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Parola di Sandro Bondi
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di Sandro Bondi

Coordinatore Nazionale Forza Italia

Noi di Forza Italia abbiamo sempre considerato con grande rispetto e come fonte di ispirazione il contributo culturale e spirituale della Chiesa allo sviluppo della civiltà umana e, in particolare, della nostra Italia. Per questo motivo, come cattolico impegnato in politica, ho chiesto agli amici e colleghi Fabio Garagnani e Antonio Calmieri di poter diffondere l'opuscolo che loro avevano preparato per le parrocchie dei rispettivi collegi. Questa pubblicazione descrive sinteticamente alcune delle numerose realizzazioni del governo Berlusconi, che documentano come il governo abbia preso a cuore la libertà della persona, la promozione della famiglia e della vita, il principio di sussidiarietà e di solidarietà. A cominciare dalla legge sulla procreazione assistita e dal nostro impegno a difesa della legge approvata dal governo e che la sinistra ha cercato di abrogare per mezzo di un referendum. La famiglia, cuore dell'attuale e fecondo lavoro pastorale di Benedetto XVI, e costante premura dell'indimenticabile Giovanni Paolo II, ha guidato la nostra politica, facendoci scoprire sentieri nuovi e oggi ancor più fecondi per la società italiana. Ecco, allora, che abbiamo bocciato la proposta di legge sul divorzio veloce, perché non vogliamo indebolire il matrimonio; abbiamo aiutato le famiglie con i bonus per i nuovi nati; abbiamo incrementato i fondi per gli asili nido; abbiamo anche inserito a partire dalla finanziaria del 2003 detrazioni fiscali per le spese di iscrizione alle scuole paritarie, perché crediamo nella scuola libera. Non ci siamo, altresì, tirati indietro per costruire la pace nella verità, come recentemente ha affermato anche Benedetto XVI, impegnandoci, nel contempo, nella lotta alla povertà e alle malattie nel terzo mondo e in numerose missioni di pace nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq, dove i nostri soldati si sono distinti per preparazione e per umanità. I deboli, a cominciare dai malati e dai pensionati, hanno avuto un riconoscimento non retorico o demagogico, e men che meno ideologico, ma sono stati i soggetti che ci hanno indicato il percorso della nuova politica. Abbiamo seguito i loro bisogni e ascoltato la loro voce, che ci domandava aiuto e sostegno: lo abbiamo fatto a partire dall'aumento delle pensioni minime, dall'incremento da 70 a 93 miliardi di euro della spesa per il sistema sanitario nazionale, ai tanti interventi a favore delle persone con disabilità. Infine, non possiamo trascurare un'ultima parola sull'importanza delle radici cristiane, che sono state sempre da noi affermate, e che ci hanno spinto a batterci per il riferimento ad esse nel trattato europeo, a difendere la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, a realizzare la legge per la regolarizzazione degli insegnanti di religione, la legge per gli oratori, l'abolizione dell'ICI per gli enti ecclesiastici e non profit. Come Lei sa, fu Paolo VI a definire la politica come il massimo esercizio di carità. Noi abbiamo cercato di fare nostra questa verità, rendendola una risorsa concreta per l'intera popolazione, come vuole la Dottrina Sociale della Chiesa. È, questo, il nostro modo di impegnarci per testimoniare la nostra fede. La prego di voler accogliere questo piccolo pensiero, la nostra semplice brochure, come un modo per condividere l'impegno difficile per l'affermazione della Verità Cristiana nella nostra società e nel tempo che ci è dato di vivere. Con questi sentimenti e pensieri voglia ricevere i miei più affettuosi saluti.

Con viva cordialità

Suo devotissimo
Sandro Bondi

Lettera aperta di don Aldo Antonelli
(da MicroMega.net)

Signor Bondi,


sono abituato a dare alle parole il loro peso per cui a chiamarla “onorevole” dovrei coartare la mia coscienza.

Ho ricevuto l’inverecondo opuscolo che lei, immagino, ha inviato a tutte le parrocchie d’Italia.

Glielo restituisco senza nemmeno sfogliarlo e le ricordo che le parrocchie non sono discariche di rifiuti né postriboli nei quali si possa fare opera di meretricio.

Abbiamo una nostra dignità, noi sacerdoti, e non siamo usi a svendere per un piatto di fagioli il nostro patrimonio religioso, culturale, sociale ed umanistico che voi in cinque anni di malgoverno avete dilapidato.

Avete fatto razzia di tutto. Avete dissestato la finanza pubblica, avete ridotto alla fame gli enti locali da una parte e foraggiato, dall’altra, gli enti ecclesiastici cercando di comprarvi il nostro silenzio se non addirittura la nostra compiacenza.

Avete popolato il Parlamento di manigoldi, ladri e truffatori. Di 23 parlamentari condannati in via definitiva più della metà (13 per la precisione) fanno parte del vostro gruppo. Avete fornicato con il razzismo della Lega e con il fascismo di Rauti. Con voi i ricchi sono diventati più ricchi ed i poveri più poveri. Il vostro “Capo” in cinque anni ha quadruplicato il suo patrimonio, mentre le aziende del paese andavano in crisi. Solo l’elettromeccanica, nell’ultimo quadrimestre del 2005, ha perso il 7,1% del suo fatturato.

I nostri pensionati, da qualche anno in qua, non solo non riescono più ad accantonare un soldo, ma hanno incominciato a rosicchiare il loro già risicati risparmi.

Avete speso energie e sedute-fiume in parlamento per difendere a denti stretti le “vostre” libertà mentre il paese rotolava al 41° posto quanto a libertà di stampa e pluralismo di informazione, dopo l’Angola.

Avete mercificato i lavoratori e ipostatizzato le merci.

Si tenga pure, signor Bondi, la sua presunzione di coerenza con la “dottrina sociale della Chiesa”. Noi preti vogliamo tenerci cara la libertà di lotta e di contestazione contro la deriva liberista e populista della vostra coalizione.

Aldo Antonelli (parroco)

Antrosano, 1 Marzo 2006

Firmatari:

Padre Massimo Nevola SJ (Roma)/Don Mario Pavanini (Milano)/Don Claudio Miglioranza (Castelfranco Veneto)/Don Alessandro Dussin (Treviso)/Don Silvio Favrin (Castelfranco Veneto)/Don Paolo Farinella (Genova)/Don Nino Balestra (Avezzano)/Don Carmine Miccoli (Chieti)/Don Virgilio Marone (Napoli)/Don Giuseppe Gambardella (Napoli)/Don Domenico Iervolino (Napoli)/Don Renato Sacco (Novara)/Don Paolo Tornambè (Avezzano)/Don Giorgio Borroni (Novara)/Don Raffaele Garofalo (Sulmona)/Don Angelo cassano (Bari)/Don Carlo De Angelis (Napoli) /Don Alessandro Santoro (Firenze)/Don Alberto Maggi (Macerata)/Gioele Fuligno (Frosinone)/Don Mario Vencaraglia (Stazzema, Lucca)Don Mario Piantelli Riplata Cremasca/Don Dario Ferrario - Casoria Napoli/Don Marco Luciano (Grugliasco, Torino)/Don Giulio Girardi (Roma)/Don Luigi De Rocco (Pieve di Zoldo, Belluno)/Don Giuseppe Stoppiglia /Don Gaetano Farinelli/Don Paolo Tofani (Pistoia)/Don Gianantonio Allegri (Vicenza)/Don Agostino Bruttomesso (Vicenza)/Don Dario Fridel (Bolzano)/Don Giuseppe Fedele/Giovanni Cabrini (Torino)/ Nicola Pugliese/Ines Garavagno/Piergiuseppe Ranzini/ Emma Marchesi/Gastone Dondi/ Anna Laura Barroero/ Antonina Cravero/FaretraCataldo /Giuseppina MariaSamarotto/ Anna Crocetta/Massimo Petrantoni


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Berlusconi-Prodi, il primo faccia a faccia
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La diretta

dal Corriere.it


22.47 - Mimun ringrazia tutti e chiude la diretta.
22.44 - Prodi: è un sistema che dà parità, adottato dagli americani. Voglio dire quello che vogliamo fare. Il Paese cresce solo se ripartiamo tutti insieme. Per la scuola, contro il precariato, perché i giovani possano farsi una famiglia. Si può fare solo con un senso di solidarietà, se si portano avanti gli stessi obiettivi con senso di giustizia redistributiva, di difesa dei più deboli. Anche noi vogliamo uno stato più snello. A Palazzo Chigi Berlusconi ha portato i dipendenti da 4000 a 4.200. Basta polemiche. Basta con una società delle raccomandazioni. E' possibile organizzare un po' di felicità per noi.

