
Le inchieste / .gif)
:: Viaggio nella giustizia italiana da Mani Pulite alla Cirami in 999 puntate ::
Terza Puntata
Sommario
:: Comunisti: indagati, colpevoli, dimenticati - di P.
Gomez, M. Travaglio (prima parte)
:: Mani Pulite - 1992. Mani sporche (terza puntata)
:: Le Fonti
:: I Link
Comunisti: indagati, colpevoli,
dimenticati
di Peter Gomez, Marco Travaglio
(2)
(prima parte)
A furia di ripetere che le Procure sono tutte rosse e i
Tribunali anche
peggio, si è finito per accreditare la diceria che nessun esponente del
Pci-Pds e delle cooperative collegate è stato arrestato, inquisito o
condannato. Invece è vero il contrario. Le condanne, in tutta Italia, sono
centinaia. Le sentenze dimostrano inequivocabilmente che i
«comunisti» erano inseriti a pieno titolo nel sistema di Tangentopoli.
Con una differenza rispetto agli altri partiti: che i segretari nazionali non
si sporcavano personalmente le mani. O, almeno, quasi mai lasciavano
impronte digitali. Le sentenze che riportiamo in questo capitolo lo dimo
strano. E quelle di prescrizione che riassumiamo nei capitoli dedicati a
D'Alema e Occhetto sono la prova di quel «quasi mai».
Enel, l'allegra mangiatoia
Nel consiglio d'amministrazione dell'Enel, il Pci aveva il suo bravo
rappresentante fisso. Il quale aveva soprattutto un compito: procacciare
quattrini al partito, spremendo le imprese che vincevano gli appalti nel
settore.
Esattamente come i suoi colleghi della De, del Psi, del Pri, del
Psdi e del Pli. Prima indirettamente, sotto forma di lavoro per le imprese
amiche (le coop rosse); poi direttamente, incassando normali,
volgarissime mazzette in cambio - si legge nel capo di imputazione - di
una serie di «atti contrari ai doveri d'ufficio, consistenti nell'approvare
le delibere relative alla desolforazione dei fumi delle centrali
Enel, in violazione dei doveri di imparzialità della pubblica amministrazione;
nell'omettere di esercitare, in conformità con i principi di
buon andamento e di legalità dell'agire amministrativo, i doverosi controlli
in ordine all'attività della struttura amministrativa, alla qualità delle
imprese invitate per le gare, alla congruità delle offerte delle imprese in
relazione all'appalto, e allo sviluppo dell'iter procedimentale finalizzato
all'assegnazione delle quote di lavoro ai singoli raggruppamenti d'imprese;
nel concordare con i rappresentanti delle imprese le modalità di
composizione dei raggruppamenti successivamente assegnatari dei lavori;
nel favorire la successiva gestione di tali appalti».
Appalti giganteschi:
soltanto per la desolforazione delle centrali elettriche, furono commissionati
lavori per almeno 3 mila miliardi.
Il consigliere d'amministrazione del Pci-Pds dal 1986 al '92 è il professor
Giovanni Battista Zorzoli, fino al '90 responsabile per le questioni
energetiche del Pci-Pds, docente al Politecnico di Milano, collaboratore del
Cnr, consigliere del Cnel, dell'Enea e dell'Enel, infine presidente della
Elettrogeneral (una piccola società genovese collegata alle Lega delle
cooperative) fino al suo arresto firmato da Antonio Di Pietro e Italo Ghitti il
16 gennaio '93.
L'uomo incaricato dal partito di incassare le tangenti in
Svizzera è invece Primo Greganti, funzionario dell'amministrazione del
Pci-Pds. Entrambi sono stati condannati in primo e secondo grado per
corruzione e finanziamento illecito al partito: 1 miliardo e 245 milioni
versati da Lorenzo Panzavolta della Calcestruzzi (gruppo Ferruzzi) dal
1990 al '92 e corrispondenti alla parte riservata a Botteghe Oscure delle
mazzette concordate col sistema dei partiti (1' 1,6 per cento sul valore delle
commesse). Versamento in tre rate: 621 milioni depositati il 21 novembre
'90 sul conto Gabbietta, presso la Banca di Lugano; 525 milioni sul conto
294469 dirottati, nel settembre '92, presso la Banca del Gottardo di Zurigo,
sempre «nella disponi-bilità di Greganti»; e infine 100 milioni «consegnati
in contanti a Greganti», sempre nel '92.
