
Le inchieste / .gif)
:: Viaggio nella giustizia italiana da Mani Pulite alla Cirami in 999 puntate ::
Sesta Puntata
Sommario
:: Un programma per la giustizia - di Francesco
Saverio Borrelli
Sullo scorcio dell'anno appena conclusosi due distinti e in nessun modo collegati
provvedimenti giudiziari hanno colpito, con variegato impatto emotivo, l'opinione
pubblica italiana, o almeno quella parte di essa che affiora nella grande stampa.
:: Comunisti: indagati, colpevoli, dimenticati - di P.
Gomez, M. Travaglio (quarta parte )
A partire dal 1987 anche il Pci entrò a far parte in maniera continuativa e
organizzata del sistema delle tangenti
:: Mani Pulite - 1992. Mani sporche (sesta puntata)
Di Pietro lavora in silenzio fino a quel 17 febbraio 1992
che cambierà la sua vita. E non solo la sua.
:: Le Fonti
:: I Link
Un programma per la giustizia
di Francesco Saverio Borrelli
(Fonte MicroMega n°1/2003)
Sullo scorcio dell'anno appena conclusosi due distinti e in nessun modo collegati
provvedimenti giudiziari hanno colpito, con variegato impatto emotivo, l'opinione
pubblica italiana, o almeno quella parte di essa che affiora nella grande stampa. Si è
trattato di una sentenza di pesante condanna pronunciata da una Corte d'Assise contro
un notissimo quanto anziano uomo politico, e di una misura cautelare emessa in
diversa e lontana sede giudiziaria in tutt'altro contesto nei confronti di attivisti di un
movimento contestativo. La concomitanza dei due provvedimenti e una certa dose di
sorpresa conseguita al loro contenuto hanno dato altro alimento al mai sopito discorso
intorno alla giustizia, e anche qualche fonte non sospettabile di secondi fini si è
indotta, per incontrollata precipitazione se non per ostentazione di onestà intellettuale, a
convenire sulla necessità di
riformare i meccanismi della giurisdizione.
È bene dire subito due cose. Anzitutto, nessuna riforma della giustizia, nel mondo
civilizzato, potrà mai evitare che una Corte d'Assise assolva o condanni qualcuno che
sia stato legalmente tratto a giudizio per rispondere di una qualsivoglia imputazione,
giacché il processo e i suoi gradi hanno senso soltanto se non ne sono scontati a priori
gli esiti; così come nessuna riforma, verosimilmente, potrà mai impedire al giudice
competente di emettere, se ne ritenga esistenti i presupposti, provvedimenti restrittivi,
fatte salve le garanzie dell'habeas corpus. Dunque l'occasione per rilanciare un discorso
di riforme è stata del tutto impropria.
In secondo luogo, non c'è etica della lealtà
intellettuale e istituzionale che, all'indomani di enormità legislative come la legge sulle
rogatorie, la svirilizzazione del presidio penale alla trasparenza dei bilanci, la
riesumazione del legittimo sospetto, possa giustificare nel momento attuale, da parte di chi
abbia veramente a cuore le sorti della giustizia, una manifestazione di disponibilità a
dialogare sul tema con una maggioranza che, nei fatti e ugualmente nei progetti, mostra
di coltivare della giustizia una visione quanto meno assai parziale, spesso pedestremente
strumentale, e, sotto alcuni profili, perfino schizoide.
Beninteso, questo non significa che il mondo della giustizia sia il migliore dei mondi
possibili e che non abbia bisogno di mutamenti: l'insoddisfazione per il servizio
giustizia - non molto diversamente da quanto accade per la sanità, l'assistenza, la scuola,
la ricerca scientifica, il mercato del lavoro, la burocrazia in genere - è diffusa e non
possono non tenerne conto in primo luogo coloro che impersonano le istituzioni
giudiziarie e che dalla preparazione culturale e dall'esperienza traggono, o dovrebbero
saper trarre, una capacità di autocoscienza profonda e impietosa. Dove
autocoscienza
vuoi dire autocritica prima ancora che lamentazione per gli altrui tradimenti.
Ma la
difficoltà ad affrontare con la maggioranza in carica, in qualche misura addirittura con le
forze politiche in generale, il discorso sui rimedi alla cronicizzata crisi della giustizia,
nasce proprio dalla macroscopica evidenza di un disservizio che sembra perfino inutile
analizzare, e che nella dialettica politica e nella sua spettacolarizzazione viene utilizzato
per strappare l'applauso ad ogni e qualsiasi proposta innovativa, e per ridicolizzare chi
manifesta perplessità come bieco o, nella migliore delle ipotesi, obsoleto sostenitore di
un insostenibile status quo. Viene utilizzato, cioè, come cavallo di Troia per
contrabbandare anche, se non soprattutto, riforme che con l'efficienza del servizio
giustizia hanno ben poco a che vedere e che rispondono a intenti del tutto diversi.
Le tre leggi cui abbiamo fatto cenno poc'anzi ne sono un esempio;
altre proposte che sono in gestazione nelle sedi parlamentari ne sono la continuazione; la
contrazione delle risorse economiche e umane messe a disposizione dell'organizzazione
giudiziaria, e le dichiarazioni del ministro guardasigilli rese in proposito davanti al
Consiglio superiore della magistratura ne sono la conferma. E tuttavia, si dice, la crisi esiste, non
può essere ignorata, le istituzioni giudiziarie appartengono al sistema operativo delle
garanzie, è necessario che con comunità d'intenti maggioranza e opposizione affrontino il
problema.
Già, appunto, comunità d'intenti. Ma se di questa non vengono dati segni
inequivocabili, la disponibilità a sedersi attorno a un tavolo è rischiosissima, perché i
trabocchetti possono essere innumerevoli, le offerte di transazione e le
tentazioni di trovare
punti d'incontro intermedio e le negoziazioni di scambio pure, con il risultato di produrre leggi
di compromesso, leggi mediocri che sono ben peggiori delle cattive leggi: perché le cattive
leggi si neutralizzano o distruggono da sole nell'impatto con la realtà, specie quando sono
tecnicamente difettose o costituzionalmente traballanti, com'è accaduto, mentre le leggi
mediocri e compromissorie possiedono quel minimo di vitalità che ne assicura la durata.
Non
dobbiamo poi dimenticare che l'atteggiamento dell'attuale maggioranza nei confronti della
magistratura e dei meccanismi di funzionamento della stessa è fortemente permeato da un
sentimento di punizione e rivalsa, che non origina soltanto dalle supposte persecuzioni
giudiziarie delle quali sarebbero vittime le società e i protagonisti dell'impero economico del
presidente del Consiglio, compreso lui stesso che non tralascia occasione per
ricordarlo al
mondo intero.
Origina anche dalla retrospettiva gestione storiografica d'affari che, senza
pudore alcuno per acrobatiche virate di giudizio, senza memoria per le accensioni d'entusiasmo di un decennio addietro, senza gratitudine per le
fluttuazioni della storia che li hanno
portati al potere, molti settori del cosiddetto Polo delle libertà hanno intrapreso quanto alla
classe politica della Prima Repubblica riabilitando personaggi e correnti quasi che la
corruttela, di cui tutti parlavano e di cui finalmente si era occupata anche la magistratura,
fosse stata un perverso inganno ottico allestito e coltivato da pubblici ministeri
illusionisti,
naturalmente in combutta con gli eredi dello stalinismo.
In questa situazione è arduo pensare
che le riforme prossime venture, concepite e gestite nella matrice avvelenata di una
maggioranza vendicativa e interessata, possano giovarsi di un'evoluzione appena
significativa grazie alla disponibilità e collaborazione di chi, in parlamento o fuori di esso,
voglia applicarsi con serenità, lucidità, competenza e razionalità alla soluzione del groppo di
problemi in questione.
Non c'è dubbio, dicevamo, che l'utente della giustizia registra la percezione di un
funzionamento insoddisfacente del servizio. La percezione potrebbe essere influenzata da
fattori psicologici extra-funzionali, dal momento che il contatto con la giustizia, civile e a
maggior ragione penale, si verifica nella stragrande maggioranza dei casi per effetto di
situazioni esistenziali che, perfino nella spersonalizzazione che può caratterizzare il
contenzioso patrimoniale dei grandi soggetti economici, non possono non riflettere un alone
di sgradevolezza sugli strumenti offerti dalle istituzioni per il superamento delle crisi e la
risoluzione delle conflittualità; sulle risorse di tempo e denaro che non soltanto le parti
interessate sono costrette a dedicare ai procedimenti; sul bilancio consuntivo
globale che,
all'esito, il cittadino traccia, e che è sempre in perdita nonostante il riconoscimento totale o
parziale dei diritti fatti valere.
