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Interventi Torna in archivio | Torna al blog | Scrivimi :: Crisi Internazionali - Serbia :: Belgrado all'Europa: «Non abbandonateci» L'assassinio di Djindjic è stato favorito dal disinteresse calato sulla regione Passano gli anni, ma l'affermazione di Winston Churchill secondo cui: «I Balcani producono più storia di quanta non ne possano consumare», sembra diventare sempre più vera. Pareva che stavolta fosse fatta, che anche la Serbia dell'ipernazionalismo fosse avviata sulla via della normalità. Sembravano definitivamente messe da parte le vanterie spaccone che si sentivano ai tempi della guerra nell'ex-jugoslavia, tipo: «I tedeschi hanno riconosciuto che, dopo di loro, i serbi sono la nazione più guerriera d'Europa». Complimenti. E invece tre colpi di fucile sparati da un cecchino a Belgrado, nella mattinata di mercoledì 12 marzo, hanno riportato tutti alla realtà fotografata da Churchill: i Balcani si ostinano a macinare storia. Sotto i colpi del cecchino è morto il primo ministro serbo, Zoran Djindjic, 50 anni, detto «il tedesco» perché laureato in filosofìa in Germania e perché si destreggiava con la lingua di Goethe tanto bene quanto con il serbo. Ma il soprannome stesso era indice di una presa di distanza, in una nazione in cui la serbita è uno dei massimi valori assoluti («Dio è serbo», si dice, e molti sembrano crederci davvero). UNA TRANSIZIONE SENZA SANGUE. Quando questo articolo sarà stampato con molta probabilità l'argomento Serbia sarà scomparso dai giornali, anche perché altre zone del mondo e altre guerre stanno catalizzando l'interesse dell'opinione pubblica. Ma disinteressarsi dei Balcani e delle sue aree più bisognose di attenzione è un errore fatale. Lo ha riconosciuto lo stesso presidente della Commissione europea. Romano Prodi, ai funerali di Djindjic. Dragoijub Micunovic, presidente del Parlamento di Serbia-Montenegro, insegnante e amico di Djindjic, è anche lui di questo parere. «Abbiamo ripetuto per un anno che l'ammissione in tutte le istituzioni europee, da Consiglio d'Europa all'Osce, sarebbe stato un vero appoggio per il regime democratico di Belgrado. Il continuo rifiuto di ammetterci ha di fatto rafforzato le forze antidemocratiche e anti riforma. Io ho avuto colloqui su colloqui, ho sentito continue promesse, ma ogni volta qualcuno ci chiedeva di soddisfare a nuove condizioni, normalmente legate alla consegna di certe persone al Tribunale dell'Aja». A Belgrado, in ogni caso, sembra che a un evento eccezionale e traumatico come la morte del primo ministro stia seguendo una transizione normale e rispettosa delle regole democrariche. «Se il Paese reagirà pacificamente alla sua morte, questa sarà la sua migliore eredità», ha scritto il settimanale Economist. Nel vecchio mondo dei regimi realsocialisti, in cui Zoran Djindjic è cresciuto, sarebbe stato definito «pragmatico». Secondo il metro di giudizio occidentale lo si definirebbe «opportunista». L'uomo che stava traghettando la Serbia verso l'Europa e le istituzioni internazionali di cui bisogna far parte se non si vuoi essere definiti Stati-paria, aveva in origine espresso posizioni nazio-nalistiche per nulla diverse da quelle degli avversari che ha contribuito ad abbattere. Era un «vero serbo» come tanti altri, forse più colto della media. E forse più furbo, in un popolo dove l'attributo della furbizia non fa difetto. La sua linea di condotta poteva assumere un andamento aspramente nazionalista o apertamente cosmopolita secondo le necessità politiche del momento. Ma che la sua conversione alla libertà, alla democrazia, ai valori ispiratori dello srato liberale fosse sincera o dettata da opportunisino politico, il risultato non cambia: quella è la strada buona. L'apparato che il suo successore designato Zoran Zivkovic si ritrova a gestire è indubbiamente di rottura rispetto al passato e dovrà riportare i vertici