«La verità è di Dio,
non è dell'uomo.
Faremmo meglio a lasciarla
stare», dice
Miss Bordereau nel piacevolissimo
Carteggio Aspem, romanzo quasi
poliziesco di Henry James. E tale era
stata la tentazione iniziale di chi scrive
queste righe di fronte all'argomento
terribilmente ambizioso.
La verità, come il bene o la giustizia, è
uno dei pochi valori assoluti della
condizione umana, a qualunque
latitudine della terra, sotto qualunque
cielo. E qualunque discorso, promessa,
ragionamento o patto tra uomini vuoi
partire dalla verità. O arrivarci.
La
verità è la base del diritto e fonda le
leggi, anche se Jean Giraudoux diceva
sconsolato che «nessun poeta è mai
stato capace d'interpretare la natura con
la stessa fantasia di un uomo di legge
che interpreta la verità». Questo stesso
nostro studiare le parole si rifà alla
scienza, o arte, dell'etimologia. Che da
Socrate e Fiatone ai nostri giorni è
studio dell'etumos, cioè la verità
originaria delle parole, che il tempo
spesso traveste. Fino a cancellarla. Orazio si illudeva di afferrare la nuda
veritas, che per Aulo Gelilo e
Tertulliano «si manifesta solo con il
tempo». I pittori nei secoli han cercato
di rappresentarla, splendida giovinetta
nuda che appare nel cielo dalle nubi,
accompagnata da un vecchio barbuto:
il Tempo, appunto.
Ma questo tema
era per lo più un pretesto, come
dimostra la storia delle opere
pittoriche. La giovinetta era una
modella e il Tempo spesso solo un autoritratto del vecchio pittore. La
vicenda di un artista e di una lolita, più
che un'introspezione
sincera del concetto di verità. La quale fu dunque
fraintesa fin dagli antichi.
Essa si dice in greco con etumos, ma anche con
un'altra parola: aleteia. Platone, che si divertiva a
fabbricare etimologie, spiega aleteia come un «divino
andar vagando». La linguistica più scientifica ha
invece precisato che aleteia vuoi dire "ciò che non può
stare nascosto, l'evidenza".
Perché non c'entra qui il
divino (la teia di Platone), ma il concetto di latein (dal
greco lontano, "far dimenticare, nascondere") e di a-letes, "ciò che non si può nascondere o dimenticare",
parente del fiume Lete, il fiume dell'oblio che
circonda l'oltremondo perché chi lo attraversa
dimentica la vita terrena e anche le terrene verità.
I tanti nomi della verità (la nostra deriva dal latino veritas, parente del tedesco
Wahrheit) mostrano molte
facce del vero. Il termine latino è parente di altri
termini della famiglia latina e indoeuropea che
significano "credenza", ma anche "dubbio, cosa degna
di fede", "formula legale, giuramento". Queste
oscillazioni arcaiche hanno un parallelo nelle varie
teorie della filosofia occidentale sulla verità, che si
sono susseguite nei millenni.
Così si va dalla verità di Fiatone e Sant'Agostino, che
corrisponde alle cose come sono, alla verità come
manifestazione palese o rivelazione di Dio, a quella
come realtà conforme alle leggi generali dell'intelletto
di Kant. Fino alla verità utilitaristica moderna, per cui
è vero tutto ciò che è utile alla conservazione
dell'uomo: per esempio una morale buona e... non
scomoda.
In questo quadro a noi è particolarmente cara la verità
di Giovan Battista Vico: «Verum ipsumfactum»
("vero è tutto ciò che sai di aver fatto"). Secondo
Nicola Abbagnano l'intuizione risale a Hobbes, ma secondo noi essa è già nell'Anfitrione
di Plauto: «Non nascondo il vero e dico le cose come sono state fatte».
Tutti, da Gesù in poi, parliamo in nome della verità. Gesù dice «Amen, amen vi dico» e l'ebraico
amen vuol dire "in verità". Gesù parlava in nome di Dio padre. E Alan Bennett ha scritto che è
probabilmente l'unico figlio che abbia detto la verità sul proprio padre. Ma
aggiungendo che «ci sono dubbi anche su questo».
La verità, che dev'essere una, e santa, e di cui gli uomini
hanno bisogno per credere e per vivere, già nel
vocabolario è afflitta da una pletora di "invero,
davvero, veramente, veridico, veridicità, verificare, veriloquio, vericida,
veristico, veritabile, veritiero".
Che ci rivelano lo scarso rispetto per un concetto
stiracchiato qua e là, usato per assicurare, garantire, asseverare, ma spesso inserito in forma di avverbio o di
interiezione nei discorsi.
Oscar Wilde fa dire sconsolato ad Algernon in The
Importance of being Ernest: «La verità, mio caro, non è
mai ne pura ne tantomeno semplice». E aveva
probabilmente ragione il regista Luis Buñuel nel dire
che avrebbe dato la vita per un uomo che cercasse
sinceramente la verità, ma avrebbe volentieri ucciso
chiunque dichiarasse di possederla.
Dall'antichità ai nostri giorni, come risulta dagli studi di
Benveniste, la verità fa parte delle prerogative dei re e
dell'autorità. I sistemi umani più cauti sono più
relativisti e si permettono qualche ironia. Jean-Paul
Sartre, con il quale ho conversato da giovane nell'ambito
della Société européenne de culture a Venezia, nella
cerchia indimenticata del filosofo Umberto
Campagnolo, diceva che verità e mito spesso coincidono
e che, per provare una passione, devi anche simularla.
L'uomo è fatto di recite e cerimoniali.
Nella stessa indimenticabile cerchia, sentii dire a Roland
Barthes che il sarcasmo, nella nostra epoca, era l'unica
condizione per dire la verità. Più estremo, al solito,
Albert Camus. Un giorno spiegò che «la verità, come la
luce, abbaglia; mentre la menzogna, come un bei crepuscolo, mette ogni cosa in bella evidenza».