Il compagno G risponde «soltanto» di questi tre versamenti, mentre Zorzoli
è stato condannato anche per tutti gli altri appalti assegnati dall'Enel con
mazzette incorporate.
Se anche il Pci abbia incassato la sua parte di queste
altre tangenti, non si sa. Ma si sa per certo che Ottavio Pisante, legale
rappresentante della Emit (gruppo Acqua), dovette versare 450 milioni di lire alla Elettrogeneral dopo averla associata al raggruppamento di imprese
incaricato di «denitrificare» le centrali termoelettriche di Fusine e Tavazzano. Un
caso, quest'ultimo, di vera e propria estorsione, cioè di concussione: nel 1991,
Zorzoli e l'amministratore di Elettrogeneral, Giambattista Podestà avrebbero
«costretto Pisante Ottavio con la minaccia di strumentali ostruzionismi» a pagare.
Greganti e il biglietto da visita
II primo a parlare di quelle mazzette rosse è Lorenzo Panzavolta, davanti a Di
Pietro. E in base alle sue accuse, più che documentate, che il 1° marzo '93 viene
arrestato Primo Greganti, fino ad allora sconosciuto al grande pubblico. Racconta
Panzavolta che, per i contratti della desolforazione, si accordò per pagare tre
tangenti di 1 miliardo e 242 milioni ciascuna a Ds, Psi e Pci. Furono Valerio
Bitetto, potentissimo consigliere d'amministrazione socialista dell'Enel, e lo stesso
tesoriere nazionale del Psi Vincenzo Balzarne a dirgli che bisognava pagare anche
il Pci.
Poi si presentò da lui Greganti a batter cassa. «Greganti era conosciuto da
tutti li in giro, a Ravenna, come esponente del Partito comunista e aveva rapporti
con la Cmc [una mega-cooperativa rossa emiliana]». Panzavolta chiese al numero
uno del suo gruppo, Raul Gardini, se questo Greganti fosse davvero l'emissario
giusto del Bottegone per gli appalti dell'Enel. «Lui [Gardini] mi disse che avrebbe
fatto un con-trollo e mi confermò che Greganti era l'interlocutore giusto e che
potevo andare avanti». Con chi lo fece, quel controllo, Gardini? Con il vertice del
Pds, si suppone. Ma purtroppo è morto suicida, e non potrà mai rivelare a chi
telefonò.
Greganti comunque si presentò a Panzavolta «con un biglietto da visita
della Direzione centrale del Partito comunista, faceva parte della direzione
finanziaria, poi lui si era offerto per fare altri servigi, se avevamo bisogno [...]. E
credo che l'abbiamo anche usato in qualche caso [...]. Greganti ci aveva chiesto
anche di andare in Russia, che lui rappresentava il Partito comunista... No, in Cina,
in Cina».
Ma perché la Calcestruzzi paga anche il Pci? L'appalto per la desolforazione delle
centrali di Brindisi Nord e Sud, di Vado Ligure e del Sulcis vale 870 miliardi, e
viene assegnato a un'«associazione temporanea di imprese» formata al 60 per cento dal consorzio
Furialo (Ansaldo e Cita Progetti, da poco acquistata dalla Calcestruzzi) e per
il 40 dalla De Bartolomeis Spa.
Ma, perché tutto fili liscio, il Parlamento
deve approvare la legge che autorizza la costruzione degli impianti di
desolforazione senza passare attraverso i singoli comuni: «Allora - racconta
Panzavolta - mi avvertirono dall'Enel: "Guardi, se lei ha qualche contatto
col Partito comunista, sarebbe bene che avvertisse 'sta gente che i loro
parlamentari andassero in sala [in aula], non tanto per votare questo decreto,
quanto per fare numero, perché sa [...] se non c'è il numero legale, non ha
validità la seduta. Noi abbiamo già chi vota, la maggioranza che da il voto,
però abbiamo bisogno di avere il numero dei presenti". Io avvertii
ovviamente Greganti di questo fatto. Gli dissi: "Guardi, se lei può farci 'sta
cortesia, dire coi suoi parlamentari...". Siccome era un venerdì che veniva
votata e in genere i parlamentari il venerdì tornano alle loro sedi, allora
Greganti si adoperò, andò, mi disse: "Si, si, mi interesso subito". E difatti la
legge venne poi approvata, perché il numero c'era.
