Quella che segue è la Prefazione al libro di Naomi Klein
Questo non è un seguito di No Logo, il libro sulla nascita dell'attivismo contro le multinazionali che ho scritto tra il
1995 e il 1999.
Quello era un progetto di ricerca a tesi; Recinti e finestre è una raccolta di dispacci dalle prime linee di una battaglia esplosa proprio nei
giorni in cui veniva pubblicato No Logo. Il libro era in stampa quando i movimenti in gran parte sotterranei che raccontava si sono
imposti all'attenzione dell'opinione pubblica del mondo industrializzato, soprattutto dopo
le proteste dei novembre 1999, a Seattle,
contro l'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Da un giorno all'altro mi sono ritrovata catapultata nei bei mezzo di un dibattito
internazionale sull'interrogativo più urgente dei nostro tempo: quali
valori governeranno l'era globale?
Quello che era cominciato come un tour promozionale di due
settimane si è trasformato in un'avventura durata due anni e mezzo
e che ha abbracciato ventidue Paesi, portandomi nelle strade dense di
lacrimogeni di Québec City e Praga, nelle assemblee di quartiere di
Buenos Aires, in escursioni con attivisti antinucleari nel deserto del
Sud dell'Australia e a discussioni formali con capi di Stato europei. I quattro anni di isolamento investigativo che c'erano voluti per
scrivere No Logo non mi avevano certo preparato a questa nuova situazione. Malgrado i servizi sui media che mi descrivono come uno dei «leader» o «portavoce»
delle proteste globali, la verità è che non ero mai
stata impegnata in politica ne mi piacevano troppo le folle. La prima
volta che sono stata chiamata a pronunciare un discorso sulla globalizzazione ho abbassato gli occhi sugli appunti, ho cominciato a
leggere e non ho rialzato lo sguardo prima di un'ora e mezza.
Ma questo non era più tempo per timidezze varie. Decine e
poi centinaia di migliaia di persone aderivano ogni mese a nuove
manifestazioni, ed erano molti quelli come me che prima d'allora
non avevano mai creduto veramente alla possibilità di un cambiamento politico. Sembrava come se fosse diventato
improvvisamente impossibile ignorare i fallimenti del modello economico
imperante. E questo ben prima del caso Enron. Per soddisfare le
richieste degli investitori internazionali, i governi di tutto il mondo erano incapaci di rispondere ai bisogni di chi li aveva eletti.
Alcuni di questi bisogni insoddisfatti erano basilari e urgenti: medicine, alloggi, terra, acqua. Altri meno tangibili: spazi culturali non
commerciati per comunicare, riunirsi e condividere, tanto su Internet e sull'emittenza pubblica quanto nelle strade. Alla base di
tutto c'era il tradimento dei bisogno fondamentale di democrazie
sensibili e partecipative, non comprate e pagate dalla Enron ne dal Fondo monetario internazionale
(Fmi).
La crisi non ha rispettato nessun confine nazionale. Un'economia globale in forte espansione e concentrata sulla ricerca di
utili a breve termine si stava dimostrando incapace di rispondere
a crisi ecologiche e umane sempre più urgenti; incapace, per
esempio, di abbandonare i combustili fossili per fonti di energia
sostenibili; incapace, malgrado tutte le promesse e le strette di
mano, di stanziare le risorse necessario per fermare la diffusione
dell'Hiv in Africa; riluttante a osservare gli impegni internazionali per ridurre la fame o persino ad affrontare gravi crisi nella
sicurezza alimentare in Europa. È difficile dire perché il movimento di
protesta sia esploso nelle circostanze in cui l'ha fatto, dato che la
maggioranza di questi problemi sociali e ambientali è cronica da
decenni, ma parte del merito va senz'altro alla stessa globalizzazione. Un tempo, quando le scuole erano sottofìnanziate o
gli acquedotti contaminati, si tendeva a darne la colpa all'inetta gestione finanziaria o alla totale corruzione dei singoli
governi nazionali. Oggi, grazie a un'impennata dei flussi informativi transfrontalieri, questi problemi sono riconosciuti come gli
effetti locali di una specifica ideologia globale, applicata da politici
nazionali ma concepita a livello centrale da una manciata di grandi aziende e di istituzioni internazionali, tra cui la Wto,
l'Fmi e la Banca mondiale.
