[Titolo riportato su Repubblica "Noi traditori
dell'Europa"]
Il giornale tedesco Die Tageszeitung ha scritto che Vaclav Havel,
Adam Michnik e György Konrad, considerati in passato
in Occidente simboli di moralità, sono oggi degli apologeti
degli Stati Uniti. Il giornale tedesco ha parlato di tradimento. I nostri cognomi furono menzionati
insieme, per la prima volta, più di vent'anni fa da Timothy Garton Ash, quando Havel e io
eravamo in carcere e Konrad non poteva pubblicare in Ungheria a causa della censura.
CI SIAMO riuniti poche volte, ma
credo che abbiamo tutti e tre mantenuto quasi intatto il fondamento del nostro pensiero, sia riguardo alla
sfera dei valori morali, sia a quella della
politica. La guerra contro il regime di
Saddam Hussein può essere valutata dal
punto di vista militare, da quello morale
e da quello politico.
Sul piano militare
occorre domandarsi se è una guerra che
si può vincere. Non sono un militare e
non me ne intendo di questioni militari, ma penso che si debbano iniziare soltanto le guerre che si possono vincere.
Nella sfera morale mi pongo la domanda se la guerra contro il regime iracheno è giusta e rispondo: sì,
è una guerra giusta, come lo fu quella della Polonia
contro Hitler e quella della Finlandia contro Stalin.
Nell'ambito politico mi formulo la domanda se la guerra ha senso politicamente e la mia risposta è chiara: questa
guerra ha come - fine rovesciare un tiranno che sostiene il terrorismo internazionale e che tenta di entrare in possesso di
armi di sterminio di massa, è una guerra
politicamente giustificata.
Non analizzerò l'ideologia che, deformando la religione islamica e
trasformandola in strumento, tenta di montare
- una crociata contro il mondo democratico. Saddam Hussein ha partecipato a
questa crociata, come lo fecero nel passato Hitler e Stalin. Il dittatore iracheno
sostiene che nella guerra contro "l'Occidente irreligioso" tutto è permesso. A
nessuno deve sorprendere che, dopo l'11 settembre, le ambasciate dell'Iraq
nel mondo non abbiano messo le loro
bandiere a mezza asta in segno di lutto.
Attendere a braccia incrociate che un tale regime entrasse in possesso di armi di
distruzione di massa sarebbe stato, come minimo, una leggerezza deplorevole.
Questa posizione è accusata di portare a una idealizzazione degli Stati Uniti
che rende impossibile l'analisi obiettiva
della loro politica. A coloro che mi imputano questa mancanza di obbiettività
dirò che ricordo perfettamente l'intervento degli Stati Uniti in Vietnam
e l'appoggio fornito da Washington ai regimi
dittatoriali dell'America Latina.
La sinistra dell'Europa occidentale
fa costantemente riferimento a questi eventi, ma io
ricordo anche che, assieme alle dittature
di Trujillo e di Pinochet, appoggiate dagli Stati Uniti, esiste la dittatura di Fidel
Castro che pratica il dispotismo innalzando bandiere rosse.
Ho sempre condiviso l'idea che le dittature, indipendentemente dal colore delle loro bandiere —
rosse, nere o verdi —, siano ugualmente
abominevoli. Ho sempre condiviso l'idea che non ci sia una tortura di destra e
una di sinistra, torture progressiste e torture reazionarie.
Ho sempre respinto l'ipocrisia della sinistra occidentale
quando proclamava che il peggior comunismo era meglio di qualsiasi capitalismo,
perché il primo conduceva l'Umanità
verso un futuro luminoso.
In cosa consiste dunque il mio tradimento?
Oggi, come in passato, continuo a rifiutarmi di mettere il segno di uguale
tra un regime conservatore e antipatico,
ma democratico, e una dittatura, non
importa il colore della sua bandiera. Per
questo non dirò mai che Chamberlain e
Hitler erano uguali, o Roosevelt e Stalin,
o Nixon e Mao Tse Tung o Adenauer e Ulbricht. Ma sì condanno Rooseveit per gli
Accordi di Yalta, Chamberlain per l'Accordo di Monaco, Nixon per il Watergate e
Adenauer per lo scandalo dello Spiegel.
Non mi piace il primo ministro di
Israele, Sharon, per la sua brutalità e la
sua demagogia primitiva, ma in nessun
caso lo metterò accanto ai leader di Hamas che esortano a compiere barbari
attentati suicidi.
George W. Bush non è l'eroe dei miei sogni e il suo manicheismo
mi irrita, ma ha il mio sostegno nella
guerra che conduce contro Bin Laden,
contro Al Qaeda e contro Saddam Hussein.
