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Logo 17.04.06

GUERRE, MALAFFARE E RELIGIONE
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(riceviamo questo intervento sotto forma di commento ad un post e lo rigiriamo come post a se stante)

di Andrea Di Paola

Vi invito ad una riflessione sul nesso tra guerre, malaffare e religioni facendo appello alla Vostra onestà intellettuale, allo spirito di ricerca ed al sincero impegno per la Pace, la Cultura e la Prosperità per tutti gli esseri umani.

Partiamo da una premessa: converrete che il valore di qualsiasi religione debba essere misurato dalla capacità di renderne felici i seguaci e di consentire una pacifica e felice convivenza per tutti.

Le tre principali religioni monoteistiche hanno da sempre fallito questo obbiettivo: basti pensare a ciò che è accaduto e accade tuttora a Gerusalemme dal tempo delle crociate all’intifada odierna, in Jugoslavia recentemente, in Medio Oriente e in America per lo scontro tra teocons americani e terroristi islamici ed in moltissime altre occasioni da secoli e per secoli.

Qualche altro esempio: la maggior parte dei mafiosi e dei camorristi sono ferventi cattolici osservanti, molti politici corrotti altrettanto, alcuni imprenditori da sempre definiti dei buoni cattolici hanno dilapidato le fortune di centinaia di migliaia di risparmiatori, diversi appartenenti all’Opus Dei si distinguono e senz’altro si aggregano spinti perlopiù da avidità e opportunismo e potremmo citarne un infinità.

Tutto ciò si riscontra anche nelle altre religioni monoteistiche ed ovviamente esistono delle eccezioni, ma nella maggior parte dei casi chi è dominato dal mondo (scheda sottostante) dell’animalità, della collera o dell’avidità resta tale e lo stesso si può dire di chi, per nostra e loro fortuna, è dominato dai mondi più alti, come il mondo di studio, il mondo della compassione (“bodhisattva”) come hanno ben dimostrato Madre Teresa di Calcutta e tantissime altre persone.

Perche?

Proverò a spiegarlo: le religioni monoteistiche maggiormente diffuse, nonostante le ottime intenzioni, non sono assolutamente in grado di cambiare il cuore della stragrande maggioranza dei loro seguaci.

Non ha senso, perciò, distinguere tra buoni e cattivi cattolici, buoni e cattivi musulmani, buoni e cattivi ebrei, perché tutti gli esseri umani sono dotati dei dieci mondi e in assenza dello strumento appropriato assai difficilmente potranno fare la rivoluzione umana.

Il buddismo di Nichiren Daishonin è una religione antropocentrica che consente realmente a chiunque intenda praticarlo correttamente – fede, pratica e studio - di realizzare la propria rivoluzione umana, ovvero di cambiare positivamente il proprio cuore e di illuminare i mondi bassi e, cosa fondamentale per la propria felicità, di armonizzarsi spontaneamente alla Legge di causa ed effetto che disciplina l’universo e con ciò costituisce la risposta migliore, fino a prova contraria, all’esigenza di Pace e di felicità per tutto il genere umano fornendo, oltre alla prova teorica e documentale, la prova concreta della sua efficacia.

Per approfondire: “Il Budda nello specchio” Ed. Esperia; “I dieci mondi” Ed. Esperia; “I misteri di nascita e morte” Ed. Esperia.

Con i migliori saluti e auguri,
Andrea Di Paola

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I dieci mondi e il mutuo possesso dei dieci mondi

Il concetto, noto come “i dieci mondi”, rappresenta uno dei modi in cui il Buddismo spiega la vita. Sono i dieci stati o condizioni vitali che si manifestano in tutti gli aspetti dell’esistenza. Ognuno li possiede potenzialmente tutti e dieci, e in ogni momento passiamo dall’uno all’altro. Questo vuol dire che in ogni momento uno dei dieci mondi viene manifestato, mentre gli altri nove rimangono latenti. Partendo dal più basso al più alto, essi sono:

Inferno. È la condizione di sofferenza e disperazione in cui abbiamo la percezione di non essere liberi di agire; è caratterizzata dall’impulso di distruggere noi stessi e tutto ciò che ci circonda.

Avidità. L’avidità è la condizione in cui ci sentiamo dominati da un insaziabile e incontrollabile desiderio di denaro, potere, posizione sociale o di qualunque altra cosa.

Animalità. In questo stato, siamo governati dall’istinto. Non abbiamo freni né la capacità di elaborare pensieri a lunga scadenza. Nel mondo dell’Animalità, si agisce secondo la legge della giungla, per così dire: senza esitare ad approfittare di quelli più deboli di noi e ad adulare quelli più forti.

Collera. In questo stato emerge la consapevolezza dell’io, ma è un io egoista, avido, stravolto, determinato a superare gli altri a tutti i costi e a considerare tutto come una potenziale minaccia per se stesso. In questo stato si tende a dare valore solo a noi stessi e tendiamo a disprezzare gli altri. Siamo fortemente attaccati all’idea della nostra stessa superiorità e non si ammette che qualcuno ci superi in qualcosa.

Umanità (definita anche Tranquillità). È una condizione vitale piatta dalla quale si scivola con facilità negli altri quattro mondi più bassi. Se in genere in questo stato ci comportiamo in modo umano, rimaniamo estremamente vulnerabili alle forti influenze esterne.

Paradiso (o Estasi). Questo è uno stato di gioia intensa derivante ad esempio dalla realizzazione di un desiderio, da una sensazione di benessere fisico, o da una intima soddisfazione. Anche se intensa, la gioia sperimentata in questo stato ha vita breve ed è anche vulnerabile alle influenze esterne.

I sei stati che vanno dall’Inferno al Paradiso sono definiti i sei sentieri o i sei mondi inferiori. Hanno in comune il fatto che la loro comparsa o scomparsa è legata alle circostanze esterne. Prendiamo il caso di un uomo ossessionato dal desiderio di trovare qualcuno che lo ami (Avidità). Quando alla fine incontra davvero questa persona, si sente in estasi e realizzato (Paradiso). Con il passare del tempo, compaiono sulla scena dei rivali e lui è attanagliato dalla gelosia (Collera). Alla fine il suo senso del possesso allontana da lui la persona amata. Distrutto dalla disperazione (Inferno), sente che la vita ha perso ogni valore. In questo caso, per qualche tempo si passa da uno all’altro di questi sei sentieri senza neanche rendersi conto di essere dominati dalle proprie reazioni all’ambiente. Qualunque felicità o soddisfazione ottenuta in questi stati dipende totalmente dalle circostanze ed è quindi effimera e soggetta al mutamento.

In questi sei mondi inferiori, noi basiamo la nostra intera felicità, e quindi la nostra stessa identità, su elementi esterni.
I due stati successivi, Studio e Illuminazione Parziale, emergono quando ci rendiamo conto che tutto ciò che sperimentiamo nei sei sentieri è fugace, e iniziamo a cercare una verità duratura. Questi due stati, più i due successivi, Bodhisattva e Buddità, complessivamente vengono definiti i quattro mondi nobili. A differenza dei sei sentieri, che sono reazioni passive all’ambiente, questi quattro stati più elevati vengono ottenuti attraverso uno sforzo intenzionale.

