La prima volta che ho visto i fascisti -------------------------
Si tratta di un progetto di narrazione collettiva promosso e coordinato da WU-MING in occasione del sessantennale della Liberazione: 25 Aprile 1945-25 Aprile 2005.
di Wu Ming 1
(da Giap n. 6, Via serie, 4 marzo 2005)
Io volevo dire questa cosa, no? Il problema non è tanto "il Fascismo": il problema sono i fascisti, proprio loro, le persone. I fasci era come se vivevano nella quinta dimensione di Tony Binarelli, adesso invece sono più vicini, apri il giornale e senti l'alitosi, accendi la tivù e ti chiedi quand'è che hai chiamato l'autospurgo l'ultima volta, ci sarà mica la fossa piena?
Io, da piccolo, un fascista dal vivo, in carne e ossa, non so manco se l'ho visto. Mi hanno cresciuto nel disgusto per quelli là, mi facevano schifo di default. Senza esagerazioni, per carità, senza dirmi chissà che o chissà cosa: era l'atmosfera intorno. Per dire, non era come quel mio amico che c'ha due bimbe piccole e una delle due gli ha chiesto: - Papà, papà, cosa sono i fasisti? - e lui, dolce dolce: - I fascisti sono bestie che vivono nelle fogne.
Alta pedagogia, se posso esprimere un parere, ma in casa mia non c'era bisogno, famiglia di comunistacci, la domanda aveva già la risposta.
Io stavo in un paesello di mille anime sì e no. Manco da un sacco di anni, vado solo a trovare i miei ma il paese non lo frequento. Però lì intorno, di recente, son successe cose strane. Nel comune limitrofo, ogni anno, ci stanno un po' di naziskànker e arnesi della X Mas che fanno una commemorazione dei loro caduti - che, se posso dire, potevano pure cadere da più in alto, ché se ne son fatta ancora poca, di bua.
Ogni anno 'sta messa diventa una sfilata di schifosi col cotone nel pacco e le braghe attillate, verruchinate, che passano davanti al monumento ai partigiani e tirano uova, cacciano bestemmioni e fanno il ditaculo. Tutti gli anni grande scandalo, articoli sulla stampa locale, biasimo della autorità, ma nessuno fa un cazzo, nessuno che arrivi coi secchi di merda, nessun partigiano che decida di tirare le cuoia in gloria e appostarsi alla finestra col residuato bellico tenuto pronto dal '45. Niente.
Pure al paesello mio, proprio lì, è successa una cosa strana, sarà un mese sì e no. Nel '44 un aviatorino di Salò, uno che era del paesello, decolla e lo tira giù la RAF (no quella tedesca di Ulrike Meinhof: quella inglese, la roialeirfors). Lo abbattono nei pressi di Argenta, zona di paludi e bonifiche, però poi non lo trovano più, né lui né l'aereo. Mica sparisce così, un aereo, eppure sparisce così.
Passano sessant'anni, e arrivano questi "appassionati di recuperi di velivoli militari", sì, esistono, c'era scritto così. Questi battono la campagna e non ti trovano l'aeroplano?
Beh, succede che al paesello s'organizza in fretta e furia una grande messa, perché è ritornato 'sto figlio... del paesello, appunto, e fin qui normale, solo che poi a 'sta messa ti intervengono le autorità militari (ma il governo non era Badoglio, nel '44? Come c'entrano le autorità militari con coso, lì, l'aviatorino, decollato agli ordini di un governo-fantoccio messo su dagli alemanni?), e arrivano pure svariati arnesi di cui sopra, e non so se c'erano pure quelli col cotone nel pacco.
Insomma, diventa una chiassata revanscista, nera nera, e il sindaco diessino dice: - Che mi frega a me? Io non ci vado - e qualcuno fa pure polemica, "l'insensibilità del Primo Cittadino...", "ha compiuto un gesto di parte...", "l'ha buttata in politica..." Ma che doveva fare, 'sto cristo? Andare, stare impettito in mezzo ai nazi, fare il saluto romano e alla fine mettersi pure una scopa in culo così ramazzava il sagrato? Io dico che ha fatto bene a non
andare!
Insomma, i fasci scorrazzano dove giravo io da piccolo che non ne vedevo manco uno. I fasci stavano sullo sfondo, tipo l'orizzonte, scoloravano nella distanza. Con tutta quell'atmosfera tra me e loro, più che neri rimanevano azzurrastri.
La prima volta che ho visto i fasci da vicino li ho comunque visti da lontano, scusate. Dico i fasci fasci, mica i compagni di liceo che si davano arie da fascistelli così per fare. S'era nella primavera del '91 e una squadretta di costoro fa un mordi-e-fuggi nell'aula bianca di Lettere, al pianterreno di Zamboni 38, che è "autogestita dagli studenti", cioè dagli autonomi, che
poi siam noialtri. In realtà è un luogo di cazzeggio, dentro non c'è niente. Entrano coi bastoni, lottano eroici contro nessuno, buttano un po' di niente a gambe all'aria e se ne ripartono, pregni di chissà che soddisfazione.
Non ricordo di che sottospecie erano, Fare Fronte, Fronte della Gioventù, boh. Se la memoria non m'inganna, era tempo di elezioni universitarie. La lista di destra si chiamava "Sturm und Drang" (subito ribattezzata "Strunz und Sprang"), ma con questi non c'entrava, forse.
Siccome qualcuno - chi?, boh - li ha visti che partivano da un bar di via Belle Arti - facciamo che si chiama "La Coccinella" - si decide d'andarli a pigliare mentre prendono il caffè, fargli sentire lo stalin tra labbro e tazzina. Il problema è che, al bar, i tipi erano in attesa, se ne escono da sotto un'impalcatura con caschi e spranghe. Noialtri ci si blocca un istante, ché non siamo attrezzatissimi. Non so perché ma rimaniamo fermi lì, a cinquanta metri. Sopra l'impalcatura c'è un manovale, che bello bello se ne scende e ci porta un manico di vanga. Noi si esulta, è chiaro. Grazie, prego, auguri, ci vediamo.
Forti della solidarietà militante del popolo, torniamo in Zamboni per disselciarne un pezzetto, ma quando torniamo i fasci sono iti, c'è solo più qualche digossino e il bar è sguarnito. La vetrina si prende un par di sampietrini, così, tanto per metterci la firma. Il barista urla (giurin giuretta): - No, vi sbagliate, non sono di destra, io finanziavo Prima Linea! - Boh.
Non sapendo che fare, decidiamo per un' assemblea, tipo i rivoluzionari ebrei in "Brian di Nazareth".
Per il giorno dopo è annunciato un banchetto dei fasci a Giurisprudenza, non si sa se son gli stessi ma fa niente, "cinìs, giapunìs, ien tot prezìs". Di quell'assemblea ricordo solo una frase topica: - I fascisti non sono un problema politico, e non sono un problema militare: sono un problema politico E un problema militare! - Perle di saggezza.
L'indomani s'esce dal 38 tutti bardati, i giornali han parlato del bordello di ieri e si vuol far bella figura. Passamontagna di lana (a fine maggio, roba da farci le esche da pesci), spranghe d'ogni natura e dimensione, qualcuno c'ha pure un estintore e un tizio, con 'na bomboletta e 'n'accendino, s'è fatto un lanciafiamme rozzimentale. Pure i più incazzosi lo guardano un po' così, come si guarda il matto che gli dài ragione a prescindere.
