[ Nel seguito si riporta il primo capitolo del
libro ]
World Street
Dieci anni or sono, nel 1992, si tenne a Rio de Janeiro il
Primo summit della terra. In quel grande assembramento di
scienziati, politici, lobby di tutte le maggiori corporation del
pianeta, maturò e si diffuse la convinzione che il mondo si trovasse
alle prese con gravi problemi di sopravvivenza. Non tutti
capirono, ma molti ne uscirono inquieti.
Tuttavia, nei dieci anni successivi, quelli che ci hanno portati ai nostri giorni,
il nostro mondo "civilizzato" ha continuato
a vivere in preda a un clima di euforia insensata, del
tutto non corrispondente all'allarme di quei giorni lontani.
Abbiamo cominciato a scrivere questo libro proprio nei
giorni di vigilia del Secondo summit sulla terra, che questa
volta si tiene a Johannesburg. I guasti inferti al mondo in cui
viviamo sono ormai evidenti. Ma l'euforia insensata di allora
non è ancora svanita. Euforia della crescita ritenuta "illimitata";
dei tassi di crescita sempre meno lineari e sempre più
esponenziali; dello sviluppo, ormai diventato "senza contraddizioni";
della distruzione shumpeteriana, vista ormai come
soltanto "creativa" dimenticando le rovine che lascia dietro sé;
della ricchezza "per tutti", anche se, "inevitabilmente", qualcuno finisce per appropriarsi di fette troppo grandi di essa.
Ma - si sa, è diventato senso comune, o almeno così si è detto fino alla nausea in tutti i consessi dei potenti - l'egoismo
dell'uomo è una forza motrice. Guai a frenarlo! Era l'epoca
della Tina, cioè del There Is No Alternative.
Allora, a Rio de Janeiro, erano stati assunti impegni solenni per tentare di rimettere in sesto i conti dello squilibrio -
decisamente grave, tremendamente preoccupante - tra l'uomo e
la natura, evidenziato con abbondanza di dati a corredo. Ma
chi era disposto ad alzare gli occhi e a guardare le nubi che offuscavano quell'orizzonte così entusiasmante?
Alla vigilia del Vertice di Johannesburg si è giunti in un
contesto che non è più sufficiente definire preoccupante. Il coro concorde delle voci responsabili parla di "pericolo
incombente", di necessità di porre mano a un "nuovo tipo di sviluppo umano", da sostituire a quello che ci ha regalato questo
decennio di euforia. Da Rio de Janeiro il Prodotto interno lordo (Pil) dei paesi ricchi è cresciuto di circa 10 mila miliardi di
dollari, ma dei circa 6 miliardi di individui che popolano la terra,
1,2 miliardi di persone vivono ancora con meno di un dollaro
al giorno. Il loro numero, in valore assoluto, non è affatto diminuito. C'era stato detto che la ricchezza, anche smodata, dei
pochi avrebbe comunque provocato un fall-out di benessere sui
miliardi di poveri. Chi lo ha detto mentiva, o non sapeva ciò che
diceva. Oggi ci sono almeno 80 paesi che dispongono di un reddito pro capite inferiore a quello di cui disponevano nel 1992.
I ricchi, arricchendosi, non sono diventati più generosi e
nemmeno più saggi. L'aiuto dei paesi ricchi ai paesi poveri è
diminuito, non è aumentato. È passato dallo 0,35 del loro Pil (all'inizio degli anni novanta) allo 0,22 dell'anno 2000. Il
segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, alla vigilia di Johannesburg, denunciava due drammatici punti irrisolti: l'assenza
di una strategia politica internazionale per affrontare, tutti insieme, la sfida della povertà sul pianeta; e l'evidenza delle
minacce derivanti simultaneamente dai ritmi di produzione e di
consumo, insostenibili dall'ambiente naturale.
La situazione odierna è dunque peggiore rispetto a quella
prevista a Rio de Janeiro: i trend negativi che erano stati allora individuati sono oggi in gran parte più gravi e nessuna
delle tendenze attuali induce a una qualche forma di ottimismo. Ad aggravare il quadro non è soltanto il tempo perduto.