22.41 - Berlusconi: un incontro del genere, con queste regole, è difficile. Non abbiamo potuto dire agli italiani quello che abbiamo fatto, c'è una legge liberticida. Il 9 di aprile non sarà una scelta tra Berlusconi e Prodi. Si dovrà fare una scelta tra due concezioni diverse, su due modi di vedere la società. La nostra è di garantire la libertà dei cittadini, con uno Stato che funziona senza mettere le mani nelle tasche dei cittadini. A Sinistra sono eredi di una ideologia che mette i cittadini al servizio dello stato, partiti riverniciati, con personaggi bocciati dalla storia. Berlusconi sfora il tempo concessogli. Contesta il cronometro e il sistema.
22.40 - Minum ricorda che è possibile rivolgere un appello diretto agli elettori. La parola a Berlusconi.
22.33 - Sorgi sull'Iran: se gli Usa ci chiedessero l'appoggio per un raid? Berlusconi: dobbiamo dare il via a un'intensificazione dei rapporti diplomatici, penso che l'Iran non si spingerà oltre la soglia di prudenza. Prodi torna sulle tasse: nessuna nuova imposta, faremo gravare in modo più giusto soprattutto ai lavoratori dipendenti. Sull'Iran: siamo in una situazione rischiosa, noi vogliamo la pace, ma sappiamo che a volte bisogna essere risoluti.
22.30 - Controreplica di Prodi. Berlusconi ribatte e accusa per l'ennesima volta il Professore di ribaltare la realtà.
22.26 - Berlusconi ribatte: solo 3 parlamentari dalle mie aziende. I sindacati si sono mostrati per quello che sono: una ruota dell'ingranaggio della sinistra, l'85% degli scioperi per motivazioni politiche. Sfora di nuovo e viene richiamato da Mimun.
22.24 - Napoletano: le riforme. Pensate di continuare il dialogo con i sindacati, confindustria, con le corporazioni che vietano di vendere l'aspirina al supermercato? Prodi: per governare c'è solo il metodo della concertazione. Io parlo con la Cgil e con Confindustria, io dovrò mediare. Poi si arriva al momento della decisione, che deve tagliare ogni incertezza, credo di poterlo fare proprio per la libertà che ho dai partiti e per i 4milioni e mezzo di voti presi alle primarie. Deve tornare senso di unità.
22.21 - Berlusconi: io non disprezzo, non è accettabile il carosello tra cooperative, amministratori locali, sindaci. Prodi: lei è uscito solo 4 volte dal consiglio del ministri? Doveva farlo più spesso, ma è già enorme. Come può parlare lei che ha metà dei suoi parlamentari che vengono dalle sue aziende. Facciamo una legge per dividere la politica e gli affari.
22.18 - Prodi, replica sul conflitto d'interessi: Mediaset è stata definita da noi una risorsa per il Paese, ma il conflitto d'interessi va risolto. Non è mica solo la tv, sono le assicurazioni, le costruzioni. Lui disprezza le cooperative. Sono il 7% del Pil, stanno nella costituzione, portano disciplina e serietà in tanti settori come il terzo settore. La legge sulle cooperative l'ha fatta il governo Berlusconi, le tasse l'hanno stabilite loro.
22.15 - Sorgi sul conflitto d'interessi. Berlusconi: il conflitto d'interessi non esiste per Mediaset, non attacca la sinistra ed è apprezzata dagli italiani. La sinistra voleva distruggere Mediaset anche con un referendum, gli italiani hanno detto no. Il vero conflitto d'interessi è quello della sinistra, con le giunte locali, la lega delle cooperative, la magistratura che offre la copertura e insabbia le cause.
22.13 - La controreplica di Prodi: più rispetto nei miei confronti come io ho fatto con lei. La scuola: non c'è possibilità di passaggio così facile, la tecnologia è in secondo piano tant'è che si stanno chiudendo gli istituti tecnici. Berlusconi: adultera la realtà, mi ha detto che sono un venditore di tappeti. Non ha alle spalle un partito, gli hanno dato 5 deputati. L'hanno già mandato via una volta.
22.10 - Berlusconi: ma che dialogo, contro di noi hanno fatto le barricate, hanno diffuso il pessimismo. Poi dà altri numeri sulla crescita della Borsa, e degli stipendi. Prodi ha detto che loro vogliono azzerare la riforma, che io considero molto positiva. La scelta prematura? Abbiamo dato dignità all'istruzione professionale, si può passare ai licei e viceversa fino a 18 anni. C'è l'inglese dai 5 anni, da 15 e 18 anni faranno pratica nelle aziende.
22.07 - Napoletano, a Prodi: sempre meno ingegneri, chimici, matematici. Una riforma è stata fatta, sull'università: voi salverete qualcosa? Prodi: un cambiamento in continuità serio, non vogliamo spaccare tutto quello che è stato fatto prima. La prima cosa che farò sarà invitare Berlusconi e Letta a colloqui per il passaggio di consegne. Il nostro metodo sarà quello del dialogo, tutto il Paese si deve muovere, non vogliamo un governo che divide. La riforma della scuola: non condividiamo la scelta a 13 anni, le scuole tecniche sono state umiliate, servono le scuole tecniche del 21esimo secolo, e dobbiamo ridare dignità agli insegnanti.
22.01 - La replica di Prodi sul ruolo delle donne: la legge sulle quote rosa non c'è stata perché la maggioranza non l'ha voluta fare. Come presidente Ue ho introdotto una quota del 30%, in Italia non è stato fatto. Dobbiamo impegnarci per le quote anche se tempo fa pensavo che se ne potesse fare a meno. Berlusconi: la sinistra vuole imporre il servizio civile obbligatorio per 6 mesi, segno che vuole continuare a imporre tutto. Prodi: spero parleremo anche del futuro prima che tutti vadano a dormire. L'abolizione della leva l'ha decisa il governo D'Alema. Fra un paio decideremo sul servizio civile, ma è importantissimo che i ragazzi conoscano i problemi della comunità.
21.58 - Sorgi: in Cile è stato insediato un governo per metà di donne, voi quante donne porterete al governo? Berlusconi: abbiamo aumentato il numero di donne, ma non è facile trovare donne che vogliano rinunciare a lavoro e famiglia. Nel nostro programma abbiamo introdotto provvedimenti positivi, per le famiglie disagiate, per i bambini, aumenteremo i reati per le violenze sulle donne, abbiamo sostenuto l'imprenditoria femminile.
21.56 - Prodi: Berlusconi ha fatto solo leggi personali e andrà indietro fino a Garibaldi per buttare le responsabilità agli altri. Il Cavaliere: in 5 anni abbiamo fatto più riforme di tutti i governi della repubblica messe insieme.
21.53 - Berlusconi accusa di demagogia la sinistra. Abbiamo fatto 10 volte quello che ha fatto la sinistra. Sono 71 grandi cantieri. Il Mose è già al 25%, la sinistra non riuscirà a fare nulla se andasse al governo perché Rifondazione, Pdci, Verdi, no global sono contro a tutte le opere di modernizzazione. Tant'è che il loro programma non cita la Tav, il Mose, gli inceneritori, i rigassificatori.
21.50 - Napoletano a Prodi: Italia lumaca. Un esempio: la Tav in Val di Susa. Il problema dell'opposizione locale alle opere. Prodi: i problemi si risolvono solo con un dialogo con le amministrazioni locali. Questo governo ha messo in cantiere 250 miliardi di opere pubbliche e ne ha stanziati il 10%. Nel nostro programma ci sono le due priorità delle assi europee, da Nord a sud e da est a ovest. Noi finiremo le opere in corso, l'Italia è piena di cantieri non finiti e non finanziati, se si progetta un'opera pubblica la si finanzia.
21.47 - Berlusconi: io stropiccio gli occhi e le orecchie. Quelli che noi abbiamo regolarizzato erano già arrivati prima, con loro. Prodi: con questo governo, con una politica dell'immigrazione staccata dalla realtà del paese, non si è ottenuto nulla.
21.44 - Prodi, la replica: le code dimostrano che non c'è nessuna programmazione, la legge favorisce l'arrivo dei clandestini. Sono regolarizzati perché sono entrati in modo caotico senza accordi con i paesi vicini, se no non avremmo gli sbarchi e la situazione drammatica che abbiamo. Sono state smontate le leggi che avevamo noi: lo "sponsor" per il lavoro, il ricongiungimento familiare. Servono profonde riforme, la polizia ha lavorato bene, ma questo deve passare ai comuni, gli immigrati devono essere seguiti.
21.41 - Sorgi: le file davanti agli uffici postali dimostrano che non siamo in grado di prevedere le necessità del paese, e le masse dei clandestini che arrivano a Lampedusa dimostrano che le politiche sull'immigrazione non funzionano. Berlusconi: siamo il paese in Europa con il più basso numero di immigrati e lei mi dice che non abbiamo saputo controllare l'immigrazione? Le code? Dimostrano solo che funziona il nostro modo con cui abbiamo deciso di regolarizzare. Abbiamo regolarizzato 630 mila lavoratori stranieri prima in nero, che ora versano mille miliardi di lire all'erario.
21.39 - Prodi, controreplica. Se dobbiamo essere contenti di un deficit del 4.1% siamo messi male. I commenti dell'Ecofin sono accompagnati da tali dubbi sul futuro del paese da far tremare i polsi a chi dovrà governare. Abbiamo mancato troppe stime in passato, la crescita è zero e doveva essere al 2,5%. Ci sarà un motivo se agenzie come Moody's hanno detto che dà più garanzie per il futuro il centrosinistra. Berlusconi: abbiamo ereditato il deficit sopra al 3% dal centrosinistra. Abbiamo fatto i miracoli con i conti pubblici, con il terzo debito più alto del mondo.
21.36 - Berlusconi, la replica: Prodi non sa che l'Ecofin ha apprezzato il nostro bilancio e la nostra finanziaria con alcune riforme considerate importanti. I conti disastrati li abbiamo ereditati noi dalla sinistra. Poi snocciola numeri sui risultati del governo.
21.33 - Napoletano: Prodi, dove trovate i soldi per ridurre il cuneo fiscale. Prodi: c'è una modulazione del costo del lavoro tra stabile e precario, che ho già spiegato. Secondo: le plusvalenze, miliardarie, finora tassate in maniera ridicola. Terzo: la lotta all'evasione fiscale. In questi anni abbiamo avuto solo un numero enorme di condoni fiscali, fallimentari anche dal punto di vista del bilancio statale. Non troveremo mai i soldi per ridurre il cuneo fiscale con una spesa pubblica alle stelle come negli ultimi anni.
21.32 - Berlusconi: non posso che sorridere per questa tesi bislacca.
21.29 - Stessa domanda a Prodi. L'euro. Non è vero che gli altri paesi hanno avuto sbalzi di prezzi, non è vero che sono rimasti inattivi come in Italia. Non sono state convocate le commissioni provinciali che io e Ciampi avevamo disposto. Esempio: Bolzano e Innsbruck. Prima dell'euro solo 18 categorie di merci costavamo di più in Italia, ora il 50%. Come mai in Italia sono aumentati i prezzi e in Austria no? Le 1.500 lire per euro sostenute da Berlusconi sono un bufala, smentita da tutti. I problemi li ha creati il governo.
21.26 - Domanda di Sorgi a Berlusconi: l'euro, lei ha sempre sostenuto che si potesse ottenere un cambio più vantaggioso, ma nessuno dice nulla contro i commercianti, forse per motivi elettorali. Il premier: l'euro è stato introdotto con troppa fretta. Il governo ha puntato tutto sul contenimento dell'inflazione, che l'anno scorso si è fermata all'1,9% e ha aiutato le famiglia disagiate. Come gli anziani, con le pensioni a 500 euro e le porteremo a 800. Ha creato posti di lavoro.
21.24 - Berlusconi: Prodi non sa che la Commissione di giustizia europea ha bocciato l'Irap e dovrà abolirla. Lui non può dare dare garanzie quando Fassino l'ha smentito. Dà assicurazioni ma ha una coalizione rissosa dietro di sé che lo usa come facciata.
21.22 - Berlusconi sfora di quasi mezzo minuto e viene interrotto da Mimun, mentre Prodi protesta. La controreplica di Prodi: il governo ha avuto 5 anni per abolire l'Irap e non l'ha fatto. Confermo che ridurremo il cuneo fiscale di 5 punti in 1 anno, e nessuna pensione sarà intaccata.