Ci si muove verso Piazza Verdi, che è tipo l'Ok Corral. Di là dal cordone di polizia c'è Giurisprudenza. I fasci sono a duecento metri, li si vede a spizzocchi e bocconi. Dietro i caschi dei celerini solo due-tre braccia tese, qualche bastone (o sono manifesti arrotolati?), pare di vedere facce di merda coi Ray-ban ma forse è dissonanza cognitiva: da che mondo è mondo, i fasci hanno i Ray-ban, quindi li si vede.
L'Armata Brancaleone ci fa una pippa. C'è un compagno che ne sa quanto gli altri ma ci tiene a spiegare la situazione, e chiaramente gesticola, solo che mentre gesticola c'ha la spranga in mano e prende in faccia un altro compagno, che poi lo devono accompagnare in aula bianca ché gli esce sangue dal naso. Riusciamo a farci del male pure senza fare un cazzo. Siamo lì fermi e c'è Luca, che non è ancora Wu Ming 3 ma più tardi lo diventa, alza un piede, lo indica e mi fa: - Io ho questi anfibi fatti dal laboratorio del Leoncavallo, e si sta staccando la suola. Che faccio se gli sbirri caricano e si stacca la suola, eh, che faccio?
In quel momento gli sbirri decidono che caricano. Mentre ripieghiamo, la suola di Luca si stacca da davanti, come una bocca che s'apre per mordere il pavè. Luca cade mentre un celerino gli dice: - Pezzodimerdapezzodimerdapezzodimerda... -, si protegge la testa e si
prende un po' di randellate sulle mani, che poi le avrà gonfie fino a notte.
Il bilancio dello scontro: due contusi. Uno sprangato per sbaglio da un compagno, l'altro fottuto dagli anfibi del Leo. Poi dice gli scazzi interni alla sinistra.
Il giorno dopo su "L'Unità"-Bologna esce una foto di noi tutti bardati, pare il carnevale di Cento, facciam ridere i polli. La didascalia dice: "Autonomia schierata in via Zamboni".
Capirai...Qualche mese dopo, una sera, qualcuno li ha beccati che attacchinavano, e stavolta le pacche le han prese, senza messinscene, una cosa tranquilla.
Di che stavamo parlando? Ah, sì, che adesso i fasci sono più vicini, l'autospurgo, la fossa biologica etc. etc. Ecco, era per dire che i fasci non sono quei baluginii di Ray-ban e bracci tesi, non sono quelli che li insegui o t'inseguono e a volte ve le date o tirano fuori la lama ma è come se vivessero in un altro mondo, tipo gli alieni della stella Vega in "Atlas Ufo Robot". No, io non so come spiegarmi, ma è un po' che li sento davvero troppo vicini, e a
pelle mi fanno uno schifo che non vi dico, e a mente ancora di più. Sarà 'sta cosa delle "foibe" che m'ha fatto girare le balle, saranno tutti 'sti incendi di centri sociali, sarà quel che sarà, ma qui c'è un tanfo...
Ah, dimenticavo: coso, l'aviatorino, è stato tirato giù dagli inglesi nel '44. E allora perché, su un sitozzo fascista, degli "Amici della Folgore", figura tra le vittime del "Triangolo della morte", come se l'avessero ucciso per vendetta dei partigiani nel Dopoguerra? Avranno mica confuso la RAF di Winston Churchill con quella di Ulrike Meinhof? Boh. Comunque, è un bell'esempio del criterio usato per 'sti elenchi di "vittime", ed è ancora niente rispetto alle liste delle foibe, che poi ne parliamo un'altra volta.
La data del 25 aprile rappresenta un giorno fondamentale per la storia della Repubblica italiana. E' l'anniversario della rivolta armata partigiana e popolare contro le truppe di occupazione naziste tedesche e contro i loro fiancheggiatori fascisti della Repubblica Sociale Italiana.
Il 25 aprile 1945 segna il culmine del risveglio della coscienza nazionale e civile italiana impegnata nella riscossa contro gli invasori e come momento di riscatto morale di una parte importante della popolazione italiana dopo il ventennio di dittatura fascista. Alla liberazione dell'Italia dalla dittatura si poté arrivare grazie al sacrificio di tanti giovani ragazzi e ragazze che, pur appartenendo a un ampio ed eterogeneo schieramento politico (dai comunisti ai militari monarchici, passando per i gruppi cattolici, socialisti ed azionisti), si chiamavano con un solo nome: partigiani; combatterono al fianco di molti soldati provenienti da paesi diversi e lontani (dagli Stati Uniti all'Australia, senza dimenticare Inglesi e Francesi), ma tutti accolti come alleati.
La storia dell'Italia repubblicana fonda interamente le proprie basi nell'esperienza dell'antifascismo che Piero Calamandrei definì "quel monumento che si chiama ora e sempre Resistenza". Si è parlato più volte e da più parti della Resistenza come di "un secondo Risorgimento i cui protagonisti furono le masse popolari" (Sandro Pertini).
Non è intenzione qui fornire una ricostruzione storica dei fatti e dei protagonisti, ma semplicemente sfatare una teoria storiografica revisionista che, negli ultimi anni, è molto di moda: la Resistenza come "guerra civile". Essa non è stata affatto una guerra di italiani contro italiani, come in Spagna nel 1936 si era avuto uno scontro di spagnoli contro spagnoli. Infatti vi fu lo scontro tra soldati e combattenti italiani contro gli invasori tedeschi e i collaboratori repubblichini; i primi, nel rispetto della pluralità politica, combattevano in nome della democrazia liberale o socialista che fosse, i secondi combattevano a fianco delle SS hitleriane sostenitrici della necessità di conquistare uno "spazio vitale" per la Germania nazista.
Senza cadere nella retorica resistenziale, si può concordare con il fatto che la Resistenza fu un momento edificante in cui si affrontarono i sostenitori della libertà, della democrazia e della giustizia sociale contro gli adulatori della tirannide di cui furono essi stessi le prime vittime; fu una guerra democratica, in duplice senso, in quanto democratico è il suo metodo e democratico il suo ultimo fine, "l'abbattimento di una dittatura e l'instaurazione di un regime fondato sulla partecipazione popolare al potere" (Norberto Bobbio).
Con ciò non si vuole fare un discorso relativo alle singole persone che combatterono su entrambi i fronti in buona fede che vanno sempre e comunque rispettate, se non altro per i dolori e le sofferenze che subirono. Premesso tale rispetto per tutti i morti, non si può che opporsi a quanto proposto da più parti (politiche e non) di trasformare il 25 aprile nel giorno della pacificazione nazionale per ricordare i morti: i morti, tutti i morti, si commemorano il 2 novembre e la questione della pacificazione nazionale è già stata risolta, in chiave politica dall'amnistia promossa dall'allora Guardasigilli Palmiro Togliatti e, in chiave storiografica e letteraria da uno dei capi del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, il senatore Leo Valiani, che, nel pubblicare il suo diario del periodo clandestino, nella dedica iniziale scrive "A Duccio Galimberti, per tutti i caduti,/ della nostra parte e dell'altra", volendo così separare gli aspetti personali e umani della questione da quelli politici e storici.
LA COSTITUZIONE
La Repubblica italiana nasce dal libero e democratico voto del popolo il 2 giugno 1946. Insieme alla scelta relativa alla nuova forma di governo da dare al Paese il corpo elettorale fu chiamato a votare per l'elezione di un'Assemblea Costituente il cui compito fu la stesura e l'approvazione di una nuova Costituzione che vide la confluenza delle principali forze e delle maggiori idee dell'antifascismo e della cultura democratica laica, cattolica e marxista. Questa prima fase della storia repubblicana fu caratterizzata dalla collaborazione al governo dei maggiori partiti politici di massa e dei partiti laici minori. Fu compito di questa generazione politica traghettare sulle sicure rive della democrazia e della libertà un Paese in cui erano ancora bene evidenti i segni della dittatura fascista e i danni enormi della guerra promossa da quella dittatura.
