Le inchieste /

:: Viaggio nella giustizia italiana da Mani Pulite alla Cirami in 999 puntate ::

Quinta Puntata

Sommario

:: Appuntamento a Milano - di  Antonio Di Pietro
:: Comunisti: indagati, colpevoli, dimenticati - di P. Gomez, M. Travaglio (terza parte ) 
:: Mani Pulite - 1992. Mani sporche (quinta puntata)
:: Le Fonti
:: I Link


Appuntamento a Milano
di Antonio Di Pietro

(Fonte Avvenimenti n°5/2003)

Incredibile ma vero. Per due volte Berlusconi e C. si sono fatti leggi ad personam e per due volte hanno sbagliato pure a scriverle. Mi riferisco alla legge sulle "rogatorie" e a quelle sul "legittimo sospetto". In entrambi i casi lo scopo dichiarato era quello di evitare che i giudici di Milano potessero arrivare alla conclusione dei processi che li riguardavano. Con la prima legge si volevano rendere invalide le rogatorie relative all'acquisizione in Svizzera delle copie dei documenti bancari che comprovavano il passaggio di denaro fra gli imputati. Con la seconda (ribattezzata "legge Cirami", dal nome del suo presentatore) si voleva addirittura far trasferire i processi da Milano a Brescia. 

Ed invece, nel primo caso la legge sulle rogatorie è stata dichiarata dalla Suprema Corte non applicabile in quanto superata dalla "normativa consuetudinaria intemazionale" già vigente e con valore superiore alla "legge ordinaria" del singolo Stato (normativa internazionale che prevede appunto che i documenti bancali provenienti da una autorità giudiziaria di un altro stato possono essere acquisiti anche in copia).

Parimenti (e la notizia è fresca fresca) la Corte di Cassazione ha riconosciuto che, nel caso di specie, la legge sul "legittimo sospetto" non si applica semplicemente perché - a differenza di quanto finora blaterato - a Milano non c'è e non c'è mai stato un clima persecutorio nei confronti di Berlusconi, Previti e compagnia bella tale da aver pregiudicato o da poter pregiudicare la libera determinazione delle persone che partecipano al processo.

Che fare allora di queste leggi così maldestramente ed avventatamente emanate? In molti, a suo tempo - tra cui l'Italia dei Valori, i movimenti e i girotondi - abbiamo sostenuto la necessità di promuovere un referendum popolare per abrogarle perché "di parte" e perché dannose. Abbiamo anche depositato i quesiti referendari in Cassazione e ci siamo preparati al difficile e gravoso compito della raccolta dele 500mila firme necessarie per indire i referendum. Abbiamo però aspettato a partire con la raccolta delle firme perché speravamo che - alla luce del buon senso - la Corte di Cassazione interpretasse e delimitasse la portata delle due leggi rendendole accettabili sul piano costituzionale e degli interessi generali ed evitando che il ricorso strumentale a tali leggi potesse far ottenere un indebito beneficio a chiunque.

Così è avvenuto e noi ne siamo contenti non solo perché così la furbizia berlusconiana è stata sconfitta, ma soprattutto perché ora, grazie a questa interpretazione restrittiva e più aderente al dettato costituzionale, viene scongiurato l'altro pericolo, quello per cui queste leggi avrebbero potuto avvantaggiare anche pericolosi criminali. Orbene, alla luce delle "restrizioni interpretative" introdotte addirittura dai giudici della Suprema Corte di Cassazione a Sezioni riunite, appare evidente che le due leggi "salvaprocessi" in questione hanno perso tutto il loro potenziale distruttivo nei confronti degli effetti collaterali che avrebbero potuto provocare in mio stato di diritto.

Pertanto, a mio avviso, è ora diventato del tutto inutile spendere ulteriore tempo ed energie (e anche denaro) per raccogliere le firme e scomodare i cittadini-elettori su questioni che, grazie all'insipienza in materia di tecnica legislativa dei proponenti, si sono risolte da sole. Non resterebbe quindi che - come si dice in gergo - archiviare la pratica e aspettare che i giudici di Milano facciano il loro dovere e ci dicano finalmente se Berlusconi, Previti e C. siano colpevoli o innocenti. Così ora "dovrebbe" essere, ma temo che così purtroppo non sarà. Berlusconi l'ha già fatto capire con le sue strampalate accuse di "complotto politico" che continua a ripetere ormai a reti unificate.

Succederà invece che un'accorta compagna stampa di regime tenterà di convincere i cittadini che "gli eletti dal popolo non possono essere giudicati altrimenti si impedirebbe loro di esercitare il loro mandato". Accuseranno - come già stanno accusando - i giudici di voler sovvertire l'ordine democratico dello Stato. Addirittura ora se la prenderanno anche con quegli attempati signori della Suprema Corte, quegli stessi che solo poco tempo addietro Berlusconi ringraziava e lodava pubblicamente all'indomani della cancellazione della condanna a tre anni di carcere che aveva ricevuto dalla Corte di Appello per la vicenda delle tangenti alla Guardia di Finanza.

Ovviamente il rialzo dello scontro è studiato a tavolino. È un giochino funzionale allo scopo (e per questo va smascherato subito): serve per preparare il terreno alla richiesta del ripristino dell'immunità parlamentare. Anzi di più: non si limiteranno a ripristinare il vecchio istituto dell'autorizzazione a procedere i ma ne inventeranno uno ancora più blindato, quello della immunità tout court proponendo una legge del tipo "nei confronti dei parlamentari ogni processo si sospende di diritto" (con il rischio che il Parlamento finirà per diventare un ricettacolo anche di incalliti criminali).