Il Partito comunista votò
contro questa disposizione, però era sufficiente la loro presenza per farla
passare. E Greganti venne da me e disse: "Vede che io conto, vede che
riesco a ottenere queste cose"».
Poi c'è l'affare Elettrogeneral, altro spaccato di ordinaria Tangentopoli. Sia
Greganti sia Zorzoli dicono a Panzavolta che bisogna inserire anche la
Elettrogeneral come subappaltatore. Podestà, da Reggio Emilia, lascia
intendere che se non l'accontentano ne parlerà col partito («Noi poi
riferiamo ai nostri capi che voi non ci date il lavoro»), Insomma - racconta
Panzavolta - «questa gente insisteva e sembrava che potessero danneggiarci
nella gara». Prova a resistere fino all'ultimo: la Elettrogeneral ha pochissimi
dipendenti e un background non certo all'altezza di quei colossali e
delicatissimi appalti. «Ma cosa ci mettiamo in casa?», sbotta Panzavolta con
Bitetto.
Poi però è costretto a cedere: insieme ai vertici dell'Ansaldo,
s'incontra a Milano con i responsabili di Elettrogeneral e sigla «un accordo,
una scrittura privata, che già preassegnava a loro una parte dei lavori in
subappalto [...]. Poi c'era da dare i contributi ai partiti, e loro han detto: "Va
beh, questi li diamo da soli perché siamo noi che [...] ci arrangiamo"».
Come racconta ai giudici Bartolomeo De Toma, uno dei tan-ti cassieri
occulti di Craxi, «Zorzoli appoggiava le ditte amiche
193
del Pci ora Pds: l'Elettrogeneral, la De Bartolomeis». Anche la De
Bartolomeis «doveva» essere associata ai lavori, per il bene di tutti. «Prima
- aggiunge Panzavolta - è venuto Romano Tronci [direttore generale di De
Bartolomeis] a parlare con noi, dicendo che lui doveva avere una parte dei
lavori del nostro appalto, se prendevamo l'appalto». E non si accontentava
di qualche briciola: «voleva proprio entrare nel vivo [...].
Voleva circa 100
miliardi di lavoro. E quindi all'inizio noi siamo stati restii». Ma poi
«abbiamo avuto un invito molto preciso dal dottor Benedetti [altro
consigliere Enel, in quota Psi] il quale ci disse: "No, dovete aggregare anche
questo". E noi abbiamo dato a loro una quota di 70 miliardi dell'appalto».
Perché? «Tronci non faceva mistero di essere molto legato al Partito
comunista, ma aveva tre consiglieri delegati. Diceva: "Abbiamo l'unto per tutti
i mali": uno era del Psi e uno era della Dc [...]. Per l'appalto che ha preso
lui, s'è pagato da solo le tangenti».
Una passeggiata in Cina
Greganti - ricorda Panzavolta - «siccome aveva rapporti e conoscenze in
Cina, ci chiese se potevamo avere bisogno. Io chiesi all'interno del nostro
gruppo e il dottor Gerbone, responsabile dell'attività marittima, delle navi,
disse: "Io vado a vedere, cosi per fare una passeggiata. La prima volta che
va giù Greganti, ci vado anch'io.
Voglio vedere cosa c'è in questo paese e
se ci possono essere degli interessi per noi". E andò in un'occasione con
Greganti [...]. Però al ritorno disse: "No, non c'è niente da fare per noi, non
è conveniente [...]. Greganti è molto introdotto nell'ambiente cinese, è
conosciuto, molto ossequiato e ascoltato" [...]. Però non ha mai fatto
rapporti con noi di questo tipo». Dunque, scrivono i giudici, Panzavolta
«dichiarava di poter affermare con sicurezza che Greganti non svolse
nessuna attività di consulenza o intermediazione: quel miliardo e 242
milioni non erano stati una remunerazione di una consulenza o di una
intermediazione».