21.20 - Berlusconi sul fisco: prendo atto che Prodi ha a cuore la riduzione del costo del lavoro, ma sotto il suo governo fece approvare l'"imposta rapina", l'Irap. Noi abbiamo ridotto le tasse, alle famiglie meno agiate, 10 milioni in più non devono fare la dichiarazione dei redditi. Abbiamo introdotto una serie di deduzioni. Quanto all'Unione, ridurre di 5 punti il cuneo fiscale, Prodi è già stato smentito da Fassino e i sindacati sono contrari.
21.16 - Cominciano le domande. Napoletano, direttore del Messaggero, fa una domanda sul fisco e sull'evasione fiscale. Risponde Prodi: se vogliamo reggere la concorrenza straniera dobbiamo diminuire il costo del lavoro e abbiamo fatto i calcoli, lo possiamo abbassare di 5 punti. Bisogna aumentare il costo di lavoro precario, diminuire quello dell'ora lavorare in modo che non sia conveniente tenere dei lavoratori precari. Sull'evasione fiscale, ancora Prodi: la gente sa che noi le tasse le facevamo pagare a tutti.

21.15 - Comincia la diretta su RaiUno. Clemente Mimun introduce Berlusconi, Prodi e i giornalisti Sorgi e Napoletano chiamati a fare le domande ai due sfidanti.
20.56 - Anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è arrivato negli studi Rai, circa mezz'ora dopo il suo avversario. Il premier, vestito con abito scuro, camicia azzurra e cravatta scura, ha è accompagnato dal sottosegretario e portavoce Paolo Bonaiuti e dal consigliere Valentino Valentini. Fino all'ultimo momento ha letto dei fogli nell'auto blindata.
20.15 - Arriva alla sede Rai in via Teulada il leader dell'Unione Romano Prodi. È accompagnato dagli stretti collaboratori Richi Levi e Silvio Sircana. Sorridente, indossa un vestito grigio scuro con cravatta blu. Prima di arrivare alla Rai, il Professore si è concesso uno spuntino al bar, da «Antonini», uno degli storici ritrovi della borghesia romana al quartiere Prati.

Logo 14.03.06

Le regole all'americana
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di ALEXANDER STILLE

da la Repubblica.it

NEL GIORNO del confronto tra Berlusconi e Prodi, il rapporto fra televisione e regole si conferma una delle questioni centrali del dibattito politico. Le regole rigide stabilite per il duello tv - tre minuti per ogni risposta, trenta secondi per ogni domanda - sono davvero, come sostiene Berlusconi, una camicia di forza che mortifica la libertà di parola?

Vediamo cosa ci insegna l'esperienza americana, da cui sono state prese queste norme. È certamente vero che le regole rigide e l'incapacità dei candidati di rivolgersi domande tra loro hanno ridotto la spontaneità dei confronti tv e li hanno caratterizzati negli ultimi anni di elementi più meccanici. E allora perché, nonostante questo, tutti i candidati (sia repubblicani che democratici) li preferiscono ad una discussione più libera?

Per quanto imperfette, le regole sono il modo migliore per garantire condizioni di parità tra i candidati. Il poco tempo dato ad ogni risposta costringe i contendenti a repliche stringate e concrete. E a rispondere esclusivamente alla domanda senza fare monologhi a piacere. Le norme danno così una certezza quasi matematica che i due candidati avranno lo stesso tempo per spiegarsi agli elettori.

Le regole altrettanto severe sulla posizione delle telecamere servono ad impedire che gli operatori possano usare la magia nera del video e della regia per favorire l'uno o l'altro. Colleghi della televisione mi dicono che riescono a distinguere subito l'orientamento politico del produttore della trasmissione dal modo in cui questa è presentata. Cose che sa benissimo Silvio Berlusconi, che al programma L'incudine di Claudio Martelli ha portato con sé perfino il regista di fiducia. E sempre Berlusconi - ricordiamolo - lottò per farsi cambiare il seggio in Parlamento nel 1996, quando passò all'opposizione: voleva avere un posto più in alto nell'emiciclo. Aveva paura di essere ripreso con una prospettiva delle telecamere che lo facesse apparire basso di statura e senza capelli. Stando sopra, invece, sarebbe sembrato più alto e più giovane: l'immagine del leader forte che voleva trasmettere.

Anche quando le cose vanno male per il suo candidato, il produttore televisivo può usare il pubblico per aiutarlo. L'altra sera su Canale 5, durante il dibattito tra Berlusconi e Oliviero Diliberto, dibattito in cui quest'ultimo appariva più brillante, la telecamera lasciava spesso i candidati per riprendere gli spettatori in studio che applaudivano Berlusconi.

È importante capire che queste regole un po' meccaniche sono in realtà particolarmente importanti, date le tante anomalie della situazione italiana in cui il presidente del Consiglio è anche il padrone diretto e indiretto di quasi tutte le televisioni. Ricordiamoci che il conduttore del dibattito odierno, Clemente Mimun, è un ex dipendente di Berlusconi scelto dalla coalizione di maggioranza per dirigere il telegiornale di Rai1.

Questo è già in sé un fatto scandaloso. Senza contare che i dati più recenti sulla presenza dei politici in televisione inducono ad una grande cautela. Su Rai2 Forza Italia di Berlusconi ha occupato il 23 per cento dello spazio rispetto al 5,5 per cento dei Democratici di sinistra. In piena par condicio - quando dovrebbe esserci un sostanziale equilibrio tra gli schieramenti - è quindi uno scarto del 17 per cento a favore del partito del premier. Un divario che era solo del 6 per cento nel 2001 quando, a parti invertite, era la sinistra ad "occupare" la Rai. È triste dirlo, ma nella televisione pubblica che dovrebbe essere di tutti gli italiani, uno dei candidati, Romano Prodi, gioca fuori casa. E quindi ecco perché, non potendosi fidare dell'arbitro, sono necessarie regole più rigide del solito.

Regole che con Berlusconi sono più necessarie che mai, dato che il premier è profondamente refrattario a rispettarle. Nel 1996, le regole hanno stabilito che durante il dibattito tv Prodi doveva rispondere all'ultima domanda. Eppure in quell'occasione Berlusconi non poté contenersi, fino ad intervenire per avere l'ultima parola. In un confronto televisivo con Francesco Rutelli, Berlusconi si è alzato dalla sedia ed è andato a pulire la giacca del suo avversario - un atto di straordinaria prepotenza che ha lasciato senza parole Rutelli. Le regole servono ad evitare questi colpi di scena che fanno spettacolo ma che insegnano poco all'elettore.

Teniamo in mente che queste norme, negli Usa come in Italia, vengono applicate soltanto in occasioni eccezionali come nei dibattiti presidenziali. Anche perché sono occasioni in cui molti elettori indecisi e spesso poco informati cominciano per la prima volta a prestare attenzione al voto. Un'imboscata televisiva o un chiaro vantaggio per uno dei due contendenti possono spostare molte preferenze e arrivare a determinare anche il risultato finale delle elezioni. Quindi non ci si può affidare alla buona volontà della televisione pubblica.

