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:: Viaggio nella giustizia italiana da Mani Pulite alla Cirami in 999 puntate ::

Quarta Puntata

Sommario

:: Chiediamoci: CUI PRODEST? - di Beatrice
:: Comunisti: indagati, colpevoli, dimenticati - di P. Gomez, M. Travaglio (seconda Parte) 
:: Mani Pulite - 1992. Mani sporche (Quarta Puntata)
:: Le Fonti
:: I Link


Chiediamoci: CUI PRODEST?
di Beatrice

Rispondendo all'antica domanda del CUI PRODEST, Pietro, ho creduto d'aver costruito un teorema.
Ma evidentemente mi sbagliavo. Evidentemente il profluvio di fantasia creatore di Mick e der Zingaro ha inondato anche la realtà politica, allagandola di fumettologia alla stregua del mio "aver imparato la psicosomatica sui fumetti umoristici", con buona pace di ChiaraFonio.
Per il che, mentre chiedo venia ai miei venticinque lettori, m'addìto al pubblico ludibrio con il mio:
J'ACCUSE MOI!
Perché non è vero che il dottor Borrelli ha inaugurato l'Anno Giudiziario con il "Resistere, resistere, resistere". Contro chi, resistere. Contro un governo eletto democraticamente? O per brogli elettorali? E se ci fossero stati, i brogli, chi altri se non la stessa magistratura poteva, aveva l'obbligo di intervenire? No, quel "Resistere" io credea d'averlo visto su mille telegiornali ed invero me l'ero inventato! Chiedo venia.
E parimenti non è vero che il dottor Di Pietro, dopo un incomprensibile spogliarsi della toga in diretta TV, fu eletto nel collegio ultraSinischese del Mugello. Divenendo contestualmente ministro della Repubblica sotto non so più che sinischese governo. Non è vero, devo averlo visto sui fumetti, chiedo venia.
E financo non è vero che un alto magistrato di Milano, attraverso il suo sito, fustiga i colleghi definendoli "tiepidini" per non aver partecipato allo sciopero indetto da Magistratura Democratica. Come a dire: attenti belli mia ché la carriera se ferma qua... Non era vero, non l'ho visto con gli occhi miei, me lo sono inventato per sorta di strabordìo di sacra fantasia, chiedo venia.
E ancora. Non è mai stato vero che chi scrive ha fatto la ragazzina di bottega degli studi legali, conoscendo personalmente i Pretori Rossi ancora prima che nascesse Magistratura Democratica. A quei Pretori Rossi si demandava ogni genere e sorta di contenzioso lavoristico, allora. Ed erano grandi pretori, allora. Come li amavo, allora. Ma un giorno capitò che un comandante dell'Alitalia fu licenziato per contrabbando e il pretore rosso di turno lo reintegrò nel posto perché Statuto dei Lavoratori imponeva il divieto al padrone di "spiare" i propri dipendenti. Come a dire: t'ho sposato per la vita, in salute e malattia, in ricchezza e povertà, in ladrocinio e in onestà (se cell'hai so' fortunato speriamo). E non è vero che dopo questo fatto cominciai a chiedermi dove stessero andando i miei pretori d'assalto e poi si cominciò con l'attuazione a dismisura della legge sull'equo canone al punto che l'inquilino te lo sposavi anch'egli per tutta la vita e chissenefrega se possiede una villetta al mare due case in campagna e un multiproprietà in montagna, l'inquilino è sacro NON SI TOCCA! Ma tutto questo Pietro è menzogna non ci credere. Non ci credo neanch'io, chiedo venia.
Non è vero, e per carità nessuno osi!, che la mia mitica Magistratura Democratica è diventata,nel corso degli ultimi trent'anni, il braccio legale del sindacalesimo e non lo dico io, basta leggere in Giurisprudenza la raccolta di sentenze a favore dei "lavoratori" e degli "inquilini", dei "poveri" insomma, e far di conto sul rapporto Affavore/Contro. Non dev'essere stato così, le cronache giudiziarie devo essermele inventate per aberrazione fantastica, chiedo venia.
Non è vero che la Suprema Corte di Cassazione deve limitarsi ad enunciare il princìpio di diritto e demandare il merito dela controversia ai Tribunali di competenza. E invece pochi giorni fa la Suprema Corte ha esternato i propri dubbi "politici" sulla legittimità della legge Bossi-Fini, dubbi che casomai spettava alla Consulta risolvere . Non è vero, me lo sono inventato per iperbole di vanagloria, chiedo venia.
E, sai che ti dico Pietro, non è vero neanche che sono qui a Greenwich Point con un freddo cane e il cervello immalinconito dai bisogni di fame. In verità sono a Sea Point, il mio megaAttico con superattico in quel di Sperlonga, sul ciglio più alto del paese a dominare il mare, il mio mare.. V'ho sempre raccontato bugie, io me la passo più che bene anzi, se volete aiuti economici scrivetemi! E' stato perché fa tanto scena fa' ir povero, tutto qua. Volevo soltanto un po' di gloria anch'io, scusatemi, chiedo venia.
E già che la sola, unica, insopprimibile verità è che siamo in regime di censura da sudamerica di pinochet sai che ti dico Pietro?
vado affà la puttana de regime!
Chissà che non me danno mbel posto a Canale Cinque, adesso che Costanzo lo vònno buttà fuori, dice lui!
Perché, da ultimo, non è vero che dentro Mediaset ce sta la Sinisca affà come ié pare diseducando le masse coi Saranno Famosi e i Grande Fratello! Me lo sono inventato, scusate tanto chiedo venia.
mumble mumble... mi chieto: stamattina Massimo Bordin dei Radicali riporta in rassegna stampa. Domanda del giornalista a Costanzo: c'è stata la censura da parte di Berlusconi nei suoi confronti? Risponde Costanzo al giornalista: No, mai!
Vado da Mick, ir mio psichiatrico preferito. Ma già lo so che me risponde. Dirà: nsei pazza Matre, è che l'artri vònno esse ciechi e sòrdi a tutti i costi. Lascia perde Matre, gioca colle GIF animate...
Ciao Pietro, me vado a iscrive ad Alleanza Nazionale, che forse ero de Destra e nme n'ero accorta...
Sempre AffettuosaMenteMariemarion