Greganti nega tutto, financo di aver mai conosciuto Zorzoli e di essersi mai
occupato di centrali. Aggiunge però che quando, tra il 1989 e il 1990,
smise di lavorare per la direzione finanziaria del Pci per mettersi in proprio
come imprenditore, costituì la «Lubar» (sede legale a Torino e uffici a
Roma), per
operazioni immobiliari e soprattutto di «marketing internazionale»:
soprattutto in Cina. Cosi, aggiunge il compagno G, «mi rivolsi a
Panzavolta all'inizio dell'89, a nome del Partito comunista, per
raccogliere pubblicità per le feste dell'Unità [...].
Lo incontrai a Roma e lui
mi disse: "No, io non sono disposto a darvi la pubblicità, però sono
disposto a venirvi incontro su progetti concreti, possiamo darvi una
mano". Io allora gli dico: "Io ho intenzione di mettermi in proprio,
conosco bene la Cina, in Cina vi sono molte opportunità di lavoro per il
vostro gruppo. Lei è interessato?". E lui mi dice: "Sono interessatissimo,
se lei mi presenta dei progetti concreti sulla Cina io sono disposto a darle
una mano"». Greganti dice poi di avergli pre-sentato dei progetti per
costruire 8 mila chilometri di autostrade in Cina, per «interventi nel
settore dell'agricoltura, per la bonifica di grandi territori per produrre
foraggi e granaglie» e per «un grande progetto di una società mista di
trasporto ma-rittimo». Panzavolta gli avrebbe risposto: «Va bene, allora
lavoraci pure, che io ti finanzio queste tre operazioni».
Con tre versamenti che, a suo dire, dovevano rimborsarlo dei «costi im-portanti che
avevo già sostenuto in Cina»: 621 milioni (sul conto svizzero
«Gabbietta», per imprecisate attività di progettazione per i futuri affari in
Cina), 100 milioni (in contanti in Italia per fantomatiche esigenze
finanziarie) e 525 milioni (versati dalla Calcestruzzi su una fiduciaria
svizzera di Zurigo, affinchè Greganti li trasferisse in Cina per costituire
una «società mista di trasporto marittimo»). Che fine fecero questi
fantomatici progetti cinesi? «Sono stati interrotti dal mio arresto», risponde il compagno G.
Purtroppo per Greganti, nemmeno Giorgio Gerboni, che nel '90 era
direttore della Fermar (la società che gestiva le navi del gruppo Ferruzzi)
conferma la sua versione.
Si - dice il dirigente - ci furono contatti con
Greganti (che gli aveva presenta-to e raccomandato Panzavolta) per affari
in Cina, e anche un viaggio insieme a Pechino, nell'estate del '91. Ma poi
non combinarono mai nulla di concreto. E comunque la Fermar era solita
«pagare le mediazioni successivamente alla stipula del contratto con
postazioni in bilancio», mentre i quattrini versati da Panzavolta a Greganti
provenivano dalla Calcestruzzi ed erano in nero, estero su estero. Ne
Greganti ha mai saputo portare un solo documento che dimostrasse la reale
esistenza di quei contratti con i cinesi.
Ricapitolando: "Greganti ammette di aver ricevuto l'importo complessivo di L. 1.242.000.000 da Panzavolta in relazione agli accordi cinesi [...].
Panzavolta confessa di aver versato a Greganti gli importi sopra indicati quale tangente di spettanza del Pci per i contratti di desolforazione [e] ha ammesso di aver versato la medesima cifra in due franche al Psi e di essersi accordato per il versamento di un identico importo con i rappresentanti della Dc, ma di avere versato solo la prima franche, pari alla metà dell'importo concordato". La coincidenza, se di coincidenza si trattasse, sarebbe davvero stupefacente: "In atti sono provati i versamenti di L. 621.000.000 effettuati nel dicembre 1990 da Panzavolta sui conti di spettanza del Psi e della Dc.