La speranza è che le regole rigide servano a privilegiare l'informazione e non lo spettacolo e che contribuiscano a mettere a fuoco che cosa in realtà il governo ha fatto e che cosa non ha fatto in questi ultimi cinque anni.

(14 marzo 2006)

Logo 08.03.06

Appello agli indecisi
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di Umberto Eco

dal sito internet dell’associazione Libertà e Giustizia

Siamo di fronte a un appuntamento drammatico. Dal 2001 a oggi l’Italia è precipitata spaventosamente in basso quanto a rispetto delle leggi e della Costituzione, quanto a situazione economica e quanto a prestigio internazionale. Se dovessimo avere altri cinque anni di governo del Polo, rappresentati di fronte al mondo dai Calderoli e dalle ultime leve (appena arruolate in Forza Italia) dei più impenitenti tra i reduci di Salò, il declino del nostro Paese sarebbe inarrestabile e non potremmo forse più risollevarci. Quindi l’appuntamento del 9 aprile è diverso da tutti gli altri appuntamenti elettorali del passato.

In quelli si trattava di decidere chi avrebbe governato senza sospettare che un cambio di governo avrebbe messo a repentaglio le istituzioni democratiche. Ora si tratta invece di salvare queste istituzioni.
In questo frangente i partiti di opposizione cercano, come è ovvio, di catturare il voto degli indecisi che nelle scorse elezioni avevano votato Polo e che si sono sentiti traditi. I partiti fanno il loro dovere, ma ritengo che rivolgendoci ai soci e ai simpatizzanti di Libertà e Giustizia occorra fare un altro ragionamento.

Uno dei rischi maggiori di queste elezioni non sono solo gli indecisi che hanno votato a destra la volta scorsa (i quali si sposteranno secondo dinamiche difficilmente controllabili, per fede o per pigrizia continueranno a votare come prima, o rinunceranno a votare). D’altra parte il loro numero, come mostrano i sondaggi, è oscillante. Io ritengo che il popolo di Libertà e Giustizia debba invece impegnarsi non per convincere gli indecisi di destra ma i delusi della sinistra.
Li conosciamo, sono molti e non è in questa sede che si possono discutere le ragioni del loro scontento. Ma è a costoro che occorre ricordare che, se si lasceranno trascinare da questo scontento, collaboreranno a lasciare l’Italia in mano di chi l’ha condotta alla rovina. Non c’è scontento, per quanto giustificabile, che possa stare a pari con il timore di una fatale involuzione della nostra democrazia, con l’indignazione che coglie ogni sincero democratico di fronte allo scempio che si è fatto delle leggi, della divisione dei poteri, del senso stesso dello Stato. È questo che ciascuno di noi deve ripetere agli amici incerti e delusi. È proprio da loro e dal loro impegno che dipenderà se l’Italia eviterà di essere ancora per cinque anni territorio di rapina da parte di difensori dei loro privati interessi.
Se pure questi amici ritengono di nutrire senso critico ed equanimità (perché è segno di senso critico ed equanimità – direi di onestà intellettuale - saper criticare la propria parte, e neppure il sito di Libertà e Giustizia si è sottratto a questo dovere), in questo momento essi debbono sacrificare i loro sentimenti e unirsi a tutti noi nell’impegno comune.

È in questa azione di convincimento che consiste il dovere e la funzione di quanti hanno partecipato in questi anni alla discussione che Libertà e Giustizia ha svolto e fatto svolgere. Ora la nave potrebbe affondare. Ciascuno deve prendere il proprio posto.

(Il testo di Umberto Eco è tratto dal sito internet dell’associazione Libertà e Giustizia www.libertaegiustizia.it )

La scelta del 9 Aprile
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di Paolo Mieli

[dal Corriere della Sera dell'8 Marzo 2006]

A dispetto di quel che da tempo attestano, unanimi, i sondaggi, il risultato delle elezioni che si terranno il 9 e 10 aprile appare ancora quantomai incerto. È questo un buon motivo perché il direttore del Corriere della Sera spieghi ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché il nostro giornale auspica un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra. Un auspicio, sia detto in modo altrettanto chiaro, che non impegna l’intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent’anni di vita.

La nostra decisione di dichiarare pubblicamente una propensione di voto (cosa che abbiamo peraltro già fatto e da tempo in occasione delle elezioni politiche) è riconducibile a più di una motivazione. Innanzitutto il giudizio sull’esito deludente, anche se per colpe non tutte imputabili all’esecutivo, del quinquennio berlusconiano: il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese. In secondo luogo riterremmo nefasto, per ragioni che abbiamo già espresso più volte, che dalle urne uscisse un risultato di pareggio con il corollario di grandi coalizioni o di soluzioni consimili; e pensiamo altresì che l’alternanza a Palazzo Chigi - già sperimentata nel 1996 e nel 2001 - faccia bene al nostro sistema politico. Per terzo, siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento.
Merito, questo, oltreché di Romano Prodi, di altre quattro o cinque personalità del centrosinistra. Il leader della Margherita Francesco Rutelli, che ha saputo trasformare una formazione di ex dc e gruppi vari di provenienza laica e centrista in un moderno partito liberaldemocratico nel quale la presenza cattolica è tutelata in un contesto di scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale. Piero Fassino, l’uomo che più si è speso per traghettare, mantenendo unito e forte il suo partito, la tradizione postcomunista nel campo dominato dai valori di cui sopra. I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale. Fausto Bertinotti, il quale per tempo ha fatto approdare i suoi alle sponde della nonviolenza e ha impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie (ed editoriali) del 2005.
Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile. E ci sembra che una crescita nel centrodestra dei partiti guidati da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possa aiutare quel campo e l’intero sistema ad evolversi in vista di un futuro nel quale gli elettori abbiano l’opportunità di deporre la scheda senza vivere il loro gesto come imposto da nessun’altra motivazione che non sia quella di scegliere chi è più adatto, in quel dato momento storico, a governare. Che è poi la cosa più propria di una democrazia davvero normale.

Logo 05.03.06

Cossiga, boia se molla
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di Marco Travaglio

da Linus.net

Ci vorrebbe una legge Bacchelli per gli ex presidenti della Repubblica. Una legge che garantisca una serena vecchiaia, con tanto di vitalizio, a chi ha guidato lo Stato, ma in cambio di una firma su una minuscola clausoletta: quando, a insindacabile giudizio di un pool di esperti, l’"ex" comincia a farla fuori dal vaso, oltre al pannolone scatta il silenzio stampa. Giornali e tv dispongono un cordone sanitario e si accordano per non raccogliere più le sue esternazioni. Nessuna censura, per carità. Solo una giusta tutela per la carica occupata dall’ex, ma soprattutto per la persona dell’ex, che altrimenti rischia di essere ricordato per i suoi delirii senili, anziché per quello che di buono eventualmente ha fatto. Lo stesso accorgimento potrebbe essere esteso a scrittori e intellettuali famosi, che alla fine rischiano di cancellare i meriti acquisiti in una lunga e gloriosa carriera.