Studio. In questo stato, cerchiamo la verità attraverso gli insegnamenti o le esperienze degli altri.

Illuminazione Parziale o Realizzazione. Questo stato è simile allo Studio, tranne per il fatto che cerchiamo la verità non attraverso gli insegnamenti di altri, ma attraverso la nostra stessa percezione diretta del mondo.
Studio e Illuminazione Parziale sono chiamati i “due veicoli”. Avendo compreso la fugacità delle cose, le persone in questi stati hanno conquistato un livello di indipendenza e non sono più prigionieri delle proprie reazioni, come invece nei sei sentieri. Spesso, però, tendono a sentirsi superiori alle persone legate ai sei sentieri che non hanno ancora raggiunto questo livello di comprensione. In più, la loro ricerca della verità è principalmente orientata verso se stessi, quindi c’è un grande potenziale di egoismo in questi due stati, e le persone possono raggiungere una soddisfazione con i loro progressi senza scoprire il potenziale più alto della vita umana nel nono e decimo mondo.

Bodhisattva. I Bodhisattva sono coloro che aspirano a ottenere l’illuminazione e nello stesso tempo sono altrettanto determinate a mettere tutti gli altri esseri in grado di fare la stessa cosa. Consapevoli dei legami che ci uniscono a tutti gli altri, in questo stato ci rendiamo conto che qualunque felicità proviamo da soli è incompleta, e ci dedichiamo ad alleviare le sofferenze degli altri. Chi si trova in questo stato trova la maggiore soddisfazione in un comportamento altruistico.
Gli stati dall’Inferno al Bodhisattva sono complessivamente chiamati “i nove mondi”. Questa espressione viene spesso usata in contrapposizione al decimo mondo, lo stato illuminato di Buddità.

Buddità. La Buddità è uno stato dinamico difficile da descrivere. Possiamo parzialmente descriverlo come uno stato di libertà perfetta, in cui siamo illuminati alla verità ultima della vita. È caratterizzato da una compassione infinita e da una saggezza sconfinata. In questo stato, possiamo trasformare armoniosamente ciò che dal punto di vista dei nove mondi appare come una contraddizione insolubile. Un sutra buddista descrive gli attributi della vita del Budda: un vero io, una libertà perfetta dai legami karmici per tutta l’eternità, una vita purificata dall’illusione, e una felicità assoluta. Inoltre, la condizione di Buddità viene fisicamente espresso nella Via del Bodhisattva o azioni di un Bodhisattva.


Cos'è il mutuo possesso dei dieci mondi?

I dieci mondi originariamente erano immaginati come regni fisicamente distinti, in cui gli esseri umani nascevano a seconda del risultato derivante dal karma accumulato. Ad esempio, gli esseri umani nascevano nel mondo dell’Umanità, gli animali nel mondo dell’Animalità e gli dei nel mondo del Paradiso. Nel Buddismo di Nichiren Daishonin, i dieci mondi sono invece considerati condizioni vitali che tutte le persone potenzialmente possono sperimentare. In qualunque momento, uno dei dieci mondi si manifesterà e gli altri nove saranno latenti, ma costante rimane la potenziale possibilità di un cambiamento.

Questo principio viene espresso anche come mutuo possesso dei dieci mondi, secondo cui ognuno dei dieci mondi possiede in sé tutti gli altri. Ad esempio, una persona che si trova nella condizione di Inferno può, un attimo dopo, rimanere all’Inferno oppure manifestare uno qualunque degli altri stati. L’implicazione fondamentale di questo principio è che tutte le persone, in qualunque condizione vitale si trovino, hanno il costante potenziale di manifestare la Buddità. E' altrettanto importante il fatto che la Buddità si trova nella realtà delle nostre vite negli altri nove mondi, non in qualche luogo a sé stante.

Nel corso della giornata, sperimentiamo diversi stati di momento in momento, secondo la nostra interazione con l’ambiente. La vista della sofferenza altrui può richiamare il mondo compassionevole del Bodhisattva, e la perdita di una persona cara può ricacciarci nell’Inferno. Ad ogni modo, tutti noi abbiamo uno o più mondi intorno ai quali di solito ruotano le nostre attività e alle quali tendiamo a tornare quando gli stimoli esterni si placano. Si tratta della tendenza vitale di base di ognuno, e ognuno l’ha stabilita attraverso le proprie azioni precedenti. Le vite di alcuni ruotano intorno ai tre sentieri cattivi, alcuni oscillano nei sei mondi inferiori, e altri sono principalmente motivati dal desiderio di cercare la verità che caratterizza i due veicoli. Lo scopo della pratica buddista è quello di elevare la tendenza vitale di base e alla fine stabilire la Buddità come condizione di base di ognuno.

Stabilizzare la Buddità come nostra condizione di base non significa liberarsi degli altri nove mondi. Tutti questi stati sono aspetti integranti e necessari della vita. Senza sperimentare le sofferenze dell’Inferno, non potremmo mai provare una sincera compassione per gli altri. Senza i desideri istintivi rappresentati da Avidità e Animalità, dimenticheremmo di mangiare, dormire e riprodurci, arrivando ben presto all’estinzione. Anche se realizziamo la Buddità come nostra tendenza vitale di base, continueremo a sperimentare le gioie e i dolori dei nove mondi. La differenza è che essi non ci domineranno, e noi non ci definiremo in funzione di essi. Basandoci sulla tendenza vitale della Buddità, i nostri nove mondi si armonizzeranno e agiranno a beneficio nostro e di chi ci circonda

Logo 07.04.06

Basta!!!
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da The Economist
[6 Aprile 2006]

Italians have a rotten choice to make, but it is time to sack Silvio Berlusconi


FIVE years ago, this newspaper declared that Silvio Berlusconi was unfit to lead Italy. Mr Berlusconi was (as he still is) the head of Forza Italia, a political party that he had created only seven years earlier, and as such he was the centre-right's candidate to become prime minister. Despite our declaration, Italians voted his coalition into power in May 2001—and Mr Berlusconi has been Italy's prime minister ever since. Now, in the election on April 9th and 10th, he is seeking a fresh term of office. He does not deserve one.

Our verdict against Mr Berlusconi in 2001 rested on two broad considerations. The first was the glaring conflict of interest created by his ownership, via his biggest company, Mediaset, of the three main private television stations in Italy. The second was the morass of legal cases and investigations against him and his associates for a wide variety of alleged offences, ranging from money-laundering and dealing with the Mafia to false accounting and the bribing of judges. We concluded that no businessman with such a background was fit to lead one of the world's richest democracies.


That view stands: we continue to think that Mr Berlusconi is unfit to be prime minister, both because of the conflict of interest arising from his media assets and because of his continuing legal travails (he may shortly go on trial yet again for alleged bribery, this time of a British witness, David Mills, who happens to be married to a minister in Tony Blair's cabinet, Tessa Jowell). But five years on we have a new and even more devastating reason to call for Mr Berlusconi's removal from office: his record in power.