Per dirla con le parole dell'illustre giurista Piero Calamandrei, la Repubblica italiana fu un "patto fra uomini liberi e forti" e la Costituzione divenne la più nobile e alta espressione dei valori democratici e antifascisti e del rifiuto fermo e perpetuo della violenza e della prevaricazione delle libertà civili e politiche che avevano caratterizzato tutto il ventennio mussoliniano.
Fu la Resistenza partigiana antifascista a riscattare l'onore e la dignità del nostro Paese aprendo una nuova e più proficua era di pace e di sviluppo. La classe politica dell'immediato dopoguerra aveva, però, ben chiaro in testa che le prime vittime del fascismo erano stati tutti coloro, donne e uomini, che in buona fede e senza macchiarsi di gravi colpe avevano appoggiato Mussolini: in quest'ottica va vista la famosa amnistia voluta dal Guardasigilli Palmiro Togliatti (PCI) attraverso la quale si imboccava la via della concordia nazionale e della pacificazione che non venne mai meno neanche negli anni successivi all'esclusione delle sinistre socialcomuniste dal governo (1947) e all'inizio della lunga egemonia democristiana nella guida del Paese (1948).
Gli anni del centrismo degasperiano, grazie all'opera dello statista democristiano, posero le basi, grazie al lavoro e al sacrificio del popolo italiano, del futuro progresso civile ed economico dell'Italia repubblicana. Proprio in quegli anni l'Italia è fra le protagoniste dell'avvio di quel processo di unificazione europeo, di carattere economico e politico, di cui oggi stiamo raccogliendo i frutti (EURO e Unione Europea).
Un momento molto importante della vita politica e sociale italiana lo si ebbe negli anni '60 quando, accanto alla ripresa economica che caratterizzò quel decennio, nacque, grazie a Fanfani, Moro e Nenni, una nuova formula di governo: il centro-sinistra, ossia la collaborazione al vertice della guida del Paese tra la DC ed il Partito Socialista che avrebbe dovuto portare alla realizzazione di riforme strutturali del sistema Italia; ma le più innovative e incisive furono abbandonate a seguito delle pressioni degli ambienti più reazionari del Paese che minacciarono di ricorrere anche a forme estreme come il colpo di stato (il famoso "rumor di sciabole" di cui parla Pietro Nenni nei suoi diari).
Un'altra opportunità di rinnovamento e di modernizzazione del Paese si ebbe a metà degli anni '70 quando, dopo il '68 studentesco, dell'autunno caldo operaio e le lotte per il divorzio, era ormai all'orizzonte l'incontro tra i due massimi partiti popolari di massa, la DC di Moro ed il PCI di Berlinguer. Fu la stagione del Compromesso storico, ossia la formazione di governi che prevedevano la partecipazione di personalità appartenenti a tutti i partiti democratici per una modernizzazione e uno sviluppo sostenibile del Paese in un decennio caratterizzato dalla crisi economica e dalla violenza del terrorismo (nero o rosso che fosse). Il rapimento e l'omicidio dell'on. Moro misero fine a questo tentativo innovativo e aprirono le porte a un decennio, gli anni '80, in cui si è svolta una lotta aspra tra due Italie: l'una, quella di Sandro Pertini, Enrico Berlinguer e Giovanni Spadolini, sottolineava l'importanza decisiva della "questione morale", metteva in guardia contro la degenerazione del sistema politico e denunciava le trame occulte come la P2. L'altra, quella dei nani e delle ballerine, assecondava il rampantismo dilagante, cementificava tutto il cementificabile dimenticando l'insegnamento di Andrè Malraux secondo cui "non si fa politica con la morale, ma non la si fa meglio senza".
Nei primi anni '90 furono efficaci i referendum elettorali che hanno intaccato alla base le personali posizioni di una parte della fauna politica del nostro Paese ormai sclerotizzata.
L'azione della magistratura (lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata) dei primi anni '90 ha avuto il grande merito, nonostante limiti ed errori, di avere permesso la ripresa di un processo di risanamento morale della vita pubblica italiana che, però, è ancora lontano dall'essere risolto. Questo risanamento morale si è accompagnato con il processo di risanamento economico avviato dal governo del socialista Giuliano Amato (1992), proseguito dai successivi cosiddetti governi tecnici di Carlo Azeglio Ciampi e di Lamberto Dini e portati a termine dai governi di centrosinistra. L'opera di questi Governi ha permesso all'Italia di entrare da subito nella moneta unica europea e di essere protagonista (la Presidenza della Commissione europea a Romano Prodi ne è stato un segno tangibile) del processo di unificazione politica del Vecchio Continente per realizzare una vasta area geopolitica aperta a tutte quelle nazioni che ne condividano i primari obiettivi di pace e di sviluppo.
Buon 25 aprile, 60° anniversario della Liberazione!
Giorni d’aprile del 1945: giorni di liberazione e di vita, giorni di commozione infinita…non ci sarà giorno in quel mese, dell’anno 1945, in cui una notizia brutta non sia affiancata da una bella.
Alcune date importanti:
23 aprile liberazione del campo di Flossembürg; evacuato il 20 aprile, coloro che non erano stati incolonnati nelle lunghe marce della morte verso altri Lager furono liberati dall'esercito americano.
Il complesso industriale triestino dell'ex pilatura del riso trasformato in lager, detto anche Riseria di San Sabba, fu liberato il 30 aprile del 1945, dopo che i nazisti abbatterono con cariche di dinamite l'edificio del forno crematorio e la ciminiera. Molti deportati vennero uccisi in Risiera: i loro corpi venivano bruciati nell'essiccatoio del riso, trasformato nel marzo del 1944 in forno crematorio.
Le ceneri e le ossa combuste venivano scaricate in mare dentro sacchi di tela.
Dachau è una cittadina bavarese sita pochi chilometri a nord-ovest di Monaco; in quel campo furono rinchiusi gli oppositori tedeschi del nazismo: comunisti, socialdemocratici, sindacalisti, Testimoni di Geova, giornalisti e religiosi non in linea con le idee naziste.
Con l'avanzata degli eserciti alleati, nei primi mesi del 1945 confluirono a Dachau migliaia di deportati provenienti da altri Lager. Il Lager di Dachau fu liberato dall'esercito americano il 29 aprile del 1945.
Il comitato di resistenza che operava clandestinamente nel Lager di Buchenwald rese possibile l'ingresso nel Lager ad alcune unità della terza armata americana, dopo che le SS erano fuggite: era l'11 aprile del 1945. Nel Lager ebbero luogo uccisioni in massa di molti prigionieri di guerra; molti deportati morirono per la fame e per le malattie, per le terribili condizioni di lavoro, per le torture e le violenze ed anche in conseguenza di esperimenti medici.
Il giorno 30 aprile del 1945 l'Armata Rossa liberò il Lager femminile di Ravensbrück rendendo la libertà a quelle circa 3.500 donne che, non essendo in grado di muoversi, non erano state fatte marciare.
Questo era un elenco di ‘liberazioni’ estreme; liberazioni di campi di sterminio, dopo quella di Auschwitz avvenuta il 27 gennaio dall’Armata Rossa, che influenzò in modo determinante la coscienza del mondo da fare dire: mai più.
