Lunedì, 14 Ottobre 2002

A statement of coscience, è un documento apparso sul New York Times che merita di essere letto e diffuso. Mostra come in una democrazia, come quella statunitense, ci possano essere gli anticorpi per una politica estera diversa da quella attuale che si può sintetizzare nel mostrare i muscoli e seminare morte. La violenza non si può e non si deve combattere con la violenza e le legge del taglione ma applicando una politica di cooperazione e di sviluppo verso i paesi in via di sviluppo.


Not In Our Name - www.nion.usChe non si dica che i cittadini degli Stati Uniti non hanno fatto nulla quando il loro governo dichiarava una guerra senza limiti e approvava nuove, dure misure di repressione.
I firmatari di questa dichiarazione fanno appello al popolo degli Stati Uniti affinché si opponga alle politiche e all'orientamento politico generale emersi dopo l'11 Settembre 2001 e che rappresentano gravi pericoli per i popoli del mondo.
Crediamo che i popoli e le nazioni abbiano il diritto di determinare il loro destino, al di fuori della coercizione militare delle grandi potenze. Crediamo che tutte le persone arrestate o rinviiate a giudizio dal governo degli Stati Uniti abbiano diritto a un giusto processo.
Crediamo che perplessità critiche e dissenso vadano valorizzati e tutelati. Siamo consapevoli che questi diritti sono oggetto di continua contestazione e che per essi bisogna lottare.
Crediamo che le persone di coscienza debbano assumersi la responsabilità di quanto fanno i loro governi. Dobbiamo anzitutto contrastare l'ingiustizia compiuta in nostro nome. Per questo facciamo appello a tutti gli americani affinché si oppongano alla guerra e alla repressione scatenata nel mondo dall'amministrazione Bush. E' ingiusta, immorale e illegittima. Scegliamo di fare causa comune con i popoli della terra.
Anche noi abbiamo assistito con violenta emozione agli orrendi eventi dell'11 Settembre 2001. Anche noi abbiamo pianto le migliaia di vittime innocenti e abbiamo scosso la testa dinanzi alle terribili scene di carneficina, ricordando anche scene simili a Baghdad, a Panama City e, una generazione orsono, in Vietnam. Anche noi  ci siamo uniti agli interrogativi angosciati di milioni di americani che si chiedevano perché poteva accadere una cosa del genere.

