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:: Viaggio nella giustizia italiana da Mani Pulite alla Cirami in 999 puntate ::

Sesta Puntata

Sommario

:: Un programma per la giustizia - di Francesco Saverio Borrelli
Sullo scorcio dell'anno appena conclusosi due distinti e in nessun modo collegati provvedimenti giudiziari hanno colpito, con variegato impatto emotivo, l'opinione pubblica italiana, o almeno quella parte di essa che affiora nella grande stampa.
:: Comunisti: indagati, colpevoli, dimenticati - di P. Gomez, M. Travaglio (quarta parte ) 
A partire dal 1987 anche il Pci entrò a far parte in maniera continuativa e organizzata del sistema delle tangenti
:: Mani Pulite - 1992. Mani sporche (sesta puntata)
Di Pietro lavora in silenzio fino a quel 17 febbraio 1992 che cambierà la sua vita. E non solo la sua.
:: Le Fonti
:: I Link


Un programma per la giustizia
di Francesco Saverio Borrelli

(Fonte MicroMega n°1/2003)

Sullo scorcio dell'anno appena conclusosi due distinti e in nessun modo collegati provvedimenti giudiziari hanno colpito, con variegato impatto emotivo, l'opinione pubblica italiana, o almeno quella parte di essa che affiora nella grande stampa. Si è trattato di una sentenza di pesante condanna pronunciata da una Corte d'Assise contro un notissimo quanto anziano uomo politico, e di una misura cautelare emessa in diversa e lontana sede giudiziaria in tutt'altro contesto nei confronti di attivisti di un movimento contestativo. La concomitanza dei due provvedimenti e una certa dose di sorpresa conseguita al loro contenuto hanno dato altro alimento al mai sopito discorso intorno alla giustizia, e anche qualche fonte non sospettabile di secondi fini si è indotta, per incontrollata precipitazione se non per ostentazione di onestà intellettuale, a convenire sulla necessità di riformare i meccanismi della giurisdizione.

È bene dire subito due cose. Anzitutto, nessuna riforma della giustizia, nel mondo civilizzato, potrà mai evitare che una Corte d'Assise assolva o condanni qualcuno che sia stato legalmente tratto a giudizio per rispondere di una qualsivoglia imputazione, giacché il processo e i suoi gradi hanno senso soltanto se non ne sono scontati a priori gli esiti; così come nessuna riforma, verosimilmente, potrà mai impedire al giudice competente di emettere, se ne ritenga esistenti i presupposti, provvedimenti restrittivi, fatte salve le garanzie dell'habeas corpus. Dunque l'occasione per rilanciare un discorso di riforme è stata del tutto impropria.

In secondo luogo, non c'è etica della lealtà intellettuale e istituzionale che, all'indomani di enormità legislative come la legge sulle rogatorie, la svirilizzazione del presidio penale alla trasparenza dei bilanci, la riesumazione del legittimo sospetto, possa giustificare nel momento attuale, da parte di chi abbia veramente a cuore le sorti della giustizia, una manifestazione di disponibilità a dialogare sul tema con una maggioranza che, nei fatti e ugualmente nei progetti, mostra di coltivare della giustizia una visione quanto meno assai parziale, spesso pedestremente strumentale, e, sotto alcuni profili, perfino schizoide.

Beninteso, questo non significa che il mondo della giustizia sia il migliore dei mondi possibili e che non abbia bisogno di mutamenti: l'insoddisfazione per il servizio giustizia - non molto diversamente da quanto accade per la sanità, l'assistenza, la scuola, la ricerca scientifica, il mercato del lavoro, la burocrazia in genere - è diffusa e non possono non tenerne conto in primo luogo coloro che impersonano le istituzioni giudiziarie e che dalla preparazione culturale e dall'esperienza traggono, o dovrebbero saper trarre, una capacità di autocoscienza profonda e impietosa. Dove autocoscienza vuoi dire autocritica prima ancora che lamentazione per gli altrui tradimenti.

Ma la difficoltà ad affrontare con la maggioranza in carica, in qualche misura addirittura con le forze politiche in generale, il discorso sui rimedi alla cronicizzata crisi della giustizia, nasce proprio dalla macroscopica evidenza di un disservizio che sembra perfino inutile analizzare, e che nella dialettica politica e nella sua spettacolarizzazione viene utilizzato per strappare l'applauso ad ogni e qualsiasi proposta innovativa, e per ridicolizzare chi manifesta perplessità come bieco o, nella migliore delle ipotesi, obsoleto sostenitore di un insostenibile status quo. Viene utilizzato, cioè, come cavallo di Troia per contrabbandare anche, se non soprattutto, riforme che con l'efficienza del servizio giustizia hanno ben poco a che vedere e che rispondono a intenti del tutto diversi.

Le tre leggi cui abbiamo fatto cenno poc'anzi ne sono un esempio; altre proposte che sono in gestazione nelle sedi parlamentari ne sono la continuazione; la contrazione delle risorse economiche e umane messe a disposizione dell'organizzazione giudiziaria, e le dichiarazioni del ministro guardasigilli rese in proposito davanti al Consiglio superiore della magistratura ne sono la conferma. E tuttavia, si dice, la crisi esiste, non può essere ignorata, le istituzioni giudiziarie appartengono al sistema operativo delle garanzie, è necessario che con comunità d'intenti maggioranza e opposizione affrontino il problema. 

Già, appunto, comunità d'intenti. Ma se di questa non vengono dati segni inequivocabili, la disponibilità a sedersi attorno a un tavolo è rischiosissima, perché i trabocchetti possono essere innumerevoli, le offerte di transazione e le tentazioni di trovare punti d'incontro intermedio e le negoziazioni di scambio pure, con il risultato di produrre leggi di compromesso, leggi mediocri che sono ben peggiori delle cattive leggi: perché le cattive leggi si neutralizzano o distruggono da sole nell'impatto con la realtà, specie quando sono tecnicamente difettose o costituzionalmente traballanti, com'è accaduto, mentre le leggi mediocri e compromissorie possiedono quel minimo di vitalità che ne assicura la durata.

Non dobbiamo poi dimenticare che l'atteggiamento dell'attuale maggioranza nei confronti della magistratura e dei meccanismi di funzionamento della stessa è fortemente permeato da un sentimento di punizione e rivalsa, che non origina soltanto dalle supposte persecuzioni giudiziarie delle quali sarebbero vittime le società e i protagonisti dell'impero economico del presidente del Consiglio, compreso lui stesso che non tralascia occasione per ricordarlo al mondo intero.

Origina anche dalla retrospettiva gestione storiografica d'affari che, senza pudore alcuno per acrobatiche virate di giudizio, senza memoria per le accensioni d'entusiasmo di un decennio addietro, senza gratitudine per le fluttuazioni della storia che li hanno portati al potere, molti settori del cosiddetto Polo delle libertà hanno intrapreso quanto alla classe politica della Prima Repubblica riabilitando personaggi e correnti quasi che la corruttela, di cui tutti parlavano e di cui finalmente si era occupata anche la magistratura, fosse stata un perverso inganno ottico allestito e coltivato da pubblici ministeri illusionisti, naturalmente in combutta con gli eredi dello stalinismo.

 In questa situazione è arduo pensare che le riforme prossime venture, concepite e gestite nella matrice avvelenata di una maggioranza vendicativa e interessata, possano giovarsi di un'evoluzione appena significativa grazie alla disponibilità e collaborazione di chi, in parlamento o fuori di esso, voglia applicarsi con serenità, lucidità, competenza e razionalità alla soluzione del groppo di problemi in questione. 

Non c'è dubbio, dicevamo, che l'utente della giustizia registra la percezione di un funzionamento insoddisfacente del servizio. La percezione potrebbe essere influenzata da fattori psicologici extra-funzionali, dal momento che il contatto con la giustizia, civile e a maggior ragione penale, si verifica nella stragrande maggioranza dei casi per effetto di situazioni esistenziali che, perfino nella spersonalizzazione che può caratterizzare il contenzioso patrimoniale dei grandi soggetti economici, non possono non riflettere un alone di sgradevolezza sugli strumenti offerti dalle istituzioni per il superamento delle crisi e la risoluzione delle conflittualità; sulle risorse di tempo e denaro che non soltanto le parti interessate sono costrette a dedicare ai procedimenti; sul bilancio consuntivo globale che, all'esito, il cittadino traccia, e che è sempre in perdita nonostante il riconoscimento totale o parziale dei diritti fatti valere.