Ma poi per l’Italia dopo il 9 aprile, quando partono le operazioni di attacco alla valle del Po, superato il Senio, gli alleati giungono a Imola il 14 aprile, mentre in città i partigiani hanno già scatenato l’insurrezione.
Sul fronte tirrenico, Carrara insorge il giorno 10 aprile, e due giorni dopo vi giungono gli anglo-americani. Alla metà del mese molte zone dell’Italia settentrionale vivono già in una situazione pre-insurrezionale (sciopero generale di Torino, 18 aprile), mentre Mussolini abbandona la residenza di Gargnano per trasferirsi, assieme al governo della Rsi, a Milano.
Il 21 aprile viene liberata Bologna; il giorno 25 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ordina l’insurrezione generale; a Milano inizia lo sciopero generale, mentre Mussolini fugge dal capoluogo lombardo in direzione di Como.
Tra il 25 e il 29 aprile le principali città dell’Italia settentrionale vengono liberate, con il concorso decisivo delle formazioni partigiane: Genova, Milano, Torino, Parma, Brescia…il 28 aprile vengono fucilati Benito Mussolini a Giulino di Mezzegra e numerosi altri gerarchi a Dongo, l’uno e gli altri catturati sulla via della fuga in direzione del confine svizzero. Gli ultimi, importanti combattimenti si svolgono tra la fine di aprile e l’inizio di maggio nell’area veneto-friulana, in alcuni casi anche dopo la resa definitiva delle truppe tedesche in Italia, annunciata ufficialmente il 2 maggio 1945.
L’Italia libera ricorda in questo mese i suoi 60 anni.
Il testo integrale dell'omelia di Benedetto XVI -------------------------
di Benedetto XVI
«Signori Cardinali, venerati Fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio, distinte Autorità e Membri del Corpo diplomatico, carissimi Fratelli e Sorelle! Per ben tre volte, in questi giorni così intensi, il canto delle litanie dei santi ci ha accompagnato: durante i funerali del nostro Santo Padre Giovanni Paolo II; in occasione dell'ingresso dei Cardinali in Conclave, ed anche oggi, quando le abbiamo nuovamente cantate con l'invocazione: Tu illum adiuva - sostieni il nuovo successore di San Pietro. Ogni volta in un modo del tutto particolare ho sentito questo canto orante come una grande consolazione. Quanto ci siamo sentiti abbandonati dopo la dipartita di Giovanni Paolo II! Il Papa che per ben 26 anni è stato nostro pastore e guida nel cammino attraverso questo tempo. Egli varcava la soglia verso l'altra vita - entrando nel mistero di Dio. Ma non compiva questo passo da solo. Chi crede, non è mai solo - non lo è nella vita e neanche nella morte.
In quel momento noi abbiamo potuto invocare i santi di tutti i secoli - i suoi amici, i suoi fratelli nella fede, sapendo che sarebbero stati il corteo vivente che lo avrebbe accompagnato nell'aldilà, fino alla gloria di Dio. Noi sapevamo che il suo arrivo era atteso. Ora sappiamo che egli è fra i suoi ed è veramente a casa sua. Di nuovo, siamo stati consolati compiendo il solenne ingresso in conclave, per eleggere colui che il Signore aveva scelto. Come potevamo riconoscere il suo nome? Come potevano 115 Vescovi, provenienti da tutte le culture ed i paesi, trovare colui al quale il Signore desiderava conferire la missione di legare e sciogliere? Ancora una volta, noi lo sapevamo: sapevamo che non siamo soli, che siamo circondati, condotti e guidati dagli amici di Dio. Ed ora, in questo momento, io debole servitore di Dio devo assumere questo compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana. Come posso fare questo? Come sarò in grado di farlo? Voi tutti, cari amici, avete appena invocato l'intera schiera dei santi, rappresentata da alcuni dei grandi nomi della storia di Dio con gli uomini. In tal modo, anche in me si ravviva questa consapevolezza: non sono solo. Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo.
La schiera dei santi di Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta. E la Vostra preghiera, cari amici, la Vostra indulgenza, il Vostro amore, la Vostra fede e la Vostra speranza mi accompagnano. Infatti alla comunità dei santi non appartengono solo le grandi figure che ci hanno preceduto e di cui conosciamo i nomi». «Noi tutti siamo la comunità dei santi, noi battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, noi che viviamo del dono della carne e del sangue di Cristo, per mezzo del quale egli ci vuole trasformare e renderci simili a se medesimo. Sì, la Chiesa è viva - questa è la meravigliosa esperienza di questi giorni.
Proprio nei tristi giorni della malattia e della morte del Papa questo si è manifestato in modo meraviglioso ai nostri occhi: che la Chiesa è viva. E la Chiesa è giovane. Essa porta in sè il futuro del mondo e perciò mostra anche a ciascuno di noi la via verso il futuro. La Chiesa è viva e noi lo vediamo: noi sperimentiamo la gioia che il Risorto ha promesso ai suoi. La Chiesa è viva - essa è viva, perchè Cristo è vivo, perchè egli è veramente risorto. Nel dolore, presente sul volto del Santo Padre nei giorni di Pasqua, abbiamo contemplato il mistero della passione di Cristo ed insieme toccato le sue ferite. Ma in tutti questi giorni abbiamo anche potuto, in un senso profondo, toccare il Risorto. Ci è stato dato di sperimentare la gioia che egli ha promesso, dopo un breve tempo di oscurità, come frutto della sua resurrezione. La Chiesa è viva - così saluto con grande gioia e gratitudine voi tutti, che siete qui radunati, venerati Confratelli Cardinali e Vescovi, carissimi sacerdoti, diaconi, operatori pastorali, catechisti. Saluto voi, religiosi e religiose, testimoni della trasfigurante presenza di Dio. Saluto voi, fedeli laici, immersi nel grande spazio della costruzione del Regno di Dio che si espande nel mondo, in ogni espressione della vita».
«Il discorso si fa pieno di affetto anche nel saluto che rivolgo a tutti coloro che, rinati nel sacramento del Battesimo, non sono ancora in piena comunione con noi; ed a voi fratelli del popolo ebraico, cui siamo legati da un grande patrimonio spirituale comune, che affonda le sue radici nelle irrevocabili promesse di Dio. Il mio pensiero, infine - quasi come un'onda che si espande - va a tutti gli uomini del nostro tempo, credenti e non credenti». «Cari amici! In questo momento non ho bisogno di presentare un programma di governo. Qualche tratto di ciò che io considero mio compito, ho già potuto esporlo nel mio messaggio di mercoledì 20 aprile; non mancheranno altre occasioni per farlo. Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicchè sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia.
Invece di esporre un programma io vorrei semplicemente cercare di commentare i due segni con cui viene rappresentata liturgicamente l'assunzione del Ministero Petrino; entrambi questi segni, del resto, rispecchiano anche esattamente ciò che viene proclamato nelle letture di oggi». «Il primo segno è il Pallio, tessuto in pura lana, che mi viene posto sulle spalle. Questo antichissimo segno, che i Vescovi di Roma portano fin dal IV secolo, può essere considerato come un'immagine del giogo di Cristo, che il Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio, prende sulle sue spalle. Il giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi accogliamo.
«E questa volontà non è per noi un peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò che Dio vuole, conoscere qual è la via della vita - questa era la gioia di Israele, era il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la volontà di Dio non ci aliena, ci purifica magari in modo anche doloroso e così ci conduce a noi stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la salvezza di tutto il mondo, di tutta la storia. In realtà il simbolismo del Pallio è ancora più concreto: la lana d'agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita. La parabola della pecorella smarrita, che il pastore cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa un'immagine del mistero di Cristo e della Chiesa. L'umanità noi tutti - è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada. Il Figlio di Dio non tollera questo; Egli non può abbandonare l'umanità in una simile miserevole condizione. Balza in piedi, abbandona la gloria del cielo, per ritrovare la pecorella e inseguirla, fin sulla croce.