Che fare allora? Non resta che continuare la "mobilitazione permanente" per rilanciare e tenere viva l'attenzione dell'opinione pubblica. È questa l'unica arma che abbiamo ma anche la più efficace. Dobbiamo vigilare affinché nessuno dei parlamentari dell'opposizione si lasci tentare dalla voglia di votare favorevolmente la modifica dell'articolo 68 della Costituzione (che regola appunto l'istituto dell'immunità parlamentare). Trattandosi di una norma costituzionale, per modificarla ci vuole il voto favorevole di due terzi dei parlamentari per essere immediatamente valida, altrimenti è necessario fare un referendum confermativo.

È proprio quello che dobbiamo pretendere. Se quelli della Casa delle Libertà dovessero davvero osare di reintrodurre l'immunità parlamentare, dobbiamo attivarci per contrastarla con il referendum. Sono certo che la pretesa di considerare i parlamentari "diversi" di fronte alla legge rispetto a tutti gli altri cittadini non passerebbe al vaglio degli elettori. E poi vediamo se continueranno a dire che, siccome sono stati eletti dal popolo, possono fare tutto quello che vogliono."

(Questo spazio è aperto ad ogni contraddittorio. Fatevi avanti!)


Comunisti: indagati, colpevoli, dimenticati
di Peter Gomez, Marco Travaglio
(2)
(terza parte)

Greganti Secondo: 6 mesi per Fiat

Oltre a patteggiare per corruzione a Milano, il compagno G ha rimediato altre due condanne, per finanziamento illecito al Pci-Pds: una, sempre a Milano, per una mazzetta della Fiat in cambio dell'appalto del depuratore torinese «Po-Sangone»; l'altra a Tortona per la cessione di uno stabile in via Tirso a Roma, sempre a vantaggio delle casse del Pci-Pds. Due condanne definitive. Il 29 maggio 1993, il pm torinese Giuseppe Ferrando interroga Ulrico Bianco, già amministratore delegato dell'Italimpresit (la società del gruppo Fiat che si sarebbe poi fusa con la Cogefar, dando vita alla Cogefar Impresit).

Bianco è uno dei manager appena indicati da Romiti, nel famoso «memoriale» sulle tangenti Fiat, come il referente della bustarella da 260 milioni pagata per il depuratore del consorzio Po-Sangone. E narra ai magistrati la storia di una clamorosa richiesta di tangenti da parte di un anziano funzionario del Pci torinese, che intendeva cosi far «risarcire» il partito per le gare d'appalto perdute dalle cooperative rosse nella realizzazione del depuratore. «Voi della Fiat avete vinto quelle gare - avrebbe detto il funzionario - e ora ci dovete pagare per il danno subito dalle coop».

Altrimenti l'azienda avrebbe subito ritorsioni su altri appalti, nelle zone più «rosse» della periferia torinese. Il funzionario è Antonio De Francisco, amministratore della cooperativa «Alba» che gestiva il patrimonio immobiliare del Pci. Ma non può ribattere alle accuse di Bianco: è morto sei mesi prima. Il racconto di Bianco, comunque, è molto circostanziato: da anni De Francisco lo tempestava di richieste di finanziamento («sotto forma di pubblicità o sponsorizzazioni») e lui aveva sempre risposto picche. Nell'ottobre dell'87 l'esponente del Pci tornò alla carica, con un discorso allusivo a certi ricorsi al Consiglio di Stato presentati dalla società rivale dell'Italimpresit per l'appalto del terzo modulo del depuratore.

De Francisco - scriverà la Cassazione - «prospettò possibili negative influenze del Pci sul Cda del Consorzio Po-Sangone, in cui era rappresentato, al fine dell'annullamento della gara». Bianco s'impegnò a pagare, sempreché alla fine dei ricorsi l'appalto venisse aggiudicato alla sua azienda. E cosi avvenne. Per il versamento, De Francisco gli mandò un biglietto con il numero di un conto svizzero aperto per l'occasione. «Ci aveva 205 chiesto 500 milioni - ricorda il manager - ma noi abbiamo pagato solo la prima rata»: 260 milioni. Al pagamento provvidero poi Vittorio Del Monte ed Enso Papi, amministratore della neonata Cogefar Impresit, nel novembre 1989. 

Papi ammette pure lui l'episodio. Si scopre cosi che il denaro approdò su due conti svizzeri, intestati ad altri due nomi noti dell'ex Pci torinese: Primo Greganti, il «compagno G» appena fatto arrestare a Milano da Di Pietro; e Giancarlo Quagliotti, dirigente «migliorista», coinvolto nei primi anni '80 - quand'era capogruppo al Comune - negli scandali tangentizi del «caso Zampini» e dei «semafori intelligenti» (dai quali fu poi prosciolto). I due, con un'apposita missione in Svizzera a fine '89, si erano occupati dell'incasso e del rientro del denaro in Italia. Accreditata da Sacisa sul conto «Idea» di Quagliotti, la somma era stata poi ritirata e - scrive la Cassazione nella sentenza - «consegnata al Greganti, parte in contanti e parte mediante versamento sul conto corrente "Sorgente" del quale era titolare quest'ultimo, che poi l'aveva fatta pervenire al De Francisco».

L'inchiesta passa a Milano, dove avvenne l'accordo fra Bianco e De Francisco. E lì, il 1° marzo '96, terzo anniversario del suo primo arresto, Greganti viene condannato insieme a Quagliotti a 6 mesi di carcere (con la condizionale) e 2 milioni di multa. Ma non per concussione, come chiede l'accusa. Bensì per violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Secondo i giudici milanesi, Greganti e Quagliotti sono entrambi colpevoli di «avere, in concorso e previo concerto fra loro e con Antonio De Francisco (quest'ultimo in qualità di rappresentante del Pci torinese e loro due quali appartenenti allo stesso partito) ricevuto da Vittorio Del Monte ed Enso Papi (rappresentanti del consorzio facente capo a Italimpresit) la somma di L. 260 milioni, della quale il detto partito politico si procurava l'illegale profìtto e che nel novembre 1989 il Papi versava, attraverso la Sacisa [la società del «tesoretto» estero per le tangenti Fiat, di cui parleremo ampiamente nel capitolo dedicato a Romiti], sul conto "Idea" aperto presso la Soginvest Bank di Lugano dal Quagliotti, che poi lo faceva pervenire al Greganti, in parte in contanti e in parte a mezzo versamento sul conto "Sorgente" e che il Greganti, infine, consegnava a De Francisco». In pratica, mentre sulle piazze tuonavano contro la Fiat (detta anche «la feroce») e urlavano «Agnelli e Pirelli ladri gemelli», alcuni compagni della federazione torinese del Pci intascavano finanziamenti illeciti da corso Marconi. Sottobanco, estero su estero. 