Ne può trascurarsi il martellamento dei mezzi d'informazione, soprattutto di alcuni, nei quali il maggiore spazio viene dedicato ai casi e agli aspetti-limite della vita giudiziaria, perché lo scandalo fa clamore e il clamore fa vendere, mentre si reputa non esigibile da quotidiani e settimanali un generalizzato impegno ad accrescere la cultura civica dei lettori ai fini di una ricezione criticamente ragionata delle notizie di cronaca. Si pensi, per esempio, alle tem-este emotive che vengono scatenate intorno alle vicende che interessano minorenni o in cui grovigli familiari affettivi inducono un forte sentimento d'identificazione nei lettori-spettatori, un'identificazione che costituisce la peggiore premessa per la comprensione degli esiti giudiziari di quelle storie.

Ma naturalmente il problema della giustizia non può ridursi a un fatto di percezione, ne la sua descrizione può affidarsi ai risultati di sondaggi, quantunque non si insista mai a sufficienza sulla rilevanza enorme che l'atteggiamento psicologico-culturale della popolazione, di fiducia o sfiducia, di stima o disistima, di solidarietà o di estraneità, riveste per il funzionamento delle istituzioni pubbliche e private. Occorre, ancora, dire che la percezione dell'utente ha carattere di globalità, nel senso che spesso non distingue, ne si potrebbe pretenderlo costantemente dai profani, tra l'incidenza che negli esiti dispiega la legislazione vigente (a sua volta sostanziale ovvero processuale) e quella che è riconducibile al magistrato sotto il profilo della comprensione e interpretazione dei fatti e delle norme, nonché della diligenza. 

Se tralasciamo l'aspetto della legislazione sostanziale, che aprirebbe un discorso di enorme vastità, innanzi tutto dobbiamo chiederci - affiancando possibilmente dati oggettivi alle percezioni - quale sia il versante in cui si annida la criticità massima della giustizia: quello della qualità intrinseca degli interventi decisori della magistratura, con i sottoquesiti in ordine alla professionalità dei magistrati (aspetto tecnico-culturale) e alla loro neutralità (aspetto etico-deontologico), ovvero quello della quantità degli interventi in relazione al volume della domanda proveniente dalla collettività.

Sebbene qui ci si debba limitare a un discorso di metodo, sembra di poter dire con sufficiente sicurezza che la criticità più acuta si rinviene negli indici di produttività del sistema e correlativamente nei suoi tempi di risposta, come del resto le condanne infìnte dalla corte di Strasburgo stanno a dimostrare, e come il presidente della Repubblica, privilegiando (insieme con quello dell'indipendenza dei magistrati) questo problema su ogni altro, da tempo ha preso l'abitudine di sottolineare.

In una prospettiva ideologica per cui l'essenza della giustizia venga dedotta da un'idea assolutizzata, più o meno fondata su principi di eterna evidenza insiti nella natura umana, è comprensibile come la durata temporale che ai meccanismi a ciò deputati occorra per risolvere le controversie o per infliggere la punizione al delinquente abbia un'importanza relativa. Il perentorio valore dell'obiettivo perseguito, del fine ultimo di giustizia attributiva o distributiva o punitiva rende trascurabile la misurazione dei mezzi asserviti alla bisogna e dei costi sociali sostenuti: ciò che conta è la meta.

All'estremità opposta noi troviamo una concezione laica e moderna della giustizia, che non rinunzia ad aspirazioni di alto profilo, ai valori forti positivizzati nelle carte costituzionali, ma che vede nel diritto oggettivo non un fine bensì lo strumento storicamente condizionato per garantire la pacifica convivenza dei consociati, il fluire ordinato delle relazioni intersoggettive, la reciproca prevedibilità dei comportamenti, l'utile composizione dei conflitti e l'efficace correzione delle devianze ove ne ricorra la necessità.

Non è difficile riconoscere in tale ottica quella generalmente corrispondente alla sensibilità media, comune a tutto il mondo occidentale. E sappiamo tutti quanto poco l'amministrazione della giustizia - sempre più spesso denominata «servizio giustizia» e sempre meno caratterizzata come «potere», salvo che per gli aspetti coercitivi che ne condizionano l'inserzione nella dinamica sociale - possa prescindere dalla considerazione del fattore tempo e dalla connotazione valutativa che la lunghezza o la rapidità delle procedure riflettono sull'efficacia dell'amministrazione stessa.

Intesa, in altre parole, la giustizia non solo come puro meccanismo, la dimensione temporale non ne è una variabile indifferente, bensì concorre come fattore positivo o negativo di utilità e accettabilità del risultato di quel meccanismo, sia nel campo civile sia in quello penale. Enormemente più delicato si fa il discorso se, astraendo artificiosamente dal fattore tempo, ci volgiamo agli aspetti qualitativi del lavoro giurisdizionale dei magistrati per trame valutazioni di carattere generale. Più delicato perché, trattandosi di giudicare la 12 bontà del servizio reso alla collettività organizzata, il criterio non può essere cercato tautologicamente all'interno del sistema giudiziario stesso.

Non, ad esempio, nell'indice di uniformità tra le decisioni rese, processo per processo, nei vari gradi, perché la pluralità dei gradi è finalizzata precisamente alla possibilità di ridiscutere gli esiti precedenti, e la tendenza all'uniformità sarebbe sintomo, a dir poco, assai ambiguo. Non, altro esempio, nella ricchezza ed erudizione della motivazione in diritto delle sentenze, come un tempo si usava in occasione dei passaggi di carriera dei singoli magistrati, perché la società non ha bisogno di esibizioni accademico-dottrinarie che prolungano i tempi di elaborazione e appesantiscono i fascicoli, ma semmai di decisioni puntuali in cui siano chiari il principio di diritto adottato e la ricostruzione del fatto.

Il criterio dunque va cercato fuori. È vero che, in parte per ragioni già accennate, la credibilità della magistratura ha subito fieri colpi in vari settori dell'opinione pubblica. La pluriennale campagna con accuse di politicizzazione ha intaccato la fiducia nella sua imparzialità, mentre talvolta si lamenta un'inadeguatezza di competenze in campi specialistici, specie nelle piccole sedi dove il ventaglio delle esperienze è inevitabilmente più ristretto. Le oscillazioni giurisprudenziali, poi, anche a livello di legittimità vengono percepite come cause di incertezza del diritto piuttosto che come ricerca dell'assetto interpretativo più conveniente. In generale il rapporto tra operatori - avvocatura compresa - e utenti soffre di difetti di comunicazione che generano gravi incomprensioni nei profani.

Ma, se prescindiamo dall'aspetto temporale e ovviamente anche dal riferimento a interessi particolari di singoli utenti o corporazioni di utenti, la società non dispone di strumenti che siano stati omologati per misurare in modo oggettivo il grado di accettabilità qualitativa del servizio e nemmeno quello delle singole pronunzie. D'altra parte non possiamo nemmeno trascurare indici nettamente positivi d'altro genere, seppure privi di codifica docimologica, come l'amplissima e rispettosa ospitalità che nelle riviste giuridiche, dalle più antiche e prestigiose alle più semplici e pragmatiche, gestite per lo più da professori universitari e da avvocati, ricevono sentenze civili e penali di merito e di legittimità; come l'alta considerazione di cui la nostra magistratura gode all'estero in ambienti sia giudiziari sia accademici; come la fama pure intemazionalmente diffusa di forte indipendenza della categoria rispetto agli altri poteri istituzionali e ai poteri di fatto.

Indici positivi, che inducono a negare che il problema cardine della macchina giudiziaria italiana, fatte salve eccezioni statisticamente limitate e sicuramente più rare di quanto accada entro altre categorie professionali nel pubblico e nel privato, consista in carenze di professionalità o inadeguatezze etico-deontologiche. L'angolo visuale della qualità del servizio offre l'opportunità di toccare qui l'argomento dei rapporti tra pubblici ministeri e giudici, in quanto rilevanti sotto il profilo della terzietà e imparzialità che si richiedono al giudice penale. In un passato ormai abbastanza remoto, e in un clima di bonaria fiducia, non si faceva caso a comportamenti che nulla avevano a che vedere con la sostanza del problema, ma semmai con aspetti di puro galateo, ai fini dell'immagine offerta all'utente profano: episodi, ormai quasi del tutto scomparsi, di apparente familiarità e frequentazione tra giudici e procuratori, non dissimili da quelli che ovunque caratterizzano anche i rapporti con gli avvocati, ed eventualmente di occasionali contatti fuori contraddittorio.

