Le lettere della giovane americana uccisa
da un bulldozer israeliano nella striscia di Gaza.
Con il racconto del suo sforzo di «restare
umana anche nelle circostanze più terribili».
Rachel Corrie è la giovane americana, di Olympia, Washington, che lo scorso 16 marzo è stata schiacciata da
un bulldozer dell'esercito israeliano mentre cercava di
opporsi alla demolizione di una casa palestinese a Rafah,
nella striscia di Gaza. Aveva 23 anni ed era arrivata in Palestina da poche settimane, volontaria
dell'International solidarity movement. Dopo la sua morte la sua famiglia e gli
amici hanno pubblicato le lettere scritte dalla Palestina, circolate su internet e ripubblicate da vari giornali. Io le ho
lette su Vita, su Internazionale, sul Manifesto, e ne sono stato
così colpito che desidero parlarne a voi, che a vostra volta
potrete cercarle e leggerle.
La prima lettera, la più nuova e stupefatta, è riempita dal
la scoperta dei bambini. Bambini che la circondano e le
raccontano la storia di uno di loro ucciso da un carro armato due giorni prima. Che le insegnano le
prime frasi in arabo, e lei impara a dire: «Bush è pazzo, Sharon è pazzo». (Vorrebbe dire
una cosa più complicata, per esempio «Bush è uno strumento», ma non trova la
traduzione). Bambini che le appaiono più esperti di lei su come va il mondo. Bambini da
confrontare con la propria infanzia.
Una volta, mentre si aggira fra le macerie di Rafah, accanto al
confine con l'Egitto, Rachel si sente apostrofare da soldati egiziani che la avvertono di un carro
armato che si avvicina, e poi le chiedono: «Come ti chiami?». E commenta: «C'è qualcosa di preoccupante in
questa curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in che
misura noi siamo tutti bambini curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano a donne straniere che si
avventurano sul percorso dei carri armati».
La Palestina continuamente invasa che Rachel vede è un
luogo di violenza feroce e disperante. Gente che non può più
andare al lavoro, ne a scuola; che non può uscire dal proprio
villaggio, ne, se è stata accolta altrove, farvi ritorno. E continuamente Rachel è indotta al confronto fra Rafah e la vita
quotidiana di Olympia, che le serve a far intuire ai suoi corrispondenti, i genitori e i fratelli e gli amici, la pazzia di
quell'altro mondo. Ma soprattutto fa il confronto fra i suoi nuovi
ospiti e amici e se stessa, come sempre succede negli inferni
in cui si va da volontari, con un biglietto di ritorno in tasca.
«Io
ho il denaro per acquistare l'acqua mentre l'esercito distrugge i pozzi e naturalmente io posso scegliere di andarmene...».
Nella sua nuova terra (che nessuno potrebbe, dice, immaginare così com'è davvero quando ci si viva) Rachel si
persuade di una inestirpabile cattiveria umana. «Voglio scrivere alla mamma per dirle che sono testimone di questo
genocidio cronico, e che ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella bontà
della natura umana».
Però fa anche l'esperienza opposta, della generosità e della dignità della gente. «Sappi» scrive a sua madre «che un
mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me». Curano con «beveroni al limone buonissimi» la
sua influenza. Una signora che ha le chiavi del loro dormitorio di fortuna le raccomanda ogni giorno, a gesti, di farsi
viva con la mamma. In mezzo alle esplosioni e alle distruzioni, la nonna della famiglia che la ospita la ammonisce a
smettere di fumare, se non vuole che i polmoni diventino
neri come il suo scialle.
«Sto anche scoprendo una forza
straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell'essere umano di mantenersi umano anche nelle
circostanze più terribili... Credo che la parola giusta sia dignità».
I suoi le chiedono della non violenza e lei risponde che,
nella destituzione di tutto cui assiste, diventerebbero forse
anche lei, anche loro, violenti. Conduce la vita della famiglia che l'ha accolta, e coi suoi amici volontari «si mette in
mezzo». È questa la loro vera missione: «Mettersi in mezzo». Il linguaggio più disinfettato (e più inefficace)
J delle istituzioni lo chiama «interposizione».
Per
Rachel significa mettersi fra il carro israeliano e
i palestinesi presi di mira perché non hanno
sgomberato la propria casa. Mettersi fra la casa e il bulldozer che vuole abbatterla.