La carica sulle sue spalle, porta la nostra umanità, porta noi stessi Egli è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore. Il Pallio dice innanzitutto che tutti noi siamo portati da Cristo. Ma allo stesso tempo ci invita a portarci l'un l'altro. Così il Pallio diventa il simbolo della missione del pastore, di cui parlano la seconda lettura ed il Vangelo. La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell'abbandono, della solitudine, dell'amore distrutto. Vi è il deserto dell'oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell'uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perchè i deserti interiori sono diventati così ampi. Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell'edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione.
La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l'amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza. Il simbolo dell'agnello ha ancora un altro aspetto. Nell'Antico Oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori del loro popolo. Questa era un'immagine del loro potere, un'immagine cinica: i popoli erano per loro come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a suo piacimento. Mentre il pastore di tutti gli uomini, il Dio vivente, è divenuto lui stesso agnello, si è messo dalla parte degli agnelli, di coloro che sono calpestati e uccisi. Proprio così Egli si rivela come il vero pastore: 'Io sono il buon pastore... Io offro la mia vita per le pecorè, dice Gesù di se stesso (Gv 10, 14s). Non è il potere che redime, ma l'amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell'umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini». «Una delle caratteristiche fondamentali del pastore deve essere quella di amare gli uomini che gli sono stati affidati, così come ama Cristo, al cui servizio si trova. 'Pasci le mie pecorè, dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo momento. Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo Sacramento.
Cari amici - in questo momento io posso dire soltanto: pregate per me, perchè io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perchè io impari ad amare sempre più il suo gregge - voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perchè io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perchè il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri». «Il secondo segno, con cui viene rappresentato nella liturgia odierna l'insediamento nel Ministero Petrino, è la consegna dell'anello del pescatore. La chiamata di Pietro ad essere pastore, che abbiamo udito nel Vangelo, fa seguito alla narrazione di una pesca abbondante: dopo una notte, nella quale avevano gettato le reti senza successo, i discepoli vedono sulla riva il Signore Risorto. Egli comanda loro di tornare a pescare ancora una volta ed ecco che la rete diviene così piena che essi non riescono a tirarla su; 153 grossi pesci: 'E sebbene fossero così tanti, la rete non si strappo» (Gv 21, 11). Questo racconto, al termine del cammino terreno di Gesù con i suoi discepoli, corrisponde ad un racconto dell'inizio: anche allora i discepoli non avevano pescato nulla durante tutta la notte; anche allora Gesù aveva invitato Simone ad andare al largo ancora una volta. E Simone, che ancora non era chiamato Pietro, diede la mirabile risposta: Maestro, sulla tua parola getterò le reti! Ed ecco il conferimento della missione: 'Non temere! D'ora in poi sarai pescatore di uominì (Lc 5, 1 11)».
«Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo - a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l'acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all'uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. È proprio così nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. È proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l'amicizia con lui.
Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perchè in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo». «Vorrei qui rilevare ancora una cosa: sia nell'immagine del pastore che in quella del pescatore emerge in modo molto esplicito la chiamata all'unità. 'Ho ancora altre pecore, che non sono di questo ovile; anch'esse io devo condurre ed ascolteranno la mia voce e diverranno un solo gregge e un solo pastorè (Gv 10, 16), dice Gesù al termine del discorso del buon pastore. E il racconto dei 153 grossi pesci termina con la gioiosa constatazione: 'sebbene fossero così tanti, la rete non si strappo» (Gv 21, 11). Ahimè, amato Signore, essa ora si è strappata! vorremmo dire addolorati. Ma no - non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa, che non delude, e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l'unità, che tu hai promesso.
Facciamo memoria di essa nella preghiera al Signore, come mendicanti: sì, Signore, ricordati di quanto hai promesso. Fà che siamo un solo pastore ed un solo gregge! Non permettere che la tua rete si strappi ed aiutaci ad essere servitori dell'unità! In questo momento il mio ricordo ritorna al 22 ottobre 1978, quando Papa Giovanni Paolo II iniziò il suo ministero qui sulla Piazza di San Pietro. Ancora, e continuamente, mi risuonano nelle orecchie le sue parole di allora: 'Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!' Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede. Sì, egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell'arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di ciò che appartiene alla libertà dell'uomo, alla sua dignità, all'edificazione di una società giusta. Il Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto ai giovani.
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell'angustia e privati della libertà? Ed ancora una volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla - assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest'amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest'amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest'amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall'esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo e troverete la vera vita. Amen».
24 aprile 2005
«la liturgia non è uno show, uno spettacolo che abbisogni di registi geniali e di attori di talento. La liturgia non vive di sorprese simpatiche, di trovate accattivanti, ma di ripetizioni solenni»
Benedetto XVI (già la scelta del nome: segno di discontinuità con il pontificato di Giovanni Paolo II)
L'affermazione recentissima sulla liturgia non fa una piega se viene osservata nell'ambito dottrinale ortodosso dell'enunciato stesso, segna però una svolta al senso di "Pontificato" veramente di livello epocale.
Rammento a me stesso ed a tutti voi che pontificato significa, per l'appunto, "ponte",
intento questo difficilmente riconducibile alla Chiesa di Ratzinger che non si pone in una posizione dialogica, bensì si ritira dall'altra parte del fiume, presentandosi solo come alternativa ai modelli culturali ed etici dominanti.
Tra le due dimensioni si crea dunque un fossato (altro che pontefice), senza che ci sia la volontà di costruire un ponte per attraversarlo. In questo Ratzinger ribadisco sarà ben poco «pontefice». Questo strappo rappresenta fra le altre cose un'impostazione molto lontana dalla visione di Chiesa così come «sale, luce e lievito» del mondo, auspicata nella Gaudium et spes, una delle costituzioni fondamentali del Concilio Vaticano II.
La Chiesa conciliare volevaessere pienamente immersa nella società, in uno scambio continuo di arricchimento reciproco, necessario per una crescita e un cammino comuni, che hanno come fine supremo il bene dell'umanità.
Mi spaventa, ed anche parecchio, un "pontefice" che si rifà alla concezione benedettina dell'ora et labora, volto al modello di una chiesa del monachesimo, chiusa fra le mura di un monastero piuttosto che aperta al confronto con la modernità.
Un ultimo appello ai tanti "piccoli vaticanisti" improvvisati come me... se continuate a cianciare di donne, sesso e rock and roll sperando di adattare modelli bukowskiani al senso critico comune, vi rendete "meramente" ridicoli, la dottrina, la fede, la teologia adottano un linguaggio che bisogna sposare per poter controbattere e dialogare con la chiesa, documentarsi non è difficile, basta cercare e leggere, le rivoluzioni sono sempre partite dal basso e dall'interno, la storia dovrebbe
insegnarCi qualcosa, difatti anche il solo termine "rivoluzione" è quanto mai inappropriato trattando argomenti come questi, va da se
che "pontefici" lo possiamo essere tutti, ponendoci come tramite fra
mondi e realtà diverse.
Come recita lo stesso proemio della Gaudium e spes "la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia". Su al lavoro diamoci tutti da fare, le vigne le lasciamo saccheggiare agli ebbri ortodossi dell'inquisizione, forza avanti gente, cum grano salis!!