Ne può trascurarsi il martellamento dei mezzi d'informazione,
soprattutto di alcuni, nei
quali il maggiore spazio viene dedicato ai casi e agli aspetti-limite della vita giudiziaria,
perché lo scandalo fa clamore e il clamore fa vendere, mentre si reputa non esigibile da
quotidiani e settimanali un generalizzato impegno ad accrescere la cultura civica dei lettori
ai fini di una ricezione criticamente ragionata delle notizie di cronaca. Si pensi, per esempio,
alle tem-este emotive che vengono scatenate intorno alle vicende che interessano
minorenni o in cui grovigli familiari affettivi inducono un forte sentimento d'identificazione
nei lettori-spettatori, un'identificazione che costituisce la peggiore premessa per la
comprensione degli esiti giudiziari di quelle storie.
Ma naturalmente il problema della giustizia non può ridursi a un fatto di percezione, ne la
sua descrizione può affidarsi ai risultati di sondaggi, quantunque non si insista mai a
sufficienza sulla rilevanza enorme che l'atteggiamento psicologico-culturale della
popolazione, di fiducia o sfiducia, di stima o disistima, di solidarietà o di estraneità, riveste per il
funzionamento delle istituzioni pubbliche e private. Occorre, ancora, dire che la percezione
dell'utente ha carattere di globalità, nel senso che spesso non distingue, ne si
potrebbe
pretenderlo costantemente dai profani, tra l'incidenza che negli esiti dispiega la legislazione
vigente (a sua volta sostanziale ovvero processuale) e quella che è riconducibile al
magistrato sotto il profilo della comprensione e interpretazione dei fatti e delle
norme,
nonché della diligenza.
Se tralasciamo l'aspetto della legislazione sostanziale, che
aprirebbe un discorso di enorme vastità, innanzi tutto dobbiamo chiederci - affiancando
possibilmente dati oggettivi alle percezioni - quale sia il versante in cui si annida la criticità
massima della giustizia: quello della qualità intrinseca degli interventi decisori della
magistratura, con i sottoquesiti in ordine alla professionalità dei magistrati (aspetto tecnico-culturale) e
alla loro neutralità (aspetto etico-deontologico), ovvero quello della quantità degli interventi in
relazione al volume della domanda proveniente dalla collettività.
Sebbene qui ci si debba limitare a
un discorso di metodo, sembra di poter dire con sufficiente sicurezza che la criticità più acuta si
rinviene negli indici di produttività del sistema e correlativamente nei suoi tempi di risposta, come
del resto le condanne infìnte dalla corte di Strasburgo stanno a dimostrare, e come il presidente
della Repubblica, privilegiando (insieme con quello dell'indipendenza dei magistrati) questo
problema su ogni altro, da tempo ha preso l'abitudine di sottolineare.
In una prospettiva ideologica
per cui l'essenza della giustizia venga dedotta da un'idea assolutizzata, più o meno fondata su
principi di eterna evidenza insiti nella natura umana, è comprensibile come la durata temporale che
ai meccanismi a ciò deputati occorra per risolvere le controversie o per infliggere la punizione al
delinquente abbia un'importanza relativa. Il perentorio valore dell'obiettivo perseguito, del fine
ultimo di giustizia attributiva o distributiva o punitiva rende trascurabile la misurazione dei mezzi
asserviti alla bisogna e dei costi sociali sostenuti: ciò che conta è la meta.
All'estremità opposta noi
troviamo una concezione laica e moderna della giustizia, che non rinunzia ad aspirazioni di alto
profilo, ai valori forti positivizzati nelle carte costituzionali, ma che vede nel diritto oggettivo non un
fine bensì lo strumento storicamente condizionato per garantire la pacifica convivenza dei
consociati, il fluire ordinato delle relazioni intersoggettive, la reciproca prevedibilità dei
comportamenti, l'utile composizione dei conflitti e l'efficace correzione delle devianze ove ne ricorra
la necessità.
Non è difficile riconoscere in tale ottica quella generalmente
corrispondente alla
sensibilità media, comune a tutto il mondo occidentale. E sappiamo tutti quanto poco
l'amministrazione della giustizia - sempre più spesso denominata «servizio giustizia» e sempre meno
caratterizzata come «potere», salvo che per gli aspetti coercitivi che ne condizionano l'inserzione
nella dinamica sociale - possa prescindere dalla considerazione del fattore tempo e dalla
connotazione valutativa che la lunghezza o la rapidità delle procedure riflettono sull'efficacia
dell'amministrazione stessa.
Intesa, in altre parole, la giustizia non solo come puro
meccanismo, la
dimensione temporale non ne è una variabile indifferente, bensì concorre come fattore positivo o
negativo di utilità e accettabilità del risultato di quel meccanismo, sia nel campo civile sia in quello
penale. Enormemente più delicato si fa il discorso se, astraendo
artificiosamente dal fattore tempo,
ci volgiamo agli aspetti qualitativi del lavoro giurisdizionale dei magistrati per trame valutazioni di
carattere generale. Più delicato perché, trattandosi di giudicare la
12 bontà del servizio reso alla collettività organizzata, il criterio non può essere cercato
tautologicamente all'interno del sistema giudiziario stesso.
Non, ad esempio, nell'indice di
uniformità tra le decisioni rese, processo per processo, nei vari gradi, perché la
pluralità
dei gradi è finalizzata precisamente alla possibilità di ridiscutere gli esiti precedenti, e la
tendenza all'uniformità sarebbe sintomo, a dir poco, assai ambiguo. Non, altro esempio,
nella ricchezza ed erudizione della motivazione in diritto delle sentenze, come un tempo si
usava in occasione dei passaggi di carriera dei singoli magistrati, perché la società non ha
bisogno di esibizioni accademico-dottrinarie che prolungano i tempi di elaborazione e
appesantiscono i fascicoli, ma semmai di decisioni puntuali in cui siano chiari il principio
di diritto adottato e la ricostruzione del fatto.
Il criterio dunque va cercato fuori. È vero che, in parte per ragioni già accennate, la
credibilità della magistratura ha subito fieri colpi in vari settori dell'opinione pubblica. La
pluriennale campagna con accuse di politicizzazione ha intaccato la fiducia nella sua
imparzialità, mentre talvolta si lamenta un'inadeguatezza di competenze in campi
specialistici, specie nelle piccole sedi dove il ventaglio delle esperienze è inevitabilmente
più ristretto. Le oscillazioni giurisprudenziali, poi, anche a livello di legittimità vengono
percepite come cause di incertezza del diritto piuttosto che come ricerca dell'assetto
interpretativo più conveniente. In generale il rapporto tra operatori - avvocatura compresa -
e utenti soffre di difetti di comunicazione che generano gravi incomprensioni nei profani.
Ma, se prescindiamo dall'aspetto temporale e ovviamente anche dal riferimento a interessi
particolari di singoli utenti o corporazioni di utenti, la società non dispone di strumenti
che siano stati omologati per misurare in modo oggettivo il grado di accettabilità
qualitativa del servizio e nemmeno quello delle singole pronunzie.
D'altra parte non possiamo nemmeno trascurare indici nettamente positivi d'altro genere,
seppure privi di codifica docimologica, come l'amplissima e rispettosa ospitalità che nelle
riviste giuridiche, dalle più antiche e prestigiose alle più semplici e pragmatiche, gestite
per lo più da professori universitari e da avvocati, ricevono sentenze civili e penali di
merito e di legittimità; come l'alta considerazione di cui la nostra magistratura gode
all'estero in ambienti sia giudiziari sia accademici; come la fama pure
intemazionalmente
diffusa di forte indipendenza della categoria rispetto agli altri poteri istituzionali e ai poteri
di fatto.
Indici positivi, che inducono a negare che il problema cardine della macchina
giudiziaria italiana, fatte salve eccezioni statisticamente limitate e
sicuramente più rare di
quanto accada entro altre categorie professionali nel pubblico e nel privato, consista in
carenze di professionalità o inadeguatezze etico-deontologiche.
L'angolo visuale della qualità del servizio offre l'opportunità di toccare qui l'argomento dei
rapporti tra pubblici ministeri e giudici, in quanto rilevanti sotto il profilo della terzietà e imparzialità
che si richiedono al giudice penale. In un passato ormai abbastanza remoto, e in un clima di bonaria
fiducia, non si faceva caso a comportamenti che nulla avevano a che vedere con la sostanza del
problema, ma semmai con aspetti di puro galateo, ai fini dell'immagine offerta all'utente profano:
episodi, ormai quasi del tutto scomparsi, di apparente familiarità e frequentazione tra giudici e
procuratori, non dissimili da quelli che ovunque caratterizzano anche i rapporti con gli avvocati, ed
eventualmente di occasionali contatti fuori contraddittorio.