Ma occorre dire alto e forte che la questione dell'unicità di reclutamento, di ruolo e di carriera, che si agita da lungo tempo, è priva di qualsiasi consistenza ed è visibilmente pretestuosa. Le testimonianze personali, anche di chi ha avuto occasione di trasmigrare dall'una all'altea funzione, non sono attendibili come prove, e ne faremo a meno. Ma del tutto artificioso è il sospetto, finché rimane mero sospetto, che l'appartenenza alla stessa carriera, la colleganza, l'eventuale contiguità di ufficio possano generare nel giudice una gratuita proclività a simpatizzare con le tesi dell'accusatore piuttosto che con quelle del difensore. Se ci si libera della tirannia degli pseudoconcetti - che, è stato detto, sono ottimi servitori ma pessimi padroni - e di una certa passiva disponibilità a recepire diffidenze plebee che scorgono ovunque collusioni (e gli avvocati, spesso vittime di sospetti del genere, dovrebbero saperne qualcosa), non resta che formulare un'esortazione e un auspicio: che si verifichi sul campo, com'è doveroso nel quadro delle scienze mondane, con un'indagine più o meno estesa, se, in quale misura e con quale frequenza le richieste dei pubblici ministeri, diverse da quelle di proscioglimento o di archiviazione, vengano accolte dai giudici, e per quale percentuale degli accoglimenti affiori allo stato degli atti un dubbio di ragionevolezza.

Soltanto all'esito di un'accurata indagine statistica di questo tipo, che ponga in luce un tasso di scostamenti dalla ragionevolezza dotato di significatività, avrà un senso affrontare il tema della separazione delle carriere e dell'abbandono di una tradizione più che secolare di unità che ha prodotto indiscutibili frutti quali la condivisione della cultura della giurisdizione e la possibilità, transitando da una funzione all'altra, di utilizzare esperienze eterogenee. Tenendo presenti, peraltro, due osservazioni: in primo luogo, che la rottura del vincolo ordinamentale tra giudici e pubblici ministeri inevitabilmente attrarrà questi ultimi nell'area del potere esecutivo attraverso una rigerarchizzazione interna e una successiva sottoposizione a direttive esteme, donde di riflesso la perdita d'indipendenza anche del giudice penale cui il materiale perverrà filtrato dall'esecutivo; in secondo luogo, che per coerenza e a maggior ragione dovrebbero poi recidersi vincoli e canali tra le magistrature giudicanti di prima istanza e d'appello, e tra queste e la magistratura di legittimità, se la comunanza di carriera è di per sé ragione di sospetto.

Il discorso sulla separazione delle cartiere ha lasciato emergere un criterio metodologico che riteniamo debba seguirsi nel tentare di rispondere al drammatico interrogativo sul «che fare». La conce-ione laicizzata del diritto oggettivo come strumento per perseguire i fini, che la società si pone, deve indurre a privilegiare scelte pragmatiche piuttosto che riformulazioni concettualmente dedotte, beninteso entro il quadro dei principi tracciati dalla Costituzione. Di qui l'importanza fondamentale delle rilevazioni sul terreno, delle statistiche, del monitoraggio non solo sotto il profilo degli input nel giudiziario e degli output finali, ma anche e soprattutto dal punto di vista interno ai meccanismi processuali, per individuare gli snodi funzionali dove più frequentemente si formano gli ingorghi e si verificano le irrazionalità. Di qui anche l'importanza, mi imbarazza dirlo, di leggere le relazioni annuali dei procuratori generali (e i documenti ad esse allegati), non per pescarne solo gli spunti di consenso o di polemica di fronte alle iniziative del governo, ma per coglierne le osservazioni tecniche utili agli interventi sulla realtà. 

Scoprire correlazioni non sempre significa focalizzare nessi causali, e focalizzare nessi causali non sempre permette di rimediare agli inconvenienti, nei contesti ad alta complessità o addi-ittura caoticità, specie quando ci s'imbatta in esigenze rigide e insensibili agli sforzi di ottimizzazione. La conoscenza tuttavia, anche se talvolta è arduo trarne un'indicazione positiva e univoca d'intervento, serve quanto meno per evitare di adottare presunti rimedi non idonei alla bisogna. In quest'ordine d'idee, e senza pretendere di articolare piani e programmi che aggiungerebbero rumore a rumore, possono proporsi le seguenti tesi.

1) L'ipotesi di riparare all'abnorme durata dei processi con un proporzionale aumento del numero dei magistrati togati è irrealistica perché l'aumento dovrebbe essere macroscopico, implicherebbe analogo incremento delle strutture di servizio, e in ogni caso presupporrebbe un abbassamento delle soglie di selezione, nei concorsi, al di sotto della decenza. 

2) Occorre pertanto utilizzare al meglio le risorse esistenti: questo significa ridistribuire le sedi giudiziarie, mediante soppressioni e concentrazioni, in modo che la loro dimensione non scenda al di sotto di un range ottimale di funzionalità da verificarsi, e in passato già verificato con appositi studi dal Consiglio superiore della magistratura. 

3) E necessario ridurre al minimo l'utilizzazione dei magistrati in 15 compiti, sebbene graditi e ricercati, diversi dalla giurisdizione, all'esterno come all'interno degli uffici giudiziari (corollario: attribuire per intero al dirigente amministrativo la responsabilità dei servizi, secondo le esigenze dettate dal dirigente magistrato), vietando inoltre ogni tipo d'incarico extragiudiziario anche meramente occasionale (lezioni, conferenze, corsi universitari).  

4) II Consiglio superiore della magistratura deve provvedere a coprire i posti che si rendono disponibili per collocamento a riposo prima che la vacanza si determini; e a pubblicare immediatamente, salvo delibera di congelamento, quelli che si rendono disponibili per trasferimento, coprendoli entro un termine prefissato. 

5) Le circolari elaborate dal Consiglio superiore della magistratura per quanto riguarda l'organizzazione interna degli uffici devono essere abbondantemente sfoltite, per lasciare ai capi degli uffici un'ampia, elastica discrezionalità nell'impiego delle risorse umane secondo le esigenze locali e secondo piani gestionali biennali e standard minimali di produttività individuale che a consuntivo permettano di valutare la conduzione dell'ufficio da parte dei capi e dei semidirettivi, anche ai fini di carriera. Piani che non potrebbero non comportare una coerente attenzione dei singoli magistrati ad una gestione programmata dei propri ruoli, mediante calendarizzazioni eventualmente concordate con le parti. Sempre con cadenza biennale potrebbe prevedersi l'obbligo per ciascun magistrato di redigere un'autorelazione descrittiva e avalutativa sull'attività svolta, che il capo dell'ufficio inoltrerebbe al consiglio giudiziario con eventuali proprie osservazioni. Va da sé che capi e consigli giudiziari dovrebbero svolgere un controllo assiduo sulla produttività dei colleghi; e che alcune larghezze attualmente usufruite, come per esempio la durata delle ferie annuali e la rarefazione degli impegni in prossimità delle festività tradizionali, andrebbero prudentemente rivedute.

6) I compiti oggi svolti dal Consiglio superiore della magistratura in tema di formazione (iniziale e permanente) devono essere delegati ai consigli giudiziari presso le Corti d'Appello, e gli incontri di studio organizzati localmente su argomenti scelti con riguardo a esigenze specifiche d'aggiornamento, salva la centralizzazione di incontri destinati ai soli capi degli uffici. Discutibile la creazione, pure da tante parti auspicata, di una scuola superiore per la magistratura: perché contribuirebbe alla creazione di un elitario spirito di casta con accentuazione della tendenza autoreferenziale già presente tra i magistrati, e perché la vera formazione professionale si opera sul campo, non già protraendo costosamente il già lungo curriculum universitario e postuniversitario. La nascita delle scuole di specializzazione comuni per aspiranti magistrati, avvocati e notai fornisce lo spunto per immaginare che il praticantato degli avvocati possa svolgersi direttamente presso uffici giudiziari, oltre che in studi professionali, come avviene in altri paesi europei: con vantaggio per l'ufficio, che si gioverebbe di un ausilio operativo gratuito, e per il praticante, che assimilerebbe un'esperienza per lui utile.