As we predicted in 2001, his premiership has been disfigured by repeated attempts, including an avalanche of new laws, to help him avoid conviction in legal trials. He has devoted much time not only to changing the law to benefit himself and his friends, but also to besmirching Italy's prosecutors and judges, undermining the credibility of the country's entire judicial system. It is not surprising that tax evasion, illegal building and corruption all seem to have increased over the past five years. And, again as we predicted, he has done little to resolve his conflicts of interest: instead, he has shamelessly exploited the government's control of the state-owned RAI television network. Directly or indirectly, Mr Berlusconi now wields influence over some 90% of Italy's broadcast media, a situation that no serious democracy should tolerate.

The failed reformer
Italian voters knew most of this in 2001, of course. Yet they still chose to give Mr Berlusconi their backing, for quite another reason. They hoped that he would deploy the business skills that had helped to make him so rich to reform their weak economy, making all Italians richer as well.

On this count, however, Mr Berlusconi's government must be judged an abject failure (see article and article). Italy now has the slowest-growing large economy in Europe. With wages still rising even though productivity is not, and with currency devaluation no longer possible now that Italy is in the euro, Italian business is fast losing competitiveness. Many of the country's traditional producers in such industries as textiles, shoes and white goods are under devastating attack from lower-cost Chinese competitors. The Berlusconi government has also undone much of the improvement to the public finances made by its predecessor: the budget deficit and the public debt, the world's third-biggest, are both rising once more.

It would be unfair to assert that Italy's economic difficulties are all Mr Berlusconi's fault. In truth, its problems are similar to most of Europe's, although they seem worse in Italy than anywhere else. As in France and Germany, their roots stretch back for decades, not years. To cure them will require the adoption of many tough reforms; and, as France has just demonstrated so graphically, implementing such changes is politically challenging, to say the least. But where the Berlusconi government has really let Italy down is in failing even to begin the process. Apart from a few sensible labour-market and pension reforms, it has done too little to press ahead with market liberalisation, with more privatisation and with the promotion of competition in what is one of Europe's most overregulated economies. The conclusion from these five years is that Mr Berlusconi is not and never will be a bold economic reformer of the kind that Italy desperately needs.

Prodi's test
Unfortunately there are reasons to doubt whether his centre-left opponent, Romano Prodi, would be a lot better. The former economics professor grasps the need for change in Italy more clearly than Mr Berlusconi, who has spent much of the campaign denying that the country has any economic problems at all. Moreover, Mr Prodi made a fair stab at initiating reforms when he was prime minister in 1996-98—and he also succeeded in getting the country into the euro. But neither then nor in his later stint as president of the European Commission did he show himself to be a forceful leader, still less an unwavering advocate of economic liberalism. Most worrying of all, if Mr Prodi wins the election he seems certain to be dependent on the support of coalition partners who are actively hostile to reform, particularly the unreformed Communists who are led by Fausto Bertinotti.

In foreign policy, too, some of Mr Prodi's instincts may be unwelcome. He is a faithful believer in a European federal superstate; Mr Berlusconi's more sceptical approach to Brussels is one of his better points. Mr Prodi's plans to withdraw Italian troops from Iraq are no longer controversial—indeed, there is little difference between him and Mr Berlusconi on this issue—but he is likely in general to adopt a rather less friendly attitude to America than his rival.

It is the economy that will remain the critical test. Sadly, most Italian people do not yet recognise how sick their economy has become. For that reason they may not be ready for the pain of reform. Mr Berlusconi is certainly not going to push them—and he remains unfit for the office in any event. Italians should accordingly vote for Mr Prodi, not il Cavaliere.

Logo 06.04.06

Il Sovversivo
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di EZIO MAURO

[da la Repubblica.it]

HA SENZ'ALTRO ragione il presidente del Consiglio a chiedere rispetto per la sua carica e per la sua persona. Ma il rispetto Silvio Berlusconi deve guadagnarselo, come tutti i personaggi pubblici in democrazia, giorno dopo giorno. Martedì ha insultato volgarmente metà del Paese, colpevole di non seguirlo e di ribellarsi alla sua leadership, votando a sinistra. Ieri ha cercato di forzare ancora una volta le regole, organizzando in fretta e furia nello spazio proprietario delle sue televisioni un finto confronto televisivo con Prodi - non previsto e non concordato - in modo da poter comiziare davanti ad una sedia vuota, sotto la luce domestica di Canale 5.

Proverò a spiegare perché questa condotta negli ultimi giorni di campagna elettorale non è quella di un politico disperato (Berlusconi può ancora rischiare di vincere) né quella di un leader estremista. No. Tecnicamente, Berlusconi è il Sovversivo.

Potremmo dire che l'inizio e la fine dell'anomalia italiana abitano qui, nell'insostenibile tensione a cui è sottoposto un sistema quando il capo legittimo del governo è anche il Sovversivo. Avevamo avvertito che l'agonia politica del berlusconismo sarebbe stata terribile. La realtà è peggio. Ma non era difficile prevederlo. Sono i tratti culturali di questa destra e di questa leadership - prima e più della dinamica politica - a determinare ciò che sta accadendo e ciò che purtroppo accadrà nelle prossime settimane quando il Cavaliere, se dovesse perdere, tenterà di delegittimare il risultato elettorale. Se non partiamo da qui, è difficile capire come si sia arrivati fino a questo punto estremo.

La concezione che il Cavaliere ha della sua avventura politica è - ancora una volta in senso tecnico - schiettamente "rivoluzionaria". Non è entrato in politica, come tutti: è "sceso in campo". Non l'ha fatto perché aveva un progetto, ma perché "ama il suo Paese". Non proponeva un programma, ma una biografia. Non indicava un obiettivo, ma un destino. Da quel momento, tutto si è unito e tutto si è scomposto secondo un ordine epico, assumendo una dimensione da paesaggio eroico, rendendo via via mitologica la realtà contemporanea.

Biografia privata e destino pubblico si sono confusi, per salvare l'amato Paese dal male che incombeva ed ancora incombe, nonostante la forza e la virtù del Capo, sacralizzato dal voto del popolo, dunque per sempre liberato da vincoli normativi, contrappesi costituzionali, equilibri istituzionali, regole di garanzia.

Il Capo si è trovato di fronte al popolo, il suo popolo, concepito fin dal primo giorno e sempre più - in un vero istinto di destra - come una "comunità di elezione", e lo rivela il giudizio sugli elettori di sinistra, "coglioni" perché non tutelano i loro interessi, come se nel discorso pubblico e nella passione politica non esistesse nient'altro che il portafoglio, simbolo subliminale del berlusconismo. Tutto il resto è impaccio: le autorità garanti, gli altri poteri dello Stato liberi ed autonomi, l'opposizione naturalmente, ma anche gli alleati, se non si riducono a coro.

Per sollecitare ed eccitare continuamente quel popolo, diventato strumento politico come la "folla" di Guglielmo Giannini, il Cavaliere ha bisogno di usare la televisione, che in parte quel popolo ha creato, o almeno ha "educato". Ecco perché la televisione nel mondo berlusconiano è ben più di un moderno balcone o di un microfono, è qualcosa di diverso da uno strumento anche potente di comunicazione: è il luogo segreto dell'anima berlusconiana, il giacimento culturale della politica e dell'antipolitica, la riserva privata del potere.