L'ironia dell'etichetta «antiglobalizzazione» imposta dai media
è che noi di questo movimento trasformiamo la globalizzazione
in una realtà vissuta, forse anche più dei dirigenti aziendali maggiormente impegnati sul fronte internazionale o dei personaggi
più irrequieti del jet-set. A incontri come il Worid Social Forum di
Porto Alegre, ai «controvertici» durante le riunioni della Banca
mondiale e su canali di discussione come www.tao.ca
e www.indymedia.org, la globalizzazione non viene ridotta a un
ristretto elenco di transazioni commerciali o turistiche. È invece un
intricato processo di migliaia di persone che legano insieme i loro destini semplicemente condividendo idee e raccontando storie
su come teorie economiche astratte influenzino la loro vita quotidiana. Questo movimento non ha leader nel senso tradizionale:
solo persone decise a imparare e ad alimentare il passaparola.
Come molti altri che si sono ritrovati all'interno di questa rete globale, all'inizio avevo solo una conoscenza limitata dei
principi dell'economia neoliberista, soprattutto di come essi si riflettono sui giovani nordamericani ed europei che crescono
sovraesposti al mercato e sottoccupati. Ma come molti altri sono stata globalizzata da questo movimento: ho fatto un corso accelerato
su che cosa l'ossessione per il mercato abbia significato per i contadini senzaterra in Brasile, per gli insegnanti in Argentina, per i
lavoratori dei fast food in Italia, per i coltivatori di caffè in Messico, per gli abitanti
delle baraccopoli in Sudafrica, per i televenditori in Francia, per gli immigrati che raccolgono i pomodori in
Florida, per i sindacalisti nelle Filippine, per i ragazzi senza casa a
Toronto, la città dove vivo.
Questa raccolta è una testimonianza della mia stessa ripida
curva di apprendimento, una piccola parte di un vasto processo di
condivisione di informazioni di base che ha dato a moltissime persone - gente che non ha studiato per diventare economista,
docente di diritto commerciale internazionale o esperto di brevetti -
il coraggio di partecipare al dibattito sul futuro dell'economia globale. Questi articoli, saggi e discorsi, scritti per «The
Globe and
Mail», «The Los Angeles Times» e molte altre testate, sono stati
buttati giù in stanze d'albergo, a notte fonda, dopo proteste a
Washington e a Città del Messico, in media centre indipendenti,
in volo su troppi aerei. (Sono al mio secondo computer portatile,
dopo che l'uomo seduto nell'angusto sedile davanti a me, su un
volo Air Canada in classe economica, premette il bottone Recline
e io sentii un terribile scricchiolio.) Contengono gli argomenti e i
fatti più schiaccianti su cui ho potuto mettere le mani per usarli
in dibattiti con economisti neoliberisti, cosi come le esperienze
più toccanti che ho vissuto per strada a fianco dei colleghi attivisti. A volte rappresentano tentativi precipitosi di assimilare
informazioni arrivate nella mia casella di posta elettronica appena
qualche ora prima, o di contrastare una nuova campagna di disinformazione che attaccava la natura e gli obiettivi delle
proteste. Alcuni dei saggi, soprattutto i discorsi, non sono mai stati
pubblicati prima d'ora.
Perché raccogliere in un libro scritti cosi disorganici? In parte
perché, ad alcuni mesi dall'inizio della «guerra al terrorismo» di
George W. Bush, è maturata la consapevolezza che qualcosa fosse finito. Alcuni politici, soprattutto quelli che avevano visto le
loro politiche duramente contestate dai dimostranti, si sono affrettati a dichiarare che a essere finito era
lo stesso movimento, le cui
preoccupazioni per i fallimenti della globalizzazione sarebbero solo frivolezze se non addirittura foraggio per «il nemico».