7) Le modalità di notificazione e comunicazione degli atti, nel processo civile come nel penale, devono essere decisamente attualizzate, con la collaborazione della categoria forense, senza che il riguardo dovuto alla corporazione degli ufficiali giudiziari freni un'ampia adozione di strumenti postali, telematici, informatici. Gli atti processuali, specie penali, dovrebbero venire totalmente conservati su cd-rom, e nella stessa forma rilasciati in copia a parti e difensori. 

8) Le regole processuali a garanzia del contraddittorio dovrebbero robustamente integrarsi con codici di deontologia forense e di organizzazione degli studi professionali, allo scopo di restringere al possibile gli spazi per eccezioni caviliose finalizzate al rifiuto o alla dilazione del processo. 

9) Deve imporsi, per quanto riguarda la motivazione dei provvedimenti, la cultura della stringatezza, con divieto di vanitose elucubrazioni dottrinarie non indispensabili per la chiara definizione del principio di diritto che governa la decisione, e con opportuna messa in guardia contro la tentazione informatica di trasfondere, anziché sintetizzare, nella motivazione in fatto il contenuto degli atti probatori.

10) Nel processo civile l'appellabilità delle sentenze dovrebbe essere fortemente limitata, sulla base di criteri di valore e/o di materia; analogamente nel processo penale dovrebbe essere esclusa l'appellabilità delle sentenze pronunziate a seguito di rito ordinario (nella pienezza, cioè, del contraddittorio). Il ricorso per cassazione, come previsto dall'ari. 111 della Costituzione, dovrebbe essere ristretto ai soli casi di violazione di legge, e ciò eviterebbe gli sconfinamenti nel merito cui spesso la corte di legittimità indulge. 

11 ) Assolutamente indispensabile è la totale equiparazione del regime della prescrizione penale a quello della prescrizione civile, sotto il profilo dell'effetto interruttivo-sospensivo del promovimento dell'azione, essendo semplicemente insensato che la prescrizione continui a correre mentre pende il processo. La modifica stroncherebbe come improduttiva ogni tattica dilatoria.

12) Nel processo penale dovrebbe generalizzarsi la possibilità di dichiarare impromovibile l'azione, beninteso in virtù di provvedimento del giudice e non di arbitrio unilaterale del pubblico ministero, nei casi di inoffensività o di scarsa offensività del fatto, tenuto anche conto della personalità dell'autore. 

13) Più in generale l'area del diritto punitivo dovrebbe aprirsi a una ventata di ossigeno: non già con un'utopistica abolizione della 17 pena, ma con l'abbandono delle concezioni kantiane ed hegeliane dell'inflizione del male ai fini del ristabilimento del bene, del carcere come retribuzione ed espiazione delle malefatte. Il sistema dovrebbe decisamente orientarsi, a parte lo sfrondamento della casistica barocca di stampo germanico che caratterizza il codice Rocco, verso il disinnesco dei fattori sociali e individuali della criminalità, verso la risocializzazione del reo, verso una concezione del trattamento sanzionatorio come strumento di prevenzione generale e di rafforzamento della coscienza della legalità nei consociati, piuttosto che continuare a considerare il carcere come mezzo d'elezione per fronteggiare la devianza. Le infrazioni alle regole cosiddette obstacle, che non ledano beni fondamentali della persona e della convivenza civile, dovrebbero essere tutte depenalizzate e colpite con sanzioni di tipo diverso, ovvero prevenute con incentivazioni positive quando la materia si presti (territorio, ambiente, igiene eccetera); mentre la giustizia solenne dovrebbe riservarsi ai crimini, facendosi «rara e di qualità per mantenere la propria potenza simbolica», come è stato detto.

14) La società civile dovrebbe essere stimolata a produrre nel proprio seno, con corrispondente sgravio della giustizia statale, strumenti e modalità di definizione rapida delle conflittualità - mediante composizione o giudizio — insorte in settori particolari di operatività o di casistica (stampa, condominio, trasporti, danni a cose, appalti di servizi, somministrazioni eccetera), sull'esempio di quanto è stato fatto già da molti decenni nel campo della pubblicità commerciale con il codice di autodisciplina pubblicitaria. Ciascuna delle tesi, o per meglio dire ciascuno dei temi che senza ambizione di completezza o d'originalità, e senza preoccupazioni di consonanza o dissonanza con altrui proposte, si sono elencati meriterebbe probabilmente ben più ricche premesse e ben più ricchi sviluppi. Valgano essi per ora come testimonianza, modesto frutto di un'esperienza di lungo corso compiutasi nel vigore dell'etica ateniese dell'isonomia, secondo cui tutti sono, o dovrebbero essere, uguali di fronte alla legge (ovvero: «la legge è uguale per tutti»). Sembra che nelle aule giudiziarie, d'ora in avanti, accanto alla scritta con quell'altissimo, perentorio, dirompente, e, di fatto, incomodo principio di civiltà, debba potersi leggere anche che «la giustizia è amministrata in nome del popolo». Pura, ovvia, ridondante constatazione? Promessa di salvaguardia per coloro che il popolo ha scelto? Al prossimo futuro l'ardua sentenza.

(Questo spazio è aperto ad ogni contraddittorio. Fatevi avanti!)


Comunisti: indagati, colpevoli, dimenticati
di Peter Gomez, Marco Travaglio
(2)
(quarta parte)

I peggioristi sul metrò

«A partire dal 1987 anche il Pci entrò a far parte in maniera continuativa e organizzata del sistema delle tangenti. Mentre fino ad allora il Pci aveva ricevuto sporadicamente, per il tramite di Natali [Antonio Natali, presidente socialista della Metropolitana milanese], delle contribuzioni illecite, a partire da questo momento una quota fissa fu destinata alle casse della federazione milanese del partito attraverso l'attività svolta da Soave [Sergio 211 Soave, allora vicepresidente della Lega delle cooperative lombarda] e soprattutto da Carnevale [Luigi Carnevale, vicepresidente della Mm]. Per contro, proprio dal 1987, anche le cooperative legate al Pci, sino ad allora escluse, entrarono nel "sistema Natali" alle condizioni imposte alle altre imprese, cioè l'aggiudicazione di appalti attraverso il pagamento ai partiti di una quota percentuale al valore della commessa».

Cosi scrivono i giudici della VII sezione del Tribunale di Milano, presieduta da Carlo Crivelli, nella sentenza di primo grado sulle tangenti per la metropolitana milanese, depositata il 15 luglio '96. Fra gli imputati, insieme a Craxi, al numero tre della Fiat Francesco Paolo Mattioli e altri, siedono due pezzi da novanta del Pds milanese: il segretario provinciale Barbara Pollastrini e l'onorevole Gianni Cervetti, accusati di corruzione. La prima è un'occhettiana, il secondo un «migliorista» (corrente di Napolitano e Macaluso). Ma - si legge nella sentenza - «a livello di federazione milanese l'intero partito - e non solo alcune sue componenti interne - venne direttamente coinvolto nel sistema degli appalti Mm, quantomeno da circa il 1987 [...]. Da tale periodo l'alloro Pci fu inserito a pieno titolo nel novero 'dei partiti politici che partecipavano alla spartizione delle tangenti proveniente dalle imprese che acquisivano gli appalti di Mm».

C'è anzitutto il racconto di Carnevale, fra i primi arrestati di Mani pulite, reo confesso: «Sin dal 1982 fino al giorno del suo arresto nei primi di maggio del 1992 - ricordano i giudici - egli fu ininterrottamente membro del Cda di Mm su designazione del Pci-Pds, ricoprendo dal 1990 anche la carica di vicepresidente, e già al momento dell'insediamento l'alierà presidente Natali lo mise al corrente della prassi tangentizia». Prima del 1987 le coop rosse avevano «garantita una certa quota di mercato senza che dovessero effettuare alcuna contribuzione illecita al sistema dei partiti». In cambio, i consiglieri d'amministrazione del Pci non disturbavano il «sistema Natali». E le coop ricambiavano il partito con i soliti finanziamenti sottobanco. Ma «il quadro muta a partire dal 1987»- perché - spiega Carnevale - quel sistema «non aveva portato buoni frutti per il partito». Cosi le coop e il Pci entrano ufficialmente «nel sistema degli appalti». 

