14.03.05
Cecenia in fiamme
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di ADRIANO SOFRI
[da la Repubblica]
Sapete che Aslan Maskhadov, già presidente della Repubblica cecena di Ichkeria, designato nel 1996 in elezioni controllate dall' Ocse, è morto ammazzato e tradito nella cantina di un villaggio che si chiama, figuratevi, Tolstoj-yurt. Alcuni telegiornali l' hanno distrattamente definito come mandante o complice dell' orrore di Beslan: non lo era, e non meritava quella calunnia, la più infamante.
Alcuni giornali hanno scritto che con la sua uccisione scompare l' ultimo interlocutore possibile di una soluzione negoziata della tragedia russo-cecena. Non è vero: quel negoziato era da tempo impossibile, e Maskhadov era un morto che cammina.
Era impossibile perché Putin e i suoi generali l' avevano cancellato dal loro orizzonte, per odio prima ancora che per calcolo politico, consegnando così Maskhadov all' impotenza e alla frustrazione di fronte all' oltranzismo cinico di Shamil Basaev e dei terroristi suicidi.
Dunque commemoro la morte di Maskhadov non come un colpo fatale alla speranza di un negoziato, o come un regalo fatto all' estremismo islamista: tutto ciò era consumato, e l' avevo scritto qui da tempo. Commemoro la morte solitaria di un uomo, e il suo tragico destino. Lo faccio anche, come dirò, per un fatto personale. Aslan Maskhadov era un militare di professione addestrato nelle file dell' Armata Rossa, colonnello messo ancora alla prova nella repressione dell' indipendentismo baltico, come il suo eroe imminente, il generale dell' aeronautica sovietica Dzokhar Dudaev.
Militari di carriera, e prodi, Dudaev in modo impetuoso, e Maskhadov più metodicamente e discretamente. Stiamo parlando della Russia, 145 milioni di abitanti, e della Cecenia, neanche un milione. Nella prima guerra russo-cecena - la prima di due guerre nel giro di dieci anni! - Maskhadov era stato il comandante in capo delle forze cecene, valoroso nella resistenza regolare come Basaev e altri giovani guerrieri erano valorosi nelle sfide spavalde e sfrenate. Maskhadov era personalmente serio e schivo.
Lo vidi pressoché ogni giorno per un mese, quando era il sicuro presidente in pectore di una repubblica riconosciuta, e aveva sempre un atteggiamento misurato, che di fronte alla telecamera o al registratore si mutava in una vera timidezza. Nell' intervallo fra le due guerre - un' unica guerra spietata con una illusoria pausa di pace - c' era un solo posto telefonico nel centro di Grozny, e ogni sera i capi del Paese ci venivano, con le loro scorte di ragazzi armati e chiassosi.
Uno dei figli di Maskhadov passava il suo tempo in una roulotte sgangherata parcheggiata di fronte, in cui un pugno di giovani intraprendenti, reduci alcuni dagli studi in Europa o in America, avevano installato un computer e si cimentavano con le meraviglie di Internet. Il figlio di Maskhadov fu ammazzato presto alla ripresa della guerra, e altri della sua famiglia ebbero la stessa sorte. I superstiti sono stati alla fine sequestrati dai russi e dai loro scherani locali, le bande dei Khadirov, e tenuti in ostaggio, secondo l' usanza, per fiaccare la sua tenacia.
Conoscete il repertorio di quella sedicente guerra: sequestri di famiglie, sparizione di persone seguita benignamente dalla restituzione dei cadaveri in cambio di denaro e gioielli, stupri, torture. Maskhadov aveva concluso col generale Lebed la fine della guerra. Dudaev era già morto in un attentato russo. Lebed sarebbe morto in un incidente russo. Nelle elezioni presidenziali del 1996, Maskhadov aveva dei concorrenti, e fra loro Zelimkhan Yandarbiev e il giovane Basaev.
L' islamista Yandarbiev è morto nel Golfo in un attentato di sicari russi. Basaev è ancora vivo, ha solo perso una gamba su una mina, e in quella circostanza tenne a farsela amputare in pubblico, e senza anestesia, perché così fa un combattente ceceno. La sua leggendaria prodezza si piegò dopo quell' effimera tregua agli azzardi più loscamente provocatori e alle gesta più infami, fino a Beslan.