In realtà
l'escalation ne! ricorso alla forza militare e alla repressione ha provocato nell'ultimo anno massicce proteste per le strade di Roma,
Londra, Barcellona e Buenos Aires. Ha anche spinto molti attivisti, che in precedenza avevano espresso solo un dissenso
simbolico in occasione dei vari summit internazionali, a intraprendere
azioni concrete per ridurre la violenza: ad esempio, prestandosi
come «scudi umani» durante l'assedio della Chiesa della Natività,
a Betlemme, così come tentando di bloccare le deportazioni illegali di profughi da centri di detenzione europei e australiani. Ma
mentre il movimento entrava in questa difficile nuova fase, mi sono resa conto di essere stata testimone di qualcosa di
straordinario: il preciso, elettrizzante momento in cui gente comune del
mondo reale ha fatto crollare il club per soli esperti dove si decide il nostro destino collettivo. Dunque, questa è la testimonianza
non solo di una conclusione ma anche di quell'importante inizio,
un periodo inaugurato in Nordamerica dalla gioiosa esplosione
per le strade di Seattle e catapultato in un nuovo capitolo dall'inconcepibile distruzione
dell'11 settembre.
* * *
Qualcos'altro mi ha spinto a mettere insieme questi articoli.
Alcuni mesi fa, mentre sfogliavo i ritagli delle mie rubriche alla ricerca di una statistica smarrita, ho notato un paio di temi e
immagini ricorrenti. Innanzitutto il recinto. L'immagine si riproponeva in continuazione: barriere che separano i cittadini da risorse
in precedenza pubbliche, che gli precludono l'accesso alla terra e
all'acqua di cui hanno tanto bisogno, che ne limitano la possibilità di muoversi attraverso le frontiere, di esprimere il dissenso
politico, di manifestare in strade pubbliche, e che addirittura impediscono ai governanti di mettere in atto politiche sensate per i
cittadini che li hanno eletti.
Alcuni di questi recinti sono difficili da vedere, ma ciononostante esistono. Un recinto virtuale circonda le scuole dello
Zambia quando, su consiglio della Banca mondiale, viene introdotta
una «quota» per l'istruzione, mettendo le lezioni fuori dalla portata di milioni di persone. Un recinto circonda la fattoria a
conduzione familiare in Canada quando le politiche governative trasformano la piccola agricoltura in un bene di lusso, insostenibile
in un panorama di agricoltura industriale e prezzi all'ingrosso in
forte ribasso. Un recinto reale, seppur invisibile, circonda l'acqua
potabile di Soweto quando i prezzi vanno alle stelle a causa della privatizzazione e i residenti sono costretti a utilizzare fonti
contaminate. E un recinto circonda l'idea stessa di democrazia quando si dice all'Argentina che non riceverà un prestito del Fondo
monetario internazionale a meno che non riduca ulteriormente la
spesa sociale, privatizzi altre risorse ed elimini gli aiuti alle industrie locali,
il tutto nel bei mezzo di una crisi economica aggravata da queste stesse politiche. Naturalmente questi recinti sono
vecchi come il colonialismo. «Queste operazioni usurarie eressero
sbarre intorno a nazioni libere», ha scritto Eduardo Galeano in Le
vene aperte dell'America Latina: si riferiva alle condizioni di un
prestito britannico all'Argentina nel 1824.
l recinti sono sempre stati una componente del capitalismo,
l'unico modo di proteggere la proprietà dai potenziali banditi, ma
ultimamente sono diventati sempre più evidenti i doppi standard
che sorreggono queste barriere. Agli occhi dei mercati finanziari
internazionali, l'esproprio del patrimonio delle aziende è forse il
più grande peccato che possa compiere un governo socialista
(chiedere per esempio al venezuelano Hugo Chàvez o al cubano
Fidel Castro). Ma la protezione del patrimonio garantita alle
aziende dagli accordi di libero scambio non si estende ai cittadini argentini che hanno depositato i risparmi di una vita in conti
della Citibank, della Scotiabank, dell'Hsbc e scoprono adesso che
la maggior parte dei loro soldi è semplicemente svanita. Ne la riverenza del mercato per
la ricchezza privata abbraccia i dipendenti
statunitensi della Enron, che hanno scoperto di essere stati «tenuti
fuori» dai loro fondi pensione privatizzati, impossibilitati a vendere mentre i dirigenti dell'azienda monetizzavano freneticamente i
titoli azionari in loro possesso.
