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:: La superclasse al potere ::

Superclan - Chi comanda l'economia mondiale?
di Giulietto Chiesa e Marcello Villari*

[ Nel seguito si riporta il primo capitolo del libro ]

 World Street

Dieci anni or sono, nel 1992, si tenne a Rio de Janeiro il Primo summit della terra. In quel grande assembramento di scienziati, politici, lobby di tutte le maggiori corporation del pianeta, maturò e si diffuse la convinzione che il mondo si trovasse alle prese con gravi problemi di sopravvivenza. Non tutti capirono, ma molti ne uscirono inquieti. 

Tuttavia, nei dieci anni successivi, quelli che ci hanno portati ai nostri giorni, il nostro mondo "civilizzato" ha continuato a vivere in preda a un clima di euforia insensata, del tutto non corrispondente all'allarme di quei giorni lontani. 

Abbiamo cominciato a scrivere questo libro proprio nei giorni di vigilia del Secondo summit sulla terra, che questa volta si tiene a Johannesburg. I guasti inferti al mondo in cui viviamo sono ormai evidenti. Ma l'euforia insensata di allora non è ancora svanita. Euforia della crescita ritenuta "illimitata"; dei tassi di crescita sempre meno lineari e sempre più esponenziali; dello sviluppo, ormai diventato "senza contraddizioni"; della distruzione shumpeteriana, vista ormai come soltanto "creativa" dimenticando le rovine che lascia dietro sé; della ricchezza "per tutti", anche se, "inevitabilmente", qualcuno finisce per appropriarsi di fette troppo grandi di essa. Ma - si sa, è diventato senso comune, o almeno così si è detto fino alla nausea in tutti i consessi dei potenti - l'egoismo dell'uomo è una forza motrice. Guai a frenarlo! Era l'epoca della Tina, cioè del There Is No Alternative.

Allora, a Rio de Janeiro, erano stati assunti impegni solenni per tentare di rimettere in sesto i conti dello squilibrio - decisamente grave, tremendamente preoccupante - tra l'uomo e la natura, evidenziato con abbondanza di dati a corredo. Ma chi era disposto ad alzare gli occhi e a guardare le nubi che offuscavano quell'orizzonte così entusiasmante? 

Alla vigilia del Vertice di Johannesburg si è giunti in un contesto che non è più sufficiente definire preoccupante. Il coro concorde delle voci responsabili parla di "pericolo incombente", di necessità di porre mano a un "nuovo tipo di sviluppo umano", da sostituire a quello che ci ha regalato questo decennio di euforia. Da Rio de Janeiro il Prodotto interno lordo (Pil) dei paesi ricchi è cresciuto di circa 10 mila miliardi di dollari, ma dei circa 6 miliardi di individui che popolano la terra, 1,2 miliardi di persone vivono ancora con meno di un dollaro al giorno. Il loro numero, in valore assoluto, non è affatto diminuito. C'era stato detto che la ricchezza, anche smodata, dei pochi avrebbe comunque provocato un fall-out di benessere sui miliardi di poveri. Chi lo ha detto mentiva, o non sapeva ciò che diceva. Oggi ci sono almeno 80 paesi che dispongono di un reddito pro capite inferiore a quello di cui disponevano nel 1992. 

I ricchi, arricchendosi, non sono diventati più generosi e nemmeno più saggi. L'aiuto dei paesi ricchi ai paesi poveri è diminuito, non è aumentato. È passato dallo 0,35 del loro Pil (all'inizio degli anni novanta) allo 0,22 dell'anno 2000. Il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, alla vigilia di Johannesburg, denunciava due drammatici punti irrisolti: l'assenza di una strategia politica internazionale per affrontare, tutti insieme, la sfida della povertà sul pianeta; e l'evidenza delle minacce derivanti simultaneamente dai ritmi di produzione e di consumo, insostenibili dall'ambiente naturale. 

