«Ovviamente dovremo ripensare seriamente
le nostre priorità, perché la linguistica non passi
alla storia come la sola scienza che abbia
assistito passivamente alla scomparsa
del 90 per cento del proprio campo di indagine.»
Michael Krauss
The World's Languages in Crisis [«Language», 1992]
Dieci anni or sono, Michael Krauss fece scorrer un brivido nella schiena ai linguisti, predicendo
che quasi la metà delle circa 6000 lingue parlalate
nel mondo avrebbe cessato di esistere in capo a un
secolo. Krauss, docente di linguistica all'Università
dell'Alaska a Fairbanks, ha fondato l'Alaska Native
Language Center per tentare di preservare le 20 lingue
presenti in quello Stato, di cui solo due erano ancora
insegnate ai bambini. Molte altre esistevano solo nella
memoria di pochi parlanti anziani; il resto stava rapidamente
uscendo dall'uso.
La situazione in Alaska è emblematica di
una tendenza globale, come osservava Krauss nella rivista
della Linguistic Society of America. A meno che ricercatori e
politici non si sforzino per arrestare il declino delle lingue
locali - avvertiva - nove decimi della diversità linguistica
dell'umanità si estingueranno. La predizione di Krauss era
quantitativamente opinabile, ma anche altri studiosi stavano
lanciando allarmi dello stesso tenore.
Kenneth L. Hale, del Massachusetts Institute of Technology faceva
notare sullo stesso numero di quella rivista come otto lingue diverse
su cui egli stesso aveva effettuato studi sul campo fossero giunte alla
fine. Una ricognizione condotta nel 1990 in Australia aveva
accertato che 70 delle 90 lingue aborigene sopravvissute non erano
più usate regolarmente da tutti i gruppi di età.
Lo stesso era vero per
tutte tranne 20 delle 175 lingue native americane parlate (o
sopravvissute nel ricordo di qualcuno) negli Stati Uniti, come faceva
presente Krauss a un congresso di linguisti del 1992.
Da un certo punto di vista, lo sfoltimento delle lingue umane
potrebbe sembrare un fatto positivo, tale da stemperare le tensioni
etniche e aiutare il commercio globale. I linguisti non negano questi
benefici, e riconoscono come nella maggior parte dei casi le piccole
comunità scelgano, spesso inconsciamente, di passare alla lingua
della maggioranza ritenendo che ciò contribuisca a migliorare lo
status sociale ed economico.
Molti esperti del campo piangono nondimeno la perdita delle lingue
rare.
Tanto per cominciare, per l'interesse scientifico in sé e per sé:
alcune delle questioni fondamentali in linguistica hanno a che fare
con i limiti del linguaggio umano, che sono ben lungi dall'essere
completamente esplorati. Molti ricercatori vorrebbero sapere quali
elementi strutturali della grammatica e del vocabolario siano
universali, in modo da poter trovare un riscontro fisico nella struttura
del cervello umano. Altri scienziati mirano a ricostruire antiche migrazioni confrontando le parole mutuate che compaiono in lingue
altrimenti prive di relazioni. In ognuno di questi casi, più ampio è il
«portafoglio» delle lingue studiate, maggiore è la probabilità di ottenere le risposte cercate.
«Ritengo che il valore sia quantificabi-le in termini umani» dice
James A. Matisoff, uno specialista in lingue asiatiche rare
dell'Università della Califomia a Berkeley. «La lingua è l'elemento
più importante nella cultura di una comunità. Quando una lingua muore, si perde la conoscenza peculiare di quella
cultura, e si chiude una prospettiva sul mondo.»
Nel 1996 la linguista Luisa Maffi collaborò all'organizzazione del
gruppo Terralingua per richiamare l'attenzione sull'analogia tra
diversità linguistica e biodiversità. Un altro gruppo internazionale
ha stilato un'ambiziosa «Dichiarazione universale dei diritti
linguistici», la cui bozza è stata sottoposta all'UNESCO nel 1996;
ma la delibera non è ancora arrivata.
Fine dell'apatia?