Ma il cordoglio era appena iniziato quando i principali leader della terra manifestavano il loro spirito di vendetta. Fecero propria l'affermazione semplicistica «il bene contro il male» ripresa da organo di informazione arrendevoli e intimiditi. Ci dissero che chiederci come erano potute accadere cose così terribili, sfiorava il tradimento. Non doveva esserci alcun dibattito. Per definizione non c'erano validi interrogativi politici o morali. La sola risposta possibile era la guerra e la repressione in patria.
A nome nostro l'amministrazione Bush, con la quasi unanimità del Congresso, non solo ha attaccato l'Afghanistan, ma si è arrogato insieme ai suoi alleati il diritto di scatenare la sua forza militare in ogni luogo e in ogni momento, Le brutali ripercussioni sono state avvertite dalla Filippine alla Palestina dove i carrarmati e i bulldozer israeliani hanno lasciato una terribile scia di morte e di distruzione. Ora il governo si prepara apertamente a scatenare una guerra contro l'Iraq - un paese che non ha alcun legame con gli orrori dell'11 Settembre. Che mondo diventerà questo se il governo degli Stati Uniti ha una cambiale in bianco per sganciare commandos, assassini e bombe dovunque desidera?
A nome nostro
negli Stati Uniti il governo ha cerato due classi di persone: coloro ai quali i diritti fondamentali del sistema costituzionale americano vengono almeno promessi e coloro che sembrano non avere diritto alcuno. Il governo ha raccolto oltre 3000 immigrati e li ha incarcerati in segreto e a tempo indeterminato. Centinaia sono stati deportati e centinaia languiscono in prigione. E' una cosa che fa impallidire i famigerati campi di concentramento per nippo-americani durante la seconda guerra mondiale. Per la prima volta da decenni le procedure di immigrazione consentono un trattamento discriminatorio in danno di talune nazionalità.
A nome nostro il governo ha steso sulla società il manto della repressione. Il portavoce del presidente invita la gente a «stare attenta a quello che dice». Artisti, intellettuali e professori dissidenti vedono le loro posizioni distorte, attaccate e negate. Il cosiddetto Patriot Act - unitamente ad una serie di misure analoghe dei singoli stati - accorda alla polizia nuovi poteri in materia di fermo e arresto sotto il controllo, se pure di controllo si può parlare, di procedimenti segreti dinanzi a tribunali segreti.
A nome nostro l'esecutivo ha usurpato ruoli e funzioni di altre articolazioni dello Stato. L'esecutivo istituisce tribunali militari che condannano sulla base di esili prove e senza il diritto di appellarsi ad un tribunale civile. Basta un tratto di penna del presidente per dichiarare un gruppo «terroristico».
Dobbiamo prendere sul serio i funzionari di alto grado del paese quando parlano di una guerra che potrebbe durare una generazione e quando parlano di un nuovo ordine interno. Siamo al cospetto di una nuova politica apertamente imperialista nei confronti del mondo e di una politica interna che fabbrica e manipola la paura per ridurre i diritti.
C'è una mortale traiettoria degli eventi dei mesi scorsi che va vista per quello che è e alla quale bisogna opporsi. troppe volte nel corso della storia la gente ha atteso fin quando era ormai troppo tardi.
Il presidente Bush ha dichiarato:«Siete con noi o contro di noi». Ecco la nostra risposta: ci rifiutiamo di consentirvi di parlare a nome di tutti gli americani. Non abbiamo intenzione di rinunciare al nostro diritto di porre domande. Non consegneremo le nostre coscienze in cambio di una vuota promessa di sicurezza. Diciamo non a nome nostro. Ci rifiutiamo di prendere parte a queste guerre e respingiamo qualunque affermazione secondo la quale verrebbero a combattute a nome nostro e per il nostro bene. stendiamo una mano a quanti in tutto il mondo soffrono per queste politiche; mostreremo la nostra solidarietà, con le parole e con i fatti.
Noi firmatari di questa dichiarazione facciamo appello a tutti gli americani affinché insieme affrontino questa sfida. Applaudiamo e sosteniamo le attuali contestazioni e proteste anche se riconosciamo che bisogna far molto, molto di più per fermare questo dio terribile e crudele. Ci ispiriamo ai riservisti israeliani che, con grande rischio personale, dichiarano «c'è un limite» e si rifiutano di partecipare all'occupazione della Cisgiordania e di Gaza.
Ci rifacciamo anche  ai molti  esempi di resistenza e di coscienza che ci vengono dal passato degli Stati Uniti: da coloro che si batterono contro la schiavitù con le ribellioni a coloro che si opposero ala guerra del Vietnam rifiutandosi di obbedire agli ordini, non rispondendo alla chiamata alle armi e mostrando solidarietà nei confronti di quanti resistevano.
Facciamo in modo che il mondo che oggi ci osserva non debba disperarsi per il nostro silenzio e la nostra assenza di iniziativa. Facciamo invece in modo che il mondo ascolti il nostro impegno: ci opporremo alla macchina della guerra e della repressione e faremo in modo che altri facciano tutti il possibile per fermarla.

(Traduzione dall'inglese di Carlo Antonio Biscotto, pubblicato dall'Unità il 28/9/2002, testo originale nel sito www.nion.us, o in formato Adobe-pdf scaricalo da qui

Tra i 4000 firmatari dell'appello: Robert Altmann, Noam Comsky, Jane Fonda Tom Morello, Oliver Stone, Gore Vidal, Ramsey Clark (ex ministro della giustizia).

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