Ma occorre dire alto e forte che la
questione dell'unicità di reclutamento, di ruolo e di carriera, che si agita da lungo tempo, è priva di
qualsiasi consistenza ed è visibilmente pretestuosa. Le testimonianze personali, anche di chi ha
avuto occasione di trasmigrare dall'una all'altea funzione, non sono attendibili come prove, e ne
faremo a meno. Ma del tutto artificioso è il sospetto, finché rimane mero sospetto, che
l'appartenenza alla stessa carriera, la colleganza, l'eventuale contiguità di ufficio possano
generare
nel giudice una gratuita proclività a simpatizzare con le tesi dell'accusatore piuttosto che con quelle
del difensore. Se ci si libera della tirannia degli pseudoconcetti - che, è stato
detto, sono ottimi
servitori ma pessimi padroni - e di una certa passiva disponibilità a recepire diffidenze plebee che
scorgono ovunque collusioni (e gli avvocati, spesso vittime di sospetti del genere,
dovrebbero
saperne qualcosa), non resta che formulare un'esortazione e un auspicio: che si verifichi sul campo,
com'è doveroso nel quadro delle scienze mondane, con un'indagine più o meno estesa, se, in quale
misura e con quale frequenza le richieste dei pubblici ministeri, diverse da quelle di proscioglimento
o di archiviazione, vengano accolte dai giudici, e per quale percentuale degli
accoglimenti affiori
allo stato degli atti un dubbio di ragionevolezza.
Soltanto all'esito di un'accurata indagine statistica
di questo tipo, che ponga in luce un tasso di scostamenti dalla ragionevolezza dotato di
significatività, avrà un senso affrontare il tema della separazione delle carriere e dell'abbandono di
una tradizione più che secolare di unità che ha prodotto indiscutibili frutti quali la
condivisione
della cultura della giurisdizione e la possibilità, transitando da una funzione all'altra, di utilizzare
esperienze eterogenee. Tenendo presenti, peraltro, due osservazioni: in primo luogo, che la rottura
del vincolo ordinamentale tra giudici e pubblici ministeri inevitabilmente attrarrà questi ultimi
nell'area del potere esecutivo attraverso una rigerarchizzazione interna e una successiva
sottoposizione a direttive esteme, donde di riflesso la perdita d'indipendenza anche del giudice
penale cui il materiale perverrà filtrato dall'esecutivo; in secondo luogo, che per coerenza e a
maggior ragione
dovrebbero poi recidersi vincoli e canali tra le magistrature giudicanti di prima istanza e
d'appello, e tra queste e la magistratura di legittimità, se la comunanza di carriera è di per
sé ragione di sospetto.
Il discorso sulla separazione delle cartiere ha lasciato emergere un criterio metodologico
che riteniamo debba seguirsi nel tentare di rispondere al drammatico interrogativo sul «che
fare». La conce-ione laicizzata del diritto oggettivo come strumento per
perseguire i fini,
che la società si pone, deve indurre a privilegiare scelte pragmatiche piuttosto che
riformulazioni concettualmente dedotte, beninteso entro il quadro dei principi tracciati
dalla Costituzione. Di qui l'importanza fondamentale delle rilevazioni sul terreno, delle
statistiche, del monitoraggio non solo sotto il profilo degli input nel giudiziario e degli
output finali, ma anche e soprattutto dal punto di vista interno ai meccanismi processuali,
per individuare gli snodi funzionali dove più frequentemente si formano gli
ingorghi e si
verificano le irrazionalità. Di qui anche l'importanza, mi imbarazza dirlo, di leggere le
relazioni annuali dei procuratori generali (e i documenti ad esse allegati), non per
pescarne solo gli spunti di consenso o di polemica di fronte alle iniziative del
governo, ma
per coglierne le osservazioni tecniche utili agli interventi sulla realtà.
Scoprire correlazioni
non sempre significa focalizzare nessi causali, e focalizzare nessi causali non sempre
permette di rimediare agli inconvenienti, nei contesti ad alta complessità o
addi-ittura caoticità, specie quando ci s'imbatta in esigenze rigide e
insensibili agli sforzi di
ottimizzazione. La conoscenza tuttavia, anche se talvolta è arduo trarne un'indicazione
positiva e univoca d'intervento, serve quanto meno per evitare di adottare presunti rimedi
non idonei alla bisogna.
In quest'ordine d'idee, e senza pretendere di articolare piani e programmi che
aggiungerebbero rumore a rumore, possono proporsi le seguenti tesi.
1) L'ipotesi di riparare all'abnorme durata dei processi con un proporzionale aumento del
numero dei magistrati togati è irrealistica perché l'aumento dovrebbe essere
macroscopico, implicherebbe analogo incremento delle strutture di servizio, e in ogni
caso presupporrebbe un abbassamento delle soglie di selezione, nei concorsi, al di sotto
della decenza.
2) Occorre pertanto utilizzare al meglio le risorse esistenti: questo significa ridistribuire le
sedi giudiziarie, mediante soppressioni e concentrazioni, in modo che la loro dimensione
non scenda al di sotto di un range ottimale di funzionalità da verificarsi, e in
passato già
verificato con appositi studi dal Consiglio superiore della magistratura.
3) E necessario ridurre al minimo l'utilizzazione dei magistrati in 15 compiti, sebbene graditi e
ricercati, diversi dalla giurisdizione, all'esterno come all'interno degli uffici giudiziari (corollario:
attribuire per intero al dirigente amministrativo la responsabilità dei servizi, secondo le esigenze
dettate dal dirigente magistrato), vietando inoltre ogni tipo d'incarico extragiudiziario anche
meramente occasionale (lezioni, conferenze, corsi universitari).
4) II Consiglio superiore della
magistratura deve provvedere a coprire i posti che si rendono disponibili per collocamento a riposo
prima che la vacanza si determini; e a pubblicare immediatamente, salvo delibera di congelamento,
quelli che si rendono disponibili per trasferimento, coprendoli entro un termine prefissato.
5) Le
circolari elaborate dal Consiglio superiore della magistratura per quanto riguarda l'organizzazione
interna degli uffici devono essere abbondantemente sfoltite, per lasciare ai capi degli uffici un'ampia,
elastica discrezionalità nell'impiego delle risorse umane secondo le esigenze locali e secondo piani
gestionali biennali e standard minimali di produttività individuale che a consuntivo permettano di
valutare la conduzione dell'ufficio da parte dei capi e dei semidirettivi, anche ai fini di carriera. Piani
che non potrebbero non comportare una coerente attenzione dei singoli magistrati ad una gestione
programmata dei propri ruoli, mediante calendarizzazioni eventualmente concordate con le parti.
Sempre con cadenza biennale potrebbe prevedersi l'obbligo per ciascun magistrato di redigere
un'autorelazione descrittiva e avalutativa sull'attività svolta, che il capo dell'ufficio inoltrerebbe al
consiglio giudiziario con eventuali proprie osservazioni. Va da sé che capi e consigli giudiziari
dovrebbero svolgere un controllo assiduo sulla produttività dei colleghi; e che alcune larghezze
attualmente usufruite, come per esempio la durata delle ferie annuali e la
rarefazione degli impegni
in prossimità delle festività tradizionali, andrebbero prudentemente rivedute.
6) I compiti oggi svolti
dal Consiglio superiore della magistratura in tema di formazione (iniziale e permanente) devono
essere delegati ai consigli giudiziari presso le Corti d'Appello, e gli incontri di
studio organizzati
localmente su argomenti scelti con riguardo a esigenze specifiche d'aggiornamento, salva la
centralizzazione di incontri destinati ai soli capi degli uffici. Discutibile la creazione,
pure da tante
parti auspicata, di una scuola superiore per la magistratura: perché contribuirebbe alla creazione di
un elitario spirito di casta con accentuazione della tendenza autoreferenziale già
presente tra i
magistrati, e perché la vera formazione professionale si opera sul campo, non già protraendo
costosamente il già lungo curriculum universitario e postuniversitario. La nascita delle scuole di
specializzazione comuni per aspiranti magistrati, avvocati e notai fornisce lo spunto per immaginare che il praticantato degli avvocati possa svolgersi
direttamente presso uffici giudiziari, oltre che in studi professionali, come avviene in
altri paesi europei: con vantaggio per l'ufficio, che si gioverebbe di un ausilio operativo
gratuito, e per il praticante, che assimilerebbe un'esperienza per lui utile.