Viceversa, alcuni recinti quanto mai necessari sono sotto attacco. Nella corsa alle privatizzazioni sono state abbattute quasi
tutte le barriere che un tempo esistevano tra molti spazi pubblici
e privati: ad esempio, per tenere le scuole al riparo dalla pubblicita e la sanità da logiche di profìtto, o per impedire a nuovi
esercizi commerciali di fungere esclusivamente come veicoli promozionali per altre società dei loro stessi proprietari. È stato aperto
ogni spazio pubblico protetto, solo per essere ri-recintato dal
mercato.
Un'altra barriera pubblica seriamente a rischio è quella che separa le colture geneticamente modificate da quelle non ancora
alterate. l giganti delle sementi sono stati cosi poco attenti nell'impedire che i loro semi modificati volassero nei campi vicini,
mettessero radici e provocassero impollinazione incrociata che in molte parti del mondo mangiare alimenti «non ogm» non è più
un'opzione: è stata contaminata l'intera catena alimentare. l recinti che proteggono l'interesse pubblico sembrano scomparire
rapidamente, mentre quelli che restringono le nostre libertà continuano a
moltiplicarsi.
La prima volta che ho notato come l'immagine del recinto
continuasse a ricorrere nella discussione, nei dibattiti e nei miei
stessi scritti, mi è sembrato subito significativo. Dopotutto l'ultimo decennio d'integrazione economica è stato alimentato dalle
promesse di barriere destinate a cadere, di accresciuta mobilità e
di maggiore libertà. Eppure tredici anni dopo il celebrato crollo dei
Muro di Berlino siamo ancora una volta circondati da recinti. E separati: gli uni dagli altri, dalla terra, dalla nostra capacità d'immaginare che
il cambiamento è possibile. ll processo economico
che va sotto il benevolo eufemismo di «globalizzazione» investe
oggi ogni aspetto della vita, trasformando ogni attività e ogni risorsa naturale in un bene economico misurato e posseduto. Come
evidenzia Gerard Greenfìeid, studioso del lavoro di Hong Kong, la fase attuale del capitalismo non verte semplicemente sul
commercio inteso nel senso tradizionale di vendere più prodotti attraverso le frontiere: consiste anche nell'alimentare l'insaziabile
bisogno di crescita del mercato ridefinendo come «prodotti» interi settori che in precedenza erano considerati parte integrante del «patrimonio comune» e non in vendita.
L'invasione del pubblico da
parte del privato ha investito naturalmente categorie come la sanità e l'istruzione, ma anche idee, geni, semi, adesso acquistati,
brevettati e recintati, così come medicine tradizionali aborigene,
piante, acqua e persino le cellule staminali umane. Oggi che il
copyright rappresenta la voce più cospicua dell'export Usa (più dei
prodotti manifatturieri o delle armi), la legislazione su! diritto internazionale deve essere intesa non solo come la rimozione di
barriere selettive agli scambi, ma più correttamente come un processo che erige sistematicamente nuove barriere: intorno alla
conoscenza, alle tecnologie e alle nuove risorse privatizzate. Sono
questi Diritti di proprietà intellettuale legati al commercio (Trips)
a impedire agli agricoltori di riseminare i loro semi brevettati dalla Monsanto e a rendere illegale
la produzione di tarmaci generici a basso costo da parte di quei Paesi poveri che tanto ne
avrebbero bisogno per le loro popolazioni indigenti.