(Questo spazio è aperto ad ogni contraddittorio. Fatevi avanti!)


Comunisti: indagati, colpevoli, dimenticati
di Peter Gomez, Marco Travaglio
(2)
(seconda parte)

L'uomo del Pci

Sugli appalti Enel, il Pci-Pds rubava esattamente come gli altri partiti: «II sistema è il medesimo riscontrato allorché si sono esaminati i versamenti ad altri partiti politici. Greganti è il fiduciario del Pci pronto a mettere a disposizione ipropri conti personali per esigenze lecite e illecite del partito. La vicenda relativa a PoSangone ne è un'ulteriore conferma. È lui che tiene i contatti con Panzavolta con riguardo ai versamenti in denaro in argomento, sicuro corrispettivo degli accordi corruttivi in parola. Anche in questo caso una persona di sicura fiducia è utilizzata per l'intestazione e la gestione di conti che non dovevano apparire come di sicura spettanza del partito e che venivano movimentati all'estero con sistemi finalizzati a impedire accertamenti circa la destinazione finale delle somme ivi transitate [...]. Ciò che viene offerto [all'imprenditore] in cambio della tangente è la certezza della vittoria. Proprio la sicurezza nell'aggiudicazione del contratto porta Panzavolta a effettuare l'illecito finanziamento al Pci, nella convinzione che anche il consigliere designato dal Pci avrebbe posto in essere tutti quegli atti rientrantinel suo ambito di operatività per rendere effettiva tale garanzia [...]. Contratti per centinaia di miliardi ai quali erano collegati altri appalti e forniture [...]. Non si poteva correre il rischio di incorrere in intoppi in seno al Consiglio, per questo era bene al-largare l'area di protezione anche al rappresentante del maggior partito di opposizione. Di tale rapporto illecito Greganti era sicu-ramente a conoscenza, dal momento in cui ha gestito in prima persona i contatti con Panzavolta in ordine ai versamenti che si è dimostrato essere sicuramente riferiti alle tangenti per gli appalti di desolforazione».

Un giorno arrivò Zorzoli

Come racconta il socialista Bitetto, l'arrivo di Zorzoli nel Cda Enel (1986) segna un salto di qualità nella sponsorizzazione del Pci alle coop rosse per gli appalti: «Da un lato nella realizzazione delle opere civili si fa avanti come impresa-guida delle cooperative la Ccc di Bologna, che sostituisce la Cmc di Ravenna [...]. Ma Zorzoli capisce (soprattutto) che il movimento cooperativo non può e non deve limitarsi alla realizzazione delle sole opere civili, ma deve entrare anche e soprattutto nella grande impiantistica [...], opere che richiedono una particolare tecnologia e complessità organizzativa». 

Ma la Lega Coop è sprovvista di imprese capaci di tanto. Zorzoli ne cerca una e la trova nella Ctip, «una società disponibile sul mercato» di proprietà del gruppo Romagnoli. La fa acquistare dalla Sic, una finanziaria partecipata dalle cooperative, che ha già rilevato la Elettrogeneral dall'Ansaldo. «Quindi - prosegue Bitetto - tramite Ctip e Elettrogeneral il movimento delle cooperative fa quel salto di qualità che il mercato Enel richiedeva, per poter ampliare gli spazi di committenza a strutture qualificate del movimento di cooperative. Zorzoli aveva il compito di garantire al movimento delle cooperative il mercato Enel, sia nelle opere civili sia nella parte impiantistica [...]. In particolare, per quanto attiene ai progetti di desolforazione e di denitrificazione, il voto di Zorzoli era garantito se e in quanto nelle diverse associazioni di imprese vi fosse la presenza di Elettrogeneral». 