Gli israeliani abbattono migliaia di case,
violando le convenzioni internazionali, prendendo a motivo la prevenzione dal terrorismo
e avendo spesso a motivo lo sgombero di territori per la sicurezza dei coloni o i nuovi
insediamenti. Abbattono giardini, orti, frutteti, serre. «Penso a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e
quanta fatica e quanto amore». Rachel spiega che vale la
pena di dedicarsi a medicare quella violenza.
«Voglio andare a ballare e avere dei ragazzi e disegnare fumetti... Ma
voglio anche che questo finisca... Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capitai e dicevo: questo
è il vasto mondo e sto arrivando!». Sa che la propria differenza la tiene al riparo, ma immagina che possa finire. «Se
l'esercito israeliano dovesse porre fine alla sua tradizione
razzista di non far male ai bianchi, attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un genocidio
che anch'io sostengo in modo indiretto, e del quale il mio
governo è in larga misura responsabile».
Fin qui le mie citazioni di Rachel Come. Non occorre che
dica che pensieri altrettanto penetranti e commoventi, e veri, si potrebbero trovare nel diario o nelle lettere di una
ragazza o un ragazzo che siano andati a trovare dei loro coetanei israeliani a
Tel Aviv o a Gerusalemme, e abbiano preso con loro un autobus, o siano andati a sentire della
musica in una discoteca. Se tutte le ragazze del mondo...
[*Da: Panorama - n°15/2003]
Testimonianze:
Il ricordo
di
Stefano Costa
(richiede Power Point - dim. 500kb ca.)

18.03.2003 (da PdCI
di Grosseto)
L'ultima lettera della
pacifista: «Cari, i soldati non sparano a un americano
disarmato»
di Rachel Corrie
Cari fratelli e famiglia e altri
Sono in Palestina da due settimane e un’ora e
ancora non ho parole per descrivere cosa ho visto. La cosa più difficile per me
è pensare cosa sta succedendo in questo momento mentre sto qui seduta a scrivere
a voi negli Stati Uniti. Qualcosa come avere a che fare con un portale virtuale
nel lusso. Non so quanti bambini qui siano mai stati senza buchi di proiettili
nei muri e senza torrette di un esercito occupante che li sorveglia
costantemente dai vicino orizzonti. Io penso, ma ne non sono proprio sicura, che
anche i più piccoli di questi bambini capiscano che la vita non è così
dappertutto.
Uno di loro, di otto anni, ha sparato e ucciso
quelli di un carro armato israeliano due giorni fa. Sono stata lì e molti
bambini mormoravano il suo nome – Ali – o appendevano il poster della sua foto
sui muri. Ai ragazzini piace mettermi alla prova con il mio arabo limitato con
domande del tipo: “kaif Sharon?” “kaif Bush?” e ridono quando dico”Bush Majnoon”
“Sharon Majroon” (Com’è Sharon? Com’è Bush. Bush è pazzo, Saharon è pazzo).
Naturalmente non è ciò che penso e molti adulti che sanno l’inglese mi
correggono: Bush mish Majnoon…Bush è un uomo d’affari. Oggi ho cercato di
imparare a dire: Bush è uno strumento ma non so se sono stata capace di tradurre
bene. In ogni caso ci sono persone di otto anni qui molto più sveglie nel
lavorare nelle strutture del potere globale di me soltanto qualche anno
fa.
E inoltre, né letture, né conferenze, né
documentari visti o né parole pronunciate hanno potuto prepararmi per la realtà
della situazione che c’è qui. Non potete immaginarlo finchè non lo vedrete – e
anche quando sai chiaramente che la tua esperienza non è tutta la realtà :con la
differenza che un soldato israeliano non spara a un cittadino americano
disarmato, e con il fatto che io ho denaro per comprare l’acqua quando
l’esercito distrugge i pozzi e con il fatto che, naturalmente, io posso
scegliere. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito mentre guidava la
macchina, da un lanciarazzi su una torre alla fine della strada principale nella
mia cittadina. Ho una casa. Posso guardare l’oceano. Quando esco da scuola o dal
lavoro posso essere relativamente certa che non ci sia un soldato che mi aspetta
a mezza strada a un checkpoint tra il centro di Olympia e la baia del Fango con
il potere di decidere se posso andare a lavorare o se devo tornare a casa da
dove sono appena uscita.