Greganti impugna la sentenza, sostenendo di avere si «prestato» il suo conto svizzero, aperto in vista della costituzione di una società di pubbliche relazioni, la Lubar, ma di non aver neppure sospettato che il denaro provenisse da un finanziamento Fiat destinato al Pci. Anzi, De Francisco gli avrebbe raccontato che la somma era un «lascito ereditario di un vecchio militante del partito», morto (guarda un po') all'estero. E lui, ingenuo com'è, si era fidato senza sospettare nulla, ne rivolgere a De Francisco qualsivoglia domanda, nemmeno sull'iscrizione o meno del contributo nei bilanci del Pci (anche perché non sapeva nemmeno che il denaro fosse destinato al partito). 

Anche Quagliotti giura che non ne sapeva nulla. E aggiunge che, provenendo il denaro da una società estera (la Sacisa), la legge sul finanziamento pubblico dei partiti non vale. Tesi piuttosto balzane, che la Corte d'appello di Milano spazza via il 31 ottobre '96, confermando la prima sentenza. E ricordando che Greganti «ha ammesso che De Francisco gli aveva chiesto collaborazione per far entrare in Italia, dalla Svizzera, la somma»; che, «su espressa richiesta di De Francisco, egli aveva preso contatto con il Quagliotti e insieme a costui si era recato in Svizzera, dove aveva aperto a proprio nome un conto corrente bancario, dal quale era successivamente transitata una parte della somma di denaro, che qualche tempo dopo aveva consegnato al primo; la residua parte della somma gli era stata data dal Quagliotti in due soluzioni, una di 50 e una di 80 milioni ed egli l'aveva, al pari della prima, fatta avere al De Francisco».

E semplicemente «illogico e inverosimile» immaginare che Greganti si scomodi per «andare fino in Svizzera, aprire un conto e concertare con Quagliotti il "modus operandi" per far rientrare in Italia la somma, senza essere informato dal De Francisco della natura dell'operazione da portare a buon fine». Lo stesso Greganti poi «ha esplicitamente ammesso di essere a conoscenza della destinazione al Pci del denaro». Ed è chiaro che «era consapevole della illiceità dell'operazione», altrimenti non avrebbe accettato di «far entrare in Italia dalla Svizzera, con procedura non conforme alla normativa vigente, una somma di denaro». Anche la pena di 6 mesi è più che «congrua e adeguata ai fatti», vista la loro «gravita».

Lo stesso vale per Quagliotti, la cui condotta e la cui «personalità» meritano 6 mesi di carcere: sapeva tutto di quei fondi e della loro destinazione al Pci; andò in Svizzera per aprire appositamente un conto (servito «per una sola operazione»); e portò a termine consapevolmente un reato, anche perché per un normale contributo estero «non sarebbe stato necessario fare ricorso alla tortuosa e complessa procedura posta in essere per farlo pervenire in Italia». Anche il ricorso in Cassazione (III sezione, presidente Gennaro Tridico) viene respinto con perdite. Quello di Greganti non viene nemmeno esaminato, visto che il suo legale, Gilberto Lozzi «non è munito dello specifico mandato», e il compagno G è «contumace in appello», dunque «il ricorso è inammissibile». 

In ogni caso, sentenziano il 17 aprile '97 i supremi giudici, «i fatti sono incontestabilmente provati». Cosi come la «piena coscienza dei due imputati di concorrere in un finanziamento illecito» e dunque la loro colpevolezza per l'«accreditamento terminale di una somma di denaro al Pci a titolo di finanziamento occulto». 

Greganti Terzo: 5 mesi per Itinera

Nel 1989 Bruno Binasco, amministratore delegato del gruppo Itinera, l'azienda di Tortona che fa capo all'imprenditore Marcellino Gavio e si occupa di costruzioni, opere edili e più in generale autostrade, acquista un palazzo di rappresentanza a Roma, in via Serchio 9-11, di proprietà di una società controllata dal Pci, l'Unione Immobiliare. Nell'edifìcio, fra l'altro, hanno sede gli Editori Riuniti, la casa editrice allora legata al Pci. La trattativa la segue Primo Greganti, che collabora con l'amministrazione del partito. Il patto con Binasco (che dice di aver incontrato due volte anche il tesoriere nazionale del Pci Renato Pollini) è questo: dei 4 miliardi del pagamento, 1 verrà dichiarato ufficialmente e 3 saranno versati in nero.

Al preliminare di compravendita, nel maggio-giugno 1989, Binasco versa la doppia caparra: 100 milioni ufficiali più 1 miliardo in nero. Ma a Pollini, nell'autunno '90, succede Marcelle Stefanini. Che, affiancato da Marco Fredda, rimette tutto in discussione: il palazzo, a quel prezzo, non lo vende. Vuole di più. E vuole dichiarare anche più di 1 miliardo, visto che il valore di molto superiore avrebbe senz'altro insospettito l'Ufficio del Registro. Così Greganti, che continua a gestire la trattativa, restituisce a Binasco i 100 milioni della caparra ufficiale (più altri 100 a titolo di penale). E nel 1991 il palazzo viene venduto a un'altra impresa, la Lombardini Spa, per 7 miliardi (metà ufficiali, metà in nero).

