Età media 20 anni, niente cravatte, giacche o borse in pelle,
rimpiazzate da
zaini colorati. L'informatica rivolta ad internet è ancora dominio di una
classe eterogenea di giovani. Nessun, quindi, stand appariscente e
futuristico, quelli che ancora si intravedono allo SMAU. Il padiglione di
ingresso del WEBBIT è un brulicare di ragazzi, qualcuno si muove velocemente
tra la distesa imprecisata di banchi, senza pareti, senza barriere, senza
loghi e senza apparente motivo. Desk Top, notebook, palmari, annessi,
connessi e interconnessi, a decine, centinaia, alcuni su internet, altri
sulla schermata del solitario, oppure con lo screen saver perpetuamente
roteante tra tastiera e mouse, panini, aranciate e le immancabili lattine di coca
cola.
Si prova una strana sensazione ad attraversare gli stretti
corridoi, non si capisce cosa possa fare quella schiera di persona e,
peggio, cosa possa fare io lì. Il padiglione successivo è istituzionale, con
le solite presenze di Adobe, Microsoft o HP, come consuetudine prodighi di
depliant illustrativi colorati e costosi - tanto li paghiamo noi acquistando
i loro prodotti - . Poche però qui le persone, solo, forse, qualche
rappresentante d'azienda e altri al rito fugace della solita incetta di
materiale cartaceo da cestinare appena usciti fuori.
Il mio scarno giro, con passeggino e pargolo, a seguito dura pressappoco il
tempo rallentato di percorre da capo a fondo i due stand, per poi - non si
sa mai - segnarne le diagonali in cerca di qualcosa di nascosto.
Ma sono le
16, ricordo bene, tra mezz'ora c'è la presentazione del libro di la Pizia,
"Mondo blog". Finalmente qualcosa in cui sentirmi a mio agio, tra
gente di
blog, come me, con lo stesso mio interesse. Voglio gustarmi tutto, mi siedo
in prima fila e aspetto. Molti si erano dati appuntamento e forse si
conoscevano già, lo intuisco dai discorsi lunghi e complessi che erano già
inoltrati. Puntualissima arriva Eloisa, la Pizia sulla rete, si posiziona al
centro delle scrivanie, ma davanti.
Il messaggio è chiaro: giù le barricate, sono una di voi. E
lo conferma da li a qualche istante, esortando un gruppo di altri blogger ad
unirsi a lei proprio li, accanto. Già, noi non siamo asettici fruitori di
strumenti, di tecnologia, siamo giocolieri di parole, siamo scrittori, o
proviamo ad esserlo, non c'è, quindi, nessuna lavagna luminosa o palco da cui
proferire con tono da insegnante. Sono belli quei momenti, questo è quello che
crediamo, perché noi siamo speciali, o almeno amiamo crederlo.
E' asciutta
Eloisa, un paio di jeans, classici, senza
strappi e scoloriture, una maglietta nera, semplice, appena aderente. Ho
riflettuto sui suoi capelli, biondo oro, lisci e verticali per arginare
intrusioni improprie o, forse, per impedire che i suoi pensieri si possano
disperdere, questo no, sarebbe troppo per lei. Adagiata sulla scrivania
retrostante, incrocia i piedi e muove lo sguardo in cerca d'aiuto, di qualcuno
che spezzi il ghiaccio, e la tolga dal palese imbarazzo. Qualcuno,
allora giornalista in erba, nel lento scorrere di alcune notti, mi ha
insegnato che per carpire la tensione da pubblico, bisogna guardare le mani,
"osserva Fini - mi diceva - appare impassibile davanti alle telecamere, ha
un invidiabile self control.
Abbassa lo sguardo però, vedrai che continua a
toccarsi il cinturino dell'orologio, a slacciarlo, a riallacciarlo".
Ci provo, memore della lezione analizzo la scena. Lei ha in mano un
elastico, lo articola all'inverosimile tra le dita fino a legarle e rigarle
di rosso. Ad ogni domanda o incertezza i movimenti diventano frenetici, a
tratti irruenti. Eloisa mi appare a disagio. Le battute, i sorrisi, i gesti
d'intesa o il ricordo di certi episodi vissuti, virtualmente, in comune con
alcuni presenti, sembrano solo un tentativo di armonizzare, ad ogni costo.
Ad un tratto ripenso allo stand, giù al piano terra, rivedo quel formicaio
apparentemente inconsulto di persone sole pur essendo assieme.
Credo che a volte non bisogna forzare le cose, ed è meglio che il virtuale
rimanga tale. Si, d'accordo, c'è poco tempo in certe occasioni, ma il
risultato che si potrebbe raggiungere non è quello di partenza.
Il weblog è
tale perché virtuale, nella sua manifestazione, ovviamente, e non nella sua
profondità. Non a caso si è parlato più del blog di Personalità
Confusa, che
non c'era, ne lì ne in altre occasioni, che di qualunque altro blog di
persone presenti.
Del libro si è parlato poco, e non poteva essere altrimenti, incuriosirà,
spero, molto di più chi non è vicino al mondo dei blog. Negli interventi un
po' tutti hanno fornito un loro concetto di blog.
Emerge, ogni volta, l'impossibilità di tirar fuori una definizione efficace
e ultima.
Tutti noi, blogger, abbiamo deciso di scrivere al di fuori di una formale
aggregazione, quale può essere un'associazione, e ognuno di noi, oggi, può
letiziarsi scrivendo, cosa non riuscita ieri nel tentativo di
automagnificarci.
[* Manilo Busalacchi ha un suo blog
e collabora con
BlogOltre ]