La situazione odierna è dunque peggiore rispetto a quella prevista a Rio de Janeiro: i trend negativi che erano stati allora individuati sono oggi in gran parte più gravi e nessuna delle tendenze attuali induce a una qualche forma di ottimismo. Ad aggravare il quadro non è soltanto il tempo perduto. Il fatto saliente è che la crisi economica ormai investe, una dopo l'altra, tutte le economie ricche, cioè l'economia mondiale nel suo complesso. L'ottimismo è finito. La ripresa è immersa nelle nebbie di un futuro incerto e nessuno sa dire nemmeno se e quando sarà possibile prevederla. Il grande esercito degli esegeti del capitalismo senza regole e freni, naturalmente, continua a preconizzare il ritorno della mano invisibile del mercato, ma l'unica freccia rimasta nelle loro capaci faretre è il poverissimo argomento che non c'è nient'altro, nessuna ipotesi, nessuna teoria, nessun sistema alternativo: non c'è che da sperare nella provvidenza. Evidentemente anche la "mano invisibile" di Adam Smith è stata impedita dalla mancanza di regole e di freni.

Questo dovrebbe essere il tempo del risveglio. Ma è come se l'umanità ricca, inclusa quella che non è precisamente ricca ma si trova a vivere nelle società ricche (cioè quasi tutti quelli che stanno leggendo queste righe), faccia una gran fatica a risvegliarsi da un bei sogno. Questa è una delle illusioni che impedisce a molti di trarre le necessarie conclusioni. Molti altri (l'immensa maggioranza della gente di tutti i paesi) non possono neppure porsi il problema perché, privati delle necessarie fonti d'informazione, non sono consapevoli che è il mondo intero ad andare in rovina, che è il nostro futuro comune a essere minacciato.

L'11 settembre 2001 si erge, come le colonne d'Erede, ormai alle nostre spalle. Eppure, nell'emozione del momento, tutti dissero che avrebbe cambiato le nostre vite. È vero: questo evento ha cambiato le nostre vite, ma noi continuiamo a vivere come se nulla fosse accaduto, come se si fosse trattato soltanto di una parentesi. E invece siamo tutti nell'oceano aperto, senza bussole, senza vele, con pochi remi e molti rematori che agiscono ciascuno per conto proprio. E c'è ancora chi, nelle leadership, nei circoli ristretti dei grandi poteri, continua a ragionare come prima, a fare quello che si faceva all'epoca, che sembrava interminabile, delle vacche grasse, grassissime. 

La comunità mondiale è ferma di fronte alla catastrofe ecologica e cieca di fronte a quella sociale. Questo significa che siamo di fronte a un impressionante deficit di leadership: leader bugiardi che fingono ottimismo mentre sono già alla deriva.

Siamo fermi a discutere della ripresa, della ripresina, della svolta, della fine del tunnel. Quasi nessuno pone la questione più importante: ma anche se la "ripresina" dovesse avvenire, come far fronte ai suoi effetti devastanti sulla nostra vita e su quella delle generazioni che verranno? Se non si pone mano a un cambiamento, è evidente che ogni ripresa dello sviluppo nei vecchi termini, peggio ancora se fosse impetuosa, ci condurrebbe ad alta velocità dritti dentro la catastrofe. 

Guardiamo le cifre e mettiamole a confronto con i comportamenti della fine del 2002. Nel 1950 un individuo qualsiasi, "l'uomo delle statistiche" di Trilussa, poteva usare 17.000 metri cubi d'acqua all'anno. C'erano quelli che avevano solo l'acqua del Gange per lavarsi e quelli che avevano piscine olimpioniche private per divertirsi, ma la media era quella. Nel 1995, questa disponibilità è crollata a 7000 metri cubi a testa. Con l'aggravante che Bill Gates, per esempio, continua a nuotare in piscine olimpioniche ormai moltiplicatesi, mentre un miliardo di africani non ha più nemmeno l'acqua per bere. I conti dicono che, nel 2020, circa 5 miliardi di persone (i cinque sesti della popolazione mondiale) saranno in condizioni di "acuta necessità idrica". 