Che fine ha fatto il miliardo di acconto in nero? Greganti, d'intesa con Binasco, nel 1991 lo restituisce pulito pulito, senza i 150 milioni di interessi nel frattempo maturati (in quasi due anni). L'Itinera, insomma, pratica al Pci un grazioso sconto di 150 milioni. «Più volte Greganti mi aveva invitato a rinunciare agli interessi», assicura Binasco. Naturalmente, ne l'Itinera ne il Pds (il Pci ha appena cambiato pelle e nome) iscrivono quel contributo occulto nei rispettivi bilanci. Con la conseguenza che Binasco commette un falso in bilancio e un finanziamento illecito al partito, in combutta con Greganti, Fredda e Stefanini. I quali infatti (a parte Stefanini, morto nel '93, e Fredda, assolto per mancanza di prove certe e inconfutabili sul suo conto) verranno condannati con sentenza definitiva.

 Curiosamente, appena quattro giorni dopo la confessione di Binasco davanti a Di Pietro (15 settembre '93), il suo principale Marcellino Gavio, latitante dal 9 agosto '92, si costituisce a Milano, conferma genericamente il racconto di Binasco e ottiene la scarcerazione, anche perché dice di stare poco bene. Era gratis, quello sconto, oppure l'Itinera si attendeva qualcosa in cambio? Binasco sostiene che lo sconto era addirittura di 400 milioni (Greganti, anziché 1150 milioni, gliene avrebbe restituiti solo 750) : lo dice a Di Pietro e lo ripete al processo, che si tiene al Tribunale di Tortona per competenza territoriale: «Considerammo la rimanente somma di 400 milioni come con-tribuzione del gruppo Gavio al Pds [...].

Intendevamo sfruttare al meglio il rapporto con il partito comunista, essendo evidente che un rapporto diverso con una delle realtà politiche più importanti del paese aveva una valenza». I giudici di primo grado, nella sentenza depositata il 27 dicembre '96, ricordano «la riunione convocata nel 1989 dal senatore Libertini [Lucio Libertini, anche lui defunto], responsabile del settore trasporti del Pci», con un parterre di grandi costruttori. E riferiscono che, secondo Binasco, quella riunione «fu intesa dai grandi impren-ditori pubblici e privati che vi furono invitati come un cambiamento della linea politica relativa alle grandi opere infrastrutturali. Poco tempo prima il Pci aveva aderito [sono di nuovo parole di Binasco] "a una serie di iniziative quali l'ammodernamento del settore ferroviario, l'alta velocità, l'annullamento del decreto che aveva bloccato la costruzione dei nuovi tronchi autostradali"».

Ma il discorso di Libertini fu inteso anche «come una esortazione a coinvolgere le cooperative nella realizzazione delle nuove opere, mediante associazioni temporanee di imprese [...], fatto in cui Binasco ravvisa il vantaggio che ne sarebbe derivato al Pci». Anche Gavio conferma: «A distanza di qualche tempo ho appreso da Binasco che lui aveva dovuto dare qual-che cosa a Greganti a titolo di contribuito per tenere i buoni rapporti con il Pci-Pds e per non averlo contro negli sviluppi degli appalti nelle opere pubbliche. Il Binasco mi accennò a 400 milioni circa, qualche contributo». L'Itinera, d'altronde, ungeva ruote di tutti i colori: solo «verso la fine del 1991 risulta che Binasco versò in contanti 300 milioni alla De, 100 al Psi, 600 al Psdi, 100 al Pii».

Greganti, anche quella volta, non agiva certo a titolo personale. Ma per conto di Botteghe Oscure: «A proposito della ri chiesta di ricevere dal gruppo Itinera un contributo - ricordano i giudici - Greganti disse al Binasco che quella era la volontà non del Greganti, ma del Pds e che tale richiesta egli faceva espressamente in nome e per conto del tesoriere Stefanini». Anche Pollini, predecessore di Stefanini, avrebbe fatto presente a Binasco «che il partito poteva agevolare la nostra impresa nelle acquisizioni di commesse all'estero, specie nei paesi dell'Est e in Cina.

 Insomma, Pollini mi fece capire l'opportunità di una collaborazione fra la nostra impresa e il Pci». Fredda conferma di aver gestito la cosa alle dipendenze di Stefanini (che teneva informato di tutto), ma di «aver complessivamente restituito a Binasco 1 miliardo». Ovviamente in nero, e in contanti. Mancherebbero, dunque, solo gli interessi (150 milioni). Idem Greganti, che parla addirittura di «due borse da 500 milioni cadauna [...], denaro ricevuto da Fredda». E, almeno su questo punto, i giudici credono a lui e non al duo Binasco-Gavio.

Ma è probabile che gli interessi mancanti si avvicinassero più ai 250 milioni che ai 150, visto che sfioravano il 15 e che vanno calcolati su quasi due anni. Resta il fatto che «la rinuncia agli interessi da parte di Binasco a vantaggio del Pds (che aveva ricevuto 1 miliardo nel giugno 1989 e avrebbe quindi dovuto pagare in relativi interessi, calcolati fino all'aprile 1991) configura il reato di illecito finanziamento». 

E che - aggiungono sempre i giudici - «fu ottenuta dal Greganti facendo leva sulla convenienza che il Binasco aveva in un buon rapporto col Pds [...]. In proposito occorre rammentare che due anni prima si era svolto il convegno organizzato dal senatore Libertini, durante il quale tutti gli imprenditori avevano percepito [...] la convenienza di rafforzare i rapporti col Pci-Pds». E ciò - ha detto Gavio - «in previsione del fatto che in quel momento venivano stanziati i finanziamenti per le opere pubbliche che il partito era impegnato a sostenere». Lo stesso Greganti ammette «di non poter escludere di aver addotto l'argomento del contributo [al Pds] per convincere Binasco a rinunciare agli interessi».