Ed ecco perché, ancora, Berlusconi non concepisce le regole e disprezza la par condicio: la sua natura politica e la natura televisiva coincidono e coabitano, non sono separabili, fanno parte di quell'identità imprenditoriale che aiuta il politico avvantaggiandolo, mentre lo soffoca.

Per il Cavaliere, è inconcepibile che avendo tre televisioni ed essendo probabilmente in svantaggio nei sondaggi, non possa usarle per ribaltarli, come vorrebbe la sua personale forza di gravità, come imporrebbe la sua natura, come pretende tutta la sua storia. Per questo ha trovato normale, ieri, chiedere e ottenere dalla sua rete ammiraglia un programma apparecchiato ad hoc, inventato sulle sue esigenze del momento. È o non è il padrone? Ma attenzione: lo è o no anche in politica? E allora perché stupirsi se salta il confine per lui inconcepibile tra politica e tv, se il suo istinto proprietario stravolge la par condicio, se si rivolge da proprietario addirittura agli elettori, insultando chi non vuole capire e rifiuta di seguirlo?

Tutto questo travolge ogni regola, ogni giorno, estremizza il confronto, sottopone il Paese a una pressione e a una tensione politica senza precedenti, e senza giustificazione se non nel destino personale di Berlusconi. La spinta per questa sovversione nasce ancora una volta dalla concezione eroica che il Cavaliere ha di sé e che gli impedisce di accettare il declino. Ogni difficoltà politica diventa così una congiura, ogni dissenso una manovra, ogni critica un tradimento, ogni regola un complotto esoterico dei "poteri forti".

Perché, semplicemente, l'ideologia del berlusconismo non prevede che Berlusconi possa perdere. La sconfitta non è contemplata, in una vicenda politica segnata tutta dall'unzione sacra e votata alla redenzione del Paese dal male. Può venire solo da una macchinazione oscura e ingiusta che inganna il popolo e che è ripudiata in anticipo, e per sempre.

D'altra parte, è così fin dall'inizio. Tecnicamente rivoluzionaria, infatti, è in Berlusconi anche la concezione della vittoria, che non è la conquista del governo, ma la presa del potere, una sorta di anno zero, di nuovo inizio. Sostenere che Berlusconi è il fondatore italiano dell'alternanza è la più grande delle bugie compiacenti che lo circondano separandolo dalla realtà. Non solo la legge elettorale voluta dalla destra ha ucciso il bipolarismo italiano, ma la natura del Cavaliere non accetta l'insuccesso e la sconfitta, come dimostra la riscrittura di comodo delle vicende del suo primo governo, con il fantasma del "ribaltone" che maschera la sua incapacità di tenere insieme la maggioranza.

Dunque, ogni reazione è permessa, anzi è legittima, perché aiuta l'unico legittimo potere a rimanere al suo posto: il resto è sopruso, abuso, errore. Come per gli antichi imperi mitologici, il berlusconismo non ha ormai altra finalità al di fuori del suo essere. Ma per continuare ad essere, è pronto ad ogni cosa, anche perché il suo potere non si fonda sul patrimonio comune civico, repubblicano e costituzionale, ma su un'alienità titanica audace e sprezzante, propria di chi "non aspettandosi nulla dalla società, non vuole sacrificare niente delle sue pulsioni più smodate e funeste".

Anzi qui, nelle difficoltà, viene alla luce il Sovversivo, con quel gusto di non obbedire che nasce dal gusto di comandare: ciò che Caillois chiama "lo spirito di dominazione". E con quella che Piero Gobetti, nel 1927, chiamava "la compromettente e ineducata abitudine di pensare in pubblico".

È facile, anche se amaro, dire che il Sovversivo ha appena iniziato a mostrarsi apertamente, uccidendo il Conservatore che pure aveva tentato il Cavaliere nei primi anni, e che ha sedotto buona parte dei suoi elettori. Il conflitto di interessi, invece che un impaccio anomalo e pericoloso, diventa così un'arma, se il metodo è la sovversione di ogni regola. Lo ha dimostrato ieri Fedele Confalonieri, usando tragicamente per la sua azienda le stesse esatte parole che Berlusconi usava per il suo partito, con l'accusa alla sinistra di inscenare "prove di regime" solo perché si era ribellata pubblicamente all'ultimo abuso politico della televisione privata del Cavaliere.

A differenza di Confalonieri, che passava per moderato, io non ho mai parlato di regime, in questi anni sventurati per il nostro Paese, perché credo sufficientemente grave denunciare l'indebolimento della qualità della nostra democrazia causato dall'anomalia berlusconiana; e anche perché penso che l'Italia possa farcela, con l'arma del voto, a chiudere quest'avventura. Ma l'epilogo rischia di essere peggiore del dramma. Da vero titano, il Cavaliere può ancora danneggiare questo Paese, anche se sarà sconfitto.


(6 aprile 2006)

Logo 02.04.06

Elogio dell' ateismo
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di Carlo Augusto Viano

[da Micromega n°5 del 30/3/2006]

Parlate di ateismo ed evocherete pudibonde riserve: non si sa se Dio esista oppure no, non si può dimostrare che esista ma neppure che non esista, ciò che conosciamo è poco, tutto intorno a noi è mistero, e nel mistero ci può stare pure il Padreterno. I filosofi chiamano una cosa del genere agnosticismo e sulla timidezza degli agnostici ha sempre fatto leva l'apologetica religiosa, che sbandiera l'indimostrabilità della non esistenza di Dio, approfitta del senso del mistero che le persone sensibili e consapevoli dei limiti della conoscenza umana dovrebbero coltivare e si fa forte del fatto che le credenze religiose sono più originarie rispetto a qualsiasi critica della religione.

In realtà le cosiddette prove dell'esistenza di Dio sono dimostrazioni fittizie, che si avvalgono di premesse arbitrarie, dalle quali ricavano conclusioni in modo arbitrario: pertanto l'esistenza di Dio non è oggetto di una proposizione indecidibile, perché le proposizioni indecidibili debbono essere formate entro teorie che siano ben altra cosa rispetto alle dottrine teologiche disponibili. Né è significativo il fatto che le credenze religiose precedano le contestazioni ateistiche, perché in generale le credenze che il progresso dell'esperienza e lo sviluppo delle conoscenze scientifiche hanno dimostrato infondate precedono le critiche destinate a demolirle. Inoltre le credenze religiose effettive sono molto varie ed è impossibile ricondurle a un corpo omogeneo, attribuibile al genere umano, da recare come prova del loro carattere originario, se non addirittura innato. Né si ricava qualcosa dalla considerazione dei limiti delle conoscenze effettive, da quelle di esperienza più o meno dirette a quelle che esigono costruzioni teoriche più o meno elaborate.