Nello stesso periodo Panzavolta ha versato sul conto Gabbietta di Greganti l'importo di L. 621.000.000". Possibile che la mediazione di Greganti per un affare privato con la Cina, del tutto svincolato dagli appalti Enel, corrispondesse "alla lira" alle tangenti versate a De e Psi per gli appalti Enel? "Greganti ha ricevuto da Panzavolta lo stesso importo ricevuto dai collettori di tangenti per il Psi e promesso ai collettori delle tangenti per la De". Guardacaso.
E perché mai, per una "normale prestazione del tutto lecita" (l'intermediazione con la Cina), la Ferruzzi avrebbe pagato Greganti "con il solito sistema utilizzato per i pagamenti illeciti", e cioè la provvista nera costituita all'estero? Poi ci sono le date, anch'esse totalmente coincidenti con le tangenti Enel: "il versamento è avvenuto pochi mesi dopo l'aggiudicazione dei contratti relativi alla centrale di Brindisi Sud".
E c'è il personaggio Greganti, che "nel periodo in questione, pur non rivestendo più alcuna carica all'interno del partito, ha seguito in prima persona alcune vicende in rappresentanza del Pci, che dimostrano che lui era sempre una persona di fiducia del partito: basti ricordare la questione Eumit e la vicenda Po-Sangone [le vedremo più avanti] e Greganti in quel periodo era un uomo che godeva della piena fiducia del Pci che si avvaleva della sua opera e dei suoi conti correnti personali per far transitare somme di sicura appartenenza al partito".
E "nel Cda Enel era rappresentato, oltre ai partiti di governo, anche il maggior partito di opposizione". Cioè il Pci-Pds.
Conclude il Tribunale: "Le dichiarazioni di Greganti, non riscontrate da elementi probatori in atti, appaiono smentite dai testi, dallo stesso addotti a sostegno", cioè i dirigenti della Fermar, che "hanno affermato di nulla sapere circa pagamenti di provvigioni o trasferimenti di capitali all'estero". Il gruppo Ferruzzi, all'estero, disponeva del "sistema Berlini", e non aveva bisogno di usare i conti svizzeri di Greganti per esportare 621 milioni in Cina. Senza contare che i 621 milioni furono poi prelevati in contanti dallo stesso Greganti dal conto Gabbietta.
Questi elementi sono "caratterizzati dai requisiti della gravita, precisione e concordanza in ordine al fatto che le somme in questione non siano state incassate da Greganti per prestazioni personali, bensì vadano collegate a un intermediazione fiduciaria posta in essere da quest'ultimo a vantaggio del PCI in relazione all'aggiudicazione da parte del gruppo Ferruzzi dei contratti Enel. Ma vi è ancora di più: Panzavolta ha confessato di aver versato a Greganti gli importi in esame come tangente per il Pci in
ordine ai contratti di desolforazione. Questa confessione, pienamen-te riscontrata dalle prove in atti, conferma il quadro indiziario indicato e impone una declaratoria di responsabilità di Greganti a titolo di concorso nel reato in esame": cioè la corruzione, in combutta con Panzavolta e Zorzoli.
(continua)
(Questo spazio è aperto ad ogni contraddittorio.
Fatevi avanti!)
3^ Puntata: 1992. Mani sporche (1)
Gli uomini del metrò
Radaelli non era l'unico cassiere del Psi. Delle «dazioni» si occupavano anche due
architetti: Claudio Dini, succeduto a Natali alla presidenza della Metropolitana,
e Silvano Larini, grande amico di Bettino Craxi e di Silvio Berlusconi, rinomato velista, noto
per trascorrere almeno sei mesi all'anno tra l'Isola di Cavallo e la Polinesia.
«Claudio Dini era perfettamente a conoscenza anche della situazione relativa al
pagamento delle tangenti - racconta ai magistrati il collega Luigi Carnevale - e fu lui
che in quell'epoca mise in cantiere diverse regole. Innanzitutto, disse che non voleva
avere alcun rapporto diretto con le tangenti e che per suo conto avrebbe operato
l'architetto Silvano Larini». Poi, seminando zizzania, Carnevale aggiunge:
«Mi disse anche che era necessario riportare la percentuale al 4 per cento: infatti, per
tutto il periodo della gestione Natali, ai partiti perveniva solo il 3 per cento, mentre noi
avevamo sentore che le imprese già versassero il 4 e quindi che la quota dell'1 per cento
venisse trattenuta da Natali».