Vogliamo deridere i convenuti di Johannesburg così come avevamo irriso le previsioni del Club di Roma, all'inizio degli anni settanta? Possiamo farlo, è la cosa più semplice, anche se non è detto che sia quella più intelligente. Ma chi può giurare sulla propria sicurezza e su quella dei propri figli di fronte all'attuale scenario? Circa la metà del patrimonio ittico di tutti gli oceani è già stata cancellata. L'abbiamo mangiata. Sia mo stati noi in gran parte, gli abitanti dei paesi ricchi. Una volta esauriti i nostri campi di pesca, abbiamo invaso quelli altrui, comprandoli in virtù del libero mercato, pagandoli quattro lire, perché siamo più forti e meglio organizzati, dilapidandoli. Della restante metà - ci avvertono gli scienziati - il 20 è "impoverito o supersfruttato". Tutti gli ecosistemi del mondo saranno profondamente influenzati. L'area delle foreste tropicali (quelle che ci fanno respirare) si riduce al ritmo di quattro "Svizzere" ogni anno. 

Come impedire che continui lo scempio della nostra casa comune? Sembra un compito immane, irrealizzabile. Ma le cifre ci mettono di fronte alla nostra collettiva insensatezza, perché dimostrano che, invece, il compito potrebbe essere affrontato. Se, per esempio, i paesi ricchi decidessero di applicare alla lettera i Protocolli di Kyoto per la riduzione dei gas responsabili dell'effetto serra, da qui al 2010 il costo calcolato sarebbe dell'ordine di 56 miliardi di dollari. Nel medesimo lasso di tempo, i sussidi statali degli stessi paesi per protrarre l'uso di combustibili fossili costeranno circa 57 miliardi di dollari. Balza agli occhi che basterebbe orientare diversamente la spesa pubblica e privata. Siamo di fronte solo a un problema politico e sociale, non a ostacoli tecnici e tecnologici insormontabili. 

Un altro esempio, perfino più clamoroso, mostra come certe scelte politiche miopi e ottuse determinino i contorni del disastro. I paesi ricchi erogano oggi collettivamente circa 54 miliardi di dollari in aiuti ai paesi più poveri, mentre i sussidi ai coltivatori dei paesi ricchi superano ogni anno i 330 miliardi di dollari. I ricchi proteggono i propri mercati a tutti i costi e si proiettano sui mercati internazionali con tutta la loro potenza, schiacciando ogni reale possibilità di un futuro riequilibrio sociale, economico e demografico. Le esigenze elettorali delle democrazie sono considerate più impellenti di ogni altra necessità. 

Non ci sono leader capaci di dire la verità ai loro popoli, tenuti nell'ignoranza dello stato delle cose. In questi ultimi due decenni, il sistema mediatico si è lentamente ma inesorabilmente organizzato per soddisfare questa esigenza. L'agenda- setting su cui lavora non include le vere priorità o le prevede in termini sostanzialmente ingannevoli. Giornalisti, esperti, economisti hanno di fatto cambiato mestiere, tutti insieme, e ora svolgono le pubbliche relazioni dei grandi potentati economici. Invece di esercitare le funzioni critiche proprie della loro professione, reggono il sacco ai saccheggiatori. La politica, a sua volta, è diventata ancella dell'ideologia del pensiero unico. E non c'è, infatti, spazio per la politica, cioè per le scelte, se si pone come assioma il dato secondo cui non ci sono alternative. 

Che cosa occorre per dare la sveglia a questo tipo di organizzatori del nostro (ma anche del loro) futuro? Che abbiano clamorosamente sbagliato tutti i calcoli è ormai accertato ed evidente. Che perseverino ottusamente nell'errore è faccenda che non può non preoccuparci. Il globalismo selvaggio è finito, ma la sua ideologia resiste pervicace. Ed è certo che, se non si supera la logica di Ronald Reagan e di George W. Bush, per i quali il tenore di vita del popolo americano non è negoziabile (come non lo è quello di tutti i paesi ricchi che si accucciano sotto l'ombrello americano), allora bisogna prepararsi al peggio. 

Il peggio verrà simultaneamente da molte direzioni e assumerà - come sta già avvenendo, in tanti modi - la fisionomia della guerra, delle guerre nella loro estensione planetaria. La mano nascosta del mercato non ha funzionato nemmeno per Wall Street, dove avrebbe dovuto essere di casa. Invece, adesso appare con straordinaria evidenza che nei templi del capitalismo più "moderno" e più "nuovo", mentre si inneggiava al libero mercato, al libero flusso dei capitali, alla deregolamentazione totale, alla privatizzazione onnipresente, si violavano tutte le regole del mercato, demolendone persino le fondamenta. 