D'altra parte non era la prima volta che l'Itinera finanziava quel partito: «la disponibilità a sostenere finanziariamente il Pci si era già concretata attraverso l'adesione alla richiesta di un militante, tale Soave [Sergio Soave, uno dei leader dei "miglioristi" milanesi], di corrispondere un finanziamento per una rivista che doveva propagandare le idee del Pci-Pds [probabilmente "II Moderno", di cui tratteremo fra poco]». Alla fine Greganti viene condannato a 10 mesi e 6 milioni di multa e Binasco a 1 anno e 8 mesi e 18 milioni di multa, entrambi per falso in bilancio (dell'Itinera) e finanziamento illecito (del Pds). Il 10 febbraio '98, in appello, Binasco ottiene uno sconto di 6 mesi, mentre Greganti viene assolto dal falso in b-lancio: gli rimangono 5 mesi e 10 giorni (più 6 milioni di multa) per finanziamento illecito. L'8 ottobre '98 la V sezione della Cassazione (presidente Nicola Marvulli), a tempo di record per scongiurare la prescrizione, conferma le condanne di Binasco e Greganti per finanziamento illecito (mentre rinvia alla Corte d'appello la sentenza sul falso in bilancio di Binasco che potrebbe essere coperto da amnistia). Il compagno G è tre volte pregiudicato. (3 - continua)

(Questo spazio è aperto ad ogni contraddittorio. Fatevi avanti!)


Mani Pulite - 1992. Mani sporche (1)
(quinta puntata)

3. «Viva Di Pietro»

L'inchiesta dei magistrati milanesi raccoglie, a mano a mano che emerge la rete di corruzione della politica, un sostegno di massa che si trasforma in tifo. La disaffezione verso i partiti uscita dalle urne il 5 aprile si traduce in una diffusa, trasversale, profonda adesione all'azione dei magistrati, e soprattutto di Antonio Di Pietro. I mass media ne esaltano la figura descrivendolo come l'uomo che sta ripulendo e rinnovando il sistema politico italiano. E la popolarità dei pm del pool tocca vette inimmaginabili.

Il sostegno arriva da cittadini di destra e di sinistra e contagia in poche settimane gran parte dell'opinione pubblica. La notte del 4 maggio compare a Milano, nella zona di San Siro, la prima scritta «Grazie Di Pietro», tracciata su un muro con una bomboletta spray. Viene subito cancellata, dicono le cronache, ma invano: dal giorno seguente le scritte si moltiplicano in tutta la città. «W Di Pietro», «Di Pietro facci sognare», «Colombo vai fino in fondo». Il 10 maggio interviene l'arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, l'unica autorità rimasta salda nell'ex «capitale morale» d'Italia.

Raccomanda di «non fare di ogni erba un fascio e non delegittimare le istituzioni, bene prezioso di tutta la comunità». Ma poi aggiunge che «le indagini vanno difese e allargate». Il 12 maggio ventimila persone si raccolgono davanti al palazzo di giustizia di Milano per una fiaccolata fino a piazza Duomo. In prima fila, alcuni consiglieri comunali come il verde Basilio Rizzo, che della lotta alla corruzione ha fatto da anni la sua bandiera, e il neodeputato Nando dalla Chiesa che nel 1985 prima di arrivare in Parlamento con la Rete aveva fondato «Società civile», un circolo ideologicamente trasversale ma chiuso ai politici: tra i soci fondatori, i magistrati Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Armando Spataro e Ilda Boccassini.

Il circolo, ben prima di Mani pulite, aveva denunciato il sistema delle tangenti e i suoi ancora potentissimi protagonisti, di destra e di sinistra. Il corteo del 12 maggio, senza bandiere di partito, inneggia ai magistrati e intona canzoncine ironiche. Come quella che, sull'aria di Guantanamera, scandisce: «Non l'hanno rubata, / non l'hanno ancora rubata, / la Madonnina, / non l'hanno ancora rubata...». Su uno striscione c'è scritto: «Di Pietro, sei meglio di Pelé». In queste settimane si diffonde perfino un merchandising di Mani pulite: magliette con l'immagine di Di Pietro, saponi «Mani pulite», orologi «Ora legale», spillette, adesivi. Il 10 giugno, in una discoteca di Torino, l'«Hennessy», centinaia di giovani che indossano magliette con scritto «Milano ladrona, Di Pietro non perdona» organizzano un «Di Pietro Party».

A Milano si svuotano i ristoranti simbolo della «Milano da bere», prima frequentati dagli uomini dei partiti e delle tangenti: come il Matarèi di corso Garibaldi, dove ogni lunedì Craxi teneva le riunioni settimanali del suo stato maggiore. Una vecchia trattoria sui Navigli, l'Osteria della Briosca, si adegua ai tempi e propone il «menù della mazzetta»: «riso freddo alla San Vittore», «spaghetti dell'inquisitore», «penne d'appalto», «roast beefdel secondino», bistecche naturalmente «ai ferri» e, per brindare alla ritrovata libertà, «cocktail Mani pulite» e «sangria di Tangentopoli»; al momento del conto, invece di coperto e servizio, è richiesta la «mazzetta del dieci per cento».

Di Pietro diventa l'italiano più famoso nel mondo. Vezzeggiato dalla stampa perfino per le sue esclamazioni in «dipietrese», da «Che ci azzecca?» a «Benedetto Iddio!», che entrano nel linguaggio collettivo. Le maggiori testate giornalistiche del mondo gli dedicano grandi servizi. Inizia il Wall Street Journal, che il 12 giugno titola in prima pagina: «Go for it Di Pietro» (Avanti, Di Pietro). Il settimanale statunitense Newsweek gli riserva una copertina. La stampa italiana racconta con grandi titoli e toni entusiastici l'inchiesta, come fosse una rivoluzione.