Il mio è un ripensamento sconnesso, sono a Rafah:
una città di 140 mila persone, di cui il 60% sono profughi – molti sono la
seconda o la terza volta che scappano. Oggi sono andata a camminare sulle
macerie delle case rimaste in piedi, un soldato egiziano mi ha chiamato
dall’altro lato della strada” Vai, vai!” perché un carro armato stava arrivando.
E poi ha gridato: come ti chiami?. Qualcosa mi ha dato noia di questa sua
curiosità amichevole. Mi ha ricordato in un certo senso quando eravamo piccoli e
curiosi degli altri bambini. I bambini egiziani gridano il nome di una donna
straniera vagabonda tra i viottoli dei carri armati. I bambini palestinesi
gridano ai carri armati quando spuntano da dietro i muri per vedere cosa
succede. L’Internazionale dei bambini sta in piedi davanti ai carri armati con
le bandiere. I bambini israeliani in carri armati anonimi a volte gridano altre
salutano molti sono costretti a stare qui molti un po’ aggressivi colpiscono le
case come noi giriamo a largo.
Ho avuto problemi a accedere alle notizie sul resto
del mondo, ma ho sentito che l’ escalation verso la guerra in Iraq sia
inevitabile. C’è un grande accordo sulla rioccupazione di Gaza. Gaza è rioccupata
ogni giorno in vari punti ma io penso che la paura sia che i carri armati
entreranno nelle strade e rimarranno qui invece di entrare in alcune strade e
lasciarle dopo qualche ora o qualche giorno per osservare e sparare dai confini.
Se la gente non sta pensando già alle conseguenze di questa guerra sulla
popolazione dell’intera regione, io spero che almeno voi cominciate
.
Baci a tutti, a mia mamma, al mio “pomicino”, ai capelli da granaio di
sesamo e alla scuola Lincoln, baci a Olympia.
Rachel
February 20 2003
Da The Guardian
Traduzione: red
Da assopace.org
Rachel Corry, 23 anni, di Olympia, Usa, impegnata in azioni di
interposizione con l'International Solidarity Movement a Gaza, è stata uccisa
dai bulldozer dell'esercito israeliano mentre tentava con la forza della non
violenza di impedire lo sradicamento degli alberi e la demolizione di una casa
palestinese.
Cara Rachel che "la terra ti sia lieve".
Continueremo a
credere e ad operare per la giustizia, anche nel tuo nome.
I genitori di
Rachel hanno scritto le righe che ho tradotto e vi invio, ma hanno voluto
dare al mondo estratti di una email che Rachel aveva scritto due settimane
dopo essere arrivata in Palestina.
Un abbraccio
Luisa
Morgantini
Dichiarazione, 16 marzo 2003
Craig e Cindy
Corrie, genitori di Rachel Corrie
Ci troviamo ora in un periodo
di lutto e stiamo ancora scoprendo i dettagli dietro la morte di Rachel nella
striscia di Gaza.
Abbiamo cresciuto i nostri figli insegnando loro ad
apprezzare la bellezza della comunità globale e della famiglia e siamo
orgogliosi del fatto che Rachel sia stata capace di vivere le proprie
convinzioni.
Rachel era piena di amore e di senso del dovere verso il suo
prossimo, dovunque vivesse. Ha dato la sua vita cercando di proteggere coloro i
quali non erano in grado di proteggersi da sé.
Rachel ci ha scritto dalla
Striscia di Gaza ed ora ci piacerebbe rivelare ai media la sua esperienza nelle
sue stesse parole.
Grazie.
Craig e Cindy Corrie
Gli estratti
della lettera di Rachel è stata tradotta da M.T per info
Palestina
www.infopalestina\News\16marzois.htm
...
...Sono in Palestina
da due settimane ed un giorno ed ho ancora poche parole per descrivere ciò che
vedo. E' più difficile per me pensare a ciò che sta succedendo qui quando mi
siedo a scrivere negli Stati Uniti, qualcosa come il portale virtuale del lusso.