Nonostante l'allarme dei linguisti, l'inerzia del settore è stata
desolante. «Penserete che ci sia stato qualche tentativo di determinare quali lingue possano essere salvate e quali debbano
essere
documentate prima che scompaiano del tutto» dice Sarah G.
Thomason, dell'Università del Michigan ad Ann Arbor. «Ma non vi
è stata traccia di uno sforzo coordinato. Solo molto di recente il
lavoro sulle lingue in pericolo è diventato un po' di moda.»
Sei anni fa Douglas H. Whalen della Yale University e pochi altri
linguisti fondarono l'Endangered Languages Fund. Nei cinque anni
successivi, riuscirono a raccogliere solo 80.000 dollari per borse di
ricerca. Una fondazione analoga in Inghilterra, diretta da Nicholas
Ostler, ha raccolto solo 8000 dollari dal 1995. «Non penso che
questa situazione sia cambiata da quando esiste la nostra
fondazione» dice Ostler. E non c'è da stupirsi. Con fondi cosi esigui, dice Steven Bird dell'Università della
Pennsylvania,
«chiunque sia intenzionato a lavorare in questo campo tende a
scegliere una camera più remunerativa e sicura».
Tuttavia, ci sono alcuni segni incoraggianti che si sia giunti a un
punto di svolta. La Fondazione Volkswagen, in Germania, ha
stanziato fondi per borse di ricerca per un totale di ben 2 milioni di
dollari e ha creato un archivio multimediale presso il Max-Planck-
Institut per la psicolinguistica nei Paesi Bassi che raccoglie dati
relativi a lingue in pericolo di estinzione. Per riempire l'archivio, la
Fondazione ha inviato ricercatori sul campo a documentare le
lingue Aweti (un centinaio di parlanti in Brasile), Ega (circa 300
parlanti in Costa d'Avorio), Waima'a (poche centinaia di parlanti a
Timor Est), e una decina di altre che probabilmente non
sopravviveranno a questo secolo.
Anche la Ford Foundation si è gettata nella mischia. Il suo
contributo ha aiutato a rinvigorire un programma creato nel 1992
da Leanne Hinton, di Berkeley, e da alcuni nativi americani
preoccupati dell'imminente scomparsa di una cinquantina di lingue
indigene in California. Le persone in grado di parlare correntemente queste lingue ricevono 3000 dollari per insegnare la
lingua madre a un parente più giovane (il quale viene pagato per
apprendere) durante 360 ore di attività comuni distribuite nell'arco
di sei mesi. Finora, circa 75 gruppi hanno completato il
programma, dice la Hinton, trasmettendo ai discepoli almeno
alcune nozioni di 25 lingue.
«È troppo presto per poter considerare tutto questo come una
rivitalizzazione linguistica» ammette la Hinton. «In Califomia, il
tasso di mortalità di parlanti anziani sarà sempre maggiore del tasso
di reclutamento di giovani parlanti. Ma almeno prolun-gheremo in
questo modo la sopravvivenza della lingua.» Ciò darà ai linguisti un
po' di tempo in più per registrare queste lingue prima che esse
scompaiano del tutto.
Ma questo tipo di approccio non ha avuto presa al di fuori degli Stati
Uniti, e lo sforzo della Hinton è una goccia nel mare. Almeno 440
lingue sono rappresentate da una manciata di parlanti molto anziani, secondo «Ethnologue», un catalogo di lingue edito dal gruppo
SIL Intemational, con sede a Dallas, che non si allontana molto da
una copertura globale. Per la grande maggioranza di queste lingue
non si dispone quasi o del tutto di nozioni su grammatica,
vocabolario, fonetica o uso nella vita di tutti i giorni.
Per contribuire a colmare qualche lacuna, il Lisbet Rausing
Charitable Fund, una nuova iniziativa filantropica britannica, ha
stanziato 30 milioni di dollari per un massiccio progetto di documentazione. Barry Supple, un consulente della Fondazione,
dice che questo denaro verrà probabilmente speso in 8-10 anni. Parte
della somma sarà devoluta alla School of Oriental and African
Studies di Londra per addestrare specificamente linguisti a
documentare sul campo le lingue in via di estinzione. Ma la maggior
parte del denaro sarà destinata allo stesso lavoro sul campo. «Entro
il termine del programma - dice Supple - avremo documentato almeno un centinaio di lingue in pericolo.»