Testate di destra e di sinistra, giornali d'elite e settimanali popolari paiono ugualmente affascinati dalla figura di Di Pietro. Direttori che, fino alla primavera del 1992, tenevano a freno i cronisti che portavano notizie di tangenti e malapolitica, all'improvviso si trasformano. E si scoprono assetati di scandali, retroscena, particolari, anticipazioni, verbali, interrogatori, confessioni. Nei primi mesi dell'inchiesta, i cronisti giudiziali, tutti sotto i trent'anni, che cominciano a occupare in permanenza i corridoi di palazzo di giustizia, adottano a ogni buon conto un sicuro accorgimento anticensura: lavorano in pool. Giornalisti di testate diversissime, Corriere della sera, Repubblica, l'Unità, II Giorno, II Messaggero, II Giornale si scambiano tutte le notizie.

In questo modo nessun direttore può cassare o nascondere vicende scomode o sgradite, ben sapendo che saranno comunque pubblicate dalle testate concorrenti. Anche i commentatori si schierano in grandissima maggioranza dalla parte di Mani pulite. Pochissime le eccezioni, come Il Giorno, il quotidiano dell'Eni, filo-socialista, diretto da Francesco Damato prima e da Paolo Liguori poi; e Il Sabato, legato a Comunione e liberazione e all'andreottiano Vittorio Sbardella. Per il resto, tutti a favore del pool. A cominciare da molti che si trasformeranno, anni dopo, in critici implacabili della magistratura. Ernesto Galli della Loggia, editorialista prima della Stampa e poi del Corriere, definisce i partiti «combriccole di malandrini». Aggiunge che «tutti hanno rubato».

E sentenzia: «È già molto se, dopo gli estenuanti e annosi riti giudiziali che sono in Italia la regola, dopo gli indulti, le amnistie, i patteggiamenti e gli arresti domiciliari, alla fine si riesce a mandare in galera qualcuno per un lasso di tempo non proprio ridicolo». Ancor più deciso, nell'inneggiare al pool e nell'attaccare i tangentisti, è un docente lucchese di epistemologia, Marcello Pera, che diventerà parlamentare di Forza Italia e presidente del Senato. «Come alla caduta di altri regimi — scrive per esempio sulla Stampa il 19 luglio 1993 - occorre una nuova Resistenza, un nuovo riscatto e poi una vera, radicale, impietosa epurazione [...]. Il processo è già cominciato e per buona parte dell'opinione pubblica già chiuso con una condanna».

Anche perché «la rivoluzione ha regole ferree e tempi stretti». Vittorio Feltri, direttore de L'Indipendente esulta a ogni arresto: «Ma questa è una pacchia, un godimento fisico, erotico. Quando mai siamo stati tanto vicini al sollievo? Che Dio salvi Di Pietro» (15 giugno 1992). E quando Craxi, che lui chiama «il cinghialone», riceve il primo «avviso», non si trattiene:

Mai provvedimento giudiziario fu più popolare, più atteso, quasi liberatorio di questo firmato contro Craxi [...]. Di Pietro non si è lasciato intimidire dalle critiche, dalle minacce di mezzo mondo politico (diciamo pure del regime putrido di cui l'appesantito Bottino è campione suonato) e ha colpito in basso e in alto, perfino lassù dove non osano nemmeno le aquile. Ha colpito senza fretta, nessuna impazienza di finire sui giornali per raccogliere altra gloria. Craxi ha commesso l'errore [...] di spacciare i compagni suicidi (per la vergogna di essere stati colti con le mani nel sacco) come vittime di complotti antisocialisti [...]. È una menzogna, onorevole: che cosa vuole che importi a Di Pietro delle finalità politiche [...]. I giudici lavorano tranquilli, in assoluta serenità: sanno che i cittadini, ritrovata dignità e capacità critica, sono dalla loro parte. Come noi dell'Indipendente, sempre (16 dicembre 1992).

Poi Feltri passerà al Giornale dopo Montanelli. E cambierà idea anche lui. I programmi televisivi condotti da Gad Lerner (Milano-Italia), da Michele Santoro (Samarcanda) e quelli più «popolari» di Gianfranco Funari diventano appuntamenti imperdibili per chi vuole cogliere gli umori dell'Italia che cambia e vuole cambiare. Anche le reti Fininvest gonfiano le vele al vento di Mani pulite. I nuovi telegiornali del Biscione (il Tg4 di Emilio Fede e il Tg5 di Enrico Mentana) fanno fortuna proprio grazie alle imprese del pool e del suo simbolo Di Pietro, raccontandole con una spigliatezza che la Rai (a parte il Tg3 di Sandro Curzi) non può permettersi. Sul Tg1 regna il simbolo mediatico del vecchio regime, il democristiano Bruno Vespa, mentre il Tg2 è diretto da un craxiano di stretta osservanza, Alberto La Volpe.

Sui canali berlusconiani troneggia in prima serata Giuliano Ferrara che, a suo modo, nel 1991 ha addirittura anticipato l'era dei giudici, con L'Istruttoria, un programma in cui compariva fasciato da una toga nera. Abbigliamento a parte, Ferrara diventa fin dai primi del 1992 il più implacabile avversario televisivo dei magistrati, eguagliato soltanto da Vittorio Sgarbi. Memorabile la puntata dell'Istruttoria dedicata all'arresto dell'intera giunta regionale dell'Abruzzo: il corpulento giornalista si affaccia ai teleschermi affiancato da due danzatrici in costume regionale e improvvisa la danza del saltarello abruzzese, agitando un paio di manette.

Berlusconi, intanto...

