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Vignetta di Vauro -Babbo è vero che troppa televisione fa male?
- Come no, rischi di diventare
basso, pelato e presidente del consiglio!
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Faceva caldo, un caldo appiccicoso che si incollava alle pareti delle stanze e
s'infilava nelle fessure dell'aria condizionata bloccandone il funzionamento.
Qualcuno dei ragazzi teneva tra le mani uno scatolone di cartone con gli
oggetti che aveva dovuto portar via di corsa dalla sua scrivania. Aspettavano
che dicessi qualcosa e ascoltavano Ruotolo parlare della manifestazione del
14: «C'erano un mare di teste intorno al nostro striscione. Con quelle di
sabato sono state raccolte centomila firme. Forse centocinquantamila».
Una
squadra in grado di far cose che nessuno può fare nella televisione
italiana. Montare quello Sciuscià clandestino, per esempio.
Un'impresa della quale nessuno si è occupato veramente, e che certo non
passerà alla storia della televisione. Ho visto le immagini in onda tra una
cartomante e una promozione di materassi e ho sentito un nodo alla gola. La
corsa delle staffette verso le salette di montaggio sparse in punti diversi
della città. Il lavoro degli editor per pulire le interviste e imbastire la
prima traccia di racconto. La lotta contro il tempo: cinquanta minuti finiti
in meno di tre ore. Un vero record.
Decine
di persone hanno lavorato gratis. Perfino gli imprenditori hanno fornito i
mezzi senza chiedere una lira («ma l'importante è che non si faccia il
nostro nome per nessuna ragione»). Ancora una volta ce l'avevano fatta,
avevano rotto i muri della prigione del silenzio.
Quelli
come Aldo Grasso hanno girato la testa dall'altra parte. E tanti altri con
lui. Quelli che la libertà noi soltanto sappiamo cos'è veramente. I
liberali del Salotto delle Libertà. Un salotto nel quale mi sono sempre
rifiutato di mettere piede.
Abbiamo
sempre dato la parola a tutti. Soprattutto a chi non aveva altre occasioni
per esprimere le proprie idee: i senza voce, i senza giornali, i pacifisti, i
girotondi. Quanti editoriali ha ospitato il Corriere della Sera contro
la guerra del Kossovo? Nessuno. Ma i faziosi siamo noi. Perché se rifiuti
l'ipocrisia della finta neutralità che emargina i diversi, che esclude i
punti di vista alternativi, sei fazioso. Almeno Antonio Ricci potrebbe
evitare di usare questa parola. Striscia la Notizia è neutrale?
Figuriamoci. Chi ci accusa di essere faziosi insulta la verità. Prendiamo
l'ultima campagna elettorale per le politiche. Si concluse con due
trasmissioni contrapposte. Su Canale 5 il Maurizio Costanzo Show con
Silvio Berlusconi; su Rai Due Il Raggio Verde con Rutelli. Berlusconi
vinse le elezioni ma quasi il doppio degli spettatori, sette milioni,
scelsero di guardare noi.
Ho
sempre pensato che Fede ha il diritto di fare quello che vuole e il solo
dovere di rispettare la legge. Ma chi paragona i nostri programmi al TG4, un
telegiornale che in tutta la sua esistenza è riuscito a raccogliere sì e no
metà degli ascoltatori del concorrente TG3, bestemmia. Sciuscià è
un programma leader per la quantità e la qualità dei suoi ascoltatori. È
la prima volta nella storia dell'Italia democratica che il presidente del
Consiglio delibera la chiusura di un giornale prestigioso, lo smantellamento
delle sue tipografie, la dispersione dei redattori e di un patrimonio
editoriale. Un crimine politico. Chi vuole nascondere la testa nella sabbia
lo faccia ma eviti per lo meno di farci la predica.
Il
contrasto tra la cronaca stringente, ordinata, puntuale di Sandro Ruotolo e
la matita pirotecnica di Vauro produce un racconto avvincente. Vauro è un
genio della vignetta. In tante circostanze sono stato colpito dalla sua
straordinaria capacità di sintesi, dalla forza originale con la quale riesce
a sollevare onde di emozioni, da come il suo prendersi beffa del potere non
apra nessun varco al qualunquismo. Ogni vignetta di Vauro è una presa di
posizione, innanzitutto morale, un'assunzione di responsabilità. Sono fiero
di averne pubblicate tante da riempire un libro.