I limiti esistono, ma ciò non autorizza ad ammettere tipi di conoscenza diversi da quelli dei quali si riconoscono i limiti. Quando si parla di «misteri» per alludere alle molte cose che non si sanno, ci si riferisce a domande senza risposta perché le risposte non sono per il momento disponibili, o perché esse segnano i limiti funzionali del sistema di conoscenza impiegato o perché le domande sono improprie. I misteri quotidiani riguardano eventi particolari sui quali non si dispone di testimonianze o prove adeguate: il mistero della morte del giornalista Pecorelli o del deputato Lima, per citare due dei tanti «misteri d'Italia», potrebbero essere svelati se qualche personaggio influente parlasse.

I misteri in senso proprio sono quelli contenuti nei libri sacri e nelle tradizioni religiose, cioè le cose incomprensibili e le imposture che vi si trovano. Gli uomini di fede ovviamente li prendono sul serio, mentre i non credenti con il senso del mistero esitano a chiamare quelle cose con il loro nome e sospendono il giudizio, dimenticando che la religione è più una faccenda di credenze, riti e testi e che ciò sminuisce molto l'importanza di dimostrazioni e dottrine teologiche. Che l'asserzione dell'esistenza di Dio non sia la cosa più importante per le religioni è provato dal fatto che esistono religioni importanti considerate atee.
Nelle religioni bibliche la discussione sull'ateismo è entrata con il platonismo, perché è stato Platone a formulare una teoria esplicita dell'ateismo e a classificarne le forme, so$tenendo che esso consiste nella negazione esplicita dell'esistenza degli dei, nel ritenere che essi possano essere indotti da offerte o preghiere a concedere favori, oppure nel negare che essi governino il mondo e si prendano cura degli esseri umani. Platone cercava di inventare lui una religione filosofica, che era un travisamento delle religioni reali, nelle quali le asserzioni teoriche sull'esistenza delle divinità non sono molto importanti, mentre contano pratiche, tabù, paura degli dei e fiducia in loro.

Il platonismo si è proposto di combattere l'ateismo e ha inserito nelle religioni bibliche una vera e propria teologia, che i non credenti hanno preso sul serio, supponendo che fosse possibile dar vita a una religione razionale o naturale, oppure ammettendo che l'oggetto della teologia potesse non essere conoscibile con i mezzi ordinari. Tutto ciò ha condotto a sminuire l'importanza di credenze e cerimonie e a presumere che su poche proposizioni sulla divinità si potesse trovare un accordo tra seguaci di fedi diverse e anche tra membri di società religiose e chi non apparteneva a nessuna di esse.

Così si è fatta strada l'idea che sia impossibile essere veramente e completamente atei, perché anche chi respinge credenze e pratiche particolari ammette qualcosa di simile all'idea di Dio, invariante rispetto a tutte le forme religiose storiche. In realtà in società sospettose, come quelle antiche, o repressive, come quelle dominate dalle religioni bibliche, riconoscere l'esistenza di Dio, magari in tennini generali, poteva essere un modo per dissimulare un sostanziale ateismo ed evitare persecuzioni, ma chi muoveva dall'idea che un autentico ateismo fosse impossibile ha respinto questa interpretazione e ha considerato quella di ateismo un' accusa usata nelle polemiche filosofiche per screditare gli avversari. Molti storici hanno adottato questa interpretazione, colpendo le posizioni ateistiche con una sorta di censura culturale e facendo passare per devoti personaggi che non lo erano per niente.

Già l'atomismo antico aveva dato un quadro della natura in cui era difficile inserire l'opera degli dei, e lo sviluppo della scienza moderna ha reso più radicale l'opposizione tra l'interpretazione scientifica della realtà e la teologia. Qualche volta la natura stessa è stata divinizzata, qualche altra si è ritenuto che tutta la realtà fosse un sistema spiegabile con leggi puramente scientifiche. Non c'è dubbio che i successi della scienza moderna nella spiegazione dell'universo abbiano indebolito le fedi religiose, ma questo processo si è verificato nella tradizione occidentale, dominata dalla filosofia classica, in cui la questione teorica dell'ateismo ha avuto una posizione centrale. La classificazione platonica dell'ateismo permetteva di trovare sempre qualche clausola di salvataggio. In fondo perfino Epicuro, che negava la provvidenza divina e che perciò, secondo Platone, doveva essere considerato ateo, non negava l'esistenza degli dei, e dunque si poteva ritenere che proprio ateo non fosse.

Se non si prendono troppo sul serio le teologie, emerge un altro aspetto dell'ateismo. Già i filosofi scolastici lo sapevano e si domandavano se la legge morale (il decalogo,per intendersi) esigesse il riconoscimento dell'esistenza di Dio o se esso fosse valido anche senza essere interpretato come un comando divino. Si dovrebbero cioè praticare i comandamenti o tutti ,i comandamenti anche se Dio non ci fosse? E chiaro che in questo caso alcuni di essi, per esempio quelli che impongono di riconoscere la sua esistenza o la sua unicità o di non bestemmiarlo o di osservare i riti, non avrebbero senso, ma altri potrebbero restare validi.

Se si affronta la questione dell'ateismo da questo punto di vista, diventa più difficile eludere la sfida che esso presenta, assumendo una posizione moderata e agnostica, perché entrano in gioco i modi di vita delle persone. L'apologetica cattolica ha introdotto il concetto di «ateismo pratico», per indicare forme di vita che escludono il riferimento alla divinità, anche se non accompagnate dalla negazione esplicita della sua esistenza. Ci sarebbero perciò condotte che prescindono dal riferimento alla divinità e che sono moralmente scorrette. Per sostenere una cosa del genere bisogna assumere che esiste un solo tipo di condotta corretto e moralmente accettabile e che questo tipo di condotta esiga un riferimento alla divinità. Ne deriva la condanna del relativismo etico, cioè la negazione della possibilità che esistano codici di comportamento legittimi disparati.

Curiosamente coloro che vanno a caccia dell'ateismo pratico hanno qualcosa in comune con coloro che negano l'efficacia morale della credenza nella divinità, ma ritengono che esista un unico codice morale: il punto di dissidio è costituito dalla connessione tra quel codice e l'idea di Dio. Per gli assolutisti etici agnostici il codice morale unico sussisterebbe anche se Dio non esistesse e anzi il riferimento alla divinità potrebbe turbare la purezza delle intenzioni morali, mentre per gli assolutisti etici religiosi l'esistenza di Dio è una premessa necessaria di quel codice.

Di fronte all'elaborazione teologica delle religioni bibliche ci si è dunque rifugiati dietro due atteggiamenti ugualmente timidi, suggeriti dal pudore teorico, che ha generato l'agnosticismo, e dalla ricerca di accordo etico, che ha suggerito l'assolutismo etico, per il quale esiste un'unica legge morale, valida indipendentemente dall'esistenza di Dio. Questi due atteggiamenti hanno impedito di rendersi conto che la negazione della divinità permette di liberare i comportamenti umani da vincoli e pregiudizi.