 Anche i giornali del gruppo Berlusconi sostengono Mani pulite e soprattutto Di Pietro. Dai settimanali della Mondadori, Epoca e Panorama, al nazionalpopolare Tv, sorrisi e canzoni (che pubblica una copertina con il titolo «Di Pietro, facci sognare»), a Il Giornale, il quotidiano fondato e diretto da Indro Montanelli. Ma l'atteggiamento di Silvio Berlusconi a proposito di Mani pulite è più complesso di quanto non si legga sui suoi giornali. Lo dimostrano alcuni retroscena della vita del Giornale svelati nel 1995 dal condirettore Federico Orlando nel libro Il sabato andavamo ad Arcore: «Quando, poche settimane prima che scoppiasse Mani pulite, scrissi un fondo denunciando "i camorristi di palazzo Marino", Silvio Berlusconi mi telefonò irritatissimo, spiegandomi che ero arrivato a Milano, non a Napoli». Poi, dopo l'arresto di Mario Chiesa, al Giornale giungono due segnali precisi.

Il 21 febbraio, quattro giorni dopo l'arresto di Chiesa, viene a farmi visita Ugo Finetti, vicepresidente della Regione Lombardia, magna pars del socialismo milanese. Lo accompagna Paolo Berlusconi, che non è ancora l'editore del Giornale (lo diventerà il 16 luglio: e per questo Montanelli fin dal 20 gennaio aveva scritto a Silvio informandolo che il preannunciato passaggio di proprietà non avrebbe potuto modificare le intese sull'indipendenza del Giornale e del suo direttore, a suo tempo intercorse con Silvio e «sempre rispettate»). Finetti era pallido. Paolo aveva l'aria di essere seccato per il fatto che i vari appelli rivolti a me da esponenti della Fininvest, affinchè Il Giornale non turbasse i rapporti del gruppo con il Psi, continuassero a cadere nel vuoto. Finetti ha una cartella con articoli della nostra cronaca milanese, sottolineati con evidenziatore color verde pisello. Me li consegna affinchè io possa contestarli ai colleghi cronisti. «I giudici della Procura — mi spiega Finetti - fanno i fascicoli con i ritagli dei giornali, proprio come questo; poi, quando succede qualcosa, si trovano una documentazione già abbondante e vanno a scavarvi quello che vogliono». Paolo Berlusconi taglia corto: «Con le istituzioni, Regione, Comune, Fiera, noi dobbiamo lavorare, perciò dobbiamo poter mantenere buoni rapporti».

Il secondo segnale è ancor più esplicito. Prosegue Orlando:

In quegli stessi mesi (gennaio-febbraio 1992) al capocronista Giuliano Molossi, e in sua assenza al vice Ario Gervasutti, arriva una telefonata di Bobo Craxi, capogruppo in consiglio comunale. È furioso per le «insinuazioni» sui legami di Mario Chiesa con il Psi milanese, raccontati dai nostri cronisti. E minaccia: «Dopo le elezioni del 5 aprile, ci sarà un repulisti, molte teste cadranno al Giornale [...]. Prima di parlare col vostro padrone, vi ripeto che dovete smetterla di rompere i coglioni. Siete il solito giornale veterofascista, leghista, filodemocristiano». Il 29 telefona Fedele Gonfalonieri, braccio destro di Berlusconi: è incavolato perché in cronaca è stata pubblicata una foto di Bettino Craxi con Chiesa. Mi chiede, fuori del suo stile sempre equilibrato: «È un sabotaggio a Berlusconi? Ma se per mantenere Il Giornale dobbiamo inimicarci Craxi, meglio rinunciare al Giornale».

Montanelli, rientrato a Milano dalle vacanze a Cortina, viene informato dell'accaduto. Monta su tutte le furie. E scrive ai redattori minacciati da Bobo:

Pur ricordandovi che la nostra regola è quella di non tener conto delle intemperanze altrui, specie dei politici, e di dire sempre la verità, tutta la verità, senza partito preso né animosità verso nessuno, vi autorizzo a comunicare al suddetto signore, se ve ne capita l'occasione, che l'unica «testa» in pericolo di cadere dopo il 5 aprile non è la vostra ma, casomai, la sua. E potete aggiungere, da parte mia, che non la considererei una gran perdita.

Poi, il 3 marzo, affronta Silvio Berlusconi ad Arcore. Ecco il colloquio, raccontato da Orlando: «"Sei sempre intenzionato a trasferire la proprietà del Giornale a tuo fratello?". "Si". "E allora avvertilo di non presentarsi mai più in redazione portandosi dietro dei politici. La prossima volta lo sbatto fuori"». Tre giorni dopo, il Cavaliere telefona genrilissimo a Orlando per informarlo che Craxi avrebbe querelato Il Giornale per un articolo del cronista giudiziario, in cui si riferiva che Chiesa aveva finanziato la campagna elettorale di Bobo e di altri esponenti socialisti. Poi Berlusconi espone apertamente il suo problema, quello di ottenere dal governo le frequenze televisive, in attuazione della legge Mammi: «Tra quindici giorni spero sia risolto il mio problema delle frequenze. Veda lei se è possibile, nel frattempo, trattare il caso Chiesa come un fatto di cronaca nera, senza sottolineare i legami politici». Non verrà esaudito. Mentre il vecchio sistema politico sta per crollare, Berlusconi è preoccupato per i suoi affari. E, all'inizio del 1993, si sfoga con Orlando:

Insomma, dopo aver passato un Natale in angoscia per le concessioni che non arrivavano, mi trovo ancora con Andreotti e Vizzini paralizzati. E passo una Pasqua in angoscia. Sono al disastro psicofisico: ho perso La Cinq e ora perdo anche le possibilità in Inghilterra, perché non avevo la forza fisica e la serenità psicologica e quindi la necessaria chiarezza di idee. Mi dicevo: come possono prendermi sul serio all'estero, se mi attaccano cosi duramente in Italia?