7) Le modalità di notificazione e comunicazione degli atti, nel processo civile come nel
penale, devono essere decisamente attualizzate, con la collaborazione della categoria
forense, senza che il riguardo dovuto alla corporazione degli ufficiali giudiziari freni
un'ampia adozione di strumenti postali, telematici, informatici.
Gli atti processuali, specie penali, dovrebbero venire totalmente conservati su cd-rom, e
nella stessa forma rilasciati in copia a parti e difensori.
8) Le regole processuali a garanzia del contraddittorio dovrebbero robustamente
integrarsi con codici di deontologia forense e di organizzazione degli studi
professionali, allo scopo di restringere al possibile gli spazi per eccezioni caviliose
finalizzate al rifiuto o alla dilazione del processo.
9) Deve imporsi, per quanto riguarda la motivazione dei provvedimenti, la cultura
della stringatezza, con divieto di vanitose elucubrazioni dottrinarie non indispensabili
per la chiara definizione del principio di diritto che governa la decisione, e con
opportuna messa in guardia contro la tentazione informatica di trasfondere, anziché
sintetizzare, nella motivazione in fatto il contenuto degli atti probatori.
10) Nel processo civile l'appellabilità delle sentenze dovrebbe
essere fortemente
limitata, sulla base di criteri di valore e/o di materia; analogamente nel processo
penale dovrebbe essere esclusa l'appellabilità delle sentenze pronunziate a seguito di
rito ordinario (nella pienezza, cioè, del contraddittorio). Il ricorso per
cassazione,
come previsto dall'ari. 111 della Costituzione, dovrebbe essere ristretto ai soli casi di
violazione di legge, e ciò eviterebbe gli sconfinamenti nel merito cui spesso la corte di
legittimità indulge.
11 ) Assolutamente indispensabile è la totale equiparazione del regime della
prescrizione penale a quello della prescrizione civile, sotto il profilo dell'effetto
interruttivo-sospensivo del promovimento dell'azione, essendo semplicemente
insensato che la prescrizione continui a correre mentre pende il processo. La modifica
stroncherebbe come improduttiva ogni tattica dilatoria.
12) Nel processo penale dovrebbe generalizzarsi la possibilità di dichiarare
impromovibile l'azione, beninteso in virtù di provvedimento del giudice e non di
arbitrio unilaterale del pubblico ministero, nei casi di inoffensività o di scarsa
offensività del fatto, tenuto anche conto della personalità dell'autore.
13) Più in generale l'area del diritto punitivo dovrebbe aprirsi a
una ventata di ossigeno: non già con un'utopistica abolizione della 17 pena, ma con l'abbandono
delle concezioni kantiane ed hegeliane dell'inflizione del male ai fini del ristabilimento del bene,
del carcere come retribuzione ed espiazione delle malefatte. Il sistema dovrebbe decisamente
orientarsi, a parte lo sfrondamento della casistica barocca di stampo germanico che caratterizza il
codice Rocco, verso il disinnesco dei fattori sociali e individuali della
criminalità, verso la
risocializzazione del reo, verso una concezione del trattamento sanzionatorio come strumento di
prevenzione generale e di rafforzamento della coscienza della legalità nei consociati, piuttosto che
continuare a considerare il carcere come mezzo d'elezione per fronteggiare la devianza. Le
infrazioni alle regole cosiddette obstacle, che non ledano beni fondamentali della
persona e della
convivenza civile, dovrebbero essere tutte depenalizzate e colpite con sanzioni di tipo diverso,
ovvero prevenute con incentivazioni positive quando la materia si presti (territorio, ambiente,
igiene eccetera); mentre la giustizia solenne dovrebbe riservarsi ai crimini, facendosi «rara e di
qualità per mantenere la propria potenza simbolica», come è stato detto.
14) La società civile
dovrebbe essere stimolata a produrre nel proprio seno, con corrispondente sgravio della giustizia
statale, strumenti e modalità di definizione rapida delle conflittualità -
mediante composizione o
giudizio — insorte in settori particolari di operatività o di casistica (stampa, condominio, trasporti,
danni a cose, appalti di servizi, somministrazioni eccetera), sull'esempio di quanto è stato fatto già
da molti decenni nel campo della pubblicità commerciale con il codice di autodisciplina
pubblicitaria. Ciascuna delle tesi, o per meglio dire ciascuno dei temi che senza ambizione di
completezza o d'originalità, e senza preoccupazioni di consonanza o dissonanza con altrui
proposte, si sono elencati meriterebbe probabilmente ben più ricche premesse e ben più
ricchi
sviluppi. Valgano essi per ora come testimonianza, modesto frutto di un'esperienza di lungo corso
compiutasi nel vigore dell'etica ateniese dell'isonomia, secondo cui tutti sono, o
dovrebbero
essere, uguali di fronte alla legge (ovvero: «la legge è uguale per tutti»). Sembra che nelle aule
giudiziarie, d'ora in avanti, accanto alla scritta con quell'altissimo, perentorio, dirompente, e, di
fatto, incomodo principio di civiltà, debba potersi leggere anche che «la giustizia è amministrata in
nome del popolo». Pura, ovvia, ridondante constatazione? Promessa di salvaguardia per coloro che
il popolo ha scelto? Al prossimo futuro l'ardua sentenza.
(Questo spazio è aperto ad ogni contraddittorio.
Fatevi avanti!)
Comunisti: indagati, colpevoli,
dimenticati
di Peter Gomez, Marco Travaglio
(2) (quarta parte)
I peggioristi sul metrò
«A partire dal 1987 anche il Pci entrò a far parte in maniera continuativa e
organizzata del sistema delle tangenti. Mentre fino ad allora il Pci aveva
ricevuto sporadicamente, per il tramite di Natali [Antonio Natali,
presidente socialista della Metropolitana milanese], delle contribuzioni
illecite, a partire da questo momento una quota fissa fu destinata alle casse
della federazione milanese del partito attraverso l'attività svolta da Soave
[Sergio
211
Soave, allora vicepresidente della Lega delle cooperative lombarda] e
soprattutto da Carnevale [Luigi Carnevale, vicepresidente della Mm]. Per
contro, proprio dal 1987, anche le cooperative legate al Pci, sino ad allora
escluse, entrarono nel "sistema Natali" alle condizioni imposte alle altre
imprese, cioè l'aggiudicazione di appalti attraverso il pagamento ai partiti di una quota
percentuale al valore della commessa».
Cosi scrivono i giudici della VII sezione del Tribunale di Milano,
presieduta da Carlo Crivelli, nella sentenza di primo grado sulle tangenti
per la metropolitana milanese, depositata il 15 luglio '96. Fra gli imputati,
insieme a Craxi, al numero tre della
Fiat Francesco Paolo Mattioli e altri, siedono due pezzi da novanta del Pds
milanese: il segretario provinciale Barbara Pollastrini e l'onorevole Gianni
Cervetti, accusati di corruzione. La prima è un'occhettiana, il secondo un
«migliorista» (corrente di Napolitano e Macaluso). Ma - si legge nella
sentenza - «a livello di federazione milanese l'intero partito - e non solo
alcune sue componenti interne - venne direttamente coinvolto nel sistema
degli appalti Mm, quantomeno da circa il 1987 [...]. Da tale periodo l'alloro
Pci fu inserito a pieno titolo nel novero 'dei partiti politici che
partecipavano alla spartizione delle tangenti proveniente dalle imprese che
acquisivano gli appalti di Mm».
C'è anzitutto il racconto di Carnevale, fra i primi arrestati di Mani pulite,
reo confesso: «Sin dal 1982 fino al giorno del suo arresto nei primi di
maggio del 1992 - ricordano i giudici - egli fu ininterrottamente membro del
Cda di Mm su designazione del Pci-Pds, ricoprendo dal 1990 anche la
carica di vicepresidente, e già al momento dell'insediamento l'alierà
presidente Natali lo mise al corrente della prassi tangentizia». Prima del
1987 le coop rosse avevano «garantita una certa quota di mercato senza
che dovessero effettuare alcuna contribuzione illecita al sistema dei
partiti». In cambio, i consiglieri d'amministrazione del Pci non
disturbavano il «sistema Natali». E le coop ricambiavano il partito con i
soliti finanziamenti sottobanco.
Ma «il quadro muta a partire dal 1987»- perché - spiega Carnevale - quel
sistema «non aveva portato buoni frutti per il partito». Cosi le coop e il Pci
entrano ufficialmente «nel sistema degli appalti».
