Esiste un sentimento antiamericano a sinistra. Non ha cancellato o intaccato
la memoria della Liberazione che la sinistra, insieme a tanti italiani, insiste
nel ricordare come un patto tra alleati. Ma la guerra fredda ha certo lasciato
ferite, giudizi, pregiudizi, brutti ricordi. E anche qualche leggenda che
continua a raggiungere come un boomerang le persone più giovani mentre si
affacciano alla vita politica. È un problema e un errore....
Ci stanno vendendo una patacca. La patacca è questa. Vogliono farci credere che
George W. Bush e il suo gruppo di persone ossessionate dal controllo
dell’Universo non sono un frammento della storia americana, non sono un pezzo
temporaneo e strano della sua politica. No, vi intimano di credere che Bush e
Rumsfeld (detto affettuosamente Rummy dalla columnist del New York Times Maureen
Dowd, che lo detesta) e Jay Gardner e Richard Perle e Paul Wolfovitz e tutta la
corte dei miracoli (di tutti i tipi, tranne che miracoli economici) che abitano
alla Casa Bianca in questo momento, siano «l’America».
Vi dicono, anche con toni minacciosi (come per accennare a un rischio di
vendetta), che Bush e i suoi si mangiano per traverso Allen Ginsberg, e
Norman Mailer, che alla loro presenza potete scordarvi di Arthur Miller e
di Henry Miller, del poeta Frost e del poeta Cummings, di
William Carlos Williams e di LeRoi Jones-Amiri Baraka, che Martin Luther King
e i diritti civili sono dettagli irrilevanti, che Jimmy Carter e i
diritti umani sono debolezze d’altri tempi, che Woody Allen è roba da
imboscati e che Tim Robbins e Susan Sarandon, beati loro che sono
americani, ma non sognatevi di prenderli come modello: fuori dall’America la
loro opposizione non è tollerabile.
Tanto che se non siete della partita Perle-Wolfovitz venite invitati a non
presentarvi alla festa dei partigiani.
Chi non marcia con il generale Franks comunista è. Nel senso antico e
persecutorio anni Cinquanta.
E non andate in giro a dire che comunisti non siete mai stati.
Prima di tutto queste sono cose che decidono Bondi (che se ne intende) e
Schifani.
E poi la domanda che divide il mondo è: da che parte stai sulla guerra
infinita?
Eppure il discorso è semplice. La cultura americana, la sua complessa folla di
volti, di nomi, di provenienze, di radici, di storie contraddittorie e
incrociate, tutta la tradizione romanzesca da Henry James a Paul Auster,
tutta la sua poesia da Robert Hughes a Kenneth Koch, tutto il suo humour
da Mark Twain a Woody Allen, tutto il suo cinema, da Frank Capra al
Truman Show, dentro questo contenitore che adesso vogliono venderti col
marchio esclusivo «America», prendere o lasciare, non ci sta.
Questa è un’America senza humour, senza sorriso, senza contraddizioni, senza
voci diverse e solitarie, senza individui che lottano e trionfano da soli, e
masse che si sostengono e spalleggiano nei momenti peggiori, senza il giudice
giusto che si alza verso la fine, senza Bob Hope e Bing Crosby che
mettevano e toglievano il fez per passare indenni attraverso la rivoluzione,
senza lo sguardo straordinario e tragico e ironico di Cabaret e di All That
Jazz.
Questa è un’America che non si può raccontare in un musical, non è un
dramma alla Mamet, non è un film di Altman, non è una canzone di Bob
Dylan, non è un racconto di Cheever, non è una vignetta del New
Yorker .
Qui nessuno ride e tutti ti vogliono in marcia, obbediente e ligio a qualcosa,
pena qualche altra cosa.
D’accordo, non tutto il mondo è Paese e non tutti in Europa vivono sotto le
minacce di Bondi e di Schifani, e il disprezzo «macho» orchestrato con cupa
allegria dal Foglio.