Il fatto saliente è che la crisi economica ormai investe, una dopo l'altra, tutte le economie ricche, cioè l'economia mondiale
nel suo complesso. L'ottimismo è finito. La ripresa è immersa nelle nebbie di un futuro incerto e nessuno sa dire
nemmeno se e quando sarà possibile prevederla. Il grande esercito degli esegeti del capitalismo senza regole e freni,
naturalmente, continua a preconizzare il ritorno della mano invisibile del mercato, ma l'unica freccia rimasta nelle loro capaci
faretre è il poverissimo argomento che non c'è nient'altro, nessuna ipotesi, nessuna teoria, nessun sistema alternativo: non
c'è che da sperare nella provvidenza. Evidentemente anche la
"mano invisibile" di Adam Smith è stata impedita dalla mancanza di regole e di freni.
Questo dovrebbe essere il tempo del risveglio. Ma è come
se l'umanità ricca, inclusa quella che non è precisamente ricca ma si trova a vivere nelle società ricche (cioè quasi tutti
quelli che stanno leggendo queste righe), faccia una gran fatica a risvegliarsi da un bei sogno. Questa è una delle
illusioni che impedisce a molti di trarre le necessarie conclusioni.
Molti altri (l'immensa maggioranza della gente di tutti i paesi) non possono neppure porsi il problema perché, privati
delle necessarie fonti d'informazione, non sono consapevoli che
è il mondo intero ad andare in rovina, che è il nostro futuro
comune a essere minacciato.
L'11 settembre 2001 si erge, come le colonne d'Erede, ormai alle nostre spalle. Eppure, nell'emozione del momento,
tutti dissero che avrebbe cambiato le nostre vite. È vero: questo evento ha cambiato le nostre vite, ma noi continuiamo a
vivere come se nulla fosse accaduto, come se si fosse trattato
soltanto di una parentesi. E invece siamo tutti nell'oceano
aperto, senza bussole, senza vele, con pochi remi e molti rematori che agiscono ciascuno per conto proprio. E c'è
ancora chi, nelle leadership, nei circoli ristretti dei grandi poteri,
continua a ragionare come prima, a fare quello che si faceva
all'epoca, che sembrava interminabile, delle vacche grasse,
grassissime.
La comunità mondiale è ferma di fronte alla catastrofe ecologica e cieca di fronte a quella sociale. Questo significa che
siamo di fronte a un impressionante deficit di leadership: leader
bugiardi che fingono ottimismo mentre sono già alla deriva.
Siamo fermi a discutere della ripresa, della ripresina, della
svolta, della fine del tunnel. Quasi nessuno pone la questione
più importante: ma anche se la "ripresina" dovesse avvenire, come far fronte ai suoi effetti devastanti sulla nostra vita e su
quella delle generazioni che verranno? Se non si pone mano a un
cambiamento, è evidente che ogni ripresa dello sviluppo nei vecchi termini, peggio ancora se fosse impetuosa, ci condurrebbe
ad alta velocità dritti dentro la catastrofe.
Guardiamo le cifre e mettiamole a confronto con i comportamenti della fine del 2002. Nel 1950 un individuo
qualsiasi, "l'uomo delle statistiche" di Trilussa, poteva usare 17.000
metri cubi d'acqua all'anno. C'erano quelli che avevano solo
l'acqua del Gange per lavarsi e quelli che avevano piscine olimpioniche private per divertirsi, ma la media era quella. Nel
1995, questa disponibilità è crollata a 7000 metri cubi a testa.
Con l'aggravante che Bill Gates, per esempio, continua a nuotare in piscine olimpioniche ormai
moltiplicatesi, mentre un
miliardo di africani non ha più nemmeno l'acqua per bere. I
conti dicono che, nel 2020, circa 5 miliardi di persone (i cinque sesti della popolazione mondiale) saranno in condizioni
di "acuta necessità idrica".
Vogliamo deridere i convenuti di Johannesburg così come
avevamo irriso le previsioni del Club di Roma, all'inizio degli
anni settanta? Possiamo farlo, è la cosa più semplice, anche
se non è detto che sia quella più intelligente. Ma chi può giurare sulla propria sicurezza e su quella dei propri figli di
fronte all'attuale scenario? Circa la metà del patrimonio ittico di
tutti gli oceani è già stata cancellata. L'abbiamo mangiata. Sia
mo stati noi in gran parte, gli abitanti dei paesi ricchi. Una
volta esauriti i nostri campi di pesca, abbiamo invaso quelli
altrui, comprandoli in virtù del libero mercato, pagandoli quattro lire, perché siamo più forti e meglio organizzati,
dilapidandoli. Della restante metà - ci avvertono gli scienziati - il
20 è "impoverito o supersfruttato". Tutti gli ecosistemi del
mondo saranno profondamente influenzati. L'area delle foreste tropicali (quelle che ci fanno respirare) si riduce al ritmo
di quattro "Svizzere" ogni anno.