In lui la virile audacia personale ha mostrato oltre ogni misura la vicinanza, e poi lo sconfinamento, nella brutalità più ripugnante. Beslan, appunto, e prima il plagio o la violenza su donne mandate a uccidere e uccidersi. Nessuna nefandezza è ormai fuori dalla portata di Basaev e dei suoi. Dapprincipio né Basaev né Maskhadov erano così fervidi islamisti. Basaev lo diventò, in uno dei suoi travestimenti da avventuriero.
Maskhadov non lo diventò mai, ma vi cedette con una incresciosa riluttanza, quando si rassegnò all' introduzione della sharia, e poi quando la resistenza armata diventò sempre più tributaria del sostegno arabo. La campagna presidenziale alla fine del 1996, forse perché potetti assistervi e per così dire parteciparne, perché correvo dietro quotidianamente a tutti i capi ceceni che collaborassero alla restituzione degli italiani rapiti, mi sembra ancora l' incubatrice fatale della tragedia a venire.
Basaev era l' idolo della sua gente, aveva trent' anni, si illuse che la devozione popolare per il figlio eroe si traducesse nel voto. Ma i popoli, anche il ceceno, sono romantici e saggi insieme. Abbracciano Basaev con le lacrime agli occhi, e votano per il grigio e responsabile Maskhadov. Discussi animatamente con Basaev della sua candidatura. Aveva tanto tempo. Ma lui era troppo giovane, dunque aveva fretta. Nelle elezioni non arrivò nemmeno al ballottaggio. L' affidabile Maskhadov sconfisse nettamente Yandarbiev, che doveva la sua poca reputazione alla successione provvisoria a Dudaev assassinato.
Dopo, per un breve tempo, la Cecenia di fatto indipendente dovette misurarsi con se stessa, mentre i generali umiliati di Mosca covavano la vendetta, e si preparava l' ora di Putin. Con quella specie di pace la leggendaria unità dei ceceni di fronte al secolare nemico russo andava in pezzi, nel feudalesimo dei signori della guerra e la sfrenatezza criminale delle bande armate. Basaev oscillò per qualche tempo fra l' affarismo privato e la corresponsabilità col nuovo Stato, e arrivò fino a diventarne il primo ministro.
Fu lui, e il vanesio emiro Khattab, a scatenare la demenziale impresa daghestana, fallita e ridicolizzata, ma bastante a dare al Cremlino l' occasione che aspettava. Poi Maskhadov restò il più autorevole leader del suo popolo, ma il suo prestigio era ormai ferito dalla prova mancata della presidenza e dalla debolezza nei confronti dell' avventurismo islamista. Non cessò mai di chiedere una soluzione negoziata, ai russi e a Putin personalmente, e all' Onu, all' Europa, agli Stati Uniti.
Se avesse trovato una sponda appena salda, la sua leadership avrebbe ripreso vigore, e la sua condanna dell' estremismo si sarebbe sbarazzata dei compromessi. Nei suoi appelli sempre più frustrati, Maskhadov arrivò a sottoscrivere dichiarazioni non-violente, incredibili ad ascoltarsi in quel Caucaso e in quelle circostanze. Si nascondeva da sei anni nella sua terra bruciata, e intanto i capi russi lo presentavano al mondo come il più pericoloso dei terroristi, gli mettevano addosso una taglia di decine di miliardi, lo additavano come un accolito di Basaev.
Ogni tanto fra gli "esperti" e fra gli appassionati al destino ceceno (e dunque russo, dell' altra Russia), gruzzolo di persone sempre più sfiduciate e amare, rinasceva la voce che stessero per aprirsi trattative fra Putin e Maskhadov, anzi che si fossero già segretamente incontrati, che da un momento all' altro sarebbe arrivata la svolta. Io avevo smesso da tanto tempo di crederci. Per questo ho guardato a quel torso nudo esibito in un cortile come a uno che è morto solo, un bandito Giuliano ormai senza fili.
Non mi aspettavo più niente da Maskhadov, quanto alla Storia, alla Guerra e alla Pace. Per questo, dalla posizione un po' grottesca in cui mi trovo, commemoro alla buona quell' uomo ammazzato in una cantina di un villaggio. Però la grandezza, che si ride della Storia, ma spesso infila uno zampino malizioso nelle nostre giornate, si è insinuata nel nome del villaggio estremo di Maskhadov: Tolstoj-yurt, dal grande scrittore che fu di guarnigione in Cecenia, e rese immortale la fierezza di quel popolo.