Una nuova torre
di Babele
Il Progetto Rausing di documentazione è di un ordine di grandezza
maggiore rispetto a qualsiasi sforzo precedente. Si vedrà se esso
riuscirà a raccogliere le registrazioni di tutte queste lingue in modo
coerente, cosi da catalogarle in un archivio sicuro e accessibile. «Gli
archivi a nostra disposizione sono in gene-rale molto poveri» dice
Bird, che è condirettore del Linguistic Data Consortium. «Nessuna
università ne fondazione scientifica nazionale si è impegnata nella
gestione di un archivio a tempo indeterminato, diciamo compreso tra
25 e 50 anni.» Tutte queste lingue potrebbero essere registrate solo
per essere perse definiti-vamente nel momento in cui i supporti di
registrazione digitale soccomberanno all'obsolescenza.
A complicare ulteriormente le cose, decine di istituzioni in tutto il
mondo stanno allestendo archivi digitali per immagazzinare dati
sulle lingue in via di estinzione. Ciò potrebbe creare una torre di
Babele di altro genere, dal momento che questi progetti prevedono
di usare formati non compatibili, terminologie difformi e perfino
nomi diversi per le stesse lingue.
Bird, Gary F. Simons della SIL Intemational e molti altri
stanno
cercando di mettere un po' d'ordine in questa situazione caotica
costruendo una open language archives community (OLAC) che usa
metadati - una sorta di catalogo di schede digitali - per ovviare ai
problemi di disuniformità. Avviata in Nord America nel gennaio
dello scorso anno, e in Europa in maggio, l'OLAC coinvolge oltre 20
archivi linguistici, tra cui molti dedicati alle lingue in pericolo.
Quando diverrà operativo, l'anno prossimo, il sistema consentirà ai
ricercatori di vagliare un ampio insieme di dati per verificare le proprie teorie su come le lingue si siano evolute o
su come la convergenza linguistica rifletta le migrazioni di popolazioni, o ancora
sui limiti del linguaggio umano.
Sono queste le principali questioni alle quali i linguisti temono di non potere
dare più risposta una volta che molte lingue rare si siano completamente estinte.
La linguistica è una scienza giovane, ancora piena di misteri. Ostler esemplifica:
«La lingua Ica, parlata nella Colombia settentrionale, non sembra avere nulla
di paragonabile a un sistema di pronomi personali (io, noi, tu, egli, ella, esso,
loro), categoria che altrimenti si potrebbe supporre essere un universale
linguistico.»
Un collega di Bird, Michael B. Maxwell, è affascinato dalla reduplicazione: una
caratteristica di numerose lingue che fa corrispondere un significato alla ripetizione
della parola (come se il plurale di «gatto» fosse «gattogatto»). Il Lushootseed, una
lingua pressoché estinta dell'area del Puget Sound (Seattle), è quasi unica nel suo
uso della reduplicazione in tre forme differenti: come prefisso, suffisso e perfino
come radice. Dice Maxwell: «Se lingue come questa muoiono, non sapremo mai i
limiti ai quali
è stata portata la reduplicazione nelle lingue reali».
Ma c'è anche un enigma diverso, sempre relativo al plurale.
In molte lingue, come in italiano o m inglese, la maggior parte delle parole
possiede sia una forma singolare sia una forma plurale. Ma in pochissime, come
la lingua australiana aborigena (probabilmente scomparsa) Ngan'gitjemerri, vi
sono quattro forme per ogni sostantivo: sigolare, duale, triale e plurale. Il
Sursrunga, il Tangga e il Marshallese ne hanno addirittura cinque. Qual è il
limite? Per saperlo, potrebbe già essere troppo tardi.