Nel senso che le coop «incominciarono a pagare una percentuale sul valore della commessa per ottenere gli appalti, al pari delle imprese». E «il Pci-Pds milanese iniziò a ricevere in via sistematica le contribuzioni illecite versate dagli 212 imprenditori, al pari degli altri partiti». Il «collettore delle tangenti per il Pci» è Soave, che funge anche da cassiere per conto degli altri partiti «per le tangenti delle imprese del settore impiantistico ed elettromeccanico», mentre per gli altri settori raccoglie tutto il De Maurizio Prada e poi divide la torta (la quota Pci era il 18,5 su ogni tangente). Carnevale «svolse una funzione di supporto e affiancamento a Soave»; il suo ruolo, all'interno del Cda della Mm, era quello di «controllare che in sede istituzionale venissero avallati gli accordi intervenuti fra imprese e politici; mantenere i rapporti con gli altri partiti; e in qualche occasione ricevere il denaro da Soave perché, previa detrazione della quota spettante al Pci, venisse consegnato a Prada».

Poi, «dal settembre 1990, Carnevale subentra definitivamente a Soave» anche come collettore del neonato Pds. Nuovo partito, nuovo cassiere. Anche perché Soave era stato «inquisito per la vicenda di «Lombardia Informatica» [una delle inchieste progenitrici di Mani pulite] e non era ben visto all'interno del partito, in quanto si dubitava della sua correttezza nella ripartizione delle somme, nel senso che si temeva che privilegiasse la corrente migliorista». Carnevale racconta che «il passaggio delle consegne fu deciso dall'allora segretario del Pds milanese, Roberto Cappellini». Ma a quanto ammontavano le tangenti «rosse» per la metropolitana? Soave - anche lui reo confesso - «ha ammesso di aver ricevuto in più occasioni dal consorzio di imprese aggiudicatarie degli appalti Mm - la somma di lire 5-6 miliardi per l'appalto relativo agli impianti elettrici ed elettromeccanici.

Ricevuto il denaro da Natale Baiarmi [rappresentante della capocommessa, la Castagnetti], Soave inizialmente lo consegnava, in buste di carta, a Cappellini, in seguito a Carnevale e Prada». Cappellini, sia pure con «dichiarazioni reticenti e su alcuni aspetti assolutamente non credibili, ha ammesso di aver ricevuto delle somme di denaro in nero: nel periodo tra il 1988 e il '90, circa 150.000.000 da Soave e da Carnevale altri 150.000.000, ignorandone - a suo dire - l'origine illecita». Il che per il Tribunale è «inverosimile», anche perché poi i finanziamenti «non venivano contabilizzati». Dopo Soave arrivò Carnevale, che «complessivamente ricevette per conto del partito la somma di 2.100.000.000 di lire: due terzi li consegnò a Cappellini, un terzo a Cervetti». Nel maggio '92, dopo gli arresti, il partito nomina tre «saggi» per studiare i finanziamenti occulti della Tangentopoli rossa. Ma «con riferimento al periodo 1986-90, i saggi non hanno potuto reperire le pezze giustificative» per rendersi conto di quel che è accaduto.

I documenti sono spariti. «Una circostanza assai indicativa - secondo il Tribunale - sintomatica della volontà di occultare sia le modalità di reperimento delle risorse finanziarie sia i costi effettivamente sostenuti». È comunque «pacifico che il Pci-Pds, dal 1987 al febbraio 1992 ricevette, quale percentuale del 18,') circa sul totale delle tangenti pagate dagli imprenditori ag-giudicatari degli appalti di Mm, una somma non inferiore ai 3 miliardi, di cui almeno 2.100.000.000 raccolti da Carnevale». Barbara Pollastrini (anche lei arrestata nel '92) risponde di concorso morale in corruzione. A tirarla in ballo è il compagno Soave. Che racconta a Di Pietro la svolta tangentizia del 1987, quando «Carnevale mi disse che aveva ricevuto indicazioni dal PCI di entrare anche noi a pieno titolo nella spartizione».

Ma Soave non si fida di Carnevale e - scrivono i giudici - «decise di sondare i vertici del partito per avere precise garanzie circa il "nuovo corso" da seguire. Fu così che all'insaputa di Carnevale senti l'esigenza di parlare della questione, pur con le dovute cautele, con il segretario della federazione Barbara Pollastrini. Il colloquio, data la delicatezza dell'argomento, avvenne durante una passeggiata attorno alla sede della Federazione [...] alla fine degli anni '80. Soave riferì alla Pollastrini che dagli appalti Mm il partito avrebbe potuto ottenere alcune centinaia di milioni nel giro di qualche anno [...]. Il segretario diede implicitamente il proprio assenso, pregando Soave di assicurarsi che i soldi rimanessero alla federazione milanese, tenendo all'oscuro dell'esistenza di tali entrate sia il vertice nazionale del partito che le stesse cooperative. Alla richiesta di Soave su chi dovesse essere il destinatario finale delle tangenti, la Pollastrini lo indicò in Cappellini, nominativo già indicategli dal Carnevale». 

Ma questo racconto non basta ai giudici per condannare la Pollastrini. Sia perché Soave «apparteneva alla destra del partito, viceversa la Pollastrini era una sostenitrice dell'area di centro e sosteneva la linea di Occhetto», e le due correnti erano «in conflitto politico molto forte». Soave e la Pollastrini litigavano spesso e volentieri. Il primo considerava la seconda - come ha testimoniato Franco Bassanini - «una moralista, incapace di capire la carnalità della politica, una che faceva solo danni al partito». Quando l'allora sindaco di Torino Diego Novelli denunciò alla magistratura lo scandalo delle tangenti del faccendiere Zampini, ricordano altri testimoni, «vi fu chi plaudi a questa iniziativa come la Pollastrini, e chi invece ritenne che era un comportamento sessantottino, moralistico, e che non andava tenuto». Inoltre Soave «ha inizialmente taciuto il nome della Pollastrini», facendolo solo in un secondo momento. 

Ed è stato incerto sulla data del fatidico colloquio (1988-90). Comunque, dopo il 1987, anno della «svolta» tangentizia del Pci milanese, quando la Pollastrini non era ancora segretario provinciale del Pci milanese (fu eletta solo nel 1988). Oltretutto Carnevale, almeno dal 1990, parla di una scelta della «Direzione nazionale, che decise di entrare in maniera organica nel sistema di spartizione delle contribuzioni provenienti dal sistema delle imprese». Il quadro, insomma, è molto «complesso», ed è «difficile fare chiarezza a proposito dei rapporti tra Pci-Pds e il sistema degli appalti». Se a ciò si aggiunge che «le dichiarazioni di Soave sono isolate e senza riscontro», e che il migliorista Carnevale - che non esita ad accusare il migliorista Cervetti - «non ha mai fatto il nome della Pollastrini», occhettiana di ferro, il Tribunale conclude che «le dichiarazioni accusatorie di Soave non sono idonee a fondare un giudizio di responsabilità nei confronti di Barbara Pollastrini». Che viene cosi assolta «per non aver commesso il fatto».

A lungo coordinatrice delle donne Ds, verrà eletta deputato il 13 maggio 2001. Gianni Cervetti, nel '92 deputato migliorista, risponde di ricettazione, «per aver ricevuto da Carnevale, in violazione della legge sul finanziamento ai partiti, la somma di circa 700.000.000 di lire provento dei fatti di corruzione relativi all'aggiudicazione di appalti della Mm». Racconta Carnevale, dotato di ottima memoria: «Allorché, a metà del 1990, mi fu dato incarico dal Cappellini di sostituire Soave nella funzione di referente per conto del Pci per la spartizione delle tangenti Mm, fui avvicinato dall'on. Cervetti il quale, mostrandosi perfettamente a conoscenza della situazione di ripartizione del denaro fra i vari partiti in relazione alle bustarelle, mi disse che avrebbe gradito ricevere una quota di detto denaro in favore dell'area riformista-migliorista. Detta area era osteggiata dal potere centrale facente capo a Occhetto e quindi aveva difficoltà di finanziamenti diretti da parte del partito. Io, siccome ero un simpatizzante, mi feci carico di convogliare una parte delle somme ricevute dagli imprenditori operanti nelle Mm a favore di Corvetti e dell'area migliorista. A partire dalla metà del '90 fino al Natale '91, ogni volta che ricevevo il denaro da consegnare al Pci, davo due terzi al segretario cittadino Cappellini e un terzo a Cervetti. In quel periodo ho consegnato a Cappellini una somma complessiva di circa 1.400.000.000 e al Cervetti circa 700.000.000 in più riprese. Entrambi erano a conoscenza della provenienza del denaro da tangenti acquisite nell'ambito degli appalti di Mm». A Cervetti - ricorda Carnevale - «consegnai oltre 700.000.000 tra la metà del '90 e la fine del '91 sempre in contanti, nell'ordine di 50-100.000.000 per volta presso il suo ufficio».