Nel senso che le coop
«incominciarono a pagare una percentuale sul valore della commessa per
ottenere gli appalti, al pari delle imprese». E «il Pci-Pds milanese iniziò a
ricevere in via sistematica le contribuzioni illecite versate dagli 212
imprenditori, al pari degli altri partiti». Il «collettore delle tangenti per il Pci» è
Soave, che funge anche da cassiere per conto degli altri partiti «per le tangenti delle
imprese del settore impiantistico ed elettromeccanico», mentre per gli altri settori
raccoglie tutto il De Maurizio Prada e poi divide la torta (la quota Pci era il 18,5 su
ogni tangente). Carnevale «svolse una funzione di supporto e affiancamento a
Soave»; il suo ruolo, all'interno del Cda della Mm, era quello di «controllare che in
sede istituzionale venissero avallati gli accordi intervenuti fra imprese e politici;
mantenere i rapporti con gli altri partiti; e in qualche occasione ricevere il denaro da
Soave perché, previa detrazione della quota spettante al Pci, venisse consegnato a
Prada».
Poi, «dal settembre 1990, Carnevale subentra definitivamente a Soave» anche
come collettore del neonato Pds. Nuovo partito, nuovo cassiere. Anche perché
Soave era stato «inquisito per la vicenda di «Lombardia Informatica» [una delle
inchieste progenitrici di Mani pulite] e non era ben visto all'interno del partito, in
quanto si dubitava della sua correttezza nella ripartizione delle somme, nel senso
che si temeva che privilegiasse la corrente migliorista». Carnevale racconta che «il
passaggio delle consegne fu deciso dall'allora segretario del Pds milanese,
Roberto Cappellini».
Ma a quanto ammontavano le tangenti «rosse» per la metropolitana? Soave -
anche lui reo confesso - «ha ammesso di aver ricevuto in più occasioni dal
consorzio di imprese aggiudicatarie degli appalti Mm - la somma di lire 5-6
miliardi per l'appalto relativo agli impianti elettrici ed elettromeccanici.
Ricevuto
il denaro da Natale Baiarmi [rappresentante della capocommessa, la Castagnetti],
Soave inizialmente lo consegnava, in buste di carta, a Cappellini, in seguito a
Carnevale e Prada». Cappellini, sia pure con «dichiarazioni reticenti e su alcuni
aspetti assolutamente non credibili, ha ammesso di aver ricevuto delle somme di
denaro in nero: nel periodo tra il 1988 e il '90, circa 150.000.000 da Soave e da
Carnevale altri 150.000.000, ignorandone - a suo dire - l'origine illecita». Il che
per il Tribunale è «inverosimile», anche perché poi i finanziamenti «non
venivano
contabilizzati». Dopo Soave arrivò Carnevale, che «complessivamente ricevette
per conto del partito la somma di 2.100.000.000 di lire: due terzi li consegnò a
Cappellini, un terzo a Cervetti». Nel maggio '92, dopo gli arresti, il partito nomina
tre «saggi» per studiare i
finanziamenti occulti della Tangentopoli rossa. Ma «con riferimento al periodo
1986-90, i saggi non hanno potuto reperire le pezze giustificative» per rendersi
conto di quel che è accaduto.
I documenti sono spariti. «Una circostanza assai indicativa - secondo il Tribunale - sintomatica della volontà di
occultare sia le
modalità di reperimento delle risorse finanziarie sia i costi effettivamente
sostenuti». È comunque «pacifico che il Pci-Pds, dal 1987 al febbraio 1992
ricevette, quale percentuale del 18,') circa sul totale delle tangenti pagate dagli
imprenditori ag-giudicatari degli appalti di Mm, una somma non inferiore ai 3
miliardi, di cui almeno 2.100.000.000 raccolti da Carnevale».
Barbara Pollastrini (anche lei arrestata nel '92) risponde di concorso morale in
corruzione. A tirarla in ballo è il compagno Soave. Che racconta a Di Pietro la
svolta tangentizia del 1987, quando «Carnevale mi disse che aveva ricevuto
indicazioni dal PCI di entrare anche noi a pieno titolo nella spartizione».
Ma
Soave non si fida di Carnevale e - scrivono i giudici - «decise di sondare i vertici
del partito per avere precise garanzie circa il "nuovo corso" da seguire. Fu così che
all'insaputa di Carnevale senti l'esigenza di parlare della questione, pur con le
dovute cautele, con il segretario della federazione Barbara Pollastrini. Il colloquio,
data la delicatezza dell'argomento, avvenne durante una passeggiata attorno alla
sede della Federazione [...] alla fine degli anni '80. Soave riferì alla Pollastrini che
dagli appalti Mm il partito avrebbe potuto ottenere alcune centinaia di milioni nel
giro di qualche anno [...]. Il segretario diede implicitamente il proprio assenso,
pregando Soave di assicurarsi che i soldi rimanessero alla federazione milanese,
tenendo all'oscuro dell'esistenza di tali entrate sia il vertice nazionale del partito
che le stesse cooperative. Alla richiesta di Soave su chi dovesse essere il
destinatario finale delle tangenti, la Pollastrini lo indicò in Cappellini, nominativo
già indicategli dal Carnevale».
Ma questo racconto non basta ai giudici per condannare la Pollastrini. Sia perché
Soave «apparteneva alla destra del partito, viceversa la Pollastrini era una
sostenitrice dell'area di centro e sosteneva la linea di Occhetto», e le due correnti
erano «in conflitto politico molto forte». Soave e la Pollastrini litigavano spesso e
volentieri. Il primo considerava la seconda - come ha testimoniato Franco
Bassanini - «una moralista, incapace di capire la carnalità della politica, una che
faceva solo danni al partito». Quando l'allora sindaco di Torino Diego Novelli
denunciò alla magistratura lo
scandalo delle tangenti del faccendiere Zampini, ricordano altri testimoni, «vi fu chi
plaudi a questa iniziativa come la Pollastrini, e chi invece ritenne che era un
comportamento sessantottino, moralistico, e che non andava tenuto». Inoltre Soave «ha
inizialmente taciuto il nome della Pollastrini», facendolo solo in un secondo momento.
Ed è stato incerto sulla data del fatidico colloquio (1988-90). Comunque, dopo il 1987,
anno della «svolta» tangentizia del Pci milanese, quando la Pollastrini non era ancora
segretario provinciale del Pci milanese (fu eletta solo nel 1988). Oltretutto Carnevale,
almeno dal 1990, parla di una scelta della «Direzione nazionale, che decise di entrare in
maniera organica nel sistema di spartizione delle contribuzioni provenienti dal sistema
delle imprese».
Il quadro, insomma, è molto «complesso», ed è «difficile fare chiarezza a proposito dei
rapporti tra Pci-Pds e il sistema degli appalti». Se a ciò si aggiunge che «le
dichiarazioni di Soave sono isolate e senza riscontro», e che il migliorista Carnevale -
che non esita ad accusare il migliorista Cervetti - «non ha mai fatto il nome della
Pollastrini», occhettiana di ferro, il Tribunale conclude che «le dichiarazioni
accusatorie di Soave non sono idonee a fondare un giudizio di responsabilità nei
confronti di Barbara Pollastrini». Che viene cosi assolta «per non aver
commesso il
fatto».
A lungo coordinatrice delle donne Ds, verrà eletta deputato il 13 maggio 2001.
Gianni Cervetti, nel '92 deputato migliorista, risponde di ricettazione, «per aver
ricevuto da Carnevale, in violazione della legge sul finanziamento ai partiti, la somma
di circa 700.000.000 di lire provento dei fatti di corruzione relativi all'aggiudicazione
di appalti della Mm». Racconta Carnevale, dotato di ottima memoria: «Allorché, a
metà del 1990, mi fu dato incarico dal Cappellini di sostituire Soave nella funzione di
referente per conto del Pci per la spartizione delle tangenti Mm, fui avvicinato
dall'on.
Cervetti il quale, mostrandosi perfettamente a conoscenza della situazione di
ripartizione del denaro fra i vari partiti in relazione alle bustarelle, mi disse che
avrebbe gradito ricevere una quota di detto denaro in favore dell'area
riformista-migliorista. Detta area era osteggiata dal potere centrale facente capo a Occhetto e
quindi aveva difficoltà di finanziamenti diretti da parte del partito. Io, siccome ero un
simpatizzante, mi feci carico di convogliare una parte delle somme ricevute dagli
imprenditori operanti nelle Mm a favore di Corvetti e dell'area migliorista. A
partire dalla metà del '90 fino al Natale '91, ogni volta che ricevevo il
denaro da consegnare al Pci, davo due terzi al segretario cittadino
Cappellini e un terzo a Cervetti. In quel periodo ho consegnato a
Cappellini una somma complessiva di circa 1.400.000.000 e al Cervetti
circa 700.000.000 in più riprese. Entrambi erano a conoscenza della
provenienza del denaro da tangenti acquisite nell'ambito degli appalti di
Mm».