Epicuro poteva anche asserire che gli dei esistono ma, sostenendo che non si occupano degli uomini, intendeva liberare l'umanità dalla paura degli dei e proporre una forma di moralità diversa da quella tradizionale e consistente nella ricerca assennata del piacere, fondata sulla previsione del futuro. Nelle religioni storiche la credenza che esista un Dio supremo non ha affatto condotto al riconoscimento di un codice morale universale unico, ma tutt'al più alla pretesa di imporre regole di vita particolari come se fossero dettami di una legge universale. Eppure il riferimento alla legge universale ha contaminato l'assolutismo etico agnostico, che ha coltivato il miraggio di un codice universale di comportamento valido anche se Dio non esistesse e capace di soddisfare credenti e non credenti.

L'idea che esista una legge morale unica è figlia del presupposto del governo divino del mondo e una filosofia atea deve avere il coraggio di respingere non soltanto l'esistenza di Dio, ma anche l'idea che il mondo sia un sistema suscettibile di essere governato da una divinità. Le leggi sono ordinamenti positivi che spesso vengono intesi come comandi, eventualmente sanzionati. Sebbene questo modello si applichi soltanto parzialmente perfino alle leggi positive codificate e sia meno convincente nel caso degli ordinamenti con una forte base giurisprudenziale, a partire di qui si è foggiata l'idea di una legge morale universale intesa come un insieme di comandi. Caduta l'idea di un dio re, che emana le leggi, la legge morale universale è stata presentata come una specie di generalizzazione delle leggi positive: se non era promulgata dal reggitore divino del mondo, la legge morale non scritta era in realtà inscritta nella natura umana e magari rilevabile con la ragione.

Una volta riconosciuto che l'interpretazione delle leggi positive come comandi appare per molti versi inadeguata, risulta difficile applicare quel modello agli impegni morali. L'ateismo, sgombrando il campo dall'idea di un legislatore sovrano universale, indebolisce anche l'idea di una legge universale non scritta e fa del dominio di solito assegnato all'etica un campo in cui si prendono impegni, si formano aspettative, si lasciano trasparire linee di condotta, un campo nel quale si esercitano pienamente previsioni, adattamenti, scommesse, tutte cose contro le quali i moralisti teologi o eredi della teologia hanno innalzato muri di diffidenza. Ciò non toglie che gli impegni morali possano anche generare stabilità e prevedibilità ai comportamenti, ma proprio perché sono impegni e non sono leggi positive, che danno alle condotte un'uniformità grossolana e che consentono adattamenti soltanto attraverso elusioni e mutamenti spesso non trasparenti.

La vecchia convinzione di atei alla Plutarco e alla Bayle, che una società di atei può funzionare meglio di una società di devoti, non è stata sviluppata abbastanza, ma sembra piuttosto verosimile che una società libera dal timore divino e senza la sorveglianza di un sovrano divino non soltanto sia più varia e piacevole, ma anche meno fanatica, più ospitale e più disposta a intrecciare vite diverse, lasciando che si adattino le une alle altre.

Dio Padre (o Padrino?)
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di Roberto Scarpinato

[da MicroMega n°5 del 30/3/2006]

In Italia, tranne poche minoranze, si è cattolici non per scelta ma per destino culturale. Si nasce e si muore senza interrogarsi quasi mai sui temi della religione: si attraversa un'esistenza scandita dal succedersi di riti battesimi, matrimoni, comunioni, funerali dei quali si è quasi smarrito il senso. Riti che in fondo sembrano servire a tenerci compagnia, a non farci sentire soli nella vita.

Ho cominciato a riflettere sulla religione, e in particolare sul cattolicesimo, quando per motivi professionali ho iniziato a frequentare gli assassini ed ho dovuto constatare che tanti di loro erano cattolici ferventi e praticanti. All'inizio si trattava di killer e di capi della cosiddetta mafia militare, per lo più d'estrazione popolare e di modesta cultura. Ma poi venne la stagione dei colletti bianchi, degli appartenenti alla borghesia mafiosa. Persone che hanno frequentato le nostre stesse scuole e che affollano i migliori salotti. Non sparano in prima persona, ma proteggono gli assassini, li aiutano ad evitare le condanne, fanno con loro affari lucrosi, e a volte chiedono agli specialisti della violenza materiale di rimuovere qualche ostacolo che si trova lungo la strada e che non può essere eliminato con metodi incruenti. Il loro motto è: «Dio sa che sono loro che vogliono farsi ammazzare». Ricordo tra i tanti uno dei più rinomati medici di Palermo, che diventò collaboratore e confessò di essere un mafioso. Lui frequentava la Chiesa e raccontava che suo zio, il quale era pure un capomafia, si recava a pregare sulle tombe di coloro che «era stato costretto ad abbattere».

Quando le indagini alzarono il velo anche sulle complicità di uomini politici potentjssimi, dovetti constatare, passando di sorpresa in sorpresa, che taluni di loro, i quali avevano l'abitudine di recarsi a messa ogni mattina, a volte, dopo essersi fatti l'ultimo segno di croce, si affrettavano a partecipare a summit mafiosi nel corso dei quali si discuteva anche di omicidi.

A questo punto sono stato costretto a pormi una domanda: ma come è possibile che carnefici e vittime preghino lo stesso Dio e che ciascuno di loro sia in pace con se stesso? A volte certe risposte sono sotto il nostro sguardo, ma noi siamo ciechi e non abbiamo occhi per vederle. Il mondo, infatti, è pieno di assassini -ben più feroci di quelli da me conosciuti nella mia esperienza palermitana- che credono in Dio, sono cattolici praticanti, sono in pace con se stessi e che muoiono nel proprio letto, convinti di avere bene operato, confermati in tale convinzione da preti e vescovi che mai li hanno criticati in vita, e li hanno benedetti in morte.

Basterà qualche esempio: che dire del dittatore Pinochet, il quale ha sempre dichiarato di essere un buon cattolico, di essere in pace con se stesso e con Dio, e di avere operato per il bene della patria? E che dire dei generali argentini, che trucidarono migliaia di giovani ordinando che fossero scaraventati da aerei in volo nell'oceano? Nel corso dei rari processi ai quali furono sottoposti, alcuni di questi militari per esibire la loro patente di cattolicità raccontarono di avere iniziato a narcotizzare le vittime, prima di scaraventarle nell'oceano, raccogliendo il suggerimento di alcuni prelati i quali avevano fatto loro notare quanto fosse anticristiano ucciderle in stato di veglia in quel modo crudele.

Il problema dei dittatori latinoamericani non può essere minimizzato, ridimensionandolo alla follia morale di alcune persone particolarmente efferate. La storia insegna che le giunte militari argentine, brasiliane e cilene furono il braccio armato di borghesie latinoamericane che non hanno esitato a fare ricorso al genocidio di massa per difendere il sistema di privilegi che veniva messo in pericolo dalle rivendicazioni popolari. Borghesie di milioni di cattolici, praticanti, che ancora oggi considerano Pinochet, Videla e gli altri militari degli eroi della patria. Per questo motivo non è stato possibile processarli prima ed è difficile processarli oggi: sarebbe come processare un'intera parte della società latinoamericana. Dunque, ritornando alle mie ben più modeste frequentazioni con gli assassini, di che cosa mi meravigliavo?