Io non so se molti dei bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi di
carri armati alle pareti e senza le torri di un esercito di occupazione che li
sorveglia costantemente da un orizzonte vicino. Io penso, sebbene non sia del
tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisce che la vita non
sia così ovunque. Un bambino di otto anni è stato ucciso da un carro armato
israeliano due giorni prima del mio arrivo e molti bambini mi sussurrano il suo
nome, Alì -- oppure mi indicano i suoi posters sui muri. Ai bambini piace farmi
usare il poco arabo che conosco chiedendomi "Kaif Sharon?", "Kaif Bush?" e
ridono quando io dico "Bush Majnoon" "Sharon Majnoon" rispondendo nel mio arabo
limitato. (Come sta Sharon? Come sta Bush? Bush è pazzo, Sharon è pazzo).
Naturalmente questo non è proprio ciò che credo, e qualche adulto che conosce
l'inglese mi corregge: Bush mish Majnoon... Bush è un uomo d'affari. Oggi ho
cercato di imparare a dire "Bush è un oggetto", ma non credo sia stato tradotto
giusto. Ad ogni modo ci sono qui più bambini di otto anni consapevoli della
struttura del potere globale, di quanto lo fossi io qualche anno fa--almeno
riguardo ad Israele.
Nonostante ciò, penso che nessuna quantità di libri, di
partecipazione alle conferenze, di visione di documentari, né di parole mi
avrebbero potuto preparare alla realtà della situazione qui. Non si può
immaginare se non si vede, ed anche allora sei ben consapevole che la tua
esperienza non è tutta la realtà: cosa dire della difficoltà che l'esercito
israeliano dovrebbe affrontare se sparasse ad un cittadino statunitense
disarmato, del fatto che io ho il denaro per comprare l'acqua mentre l'esercito
distrugge i pozzi, ed, ovviamente, il fatto che io ho la possibilità di
partire.Nessuno della mia famiglia è stato mai colpito, guidando la sua
macchina, dal lancio di un razzo da una torre alla fine della strada principale
della mia città. Io posso andare a vedere l'oceano. Apparentemente è piuttosto
difficile per me essere trattenuta in prigione per mesi o anni senza processo
(questo perché sono una cittadina americana bianca, come opposta a molti altri).
Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci
sarà un soldato armato pesantemente ad aspettare a mezza strada tra Mud Bay ed
il centro di Olimpya ad un posto di blocco un soldato con il potere di decidere
se posso andare per la mia strada, e se posso tornare a casa quando ho fatto.
Così, se percepisco violenza arrivando ed entrando brevemente ed in modo
incompleto nel mondo in cui esistono questi bambini, per contro mi chiedo cosa
succederebbe a loro arrivando nel mio mondo. Essi sanno che i bambini negli
Stati Uniti, di solito non hanno i genitori uccisi e che qualche volta vanno a
vedere l'oceano. Ma quando tu hai visto l'oceano, vissuto in un posto tranquillo
dove l'acqua è un bene scontato e non rubata di notte dai bulldozers, e quando
hai passato una notte in cui non ti sei meravigliato che le pareti della tua
casa non siano crollate svegliandoti dal sonno, e quando hai incontrato gente
che non ha perso nessuno--quando hai sperimentato la realtà di un mondo che non
è circondato da torri di morte, carri armati, insediamenti armati ed ora da una
gigantesca parete metallica, mi chiedo se puoi perdonare il mondo per tutti gli
anni della tua infanzia spesa esistendo--solo esistendo--in resistenza al
costante strangolamento della quarta più grande potenza mondiale--sostenuta
dall'unica superpotenza mondiale - nel suo sforzo di cancellarti dalla tua casa.
Come retropensiero a tutto questo vagabondaggio, mi trovo a Rafah, una città
di circa 140.000 persone di cui circa il 60 per cento sono rifugiati-molti dei
quali per la seconda o la terza volta. Rafah esisteva prima del 1948, ma molte
delle persone qui sono essi stessi o discendenti di persone dislocate qui dalle
loro case della Palestina storica--ora Israele. Rafah venne divisa in due quando
il Sinai tornò all'Egitto. Al momento l'esercito israeliano sta costruendo un
muro alto quattordici metri tra Rafah in Palestina ed il confine, tracciando una
terra di nessuno dalle case lungo il confine. Seicentodue case sono state
completamente abbattute dai bulldozers secondo la Commissione Popolare dei
Rifugiati di Rafah. Il numero di abitazioni parzialmente abbattute è maggiore.