La Russia e l' altra Russia si sono date appuntamento in quell' irrisorio villaggio. E il fatto personale? Nel gennaio del 1997 entrai in galera. Ero reduce da un secondo viaggio in Cecenia - ci ero stato la prima volta durante la guerra - in cui riuscimmo a tirar fuori vivi tre medici volontari italiani sequestrati. Stetti giorno e notte con quelle persone, anche Aslan Maskhadov, anche Shamil Basaev, anche quel detestabile Khattab. Non me ne preoccupai affatto, c' era la pace, avevo una cosa da fare, e poi avevo letto La figlia del capitano, e sapevo che può capitare di fare un viaggio nella neve con Pugaciov.
Insomma entrai in galera, e dopo un po' ricevetti la copia di un messaggio solenne che il presidente eletto della Repubblica cecena di Ichkeria, Aslan Maskhadov, e il capo di quel governo, Shamil Basaev, avevano indirizzato al Quirinale, per parlare di me e auspicare la mia liberazione. Com'è la vita.
13.03.05
Rai, l'ultimo atto di una monarchia assoluta
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di Giuseppe Giulietti
[da l'Unità del 13/3/2005]
Le truppe mediatiche di Berlusconi hanno sostenuto, nel corso del recente dibattito parlamentare dedicato alla Rai, che mai il servizio pubblico, nella sua lunga storia, avrebbe conosciuto una stagione di così grandi successi e di così immensa libertà.
Per riuscire in questa "impossibile missione" hanno dovuto inventare i dati e nascondere il trascurabile dettaglio che l'Italia di Berlusconi è diventata, anche in materia di TV è di libertà dei media, la maglia nera d'Europa, come è stato sanzionato e acclarato dal Parlamento europeo, dalla commissione europea, dalle principali agenzie internazionali indipendenti che si occupano di questa materia.
L'attuale governo monocolore della Rai si è segnalato per aver espulso dal video quanti risultavano sgraditi al "signore e padrone delle Tv". In questo elenco sono terminati persino donne e uomini, distantissimi dalla sinistra, ma orgogliosi della loro autonomia culturale e professionale.
La cosiddetta Rai del centro-sinistra avrà avuto tanti difetti, ma allora era possibile scegliere tra Biagi e Mimum, fra Vespa e Santoro, tra la Guzzanti e Mara Venier, adesso il diritto di scelta è stato letteralmente fagocitato. La
destra in Tv non si è proposta di aggiungere nuove voci, ma solo e soltanto di spazzare via tutte le voci sgradite.
La destra in tv ha così portato miseria, povertà, terrore attraverso le liste di
proscrizione per usare una immagine tanto cara al presidente del consiglio-editore. La Rai di Cattaneo si è sempre dimostrata forte con i deboli e debole con i forti. L'ultima audizione del direttore generale della Rai nella sede della commissione parlamentare di vigilanza ne è stata solo l'ultima testimonianza.
Neppure in questa occasione Cattaneo ha potuto e voluto annunciare un gesto di pacificazione e di buon senso aziendale e professionale. Nulla di comprensibile in lingua italiana ha detto sul reintegro di Michele Santoro che ha già stravinto in tutti i tribunali. Nulla ha detto sulla censura inflitta da Rai2 a Paolo Rossi. Nulla ha detto dell’ostracismo che ha colpito Sabina Guzzanti, Dniele Luttazzi, Oliviero Beha, la trasmissionr XII Round.
Nulla ha detto sulle incredibili vicende accadute al Tgl in relazione al caso Sgrena. Nulla ha detto sulla trasmissione «Punto e a Capo» nel corso della quale sono state trasmesse, pe la prima volta in Tv, le intercettazioni telefoniche ancora non acquisite come prova da tribunali. In quest'ultimo caso, a
differenza di quanto era accaduto in altre occasioni, Cattaneo non ha disposto nessun provvedimento immediato, non ha imposto alcuna puntata di riparazione, come pure aveva fatto quando la riparazione era stata chiesta gran voce dall'amico Totò Cuffaro, il presidente inquisito della regione Sicilia, offeso per una bella e coraggiosa inchiesta di Report sulla mafia.