La globalizzazione è oggi sotto accusa perché dall'altra parte
di tutti questi recinti virtuali ci sono persone reali, escluse da
scuole, ospedali, posti di lavoro e dalle loro stesse fattorie, case,
comunità. Le privatizzazioni e la deregolamentazione di massa
hanno prodotto eserciti di esclusi, i cui servizi non sono più necessari, i cui stili di vita sono liquidati come «arretrati», i cui
bisogni di base non vengono soddisfatti. Questi recinti di esclusione
sociale possono far fuori un intero settore industriale, come pure
distruggere un intero Paese, come è successo all'Argentina. Nei
caso dell'Africa, fondamentalmente un intero continente può trovarsi esiliato nel «mondo ombra» globale, cancellato dalla faccia
della Terra, cancellato dall'informazione, salvo in tempo di guerra, quando i suoi cittadini sono guardati con sospetto come
potenziali guerriglieri, aspiranti terroristi o fanatici antiamericani.
In realtà pochissimi esclusi della globalizzazione si danno alla violenza. La maggioranza semplicemente si sposta: dalla
campagna alla città, da un Paese all'altro. Ed è qui che vengono in
contatto con recinti decisamente non virtuali: quelli fatti di catene e di filo spinato, rafforzati con calcestruzzo e protetti da
mitragliatrici. Ogni volta che sento l'espressione «libero scambio»
non posso fare a meno di pensare alle fabbriche-prigione che ho
visitato nelle Filippine e in Indonesia, circondate da cancelli, torrette di osservazione e soldati per impedire ai prodotti altamente
sovvenzionati di uscire fuori e ai sindacalisti di entrare. Penso anche a un recente viaggio nel deserto del Sud dell'Australia, dove
ho visitato il famigerato centro di detenzione di Woomera. Distante cinquecento chilometri dalla città più vicina, Woomera è
un'ex base militare convertita in penitenziario privato per i profughi, di proprietà di una consociata dell'impresa di sicurezza
statunitense Wackenhut. A Woomera centinaia di profughi afgani e iracheni, in fuga dall'oppressione e dalla dittatura dei loro Paesi,
hanno un cosi disperato bisogno che il mondo veda cosa avviene
dietro il recinto che organizzano scioperi della fame, salgono sui
tetti delle baracche, bevono shampoo e si cuciono la bocca.
In questo periodo i giornali sono pieni di cronache raccapriccianti su clandestini che cercano di attraversare i confini nazionali
nascondendosi tra le merci che godono di molta più mobilità di loro. Nel dicembre
200l i corpi di otto clandestini rumeni, tra cui due
bambini, sono stati scoperti in un container pieno di mobili per uffìcio: erano morti asfissiati durante il lungo viaggio per mare. Lo
stesso anno i cadaveri di altri due profughi sono stati scoperti a Baudaire, in Wisconsin, in un carico di sanitari. L'anno prima
cinquantaquattro profughi cinesi della provincia di Fujian erano morti soffocati sui retro di un autotreno a Dover, in Inghilterra.
Tutti questi recinti sono collegati: quelli reali, fatti di acciaio e filo spinato, sono necessari per far rispettare quelli virtuali, che
mettono le risorse e la ricchezza fuori dalla portata di cosi tante
persone. È semplicemente impossibile accaparrarsi una fetta tanto
grande della nostra ricchezza collettiva senza una concomitante
strategia per controllare il malcontento e la mobilità popolari. Le
imprese di sicurezza fanno gli affari migliori nelle città dove maggiore è il divario tra ricchi e poveri - Johannesburg, San Paolo,
Nuova Delhi - vendendo cancelli metallici, auto blindate, sofisticati sistemi di allarme e affittando eserciti di guardie private.
l brasiliani, per esempio, spendono per la sicurezza privata 4,5 miliardi
di dollari l'anno e i 400.000 vigilantes armati del Paese sono quasi il quadruplo degli effettivi agenti di polizia.
In una nazione
profondamente divisa come il Sudafrica la spesa annuale per la sicurezza privata ha raggiunto
1,6 miliardi di dollari, più del triplo
di quanto il governo spenda ogni anno per l'edilizia popolare. Questi complessi chiusi che oggi proteggono i ricchi dai poveri
sembrano essere microcosmi di quello che sta diventando uno Stato
della sicurezza globale: non un villaggio globale intento ad abbattere muri e barriere, come ci era stato promesso, ma una rete di
fortezze collegate da corridoi commerciali altamente militarizzati.