A Cervetti - ricorda Carnevale - «consegnai oltre 700.000.000 tra la metà
del '90 e la fine del '91 sempre in contanti, nell'ordine di 50-100.000.000
per volta presso il suo ufficio».
Carnevale - per il Tribunale - non ha
alcun «motivo di risentimento» nei confronti di Cervetti, suo amico e
capocorrente. Dunque «le sue dichiarazioni appaiono intrinsecamente
attendibili: reiterate, spontanee, immediate» e soprattutto «pienamente
riscontrate»: insomma, «è assolutamente pacifico che Carnevale abbia
ricevuto almeno 2.100.000.000 ed è riscontrato che una pane del denaro
sia stato consegnato a Cappellini». Senza contare che la corrente
migliorista milanese godeva di «una situazione finanziaria alquanto
florida, specialmente dopo il '90, a dispetto delle difficoltà in cui versava
la Federazione». Perché?
(4 - continua)
(Questo spazio è aperto ad ogni contraddittorio.
Fatevi avanti!)
Mani Pulite - 1992. Mani sporche (1)
(sesta puntata)
Identikit di
un pool
E una curiosa alchimia di magistrati quella che fa esplodere la più clamorosa indagine giudiziaria dell'Italia
repubblicana. Uomini diversi per provenienza geografica, estrazione sociale, attitudini, esperienze
professionali, formazione culturale, orientamento politico. Antonio Di Pietro, magistrato anomalo, nel 1992 ha
42 anni, stoffa da investigatore e grinta da poliziotto. Gherardo Colombo, 46
anni, con inchieste come quelle
sulla P2 e sui fondi neri dell'Ir! ha più volte affondato le mani nei rapporti pericolosi tra politica e affari.
Piercamillo Davigo, 42 anni, caustico, tagliente e squadrato come un militare, è l'anima giuridica del gruppo, il
«Dottor Sottile» che stila i documenti processuali più delicati. Coordina il lavoro e amalgama gli uomini il
procuratore aggiunto Gerardo D'Ambrosio. «Sia Colombo, sia Davigo, sia io e poi anche Greco - dice oggi Di
Pietro — avevamo provato negli anni '80 a trovare il bandolo del sistema della corruzione. Ma eravamo stati
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regolarmente fermati. Nel 1992-93, ci siamo mossi lavorando insieme e ce
l'abbiamo fatta. Grazie alle
nuove condizioni storiche, al nuovo codice e al lavoro di gruppo».
Di Pietro nasce nel 1950 in un piccolo paese della provincia di Campobasso, Momenero di Bisaccia,
contrada Capolaserra. Perde giovanissimo il padre, contadino. Compie i primi studi nel seminario di
Termoli e poi passa attraverso molti mestieri. Mentre frequenta, a Roma, l'istituto tecnico per periti
industriali, fa il guardiano notturno di garage, il fattorino, il correttore di bozze. Dopo il servizio militare,
nel 1972, parte per la Germania e lavora sette mesi a Stoccarda come operaio in una fabbrica di posate.
Intanto comincia a fare concorsi pubblici a ripetizione. Nel 1973 torna in Italia, perché ha vinto il primo:
quello del ministero della Difesa per un posto di impiegato civile presso l'ufficio controllo armamenti
dell'Aeronautica. È un impiego che gli lascia molto tempo libero, rispetto ai suoi abituali ritmi di lavoro.
Cosi si iscrive all'università, facoltà di Giurisprudenza. Sposa Isabella Ferrara, che gli da un figlio,
Cristiano. Si laurea nel 1978 alla Statale di Milano con il professor Paolo Biscaretti di Ruffia: 22 esami in
tre anni, voto finale 108 su 110.
Poi vince altri concorsi, cimentandosi via via come segretario comunale,
praticante notaio, procuratore legale, vicecommissario di polizia. Nel 1980, per meno di un anno, è
«sbirro» al quarto distretto di Milano, dove si occupa di ladri e spacciatori. Finché vince l'ultimo
concorso, quello per entrare in magistratura.
È uditore giudiziario e poi, fino al 1985, sostituto procuratore a Bergamo.
Assapora un pizzico di celebrità
quando smaschera il «mostro di Leffe», un pluriomicida che ha assassinato l'intera famiglia. L'ultimo
arresto che chiede è quello del suo assistente, un maresciallo della Guardia di finanza che aveva accettato
una bustarella. Poi, nel 1986, viene trasferito a Milano. Intanto va in crisi il suo primo matrimonio e nella
sua vita entra Susanna, figlia di Arbace Mazzoleni, un noto avvocato di Bergamo.
Con lei andrà a vivere
in una villetta di Curno e avrà altri due figli, Anna nel 1987 e Antonio (Totò), nel 1991. Alla Procura di
Milano, assegnato alle indagini sui reati contro la pubblica amministrazione, si butta nel lavoro con i
consueti ritmi frenetici. È, in tutti i sensi, un solista: anche nella vita
associativa della magistratura. Resta
fuori dalle correnti organizzate e non partecipa, unico magistrato del palazzo di giustizia di Milano, allo
sciopero indetto nel 1991 dall'Associazione nazionale magistrati contro il presidente della Repubblica
Francesco Cossiga, accusato di attaccare l'indipendenza delle toghe e del Csm. Fuori dalla porta del suo
ufficio, il giorno dell'agitazione, appende un cartello: «Qui non si sciopera».
Cossiga apprezza il gesto, lo
chiama e diventa suo amico.
Il consiglio giudiziario di Milano riconosce a Di Pietro, nelle sue note di
valutazione, «eccezionali
capacità di lavoro, memoria e resistenza assolutamente al di fuori del comune, intuito fulmineo degli stati
d'animo e dei nessi occulti tra gli indizi e dei percorsi più rapidi ed efficaci per provocare l'emersione della
verità storica». La mattina, arriva in ufficio prestissimo e la sera è sempre fra gli ultimi a uscirne.
Scarsi e
sporadici i rapporti con i colleghi, da cui lo dividono l'estrazione sociale, la
formazione culturale, il curriculum e lo stile. Di Pietro lavora in silenzio fino a quel 17 febbraio 1992
che cambierà la sua vita. E non solo la sua.
Gherardo Colombo è il suo contrario. Nato nel 1946 a Briosce, in Brianza, cresciuto in una grande
casa con giardino e un piccolo boschetto di bambù nel vicino centro di Renate, Colombo ha un
padre medico e un po' poeta, e un bisnonno materno avvocato. Diventa magistrato in anni in cui
la cultura si interroga sui rapporti tra devianza, legge e società. Colto, sportivo, aria da intellettuale
svagato, aderisce alla corrente di Magistratura democratica, quella di sinistra. Nel 1980, con il
collega Giuliano Turone, avvia le indagini sullo strano rapimento (un «auto-sequestro», si scoprirà
poi) del banchiere Michele Sindona e sull'assassinio dell'avvocato milanese Giorgio Ambrosoli,
che delle banche di Sindona era il commissario liquidatore. I due giudici isrruttori raccolgono le
prove che faranno condannare Sindona per omicidio.
Ma nel corso delle indagini scoprono anche
le liste della loggia massonica segreta P2 del maestro venerabile Licio Gelli, la cui
pubblicazione
nel maggio 1981 provoca un terremoto politico. Molti documenti trovati insieme alle liste P2,
durante la perquisizione negli uffici di Gelli a Casriglion Fibocchi, avrebbero potuto svelare il
sistema della corruzione politica con undici anni di anticipo: ma i tempi non erano maturi,
l'inchiesta fu trasferita d'imperio a Roma e poi frenata e dispersa. Anche i fondi neri dell'Iri, su cui
Colombo indagò subito dopo, erano un innesco ideale per far detonare Tangentopoli già nei primi
anni '80: ma il sistema politico fece barriera, rimarginando la ferita aperta e
strappando
l'ennesimo trasferimento dell'inchiesta a Roma, nel «porto delle nebbie» e delle sabbie.