Ma poniamo che sia vero ciò che vediamo, o vogliono farci vedere qui. E poniamo
che siano, dopo tutto, amichevoli i consigli quando vi dicono «mettetevi in
testa che avete perduto la guerra, e che dovete fare buon viso a cattiva sorte,
come gli iracheni».
E proviamo, come contro verifica dello stato dei fatti, a immaginare un film sul
«governatore dell’Iraq», un film che sia nella grande tradizione americana.
Il protagonista è un certo Jay Garner, generale in pensione.
Profittando della caduta di un tirannico regime, arriva in un Paese arabo per
fare il governatore. Evidentemente si tratta di un grande equivoco. Non ci sono
governatori bianchi nel mondo arabo.
Il problema è dunque trovare un attore adatto. Woody Allen è troppo
intellettuale. Forse Tom Hanks, nella versione Forrest Gump dell’uomo
semplice che capisce e non capisce, e casca giusto più per moralità che per
intelligenza?
Il problema è la moralità.
Qui ci sono un sacco di intrighi, affari e l’attore deve apparire o talmente
ingenuo da non capirlo (nella tradizione di Peter Sellers in Oltre il giardino)
oppure una volpe astuta, malevola, destinata a pagare per il segno negativo
della sua abilità, tipo The Talented Mr. Ripley.
Il fatto è che un simile copione sarebbe rifiutato da un qualunque produttore
americano.
È una vicenda del tutto estranea a ciò che fino ad ora sappiamo
dell’America.
Governatore? Una follia europea.
Il bidone? Una commedia all’italiana.
Personaggi che si candidano a governare pur avendo sulle spalle condanne a
vent’anni per truffa, come l’ex iracheno Ahmed Chalabi?
Sono tipici di un «thriller» francesce che richiederebbe di riavere i volti di
Jean Gabin o Lino Ventura.
Volete una storia americana, tipica, esclusiva del Paese di cui parlano alcuni
di noi quando rifiutano il bushismo, e continuano a pensare che non sia «tutta
l’America»?
Eccola qui. Si chiama Ariel Dorfman, l’acclamato scrittore, il cui nome
avete visto spesso sulle pagine dell’Unità.
Dorfman, divenuto celebre prima a Broadway e poi a Hollywood con La fanciulla e
la morte (la regia del film è di Roman Polanski) è in realtà cileno. Era il
giovanissimo addetto stampa di Salvador Allende al Palazzo della Moneda quando
il generale Pinochet ha preso il potere con sanguinosa violenza. Il suo nome
ebreo, che i militari razzisti e fascisti di Pinochet hanno scambiato per
americano, lo ha salvato dalla prigione, dalla tortura, dalla morte, che è
toccata agli altri collaboratori di Allende.
E lui si è rifugiato in America, si è laureato in America, è diventato
cittadino americano, docente universitario in America.
E in America è diventato l’autore di successo noto nel mondo. Ma La fanciulla
e la morte è la storia del regime di Pinochet e del suo orrore.
Segourney Weaver e Gene Hackman hanno raccontato agli americani che cosa
è un regime fascista lanciato e sostenuto dagli stessi Usa come presunta
barriera contro il pericolo comunista.
Ma il cinema dell’America che conosciamo è troppo ricco, troppo complesso,
troppo ambivalente, troppo libero,troppo audace, per accettare, così come ce la
raccontano, la storia di Jay Garner «governatore».
Subito prima del maledetto 11 settembre, il film americano più discusso e
importante di quel Paese è stato Nemico Pubblico (Will Smith, Gene Hackman)
storia di un sistema satellitare di controllo degli individui così perfetto che
segnerà la fine di ogni libertà politica.
Il film è dunque la storia di una guerra d’indipendenza di alcuni cittadini
contro il pericolo di silenzio in cambio della sicurezza, di disciplina in
cambio della potenza.
Ma il film di gran lunga più importante dopo l’11 settembre, forse la
risposta più grande e profonda e complessa giunta finora dalla cultura
americana, è La 25esima ora di Spike Lee.
Apparentemente è una storia privata. C’è una famiglia, un amore, un gruppo
di amici, una trama di criminali e di soldi.