Come impedire che continui lo scempio della nostra casa comune? Sembra un compito immane, irrealizzabile. Ma
le cifre ci mettono di fronte alla nostra collettiva insensatezza, perché dimostrano che, invece, il compito potrebbe
essere affrontato. Se, per esempio, i paesi ricchi decidessero di
applicare alla lettera i Protocolli di Kyoto per la riduzione dei
gas responsabili dell'effetto serra, da qui al 2010 il costo calcolato sarebbe dell'ordine di 56 miliardi di dollari. Nel
medesimo lasso di tempo, i sussidi statali degli stessi paesi per
protrarre l'uso di combustibili fossili costeranno circa 57 miliardi di dollari. Balza agli occhi che basterebbe orientare
diversamente la spesa pubblica e privata. Siamo di fronte solo
a un problema politico e sociale, non a ostacoli tecnici e tecnologici insormontabili.
Un altro esempio, perfino più clamoroso, mostra come certe scelte politiche miopi e ottuse determinino i
contorni del
disastro. I paesi ricchi erogano oggi collettivamente circa 54
miliardi di dollari in aiuti ai paesi più poveri, mentre i sussidi ai coltivatori dei paesi ricchi superano ogni anno i 330
miliardi di dollari. I ricchi proteggono i propri mercati a tutti i
costi e si proiettano sui mercati internazionali con tutta la loro potenza, schiacciando ogni reale possibilità di un futuro
riequilibrio sociale, economico e demografico. Le esigenze
elettorali delle democrazie sono considerate più impellenti di
ogni altra necessità.
Non ci sono leader capaci di dire la verità ai loro popoli, tenuti nell'ignoranza dello stato delle cose. In questi ultimi due
decenni, il sistema mediatico si è lentamente ma inesorabilmente organizzato per soddisfare questa esigenza. L'agenda-
setting su cui lavora non include le vere priorità o le prevede
in termini sostanzialmente ingannevoli. Giornalisti, esperti,
economisti hanno di fatto cambiato mestiere, tutti insieme, e
ora svolgono le pubbliche relazioni dei grandi potentati economici. Invece di esercitare le funzioni critiche proprie della
loro professione, reggono il sacco ai saccheggiatori. La politica, a sua volta, è diventata ancella dell'ideologia del
pensiero unico. E non c'è, infatti, spazio per la politica, cioè per le
scelte, se si pone come assioma il dato secondo cui non ci sono alternative.
Che cosa occorre per dare la sveglia a questo tipo di organizzatori del nostro (ma anche del loro) futuro? Che
abbiano clamorosamente sbagliato tutti i calcoli è ormai accertato ed evidente. Che perseverino ottusamente nell'errore
è faccenda che non può non preoccuparci. Il globalismo selvaggio è finito, ma la sua ideologia resiste pervicace. Ed è
certo che, se non si supera la logica di Ronald Reagan e di George W. Bush, per i quali il tenore di vita del popolo americano
non è negoziabile (come non lo è quello di tutti i paesi ricchi
che si accucciano sotto l'ombrello americano), allora bisogna
prepararsi al peggio.
Il peggio verrà simultaneamente da molte direzioni e assumerà - come sta già avvenendo, in tanti modi - la
fisionomia della guerra, delle guerre nella loro estensione planetaria.
La mano nascosta del mercato non ha funzionato nemmeno per Wall Street, dove avrebbe dovuto essere di casa.
Invece, adesso appare con straordinaria evidenza che nei templi del capitalismo più "moderno" e più "nuovo", mentre si
inneggiava al libero mercato, al libero flusso dei capitali, alla deregolamentazione totale, alla privatizzazione
onnipresente, si violavano tutte le regole del mercato, demolendone
persino le fondamenta.
C'è quindi un altro nodo cruciale da sciogliere: quale capitalismo ha stravolto le nostre vite e la faccia del mondo?