«Nel 1992
- ricorda Colombo - avevo detto basta alle inchieste totalizzanti. Volevo occuparmi d'altro,
riflettere, scrivere. E poi non volevo più girare scortato. Avevo già dato. Invece...». Invece i capi,
D'Ambrosio e Borrelli, insistono: vogliono che affianchi Di Pietro. Colombo resiste, frena, punta
i piedi per un po'. Ma alla fine accetta. Ed entra nel pool.
Dopo di lui arriva anche Piercamillo Davigo, che con Di Pietro ha in comune l'età (classe 1950) e
un'inchiesta importante, quella sulle «Carceri d'oro» del costruttore De Mico. Davigo viene dalla
provincia lombarda ai confini con il Piemonte. È cresciuto a Candia Lomellina, un paese di 1700
abitanti in provincia di Pavia. Figlio unico, padre agente di commercio, nonno con laurea in
Giurisprudenza per qualche tempo sindaco di Candia.
Educazione cattolica e rigorosa, da «uomo
d'ordine», quanto di più lontano si possa immaginare dai fermenti sociali che negli anni '60 e '70
attraversano anche la magistratura. Indossata la toga, infatti, Davigo aderisce a Magistratura
indipendente, la corrente più conservatrice. Affianca Francesco Di Maggio nella prima grande
indagine sulla malavita a Milano, raccontata in prima persona dal boss Angelo Epaminonda detto
«il Tebano» (arrestato nel 1984), successore al vertice della mala di Francis Turatello. Poi si
occupa di corruzione: non solo per le «Carceri d'oro», ma anche per il «Piano Casa» del comune di
Milano, che vede per la prima volta indagato (ma poi prosciolto) l'immobiliarista Salvatore
Ligresti. Appena entrato nel pool Mani pulite, Davigo segue le indagini sugli appalti di Malpensa
2000 (si era già occupato, anni prima,
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di tangenti sulle forniture aeroportuali e aveva scoperto, dopo una rogatoria in Belgio, un conto segreto
chiamato «Pascoli ombrosi»).
Per alcuni mesi è quasi interamente assorbito dalla stesura delle richieste di
autorizzazione a procedere per i parlamentari: un atto che, prima della riforma dell'immunità, andava
inviato alla Camera o al Senato entro trenta giorni dalla scoperta di possibili reati a carico di un deputato o
di un senatore. Ne stila ben 130, di quelle richieste, in meno di un anno. Con la sua conoscenza certosina
dei codici e la sua intelligenza pronta e sintetica, diventa il giurista principe del pool, l'uomo delle
soluzioni difficili, il «Dottor Sottile» per gli amici, «Piercavillus» per gli
avversari.
Il gruppo di Mani pulite è una catena di montaggio che lavora senza sosta. Di Pietro prevalentemente
interroga. Colombo perlopiù esamina carte e documenti, Davigo scrive soprattutto gli atti giudiziali.
Gerardo D'Ambrosio, intanto, vigila, smussa gli spigoli e tiene le relazioni con la stampa. Napoletano,
classe 1930, in Procura praticamente da sempre, D'Ambrosio è da poco tornato al lavoro dopo un trapianto
di cuore che gli ha ridato energia: «Ho nel petto il cuore di un ventenne», dice.
E riprende con entusiasmo
la sua seconda vita professionale. Nella prima, con l'amico e collega Emilio
Alessandrini (poi ucciso dai
terroristi di Prima linea), aveva riaperto nel 1974 l'indagine sulla strage di piazza Fontana: ribaltando i
depistaggi della «pista rossa» e anarchica e imboccando quella «pista nera» (su neofascisti e uomini di
apparati dello Stato) che solo trent'anni dopo sarà suggellata da una sentenza di condanna. Per questo e per
la sua appartenenza a Magistratura democratica viene bollato come «comunista». Ma subito dopo viene
chiamato «fascista» per aver chiuso l'indagine sulla morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da
una finestra della Questura di Milano, sostenendo che non c'erano prove ne del suicidio ne
dell'omicidio, e
scagionando il commissario Luigi Calabresi, accusato da una violenta campagna di stampa della sinistra.
Lui comunque negherà sempre di essere un comunista e si definirà «politicamente un anarchico».
Anche Borrelli è nato a Napoli nel 1930. In toga dal 1955, figlio e nipote di magistrati, ha trascorso gran
parte della sua carriera al Tribunale civile, passando poi alla Corte d'assise. In Procura dal 1982 come
aggiunto, diventa procuratore capo nel 1988. Dopo un'iniziale adesione a Md, non fa vita di corrente e si
definisce «un liberale crociano».
Un paio di piani sopra la Procura della Repubblica, c'è l'ufficio di Italo Ghitti, il gip che nel primo anno e
mezzo di Mani pulite esaminerà le richieste di custodia cautelare avanzate dal pool, accogliendone molte,
ma non tutte («Ne ho respinte la bellezza di 90 in due anni», si vanterà nel 2002). E rapidissimo: decide
sempre con la massima velocità, riuscendo a scongiurare, o almeno a ridurre al minimo, fughe,
inquinamenti e scomparsa di prove. Anche Ghitti è tutt'altro che un
rivoluzionario: aderisce alla corrente di
centro della magistratura associata, Unicost (Unità per la Costituzione).
4.Tangenti bianche, nere, rosse
II 13 maggio, all'indomani della manifestazione di Milano a sostegno del pool, Mani pulite
arriva per la prima volta a Roma: cioè al vertice nazionale - per ora solo amministrativo - di
un partito, la De. Il tesoriere Severino Citaristi, senatore, riceve un avviso di garanzia.
Citaristi è un democristiano di Bergamo, dove vive con la sua numerosa famiglia. Negli
anni '50 ha fondato la Minerva Italica, una delle maggiori case editrici specializzate in testi
scolastici. Ma la sua vita è la politica: diventa parlamentare e nel 1986 Ciriaco De Mita lo
nomina segretario amministrativo. Per 16 anni è il collettore nazionale delle tangenti che
affluiscono dalla periferia al centro del partito. Una funzione accettata senza tentennamenti
ne scrupoli, che gli costerà cara. Fra il 1992 e il 1994 Citaristi diventa il recordman degli
avvisi di garanzia: 74 in due anni.
Eppure non diventerà mai, per l'opinione pubblica, un
simbolo deteriore di Tangentopoli. Diligente funzionario che raccoglie soldi per il partito,
si presenta con uno stile di vita più sobrio, molto diverso da quello di altri cassieri,
soprattutto socialisti. Anche Citaristi, comunque, parla: svela i contributi illegali e le
tangenti raccolti prima per Ciriaco De Mita, poi per Arnaldo Forlani. Confessa di aver
procurato "oltre 100 miliardi" sottobanco. Contro De Mita, però, i magistrati non potranno
procedere: l'amnistia del 1989 -approvata dal pentapartito e dal Pci - ha cancellato i
finanziamenti illeciti ai partiti (anche quelli dei paesi comunisti alle Botteghe Oscure)
versati fino a quell'anno: lo stesso in cui De Mita ha lasciato la segreteria a Forlani.
Il 19 maggio finisce in carcere Walter Armanini, ex assessore comunale ai
cimiteri.
Socialista di nobili origini, con fama di playboy, è accusato di aver intascato mazzette sulla
costruzione di un nuovo camposanto (poi non realizzato) e sulla ristrutturazione
dell'obitorio municipale. Bustarelle minori e "periferiche", rispetto al Sistema Milano:
eppure colpiscono in modo particolare l'opinione pubblica, per l'ambiente in cui Armanini
operava (e incassava). "Rubano anche sui morti", titolano i giornali. E dire che davanti a Di
Pietro dichiara: "A me il mio partito non mi ha più fatto assessore perché dicevano: "Quel
cretino di Armanini non sa più rubare..."". Armanini sarà tra i primi a essere processato (e
condannato a 5 anni e 7 mesi). Il primo a finire alla sbarra in diretta televisiva, su Raitre, a
Un giorno in pretura. Uno dei pochi, poi, a tornare in carcere per scontare la pena.
Se i nomi di Citaristi e Armanini non destano molte sorprese, suscita scalpore il
coinvolgimento di tré partiti che sostengono Di Pietro fin dal primo giorno,
ostentando le
"mani pulite"; il Pri, il Msi e, ancor più pesantemente, il Pds. Il 13 maggio un avviso di
garanzia raggiunge Antonio Del Pennino, deputato milanese repubblicano. Il 20 maggio è
la volta di Giacomo Properzj, ex presidente repubblicano della Provincia di Milano. Per lui,
non parlamentare, c'è un mandato di cattura, ma ottiene gli arresti domiciliari per ragioni di
salute: un incidente di caccia accaduto tanti anni prima lo ha privato della vista. Il Msi
viene coinvolto, per la prima e unica volta a Milano, con Giuseppe Resta, consigliere
provinciale e poi senatore.