La proposta sorge spontanea ogni volta (una all’anno) che piovono da Manhattan le scombiccherate fatwe di Oriana Fallaci e ogni volta (almeno due al giorno) che piovono da Roma le sgangherate esternazioni di Francesco Cossiga. Il "Presidente Emerito della Repubblica", come tocca chiamarlo, non è sempre stato così. Vi fu un tempo in cui, pur tra mille bizzarrie e catastrofi (dal caso Moro, fatto gestire da un comitato di piduisti, a tanti altri misteri d’Italia), manteneva una certa dignità. Fu il solo ministro dell’Interno, nella prima Repubblica, a dimettersi per aver fallito: nel senso che quasi tutti fallirono, ma l’unico dimissionario fu lui, dopo lo choc di via Fani. E nella prima parte del suo settennato al Quirinale mantenne una condotta ineccepibile, discreta e "istituzionale". Poi, provocato dalle manovre di Andreotti su Gladio, cominciò a sbarellare. Tre anni di "picconate", insulti a questo e a quello, soprattutto al suo partito e al Pds, durante i quali la credibilità della massima istituzione del Paese finì sottoterra. Anche perché non si trattava, come a Cossiga piaceva far credere, dell’estrema conseguenza della crisi della Prima Repubblica, della quale lui aveva capito in anticipo gli effetti dopo il crollo del muro di Berlino. Dal suo piccone, infatti, si salvò un partito, il più corrotto: il Psi di Craxi. E quando Massimo Fini gliene chiese il motivo, lui rispose ineffabile: "Sfido io, Craxi è l’unico che mi difende!".
Da allora, ogni qualvolta spunta sulla scena qualcosa di pulito, di onesto, di positivo, di innovativo, Cossiga non ha dubbi: si schiera dall’altra parte. Indimenticabile (e dunque dimenticata) la sua campagna contro i "giudici ragazzini": "Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto un concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia o contro il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza" (10 maggio 1991). Sei mesi prima, ad Agrigento, le lupare di Cosa Nostra avevano falciato la giovane vita del giudice antimafia Rosario Livatino, 28 anni. Quando il Csm tentò di difendere i giudici di Milano, calunniati da Craxi come complici del terrorismo di Prima Linea nel delitto Tobagi, Cossiga bloccò il dibattito minacciando di mandare i carabinieri a Palazzo dei Marescialli. E non smise mai di vantarsi di quell’atto paraeversivo. In compenso, pesanti ombre si erano addensate qualche anno prima proprio su di lui, a proposito di Prima Linea: quando i giudici istruttori di Torino chiesero di processarlo per la strana fuga di notizie "istituzionale" che aveva consentito al pluriomicida Marco Donat-Cattin, figlio del ministro dc, di sfuggire alla giustizia. Il Parlamento, ovviamente, negò l’autorizzazione a procedere.
Nella primavera del 1990 irruppe sulla scena politica la Lega Nord, che con la sua vittoria alle elezioni amministrative minacciava soprattutto a Milano il consociativismo tangentizio Dc-Psi-Pci. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, come racconterà Gianfranco Miglio nel suo libro del 1994 "Io, Bossi e la Lega" (pagina 24), telefonò al professore leghista per minacciare esplicitamente il Carroccio. Era il 26 maggio 1990. Queste, secondo Miglio, le parole del capo dello Stato: "Di’ ai tuoi amici leghisti che devono piantarla. Non mi mancano i mezzi per persuaderli. Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E quanto ai cittadini che votano per la Lega, li farò pentire: nelle località che più simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della Guardia di finanza e della Polizia; anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace un momento". Non risulta che Cossiga abbia mai smentito né querelato Miglio per quell’accusa da Corte Marziale. Da quando lasciò a malincuore il Quirinale, Cossiga ha annunciato un centinaio di volte il suo ritiro dalla politica attiva. Salvo poi intervenire quotidianamente nella medesima, sempre coerentemente per difendere il peggio. Attaccò i magistrati di Mani Pulite, che all’inizio aveva difeso per una vecchia amicizia con Di Pietro. Maledì il pool antimafia di Palermo. Insultò Gian Carlo Caselli. Difese appassionatamente la P2, Giulio Andreotti (l’ex nemico ora è un amico, o così pare) e Bettino Craxi, visitato fino all’ultimo nella latitanza tunisina. Parlò di Berlusconi, ora per definirlo "il nuovo Anticristo", ora per chiedere di "non demonizzarlo".
Tracimò sulla Quercia, ora a favore (disse addirittura di averla votata), ora contro. E poi cominciò a lavorare per rifondare quella Dc che aveva contribuito ad affossare, con l’Udr e poi con l’Udeur (compagni di strada davvero insigni, tipo Cirino Pomicino), da cui peraltro si dimise un attimo dopo la fondazione, col solito strascico torrenziale di battutine, allusioni, insinuazioni, botta e risposta, promesse di silenzio stampa interrotte un secondo dopo con altri fluviali sproloqui in una bulimia esternatoria praticamente inarrestabile.
è grazie a lui se nell’ottobre 1998 D’Alema potè assistere impassibile alla caduta del governo Prodi, e subentrargli l’indomani: il Lìder Massimo già sapeva che l’Emerito gli avrebbe portato in dote una pattuglia di transfughi berlusconiani (da Buttiglione a Mastella: "la piccola armata di Valmy") per rimpiazzare i rifondaroli e metter in piedi un nuovo governo sulla tomba dell’Ulivo. Racconterà Cossiga che così volevano gli amici amerikani, sicuri che Prodi non avrebbe dato il via libera all’imminente guerra in Kosovo senza l’avallo dell’Onu ma solo con quello della Nato, mentre D’Alema sì.
Nel 2001 l’Emerito è con Berlusconi, o almeno così pare. Il Cavaliere ci casca e gli fa eleggere in Parlamento tutto il parentado: dal figlio Giuseppe Cossiga al cugino Piero Testoni. Ma, appena i due congiunti entrano alla Camera sui banchi di Forza Italia, lui ricomincia a cannoneggiare Forza Italia a palle incatenate. Poi cambia bersaglio, anche perché i giudici han ricominciato a indagare. Il pm di Potenza Henry John Woodcock scopre certe attività poco chiare del generale Orlando, amico dell’Emerito, che comincia subito a strillare contro il magistrato (poi assolto in sede disciplinare dalle sezioni unite della Cassazione). Nel 2002 il pm antimafia di Palermo Antonio Ingroia spedisce negli archivi centrali della Polizia e dei servizi segreti un consulente molto esperto, Aldo Giannuli, a caccia di elementi utili sugli intrecci fra Cosa Nostra, malapolitica, barbefinte e trafficanti d’armi che nel 1988 ha portato all’uccisione a Trapani di Mauro Rostagno. Cossiga salta su come la rana di Galvani alla scossa elettrica. Accusa Ingroia di "raccogliere informazioni" su di lui, sul generale Mario Mori (capo del Sisde) e su Berlusconi, chiede spiegazioni al procuratore Grasso, minaccia il magistrato: "Quanto è vero Dio, gliela farò pagare". In realtà Giannuli non deve raccogliere un bel nulla su Cossiga, Mori e Berlusconi: tanto per cambiare, l’Emerito racconta solo bufale. Ma ottiene l’effetto sperato: Grasso redarguisce Ingroia e intanto scadono i termini per indagare sul delitto Rostagno. Il consulente Giannuli non parte più per Roma e il fascicolo viene archiviato. La scena si ripete pari pari quando a Monza emergono i traffici di un imprenditore amico di Cossiga per gli appalti del Ponte di Messina: l’Emerito va a Porta a Porta a denunciare le intercettazioni a legali suoi amici e, già che c’è, si vanta di aver autorizzato intercettazioni illegali ai tempi del terrorismo ("ora lo possiamo dire, tanto è tutto prescritto...").
Intanto, a Milano, è partita Bankopoli, l’indagine sulle scalate Bpl-Antonveneta, Ricucci-Rcs e Unipol-Bnl. Saltano fuori telefonate di Cossiga con Fazio, Fiorani, D’Alema e Consorte. è lui stesso a vantarsene nelle continue comparsate televisive, mentre annuncia per l’ottantesima volta il suo irrevocabile "ritiro dalla vita pubblica" e poi partecipa persino a un talk show sul Grande Fratello. Questa volta se la prende con i magistrati di Milano, ma soprattutto con il maggiore della Guardia di Finanza Antonio Martino, che coordina le indagini a stretto contatto col procuratore Francesco Greco, additandolo in varie interrogazioni parlamentari come l’ufficiale infedele che viola ogni giorno il segreto e passa notizie riservate ai giornali. Comprese le telefonate segretate fra Consorte e Fassino. Naturalmente non è vero niente: non solo non ci sono prove, ma c’è la prova del contrario, visto che il cd con tutte le intercettazioni a disposizione di Martino e della Procura è sigillato in cassaforte fin dal primo giorno. Ma intanto Martino ritrova ogni giorno il suo nome sui quotidiani. Il mobbing cossighiano funziona sempre, grazie anche alla collaborazione straordinaria di decine di conduttori televisivi che lo invitano a sproloquiare su tutto lo scibile umano (Scalfaro, per dire, non lo invita mai nessuno). Chissà se c’entra qualcosa, in questo killeraggio, un’indagine condotta da Martino qualche anno fa: quella nata nel 1995 dalle rivelazioni di Stefania Ariosto e approdata sui conti svizzeri di Berlusconi, Previti e Renato Squillante. Il giudice corrotto, consulente di Craxi e amico di Berlusconi, era pure "consigliere giuridico" di Cossiga al Quirinale. Su 9 mila magistrati, lui aveva scelto proprio Renatino. Un fiuto da rabdomante.

Logo 02.03.06

La rivolta dei critici
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Si pubblicano qui di seguito vari articoli tratti da la Repubblica di oggi sulle polemiche suscitate dall'intervento di Alessandro Baricco di ieri.


LOREDANA LIPPERINI
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Accade che, per una volta, non siano i fan di Baricco a difendere il medesimo, bensì coloro che nutrono persino riserve sullo scrittore, ma ne condividono le argomentazioni espresse nell´intervento di ieri su queste pagine. Nei blog, letterari o meno, capita dunque di leggere: «questo articolo mi ha fatto rivalutare tantissimo, ma veramente tanto, Alessandro Baricco» (Discanto), o «beh, lo ammetto. Di Baricco apprezzo più la verve, la vis polemica, di quel che scrive. Però, finalmente, un po´ di sano scambio di idee» (Michele), oppure «(l´articolo) dimostra ancora una volta quanto Baricco sia magari un discutibile scrittore di letteratura ma invece un ottimo corsivista» (Massimo Mantellini).
Il fatto è che Baricco tocca uno degli argomenti caldissimi nei lit-blog: cosa è - dovrebbe essere - la critica letteraria: «la critica - sostiene nei commenti a Lipperatura la scrittrice Gemma Gaetani - non fosse altro che per onorare la sua etimologia, origine e legittimazione non soltanto linguistica ma pragmatica, dovrebbe separare il buono dal cattivo che ravvisa in un´opera (certo, occupandosene davvero); e un buon critico dovrebbe saperlo fare nello spazio breve di una frase come in quello mastodontico di una monografia». Aggiunge FM: «Non mi interessa se Baricco sia bravo o no, se sia meritevole del suo successo. Non importa. La questione che solleva, "si critichi avendo letto", non solo avendo appena annusato, è importante». Sul suo blog, Wittgenstein, Luca Sofri definisce «formidabile» l´intervento. Con questa motivazione: «ammiro molto l´applicazione di alcuni nel mostrarsi migliori di quello che sono, o addirittura nel cercare di esserlo. Di non fare le cose a cui li spingerebbe "l´istinto", ma di scegliere quelle che ritengono più "giuste", e di esporle nella forma più equilibrata e intelligente, nascondendo il più possibile le proprie presunzioni, certezze e vanità».
Ovviamente, come è giusto, non mancano le voci critiche: che in molti casi, però, fanno leva su un argomento che lo scrittore aveva messo in conto. Ovvero, l´antica maledizione (ahi, molto nostrana) del Mercato, rigorosamente con la maiuscola, che fatalmente mai premierebbe i meritevoli o i portatori di valori.
Scrive Silvia: «Ah, ma Baricco ha ragione, ed è nuovo e cosciente del nuovo in un senso solo, ma molto importante. Lui sa qual è l´unica autorità, l´unico riconoscimento effettivo valido attualmente nel mondo. Non è forse il Mercato l´unico dio e non sono forse io suo figlio prediletto?». Ma questa, purtroppo, è ancora un´altra storia.