Ma la Elettrogeneral, «appena acquistata, per numero di dipendenti e per competenze tecnologiche, non aveva in sé la forza per poter partecipare ai grossi appalti. Entra infatti in desolforazione attraverso un subappalto concluso dal Consorzio Furialo, formato da Ansaldo e Cita. La ragione di tale contratto dev'essere ancora una volta ricercata nell'illecito sistema che lega la politica all'imprenditoria [...]. Il processo ha dimostrato anche che Zorzoli occupava il ruolo di consigliere nella piena consapevolezza di essere parte di un sistema secondo il quale la gestione della cosa pubblica doveva essere finalizzata alla soddisfazione degli interessi del partito che rappresentava [...]. Per poter realizzare questo salto qualitativo delle cooperative amiche del Pci [...] occorreva la sicurezza delle assegnazioni, possibile solo attraverso una politica consiliare che soddisfaceva gli interessi di tutti, che il processo ha provato essere il reperimento di finanziamenti alternativi da parte del mondo imprenditoriale.

 Zorzoli ha pertanto consapevolmente contribuito alla realizzazione delle corruzioni in argomento [...]. Il suo compito non era quello di percepire somme di denaro, bensì di favorire le cooperative. In cambio di tale utilità era disposto ad approvare contratti che attribuivano a trattativa privata a imprese amiche del sistema dei partiti appalti di notevole valore economico. Ancora una volta ci si trova di fronte a una consapevole gestione "privata" della cosa pubblica». Zorzoli nega tutto. Ma - ricordano i giudici - «Panzavolta ricorda di aver detto a Zorzoli di avere dei contatti con Greganti, e che Zorzoli mostrava di essere a conoscenza di tali rapporti e di conoscere bene Greganti». E anche Zorzoli, come Greganti, premeva per inserire l'Elettrogeneral nei subappalti (il 10 per cento dei lavori assegnati al consorzio Eurialo).

D'altronde Zorzoli divenne addirittura presidente della Elettrogeneral al posto di Podestà, ex funzionario di Botteghe Oscure. Il tutto mentre ancora i lavori di desolforazione erano in corso. Denitrificazione, tangente bis Per i lavori di denitrificazione delle centrali termoelettriche, si replica. Ancora Zorzoli, ancora Greganti, ancora le coop rosse, ancora l'Elettrogeneral. Ma con qualche variazione sul tema. Questa volta, ad esempio, Elettrogeneral è associata alla Emit del gruppo Acqua, che fa capo ai fratelli Pisante. E senz'avere alcuna esperienza in materia ne alcun titolo per concorrere, se non per una licenza straniera ereditata dalla Celis, che a sua volta l'aveva acquistata da una società viennese la Sgp. Il rappresentante legale della ditta austriaca racconta «Erano gli stessi rappresentanti della Celis e della Elettrogeneral ad affermare di essere vicini al Partito comunista. 

La Celis era costituita da un gruppo di piccole cooperative, che insieme formavano una comunione di interessi vicini al Partito comunista. Ricordo che la conclusione del contratto avvenne in Roma in un locale del Partito comunista italiano [...]. Per lavorare con l'Enel la Sgp doveva qualificarsi, e a questo proposito il Fantini [rappresentante della Celis] ci mise in contatto con Zorzoli. Ricordo che una delegazione ufficiale dell'Enel, composta da 8 o 10 persone, venne a Vienna per visitare gli stabilimenti di Sgp». Ed ecco il racconto di Ottavio Pisante, presidente della Emit: «Nel 1989 si era in una fase di prequalificazione delle ditte con cui l'Enel doveva contrattare per il piano di denitrificazione delle centrali termoelettriche. 

Successe allora una cosa davvero strana: venne prequalifìcata anche una società che non aveva mai lavorato per l'Enel e che notoriamente non aveva la capacita tecnico- economica per potersi aggiudicare nemmeno il minimo dei lotti, quantificati in almeno 120 miliardi Questa società si chiama Elettrogeneral di Genova e fa capo al mondo delle cooperative ed è quindi legata al Pds. Tutti ci accorgemmo che questa prequalificazione anomala nascondeva in sé la volonta da parte di qualcuno del consiglio di amministrazione dell Enel di riservare una quota di appalti a qualche impresa legata al mondo delle cooperative. Basti pensare che all'epoca la Elettrogeneral aveva un fatturato che dal 1987 al 1989 è oscillato dai 4 agli 8 miliardi, con una forza lavoro di alcune decine di unita e quindi non poteva matematicamente ottenere commesse che superassero il proprio fatturato annuo addirittura moltiplicandolo per 10-15 volte. Ricordo che la Elettrogeneral si era presentata con una licenza di una società austriaca, tale Sgp» «Dopo la prequalificazione - prosegue Pisante - io fui chiamato dal consigliere Zorzoli che rappresentava il Pds, il quale mi fece presente che la Elettrogeneral, pur essendo stata prequalificata, era incapace di produrre alcuna offerta per la denitrificazione.