Così diventò integralista -------------------------
di ELFI REITER
[da il Manifesto del 20 Aprile 2005]
La carriera del cardinale Joseph Ratzinger è cominciata con una esperienza shock nei lontani anni sessanta, quando all'università di Tubinga era arrivato Ernst Bloch a insegnare filosofia. Bloch veniva dall'università di Lipsia nella ex Germania orientale comunista, ed era già malvisto dai fedeli del Sed, il partito socialista di Ulbricht, e definito controrivoluzionario perché si ribellava apertamente ai loro dogmi partitici.
Quell'estate del '61, Bloch era in visita al festival wagneriano a Bayreuth e, colto di sorpresa dalla costruzione del muro di Berlino, era stato «esiliato» a forza nella Germania occidentale e chiamato quindi a Tubinga.
Il più giovane Ratzinger, classe 1927, che all'epoca insegnava Dogmatica e Principi fondamentali della teologia a Monaco e alla stessa università di Tubinga, vide nelle lezioni del filosofo laico ebreo una «tentazione marxista» delle «facoltà teologiche», e un buon motivo per indire una battaglia a favore del cristianesimo minacciato fortemente, secondo lui, da questo «riduzionismo esistenzialista».
Il biografo americano del nuovo papa, John L. Allen, riferisce nel suo libro Cardinal Ratzinger quella esperienza a Tubinga e la definisce come «iniziatica», punto di partenza per la marcia su Roma del «defensor fidei» nella veste di difensore della morale cattolica. L'apostolo traumatizzato Ratzinger temeva per il futuro della chiesa romana, il Vaticano, che diventa allora il suo principale obiettivo e dove approda dopo diverse tappe intermedie, «per lottare contro tutte le minacce al dogma: donne, teologi liberali, comunisti, Hans Küng, dubbiosi sul potere assoluto del papa, consultori, richieste dei laici, liberalizzazione della morale sessuale, ecc.».
Ratzinger era stato così impressionato dal pericolo nascente per una fede «pura», rappresentato da filososo attaccato dai comunisti ortodossi da un lato e dai cristiano-cattolici dall'altro, che deciderà di cominciare da lì la sua crociata, da Ernst Bloch, che nelle sue lezioni aveva «dissacrato il dogma». Ma qual era questa pericolosa dissacrazione? E perché il «filosofo di stato» della ex Ddr era stato cacciato violentemente dall'università di Lipsia, dove era tornato nel 1949 dall'esilio negli Stati Uniti?
Bloch, figlio di ebrei, che all'età di 64 anni aveva partecipato con grande speranza alla costruzione di un nuovo stato socialista sfidando le malinterpretazioni totalitarie staliniste, aveva pesantemente attaccato «i maestri sapientoni rossi» con le loro «lezioni degne di una setta e del catechismo antelitteram».
Il filosofo predicava anche contro il capitalismo portatore di «alienazione del sé» , «disumanizzazione» e «mercificazione di ogni essere umano e cosa», ed era anche poco gradito dagli ambienti della destra perché predicava un «cristianesimo materialista», ed era molto ascoltato dagli studenti del `68 per la sua «filosofia della speranza». Fu soprattutto il saggio filosofico-religioso Atheismus im Christentum (L'ateismo nel cristianesimo), dove chiede una antropologizzazione radicale della religione affermando che «solo un ateo può essere un buon cristiano», a suscitare le ansie di Ratzinger.
Bloch era considerato un revisionista del «dogma marxista» a Mosca e un revisionista del «dogma cristiano» a Roma. Su di lui e contro di lui, Joseph Ratzinger plasmerà la sua vocazione di integralista della fede.
E il 25 aprile non c’è l’amnistia? -------------------------
di Adriano Sofri
[Il Foglio del 19 aprile 2005]
Ho ascoltato – in parte, alla radio, come potevo – le riunioni svolte nel fine settimana a Roma e a Firenze fra addetti carcerari, detenuti ed ex detenuti, Pannella e i suoi compagni, operatori penitenziari, membri di associazioni e volontari, e naturalmente aderisco all’appello a incoraggiare con la propria testimonianza il dibattito convocato da Gaetano Pecorella mercoledì in Commissione Giustizia su amnistia e indulto.
Spero che la situazione del governo non pregiudichi ulteriormente il tentativo di discutere della situazione del carcere e delle leggi proposte – la ex Cirielli, con le sue conseguenze drammatiche sui recidivi, cioè soprattutto su quelli che il ministero riconosce come “morti di fame”, maggioranza fra i 58mila detenuti attuali; la legge Meduri, nella quale gli assistenti sociali e i centri per adulti denunciano una liquidazione del loro impegno – che vanno nella direzione opposta al riequilibrio dell’affanno penitenziario.
Né si sono visti passi concreti quanto alla riforma del codice penale. Voglio aggiungere un dettaglio sull’ “indultino”, del quale tutti ormai riconoscono l’irrilevanza. Secondo il dato ufficiale esso ha portato fuori dal carcere oltre 5.000 persone. Dato ingannevolissimo: l’indultino si applica a chi ha una pena residua inferiore ai due anni, e nei quasi due anni che ci separano dal suo varo una buona quota dei suoi beneficiari sarebbero usciti lo stesso. Intanto Marco Pannella ha annunciato per mercoledì la ripresa dello sciopero della fame. Rinuncio a esprimere le preoccupazioni per un simile maltrattamento del proprio corpo, cioè di sé. Marco mi ha interpellato su una serie di temi e proverò, nei limiti stretti della mia condizione, a rispondergli.
Intanto devo inventare ogni giorno modi di rispondere alle domande di molti dei miei vicini di casa. Hanno chiesto con insistenza: “Ma quando muore il Papa non c’è l’amnistia?”. Ora cominciano a smettere. Ora cominciano a chiedere: “Ma quando nominano un nuovo Papa non c’è l’amnistia?”. Ieri Jamel, che è marocchino e ha saputo delle migliaia di suoi connazionali amnistiati in patria, dopo che gli avevo spiegato perché il 25 aprile è festa, la Liberazione eccetera, mi ha chiesto: “E il 25 aprile non c’è l’amnistia?”.
di Vittorio Zucconi
[da la Repubblica del 17 Aprile 2005]
Nromaella casa morta che aspetta un´anima nuova per rivivere, non c´è più neppure il doppio ritratto del padre in uniforme e della madre che guardarono impotenti il figlio morire dal comodino accanto al letto. Qualcuno, tra le suore, i medici, il devoto arcivescovo Stanislao Dziwisz o Joaquin Navarro, i pochissimi che erano attorno al letto nel momento dell´addio, li ha portati via quella notte di sabato 2 aprile, prima che il Camerlengo sigillasse la porta dell´appartamento del Papa.
Pensava certamente a reliquiari di future cripte, ma si preoccupava che nessun oggetto, nessun indizio, nessun segno personale restassero per ricordare all´uomo che tra pochi giorni, forse tra poche ore, dovrà tentare di prendere sonno nel letto sul quale per quasi ventisette anni dormì Karol Wojtyla, la verità di questo luogo: che ogni ospite qui è un passeggero, soltanto un inquilino transitorio nel residence più sublime della storia. L´appartamento del Papa Cattolico al terzo piano del Palazzo Apostolico.
Nelle stanze che un uomo riempì del proprio spirito e della propria vita come soltanto un altro Papa, Pio IX, fece in cinquecento anni di esistenza, non si trova quasi più traccia di lui, come fosse una stanza di hotel dopo il passaggio del personale delle pulizie. Visito le stanze che furono, e non sono più, di Giovanni Paolo II, e si preparano ad accogliere un nuovo ospite con la loro serena indifferenza, attraverso lo sguardo di una persona che tra quelle pareti visse accanto al Papa giorno per giorno nei quasi 27 anni di pontificato e ora me le illumina nei dettagli più affettuosi.