C'è quindi un altro nodo cruciale da sciogliere: quale capitalismo ha stravolto le nostre vite e la faccia del mondo? Quali modificazioni strutturali ha prodotto? È possibile che riprenda vita dopo la batosta? È solo questione di nuove regole? O di più rigorosi controlli? O di maggiore severità e punizioni esemplari? E, se di questo capitalismo - come noi riteniamo - occorre liberarsi al più presto, allora quale altro tipo di capitalismo è possibile? Cioè, quale tipo di sviluppo è possibile? Con quali forze sociali si può avviare un lavoro di ricostruzione? Con quali strutture istituzionali si possono affrontare gli immensi problemi di riorganizzazione del pianeta? 

Porre solo alcune di queste domande significa toccare immediatamente il tema della democrazia. Ciò di cui abbiamo parlato in queste righe introduttive non avrebbe potuto verificarsi se vi fossero stati sistemi di controllo (tecnici e democratici) adeguati. Come vedremo, le forme assunte dal capitalismo selvaggio sono in diretto contrasto con le regole della democrazia rappresentativa che, nelle società liberali, sono a fondamento di tutti i valori. Peggio ancora: il capitalismo cosiddetto "neoliberista" prescinde semplicemente dalla democrazia, non la prevede, la considera un impaccio, un ritardo, un ingombro. Un assunto, come si manifesta nel disastro della finanza americana, fatto valere perfino nei "microcosmi" relativi delle società per azioni, dove ai risparmiatori e agli azionisti sono stati riservati dei diritti - come ha scritto Guido Rossi - più o meno simili a quelli garantiti ai cani nelle società per la protezione degli animali. Figuriamoci quanto possa importare alla nuova classe dei Ceo (Chief Executive Officers) la sorte delle istituzioni democratiche degli stati nazionali. Figuriamoci quanto importa, ai dirigenti di organizzazioni sovranazionali come il Fondo monetario internazionale o la Banca mondiale, il rispetto delle decisioni di governi democraticamente eletti. Tutte le deliberazioni più importanti, essenziali per la vita di milioni, di miliardi di persone, sono ormai assunte in ristrettissime conventicole di politici e uomini d'affari, al di fuori di ogni glasnost e, soprattutto, oltre ogni legittimazione democratica. 

Come si dimostrerà, l'intreccio fra politica e affari - che è poi, in buona sostanza, la subordinazione incondizionata della politica alla finanza, la corruzione generalizzata della vita politica che ne consegue, la commistione tra denaro sporco e pulito, che introduce massicciamente la criminalità all'interno della politica e delle élite mondiali - ha già determinato le condizioni che permettono a un'oligarchia onnipotente di fare il bello e il cattivo tempo, di decidere contro l'interesse generale", a proprio vantaggio, costi quel che costi a chi sta fuori dalle stanze dei bottoni. 

È diventata pratica corrente, di volta in volta mascherata da nobili intenzioni "umanitarie" e "democratiche", percorrere la via di elezioni eterodirette, finanziate dall'esterno, che conducono a risultati prefabbricati nell'interesse delle oligarchie interne, appoggiate dal sistema dominante dei poteri internazionali. In questo modo, per esempio, è stato guidato lo io smantellamento dell'Unione Sovietica. In questo modo, per esempio - con la variante della guerra vera e propria - si è determinato l'esito elettorale in Jugoslavia. Le organizzazioni internazionali dei paesi democratici osservano in silenzio le più evidenti truffe elettorali fatte nell'interesse dell'Occidente, mentre gridano alla falsificazione quando i risultati non corrispondono ai cosiddetti "interessi occidentali". Valga come esempio più recente e clamoroso il silenzio dell'intero Occidente di fronte alla farsa elettorale che ha riconfermato alla presidenza del Pakistan l'amico dittatore Pervez Musharraf. 