 E mi chiese di far entrare in associazione temporanea di imprese la Elettrogeneral con la Emit [...] con una quota del 20% dei lavori». Pisante accetta: «Senonché nel contempo vengo contattato dalla Elettrogeneral in persona dell'ing Podestà, che mi chiede una quota del 50% da riservare alla Elettrogenerai (ed in particolare il 40% per la stessa Elettrogeneral ed il 10% ad un'altra società, la Ctip di Milano): lavori di un valore di almeno 60 miliardi [...]. Io infuriato mi recai dallo Zorzoli». E questi allarga la braccia: «Zorzoli mi ribadi però che il mondo delle cooperative era una realtà a cui l'Enel non poteva fare a meno di affidare degli appalti e mi chiese espressamente di accondiscendere alle richieste del Podestà [...]. Dopo che io ebbi ad accettare questa richiesta e conseguentemente a far presente all'Enel che ci saremmo presentati in quota paritaria con le coo-erative, finalmente - e, devo dire, dopo pochi giorni - in data 25-1-1991 l'Enel aggiudicò al nostro raggruppamento l'appalto per la denitrificazione per gli impianti di Fusine e Tavazzano». Sfamati anche gli amici del Pds, l'accordo va in porto. Ma la storia non è ancora finita. 

Pisante: «Verso fine maggio del 1991 il Podestà mi fece presente che pochi giorni prima - senza interpellarci - aveva sottoscritto un supplemento d'accordo con la propria licenziante Sgp austriaca per corrispondere a titolo di rifusione dei costi sostenuti un importo forfettario di lire 1.100.000.000. Insomma la Elettrogeneral, dopo aver acquisito la licenza della Sgp e poiché non l'aveva usata (essendosi associata con la Emit, abbiamo usato la nostra licenza) stranamente doveva corrispondere a questa Sgp oltre 1 miliardo per rifondere delle spese in realtà mai sostenute e comunque certamente non di pertinenza della Emit. Il Podestà mi fece presente che la somma in questione egli l'avrebbe addebitata al consorzio che si era accreditato l'appalto Fusine-Tavazzano e quindi la Emit, che aveva il 45% del consorzio, doveva rispondere per la propria quota e quindi circa quei 450 milioni di cui ho parlato».

 Pisante non ci sta e torna a piangere da Zorzoli, «per chiedergli di non farmi pagare la somma in questione. Invece Zorzoli mi disse proprio l'opposto: la gara l'avevamo vinta, dovevamo essere contenti, rimaneva da firmare il contratto presso l'Enel. Era "opportuno", prima di tale "incombenza" con l'Enel, trovare l'accordo con il Podestà. Mi resi conto che per chiudere la contrattazione con l'Enel dovevo accettare le richieste che lo Zorzoli mi faceva per conto della Elettrogeneral e allora accettai di pagare la somma richiesta dal Podestà. Dopo pochi giorni, il 18-6-1991, l'Enel firma il contratto Emit-Elettrogeneral. Successivamente, in data 27-6-1991, la Emit formalizzerà con la Elettrogeneral la propria adesione alla quota asseritamente richiesta dalla Sgp.

Insomma, per l'appalto per la denitrificazione di Fusine e Tavazzano, la Emit si è dovuta impegnare al pagamento per circa 450 milioni di lire senza alcuna ragione, su richiesta, intercessione e coordinamento del consigliere d'amministrazione dell'Enel di area Pds Zorzoli». Chi era il garante dello strano patto a tre tra Elettrogeneral, Emit e Sgp? Primo Greganti. È lo stesso Pisante a raccontarlo ai giudici: «Io conoscevo di nome il Greganti, anche se non avevo avuto rapporti personali con lui, come persona vicina all'allora segretario amministrativo del Pci, Pollini. Ritornai da Zorzoli per dirgli che non ero assolutamente d'accordo sul pagamento di questa penale di 1 miliardo e 100 milioni a Sgp a carico del consorzio. Zorzoli mi disse che dovevo accettare. Io accettai e pochi giorni dopo siglai il contratto con l'Enel. Successivamente cercai di protrarre il pagamento, e pagai infine una prima fattura di 629 milioni».

Conclusione del Tribunale: «Dall'esame delle prove orali e documentali sono emersi i seguenti dati certi [...]. Elettrogeneral e Ctip erano parte del mondo delle cooperative [...]; Emit era un'impresa amica del sistema dei partiti, che si era aggiudicata, previo pagamento, il grosso business della desolforazione. L'impresa amica paga e sarà favorita non solo nel presente, ma anche nel futuro; Giuseppe Pisante era amico personale di Gianni De Michelis, onorevole del Psi, suo compagno di studi; la Flakt era stata estromessa dal business della desolforazione perché non aveva assecondato le richieste di Bitetto e De Toma; la Sic, società di promozione di iniziativa cooperativa, attraverso le sue partecipate Ctip ed Elettrogeneral, voleva espandersi nel settore dell'ingegneria e dell'impiantistica, aveva pertanto interesse a partecipare a grossi appalti per qualificarsi sul mercato».