Si rimane sbalorditi e un po´ increduli al pensiero che il prossimo viaggiatore faticherà a trovare le impronte di chi l´aveva occupata per una intera generazione. In una città delle memorie assolute e ingombranti come è il Vaticano, dove ogni stipite e ogni capitello portano inciso il ricordo di un Pio, di un Paolo, di un Innocenzo o di un Benedetto, le sole due scritte che ricordino Wojtyla sono la targa appiccicata per l´insistenza di Navarro-Valls nel 1993 alla sala stampa e la lastra di marmo bianco sopra la tomba nelle Grotte, Joannes Paulus P.P. II, 2005.
Nell´appartamento, nulla. O quasi. Perché così il viaggiatore polacco aveva voluto.
Nella magnificenza di un luogo, dove i suoi predecessori avevano chiesto ai Buonarroti e ai Sanzio e ai Botticelli di colorare un poco le pareti di casa, le stanze che attendono un Papa sono state lasciate per tre decenni nella tinteggiatura giallognola e scialba, che fa subito commissariato di P. S. o Ginnasio di un liceo statale.
Il Pontefice che salirà la scalinata fino al terzo piano, se avrà gambe ancora giovani, o prenderà l´ascensore interno fino al vano centrale dell´appartamento, forse rimpiangerà lo sfarzo e l´ostentazione di molti arcivescovadi e sedi cardinalizie, quando vedrà questi ambienti da canonica qualsiasi, che parlano di preti, di parrocchia, perché Wojtyla era, voleva essere, un prete. La sala da pranzo con il lungo tavolo rettangolare dove il segretario particolare di Karol Wojtyla sempre sedeva a capotavola, e il Papa su uno dei lati lunghi, racconta di refettori, non di pranzi di stato.
I due si schieravano in quella formazione per un motivo semplice e domestico. Perché l´arcivescovo aveva il compito di maneggiare il telecomando del televisore, come fanno i mariti prepotenti in cucina, sistemato nell´angolo opposto di fronte a sé, e dunque alla sinistra del Papa. Doveva accenderlo al momento dei telegiornali. Ma soltanto per i titoli, mi precisa colui che mi conduce in questa visita, mai per l´intera durata o per i programmi. La televisione lo infastidiva, lui che pure tanto bene aveva imparato a usare il mezzo senza subirlo. Guardava qualche diretta sportiva, pezzi di Olimpiadi, ma non più calcio. Il calcio lo interessò soltanto quando un grande campione polacco come lui giocava ancora in Italia, nella Roma e nella Juventus, Zibì Boniek.
Il vecchio televisore
Quel televisore dal quale tra poco un nuovo Papa guarderà se stesso - almeno nei titoli - è un antiquato modello a colori, niente cristalli liquidi o plasma, con tubo catodico e schermo bombato da 30 pollici, "regalato", non comperato, dicono i miei occhi dentro la casa del Papa. È uno dei soli tre segni lasciati da lui, per ricordare la propria presenza. Soltanto quando il successore percorrerà il breve corridoio interno che dall´ascensore porta verso le tre stanze nelle quali alla fine Giovanni Paolo si era ridotto a vivere, riconoscerà il secondo segno, un´altra delle impronte umane lasciate.
Superata l´auletta nella quale riceveva gli sceltissimi fedeli che avevano assistito alla Messa o a un battesimo nella cappella privata e oltrepassati gli uffici dei segretari privati, l´arcivescovo Stanislao e don Mietek, entrambi ormai allontanati dal Vaticano, insieme con le suore, verso un anonimo ostello religioso sulla via Cassia, vedrà lo studio personale con la finestra più guardata del mondo. E noterà quel corrimano di ferro verniciato in bianco, un poco più basso del davanzale per non essere visibile, al quale il Papa doveva aggrapparsi per affacciarsi. Tutto quello che rimane di una lunga sofferenza. Il secondo segno.
Non c´è stato il tempo per togliere i bulloni e levarlo.
Accanto allo studio delle benedizioni, nella camera da letto, sparite le carte rimaste sulla piccola scrivania sistemata tra le due finestre d´angolo che il segretario ha avuto l´ordine diretto dal Papa di bruciare, finestre da cui ogni tanto spiava la piazza durante il Giubileo per osservare quanta gente affluisse alla "Sancta Porta", di lui, il nuovo Pontefice non troverà niente. Il letto ottocentesco, con la testata di legno intarsiato rivolta verso il lato di porta Angelica, dunque parallelo alla piazza, sarà stato perfettamente rifatto e squadrato dalle suore con precisione militare nella sovracoperta dorata, prima di essere anche loro sfrattate. Sul tavolinetto, affiancato da un alto crocefisso e illuminato da una lampada a braccio incongrua e squallida nella sua modernità da ufficio del catasto, non troverà stilografiche, sigilli, penne. Quando si svegliava e si alzava, per scrivere di getto cartelle e cartelle di pensieri sempre a mano, usava quei pennarelli con punta sottile di feltro morbido che si comperano a mazzetti in ogni cartoleria.
Il nuovo Papa sistemerà probabilmente le proprie minute icone famigliari, le foto di famiglia, al posto del piccolo portaritratti d´argento aperto a libro, con le foto di Josef Wojtyla, il padre, e di Emilia, la madre, ma la storia di quelle due fotografie, come me la racconterà Joaquin Navarro-Valls, per esserne stato testimone diretto, è bellissima. Fu nel 1989, quando Giovanni Paolo II andò in pellegrinaggio nel santuario spagnolo di Compostela, che qualcuno mise, tra i paramenti stesi per la Messa su un tavolo della sacrestia, quel portaritratti. Il Papa indossò gli indumenti sacri. Celebrò le funzioni solenni. Tornò in sacrestia per cambiarsi e stava per uscirne, quando si arrestò e disse «questo lo vorrei proprio». Nessuno osò contraddirlo, né chiedersi se quello fosse stato un dono misterioso di qualcuno che in Spagna aveva ritrovato le foto del padre e della madre polacchi. Da allora, per sedici anni, quell´oggetto è rimasto accanto al suo letto, fino alle notte tra il due e il tre aprile.
Dalla stanza, piccolissima, dove le tre suore polacche si erano ormai trasferite per essere più vicine a lui, negli anni sempre più spietati delle infermità squassanti, lo divideva il bagno che sicuramente sbalordirà colui che, nella prima notte di solitudine, dovrà usarlo. Un locale di forse quattro metri per cinque, rettangolare per accogliere la vasca da bagno attrezzata, come negli ospizi per anziani non più autonomi, la cabina doccia, che non usava più da tempo, il lavandino con la mensola sulla quale riponeva la quotidianità di ogni uomo, il rasoio da barba di sicurezza, che non adoperava più, il bicchiere con lo spazzolino da denti e la pasta dentifricia, tutto in bianco. Attorno, non maioliche, piastrelle, finiture almeno da albergo di prima classe, ma pareti anch´esse soltanto tirate a vernice.