Meglio vive che fossilizzate
Anche qualora si riesca a documentare completamente una lingua,
tutto ciò che rimane una volta che essa non sia più parlata da
nessuno è uno scheletro fossile: un insieme di caratteristiche che i
ricercatori sono stati abbastanza abili da individuare. I linguisti
possono essere in grado di tratteggiare un ritratto della lingua
dimenticata, e di fissarne la posizione sull'albero evolutivo, ma
quasi nulla più di questo. «In che modo le persone iniziano le
conversazioni o parlano ai bambini? Come conversano mariti e
mogli?» si chiede Hinton. «Sono queste le prime cose che occorre
sapere per rivitalizzare una lingua.»
Ma non esiste ancora una disciplina come la «conservazione
linguistica», come esiste in biologia. Quasi ogni strategia tentata
finora ha avuto successo in alcuni luoghi ed è fallita in altri.
Vent'anni fa, in Nuova Zelanda, alcuni parlanti Maori istituirono
«nidi linguistici» nei quali i bambini in età prescolare venivano
immersi nella lingua nativa. Un approccio simile è stato tentato con
successo alle Hawaii: il numero di parlanti nativi si è stabilizzato
intomo al migliaio, a quanto riferisce Joseph E. Grimes della SIL
Intemational, che lavora a Oahu. Agli studenti vengono ora impartiti
tutti gli insegnamenti in Hawaiiano fino all'università (oltre
all'inglese).
È ancora troppo presto per dire se questa prima generazione di
«nidiacei linguistici» parlerà la lingua nativa e la trasmetterà alla
propria prole. E le scuole full-immersion istituite altrove hanno
incontrato resistenze sia interne sia esterne alla comunità. Negli
Stati Uniti, solo una lingua nativa è insegnata in questo modo: la
Leupp Public School nella Riserva navajo in Arizona ha iniziato un
programma di full-immersion di Navajo dopo un sondaggio che ha
mostrato come solo il 7 per cento degli studenti fosse in grado di
parlarlo correntemente. Ora i bambini usano la lingua nativa nelle
attività tradizionali. Ma si è dovuto lottare parecchio per trovare
insegnanti, redigere libri di testo e
avere un sostegno sufficiente da parte della
comunità.
Ofelia Zepeda, della University ofAri-zona, una
delle più attive sostenitrici delle lingue indigene
negli Stati Uniti, descrive problemi simili per il
proprio idioma, il
Tohono o'odham: «Come per altri, il nostro problema è che un'intera
generazione di bambini non parla la lingua. I capi sostengono gli sforzi di
salvaguardia della lingua, ma mancano i fondi. Ci sono vouti tre
anni per iniziare il progetto».
Ma il fatto che una comunità di parlanti sia piccola non implica che la loro
lingua sia in pericolo. All'ultimo rilevamento, sottolinea Akira Yamamoto
dell'Università del Kansas, c'erano solo 185 persone in grado di parlare il Karitiana. Ma tutte vivevano nello stesso villaggio in Brasile, che contava
191 abitanti. Cosi, il 96 percento della popolazione era ancora in grado di
tramandarlo ai figli. Poiché i rilevamenti considerano solo il numero di
parlanti, «molti linguisti, dopo avere predetto la morte di alcune lingue, le
hanno trovate ancora vive dopo vent'anni» dice Patrick McConvell
dell'Australian Institute of Aboriginal and Torres Strait Islander Studies di
Canberra.
Secondo il teorico Hans-Jurgen Sasse dell'Università di Colonia, in
Germania, un fattore che sembra essere sempre presente al venir meno di una
lingua è che i parlanti inizino a «nutrire dubbi sull'utilità di rimanere fedeli
alla lingua». Una volta che queste persone iniziano a considerare la propria
lingua come inferiore per dignità a quella della maggioranza, smettono di
usarla, e i bambini si adeguano. «In molti casi questo fenomeno passa
inavvertito fino a che i bambini non parlano più la lingua, neppure a casa»
dice Whalen. È questo il modo in cui il Comico della Cornovaglia e alcuni
dialetti del Gaelico scozzese sono scivolati nell'oblio: il Gaelico irlandese
viene usato solo molto raramente nella vita di tutti i giorni, 80 anni dopo la
fondazione della Repubblica con l'irlandese come prima lingua ufficiale.