Quali modificazioni strutturali ha prodotto? È possibile che riprenda vita dopo la batosta? È solo questione di nuove regole?
O di più rigorosi controlli? O di maggiore severità e punizioni
esemplari? E, se di questo capitalismo - come noi riteniamo -
occorre liberarsi al più presto, allora quale altro tipo di capitalismo è possibile? Cioè, quale tipo di sviluppo è possibile? Con
quali forze sociali si può avviare un lavoro di ricostruzione?
Con quali strutture istituzionali si possono affrontare gli immensi problemi di riorganizzazione del pianeta?
Porre solo alcune di queste domande significa toccare immediatamente il tema della democrazia. Ciò di cui abbiamo
parlato in queste righe introduttive non avrebbe potuto verificarsi se vi fossero stati sistemi di controllo (tecnici e
democratici) adeguati. Come vedremo, le forme assunte dal capitalismo selvaggio sono in diretto contrasto con le regole
della democrazia rappresentativa che, nelle società liberali, sono
a fondamento di tutti i valori. Peggio ancora: il capitalismo
cosiddetto "neoliberista" prescinde semplicemente dalla democrazia, non la prevede, la considera un impaccio, un
ritardo, un ingombro. Un assunto, come si manifesta nel disastro
della finanza americana, fatto valere perfino nei "microcosmi"
relativi delle società per azioni, dove ai risparmiatori e agli
azionisti sono stati riservati dei diritti - come ha scritto Guido Rossi - più o meno simili a quelli garantiti ai cani nelle
società per la protezione degli animali. Figuriamoci quanto possa importare alla nuova classe dei Ceo (Chief Executive
Officers) la sorte delle istituzioni democratiche degli stati nazionali. Figuriamoci quanto importa, ai dirigenti di
organizzazioni sovranazionali come il Fondo monetario internazionale o la Banca mondiale, il rispetto delle decisioni di governi
democraticamente eletti. Tutte le deliberazioni più importanti, essenziali per la vita di milioni, di miliardi di persone,
sono ormai assunte in ristrettissime conventicole di politici e uomini d'affari, al di fuori di ogni
glasnost e, soprattutto, oltre
ogni legittimazione democratica.
Come si dimostrerà, l'intreccio fra politica e affari - che è
poi, in buona sostanza, la subordinazione incondizionata della politica alla finanza, la corruzione generalizzata della vita
politica che ne consegue, la commistione tra denaro sporco e
pulito, che introduce massicciamente la criminalità all'interno della politica e delle élite mondiali - ha già determinato le
condizioni che permettono a un'oligarchia onnipotente di fare il bello e il cattivo tempo, di decidere contro
l'interesse generale", a proprio vantaggio, costi quel che costi a chi sta
fuori dalle stanze dei bottoni.
È diventata pratica corrente, di volta in volta mascherata
da nobili intenzioni "umanitarie" e "democratiche", percorrere la via di elezioni eterodirette, finanziate dall'esterno, che
conducono a risultati prefabbricati nell'interesse delle oligarchie interne, appoggiate dal sistema dominante dei poteri
internazionali. In questo modo, per esempio, è stato guidato lo
io
smantellamento dell'Unione Sovietica. In questo modo, per
esempio - con la variante della guerra vera e propria - si è determinato l'esito elettorale in Jugoslavia. Le organizzazioni
internazionali dei paesi democratici osservano in silenzio le più
evidenti truffe elettorali fatte nell'interesse dell'Occidente,
mentre gridano alla falsificazione quando i risultati non corrispondono ai cosiddetti "interessi occidentali". Valga come
esempio più recente e clamoroso il silenzio dell'intero Occidente di fronte alla farsa elettorale che ha riconfermato alla
presidenza del Pakistan l'amico dittatore Pervez Musharraf.
Si potrebbe continuare con dovizia di esempi. E non vale
l'osservazione - solo in parte giusta - che queste cose sono
sempre esistite. Perché, in passato, queste operazioni coloniali
e imperialistiche assumevano una forma mascherata, e ciò
equivaleva a riconoscere implicitamente l'illegalità. E, quando venivano scoperte, producevano reazioni critiche anche
molto veementi, tanto da attivare movimenti politici di massa che sostenevano e aiutavano le vittime dell'ingiustizia.