Fuori dal bagno, una diecina di metri dividono il Papa dalla sala da pranzo, quella dove il segretario lo attendeva impugnando il telecomando, dopo che Wojtyla aveva trovato, nel corridoio, i quotidiani del mattino aperti, per vederne le prime pagine. Un´immagine che di nuovo richiama alla mente il ricordo comunque di pensioni di mezza montagna "tutto compreso" con i giornali per gli ospiti, non certo il cuore di un organismo che raggiunge oceani e continenti. Anche negli ultimi giorni, i segretari avevano disposto le copie fresche su quel tavolo, per diligenza, certamente, ma anche per il conforto della routine che consola coloro che circondano una persona cara che muore. Gli occhi della mia guida nella casa del Papa non ricordano di averli visti buttare via. Sarà il nuovo Papa a cestinarli, con quei loro titoli neri e lugubri che annunciavano l´agonia
La cappella voluta da Paolo VI
Una cosa, certissimamente, neppure il successore getterà via con i giornali vecchi, la stampella di appoggio verso la balaustra, il televisore panciuto e magari il tubetto di dentifricio rimasto mezzo seccato nel bicchiere. È quello che troverà nella cappella privata del Pontefice, voluta e costruita da Paolo VI Giovan Battista Montini quasi nel centro planimetrico esatto dell´appartamento. Si guarderà attorno, con occhi ben diversi da quelli con i quali la guardò quando era cardinale invitato alle funzioni e alle Messe private. Si inginocchierà sull´inginocchiatoio di bronzo massiccio che lo stesso Montini fece collocare davanti all´altare.
Poggerà i gomiti su una corta ribaltina, come nei banchi di legno di tante chiese, dove si ripongono messalini e salmi. Se lo aprirà, lo troverà vuoto, ripulito anch´esso da monsignor Dziwisz, che avrà bruciato i foglietti che erano stipati dentro (o nascosti? Il futuro Santuario avrà fame di reliquie, di un Papa che non ha lasciato niente di tangibile dietro di sé). All´inizio del suo Pontificato, sotto quel ribaltino poggia gomiti, i segretari mettevano le lettere che arrivavano dai fedeli, sempre richieste di preghiere e di intercessioni per bambini molto malati o per coniugi troppo sani, per figli dispersi e per genitori farabutti. Soltanto quando divennero troppi, e sotto lo sportello non ci stavano più, gli assistenti dovettero trascrivere e stampare l´elenco dei nomi con una stampante da computer. Wojtyla leggeva silenzioso quei nomi pregando, senza che loro osassero immaginare che il Papa aveva davvero ricevuto e accettato le loro suppliche, trasmettendole.
Ma se quei nomi e quei fogli non ci sono più dentro l´inginocchiatoio di bronzo, resta il terzo e indelebile segno del viaggiatore venuto da Cracovia. Dobbiamo entrare nella cappella privata per vederlo, e osservare il crocefisso sopra l´altare. È una piccola icona di Maria, forse venti centimetri per trenta - la misurano gli occhi della nostra guida - che lui fece appendere sotto il braccio sinistro di Cristo, esattamente nella collocazione della "M" che poi fu disegnata nel simbolo scelto da Wojytla, la croce gialla in campo azzurro e la "M". Fu quando entrò per la prima volta nella cappella, guardò la cornice di Cristo in croce sulle pareti, con la scena della Resurrezione soltanto sul soffitto, che costringe il celebrante a piegare la testa all´indietro per vedere la promessa del Cristianesimo, il Gesù risorto, che si accorse del fatto che in quel luogo non c´era una sola immagine della Madre. La pretese immediatamente, collocandola nella posizione che poi ispirò il simbolo araldico.
Non un´icona preziosa e solenne come la Vergine di Kazan con la sua storia e i suoi duecento diamanti incastonati, che un gruppo di cattolici nord americani comperò attraverso la casa d´aste Sotheby´s e gli regalò, prima che lui la restituisse ai Russi nella inutile speranza di commuovere la gerarchia Ortodossa. Una immagine modesta, e ormai un segno intoccabile.
«Non lascio dietro di me alcuna proprietà di cui sia necessario disporre» aveva scritto nel proprio testamento, e delle poche cose quotidiane «fate come vi sembrerà opportuno». Nella stanza da letto, quella notte i fratelli e le sorelle della fine si divisero fra di loro, senza litigare, a bassa voce, i gingilli e il bric-a-brac di una vita di prete senza valore, come le cosette che i parenti si passano di mano in mano, imbarazzati, senza decidere. La mia guida si prese «due ricordini», ammette con timidezza, con pudore. Ventisette anni e questo troverà il nuovo Pontefice, di chi lo ha preceduto. Un vecchio tv color; un corrimano da invalido; una iconcina per dare qualche tenerezza di femminilità a una cappella molto dura. Ha lasciato tutto come lo trovò, portandosi nella bara anche le vecchie scarpe che aveva fatto risuolare da poco con la gomma, per non scivolare sui marmi dei pavimenti. Non sarà un trasloco facile, per colui che dovrà riempire quella casa vuota
"Fino a poco tempo fa tenevamo la tv accesa e nel frattempo ci facevamo un panino, rammendavamo un calzino, facevamo del sesso. Oggi stiamo seduti lì davanti e dentro lo schermo si fanno un panino, rammendano un calzino, fanno del sesso!"
Anche Berlusconi alla fine si è accorto che le sue apparizioni televisive, fatte dal ‘cameriere camerlengo’ Bruno Vespa, non ottenevano più consensi. Così dopo la batosta elettorale e dopo 9 anni di monologhi televisivi ha deciso di andare a Ballarò: la trasmissione politica di punta di Rai3.
Gettandosi ‘senza rete’, in un dibattito televisivo serrato come quello di Ballarò, Berlusconi ha dato anche un segnale per fare capire che lui crede ancora molto in se stesso e nella sua capacità di rigenerarsi come attore principale, come guest star.
Qui, però, si è riscontrato quello che era già previsto; di fronte a D’Alema e Rutelli che gli ponevano domande precise e lo incalzavano con dati precisi, lui rispondeva con la frase consueta: tutto falso, la sinistra è campione di falsità, lei controlla stampa, televisioni, scuole superiori…Berlusconi dimostrava, se ce n’era ancora bisogno, tutta la sua inconsistenza politica; l’opposto di quello che sarebbe necessario per affrontare la grave recessione economica italiana.
Ora mentre il centrodestra sta studiando il modo di recuperare consensi e cerca di organizzarsi per affrontare l’anno che ci separa dalle prossime elezioni, nella testa di Berlusconi c’è un nuovo interrogativo: come affronto le prossime trasmissioni televisive? Questo è il suo vero dilemma. L’uomo della TV, nato con le televisioni, ottenendo con queste il consenso che lo ha portato ad essere il leader di uno schieramento, ora si chiede: essere TV o non essere TV?
Per Berlusconi cui affidava all’immagine, alla ‘presenza’, all’abilità comunicativa ogni mossa politica, vedersi tradito gli provoca sconcerto. ‘Tutto previsto’ è stata la frase d’approccio dopo la sconfitta. Ancora qualche sorriso e poi, via al rilancio: come un giocatore di poker, Berlusconi rilancia ma ormai tutti hanno capito il bluff. Quale sarà il ruolo della TV nel suo prossimo futuro?
In politica prima o poi tutti i nodi vengono al pettine e i siparietti cui ci ha abituati ormai non incantano più. Se ci devono essere risposte alla crisi del paese, e del centrodestra, queste non saranno certo dettate dall’auditel o dall’aspetto fisico. In queste ultime elezioni un altro fatto dovrebbe fare pensare: è finito il successo per chi passa dallo spettacolo alla politica; si è visto con alcuni protagonisti tipo Flavia Vento, Miss o campionesse di fitness: tutte bocciate.
Allora ancora: essere TV o non essere Tv? Questo è per Berlusconi il dilemma.