«In definitiva, l'antidoto contro l'estinzione delle lingue è il multilinguismo»
sostiene Matisoff, e molti sono d'accordo con lui. «Anche le persone prive di
cultura possono imparare diverse lingue, a condizione di iniziare dalla tenera
età» aggiunge. Di fatto, molte persone nel mondo parlano più di una lingua, e
in paesi come Camerun (279 lingue), Papua Nuova Guinea (823 lingue) e
India (387 lingue) è cosa comune parlare tre o quattro lingue distinte, e
magari anche un paio di dialetti.
«La maggior parte degli statunitensi e dei canadesi a ovest del Quebec ha una
specie di reazione viscerale di fronte a chi osi parlare una lingua diversa;
come se fosse un atto immorale» osserva Grimes. «Lo stesso tipo di reazione
si riscontra in Australia e in Russia. Non a caso in queste aree le lingue
scompaiono con il massimo della rapidità.» Il primo passo per la salvaguardia
delle lingue morenti è persuadere le maggioranze del mondo a lasciare che le
minoranze si esprimano liberamente.
Il destino delle lingue passa anche per l'Europa
di Guido Romeo
La lingua non è solo il dono divino più prezioso, e amano
ripetere i linguisti. È anche il più fragile. Spesso si accosta
la diversità linguistica a quella biologica, cercando di
correlare varie dinamiche di differenziamento, o si
cerca di spiegare la diffusione e l'evoluzione di una
lingua con criteri biologici, fino a parlare di memi,
unità linguistiche che si comporterebbero come acidi
nucleici, frammenti di DNA o RNA in grado di
replicarsi e mutare, fino a generare nuove parole,
nuove varianti del parlato o vere e proprie lingue.
La verità è che una lingua è molto più deperibile di
una molecola, e le strategie di conservazione sono
assai più complesse. Una lingua è vivente, ma non è
dotata di un codice genetico che possiamo estrarre,
manipolare e riprodurre fino a generare un
altro individuo identico. E non possiamo nemmeno
confinarla in uno zoo o in una riserva protetta per
garantirne la sopravvivenza.
Non c'è quindi da stupirsi se Kenneth L. Pike, primo
presidente del Sil International, l'Istituto Summer di
linguistica ( www.sil.org ). amasse ripetere: «Nessuna
lingua è troppo piccola per essere salvata». Le cifre
presentate nelle pagine precedenti sono allarmanti,
ma non devono far pensare che le lingue a rischio di
estinzione siano un problema solo delle piccole etnie.
Secondo lo studio Euromosaic promosso dalla
Commissione Europea nel 1992 ( www.uoc.edu/euromosaic
). metà delle 46 lingue minoritarie d'Europa rischia di scomparire. Una perdita che coinvolge molte persone, se si pensa che in totale il
14 per cento dei cittadini europei, circa 35 milioni di
persone, parla una lingua non ufficiale.
Per il catalogo
Ethnologue ( www.ethnologue.com ) [ mantenuto e
aggiornato dal Sil, in Italia si parlano i almeno 32 lingue
oltre all'italiano. E attenzione, stiamo parlando di lingue
vere e proprie, non di dialetti, che sono invece varianti di
una lingua. La distinzione non implica un giudizio di
minore o , maggiore importanza, ma semplicemente una classificazione sulla base di criteri di parentela che
mettono in rilievo le differenze all'interno della penisola,
come spiega il ricco sito di Dario de Judicibus ( www.dejudicibus.it/dizionario/italialang.html)
.