Carnevale - per il Tribunale - non ha alcun «motivo di risentimento» nei confronti di Cervetti, suo amico e capocorrente. Dunque «le sue dichiarazioni appaiono intrinsecamente attendibili: reiterate, spontanee, immediate» e soprattutto «pienamente riscontrate»: insomma, «è assolutamente pacifico che Carnevale abbia ricevuto almeno 2.100.000.000 ed è riscontrato che una pane del denaro sia stato consegnato a Cappellini». Senza contare che la corrente migliorista milanese godeva di «una situazione finanziaria alquanto florida, specialmente dopo il '90, a dispetto delle difficoltà in cui versava la Federazione». Perché? (4 - continua)

(Questo spazio è aperto ad ogni contraddittorio. Fatevi avanti!)


Mani Pulite - 1992. Mani sporche (1)
(sesta puntata)

Identikit di un pool

E una curiosa alchimia di magistrati quella che fa esplodere la più clamorosa indagine giudiziaria dell'Italia repubblicana. Uomini diversi per provenienza geografica, estrazione sociale, attitudini, esperienze professionali, formazione culturale, orientamento politico. Antonio Di Pietro, magistrato anomalo, nel 1992 ha 42 anni, stoffa da investigatore e grinta da poliziotto. Gherardo Colombo, 46 anni, con inchieste come quelle sulla P2 e sui fondi neri dell'Ir! ha più volte affondato le mani nei rapporti pericolosi tra politica e affari.

Piercamillo Davigo, 42 anni, caustico, tagliente e squadrato come un militare, è l'anima giuridica del gruppo, il «Dottor Sottile» che stila i documenti processuali più delicati. Coordina il lavoro e amalgama gli uomini il procuratore aggiunto Gerardo D'Ambrosio. «Sia Colombo, sia Davigo, sia io e poi anche Greco - dice oggi Di Pietro — avevamo provato negli anni '80 a trovare il bandolo del sistema della corruzione. Ma eravamo stati 39 regolarmente fermati. Nel 1992-93, ci siamo mossi lavorando insieme e ce l'abbiamo fatta. Grazie alle nuove condizioni storiche, al nuovo codice e al lavoro di gruppo».

Di Pietro nasce nel 1950 in un piccolo paese della provincia di Campobasso, Momenero di Bisaccia, contrada Capolaserra. Perde giovanissimo il padre, contadino. Compie i primi studi nel seminario di Termoli e poi passa attraverso molti mestieri. Mentre frequenta, a Roma, l'istituto tecnico per periti industriali, fa il guardiano notturno di garage, il fattorino, il correttore di bozze. Dopo il servizio militare, nel 1972, parte per la Germania e lavora sette mesi a Stoccarda come operaio in una fabbrica di posate. Intanto comincia a fare concorsi pubblici a ripetizione. Nel 1973 torna in Italia, perché ha vinto il primo: quello del ministero della Difesa per un posto di impiegato civile presso l'ufficio controllo armamenti dell'Aeronautica. È un impiego che gli lascia molto tempo libero, rispetto ai suoi abituali ritmi di lavoro. Cosi si iscrive all'università, facoltà di Giurisprudenza. Sposa Isabella Ferrara, che gli da un figlio, Cristiano. Si laurea nel 1978 alla Statale di Milano con il professor Paolo Biscaretti di Ruffia: 22 esami in tre anni, voto finale 108 su 110.

Poi vince altri concorsi, cimentandosi via via come segretario comunale, praticante notaio, procuratore legale, vicecommissario di polizia. Nel 1980, per meno di un anno, è «sbirro» al quarto distretto di Milano, dove si occupa di ladri e spacciatori. Finché vince l'ultimo concorso, quello per entrare in magistratura. È uditore giudiziario e poi, fino al 1985, sostituto procuratore a Bergamo. Assapora un pizzico di celebrità quando smaschera il «mostro di Leffe», un pluriomicida che ha assassinato l'intera famiglia. L'ultimo arresto che chiede è quello del suo assistente, un maresciallo della Guardia di finanza che aveva accettato una bustarella. Poi, nel 1986, viene trasferito a Milano. Intanto va in crisi il suo primo matrimonio e nella sua vita entra Susanna, figlia di Arbace Mazzoleni, un noto avvocato di Bergamo.

Con lei andrà a vivere in una villetta di Curno e avrà altri due figli, Anna nel 1987 e Antonio (Totò), nel 1991. Alla Procura di Milano, assegnato alle indagini sui reati contro la pubblica amministrazione, si butta nel lavoro con i consueti ritmi frenetici. È, in tutti i sensi, un solista: anche nella vita associativa della magistratura. Resta fuori dalle correnti organizzate e non partecipa, unico magistrato del palazzo di giustizia di Milano, allo sciopero indetto nel 1991 dall'Associazione nazionale magistrati contro il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, accusato di attaccare l'indipendenza delle toghe e del Csm. Fuori dalla porta del suo ufficio, il giorno dell'agitazione, appende un cartello: «Qui non si sciopera». 

Cossiga apprezza il gesto, lo chiama e diventa suo amico. Il consiglio giudiziario di Milano riconosce a Di Pietro, nelle sue note di valutazione, «eccezionali capacità di lavoro, memoria e resistenza assolutamente al di fuori del comune, intuito fulmineo degli stati d'animo e dei nessi occulti tra gli indizi e dei percorsi più rapidi ed efficaci per provocare l'emersione della verità storica». La mattina, arriva in ufficio prestissimo e la sera è sempre fra gli ultimi a uscirne. Scarsi e sporadici i rapporti con i colleghi, da cui lo dividono l'estrazione sociale, la formazione culturale, il curriculum e lo stile. Di Pietro lavora in silenzio fino a quel 17 febbraio 1992 che cambierà la sua vita. E non solo la sua.

Gherardo Colombo è il suo contrario. Nato nel 1946 a Briosce, in Brianza, cresciuto in una grande casa con giardino e un piccolo boschetto di bambù nel vicino centro di Renate, Colombo ha un padre medico e un po' poeta, e un bisnonno materno avvocato. Diventa magistrato in anni in cui la cultura si interroga sui rapporti tra devianza, legge e società. Colto, sportivo, aria da intellettuale svagato, aderisce alla corrente di Magistratura democratica, quella di sinistra. Nel 1980, con il collega Giuliano Turone, avvia le indagini sullo strano rapimento (un «auto-sequestro», si scoprirà poi) del banchiere Michele Sindona e sull'assassinio dell'avvocato milanese Giorgio Ambrosoli, che delle banche di Sindona era il commissario liquidatore. I due giudici isrruttori raccolgono le prove che faranno condannare Sindona per omicidio.

Ma nel corso delle indagini scoprono anche le liste della loggia massonica segreta P2 del maestro venerabile Licio Gelli, la cui pubblicazione nel maggio 1981 provoca un terremoto politico. Molti documenti trovati insieme alle liste P2, durante la perquisizione negli uffici di Gelli a Casriglion Fibocchi, avrebbero potuto svelare il sistema della corruzione politica con undici anni di anticipo: ma i tempi non erano maturi, l'inchiesta fu trasferita d'imperio a Roma e poi frenata e dispersa. Anche i fondi neri dell'Iri, su cui Colombo indagò subito dopo, erano un innesco ideale per far detonare Tangentopoli già nei primi anni '80: ma il sistema politico fece barriera, rimarginando la ferita aperta e strappando l'ennesimo trasferimento dell'inchiesta a Roma, nel «porto delle nebbie» e delle sabbie.