Oggi invece, mentre s'invoca l'intervento esterno della comunità internazionale per colpire dittatori e oligarchie criminali al
potere (cioè mentre si legittima il diritto a limitare dall'esterno la sovranità nazionale), sono impunemente violati i diritti
dei popoli. L'illegalità del passato si trasforma in legalità nel
presente e i ruoli spesso si invertono: prepotenza dei forti contro i diritti dei deboli. Gli stati sovrani (quelli piccoli e medi)
sono spogliati delle loro prerogative in nome di una giustizia internazionale che funziona a comando degli stati più forti.
Così le Nazioni unite sono state progressivamente spogliate
delle loro prerogative di rappresentanza paritaria degli stati.
C'è un rapporto tra questa degenerazione antidemocratica e illegale della vita
internazionale e la degenerazione strutturale determinata dal capitalismo senza regole e leggi? A
nostro avviso esiste una stretta interdipendenza negativa tra questi due processi. L'attacco alle libertà democratiche, incluse
quelle individuali, ivi compresi i diritti civili e sociali, non proviene più dall'esterno ma dal cuore della società occidentale.
Anche in questo senso l'11 settembre rappresenta un evento straordinariamente funzionale alla creazione di un
pericolo fittizio (la minaccia del terrorismo islamico), per coprire
una trasformazione autoritaria, endogena, incombente sulle
società occidentali.
C'è infine una serie di questioni anch'esse assolutamente
centrali, che s'intrecciano con quanto detto finora, indispensabili per spiegare il presente e immaginare il futuro. Non vi
il
sarebbe stata la globalizzazione "americana" se non si fossero create, simultaneamente, le condizioni tecniche,
economiche e politiche per la "mediatizzazione globale" del pianeta.
Tutti i nuovi "valori" che hanno sorretto la grande truffa degli ultimi due decenni sono stati veicolati, simultaneamente e
ossessivamente, da un sistema mediatico cui era stato assegnato il compito di forgiare un'immensa "fabbrica dei sogni".
Non era mai accaduto prima, in nessuna epoca storica,
che i regnanti - ormai è d'obbligo definirli così - potessero disporre di una tale potenza informativo-comunicativa. E, in un
mondo unificato da mille fattori tecnologici, dalla finanza sen-
za regole, dove ogni decisione si riverbera sul tutto, dove ogni
informazione può essere usata in tempi così rapidi da escludere ogni possibilità di controllo contestuale, chi dispone
dell'informazione giusta (o di quella sbagliata da far passare come giusta, a ogni costo) può influenzare la vita collettiva al di
fuori di ogni controllo.
In un mondo come questo, in cui già viviamo, una comunicazione pervasiva che, grazie alla sua ripetitività, si
sedimenta in pesanti strati sulle coscienze può modellare i contenuti della vita di miliardi di persone, senza che abbiano la
minima possibilità di difendersi. Perché non hanno gli strumenti
e, addirittura, non sono in grado di percepire il problema, il
danno, il condizionamento, la manipolazione di cui sono vittime. Senza democrazia nella comunicazione e
nell'informazione non può esservi società democratica. Questo è il tema
centrale del futuro.
E queste sono le domande - tante domande - che, tutte assieme, rappresentano il bivio di fronte al quale l'umanità si
trova. La riflessione che proponiamo in queste pagine deriva dal-
la nostra convinzione che il livello di allarme, la comprensione della gravita e della complessità di questa crisi, siano
ancora di gran lunga al di sotto del necessario. È per questo che
fino a oggi la stessa ricerca delle possibili soluzioni non riesce
a svilupparsi. E c'è un dato nuovo, del tutto inedito rispetto alle crisi precedenti del capitalismo: è il fattore tempo. Non
abbiamo davanti a noi molto tempo a disposizione. Oltre al deficit di leadership, sperimentiamo un acuto deficit temporale.
La nostra convinzione è che, se prendiamo la strada sbagliata di questo bivio, non solo entreremo in guerra con il
resto del mondo, ma non avremo più il tempo di salvarci, nemmeno vincendo.
[ * Superclan - Chi comanda l'economia mondiale? - di Giulietto
Chiesa, Marcello Villari - Ed. Feltrnelli , pagg.140 - 9,00 euro -
ISBN 88-07-71010-2 ]