Luigi Mijno Carnevale è un anonimo funzionario dell'ex Pci. Comunista e contemporaneamente
massone, sconosciuto ai suoi stessi compagni, nel 1982 entra nel consiglio d'amministrazione
della società Mm per conto del partito e in seguito ne diventa vicepresidente. Fa
riferimento alla componente riformista, che a Milano fa capo a Gianni Corvetti e a Roma
a Giorgio Napolitano ed Emanuele Macaluso: i «miglioristi», come sono chiamati, spingono
da tempo per una forte alleanza con i socialisti e a Milano la loro corrente, secondo le
testimonianze raccolte dai magistrati, aveva pienamente accettato il sistema delle tangenti.
Racconta Carnevale:
A partire dal 1987 e, per quanto mi riguarda, fino a poco prima dell'estate del 1991, ogni volta che ho incassato
denaro ho provveduto a
versare la quota del Psi direttamen-te nelle mani di Larini, nella mia abitazione, dove Larini veniva appositamente.
A ben ricordare, credo che un'ultima rata posso averla versata a Larini
nell'autunno del 1991. Ogni volta che prendeva i soldi, Larini diceva che una parte l'avrebbe
consegnata a quelli di corso Magenta, intendendo con ciò la federazione milanese del Psi,
e un'altra parte in piazza Duomo, intendendo con ciò riferirsi all'onorevole Bettino
Craxi.
Poi Larini passa la mano: ormai trascorre all'estero troppi mesi all'anno. E non vuole noie.
Prende il suo posto un altro dirigente socialista, Oreste Lodigiani.
Ma per pochi mesi. Poi arriva Di Pietro. Per la De lombarda, l'uomo dei finanziamenti
occulti è Maurizio Prada. Avvocato, presidente dell'Alni, ex segretario
politico e poi amministrativo dello scudocrociato a Milano, dopo l'arresto riferisce:
Mi sono sobbarcato una quantità enorme di spese per fare in modo che la Dc
esplicasse la propria attività a Milano. Per far funzionare
la struttura del partito servono attualmente circa 100 milioni al mese: 60 per le spese
ordinarie, 40 per le spese normali del comitato regionale.
Per dare un'idea di quello che sono le spese, a partire dai primi
anni '80 a oggi sono stati spesi circa una ventina di miliardi per le questioni ordinarie
e un'altra ventina per le campagne elettorali.
Prada nega di aver compiuto «atti prevaricatori nei confronti delle imprese al fine
di ottenere contributi in denaro». A suo dire, erano «dazioni spontanee».
Anzi, il pubblico amministratore «viene a trovarsi
espropriato nelle sue funzioni di controllo, in quanto sono i cartelli degli imprenditori
a fissare le regole del mercato». Fatto sta che incassa parecchi miliardi: lo 0,5 per
cento sugli appalti della metropolitana milanese negli anni tra il 1980 e il 1987;
e, in seguito, l'I per cento, pari a circa un quarto delle tangenti totali.
L'elenco delle aziende che pagano è lungo.
Tra queste, Prada indica anche Fisia, Iveco, Fiat Ferroviaria, Cogefar Impresit. Denominatore
comune: appartengono tutte al gruppo Fiat. La Cogefar, tra il 1990 e il 1992, ha versato
1,8 miliardi per il passante ferroviario milanese, 1,2 miliardi per la terza linea del metrò
e una mazzetta appena più piccola per la costruzione di un parcheggio. Accanto alle
tangenti vere e proprie, la Fiat versava anche «periodici contributi non contabilizzati
ai partiti»: «Negli ultimi due anni, 1990-91, mi sono stati consegnati da Papi circa 2 miliardi».
Enso Papi, l'amministratore delegato, entrava nella sede milanese della Dc di via Nirone e
pagava. Altrettanto faceva per il Psi, come conferma Radaelli. E per il Pci-Pds, come racconta
Carnevale. Prada dice di aver dovuto pensare anche ai partiti minori, come il
Pri: «Io personalmente ho consegnato un miliardo, evidentemente in più occasioni
e per quote di qualche decina di milioni, alcune volte nelle mani dell'onorevole Antonio
Del Pennino, nel suo studio legale in via Senato, altre volte in quelle del suo fiduciario,
il consigliere provinciale Giacomo Properzj».