Indagato per tangenti sugli appalti dell'Aem e processato insieme a Tognoli e
Pillitteri. Resta verrà
condannato in via definitiva a 2 anni per corruzione.
La sorpresa diventa choc il 15 maggio, quando viene arrestato Roberto
Cappellini, segretario milanese del
Pds. Cappellini non fa parte della corrente "migliorista" e filosocialista, come gli altri ex comunisti finora
coinvolti nell'inchiesta. È un ex operaio quarantenne che vive nella "rossa" Sesto San Giovanni e
appartiene alla maggioranza del partito, quella che fa capo al segretario Achille Occhetto. Il
giorno
seguente si consegna, dopo 15 giorni di latitanza, il compagno che ha
contribuito a farlo arrestare: il
"migliorista" Carnevale, che si è fatto precedere da un memoriale inviato ai magistrati, e subito ottiene gli
arresti domiciliari.
Fra Cappellini e Carnevale esplode una polemica non solo giudiziaria, ma anche politica, che dilania il
partito.
Carnevale ammette di essere il collettore delle tangenti del sottosistema Metropolitana per conto
del Pci-Pds. Racconta, confermando le testimonianze di alcuni imprenditori, che il compagno Sergio
Soave, vicepresidente regionale della Lega delle cooperative, aveva l'esclusiva delle
mazzette per i lavori
elettromeccanici e per l'impiantistica del metrò. E coinvolge Cappellini (poi accusato anche da Soave). Dal
1987 - spiega - dopo l'arresto del socialista Natali, il Pci non si accontenta più di procacciare commesse
per le cooperative rosse. Ma ottiene di sedere stabilmente al tavolo delle tangenti Mm. E le coop rosse, da
allora, vengono trattate come tutte le altre aziende: vengono cioè inserite nelle aggiudicazioni
preconfezionate degli appalti, in cambio del "pagamento ai partiti di una quota percentuale sul valore della
commessa".
Cosi lavorano e pagano tangenti, tra le altre, la Unieco, la Coopsette, la Cmb di Carpi, i cui
rappresen-tanti saranno processati e condannati.
La conseguenza - prosegue Carnevale - è che il Pci, che "fino ad allora aveva ricevuto sporadicamente,
per il tramite di Natali, delle contribuzioni illecite", comincia "a ricevere in via sistematica le contribuzioni
illecite versate dagli imprenditori, al pari degli altri partiti milanesi". Soave conferma: "Carnevale mi
disse che aveva ricevuto indicazioni dal Pci di entrare anche noi a pieno titolo nella spartizione delle
contribuzioni provenienti dalle imprese". Chi sia stato a dare quelle "indicazioni dal Pci" rimarrà un
mistero. Racconta Carnevale: "Entrammo anche noi nella spartizione, perché la gestione precedente, e
cioè limitarsi a favorire le cooperative, non aveva dato buoni frutti per il partito".
La data della svolta, il
1986-87, cade paradossalmente proprio mentre Milano è impegnata nel suo primo grande dibattito
collettivo sulle tangenti e la moralità in politica. A sinistra si discute sul coinvolgimento del Pci nello
scandalo delle "Aree d'oro" (protagonisti il costruttore Salvatore Ligresti e l'assessore all'Urbanistica
dell'epoca, il comunista Maurizio Mottini, che poi usciranno dalle indagini
senza coinvolgimenti penali),
con interventi di fuoco di Giorgio Bocca e di altri intellettuali.
La sentenza del Tribunale sulle tangenti Mm, nell'aprile 1996, è illuminante: "Va subito fissato un primo
punto fermo: a livello di federazione milanese, l'intero partito, e non soltanto alcune sue componenti
interne, venne direttamente coinvolto nel sistema degli appalti Mm, quantomeno da circa il 1987".
Per i giudici "risulta dunque pacifico che il
Pci-Pds dal 1987 sino al febbraio 1992 ricevette, quale percentuale del 18,75 per cento sul totale delle tangenti
Mm, una somma non inferiore ai 3 miliardi", raccolti dai collettori delle mazzette rosse: Carnevale e Soave.
Nel 1990 (dopo il crollo del muro di Berlino, che ha interrotto i canali di
finanziamento e d'affari con i paesi
del blocco comunista) avviene la seconda svolta: Soave esce di scena, sostituito da Carnevale. Soave è
diventato un personaggio ingombrante perché inquisito nello scandalo di Lombardia Informatica e in più -
recita la sentenza - "non era ben visto all'interno del partito, in quanto si dubitava della sua correttezza nella
ripartizione delle somme, nel senso che si temeva che privilegiasse la corrente migliorista". Racconta
Carnevale: "Fu Cappellini, segretario cittadino dell'epoca, ad affidarmi per conto del partito l'incarico che in
precedenza aveva svolto Soave".
La regola interna era quella dei ire terzi: delle tangenti che spettavano al
Pds (2 miliardi e 100 milioni per il solo sistema Mm), due terzi dovevano andare agli "occhettiani", cioè a
Cappellini, e un terzo ai "miglioristi". Carnevale, fatti i conti, sostiene di aver versato 1 miliardo e 400 milioni
al partito e 700 milioni ai "miglioristi". Cioè - dice lui - a Gianni Corvetti. Deputato e membro del governo-
ombra del Pds, accusato di essere il destinatario finale delle tangenti ai miglioristi, Cervetti riceve un avviso di
garanzia il 27 maggio.
Cappellini intanto respinge tutte le accuse. Quelle di Carnevale - sostiene -
sono calunnie lanciate da un
avversario politico interno. Il partito non sarebbe - a suo dire - mai entrato nel sistema delle tangenti e i
"miglioristi", dopo essere stati scoperti, lo avrebbero coinvolto per trascinarlo nel fango con loro.
Il segretario
milanese ammette soltanto "di aver ricevuto somme di denaro in nero", e di
essersi "rivolto a Soave come
esponente della Lega delle cooperative regionali" con "l'invito a contribuire per far fronte alle difficoltà
finanziarie". Insomma, confessa di aver ricevuto denaro, ma ridimensiona le cifre: 20 o 30 milioni da Li Calzi;
50 milioni in una busta, per tre volte, da Carnevale; da Soave non ricorda quanto. Piccoli aiuti per il partito.
Incassati - giura - senza mai sapere che fossero frutto di tangenti.
Il 27 maggio entra nell'inchiesta anche il Psdi, con un avviso di garanzia
inviato all'onorevole Renato Massari,
socialdemocratico poi passato al Psi.
Due giorni dopo la Procura di Milano chiede alla Camera l'autorizzazione
a procedere contro i parlamentari milanesi finora indagati: Cervetti, Massari, Tognoli, Pillitteri e Del Pennino.
Dei partiti tradizionali, all'appello di Mani pulite, manca soltanto il Pii. Ancora per poco.
"Mi vergogno, ma dovrebbero vergognarsi anche Craxi e Forlani". Con queste parole, il 29 maggio, il
segretario del Pds Achille Occhetto chiede scusa davanti ai compagni riuniti nella storica sezione della
"Bolognina", già teatro del primo annuncio della svolta postcomunista del 1989. "Esponenti e dirigenti del
Pds - ammette Occhetto con la voce rotta dall'emozione - sono entrati nel
meccanismo perverso della
ripartizione dei proventi illeciti". Poi denuncia il "rampantismo" alla milanese e parla di una "nobile illusione storica propria del Pci: quella che il codice morale
del partito fosse di un rango etico superiore a quello del singolo cittadino". Parole che non basteranno ad
arrestare l'avanzata delle indagini sul "fronte rosso".
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- continua)
(1) Mani Pulite - La vera storia - Da
Mario Chiesa a Silvio Berlusconi - Gianni Barbacetto, Peter
Gomez, Marco Travaglio
© Copyright Editori
Riuniti ( ISBN 88-359-5241-7)
(2) La repubblica delle banane - Affari e malaffari di trenta
potenti nelle sentenze dei giudici - Peter Gomez, Marco Travaglio
© Copyright Editori
Riuniti ( ISBN 88-359-4915-7)
Link:
- Antonio Di Pietro
- Antonio Di Pietro: Sito ufficiale
- Il sito Manipulite.it
- Intervista di Disinformazione.it
a Marco Travaglio
in occasione dell'uscita del libro Mani Pulite.
- Tabucchi: La
corruzione ha battuto Mani Pulite
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