Intanto, nel Cda dell'Enel, spadroneggiano i partiti: «Zorzoli, espressione del Pci poi Pds, sponsorizzava il salto qualitativo delle cooperative nei grandi appalti Enel e aveva un diretto interesse per Elettrogeneral (di cui diverrà presidente); Viezzoli [presidente De dell'Enel], espressione di una presidenza forte, voluta da tutti i partiti, proveniva dalle partecipazioni statali con legami con De Michelis e Forlani; Pisante ha affermato di aver dovuto associare l'Elettrogeneral su pressione di Zorzoli, pena il voto sfavorevole di quest'ultimo, sponsor delle cooperative. De Toma ha parlato di un intervento diretto di Viezzoli a favore dei Pisante, sollecitato da De Michelis. Le parole di De Toma trovano riscontro nei fatti». E dunque «il sistema imprese-partiti politici non poteva permettere che un'impresa amica non partecipasse al grosso business della denitrificazione.

Il gruppo Acqua di cui faceva parte l'Emit dei Pisante era inserito nella cerchia delle imprese amiche dei politici e come tali da privilegiarsi. Si era assicurata anche l'assenso del Pci, soddisfacendo le esigenze delle cooperative sponsorizzate da Zorzoli, associandole nel suo raggruppamento [...]. Nessuna discussione in Consiglio e gli impianti di Fusine e Tavazzano furono assegnati alla cordata Emit che associava Elettrogeneral, con elogi alla struttura da parte di Zorzoli, direttamente interessato a tale conclusione. Una piccola società come Elettrogeneral si vide cosi aggiudicare appalti che superava-no quasi 10 volte il valore del suo fatturato annuo».

Greganti Primo: 3 anni per Enel

Resta da spiegare il ruolo di Greganti. Angsar Aspalter, responsabile del gruppo austriaco Sgp, racconta che, quando sorse il contenzioso su Elettrogeneral, ci fu una riunione per siglare la pace: «Abbiamo messo le persone di fronte: Elettrogeneral era vicina al Pci; lo stesso vale per Primo Greganti. Abbiamo poi stipulato il contratto di cooperazione in oggetto con la ditta Lubar (Greganti era il direttore) per risolvere la situazione conflittuale con Elettrogeneral e per far si che in seguito fosse Primo Greganti a rappresentare i nostri interessi in Italia». Ma che cosa fece Greganti per Sgp? «Con Greganti e tutti gli interessati abbiamo cercato delle possibili soluzioni.

E alla fine non si raggiunse alcun accordo». Greganti si difende al processo sostenendo che sia Sgp sia Elettrogeneral lo chiamarono come arbitro della partita e alla fine gli pagarono la «consulenza». «Li ho messi attorno a un tavolo e ho litigato con loro per qualche mese. La mediazione si è conclusa con una transazione in cui la Elettrogeneral si impegnava a riconoscere un miliardo e 100 milioni alla Sgp e a utilizzare la sua tecnologia in eventuali future opportunità di lavoro». Ma come si presentò Greganti alla Sgp? Come imprenditore privato o come emissario del Pds? «Io non ho mai rinnegato la mia vita, le cose che ho fatto. Ad Aspalter mi sono presentato per quello che sono, [...] uno che aveva una esperienza politica, che aveva fatto un altro lavoro fino a poco prima e che aveva  una società privata [la Lubar] che faceva un'attività privata e che nulla aveva più a che fare con il partito [...]. Gli ho detto: "O c'è un contratto ufficiale di rapporto con la mia società professionale, oppure io non posso occuparmi della questione"».

 Ma i giudici credono a Pisante: «Sostiene Pisante di essere stato costretto al pagamento del miliardo e 100 milioni [di penale a Sgp], pena la mancata conclusione dell'ordine relativo agli impianti di Fusine e Tavazzano, nonostante fosse riuscito vincitore nella gara. Individuava in Podestà e Zorzoli gli autori di tale costrizione. Ritiene il Collegio che anche questo episodio vada inquadrato in un accordo corruttivo che trovava la sua premessa nel vantaggio indebito ottenuto [...]. Pisante assecondò le richieste di Elettrogeneral perché Emit sapeva di dovere riconoscenza a Zorzoli per l'appoggio avuto in Enel nell'aggiudicazione della gara e per dimostrare di essere un'impresa sulla quale il mondo delle cooperative di area Pci-Pds poteva sempre contare in vista di ulteriori vantaggi».

Il compagno G, invece, mente: «Ancora una volta i nomi di Greganti e Zorzoli appaiono affiancati in vicende relative agli appalti Enel, nonostante gli stessi neghino persino di sapere l'uno dell'esistenza dell'altro. L'inverosimiglianza di tali dichiarazioni, che non possono essere lette che in chiave di mera difesa al fine di allontanare l'ombra di qualsiasi contatto - considerato anche che non vi è dubbio che gli stessi militavano nello stesso partito politico, nello stesso periodo - conferma, se ve ne era ulteriore bisogno, quanto già indicato circa l'azione illecita condotta dei predetti in seno ad Enel [...]. Da quanto sopra evidenziato emerge con certezza il consapevole contributo causale nella realizzazione degli illeciti in argomento di Zorzoli e Viezzoli, che hanno improntato la loro condotta, nel momento in cui hanno accettato la particolare interpretazione dell'esito della gara, a finalità privatistiche, piegando le norme per realizzare gli interessi dell'impresa amica del sistema che loro rappresentavano».