Qualche mese prima, al contrario, era stata soppressa a trasmissione di Sabina Guzzanti "Raiot" senza se e senza ma, anche a seguito delle piccate proteste delle aziende di proprietà... di Berlusconi. In questi casi Cattaneo e le sue truppe d'ordine sono state inflessibili, non hanno guardato in faccia nessuno,
hanno tirato dritto. Negli altri casi il direttore generale della Rai è Stato invece colpito da improvvise amnesie e da provvidenziali ed inediti scrupoli garantisti.
Biagi, Guzzanti, Paolo Rossi, Santoro, Freccero, Luttazzi, e tanti tanti altri, sono stati cancellati dal video. Il prode Berti già stretto collaboratore del presidente del Consiglio, ed n prode Masotti, giornalista di auto-dichiarata fiducia del presidente del consiglio, compaiono ogni sera e possono serenamente partecipare alla campagna in atto contro Giuliana Sgrena e contro quei giornalisti che vorrebbero ancora tentare di fare il loro mestiere ed illuminare le tante oscurità della politica internazionale e nazionale.
Basterebbe questo per giudicare la monarchia assoluta che ha despotizzato la Rai dopo l'espulsione della presidente di garanzia Lucia Annunziata e che non lascerà rimpianto alcuno, dentro e fuori l'azienda. Ci auguriamo che quella di Cattaneo sia stata davvero la sua ultima audizione, almeno nella sede della commissione parlamentare di vigilanza Rai.
12.03.05
«La notte più lunga della mia vita»
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di ALESSANDRO MANTOVANI
[da il Manifesto del 11/3/2005]
Giuliana Sgrena racconta la notte di venerdì. Il viaggio con i rapitori, la grande paura durante l'attesa, la gioia della liberazione e il fuoco americano che ha ucciso Nicola Calipari, a 700 metri dall'aeroporto
«Venerdì e sabato erano giorni di novità. Di sabato avevo fatto il video, di sabato avevo scritto la lettera. Così venerdì aspettavo che dicessero qualcosa, anche perché lui, il carceriere che si mostrava più disponibile, sembrava allegro. E l'altro a un certo punto era uscito. 'Vabbè, mi sono detta, per chiedere aspetto `». E' il racconto di Giuliana Sgrena, il giorno della grande paura e della gioia che dura mezz'ora, fino alle raffiche che ammazzano il suo liberatore, Nicola Calipari, il poliziotto che dirigeva le Operazioni internazionali del Sismi. La nostra inviata è ancora all'ospedale militare del Celio, aspetta di essere operata e ha male alla spalla ma sta meglio, anche gli ematomi sul volto stando andando via. Ci accoglie seduta, con lei c'è Pier. Giuliana sapeva già dei contatti in corso, sabato 19 febbraio aveva scritto di suo pugno la lettera ai familiari, la prova che il Sismi cercava. E per due volte l'avevano fatta parlare al telefono, sabato 25 e ancora lunedì 28: una cassetta è finita alla Croce rossa italiana, l'altra chissà. Domenica 27 le avevano detto che sarebbe stata liberata e il giorno è arrivato di venerdì, un mese esatto dopo il rapimento alla moschea Al Nahrein di Baghdad. Era venerdì anche il 4 febbraio.
«Quando l'iracheno mi ha portato il pranzo gli ho chiesto: `Sei felice perché resto o perché me ne vado?'. 'So che te ne andrai ma non so quando, chiedi all'altro...'. E poi: `Te ne andrai domani, Inshallah, se Dio vuole'. `Giorno più giorno meno', così ho pensato. E invece dopo qualche ora, non so quante, sono entrati tutti e due. Ero a letto come al solito - ricorda Giuliana - e ho notato che non portavano il consueto camicione lungo, si erano quasi vestiti eleganti, camicia e pantaloni. Ho provato a scherzare: `Che è? Un matrimonio?'. E loro: `Complimenti, te ne vai a Roma, la tua roba dov'è?'. Avevano fretta. Mi chiedevano: `Sei pronta? Sei sicura?'. Volevano prepararmi: `Guarda che sarà una cosa difficile... Abbiamo promesso alla tua famiglia - perché loro parlavano sempre della famiglia - di rimandarti a casa sana e salva, ma se qualcosa va storto ci ammazzano tutti'. Sapevo già che era il momento più delicato. `Se ci fermano, sia gli americani che la polizia irachena, non fare segni, non dire che sei un'occidentale».