SIMONETTA FIORI
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Baricco invoca una stroncatura? Può sembrare un paradosso, ma non lo è. È accaduto ieri su queste pagine: lo scrittore lamentava di non essere mai stato recensito da critici autorevoli quali Pietro Citati e Giulio Ferroni (che però smentisce), ma di aver ricevuto solo punture di spillo, frecciatine velenose disseminate in articoli dedicati a tutt´altro. Meglio, conclude Baricco, beneficiare di una stroncatura a tutto tondo, piuttosto che inciampare in sgambetti tesi a tradimento. Siamo insomma al rimpianto d´un genere perduto, lo spargimento di sangue letterario, tenzone che vanta una nobile tradizione e che oggi inclina all´agonia. Come comatosa appare a molti la critica letteraria, spazzata via da una potente industria culturale che al giudizio critico preferisce il rapido consumo, facendo leva sugli interessi delle diverse consorterie editorial-giornalistiche.
«Effettivamente a stroncare siamo rimasti in pochi», dice Alfonso Berardinelli, fustigatore di firme illustri come Umberto Eco e Roberto Calasso, Massimo Cacciari e dello stesso Pietro Citati. «Questa richiesta di Baricco rafforza una mia convinzione: l´esistenza della critica si misura sulla qualità dei giudizi negativi, ossia di analisi ragionate in cui il critico dà il meglio di sé». In altre parole: la critica rivela di fare sul serio solo quando stronca motivatamente. «È più difficile credere alle lodi piuttosto che alla stroncatura. Anche perché chi la esercita affronta dei rischi. E chi evita di entrare in conflitto con la società letteraria smette di essere credibile».
Una stroncatura fallita, scrisse una volta Baudelaire, è un accidente deplorevole: una freccia che si rivolta o per lo meno vi scortica la mano, una palla la cui deviazione può ammazzarvi. Da Boine a Papini, da Arbasino a Giuliani e a Bellocchio, in molti hanno affrontato queste avversità, praticando un genere che oggi rischia l´estinzione. «Ma non è vero che nella stroncatura un critico dia il meglio di sé», interviene Emanuele Trevi, scrittore cresciuto negli ambienti di Nuovi argomenti. «Il mio compito è informare. E informo meglio se mi occupo di un libro che mi piace, abbandonandomi a collegamenti e analogie. Il rifiuto è monocorde, il consenso può essere più articolato».
«Oggi si stronca di meno per diverse ragioni», spiega Alberto Asor Rosa, negli anni giovanili non estraneo all´arte della bocciatura letteraria. «Intanto è venuto meno il conflitto tra tendenze critiche che portava ad aggredire lo scrittore attivo nel campo avverso. Ora ogni autore va per conto suo, così come i critici vanno per conto loro: c´è minore tensione polemica tra le parti». Un tempo esisteva una tipologia di critico letterario «che viveva solo di questo: figure come Cecchi, Pancrazi, Pampaloni. Oggi chi scrive sono professori o giornalisti, con un filtro meno ravvicinato». La terza ragione investe l´influente industria editoriale, «che considera la stroncatura come un pugno nell´occhio». In ultimo, «un motivo elementare, che però riguarda molte persone: ricevo in media quaranta/cinquanta libri al mese con la richiesta di recensione. Un critico riesce a fare otto/dieci recensioni all´anno: la selezione deve essere necessariamente feroce. Ed è legittimo che ognuno scelga i libri di cui dir bene o male. Il successo di mercato, in sé, non è garanzia di qualità». Ma è corretto liquidare un romanzo con una semplice battuta? «No: le punture di spillo sono inutili manifestazioni di disprezzo. Anche il giudizio negativo necessita un´argomentazione. Ma è sbagliato rivendicare attenzione in nome delle copie vendute. Non tutto ciò che ha successo interpreta il carattere del nostro tempo. Ci sono autori meno fortunati di Baricco che lo interpretano in modo più convincente».
Per Nico Orengo, responsabile di Tuttolibri sulla Stampa, «Baricco ha tutte le ragioni: è riuscito a provocare cavallerescamente due signori della critica, invitandoli a dirci se i suoi libri meritino di essere letti o al contrario di essere ignorati e per quali ragioni non valgano». È meglio essere stroncati o pizzicati? «La stroncatura, se onesta, può essere utile. L´allusione è solo fastidiosa».
È sospettabile di snobismo una critica che volutamente ignora i libri più venduti? Berardinelli: «Mi appare un rilievo infondato. Un critico stronca quei libri che gli permettono di andare al cuore dei problemi culturali e letterari del presente. Non basta essere un bestseller per suscitare questo impegno critico. Ci sono libri che non aiutano il lettore a leggere altri libri ma solo altri bestseller, imprigionandolo nella serialità».
Edoardo Sanguineti, mitico stroncatore delle Liale letterarie, stigmatizza quello attuale come "uno spettacolo di narcisismo piuttosto deplorevole". «Non amo in particolar modo Citati, ma perché mai deve essere obbligato a recensire Baricco? La pretesa mossa dallo scrittore in nome delle alte tirature e delle traduzioni in tutto il mondo mi pare rifletta quella sfrenatezza egocentrica che secondo antropologi e psicanalisti è il male del nostro tempo. Il titolo di questo capitolo è: Le ambizioni sbagliate. Una critica seria può serenamente disinteressarsi d´un libro molto venduto e liquidarlo con una semplice battuta». Non fu lei, Sanguineti, a bollare Bassani e Cassola con il celebre epiteto di "Liale della letteratura"? «Sì, una battuta più che crudele, ma non c´era niente di personale. La nostra era un´aspra critica a quello che allora si definiva l´establishment: i grandi editori, con le loro consorterie e i premi letterari. Non lottavamo per difendere piccoli orticelli: oggi la guerra è di tutti contro tutti, per la conquista di poteri effimeri».
C´è anche chi, per anagrafe e vissuto, non rimpiange i bei tempi andati. «Alle battaglie culturali d´un tempo preferisco quel che accade in rete oggi», dice Marino Sinibaldi, storico timoniere del programma Fahrenheit. «Può capitare che i blog promuovano libri totalmente ignorati dalle pagine culturali, e questo non è un male, tutt´altro. Quello dell´allusione sbrigativa è un difetto che contagia non solo la critica letteraria, ma tutta la cultura contemporanea. All´approfondimento spesso si preferisce la battuta icastica. Così anche la stroncatura è rifluita nella toccatina di gomito allusiva».
Siamo all´"eutanasia della critica"? Così titola un suo recente pamphlet uno studioso autorevole come Mario Lavagetto: «L´appello di Baricco non è un buon segno per lo stato di salute della disciplina. Ha ragione quando dice che uno dei compiti della critica dovrebbe essere quello di spiegare perché i suoi libri sono o non sono da leggere. Ma mi domando fino a che punto la critica militante raggiunga i lettori di Baricco».