Nel disorientamento generale. Montanelli e Orlando individuano nel movimento referendario di Mario Segni (prima per la preferenza unica, poi per il sistema elettorale maggioritario) l'unica forza «moderata» e liberaldemocratica degna di essere appoggiata per favorire il cambiamento. Berlusconi, invece, ha altri progetti: già parla, nelle riunioni riservate con i «suoi» giornalisti ad Arcore, della necessità di allargare il pentapartito alla Lega e al Msi. La sua linea politica comincia a divaricarsi da quella di Montanelli, che invece non perde occasione per attaccare le sparate secessioniste di Bossi e per trattare l'Msi come un ferrovecchio inservibile.

Il divorzio è soltanto questione di tempo.

Sorridere con Tangentopoli

Da quando è esplosa Tangentopoli, la satira è in festa. In fondo, erano stati per primi gli attori e gli autori satirici a potersi permettere di urlare all'Italia ciò che, senza prove, nessuno poteva affermare con la certezza di una sentenza: e cioè che i politici italiani rubano più dei loro colleghi stranieri. 

Beppe Grillo, per qualche battuta irriverente sui socialisti, è stato messo al bando dalle reti Rai e Fininvest. «E va bene - si arrende il comico Paolo Hendel - non dirò più che i socialisti rubano. In cambio, però, i socialisti potrebbero smettere di rubare». Anche Cuore, il «settimanale di resistenza umana» fondato da Michele Serra nel 1989, anticipa Mani pulite. Il suo titolo «Scatta l'ora legale, panico tra i socialisti» è del 30 marzo 1991, corredato del seguente sommario: «Vivace dibattito nel Psi: a Roma si punta tutto sulle elezioni, a Milano sull'amnistia. La Ganga e Teardo preparano la prima riforma istituzionale: sostituire all'ora legale l'ora d'aria».

Manca un anno all'arresto di Mario Chiesa, che Cuore saluterà cosi: «Addolorato annuncio del leader storico del Garofano, Pietro Gambadilegno: "Con il Psi ho chiuso. Rubare negli ospizi per vecchietti turba perfino un socialista della prima ora come me". Lo stato maggiore del partito serra i ranghi: "Lasceremo comunque un'impronta digitale nella storia di questo paese"». Il settimanale non risparmia neppure il simbolo di Mani pulite: «Di Pietro confessa: "Sono staro socialista". Craxi aveva ragione: il giudice ha un passato inconfessabile». Poi i primi arresti in casa Fiat: «Agnelli: "Le manette vanno sopra i polsini"». 

E i primi tentativi di colpo di spugna: «Fottersi un paese non è più reato - Yuhuuu! Approfittiamone, ragazzi! Arriva la soluzione politica. Esibendo nei migliori tribunali la vostra tessera di partito, otterrete consistenti sconti di pena e parteciperete all'estrazione di un simpatico servizio da tè». Anche i comici Paolo Rossi e Piero Chiambretti raccontano Tangentopoli a modo loro. Ma il vero equivalente televisivo di Cuore è Avanzi, il programma scritto da Serena Dandini e Corrado Guzzanti e mandato in onda dalla Rai 3 di Angelo Guglielmi. Avanzi dà il meglio proprio nel biennio 1992-93: la debolezza della politica regala alla tv di Stato il suo momento di massima libertà d'espressione. Almeno negli spazi artistici. C'è il prototipo del mezzobusto Rai, ossequiente, velinaro e bugiardo: Giulio Pinocchio da Montecitorio, con capello liscio e naso lungo, interpretato da Antonello Fassari.

E c'è, in studio, Pierfrancesco Loche nei panni del giornalista opportunista, che sciorina un telegiornale a base di notizie truccate o false, per giunta a pagamento, al grido di «truffa-truffa-ambiguità-falsità». Corrado Guzzanti, nelle vesti del regista-horror Rokko Smitherson, fa il punto della situazione politica: «Forlani ha detto agli elettori: "O la Dc o il caos". E tutti a cercare 'sto caos sulla scheda...». Poi si traveste da Ugo Intini e intona, in lacrime, «Non può crollare il sistema» (autori Craxi-Larini-De Toma-Armanini- Panseca-Tognoli-Pillitteri-Tomaselli). La sorella Sabina assume le sembianze di Claudio Martelli, tutto impegnato a scaricare Craxi e a riciclarsi come leader del «partito dei carini».

E Stefano Masciarelli imita, sprofondando in un'amaca ai Caraibi, il cassiere craxiano Silvano Larmi, latitante di lusso. Imperdibili le finte pubblicità che inframmezzano il programma. Soprattutto quella della «Premiata Segreteria del Corso», tutta giocata sui rimandi fra la Tangentopoli di via del Corso (sede nazionale del Psi a Roma) e una nota marca di gelati:

Ricordate i bei tempi di una volta? I sapori perduti? Quello inconfondibile dell'Appaltato al caffè, corrotto con cioccolato tangente. Ce n'era per tutti. E i pomeriggi trascorsi allegramente a spartirsi la torta? I flagranti Ligresti, le Frottole, i Tognoli alla frutta, il Truffotto, il Bobo al rhum nell'elegante boboniera. Generazione dopo generazione, di padre in cognato, si gustavano gli Approfitterolles accompagnati dal Tiramifuori. E che festa in famiglia con la Craxata! Non ne rimaneva mai neanche una briciola. Antica Segreteria del Corso, le stesse mani in pasta dal 1892...

( 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - continua)


(1) Mani Pulite -  La vera storia - Da Mario Chiesa a Silvio Berlusconi - Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio
© Copyright  Editori Riuniti ( ISBN 88-359-5241-7)


(2) La repubblica delle banane -  Affari e malaffari di trenta potenti nelle sentenze dei giudici - Peter Gomez, Marco Travaglio
© Copyright  Editori Riuniti ( ISBN 88-359-4915-7)


Link:

- Antonio Di Pietro  
- Antonio Di Pietro: Sito ufficiale
- Il sito Manipulite.it
- Intervista di Disinformazione.it a Marco Travaglio in occasione dell'uscita del libro Mani Pulite.
- Tabucchi: La corruzione ha battuto Mani Pulite