Sull'auto dei rapitori
«Mi sono messa la felpina nera con la zip, che nel primo video sembrava verde. Jeans neri e sopra il mio vecchio cappottino molto anonimo, che in un paese arabo va sempre bene. Mi hanno ridato la mia roba - dice ancora Giuliana - ma non tutto. C'erano gli accrediti, i documenti e i soldi, quasi tutti. Erano mille dollari e ne ho riavuti ottocento, hanno voluto fare il gesto... Non mi hanno restituito tutti i blocchetti, né i telefoni, né la macchina fotografica digitale. Prima di uscire dalla casa mi hanno fatto mettere un'imbottitura sotto gli occhiali da sole, non se fosse giorno o già notte».
«Mi hanno fattoo salire in macchina, sono saliti anche loro due e, pur non vedendo, mi sono accorta che alla guida c'era un altro. Hanno parlato al cellulare, forse altri ci precedevano o ci seguivano. Non lo so. Abbiamo girato un po' ma non molto, una ventina di minuti. Finalmente siamo arrivati, non so dove perché ero bendata, e ci siamo fermati. Mi hanno detto `aspetta' e sono rimasta lì, con una fifa pazzesca. Sempre nella stessa macchina. Ero lì da sola con il terrore. Ho capito che era un punto di passaggio, c'erano automobili che si fermavano. `Sarà questa?', pensavo. A un certo punto ho sentito da fuori voci concitate. No, non è durata più di mezz'ora, ero agitata ma non è durata di più». C'è stato un ritardo di due ore nella consegna ma Giuliana esclude di aver passato così tanto tempo ad aspettare. «Sentivo sirene della polizia e soprattutto un elicottero americano sopra di me. Mi sono ricordata di Mogadiscio, quando ho intervistato Osman Atto che era ricercato: sopra di noi c'era un elicottero americano. `Se va bene, mi sono detta, non mi beccano neanche stavolta'».
«Sono Nicola, sei libera, vieni»
«Quando è tornato, uno dei miei carcerieri mi ha detto: `Dieci minuti'. `E ora che faccio?', ho pensato. Così ho cominciato a contare, 'quando arrivo a sessanta sarà un minuto'. Per arrivare a seicento ci avrò senz'altro messo meno di dieci minuti. E intanto mi domandavo: 'Chissà chi verrà?'. Sapevo che sarei potuta finire in mano ad un altro gruppo. Finché non è arrivato Nicola, che ha aperto la portiera di destra mentre io ero seduta dall'altra parte: `Sono un amico di Pier e di Gabriele, sei salva, libera, vieni con me'. Gli occhiali non li tolgo, non ci penso nemmeno. `Abbandonati a me', dice Nicola. La loro macchina doveva essere lì, la raggiungiamo subito. `Mi siedo vicino a te', dice Nicola. Alla guida c'è il suo collega, il posto accanto è vuoto. Ho ancora le bende, solo dopo qualche minuto Nicola dice: `Puoi toglierle'».
«La prima cosa che vedo? Una strada periferica di Baghdad, però non sto a fissarla: se quando mi hanno rapita cercavo di fissare ogni dettaglio, in quel momento di gioia guardavo lui, non mi interessava guardare fuori. E poi Nicola mi ha travolto di parole, ha fatto un sacco di nomi di amici: `Mi hanno detto di non tornare senza Giuliana'. Allora ho capito di essere libera, mi sembrava di essere rinata». A bordo non c'era nessun altro, il quarto uomo Giuliana non l'ha visto. «Non posso escludere che ci fosse un'altra auto, una staffetta, ma non ho avuto questa sensazione».