Per questi motivi, il Tribunale condanna Greganti a 3 anni e 7 mesi (poi ridotti in appello a 3 anni, con un patteggiamento definitivo che incorpora anche l'altra condanna riportata a Milano per la tangente Fiat del Po-Sangone) e Zorzoli a 4 anni e 8 mesi (ridotti a 4 anni e 3 mesi in appello). Entrambi per corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti.

 (2 - continua)

(Questo spazio è aperto ad ogni contraddittorio. Fatevi avanti!)


Mani Pulite - 1992. Mani sporche (1)
(quarta puntata)

La «dazione ambientale»

Fin dai primi interrogatori, per una fortunata e forse irripetibile somma di abilità investigative, situazioni psicologiche e condizioni politiche, economiche e ambientali, i magistrati si trovano davanti persone che presto o tardi finiscono per confessare. Naturalmente, quasi tutti cercano di svelare il minimo indispensabile, di tenere nascosta almeno una parte dei fatti e dei soldi, di salvare qualche amico personale o politico. I pm riescono a superare, ma solo in parte, questo limite, incrociando le confessioni e cercando di sviluppare indagini documentali sui passaggi di denaro. Subiranno accuse opposte e contraddittorie: di aver preteso troppo dai loro indagati, attraverso la custodia cautelare; e di essersi accontentati di troppo poco, scarcerandoli alle prime ammissioni.

«Abbiamo raccolto tutto quanto abbiamo potuto», risponde oggi Piercamillo Davigo. «Sapevamo che anche chi parlava ci taceva molte cose. Ma che potevamo fare? Oltre gli interrogatori e le indagini, c'è solo la tortura». Ciascun indagato, poi, tende a minimizzare il proprio ruolo e a sottolineare quello altrui. Gli imprenditori, di norma, dichiarano di aver subito richieste e di essere stati costretti dai politici a pagare, per non essere esclusi dal giro degli appalti. I politici ribattono di essere stati assediati dagli imprenditori. «Ma quale concussione, dottore — dice un giorno un politico a Davigo — i concussi siamo noi: gli imprenditori ci corrono dietro per poterci pagare le tangenti prima che arrivino i loro concorrenti».

Stabilire le reali responsabilità dei diversi protagonisti è importante per formulare le imputazioni: corruzione (l'imprenditore paga per ottenere un favore dal pubblico ufficiale) o concussione (il pubblico ufficiale estorce denaro all'imprenditore promettendo il favore)? Di Pietro, che ha in mente la sua teoria della «dazione ambientale», non si preoccupa di individuare, in prima battuta, quale articolo del codice contestare. Ciò che conta è il passaggio di denaro in cambio di favori. «Sempre reato di porcata è», dice in «dipietrese», il suo gergo rozzo e un po' sgrammaticato, subito esaltato dai mass-media per la spontaneità ed eloquenza.

Di Pietro si fa raccontare i fatti e li mette a verbale. Fa «il fesso per non andare in guerra», come dice di se. Lascia che ciascuno ricostruisca le vicende nel modo che vuole, purché precisi episodi, nomi, appalti, versamenti. Solo in un secondo momento incrocia le dichiarazioni e definisce il reato per cui procedere. Il primo approccio con l'indagato sotto interrogatorio è, di solito, la domanda dei «vasetti». Di Pietro chiede a chi gli sta davanti: «Qui sulla mia scrivania ci sono tre vasetti. Sul primo c'è scritto: "Non so niente, non vedo niente". Sul secondo: "Sono stato io a cominciare". Sul terzo: "Sono una vittima". Quale sceglie?». La «dazione ambientale», teorizzata già prima dell'arresto di Chiesa, si conferma come qualcosa di più della tangente, della bustarella, della mazzetta: è un sistema di regolazione dei rapporti tra imprese e politici.

Le prime si spartiscono, in accordo con i partiti, gli appalti pagati con il denaro pubblico. I secondi ricevono, in cambio dell'assegnazione degli appalti, una percentuale da destinare ai «costi della politica» (e dei politici). Il sistema è generale, pervasivo, automatico: «ambientale». Chi riceve un appalto paga i partiti. Difficile, a quel punto, distinguere se è l'imprenditore a corrompere il politico, o il politico a vessare l'imprenditore. I due contraenti di questo patto non scritto tengono un comportamento «naturale» per l'«ambiente» politico italiano. E la «dazione» scatta automaticamente, senza bisogno di chiedere. Lo spiega, con linguaggio colorito, l'avvocato Giovanni Maria Flick: «Tangentopoli ha due protagonisti: Gustavo Dandolo e Godevo Prendendolo».

Il sistema perpetua se stesso e le sue regole. Tanto che in alcuni casi le tangenti ad amministratori e funzionar sono rateizzate e continuano a essere pagate anche quando il funzionario è andato in pensione. Davigo l'ha scoperto indagando, negli anni '80, sullo scandalo delle «Carceri d'oro»: il costruttore Bruno De Mico pattuiva le mazzette in anticipo, ma poi le pagava soltanto quando incassava i pagamenti per i lavori svolti, anche a distanza di anni. «Come mai - gli aveva domandato Davigo - lei dice di essere costretto a pagare tangenti, se ha continuato a pagarle anche a ex funzionari ormai in pensione, che non potevano più costringerla a nulla?». Risposta di De Mico: «Ma se io non continuo a pagare quelli in pensione, quelli in servizio lo vengono a sapere, io divento inaffidabile per il sistema e nessuno accetterà più la rateizzazione». Questo dimostra un continuo scambio di informazione fra i numerosissimi protagonisti e comprimari del «sistema».

