo alla faccia della decenza, sperma bianco che
colava sulle teste e sull'anima dei miei genitori morti. Se fossi nato donna
avrei certamente fatto la prostituta. Dato che ero nato uomo, impazzivo per
tutte le donne, e più erano volgari meglio era. Eppure le donne - le donne che
valevano qualcosa - mi spaventavano perché finivano col volere la mia anima, e
io volevo tenere per me quello che ne restava. Di solito andavo matto per le
prostitute, le donne da poco, perché erano dure e insopportabili e non
chiedevano niente. E quando se ne andavano non perdevo niente. Eppure desideravo
con tutto me stesso una donna dolce, buona, nonostante il prezzo tremendo che
sapevo di dover pagare. In entrambi i casi ero perduto. Un uomo forte avrebbe
lasciato perdere. Io non ero forte. E continuavo a lottare con le donne, con
l'idea stessa di donne.[..]
Con le donne pensi di essere un uomo "forte" o la
lotta con "l'idea stessa di donna" ti accomuna con Bukowski?
bukowski è bukowski, mi piace la sua vita e la sua scrittura.
ma io son
no uno che stravede per qualcuno o per qualcosa. non son tifoso di
niente. non c'è niente che "mi fa impazzire". lo stesso per la
musica.
ci son due o tre nomi che considero di riferimento, ma non metto su un
piedistallo nessuno.
quel che mi piace di più di bukowski è il suo dire: lasciatemi in pace.
questo mi accumuna con bukowski. lasciatemi stare. son cazzi miei quel
che faccio io. volete comprare i miei libri? bene. non li volete? vi
fanno schifo? bene. son mica qui a vendere, io. questo m'accumuna con
bukowski.
dovesssi mai pubblicare qualcosa, non credo che farei mai vedere la mia
faccia. perché non è importante, la mia faccia. lasciatemi in pace. al
limite portatemi una cassa di birra, ché la birra costa.
le donne.
a me piace dire che le donne le fanno con lo stampo. ed è una battuta,
certo, ma sotto sotto credo di voler dire che quel che piace a me di una
donna è la sua "donnità", la sua diciamo "essenza di
donna", e la
donnità c'è uguale in tutte le donne. cioé a differenza della
particolare incarnazione (bella, brutta, tette grosse, culo alto o basso
o che) la donnità risulta costante all'interno di tutte le donne. per
dirla da informatico ogni donna è un'istanza della classe della donnità.
ed è la donnità che mi affascina. (nota: donnità non è femminilità)
idea: potrei scrivere un romanzo "alla ricerca della donnità".
ah, annotazione che mi sovvien adesso: io poi son convinto che bukowski
sia molto meno autobiografico di quanto non voglia far credere.
così io.
Ti chiedo un ultimo sforzo. Potresti descrivermi in
cinque-sei pagine dattiloscritte interlinea 1, la tua scrittura, i tuoi temi le
tue parole:
Le parole son scatoloni di cartone.
Ci entro di notte come un barbone.
Ci trovo di tutto, ne sniffo gli odori,
muffe e pidocchi li butto di fuori
con grucce disfatte e maglie strappate,
ottengo scatoloni di parole riciclate.
...dai, magari mi accontento di dieci righe. E' che
leggerti, mi ha fatto piacere...
i' son il signore degl'apostrofi
i' son quel che scrive
prendo e disfo grammatiche
per far su frasi anglofone
prese quasi alla lettera
e trascinate in italiano
(senza esagerare)
c'ho il minimo del lessico a disposizione
non è che mi serva granché
per dir dei poveri e dei disgraziati
per dir male dei ricchi e dei prepotenti
mi servon no grandi schermi e sceneggiate del genere
e voglio manco che qualcuno poi ci trasferisca sopra le mie parole
mi garba la musica
mi garba parecchio
e mi garba che le parole viaggino
libere come certi software
che viaggino
vadano in vacanza
a scampagnare fra i flutti della testa della gente
facciano quello che vogliono
ma non se ne restino qui con me
(ché c'ho poco spazio)
ho cominciato a scrivere per far innamorare una donna
poi un'altra e poi un'altra
(e ha sempre funzionato)
lo so che sembra incredibile
mefistofelico
bergeracchiano
con le donne ho sempre mandato avanti le parole
ho continuato a scrivere non appena mi son accorto che piaceva a qualcuno
poi mi sa ch'è diventata una forma di pazzia
per dirla con certe parole di un certo scrittore defunto
comunque
(tutto questo)
/senza esagerare
/arseni'
E per finire...
quando ti restan solo
patate e parolacce
da mangiare e dire
e la bile t'esce dal culo
diretta come una saetta
acida
allora pensi che la vita fa schifo
il mondo è marcito tutto, propio
e la buona musica e i buoni libri
e quel buono che leggi in giro per questi spazi elettroetnici
(dai nomi orrendi)
(ma vabbe')
non ti accendono dentro manco una lucetta da frigorifero
allora pensi che questa vita fa schifo
irrimediabilmente
che il mondo è marcito del tutto
quando ti restano solo patate e parolacce
e fa freddo
allora magari vai sciabattando fin nello sgabuzzino
grattandoti via placche di forfora dalle orecchie
invocando certi signori, con tutta la loro famiglia e seguito,
viaggi burbero e sobrio come pochi
allora magari
il miracolo si compie
l'invocazione ha un seguito
e una polverosa bottiglia di limoncello
(alleluia! alleluia!)
occultata diabolicamente
dall'ultima donna passata di qua
appare
a restituirmi la speranza in un mondo migliore
by Arsenio
Bravuomo
Torna in archivio | Torna
al blog | Scrivimi
|