Di fronte all'ennesimo spettacolo di prepotenza e di
autoritarismo offerto dal
Cavaliere venerdì sera a "Excalibur", c'è solo da rimpiangere che
i telespettatori che lo hanno
seguito siano stati così pochi (8%
dai dati auditel). A lui certamente
sarà dispiaciuto constatare
quanto possa essere scemata la
sua capacità di attrazione sui
telespettatori (e, speriamo, sui
cittadini-elettori). Ma a me è
sinceramente dispiaciuto ancora di più. E questo per un motivo
molto semplice. Sono convinto
che tutti coloro che hanno avuto la ventura di seguire quella
trasmissione trasformata in fluviale soliloquio, di osservare quell'intervistatore in
ginocchio, di rilevare la trasformazione di un processo (in cui il Cavaliere è imputato) in strumento di
attacco, di insulto e di vilipendio
da parte del Cavaliere ai danni
del processo stesso, dei giudici e
dei testimoni, ne abbiano ricavato una forte sensazione di
smarrimento e di sgomento.
E' apparso in tutta evidenza -
anche ai più disattenti - che il
Cavaliere non si fa più scrupolo di
niente, che non ha rispetto per
niente e per nessuno, che concepisce la politica e le istituzioni
come mercé di sua personale
proprietà, e che soprattutto si
prepara ad alzare ancora di più il
tiro contro tutto ciò e tutti coloro
che, a suo avviso, gli impediscono
di esercitare una piena e definitiva "dittatura della maggioranza"
(una maggioranza peraltro incarnata nella sua persona, nei suoi
interessi e nella sua personale
visione del mondo).
Mi sono personalmente
sempre rifiutato di usare
la parola "regime" per
indicare l'attuale stato dei rapporti istituzionali e sociali nel
nostro Paese - non foss'altro che
per una questione di età e di esperienza diretta del regime fascista
- pur essendo sempre stato consapevole dell'incultura democratica e dei comportamenti
eversivi e autoritari della maggioranza
di centrodestra e in particolare
del suo capo supremo e padrone.
Ciò che sta succedendo nelle ultime settimane, ciò che avviene
ancora in queste ore mi costringono però ad usare per la prima
volta la parola "regime". Non
ovviamente come regime realizzato, ma come regime che si vuole fortemente realizzare.
E al quale - ecco il punto - è
arrivato il momento di porre un
argine, prima che si passi dai tentativi ai fatti compiuti. Debbo
dire che questa reazione è molto
diffusa fra la gente, senza distinzione di appartenenza politica. Si
pensi alla reazione furibonda di
un Giuliano Ferrara di fronte all'"ispezione" al Tg3 e, ieri, ai
rimproveri rivolti a Berlusconi
per la sua vergognosa esibizione
a Excalibur addirittura da un
giornale di destra come Il Tempo.
E poi basta ascoltare la gente per
strada, sul tram, alla radio. Sono
tutti sconcertati e sconvolti per il
livello al quale è decaduta la politica e la vita pubblica italiana, da
quando il Cavaliere è sceso in
campo ed ha preso il potere.
Il fatto è che le aspettative della gente, i problemi reali del
Paese e le sue stesse straordinarie opportunità e risorse sono
soffocate, passano in second'ordine, vengono ignorate. E' l'intero sistema politico-istituzionale che stenta a rappresentare
gli interessi, le sensibilità e la
politica che animano la società
italiana. Un disagio, una inadeguatezza e un'incapacità plasticamente rappresentati dalle
difficoltà dello stesso capo dello
Stato a contenere la coazione a
ripetere del Cavaliere in direzione di un progressivo degrado
delle istituzioni.
E' questa separatezza fra istituzioni e società che genera il
"mostro" berlusconiano. E' da
essa che nacque Forza Italia, con
lo sdoganamento dei neo-fascisti
e l'esaltazione del leghismo.
E' di
essa che oggi si nutre la deriva, se
non il progetto autoritario. Ed è
perciò che, come in altri momenti difficili, si ricominciano fortunatamente a registrare nella
società fermenti di reazione spontanea da parte dei moderati, da parte degli stessi elettori di
destra, oltre che dei giovani, dei
cattolici e degli intellettuali.
Abbiamo oggi a disposizione
la via maestra - lo ripeto - perché
tutto ciò possa trasformarsi in
azione concreta di contenimento
del degrado e di rilancio di nuove
prospettive democratiche: il voto
popolare.
Insieme alle amministrative, il referendum sull'ari. 18
del 15 e 16 giugno costituisce un
banco di prova e insieme una
tempestiva occasione per la
capacità di reazione del Paese.
Non a caso, giorno dopo giorno,
arrivano adesioni al "sì" da personalità e da settori imprevisti
(basti pensare a Cossiga e al
responsabile dei giovani industriali lombardi). Insomma, al di
là della stessa fondamentale battaglia per la difesa e l'estensione
dei diritti dei lavoratori, lo scontro sull'ari. 18 si rivela sempre più
anche come uno snodo decisivo
per la costruzione di nuovi equilibri politici e di un nuovo costume istituzionale nel nostro Paese.
[* direttore del quotidiano comunista
Liberazione - 11/5/2003]