Si potrebbe continuare con dovizia di esempi. E non vale l'osservazione - solo in parte giusta - che queste cose sono sempre esistite. Perché, in passato, queste operazioni coloniali e imperialistiche assumevano una forma mascherata, e ciò equivaleva a riconoscere implicitamente l'illegalità. E, quando venivano scoperte, producevano reazioni critiche anche molto veementi, tanto da attivare movimenti politici di massa che sostenevano e aiutavano le vittime dell'ingiustizia. Oggi invece, mentre s'invoca l'intervento esterno della comunità internazionale per colpire dittatori e oligarchie criminali al potere (cioè mentre si legittima il diritto a limitare dall'esterno la sovranità nazionale), sono impunemente violati i diritti dei popoli. L'illegalità del passato si trasforma in legalità nel presente e i ruoli spesso si invertono: prepotenza dei forti contro i diritti dei deboli. Gli stati sovrani (quelli piccoli e medi) sono spogliati delle loro prerogative in nome di una giustizia internazionale che funziona a comando degli stati più forti. Così le Nazioni unite sono state progressivamente spogliate delle loro prerogative di rappresentanza paritaria degli stati. 

C'è un rapporto tra questa degenerazione antidemocratica e illegale della vita internazionale e la degenerazione strutturale determinata dal capitalismo senza regole e leggi? A nostro avviso esiste una stretta interdipendenza negativa tra questi due processi. L'attacco alle libertà democratiche, incluse quelle individuali, ivi compresi i diritti civili e sociali, non proviene più dall'esterno ma dal cuore della società occidentale.

Anche in questo senso l'11 settembre rappresenta un evento straordinariamente funzionale alla creazione di un pericolo fittizio (la minaccia del terrorismo islamico), per coprire una trasformazione autoritaria, endogena, incombente sulle società occidentali. 

C'è infine una serie di questioni anch'esse assolutamente centrali, che s'intrecciano con quanto detto finora, indispensabili per spiegare il presente e immaginare il futuro. Non vi il sarebbe stata la globalizzazione "americana" se non si fossero create, simultaneamente, le condizioni tecniche, economiche e politiche per la "mediatizzazione globale" del pianeta. Tutti i nuovi "valori" che hanno sorretto la grande truffa degli ultimi due decenni sono stati veicolati, simultaneamente e ossessivamente, da un sistema mediatico cui era stato assegnato il compito di forgiare un'immensa "fabbrica dei sogni". 

Non era mai accaduto prima, in nessuna epoca storica, che i regnanti - ormai è d'obbligo definirli così - potessero disporre di una tale potenza informativo-comunicativa. E, in un mondo unificato da mille fattori tecnologici, dalla finanza sen- za regole, dove ogni decisione si riverbera sul tutto, dove ogni informazione può essere usata in tempi così rapidi da escludere ogni possibilità di controllo contestuale, chi dispone dell'informazione giusta (o di quella sbagliata da far passare come giusta, a ogni costo) può influenzare la vita collettiva al di fuori di ogni controllo. 

In un mondo come questo, in cui già viviamo, una comunicazione pervasiva che, grazie alla sua ripetitività, si sedimenta in pesanti strati sulle coscienze può modellare i contenuti della vita di miliardi di persone, senza che abbiano la minima possibilità di difendersi. Perché non hanno gli strumenti e, addirittura, non sono in grado di percepire il problema, il danno, il condizionamento, la manipolazione di cui sono vittime. Senza democrazia nella comunicazione e nell'informazione non può esservi società democratica. Questo è il tema centrale del futuro. 

E queste sono le domande - tante domande - che, tutte assieme, rappresentano il bivio di fronte al quale l'umanità si trova. La riflessione che proponiamo in queste pagine deriva dal- la nostra convinzione che il livello di allarme, la comprensione della gravita e della complessità di questa crisi, siano ancora di gran lunga al di sotto del necessario. È per questo che fino a oggi la stessa ricerca delle possibili soluzioni non riesce a svilupparsi. E c'è un dato nuovo, del tutto inedito rispetto alle crisi precedenti del capitalismo: è il fattore tempo. Non abbiamo davanti a noi molto tempo a disposizione. Oltre al deficit di leadership, sperimentiamo un acuto deficit temporale. 

La nostra convinzione è che, se prendiamo la strada sbagliata di questo bivio, non solo entreremo in guerra con il resto del mondo, ma non avremo più il tempo di salvarci, nemmeno vincendo.

 

[ * Superclan - Chi comanda l'economia mondiale? - di Giulietto Chiesa, Marcello Villari - Ed. Feltrnelli , pagg.140 - 9,00 euro -  ISBN 88-07-71010-2 ]


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