Il
piemontese e il siciliano, per esempio, non sono dialetti,
in quanto la loro origine è indipendente dallo sviluppo
della lingua italiana. Viceversa il laziale e il pugliese sono
varianti dell'italiano, e perciò ricadono tra i dialetti. Alcune
lingue sono originarie della penisola, e derivano
direttamente da quelle italiche, altre sono la conseguenza
di migrazioni o invasioni da parte di altre popolazioni in
epoche più o meno recenti. Si va dal lombardo, che
insieme alle sue varianti di milanese, novarese,
bergamasco e ticinese fa la parte del leone, con più di
8.600.000 parlanti, seguito a ruota dal napoletano-
calabrese - che supera di poco i 7.000.000 - fino al
mocheno, lingua di radice germanica usata da circa 1900
trentini intorno a Fierozzo, Palù e nella Valle del Fersina, e
alla Cenerentola dello stivale: l'italiano-ebraico che conta
ormai solo poche centinaia di parlanti ed è ufficialmente
l'unica lingua a rischio di estinzione sul nostro territorio.
Ma è proprio necessario salvare una lingua? Alcuni
linguisti, come John Edwards in Lingue ed identità sociale ( www.stfx.ca/people/jedwards/books.html
), sostengono
che la scomparsa o la riorganizzazione di una lingua sia
da considerare come un'«alterazione» più naturale di
una sua sopravvivenza statica e immutabile. Ma se
dobbiamo considerare una lingua come un'attività, un
sistema di, comunicazione che esiste solo dove c'è una comunità che la parla e la trasmette, la diversità
linguistica diventa un cruciale banco di prova della diversità
culturale. La scomparsa di una lingua è perciò una spia
del cambiamento sociale ed economico dell'ambiente
abitato da una comunità, perché con la sua morte
scompare un modo di vivere.
L'Europa si è dimostrata
sensibile a questi temi. La relazione pubblicata alla fine
dello studio Eur mosaic è molto chiara nel riconoscere
le differenze linguistiche come un elemento centrale di
quella
diversità culturale che si vuole come cardine della
capacità di innovazione europea in campo sia sociale sia scientifico. Non solo: nel 1992 il Consiglio
d'Europa ha stilato la Carta europea per le lingue
regionali e minoritarie, un trattato che supera i confini dell'Unione ed è
destinato a sostenere le lingue tradizionalmente
parlate da una parte della popolazione che non
rappresentano dialetti delle lingue ufficiali di quello
Stato, ne sono lingue artificiali o di immigrati.
La Carta è stata ratificata da 17 Stati, mentre altri
12, tra i quali anche l'Italia che nell'articolo 6 della
sua Costituzione sancisce gli stessi principi, l'hanno
solo sottoscritta. Altra storia sembrano invece essere
i fondi destinati alle lingue minoritarie da parte
dell'Unione Europea. Benché il 2001 fosse l'Anno
europeo per le lingue, il sostegno economico
dell'Unione sembra in netto calo. Fino al 2000, l'Eblul, l'ufficio europeo per le lingue meno usate
( www.eblul.org ), poteva disporre di quattro milioni
di euro all'anno, ma problemi sull'assetto giuridico di
i questi stanziamenti sembrano aver ridotto il budget
dell'ufficio a un milione di euro con i programmi i per le
minoranze della rete Mercator.
A margine della
relazione sull'anno europeo delle lingue (http://europa.eu.int/comm/education/languages/it/action/years2001.html) il Parlamento Europeo aveva
però sollecitato la Commissione a presentare
- entro la fine del 2003 - un programma pluriennale
per il multilinguismo, prevedendo fondi specifici per
le lingue minoritarie. C'è da sperare che anche i
politici capiscano quello che Luigi Luca Cavalli-Sforza, in Geni, popoli e lingue (Adelphi, 1996),
spiega chiaramente: la diversità linguistica è come la
diversità genetica, perché mapparla e coglierne tutte le
sfumature è una corsa contro il tempo.
I flussi migratori e la facilità degli scambi commerciali non stanno solo imponendo poche lingue di
uso comune, ma anche rimescolando i patrimoni
genetici delle popolazioni come mai è avvenuto prima.
E nel giro di un secolo rischiamo di veder sfumare i contorni di un differenziamento genetico e linguistico
cominciato più di 100.000 anni fa.
[*Da: Le Scienze - n°416 - Aprile 2003]