Se questa immagine può sembrare estrema, forse è solo perché la maggior parte di noi che viviamo in Occidente raramente
vede i recinti e l'artiglieria. Le fabbriche-prigione e i centri di detenzione per profughi restano occultati in luoghi remoti, meno
suscettibili di porre direttamente in discussione l'attraente retorica del mondo senza confini. Ma negli ultimi anni alcuni recinti
sono balzati agli occhi di tutti - spesso, come appropriato, durante i vertici che promuovono questo modello brutale di
globalizzazione. Oggi si da per scontato che se i leader mondiali vogliono riunirsi per discutere un nuovo accordo sul commercio
devono, per proteggersi dalla rabbia pubblica, costruire una moderna fortezza con tanto di blindati, lacrimogeni, idranti e cani
d'attacco.
Quando nell'aprile 2001 Québec City ha ospitato il Summit
delle Americhe, il governo canadese ha adottato la misura senza
precedenti di costruire un reticolato non solo intorno al centro
convegni ma in tutto il centro città, costringendo i residenti a esibire i documenti ufficiali per accedere
alle loro case e ai loro posti di lavoro. Un'altra strategia popolare è tenere i vertici in
località inaccessibili: l'incontro del G8 del 2002 si è svolto nel bei
mezzo delle Montagne Rocciose canadesi, mentre la riunione della Wto del 2001 ha avuto per sede il Qatar, Stato repressivo del
Golfo Persico dove l'emiro vieta le proteste politiche. La «guerra al
terrorismo» è diventata l'ennesimo recinto dietro cui nascondersi,
usato dagli organizzatori di summit per spiegare perché le manifestazioni pubbliche di dissenso questa volta non saranno
possibili o, peggio, per stabilire parallelismi tra legittimi dimostranti e
terroristi votati alla distruzione.
Ma quelli che vengono descritti come confronti ostili sono
spesso eventi gioiosi, tanto esperimenti su modi alternativi di organizzare le società quanto critiche dei modelli esistenti. La prima
volta che ho partecipato a uno di questi controvertici ricordo di
aver avuto la netta sensazione che si stesse aprendo una specie di
portale politico: un varco, una finestra, «uno spiraglio nella storia», per usare la bella espressione del subcomandante Marcos.
Questa apertura aveva poco a che fare con la vetrina rotta del locale McDonald's, l'immagine preferita delle telecamere della
televisione. Era qualcos'altro: un senso di possibilità, una folata di
aria fresca, ossigeno che affluisce al cervello. Queste proteste -
che in realtà sono maratone di una settimana di corsi intensivi
sulla politica globale, riunioni strategiche a notte fonda con la
traduzione simultanea in sei lingue, festival musicali e teatro di
strada - sono come gradini verso un universo parallelo. Da un
giorno all'altro il luogo dell'evento si trasforma in una specie di
città globale alternativa dove l'impeto sostituisce la rassegnazione, i simboli delle grandi aziende hanno bisogno di guardie
armate, la gente usurpa le auto, l'arte è ovunque, persone sconosciute parlano l'una con l'altra e la prospettiva di un
cambiamento radicale del corso politico non sembra un'idea strana e anacronistica ma il pensiero più logico al mondo.
Anche le pesanti misure di sicurezza sono state cooptate dagli attivisti in parte del messaggio: i recinti che circondano i
summit diventano metafore per un modello economico che esilia miliardi di persone nella povertà e nell'esclusione.
In prossimità del
recinto vengono inscenati scontri. Ma non solo quelli che implicano sassi e bastoni: bombolette di gas lacrimogeni sono state
rispedite al mittente con mazze da hockey, gli idranti sono stati irriverentemente sfidati con pistole ad acqua, gli elicotteri irrisi con
stormi di aerei di carta. Durante il Summit delle Americhe, a Québec City, un gruppo di attivisti costruì una catapulta medioevale
in legno, la spinse vicino al reticolato di tre metri di altezza che
cingeva il centro città e l'utilizzò per lanciare dall'altra parte degli orsacchiotti di peluche. A Praga, durante una riunione della
Banca mondiale e dell'Fmi, il gruppo di azione diretta italiano
delle Tute Bianche decise di non affrontare i poliziotti in tenuta
nera antisommossa indossando caschi da sci e fazzoletti altrettanto minacciosi; marciarono invece verso
lo schieramento di polizia con indosso tute bianche, imbottite con pneumatici e
polistirolo espanso.