Poi
c'è il Vauro vagante, il Vauro parlante, a volte narratore intenso dei
crimini della guerra, a volte deliziosamente ingovernabile, a volte
semplicemente incosciente. Con lui mi sono comportato come con qualsiasi
altro ospite. Non l'ho mai represso, perché ognuno deve essere libero di
dire la sua, ma ne ho contenuto le sparate ideologiche impedendogli di
sforare a suo piacimento.
Sandro
Ruotolo ricostruisce con precisione chirurgica la guerra di propaganda che la
Casa delle Libertà ha scatenato contro Sciuscià per definirci «faziosi».
Le diserzioni ad arte, le imboscate per impedire agli avversari di parlare,
l'immensa pressione politica esercitata su un organismo che si chiama
Authority ma che è composto esclusivamente dai rappresentanti dei partiti.
Anche l'Authority delle Comunicazioni è un'invenzione del centrosinistra. Le
leggi per separare il Berlusconi politico dal Berlusconi televisivo non sono
state fatte. E al loro posto sono nate altre istituzioni di controllo che
limitano la libertà di espressione. Berlusconi sarà felice di adoperarle
prossimamente.
Non
ho mai interpretato il mio ruolo di conduttore come quello di un moderatore
di una tribuna politica, che deve realizzare il «pluralismo perfetto» in
ogni puntata. Ho invece utilizzato tutti gli elementi, tutti gli spunti,
tutte le parole di una serata per costruire un racconto aperto, una storia
avvincente senza finale. Le nostre trasmissioni hanno raccontato il pericolo
mafia quando i grandi giornali lo ignoravano e la corruzione quando Craxi era
saldamente al potere; hanno ospitato i movimenti referendari quando erano
proibiti e hanno dato la parola a Fini quando ancora veniva considerato fuori
dall'arco costituzionale. Ogni volta siamo stati definiti faziosi. Ma a quale
fazione avremmo fatto riferimento? Siamo stati scomodi per Andreotti e
Forlani ma anche per Occhetto e D'Alema e, perfino, per Bertinotti,
giornalisti indipendenti che devono esclusivamente al pubblico il loro
successo.
Ora
i miei ragazzi se ne stavano attaccati al muro, appollaiati sui mobili della
mia stanza, con le sigarette accese e il fumo che si impastava al caldo
appiccicoso. «Ci vai da Maurizio?» Forse si aspettavano da me un gesto
clamoroso. Un miracolo di comunicazione che impedisse al gruppo di sfaldarsi.
Pochi
giorni prima avevo scritto a Costanzo che apprezzavo il suo invito; ma che
non l'avrei accolto. Mi sarei sentito come un galeotto che gode di mezz'ora
d'aria sulle reti di proprietà del suo carceriere. E lui mi aveva risposto
con una lettera aperta sul Corriere della Sera, dicendo che l'invito
era suo e ricordando tutte le cose che avevamo fatto insieme.
Telesogno
e le staffette contro la mafia. La prima fu quella per Libero Grassi,
l'imprenditore palermitano ammazzato per aver denunciato il pizzo e i
condizionamenti mafiosi della politica. La seconda la facemmo subito dopo il
suo attentato. Lasciai il mio studio che la diretta era ancora in corso; e
raggiunsi il Teatro Parioli in modo da passargli il testimone in diretta.
Baldassarre mi avrebbe licenziato per abbandono del posto di lavoro. Ma non
avrebbe fatto in tempo. Saccà mi avrebbe cacciato già da prima. Chi ha
visto la staffetta per Libero Grassi ricorda che la conducemmo insieme, io e
Costanzo. Doppia conduzione.
I
governi di allora tollerarono queste «scandalose» trasmissioni eppure non
possedevano Tv. E la Rai di allora le tollerò. Quei dirigenti non ci amavano
ma amavano l'Azienda; e sapevano che noi rappresentavamo un legame forte con
una parte importante del pubblico.
«Non
ci andrò al Costanzo Show. E non andrò da nessun'altra parte in
televisione. Ai tempi delle staffette non ero un giornalista dimezzato. Non
mi sentivo un caso umano. Non avevo bisogno di chiedere asilo politico. Ora
voi dovete lavorare dove è possibile ma chi ci ha tolto il lavoro non ci ha
tolto la dignità. E noi ci batteremo i insieme fino a quando le nostre
telecamere saranno riaccese.»
Sandro,
Riccardo, Corrado, Maria, Paolo, Alessandra, Lello, Alessandro e tutti gli
altri mi ascoltavano con attenzione. Proprio come se dovessimo andare in onda
il giorno dopo. Faceva caldo e la riunione di redazione era appena cominciata.
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