Del Pennino però si lamentava «perché il Partito repubblicano, pur essendo stato inserito in modo
stabile nel sistema di ripartizione, non era remunerato in maniera adeguata».
Poi Prada aggiunge di aver passato del denaro anche ad altri democristiani,
come Antonio Simone, assessore regionale legato a Comunione e liberazione,
il movimento fondato da monsignor Luigi Giussani. E spiega che nella Dc si occupavano dei
finanziamenti illeciti, insieme a lui, anche Roberto Mongini, vicepresidente della Sea,
Gianstefano Frigerio, segretario regionale lombardo, Augusto Rezzonico, presidente
delle Ferrovie Nord e poi senatore. Frigerio viene più volte interrogato da Gherardo Colombo.
Spesso si lamenta per il dolore che gli procura un occhio malato. Una volta, davanti a Di Pietro,
i lamenti sono più insistenti del solito. «Ma quando lei contava le tangenti - sbotta il magistrato -
non le faceva male: anzi ci vedeva benissimo».
Mestiere redditizio, quello del tesoriere occulto. Passaporto sicuro per fare carriera nei partiti.
Ma ruolo anche rischioso. Esposto agli scandali che periodicamente esplodono, alle inchieste
giudiziarie, alle denunce di qualche giornalista ficcanaso. In più, soggetto anche ai
ricatti interni, alle guerre tra correnti. Il Psi, prima del «caso Chiesa», aveva sempre fatto
quadrato intorno ai suoi uomini. Nella Dc, partito più grande e complesso, qualche ondata
di indignazione sulla «questione morale» era giunta fino in via Nirone.
A metà degli anni '80, per esempio, si era aperta una discussione nel partito su corruzione e tangenti.
Tra coloro che accusavano i dirigenti dc di usare il metodo della mazzetta c'era Massimo De Carolis,
l'ex leader della Maggioranza silenziosa che cercava di rifarsi spazio dentro il partito dopo un lungo
declino politico, seguito al ritrovamento del suo nome nelle liste della loggia P2.
L'alllora segretario provinciale della Dc, Antonio Ballann, aveva cercato di bonificare l'ambiente.
Ma il sistema si era rivelato pressoché invincibile. Alla fine De Carolis si era accontentato
dei risultati ottenuti per se e la questione era stata chiusa. Ma una conseguenza, a ben guardare,
l'aveva sortita: nel 1985 Maurizio Prada, Gianstefano Frigerio e Roberto Mongini, proprio loro,
erano stati esclusi dalle liste elettorali della De per la Camera dei deputati II partito
però non li aveva abbandonati, anzi li aveva ben presto premiati con poltrone di tutto rispetto:
Prada era diventato presidente dell'Arni, Frigerio vicepresidente dell'Ibi (Istituto bancario italiano),
Mongini vicepresidente della Sea. Su quelle poltrone, nel 1992, li trova seduti Di Pietro.
Quanto a De Carolis, tornerà alla politica molti anni dopo, con Forza Italia. E nel 2001,
come vedremo, sarà condannato in primo grado per corruzione.
(1
- 2
- 3
- continua)
(1) Mani Pulite - La vera storia - Da
Mario Chiesa a Silvio Berlusconi - Gianni Barbacetto, Peter
Gomez, Marco Travaglio
© Copyright Editori
Riuniti ( ISBN 88-359-5241-7)
(2) La repubblica delle banane - Affari e malaffari di trenta
potenti nelle sentenze dei giudici - Peter Gomez, Marco Travaglio
© Copyright Editori
Riuniti ( ISBN 88-359-4915-7)
Link:
- Antonio Di Pietro
- Antonio Di Pietro: Sito ufficiale
- Il sito Manipulite.it
- Intervista di Disinformazione.it
a Marco Travaglio
in occasione dell'uscita del libro Mani Pulite.
- Tabucchi: La
corruzione ha battuto Mani Pulite
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