Da un lato ci si sporge sulla violenza estrema, dall’altro sulla tenerezza, più
forte di amore e passione.
E, alla fine, l’alternativa fra la fuga per sempre nel vuoto e la prigione.
Nei due film colpisce il senso nitido della complessità. Fatti, eventi,
persone, che sembrano giusti e sono sbagliati, sembrano amichevoli e sono il
pericolo, sembrano la soluzione e sono il problema.
Colpisce, al centro del primo film, la diffidenza profonda contro la tecnologia
impersonale e perfetta destinata a sostituire la inadeguatezza debole e incerta
della democrazia.
E al centro della narrazione di Spike Lee esplode l’invettiva di un Paese
contro se stesso, di una cultura che invece di sventolare bandiere si giudica
con cruda durezza, una invettiva che passa in rassegna ogni gruppo, ogni ceto e
cultura e razza. E intanto la macchina da presa asseconda la voce maledicente
mostrando i volti sorridenti ed estranei di immigrati islamici.
Stiamo parlando di film, soltanto di film, subito prima e subito dopo lo shock
spaventoso dell’undici settembre.
Ma persino due film sono fatti culturali troppo grandi e troppo complessi per
entrare nel piccolo contenitore della vita vista da George W. Bush e dai suoi
adoranti, dai club di persone operose e intraprendenti che lo circondano, dalla
religiosità modesta e pietrificata del cristianesimo fondamentalista a cui
questo presidente americano si ispira.
È un contenitore, quello che viene spacciato come «tutta l’America» dai
nuovi americanisti, che non ha spazio per la visione del mondo di Joseph Nye, già
viceministro della Difesa con Clinton e ora scrittore e commentatore tra i più
influenti.
Non c’è alcun adeguato tipo di intelligenza e di attenzione tra gli
iperattivi di questo presunto nuovo mondo per «Il paradosso del potere
americano» (in Italia, Einaudi): «A differenza dei secoli passati, la guerra
non è più il grande arbitro.
Oggi è molto più proficua l’attrattiva culturale, l’ideologia, la
definizione di priorità, lo stanziamento di ingenti somme per la cooperazione.
Gli Stati Uniti potrebbero gettare al vento il proprio potere applicando un
pesante unilateralismo. Qualsiasi tentativo di dominio non godrebbe del supporto
interno e stimolerebbe la resistenza a livello internazionale.
Ciò porterebbe alle stelle i costi dell’egemonia.
La cattiva notizia per gli americani è che ci sono sempre più elementi fuori
controllo persino nello Stato più potente.
Alla fine di questo millennio, il paradosso del potere americano consiste
nell’essere troppo grande perché qualsiasi altro Stato lo sfidi, eppure non
abbastanza grande per risolvere problemi come il terrorismo. L’America ha
bisogno dell’aiuto e del rispetto degli altri Paesi».
E non ci sarebbe spazio, nel mini-contenitore politico di Bush, Rumsfeld, Rice,
Wolfovitz e Ridge, rivenduto a noi come l’unica America, per la grande
rappresentazione filosofica e giuridica del pensiero americano: «Una teoria
della giustizia» di John Rawls (in Italia, Feltrinelli).
« È l’America che ha speso rivelato testimonianze, denunce, evidenze
senza le quali non sarebbero altrimenti mai esistite storie e vicende che sono
state usate contro l’America».
Ora vorrebbero ridurre un immenso edificio con tante finestre, e una
straordinaria ricchezza di voci, ispirazioni e visioni del mondo, ad un bunker
che guarda il mondo da una feritoria, lo divide in seguaci e nemici, lo giudica
senza ascoltare, ed esegue il giudizio in base al potere di farlo.
Mi domando se «anti-americano» - a volte inconscio, a volte in perfetta
malafede - non sia chi ci vende una immagine pietrificata con il volto di Rummy,
la voce di Bush, le idee di Condoleezza Rice.
Ci intima di credere, sotto minaccia, che questo è tutto ciò che resta del
vasto universo chiamato America.
Per fortuna non è vero
[da l'Unità del
2/5/03 - su
segnalazione di Beatrice ]