Il quesito iniziale, ovvero come sia possibile che vittime e carnefici preghino lo stesso Dio e siano in pace con se stessi, non riguardava più soltanto Palermo e la realtà mafiosa, ma si dilatava nello spazio e nel tempo diventando universale. Ed era un quesito che almeno per me esigeva una risposta.
La risposta che ho tentato di darmi è questa: in realtà vittime e carnefici non pregano lo stesso Dio, ma un Dio diverso.

Questo miracolo della moltiplicazione di Dio, della coesistenza di più di un Dio nella stessa Chiesa, avviene grazie al fatto che nella Chiesa cattolica il rapporto tra Dio e il fedele è gestito da un mediatore culturale: un sacerdote, un prelato. Ogni strato, ogni segmento della società, ogni tribù sociale esprime dal suo interno il proprio mediatore culturale con Dio, che dunque è portatore della stessa visione della vita dell'ambiente che lo ha espresso. Esiste così un Dio dei potenti, e un Dio degli impotenti. Un Dio dei mafiosi, e un Dio degli antimafiosi. Un Dio dei dittatori, e un Dio degli oppressi. Così in America Latina vi sono prelati che siedono alla stessa mensa di dittatori che hanno commesso genocidi e ne condividono le scelte, e quelli invece, come monsignor Romero, che stanno dalla parte degli oppressi e si sono fatti uccidere per difenderne le ragioni. In Sicilia vi è stato un padre Puglisi e vi sono sacerdoti che invece condividono la cultura mafiosa, che celebrano messa in chiese affollate dal popolo di mafia e dalla borghesia mafiosa. E poi ci sono i sacerdoti della cosiddetta palude, cioè quelli che non stanno né dalla parte della mafia, né dalla parte dell'antimafia, né con la destra, né con la sinistra, né col centro, ma che stanno solo dalla propria parte.

Ciascuno sceglie liberamente la propria Chiesa e il proprio Dio. Molto «democraticamente». Ci troviamo dinanzi ad un politeismo segreto ed occulto. Questo politeismo è segreto per l'occhio del mondo, ma è conosciuto dalle gerarchie ecclesiastiche che, tranne qualche eccezione, evitano accuratamente di scegliere e lasciano che i vari Dio convivano l'uno accanto all'altro.

Questo non scegliere è possibile anche perché, tranne poche eccezioni, la predicazione evangelica ha un taglio generalista che consente a chiunque un approccio non problematico. La predicazione nelle chiese è incentrata sul valore della famiglia, sulla morale sessuale, e su generici appelli alla solidarietà, all'amore per il prossimo, alla cosiddetta etica dell'intenzione, e ad una carità comoda perché si traduce quasi sempre nella cultura dell'elemosina.

Poiché la realtà supera sempre l'immaginazione, ricordo che in una delle indagini di Tangentopoli emerse che un famoso uomo politico, già ministro della Prima Repubblica, in occasione di una rischiosa operazione al cuore aveva fatto voto alla Madonna che nel caso di esito positivo avrebbe donato cento inilioni delle vecchie lire ad una parrocchia. Dopo il felice esito dell'operazione, l'uomo politico convocò un imprenditore imponendo gli di versare alla parrocchia l'importo di cento milioni che gli doveva quale tangente per un appalto pubblico. Nella richiesta per l'autorizzazione a procedere alla Camera, la procura della Repubblica scrisse che appariva grottesco pretendere di fare opere caritatevoli con il denaro altrui (l'episodio è raccontato in dettaglio in G. Barbacetto, P. Gomez, M. Travaglio, Mani pulite. La vera storia, Editori Riu- niti, Roma 2002, p. 197).
La cultura dell'elemosina non costa nulla, soprattutto se l'elemosina viene fatta con i soldi pubblici. E una cultura che perpetua le catene della schiavitù economica e della sottomissione ai potenti, che lascia le cose come stanno e si traduce in un'acquiescenza all'esistente, in una complicità con l'ingiustizia sociale. La cultura dei diritti e della legalità invece è scomoda, perché costringe a prendere concretamente posizione dinanzi ai potenti della Terra, quelli che occupano i vertici della piramide sociale, e che sono responsabili dell'ingiustizia sociale, della povertà e del degrado metropolitano; un Moloch che costringe milioni di persone a sopravvivere in quartieri dormitorio degradati dove a volte l'economia dell'illegalità (dal contrabbando di tabacchi, alla prostituzione, allo spaccio di stupefacenti) diventa un'economia della sussistenza. Le esistenze di tanti che occupano i gradini più bassi della piramide sociale, si consumano in un ininterrotto via vai da quartieri abbandonati al degrado, discariche sociali a cielo aperto, alle carceri, altre discariche sociali assolutamente inumane ed anticristiane perché i detenuti sono costretti a vivere in celle sovraffollate, destinate a tre o quattro persone e dove si è obbligati a stare anche in dodici, in condizioni di assoluta promiscuità.

Quali sono state, tranne poche eccezioni, le risposte deÌle alte gerarchie ecclesiastiche a tutto ciò? Silenzio dinanzi alla corruzione sistemica, grave peccato contro la solidarietà sociale. Silenzio dinanzi alla borghesia mafiosa e paramafiosa. Silenzio dinanzi all'illegalità di massa di larghi settori delle classi dirigenti che contribuisce a generare a valle l'illegalità di massa delle classi popolari. Generici appelli ad una solidarietà che si traduce in una elemosina praticata con entusiasmo da queste stesse classi dirigenti spesso con il denaro pubblico. Questo segreto ed occulto politeismo della Chiesa cattolica produce a mio avviso un altro fenomeno segreto: il relativismo etico della Chiesa cattolica. L'accusa che in questi tempi viene rivolta alla cultura laica democratica è di alimentare una deriva relativistica dei valori. A fronte di quest'accusa, basterà ricordare che -come tra gli altri ha recentemente osservato Gustavo Zagrebelsky (vedi G. Zagrebelsky, .La Chiesa cattolica è compatibile con la democrazia?», MicroMega, n. 2/20062) -la democrazia si fonda sulla libertà di coscienza di tutti i cittadini.

La libertà di coscienza determina il pluralismo culturale ed il pluralismo dei valori. Il relativismo dei valori quindi non significa nichilismo, disprezzo per i valori, ma al contrario il rispetto per i valori degli altri. Le istituzioni pubbliche sono il luogo nel quale i diversi relativismi si confrontano in modo trasparente. Per decidere quale relativismo deve prevalere su un altro, si adotta il principio della maggioranza. Ma per evitare che il principio della maggioranza si trasformi nella dittatura della maggioranza, e che quindi il relativismo della maggioranza diventi assolutismo, lo Stato democratico di diritto prevede il frazionamento dei poteri, il loro reciproco bilanciamento ed una serie di garanzie per le minoranze.

