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:: Parole ::

Verità
di Andrea Csillaghy*

«La verità è di Dio, non è dell'uomo. Faremmo meglio a lasciarla stare», dice Miss Bordereau nel piacevolissimo Carteggio Aspem, romanzo quasi poliziesco di Henry James. E tale era stata la tentazione iniziale di chi scrive queste righe di fronte all'argomento terribilmente ambizioso. La verità, come il bene o la giustizia, è uno dei pochi valori assoluti della condizione umana, a qualunque latitudine della terra, sotto qualunque cielo. E qualunque discorso, promessa, ragionamento o patto tra uomini vuoi partire dalla verità. O arrivarci.

La verità è la base del diritto e fonda le leggi, anche se Jean Giraudoux diceva sconsolato che «nessun poeta è mai stato capace d'interpretare la natura con la stessa fantasia di un uomo di legge che interpreta la verità». Questo stesso nostro studiare le parole si rifà alla scienza, o arte, dell'etimologia. Che da Socrate e Fiatone ai nostri giorni è studio dell'etumos, cioè la verità originaria delle parole, che il tempo spesso traveste. Fino a cancellarla. Orazio si illudeva di afferrare la nuda veritas, che per Aulo Gelilo e Tertulliano «si manifesta solo con il tempo». I pittori nei secoli han cercato di rappresentarla, splendida giovinetta nuda che appare nel cielo dalle nubi, accompagnata da un vecchio barbuto: il Tempo, appunto.

Ma questo tema era per lo più un pretesto, come dimostra la storia delle opere pittoriche. La giovinetta era una modella e il Tempo spesso solo un autoritratto del vecchio pittore. La vicenda di un artista e di una lolita, più che un'introspezione sincera del concetto di verità. La quale fu dunque fraintesa fin dagli antichi. Essa si dice in greco con etumos, ma anche con un'altra parola: aleteia. Platone, che si divertiva a fabbricare etimologie, spiega aleteia come un «divino andar vagando». La linguistica più scientifica ha invece precisato che aleteia vuoi dire "ciò che non può stare nascosto, l'evidenza". 

Perché non c'entra qui il divino (la teia di Platone), ma il concetto di latein (dal greco lontano, "far dimenticare, nascondere") e di a-letes, "ciò che non si può nascondere o dimenticare", parente del fiume Lete, il fiume dell'oblio che circonda l'oltremondo perché chi lo attraversa dimentica la vita terrena e anche le terrene verità. I tanti nomi della verità (la nostra deriva dal latino veritas, parente del tedesco Wahrheit) mostrano molte facce del vero. Il termine latino è parente di altri termini della famiglia latina e indoeuropea che significano "credenza", ma anche "dubbio, cosa degna di fede", "formula legale, giuramento". Queste oscillazioni arcaiche hanno un parallelo nelle varie teorie della filosofia occidentale sulla verità, che si sono susseguite nei millenni.

Così si va dalla verità di Fiatone e Sant'Agostino, che corrisponde alle cose come sono, alla verità come manifestazione palese o rivelazione di Dio, a quella come realtà conforme alle leggi generali dell'intelletto di Kant. Fino alla verità utilitaristica moderna, per cui è vero tutto ciò che è utile alla conservazione dell'uomo: per esempio una morale buona e... non scomoda. In questo quadro a noi è particolarmente cara la verità di Giovan Battista Vico: «Verum ipsumfactum» ("vero è tutto ciò che sai di aver fatto"). Secondo Nicola Abbagnano l'intuizione risale a Hobbes, ma secondo noi essa è già nell'Anfitrione di Plauto: «Non nascondo il vero e dico le cose come sono state fatte». 

Tutti, da Gesù in poi, parliamo in nome della verità. Gesù dice «Amen, amen vi dico» e l'ebraico amen vuol dire "in verità". Gesù parlava in nome di Dio padre. E Alan Bennett ha scritto che è probabilmente l'unico figlio che abbia detto la verità sul proprio padre. Ma aggiungendo che «ci sono dubbi anche su questo».

La verità, che dev'essere una, e santa, e di cui gli uomini hanno bisogno per credere e per vivere, già nel vocabolario è afflitta da una pletora di "invero, davvero, veramente, veridico, veridicità, verificare, veriloquio, vericida, veristico, veritabile, veritiero". Che ci rivelano lo scarso rispetto per un concetto stiracchiato qua e là, usato per assicurare, garantire, asseverare, ma spesso inserito in forma di avverbio o di interiezione nei discorsi. Oscar Wilde fa dire sconsolato ad Algernon in The Importance of being Ernest: «La verità, mio caro, non è mai ne pura ne tantomeno semplice». E aveva probabilmente ragione il regista Luis Buñuel nel dire che avrebbe dato la vita per un uomo che cercasse sinceramente la verità, ma avrebbe volentieri ucciso chiunque dichiarasse di possederla. 

Dall'antichità ai nostri giorni, come risulta dagli studi di Benveniste, la verità fa parte delle prerogative dei re e dell'autorità. I sistemi umani più cauti sono più relativisti e si permettono qualche ironia. Jean-Paul Sartre, con il quale ho conversato da giovane nell'ambito della Société européenne de culture a Venezia, nella cerchia indimenticata del filosofo Umberto Campagnolo, diceva che verità e mito spesso coincidono e che, per provare una passione, devi anche simularla. L'uomo è fatto di recite e cerimoniali. 

Nella stessa indimenticabile cerchia, sentii dire a Roland Barthes che il sarcasmo, nella nostra epoca, era l'unica condizione per dire la verità. Più estremo, al solito, Albert Camus. Un giorno spiegò che «la verità, come la luce, abbaglia; mentre la menzogna, come un bei crepuscolo, mette ogni cosa in bella evidenza».

 [*Da: Il Sole 24 Ore  Ventiquattro - n°4/2003]


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