Ho appoggiato le manifestazioni antiamericane del 1968, ma proprio per
questo ho provato orrore vedendo, a seguito della vittoria dei comunisti,
le migliaia e migliaia di vietnamiti che fuggivano su minuscole barchette rischiando
la vita in mare. Ricordo il manicheismo
degli adoratori del Vietnam che per difenderlo bruciarono molte bandiere
americane, ma che dopo non aprirono
bocca per condannare la realtà totalitaria imposta dai comunisti. Io non brucio
bandiere irachene, ma non capisco come dei democratici possano
manifestare portando ritratti di Saddam Hussein.
Oggi l'odio antiamericano acquisisce
dimensioni e forme assurde. Oggi le manifestazioni e le proteste non sono più
l'esercizio del diritto democratico di
esprimere la propria opinione. Oggi le
manifestazioni e le proteste, anche se
molti non lo intendono, sono una difesa
di dittature molto crudeli e totalitarie.
Non ho scordato i movimenti pacifisti ai
tempi della guerra fredda, ne le marce in
cui si bruciavano i fantocci dei presidenti americani e si facevano
riverenze davanti ai ritratti di Stalin. Non posso appoggiare
il ripetersi di quelle azioni ridicole.
Non ci piace la politica interna di Bush, i suoi progetti per spiare i cittadini o
la retorica integralista cristiana di molti
membri importanti del partito repubblicano.
Ma penso che la democrazia
statunitense, arricchita dalle lezioni del maccartismo e dello scandalo del
Watergate,
sia in condizioni di difendersi da un avvelenamento della società aperta. Mi
preoccupa anche il fatto che la politica di
Bush possa liquidare i princìpi dell'umanitarismo nella politica internazionale,
ma penso che per questi principi siano
più pericolose la tolleranza di fronte all'esistenza di dittature totalitarie
e la copertura vigliacca dei crimini di regimi
come quelli dell'Iraq e della Corea del
Nord, della Libia e dì Cuba. Capisco la
grande diversità che c'è in seno agli avversali della guerra,
capisco che rappresentino valori morali molto diversi e che
esercitino il loro diritto alla libertà di
espressione.
Vedo qualcosa di molto positivo e sano nel fatto che
i cittadini scendano nelle piazze per protestare contro
qualcosa o per manifestare la loro opinione. Queste sono reazioni e azioni
democratiche. Le manifestazioni di protesta obbligano
l'opinione pubblica a essere più critica con il potere. So anche
che le guerre sono spesso sfruttate per
mettere il bavaglio ai cittadini, per ritagliare le loro libertà. Con troppa
facilità si
accusa di comportamento antipatriottico chi sostiene che le guerre non sono un
metodo giusto. Le guerre rendono più semplice l'insorgere dello sciovinismo e
che siano tollerate la stupidità, l'incompetenza e la corruzione tra gli uomini del
potere. Le guerre aiutano il potere a imporre l'idea che ci sia soltanto un modo
dipensare, a violarela democrazia, a militarizzare la vita privata.
Le guerre aiutano a proclamare che coloro che si oppongono alle posizioni del potere sono
dei traditori. Sono consapevole di tutto
ciò e, proprio per questo, considero che
le proteste contro la politica bellica degli
Stati Uniti abbiano senso.
Ma allo stesso
tempo abbiamo ben presenti le esperienze storiche. Ricordiamo Monaco e il
1938, ricordiamo come l'accordo lì concertato, accolto con entusiasmo dagli
oppositori della guerra, aprì la strada a
Hitler. Ricordiamo l'esperienza di Yalta
che doveva rafforzare la pace, ma che invece spianò la strada a Stalin verso i nostri paesi.
So molto bene che il terrorismo non è
una invenzione esclusiva degli integralisti islamici. Conosciamo il terrorismo
dell'Irlanda e del Paese Basco, quello
delle Brigate Rosse e quello della Baader-Meinhon, ma soltanto l'integralismo
islamico ha generato un terrorismo che
proclama che "il regime statunitense è
nemico di tutti i musulmani", come ha
dichiarato Osama Bin Laden. Da parte
sua, il Movimento Internazionale pro
Jihad contro gli ebrei e le crociate ha annunciato: "I buoni musulmani devono
lottare contro i soldati e contro i civili
americani e ucciderli, indipendentemente da dove si trovino, secondo le parole di Dio Onnipotente".
L'attacco terroristico dell'11 settembre è stato un atto commesso in nome
dell'ideologia. Il terrorismo ha così dichiarato guerra al mondo democratico.
E noi vogliamo difendere questo mondo,
anche se conosciamo oltremodo i suoi
difetti e peccati.
È per queste ragioni che ci siamo pronunciati in maniera ferma e categorica a
favore della lotta senza quartiere contro
il regime di Bagdad, un regime terroristico, intollerante, corrotto e dispotico. È
paradossale vedere il pericolo totalitario
nelle azioni di Bush e difendere allo stesso tempo Saddam Hussein. È qualcosa di
assurdo che non si può accettare.
L'autore è direttore del quotidiano
polacco Gazeta Wyborcza
(Traduzione di Guiomar Parada)
[*Da: la Repubblica - 8/4/2003]