In un braccio di ferro tra Darth Vader e un esercito di uomini Michelin la polizia non poteva vincere. Intanto, in
un'altra parte della città, l'erta salita che conduceva al luogo della riunione fu scalata da una banda di «fate rosa» con indosso
parrucche carnevalesche, abiti da sera rosa e argento e zatteroni.
Questi attivisti sono serissimi nel loro desiderio di sovvertire l'attuale ordine economico, ma nelle loro tattiche riflettono il tenace
rifiuto di intraprendere le classiche lotte di potere: il loro obiettivo, che ho cominciato a indagare negli articoli finali di questo
libro, non è conquistare il potere per se stessi ma contestare per
principio la centralizzazione del potere.
Si stanno aprendo anche altri tipi di finestre, tranquille cospirazioni per recuperare all'uso pubblico spazi e beni privatizzati. Si
tratti degli studenti che cacciano la pubblicità dalle loro classi,
scambiano musica on-line o allestiscono media centre indipendenti con software libero. Si tratti dei contadini tailandesi che
piantano ortaggi organici su campi da golf super-irrigati o senzaterra brasiliani che abbattono i recinti intorno alle terre
inutilizzate, trasformandole in cooperative agricole. Si tratti dei lavoratori boliviani che bloccano la privatizzazione dei loro acquedotti o
degli abitanti delle township sudafricane che riattaccano la corrente elettrica del loro quartiere sotto lo slogan «Potere al
popolo». E una volta recuperati, questi spazi vengono anche rifatti.
Nelle assemblee di quartiere, nei consigli comunali, nei media centre indipendenti, nelle foreste e nelle fattorie comunitarie, sta
emergendo una nuova cultura di vibrante democrazia diretta, alimentata e rafforzata dalla partecipazione diretta, non indebolita
o scoraggiata dall'osservazione passiva.
Malgrado tutti gli sforzi di privatizzazione, viene fuori che ci
sono cose che non vogliono essere possedute. Musica, acqua, semi, elettricità, idee: continuano a fuoriuscire dai confini eretti
intorno a loro. Hanno una resistenza naturale alla chiusura, una
tendenza alla fuga, all'impollinazione incrociata, ad attraversare i
recinti e a dileguarsi dalle finestre aperte.
Nel momento in cui scrivo non è ancora chiaro che cosa verrà
fuori da questi spazi liberati, o se ciò che emergerà sarà sufficientemente forte da resistere ai crescenti attacchi delle forze di
polizia e dell'esercito, mentre la linea di distinzione tra attivisti e terroristi viene deliberatamente offuscata. Mi preoccupa
l'interrogativo di cosa potrà avvenire in seguito, preoccupazione condivisa
da chiunque abbia contribuito a costruire questo movimento internazionale. Ma questo libro non è un tentativo di rispondere a
una simile domanda. Offre semplicemente una panoramica sulla
prima fase di vita del movimento che è esploso a Seattle e si è
evoluto attraverso gli eventi dell'11 settembre e quel che ne è seguito. Ho deciso di non riscrivere questi articoli, a parte qualche
lievissimo cambiamento, di solito indicato tra parentesi quadre: la
spiegazione di un riferimento, lo sviluppo di un argomento. Sono
qui presentati (più o meno in ordine cronologico) per quello che
sono, cartoline di momenti drammatici, una testimonianza del
primo capitolo di una storia antichissima e ricorrente: quella di individui che premono contro
le barriere che cercano di contenerli,
aprono finestre, respirano profondamente, assaggiano il sapore
della libertà.
[*Da: Recinti e finestre - di Naomi Klein - a cura
di Debra Ann Levy - Ed. Baldini&Castoldi
- pagg. 250 - euro 15,80 - ISBN 88-8490-298-3]
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