I magistrati di Mani pulite non contestano mai ai loro indagati l'associazione per delinquere, benché alcuni, come il leader radicale Marco Pannella, in quegli anni lo chiedano a gran voce. Pur trovandosi di fronte a un fenomeno di sistema, scelgono di procedere sempre su fatti specifici, verificando le singole responsabilità penali. Eppure saranno accusati di «voler processare un sistema». Neppure l'abuso d'ufficio, da solo, viene contestato agli indagati: è un reato troppo «debole», secondo Di Pietro, per reggere a tre gradi di giudizio. E poi — spiega il pm — «l'abuso d'ufficio nasconde quasi sempre, in realtà, una corruzione o concussione non scoperta: noi a Milano avevamo come impegno quello d'indagare fino a scoprire la tangente, che di solito è la vera spiegazione dell'abuso. Nessuno fa niente per niente, a certi livelli».

Soldi, bilanci, rogatarie

La «dazione ambientale» alimentava, contro le leggi e fuori dai bilanci ufficiali, le costose macchine dei partiti e delle loro correnti. Come rivelerà Severino Citaristi, segretario amministrativo della De, il solo apparato nazionale dello scudocrociato costava dai 60 ai 70 miliardi l'anno: di questi, 24 arrivavano dal finanziamento pubblico, cioè dallo Stato, e 13 dal tesseramento; 2 o tre 3 all'anno gli imprenditori accettavano di versarli regolarmente e la Dc li «denunciava» ai presidenti delle Camere; almeno 20 miliardi, infine, erano i «contributi irregolari», cioè le tangenti. A queste cifre si devono aggiungere le mazzette «bruciate» dalle macchine locali del partito (solo quella di Milano, secondo Prada, consumava in media, per spese e campagne elettorali, 4 miliardi l'anno).

Poi c'erano le tangenti raccolte in proprio da dirigenti e capibastone (a Napoli, la sola corrente di Paolo Girino Pomicino spendeva, secondo quanto egli stesso ha dichiarato, almeno 50 milioni al mese). Nel suo discorso alla Camera del 4 agosto 1993, Craxi dirà che il Psi costava, tra il 1987 e il 1991, 50 miliardi l'anno. Anche prendendo per buona questa cifra, bisogna aggiungere i costi dei sistemi periferici e quanto veniva rastrellato dai colonnelli locali. Alla raccolta per il partito si aggiungevano poi i soldi sottratti per arricchimento personale e le «creste» che spesso i cassieri facevano sulle cifre riscosse. Sergio Cusani, il finanziere amico di Craxi, l'uomo della maxitangente Eni-mont, rivela oggi come funzionava - secondo quanto gli risulta — il sistema usato dai partiti per fare rientrare nel circuito ufficiale i soldi delle tangenti:

Me lo raccontò Vincenzo Balzamo, il segretario amministrativo del Psi. Mi disse che i partiti - almeno il Pci, la De e il Psi — avevano preparato il «listone», una lista con migliaia di nomi d'aderenti, che alcune banche compiacenti usavano per far risultare, ogni giorno, piccole entrate regolari sui conti ufficiali. Erano versamenti sotto i 5 milioni, fatti da una folla di ignoti e inconsapevoli benefattori. Secondo Balzarne, a inventare il «listone» era stato il cassiere nazionale del Pci, Renato Pollini. Balzamo mi parlò di una riunione avuta con Pollini proprio per discutere questo sistema.

Ma Balzamo è morto e non può ne confermare ne smentire. Pollini, uscito sostanzialmente indenne dalle inchieste, non si è mai addentrato nella questione. Per ricostruire i percorsi esteri delle tangenti, il 15 maggio il pool di Milano invia al procuratore del Canton Ticino Carla Del Ponte un elenco di 42 nomi, affinchè verifichi se risultino conti a loro intestati in banche svizzere. 18 di quei nominativi sono di persone non ancora inquisite e 24 di politici e imprenditori già arrestati o indagati. È la prima rogaroria all'estero di Mani pulite. Ed è incompleta: sarà Giovanni Falcone, appena approdato al ministero della Giustizia come direttore generale degli Affari penali, ad aiutare i colleghi milanesi. Falcone e Di Pietro si parlano e s'incontrano. Del Ponte e Colombo stringono un saldo rapporto professionale. E il muro protettivo che circonda il sistema bancario elvetico comincia lentamente a sgretolarsi.