«Nel 1992 - ricorda Colombo - avevo detto basta alle inchieste totalizzanti. Volevo occuparmi d'altro, riflettere, scrivere. E poi non volevo più girare scortato. Avevo già dato. Invece...». Invece i capi, D'Ambrosio e Borrelli, insistono: vogliono che affianchi Di Pietro. Colombo resiste, frena, punta i piedi per un po'. Ma alla fine accetta. Ed entra nel pool. Dopo di lui arriva anche Piercamillo Davigo, che con Di Pietro ha in comune l'età (classe 1950) e un'inchiesta importante, quella sulle «Carceri d'oro» del costruttore De Mico. Davigo viene dalla provincia lombarda ai confini con il Piemonte. È cresciuto a Candia Lomellina, un paese di 1700 abitanti in provincia di Pavia. Figlio unico, padre agente di commercio, nonno con laurea in Giurisprudenza per qualche tempo sindaco di Candia.

Educazione cattolica e rigorosa, da «uomo d'ordine», quanto di più lontano si possa immaginare dai fermenti sociali che negli anni '60 e '70 attraversano anche la magistratura. Indossata la toga, infatti, Davigo aderisce a Magistratura indipendente, la corrente più conservatrice. Affianca Francesco Di Maggio nella prima grande indagine sulla malavita a Milano, raccontata in prima persona dal boss Angelo Epaminonda detto «il Tebano» (arrestato nel 1984), successore al vertice della mala di Francis Turatello. Poi si occupa di corruzione: non solo per le «Carceri d'oro», ma anche per il «Piano Casa» del comune di Milano, che vede per la prima volta indagato (ma poi prosciolto) l'immobiliarista Salvatore Ligresti. Appena entrato nel pool Mani pulite, Davigo segue le indagini sugli appalti di Malpensa 2000 (si era già occupato, anni prima, 41 di tangenti sulle forniture aeroportuali e aveva scoperto, dopo una rogatoria in Belgio, un conto segreto chiamato «Pascoli ombrosi»).

Per alcuni mesi è quasi interamente assorbito dalla stesura delle richieste di autorizzazione a procedere per i parlamentari: un atto che, prima della riforma dell'immunità, andava inviato alla Camera o al Senato entro trenta giorni dalla scoperta di possibili reati a carico di un deputato o di un senatore. Ne stila ben 130, di quelle richieste, in meno di un anno. Con la sua conoscenza certosina dei codici e la sua intelligenza pronta e sintetica, diventa il giurista principe del pool, l'uomo delle soluzioni difficili, il «Dottor Sottile» per gli amici, «Piercavillus» per gli avversari. Il gruppo di Mani pulite è una catena di montaggio che lavora senza sosta. Di Pietro prevalentemente interroga. Colombo perlopiù esamina carte e documenti, Davigo scrive soprattutto gli atti giudiziali. Gerardo D'Ambrosio, intanto, vigila, smussa gli spigoli e tiene le relazioni con la stampa. Napoletano, classe 1930, in Procura praticamente da sempre, D'Ambrosio è da poco tornato al lavoro dopo un trapianto di cuore che gli ha ridato energia: «Ho nel petto il cuore di un ventenne», dice. 

E riprende con entusiasmo la sua seconda vita professionale. Nella prima, con l'amico e collega Emilio Alessandrini (poi ucciso dai terroristi di Prima linea), aveva riaperto nel 1974 l'indagine sulla strage di piazza Fontana: ribaltando i depistaggi della «pista rossa» e anarchica e imboccando quella «pista nera» (su neofascisti e uomini di apparati dello Stato) che solo trent'anni dopo sarà suggellata da una sentenza di condanna. Per questo e per la sua appartenenza a Magistratura democratica viene bollato come «comunista». Ma subito dopo viene chiamato «fascista» per aver chiuso l'indagine sulla morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano, sostenendo che non c'erano prove ne del suicidio ne dell'omicidio, e scagionando il commissario Luigi Calabresi, accusato da una violenta campagna di stampa della sinistra.

Lui comunque negherà sempre di essere un comunista e si definirà «politicamente un anarchico». Anche Borrelli è nato a Napoli nel 1930. In toga dal 1955, figlio e nipote di magistrati, ha trascorso gran parte della sua carriera al Tribunale civile, passando poi alla Corte d'assise. In Procura dal 1982 come aggiunto, diventa procuratore capo nel 1988. Dopo un'iniziale adesione a Md, non fa vita di corrente e si definisce «un liberale crociano». Un paio di piani sopra la Procura della Repubblica, c'è l'ufficio di Italo Ghitti, il gip che nel primo anno e mezzo di Mani pulite esaminerà le richieste di custodia cautelare avanzate dal pool, accogliendone molte, ma non tutte («Ne ho respinte la bellezza di 90 in due anni», si vanterà nel 2002). E rapidissimo: decide sempre con la massima velocità, riuscendo a scongiurare, o almeno a ridurre al minimo, fughe, inquinamenti e scomparsa di prove. Anche Ghitti è tutt'altro che un rivoluzionario: aderisce alla corrente di centro della magistratura associata, Unicost (Unità per la Costituzione).

4.Tangenti bianche, nere, rosse 

II 13 maggio, all'indomani della manifestazione di Milano a sostegno del pool, Mani pulite arriva per la prima volta a Roma: cioè al vertice nazionale - per ora solo amministrativo - di un partito, la De. Il tesoriere Severino Citaristi, senatore, riceve un avviso di garanzia. Citaristi è un democristiano di Bergamo, dove vive con la sua numerosa famiglia. Negli anni '50 ha fondato la Minerva Italica, una delle maggiori case editrici specializzate in testi scolastici. Ma la sua vita è la politica: diventa parlamentare e nel 1986 Ciriaco De Mita lo nomina segretario amministrativo. Per 16 anni è il collettore nazionale delle tangenti che affluiscono dalla periferia al centro del partito. Una funzione accettata senza tentennamenti ne scrupoli, che gli costerà cara. Fra il 1992 e il 1994 Citaristi diventa il recordman degli avvisi di garanzia: 74 in due anni. 

Eppure non diventerà mai, per l'opinione pubblica, un simbolo deteriore di Tangentopoli. Diligente funzionario che raccoglie soldi per il partito, si presenta con uno stile di vita più sobrio, molto diverso da quello di altri cassieri, soprattutto socialisti. Anche Citaristi, comunque, parla: svela i contributi illegali e le tangenti raccolti prima per Ciriaco De Mita, poi per Arnaldo Forlani. Confessa di aver procurato "oltre 100 miliardi" sottobanco. Contro De Mita, però, i magistrati non potranno procedere: l'amnistia del 1989 -approvata dal pentapartito e dal Pci - ha cancellato i finanziamenti illeciti ai partiti (anche quelli dei paesi comunisti alle Botteghe Oscure) versati fino a quell'anno: lo stesso in cui De Mita ha lasciato la segreteria a Forlani. Il 19 maggio finisce in carcere Walter Armanini, ex assessore comunale ai cimiteri.

Socialista di nobili origini, con fama di playboy, è accusato di aver intascato mazzette sulla costruzione di un nuovo camposanto (poi non realizzato) e sulla ristrutturazione dell'obitorio municipale. Bustarelle minori e "periferiche", rispetto al Sistema Milano: eppure colpiscono in modo particolare l'opinione pubblica, per l'ambiente in cui Armanini operava (e incassava). "Rubano anche sui morti", titolano i giornali. E dire che davanti a Di Pietro dichiara: "A me il mio partito non mi ha più fatto assessore perché dicevano: "Quel cretino di Armanini non sa più rubare..."". Armanini sarà tra i primi a essere processato (e condannato a 5 anni e 7 mesi). Il primo a finire alla sbarra in diretta televisiva, su Raitre, a Un giorno in pretura. Uno dei pochi, poi, a tornare in carcere per scontare la pena.

Se i nomi di Citaristi e Armanini non destano molte sorprese, suscita scalpore il coinvolgimento di tré partiti che sostengono Di Pietro fin dal primo giorno, ostentando le "mani pulite"; il Pri, il Msi e, ancor più pesantemente, il Pds. Il 13 maggio un avviso di garanzia raggiunge Antonio Del Pennino, deputato milanese repubblicano. Il 20 maggio è la volta di Giacomo Properzj, ex presidente repubblicano della Provincia di Milano. Per lui, non parlamentare, c'è un mandato di cattura, ma ottiene gli arresti domiciliari per ragioni di salute: un incidente di caccia accaduto tanti anni prima lo ha privato della vista. Il Msi viene coinvolto, per la prima e unica volta a Milano, con Giuseppe Resta, consigliere provinciale e poi senatore. 