NELLO AJELLO
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La Stroncatura, pratica antica. Come tutti i generi letterari, essa ha avuto un suo esordio in epoca classica, ha attraversato qualche stagione d´oro, ha conosciuto fasi di stanchezza. Ma guai a immaginarla estinta o supporla moribonda: lei, la Stroncatura, fa infatti registrare, di tanto in tanto, inattesi revival.
In assenza di un biografo ufficiale di questa tradizione - diventata quasi un personaggio letterario - proviamo a isolare almeno qualche momento di vita, individuando le due figure che le stanno accanto: lo Stroncatore e lo Stroncato. Ecco venirci incontro, da lontano, una coppia. Aulica, proverbiale, statuaria.
E´ formata da Orazio e Omero. A un certo punto il poeta latino scagliò contro il titolatissimo collega greco un giudizio molto tagliente in forma capziosa: Quandoque bonus dormitat Homerus, a volte anche il buon Omero dormicchia. Si riferiva, immagino, a qualche pesantezza di palpebra - corrispettiva agli sbadigli dell´autore - che i lettori possono eventualmente avvertire mentre rovistano fra le armature di Achille o seguono, onda dopo onda, le peripezie di Ulisse. Non aveva peccato per evasività nemmeno Aristofane recensendo in un lampo il suo quasi coetaneo Euripide: lo descrisse come «un antologista di luoghi comuni». Assai più tardi, Voltaire avrebbe definito Amleto «un dramma volgare e barbaro» che «sembra scritto da un selvaggio ubriaco».
Se voltiamo una lunga pagina, ci viene incontro Gabriele D´Annunzio che se la piglia con Manzoni, liquidandone il romanzo come «un mediocre trattato di psicologia senile». Emile Zola aveva intanto pronosticato un infelice avvenire alle Fleurs du mal di Baudelaire: «Fra un centinaio di anni», scrisse, «quest´opera verrà menzionata dalla letteratura francese soltanto come una stranezza». Tolstoj giudicò i romanzi di Dostoevskij «un tremendo pasticcio, un miscuglio di sciovinismo e religione isterica». Non si sa se un simile verdetto autorizzò ripicche o suscitò polemiche. Ma possibili reazioni di questo tipo dové certamente aspettarsi Benedetto Croce quando osservò, a proposito delle opere di Giovanni Pascoli: «Gridate contro di me quanto vi piace: questa, non è poesia». Non è escluso che la Stroncatura sia a volte divertente. E´ con vero diletto che lo stesso Croce citava un motto perfidissimo che lo scrittore Alfredo Oriani (1852-1909) aveva lanciato contro Max Nordau, popolare sociologo positivista: «Egli», scrisse, «è un imbecille eroico: messo al bivio supremo, o capire o morire, non esiterebbe ad affrontare il martirio».
Il sorriso di compiacimento che traspare dalla citazione crociana trova una spiegazione immediata: Croce ce l´aveva con i sociologi di ogni ordine e grado. Ma chi, a sua volta ce l´aveva con Croce? La risposta viene di getto: Giovanni Papini. Proprio Stroncature s´intitolava una sua opera fra le più clamorose: un vero exploit di maldicenze stampate, nelle quali spesso si trasmigrava nell´antipatia personale. Non per nulla Gramsci definiva lo scrittore toscano «il boxeur di professione della parola qualsiasi». Con Croce, Papini non lavorò di cesello.
«Questo padreterno milionario», proruppe nel 1913 contro di lui, «senatore per censo, grand´uomo per volontà propria e per grazia della generale pecoraggine ed asinaggine. Questo insigne maestro di color che non sanno». Una foga polemica quasi da apoplessia.
C´è perciò da immaginare che Papini dové godere alquanto nel leggere un violento contrattacco sferrato contro Croce da Gabriele D´Annunzio: «Un de´ miei odiatori - Ben. Cr. - ha tanto ingegno quanto un bue nel ruminare». Si sa comunque che a pochi suoi colleghi D´Annunzio impartiva l´assoluzione. Un esempio? Nonostante la sua indubbia mole, la Recherche di Marcerl Proust non gli appariva «che un pezzetto di carta».
A proposito di James Joyce, Virginia Woolf scrisse: «Ho finito Ulysses e secondo me è un fiasco. E´ esagerato. E´ pretenzioso. E´ rozzo». Per Gertrude Stein, Ezra Pound «è un descrittore di villaggi. Eccellente se tu sei un villaggio. Se non lo sei, allora no». Con Curzio Malaparte, Carlo Muscetta la prese un po´ più da lontano: «Una volta i poeti raffinati si paragonavano all´ape. Lui, che vuol posare a scrittore plebeo, si paragona al verme. Gusti suoi, vorresti dargli torto?».
In millenni di letteratura, di quante api scriventi si sono innamorati i critici?

CARLA BENEDETTI
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L´intervento di Baricco mi ha molto colpito e ho subito parteggiato per lui. E´ ovvio che chi scrive un libro, chi dedica lavoro e ostinazione a un´idea, merita un confronto serio e non due battutine lasciate cadere parlando d´altro, senza entrare nel merito. E´ ovvio che il critico dovrebbe attraversare in profondità il suo oggetto (e questo è il requisito minimo, ancora meglio sarebbe se il critico, oltre a leggere e argomentare con cura, avesse anche delle idee, ma spesso le due mancanze vanno assieme).
A liquidare un libro con un sorrisetto derisorio, o persino con un attacco alla persona, fatto magari per regolare i conti, senza che al lettore arrivi una briciola dei contenuti o delle idee in gioco, sono buoni tutti. Tra l´altro questa è una modalità di "critica" che ai letterati italiani piace molto, soprattutto per far fuori autori o idee scomode. Persino Tommaseo trovò il modo di piazzare colpetti analoghi a Leopardi dentro al suo Dizionario (andate a vedere per esempio la voce "procombere"), e questo la dice lunga sulla piccineria dei protagonisti, passati e presenti, della cultura nel nostro paese.
Ma la cosa che più mi ha colpito dell´intervento di Baricco è un´altra. E cioè che una simile protesta contro la superficialità grottesca di certo giornalismo culturale venga da uno scrittore di bestseller a cui certo non manca la visibilità, e che tra l´altro può disporre per ribattere di un ampio spazio su un importante quotidiano nazionale. E´ insomma clamoroso che a lamentarsi questa volta non sia lo scrittore ignoto, ma il più noto. Questo significa che c´è in gioco molto di più di una semplice scorrettezza da parte di questo o quel critico.
In gioco c´è la necrosi avanzata delle pagine culturali italiane e della loro implicita idea di letteratura. La maggioranza delle pagine culturali italiane è schizofrenica. Da un lato esaltano ciò che vende ricordo un articolo di poco tempo fa che metteva l´uno accanto all´altro i volti di Baricco e di Buttafuoco, con sotto i rispettivi numeri di copie vendute. Messaggio implicito: "ciò che vende vale". E un articolo su Magazine del Corriere, dedicato alla Mastrocola, intitolato "Come ti vendo 80.000 copie". Dall´altro ospitano articoli che snobbano ciò che vende in nome di un´idea mortuaria di letteratura. Da una parte offrono una letteratura surgelata, sfibrata, incrostata nel vecchiume. Dall´altra le marchette con gli editori e le grandi macchine pubblicitarie.
Le pagine culturali del maggior quotidiano italiano sono impegnate da anni in operazioni di revisionismo storico. Parlano solo di anni ´30 e ´40. Ma quando parlano dell´oggi è per lanciare libri di plastica destinati alle grandi tirature, con operazioni pubblicitarie concertate. Nient´altro. Lo scollamento tra le pagine culturali italiane e la cultura viva del paese è oggi pauroso. Tutto ciò che di nuovo e di forte si produce resta fuori.

GIULIO FERRONI
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Caro Baricco, sono davvero pentito, ma non per la battuta contro Questa storia inserita nell´articolo su l´Unità del 26 febbraio, sì invece per aver scritto più volte su di lei, senza che lei abbia avuto la condiscendenza di leggermi. Ne ho scritto nel supplemento al Novecento della Storia della letteratura italiana Garzanti, ne ho scritto nell´ultimo volume, appena uscito, della Storia e antologia della letteratura italiana (Mondadori Università e Einaudi Scuola), e ho addirittura recensito (nel numero di dicembre della nuova rivista Giudizio Universale) il romanzo automobilistico Questa storia, che lei mi rimprovera letteralmente di non aver recensito.
Qui la differenza è grande: io la leggo, ahimè, senza ricavarne molto, e lei non legge me e ne ottiene un successo planetario. Se le sue emozioni e seduzioni invadono ogni angolo della terra, diffondendo quel virus apocalittico, quell´avvento dell´impensato con cui Citati e Ferroni dovrebbero confrontarsi, ciò vale certamente come un trionfo del made in Italy e dell´azienda Italia: ma non mi pare un trionfo della letteratura.
Certo la letteratura è passione, emergenza dell´imprevisto, conoscenza in profondità di ciò che non si vede: la sua mi sembra invece una letteratura patinata, proiettata sull´orizzonte di una trasgressione pubblicitaria, tra moda e sport… Il "campo aperto del futuro", che lei oppone a chi indugia a frequentare le "mappe di un vecchio mondo", non viene in realtà nemmeno sfiorato dalla "seduzione" mediatica che promana da quella sua scrittura così disinvolta, accattivante, appunto "sportiva".
Siamo proprio lontani da quell´abietto ma sconvolgente Truman Capote a cui è dedicato il film che lei è andato a vedere invece di Lazio-Roma: io ho visto sia il film che la partita e ne sono uscito doppiamente depresso (anche in quanto laziale). Ma le garantisco che ulteriore motivo di depressione è stato per me sapere che in occasione dell´inaugurazione dell´anno accademico della mia università si è esibito il degnissimo cantante Claudio Baglioni, ma non per cantare, sì invece per leggere brani di Aristotele e del suo Novecento: lo vede che le parole dei critici non contano nulla, nemmeno nelle università dove essi insegnano, e i rettori affidano le scelte culturali a ben diversi soggetti? E allora che se ne può fare di recensioni che del resto nemmeno ha il tempo di leggere? Contrito, le prometto che non recensirò i suoi futuri romanzi, e semmai mi limiterò a qualche frecciatina da "primo che passa".
Un saluto cordiale.