Il sistema delle tangenti, cosi remunerativo per gli uomini dei partiti, grava pesantemente sulle finanze pubbliche e sulle tasche dei cittadini. Lo dimostrano i tempi e i costi medi delle opere pubbliche in corso a Milano, rispetto agli standard del resto d'Europa. Secondo uno studio del settimanale II Mondo, pubblicato nel maggio 1992, la linea 3 della metropolitana a Milano costa, a valori dell'epoca, 192 miliardi di lire a chilometro, contro i 45 della metropolitana di Amburgo; il passante ferroviario ha previsioni di spesa per 100 miliardi a chilometro in dodici anni di lavori, mentre il passante di Zurigo, costruito in sette anni, costa 50 miliardi a chilometro; i lavori per l'ampliamento dello stadio Meazza di San Siro durano più di due anni e costano oltre 180 miliardi, quelli dello stadio olimpico di Barcellona vengono completati in diciotto mesi, con un investimento che non supera i 45 miliardi.

Nel 1992 l'economista Mario Deaglio ipotizza una prima quantificazione del sistema Tangentopoli in Italia: il giro d'affari della corruzione può essere valutato, secondo i suoi calcoli, attorno ai 10.000 miliardi all'anno, generando un indebita-mento pubblico tra i 150.000 e i 250.000 miliardi di lire, con 15-25.000 miliardi di relativi interessi annui sul debito. Ma non è solo il peso delle tangenti a zavorrare i conti dello Stato. Tangentopoli è un sistema di finanziamento dei partiti, ma è, contemporaneamente, un sistema di accordi di cartello fra le imprese, che azzera il mercato e la libera concorrenza, dilatando i costi delle opere pubbliche. E, per i partiti, è un sistema di formazione del consenso, che usa spregiudicatamente il denaro pubblico senza badare ne all'utilità delle opere realizzate, ne all'efficienza dei servizi prestati, ne alla compatibilita con i conti dello Stato.

Gli effetti sono devastanti: il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo in Italia è del 60 per cento nel 1980, sale al 70 per cento nel 1983 (fine del governo Spadolini); nel quadriennio successivo fino al 1987 (governo Craxi) raggiunge il 92 per cento e tocca addirittura il 118 per cento nel 1992, anno del crollo della lira e del rischio d'insolvenza dello Stato. L'Italia si ritrova ben lontana dai parametri stabiliti dal Trattato di Maastricht per l'ingresso nell'Unione europea: nel 1992, tasso d'inflazione al 6,9 per cento (invece che al 3), deficit di bilancio all'1 per cento (anziché al 3), debito pubblico al 118 per cento del Pii (mentre non deve superare il 60). Il 13 agosto l'agenzia Moody's abbassa di due punti il rating dell' Italia, cioè la valutazione sul grado di sicurezza degli investimenti realizzati nel paese. 

Il 16 settembre è il «mercoledì nero» della lira, il cui valore negli scambi con le altre monete crolla a tal punto da costringerla a uscire dal Sistema monetario europeo. I legami tra corruzione ed economia saranno confermati dal governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio all'assemblea della Confindustria nel 1993: Forme di corruzione diffusa nei rapporti tra imprese e sfera pubblica hanno gonfiato la spesa, leso il buon funzionamento del mercato, ostacolato la selezione dei fornitori e dei prodotti migliori. L'entità di questa tassazione impropria, che da ultimo ricade sui cittadini, è di una gravita che sgomenta (31 maggio 1993). Mani pulite nasce in questo clima, in uno Stato a un passo dalla bancarotta. Il 10 luglio 1992, al termine di una seduta fiume, il Consiglio dei ministri presieduto da Giuliano Amato decide una manovra finanziaria da 30.000 miliardi per avviare il risanamento del disavanzo.

Un decreto del governo prevede, inoltre, la privatizzazione di quattro colossi delle partecipazioni statali: Iri, Eni, Enel, Ina diverranno società per azioni, sotto il controllo del ministero del Tesoro, che emetterà obbligazioni convertibili entro cinque anni in azioni delle nuove spa; un consorzio formato dalle maggiori banche italiane avrà poi il compito di collocarle presso il pubblico. Inizia la grande svolta dell'economia italiana: il sistema di Tangentopoli, dei partiti e delle aziende-greppia di Stato a cui la politica si abbevera entra in crisi e tenta di cambiare pelle. La parola d'ordine è: privatizzare. «Senza Mani pulite - dirà l'ex presidente della Consob, Guido Rossi - non ci sarebbe stata la svolta delle privatizzazioni, e l'Italia non sarebbe uscita dal suo sistema di "capitalismo senza mercato"»

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(1) Mani Pulite -  La vera storia - Da Mario Chiesa a Silvio Berlusconi - Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio
© Copyright  Editori Riuniti ( ISBN 88-359-5241-7)


(2) La repubblica delle banane -  Affari e malaffari di trenta potenti nelle sentenze dei giudici - Peter Gomez, Marco Travaglio
© Copyright  Editori Riuniti ( ISBN 88-359-4915-7)


Link:

- Antonio Di Pietro  
- Antonio Di Pietro: Sito ufficiale
- Il sito Manipulite.it
- Intervista di Disinformazione.it a Marco Travaglio in occasione dell'uscita del libro Mani Pulite.
- Tabucchi: La corruzione ha battuto Mani Pulite