Il relativismo della Chiesa cattolica invece è occulto ed è tenuto segreto. Ed infatti mentre da un lato i vertici ecclesiastici rivendicano di essere depositari di una verità senza se e senza ma e, proprio sulla base di questa verità assoluta, pretendono a volte di condizionare la legislazione statale, dall'altro lato nelle chiese e nelle parrocchie di tutto il mondo Dio, la verità e l'etica cattolica spesso si relativizzano, quasi balcanizzandosi.
Perché sui temi che riguardano la quotidiana fatica del vivere, il dolore causato dalla prepotenza e dalle ingiustizie sociali, a ciascuno è dato di scegliere il proprio Dio, e quindi la propria etica. Questo relativismo etico produce a mio parere il pericolo di una vera e propria scristianizzazione strisciante, di una diserzione dal cristianesimo. In tante, in troppe chiese, per milioni di fedeli, Dio parla per bocca di preti che frequentano senza problemi i salotti della borghesia corrotta e di quella mafiosa o le stanze del potere dei dittatori, e che riducono Dio a guardiano dei comportamenti da tenersi in camera da letto.

Questo non scegliere, alla base del relativismo di molte gerarchie cattoliche -fatte salve naturalmente alcune eccezioni illuminanti che restano tuttavia episodiche o minoritarie -non sempre è praticabile. A volte la realtà ha costretto le gerarchie cattoliche a scegliere. Ma la lezione della storia dimostra che non sempre questa scelta è stata a favore degli ultimi e degli oppressi, i quali sono stati troppo spesso abbandonati al loro destino. In occasione di un viaggio di lavoro a Buenos Aires, ho incontrato le cosiddette madri coraggio, che da tanti anni protestano sfilando in silenzio dinanzi ai palazzi del potere, per chiedere giustizia per i loro cari. In quel tempo la Spagna aveva chiesto l'estradizione di Pinochet per processarlo ed il Vaticano aveva espresso la propria contrarietà. Una di queste donne inviò ad una rivista una lettera che ho conservato e di cui mi colpì il seguente brano: «Lui [il papa] che avrebbe dovuto alzare una parola quando c'era la violenza, la disperazione, la strage nelle nostre famiglie, lui che avrebbe dovuto generare tutta la reazione internazionale perché sapeva cosa stava accadendo, lui ha taciuto, abbandonandoci nelle mani degli assassini e dei torturatori. Solo noi sudamericani sappiamo bene che cosa è la curia argentina, cilena, sudamericana. Ed ora che dopo tanti tentativi, tante speranze, pensavamo che si cominciasse finalmente ad ottenere qualche risposta internazionale alla nostra storia, al nostro dolore, ancora intatto, lui; finalmente dopo tanto silenzio, parla. Ma parla per sottrarre alla giustizia il capo dei nostri assassini, per dire no ad una condanna per i delitti aberranti, terribili che ci porteremo addosso per tutta la vita».

È vero che in America Latina ha operato anche monsignor Romero, il quale è stato ucciso perché difendeva le ragioni dei campesinos. Ma mi pare che le gerarchie cattoliche non abbiano scelto monsignor Romero, se è vero, come è vero, che tutta la teologia della liberazione è stata messa a tacere e che il processo di beatificazione di monsignor Romero è rimasto bloccato per sette anni.
Ma chi decide queste ed altre scelte? O chi decide le non scelte? Forse il popolo cattolico? Certamente no. E qui veniamo al nodo cruciale del rapporto tra democrazia e Chiesa. E diffusa anche all'interno dello stesso mondo cattolico
l'opinione che, chiusa la breve parentesi conciliare, si è assistito ad una rivincita delle burocrazie e dei vertici vaticani. La storia postconciliare sembra riconnettersi con assoluta continuità alla storia preconciliare. Alcuni parlano del canto del cigno del cattolicesimo medioevale. Sembra di essere ritornati alla restaurazione di una monarchia assoluta, che concentra tutto il potere all'interno della Chiesa in un ristrettissimo vertice. Tra questo vertice e il popolo di base non esiste una vera corrente, una vera osmosi. Vi è una frattura fra questa realtà di base ed i vertici, che sembrano divenire sempre più autoreferenziali.

Mi pare che all'interno della Chiesa cattolica si stia vivendo una vicenda analoga e parallela a quella che travaglia la storia del potere nella laicità. Si assiste ad una ristrutturazione oligarchica e verticistica del potere e ad una crescente gestione mediatica delle masse. Il cattolicesimo sembra sempre più ridursi ad immagine mediatica, a miracolismo, a sceneggiati televisivi sulla vita dei santi, a vari minuti di Vaticano ogni giorno in tv: dovrebbe far riflettere che i media di regime, che hanno silenziato chiunque si sia rivelato scomodo per il potere, che hanno censurato l'informazione sui fatti, che ignorano completamente le esperienze di base del popolo cattolico, facciano invece da megafono ai vertici vaticani. Come è stato osservato, il vero nemico del cristianesimo non è stato Diocleziano, ma Costantino. Gesù è stato ucciso democraticamente dal potere politico e religioso. Il processo a Gesù è emblematico: il popolo, gestito demagogicamente dal potere, scelse Barabba. Gesù viene prima ucciso fisicamente dal potere ecclesiastico e politico, e poi viene ucciso culturalmente dal costantinismo che lo fa diventare instrumentum regni.

E allora il problema, ieri come oggi, resta quello di spezzare il rapporto perverso tra fede e potere. Spezzare questo rapporto significa restituire la voce di Dio e di Cristo agli uomini, perché nel corso della storia lo spazio tra l'uomo e Dio è stato troppo a lungo sequestrato dal potere. Ritengo che ciò sia compito soprattutto dei credenti e che per assolvere questo compito sia sufficiente essere coerenti con l'insegnamento di Cristo, recuperare l'insegnamento antipotere di Cristo.

A me pare che uno dei nuclei del messaggio di Gesù sia proprio la sfida ai potenti, affinché prendano atto della loro complicità nella sofferenza degli uomini. Solo i poveri sono innocenti, disse, solo i miserabili sonò senza peccato, solo chi non ha pane è senza colpa. E a proposito del dovere di scegliere, mi pare che l'etica laica e l'eticacristiana coincidano nel denunciare l'immoralità del non scegliere. Sartre scrisse: «L'etica consiste nello scegliere, noi siamo le nostre scelte». E Gesù nel Vangelo (Luca, 12, 51) dice: «Voi pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione».

Quale divisione? La divisione di chi sceglie. E sceglie di stare dalla parte degli ultimi e degli oppressi. Una scelta che si traduce nella carità attiva per la cultura dei diritti, per la liberazione dalle catene del bisogno, una scelta che condannò Gesù a morte e che sempre nel corso della storia ha condannato a morte chi ha osato schierarsi contro il potere. La lezione di Cristo dunque a me sembra esattamente opposta a quella curiale della non scelta o della scelta a favore del potere. A volte, quando a Palermo mi accade di partecipare a cerimonie funebri per commemorare le vittime di tanti omicidi mafiosi, mi guardo intorno e chiedo a me stesso: chissà quanti assassini, quanti sepolcri imbiancati ci sono qui, in questa chiesa, accanto a me, in pace con sé stessi e con Dio?

In quei momenti chiudo gli occhi; e mi piace immaginare che un giorno qualcuno scriva sulle facciate di tutte le chiese di Palermo la stessa frase che un grande vescovo brasiliano aveva dipinto sulla facciata della sua cattedrale: «Il mondo si divide tra oppressori e oppressi. Tu, cristiano, che stai per entrare, da che parte stai?».


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