Indagato per tangenti sugli appalti dell'Aem e processato insieme a Tognoli e Pillitteri. Resta verrà condannato in via definitiva a 2 anni per corruzione. La sorpresa diventa choc il 15 maggio, quando viene arrestato Roberto Cappellini, segretario milanese del Pds. Cappellini non fa parte della corrente "migliorista" e filosocialista, come gli altri ex comunisti finora coinvolti nell'inchiesta. È un ex operaio quarantenne che vive nella "rossa" Sesto San Giovanni e appartiene alla maggioranza del partito, quella che fa capo al segretario Achille Occhetto. Il giorno seguente si consegna, dopo 15 giorni di latitanza, il compagno che ha contribuito a farlo arrestare: il "migliorista" Carnevale, che si è fatto precedere da un memoriale inviato ai magistrati, e subito ottiene gli arresti domiciliari. Fra Cappellini e Carnevale esplode una polemica non solo giudiziaria, ma anche politica, che dilania il partito.

Carnevale ammette di essere il collettore delle tangenti del sottosistema Metropolitana per conto del Pci-Pds. Racconta, confermando le testimonianze di alcuni imprenditori, che il compagno Sergio Soave, vicepresidente regionale della Lega delle cooperative, aveva l'esclusiva delle mazzette per i lavori elettromeccanici e per l'impiantistica del metrò. E coinvolge Cappellini (poi accusato anche da Soave). Dal 1987 - spiega - dopo l'arresto del socialista Natali, il Pci non si accontenta più di procacciare commesse per le cooperative rosse. Ma ottiene di sedere stabilmente al tavolo delle tangenti Mm. E le coop rosse, da allora, vengono trattate come tutte le altre aziende: vengono cioè inserite nelle aggiudicazioni preconfezionate degli appalti, in cambio del "pagamento ai partiti di una quota percentuale sul valore della commessa".

Cosi lavorano e pagano tangenti, tra le altre, la Unieco, la Coopsette, la Cmb di Carpi, i cui rappresen-tanti saranno processati e condannati. La conseguenza - prosegue Carnevale - è che il Pci, che "fino ad allora aveva ricevuto sporadicamente, per il tramite di Natali, delle contribuzioni illecite", comincia "a ricevere in via sistematica le contribuzioni illecite versate dagli imprenditori, al pari degli altri partiti milanesi". Soave conferma: "Carnevale mi disse che aveva ricevuto indicazioni dal Pci di entrare anche noi a pieno titolo nella spartizione delle contribuzioni provenienti dalle imprese". Chi sia stato a dare quelle "indicazioni dal Pci" rimarrà un mistero. Racconta Carnevale: "Entrammo anche noi nella spartizione, perché la gestione precedente, e cioè limitarsi a favorire le cooperative, non aveva dato buoni frutti per il partito".

La data della svolta, il 1986-87, cade paradossalmente proprio mentre Milano è impegnata nel suo primo grande dibattito collettivo sulle tangenti e la moralità in politica. A sinistra si discute sul coinvolgimento del Pci nello scandalo delle "Aree d'oro" (protagonisti il costruttore Salvatore Ligresti e l'assessore all'Urbanistica dell'epoca, il comunista Maurizio Mottini, che poi usciranno dalle indagini senza coinvolgimenti penali), con interventi di fuoco di Giorgio Bocca e di altri intellettuali. La sentenza del Tribunale sulle tangenti Mm, nell'aprile 1996, è illuminante: "Va subito fissato un primo punto fermo: a livello di federazione milanese, l'intero partito, e non soltanto alcune sue componenti interne, venne direttamente coinvolto nel sistema degli appalti Mm, quantomeno da circa il 1987".

Per i giudici "risulta dunque pacifico che il Pci-Pds dal 1987 sino al febbraio 1992 ricevette, quale percentuale del 18,75 per cento sul totale delle tangenti Mm, una somma non inferiore ai 3 miliardi", raccolti dai collettori delle mazzette rosse: Carnevale e Soave. Nel 1990 (dopo il crollo del muro di Berlino, che ha interrotto i canali di finanziamento e d'affari con i paesi del blocco comunista) avviene la seconda svolta: Soave esce di scena, sostituito da Carnevale. Soave è diventato un personaggio ingombrante perché inquisito nello scandalo di Lombardia Informatica e in più - recita la sentenza - "non era ben visto all'interno del partito, in quanto si dubitava della sua correttezza nella ripartizione delle somme, nel senso che si temeva che privilegiasse la corrente migliorista". Racconta Carnevale: "Fu Cappellini, segretario cittadino dell'epoca, ad affidarmi per conto del partito l'incarico che in precedenza aveva svolto Soave".

La regola interna era quella dei ire terzi: delle tangenti che spettavano al Pds (2 miliardi e 100 milioni per il solo sistema Mm), due terzi dovevano andare agli "occhettiani", cioè a Cappellini, e un terzo ai "miglioristi". Carnevale, fatti i conti, sostiene di aver versato 1 miliardo e 400 milioni al partito e 700 milioni ai "miglioristi". Cioè - dice lui - a Gianni Corvetti. Deputato e membro del governo- ombra del Pds, accusato di essere il destinatario finale delle tangenti ai miglioristi, Cervetti riceve un avviso di garanzia il 27 maggio. Cappellini intanto respinge tutte le accuse. Quelle di Carnevale - sostiene - sono calunnie lanciate da un avversario politico interno. Il partito non sarebbe - a suo dire - mai entrato nel sistema delle tangenti e i "miglioristi", dopo essere stati scoperti, lo avrebbero coinvolto per trascinarlo nel fango con loro.

Il segretario milanese ammette soltanto "di aver ricevuto somme di denaro in nero", e di essersi "rivolto a Soave come esponente della Lega delle cooperative regionali" con "l'invito a contribuire per far fronte alle difficoltà finanziarie". Insomma, confessa di aver ricevuto denaro, ma ridimensiona le cifre: 20 o 30 milioni da Li Calzi; 50 milioni in una busta, per tre volte, da Carnevale; da Soave non ricorda quanto. Piccoli aiuti per il partito. Incassati - giura - senza mai sapere che fossero frutto di tangenti. Il 27 maggio entra nell'inchiesta anche il Psdi, con un avviso di garanzia inviato all'onorevole Renato Massari, socialdemocratico poi passato al Psi.

Due giorni dopo la Procura di Milano chiede alla Camera l'autorizzazione a procedere contro i parlamentari milanesi finora indagati: Cervetti, Massari, Tognoli, Pillitteri e Del Pennino. Dei partiti tradizionali, all'appello di Mani pulite, manca soltanto il Pii. Ancora per poco. "Mi vergogno, ma dovrebbero vergognarsi anche Craxi e Forlani". Con queste parole, il 29 maggio, il segretario del Pds Achille Occhetto chiede scusa davanti ai compagni riuniti nella storica sezione della "Bolognina", già teatro del primo annuncio della svolta postcomunista del 1989. "Esponenti e dirigenti del Pds - ammette Occhetto con la voce rotta dall'emozione - sono entrati nel meccanismo perverso della ripartizione dei proventi illeciti". Poi denuncia il "rampantismo" alla milanese e parla di una "nobile illusione storica propria del Pci: quella che il codice morale del partito fosse di un rango etico superiore a quello del singolo cittadino". Parole che non basteranno ad arrestare l'avanzata delle indagini sul "fronte rosso".

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(1) Mani Pulite -  La vera storia - Da Mario Chiesa a Silvio Berlusconi - Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio
© Copyright  Editori Riuniti ( ISBN 88-359-5241-7)


(2) La repubblica delle banane -  Affari e malaffari di trenta potenti nelle sentenze dei giudici - Peter Gomez, Marco Travaglio
© Copyright  Editori Riuniti ( ISBN 88-359-4915-7)


Link:

- Antonio Di Pietro  
- Antonio Di Pietro: Sito ufficiale
- Il sito Manipulite.it
- Intervista di Disinformazione.it a Marco Travaglio in occasione dell'uscita del libro Mani Pulite.
- Tabucchi: La corruzione ha battuto Mani Pulite