dello Stato alla normalità. Ora la carica di presidente della Repubblica serba è vacante, ricoperta dalla presidente del Parlamento, Narasha Micie, figura ignora alle cronache politiche. E bisognerà giungere a una ricomposizione con l'ex presidente della Repubblica, Vojislav Kosmnica, ex alleato e poi avversario di Djindjic, l'uomo che l'astensionismo elettorale propugnato dal partito di Djindjic ha impedito fosse rieletto alla presidenza, facendo fallire le elezioni per mancanza di quorum. Se il passato di Djindjic era oscuro, non è che il suo presente fosse del tutto limpido. I legami tra affari e politica a Belgrado sono sempre forti, tanto che individuare mandanti ed esecutori del suo omicidio nel mondo delle mafie vuoi dire tutto e niente. Nella Serbia di Milosevic i vari partiti erano centri di potere economico-mafioso che prosperavano grazie all'embargo intemazionale e al conseguente contrabbando, primo fra tutti lojul, il partito fondato e presieduto da Mira Markovic, la moglie di Milosevic. Ogni raggruppamento aveva la sua specializzazione: chi la benzina, chi le sigarette, chi le armi. Non è che sparito Milosevic sia sparito anche tutto questo mondo, anzi molti di quei personaggi sono ancora al loro posto. Di conseguenza non è affatto inverosimile, anche se non è detto sia vera, un'ipotesi che circola in ambienti finanziari ex jugoslavi: cioè che Djindjic sia stato ucciso per una faccenda di appalti di autostrade. Ovvero, l'appalto per la realizzazione di autostrade doveva essere vinto da una società legata a Milosevic e al vecchio regime, invece Djindjic avrebbe manovrato per far vincere l'appalto a un'altra società dietro la quale ci sarebbe stato egli stesso. A volerlo morto potevano essere in parecchi. Djindjic è stato l'uomo che ha fatto arrestare Slobodan Milosevic il 1 aprile 2001 e poi lo ha fatto consegnare al Tribunale internazionale dell'Aja per i crimini nell'exjugoslavia. Djindjic è stato l'uomo che ha fatto terra bruciata attorno al leader ultranazionalista Vojislav Seselj che di recente si è consegnato al medesimo Tribunale mentre solo poco tempo prima aveva conquistato il 36 per cento dei voti alle elezioni presidenziali (quelle fallite per mancanza di quorum) e Djindjic è l'uomo che, stando ai «si dice» belgradesi, stava preparandosi a consegnare all'Aja Ratko Miadic, il generale responsabile dei peggiori massacri della guerra di Bosnia, prima fra tutte le strage di Srebrenica. IL FASCINO DEL CRIMINALE. Certo non doveva essere difficile trovare qualcuno che gli volesse male tra i sostenitori di questi uomini. Se poi si aggiunge che gli ambienti dell'ultranazionalismo hanno alimentato il sistema delle mafie, il cerchio si chiude. Il governo di Belgrado ha diretto la propria attenzione verso la «mafia di Zemun». Questo perché l'autista del camion che ha tentato di andare addosso all'auto di Djindjic sull'autostrada Belgrado-Zagabria, era un uomo della mafia di Zemun. Dusan Mihajlovic, ministro dell'Interno, ha dichiarato che «non ci sono dubbi» su chi ci sia dietro l'omicidio e che da questo punto di vista « il caso è risolto». Ma appare difficile capire se i 300 arresti che hanno falcidiato questa organizzazione siano il tentativo di assicurare alla giustizia gli assassini del premier o un regolamento di conti. Banda criminale falcidiata, ma non decapitata perché il boss Milorad Lukovic, detto «Legija» (legionario) è ancora libero. Era il capo dei «Berretti rossi» - un corpo speciale di polizia sospettato di crimini durante i conflitti ex jugoslavi - e ora è il nuovo fidanzato della bella Ceca, la vedova del comandante Arkan, il brutale capo dei paramilitari delle «Tigri». Sembra che la cantate fondatrice del genere «turbofolk» accordi i suoi favori solo a chi si è macchiato di orrendi delitti. [Fonte: Diario - n°11/2003] Torna in archivio | Torna al blog | Scrivimi
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