Logo 01.03.06

Cari critici ho diritto a una vera stroncatura
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di ALESSANDRO BARICCO

da la Repubblica del 1/3/2006

QUESTO è un articolo che non dovrei scrivere. Lo so. Me lo dico da me. E lo scrivo. Dunque. La scorsa settimana, su queste pagine, esce un articolo di Pietro Citati. Racconta quanto lo ha deliziato mettersi davanti al televisore e vedere i pattinatori-ballerini delle Olimpiadi. Lo deliziava a tal punto – scrive – che «dimenticavo tutto: le noie, le mediocrità, gli errori della mia vita; dimenticavo perfino l´Iliade di Baricco, e la vasta e incomprensibile ottusità dei volti di Roberto Calderoli e di Alfonso Pecoraro Scanio». Io ero lì, innocente, che mi leggevo con piacere l´esercizio di stile sull´argomento del giorno e, trac, mi arriva la coltellata. Va be´, dico. E, giusto per mite rivalsa, lascio l´articolo e vado a leggermi l´Audisio.

Qualche giorno dopo, però, vedo sull´Unità un lungo articolo di Giulio Ferroni sull´ultimo libro di Vassalli. Bene, mi dico. Perché mi interessa sapere cosa fa Vassalli. Malauguratamente, alcuni dei racconti che ha scritto sono sul rapporto tra gli uomini e l´automobile. Mentre leggevo la recensione sentivo che finivamo pericolosamente in area Questa storia (il mio ultimo romanzo, che parla anche di automobili).

Con lo stato d´animo dell´agnello a Pasqua vado avanti temendo il peggio. E infatti, puntuale, quel che mi aspettavo arriva. Al termine di una lunghissima frase in cui si tessono (credo giustamente) elogi a Vassalli, arriva una bella parentesi. Neanche una frase, giusto una parentesi. Dice così: «Che distanza abissale dalla stucchevole e ammiccante epica automobilistica dell´ultimo Baricco!». E voilà. Con tanto di punto esclamativo.

Ora, nessuno è tenuto a saperlo, ma Citati e Ferroni sono, per il loro curriculum e per altre ragioni per me più imperscrutabili, due dei più alti e autorevoli critici letterari del nostro paese. Sono due mandarini della nostra cultura. Per la cronaca, Citati non ha mai recensito la mia Iliade, e Ferroni non ha mai recensito Questa storia. Il loro alto contributo critico sui miei due ultimi libri è racchiuso nelle due frasette che avete appena letto, seminate a infarcire articoli che non hanno niente a che vedere con me.

Non si può relegare a due frasi sferzanti il giudizio negativo sul lavoro di uno narratore. Se trovate così stucchevole quel che migliaia di italiani leggono dovreste spiegargli anche perché si stanno sbagliando
Mi sorprende il vostro sistematico sottrarvi a un confronto aperto. La critica è il vostro mestiere. Esercitatelo

È un modo di fare che conosco bene, e che è piuttosto diffuso, tra i mandarini. Si aggirano nel salotto letterario, incantando il loro uditorio con la raffinatezza delle loro chiacchiere, e poi, con un´aria un po´ infastidita, lasciano cadere lì che lo champagne che stanno bevendo sa di piedi. Risatine complici dell´uditorio, deliziato. Io sarei lo champagne.

Potrei dire che non me ne frega niente. Ma non è vero. Mi ferisce poco la gomitata assestata a tradimento, ma mi offende molto il fatto che sia tutto ciò di cui sono capaci. Mi sorprende il loro sistematico sottrarsi al confronto aperto. La critica è il loro mestiere, santo iddio, che la facciano. Cosa sono queste battutine trasversali messe lì per raccogliere l´applauso ottuso dei fedelissimi? Vi fa schifo che uno adatti l´Iliade per una lettura pubblica e lo faccia in quel modo? Forse è il caso di dirlo in maniera un po´ più argomentata e profonda, chissà che ci scappi una riflessione utile sul nostro rapporto con il passato, chissà che non vi balugini l´idea che una nuova civiltà sta arrivando, in cui l´uso del passato non avrà niente a che fare con il vostro collezionismo raffinato e inutile.

E se trovate così stucchevole un libro che centinaia di migliaia di italiani si affrettano a leggere, e decine di paesi nel mondo si prendono la briga di tradurre, forse è il caso di darsi da fare per spiegare a tutta questa massa di fessi che si stanno sbagliando, e che la letteratura è un´altra cosa, e che a forza di dare ascolto a gente come me si finirà tutti in un mondo di illetterati dominati dal cinema e dalla televisione, un mondo in cui intelligenze come quelle di Citati e Ferroni faranno fatica a trovare uno stipendio per campare.

Si dirà che è un diritto dei critici scegliersi i libri di cui scrivere. E che anche il silenzio è un giudizio. E´ vero. Ma non è completamente vero. Lo so che per persone intelligenti e colte come Citati e Ferroni i miei libri stanno alla letteratura come il fast-food alla cucina francese, o come la pornografia all´erotismo. Per usare una frase di Vonnegut che mi fa sempre tanto ridere, mi sa che per loro i miei libri, nel loro piccolo, stanno facendo alla letteratura quello che l´Unione Sovietica ha fatto alla democrazia (non si riferiva a me, Vonnegut, che purtroppo non sa nemmeno che esisto).

Ma quale arroganza intellettuale può indurre a pensare che non sia utile capire una degenerazione del genere, e magari spiegarla a chi non ha gli strumenti per comprenderla? Come si fa a non intuire che magari i miei libri sono poca cosa, ma lì i lettori ci trovano qualcosa che allude a un´idea differente di libro, di narrazione scritta, di emozione della lettura?

Perché non provate a pensare che esattamente quello - una nuova, sgradevole, discutibile idea di piacere letterario - è il virus che è già in circolo nel sistema sanguigno dei lettori, e che magari molta gente avrebbe bisogno da voi che gli spiegaste cos´è questo impensabile che sta arrivando, e questa apparente apocalisse che li sta seducendo? Non sarà per caso che la riflessione nel campo aperto del futuro vi impaurisce, e che preferite raccogliere consensi declinando da maestri mappe di un vecchio mondo che ormai conosciamo a memoria, rifiutandovi di prendere atto che altri mondi sono stati scoperti, e la gente già ci sta vivendo?

Se quei mondi vi fanno ribrezzo, e la migrazione massiccia verso di loro vi scandalizza, non sarebbe esattamente vostro degnissimo compito il dirlo? Ma dirlo con l´intelligenza e la sapienza che la gente vi riconosce, non con quelle battutine, please.

Per quello che ne capisco, i miei libri saranno presto dimenticati, e andrà già bene se rimarrà qualche memoria di loro per i film che ci avranno girato su. Così va il mondo. E comunque, lo so, i grandi scrittori, oggi, sono altri. Ma ho abbastanza libri e lettori alle spalle per poter pretendere dalla critica la semplice osservanza di comportamenti civili. Lo dico nel modo più semplice e mite possibile: o avete il coraggio e la capacità di occuparvi seriamente dei miei libri o lasciateli perdere e tacete. Le battute da applauso non fanno fare una bella figura a me, ma neanche a voi.

Ecco fatto. Quel che avevo da dire l´ho detto. Adesso vi dico cosa avrei dovuto fare, secondo il galateo perverso del mio mondo, invece che scrivere questo articolo. Avrei dovuto stare zitto (magari distraendomi un po´ ripassando il mio estratto conto, come sempre mi suggerisce, in occasioni come queste, qualche giovane scrittore meno fortunato di me), e lasciar passare un po´ di tempo. Poi un giorno, magari facendo un reportage su, che ne so, il Kansas, staccare lì una frasetta tipo «questi rettilinei nella pianura, interminabili e pallosi come un articolo di Citati». Il mio pubblico avrebbe gradito.

Poi, un mesetto dopo, che so, andavo a vedere la finale di baseball negli Stati Uniti, e avrei sicuramente trovato il modo di chiosare, in margine, che lì si beve solo birra analcolica, «triste e inutile come una recensione di Ferroni». Risatine compiacenti. Pari e patta. E´ così che si fa da noi. Pensate che animali siamo, noi intellettuali, e che raffinata lotta per la vita affrontiamo ogni giorno nella dorata giungla delle lettere…

Purtroppo però non è andata così. Il fatto è che l´altro giorno ho visto il film su Truman Capote. Si impara sempre qualcosa spiando i veri grandi. Lui in quel film è così orrendo, spregevole, sbagliato, megalomane, imprudente, indifendibile. Mi ha ricordato una cosa, che talvolta insegno perfino a scuola, e che però mi ostino a dimenticare. Che il nostro mestiere è, innanzitutto, un fatto di passione, cieca, maleducata, aggressiva e vergognosa.

Posa su una autostima delirante, e su un´incondizionata prevalenza del talento sulla ragionevolezza e sulle belle maniere. Se perdi quella prossimità al nocciolo sporco del tuo gesto, hai perso tutto. Scriverai solo cosette buone per una recensione di Ferroni (no, scherzo, davvero, è uno scherzo). Scriverai solo cosette che non faranno male a nessuno. Insomma è tutta colpa di quel film su Truman Capote.

D´improvviso mi è sembrato così falso starmene lì, come una bella statuina, a prendere sberle dal primo che passa. E´ una cosa che non c´entra niente col mestiere che è il mio. Vedi, se me ne stavo a casa a vedere Lazio-Roma, oggi eravamo tutti più sereni e tranquilli. E penosi, of course.


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