Oggi ho camminato sulla collina dei detriti dove una volta sorgevano le
case, soldati egiziani mi chiamavano dall'altra parte del confine, "Vai!, vai!"
perché stava arrivando un carro armato. Seguivano agitarsi di mani e "come ti
chiami?". C'è qualcosa che disturba in questa amichevole curiosità.
Mi
ricordava di quanto, fino a quale grado, siamo tutti ragazzini curiosi di altri
ragazzi: ragazzi egiziani che strillano ad una donna strana che passeggia sul
sentiero dei carri armati. Ragazzi palestinesi sparati dai carri quando si
affacciano dal muro per guardare quello che succede. Ragazzi internazionali in
piedi davanti ai carri con striscioni. Ragazzi israeliani nei carri
anonimamente, occasionalmente urlando--ed anche occasionalmente salutando--molti
forzati ad essere lì, molti semplicemente aggressivi,che sparano nelle case dei
palestinesi mentre noi gironzoliamo.
Oltre alla costante presenza dei carri
armati lungo il confine e nella regione occidentale tra Rafah e gli insediamenti
lungo la costa, ci sono più torri IDF qui di quante ne possa contare lungo
l'orizzonte, alla fine delle strade. Alcune sono grigioverde militare. Altre
come strane scale camuffate alla maniera dei capanni di cacciatore per rendere
anonima l'attività all'interno. Alcune nascoste , proprio sotto l'orizzonte
degli edifici. Una nuova è stata costruita l'altro giorno mentre ci lavavamo la
biancheria e abbiamo attraversato la strada due volte per innalzare striscioni.
A parte il fatto che alcune tra le zone più vicine al confine sono originali
della vecchia Rafah con famiglie che hanno vissuto in questa terra per almeno un
secolo, solo il campo del 1948 al centro della città è controllato da Oslo. Ma,
per quanto io possa dire, ce ne sono davvero pochi che non siano sotto il
controllo visivo di una torre o l'altra. Certamente non esistono luoghi
invulnerabili agli elicotteri apaches o alle telecamere di invisibili
fannullaoni che ronzano sulla città per ore ed ore.
Ho dei problemi
all'accesso di notizie dall'estero, ma sento che un crescendo verso il conflitto
in Iraq sembra inevitabile. C'è molta preoccupazione qui per la "rioccupazione
di Gaza". Gaza viene rioccupata ogni giorno in vara misura, ma io penso che la
paura sia che i carri occupino tutte le strade e restino lì, invece di entrare
solo in alcune strade e quando si ritirano dopo alcune ore o giorni osservano e
sparano dalla cima delle comunità. Se la gente non è già pronta a pensare alle
conseguenze di questa guerra per le persone dell'intera regione, allora spero
che comincino.
Io spero anche che veniate qui. Siamo stati in dubbio tra
cinque e sei internazionali. I vicini che ci hanno chiesto la nostra presenza
sono Yibna, Tel El Sultan, Hi Salam, Brazil, Block J, Zorob e Blocco O. C'è
anche bisogno di costante presenza notturna ad un pozzo nelle adiacenze di Rafah
dato che l'esercito israeliano ha distrutto i due pozzi più grandi. Secondo la
municipalità i pozzi distrutti la settimana scorsa fornivano la metà del
fabbisogno di Rafah.Molte comunità hanno chiesto agli internazionali di essere
presenti la notte per cercare di salvare le proprie case da ulteriori
demolizioni. Dopo le dieci p.m. è molto difficile muoversi perché l'esercito
israeliano tratta chiunque nelle strade come resistente e spara . E per questo
che siamo così pochi.
Io continuo a credere che casa mia, Olympia, possa
guadagnare tanto per poter fare un gemellaggio con Rafah. Alcuni gruppi di
insegnanti e di bambini, hanno manifestato il desiderio di corrispondere in
e-mail, ma questa è solo la punta dell'iceberg del lavoro di solidarietà che
potrebbe essere fatto. Molta gente vuole che le loro voci siano udite, e penso
che abbiamo bisogno di usare i nostri privilegi come internazionali per farle
udire direttamente negli Stati Uniti, piuttosto che attraverso altri filtri come
me. Io sto iniziando ad imparare, da ciò che mi aspetto diventi una tutela
intensa, sulla capacità della gente di organizzarsi contro tutte le stranezze, e
di resistere a tutte le stranezze.