Le telefonate dall'auto
«Quando mi sono tolta le bende l'autista ha telefonato, secondo me a Baghdad: `Siamo in tre, stiamo arrivando'. Ho intuito che qualcuno ci aspettava in aeroporto, forse un loro collega, ma nessuno me l'ha detto, neanche dopo, l'ho solo intuito. Nel frattempo Calipari mi ha detto: `Ora chiamiamo Roma'. Ma non trovava i suoi occhiali, non riusciva a chiamare. Ha buttato un telefono sul sedile davanti perché non funzionava. Con l'altro telefono è riuscito a chiamare il capo del Sismi a Roma e me l'ha passato, non so cosa gli ho detto: 'Grazie', senz'altro ho detto `grazie'. 'Ti richiamo', gli ha detto poi Nicola. Non so se ha detto `ti richiamo quando siamo in salvo', non ricordo, ma certo non era una situazione di sicurezza assoluta. Lo stesso anche dopo, quando l'autista ha detto `da qui sono 700 metri all'aeroporto' e subito sono arrivati gli spari. In una situazione normale avrebbe detto: 'Siamo quasi arrivati'».
«Non ho visto il faro dei soldati»
«Non ho visto posti di blocco. Certo io parlavo, guardavo Nicola, ero euforica, però mi sarei accorta se ci avessero fermato, perché avrei avuto paura. Calipari e il suo collega hanno acceso la luce interna: forse per poter telefonare, forse proprio per motivi di sicurezza, perché la prima cosa è farsi vedere in faccia. Il viaggio sarà durato venti minuti o mezz'ora, non di più. Ricordo un sottopassaggio, però non ho seguito la strada: di sicuro non era la strada principale, sarebbe stato da pazzi, ma una strada alternativa fuori dalle zone abitate. Comunque siamo arrivati su questa strada, tutta allagata, la macchina ha sbandato e ho detto: 'Ma guarda tu se ora andiamo a sbattere'. Poi quella frase, `ancora settecento metri', e subito i colpi».
«C'è una curva a destra, le raffiche sono arrivate mentre la macchina girava, sempre dal lato destro dove era seduto Nicola. Non ho visto nessun fascio di luce, ho solo sentito le raffiche». Il maggiore che guidava l'auto invece l'ha visto, ma i colpi, ha spiegato, sono arrivati contemporaneamente, in violazione di tutte le procedure, subito sull'abitacolo e non al motore. «Non so - dice Giuliana - se fosse un'arma sola o di più, era buio. So che i colpi hanno investito subito l'auto, nessuno ha sparato in aria, l'ufficiale al volante ha gridato: `Ci stanno attaccando' e mi pare abbia cercato di telefonare, però ce l'ha fatta solo dopo, da fuori. E' uscito gridando: `Siamo italiani'. Nicola invece non ha detto più niente, si è buttato addosso a me che intanto cercavo di scivolare più giù che potevo, tra i due sedili. Mi ha salvata».
«Sono ancora viva, Nicola è morto»
«L'autista era sceso, mi sembrava impossibile che gli americani ci attaccassero. Sono rimasta in macchina, con un fanale hanno illuminato la zona e allora ho visto un mezzo blindato a una decina di metri dalla strada, sulla destra. E' la dinamica del fatto che fa pensare a un agguato, voi cosa avreste pensato? Faccio in tempo a sentire l'ufficiale, che era sceso e da lì telefonava, credo a Roma, mi è sembrato che si fidasse più di chiamare Roma che non Baghdad: `Nicola è morto, lei è lontana ma ha gli occhi aperti...'».
«Sento Nicola sopra di me, cerco di spostarlo e non ci riesco. In quel momento si avvicinano i soldati, sette otto. Aprono la porta sul lato destro, capiscono che Nicola è morto e lo tirano su. Mi sembrano interdetti, forse a uno sfugge un'imprecazione, poi chiama: `C'è un morto'. Allora vengono dalla mia parte, a sinistra. Aprono. Ma sono bloccata, incastrata. Vicino a me, sul sedile, sento un mucchio di proiettili: ci saranno state anche le schegge dei vetri dei finestrini ma a me sembravano proiettili. E quelle che ho nella spalla non sono schegge di vetro».
Con gli americani all'ospedale
«'Sono ancora viva', ho pensato. Sentivo la ferita alla spalla ma non ero morta. I soldati mi hanno tirata fuori, sono rimasta sdraiata per terra mentre uno di loro mi tagliava i vestiti. Pensavano fossi messa peggio. Un altro ha provato a mettermi una flebo, ecco il risultato», e mostra una tumefazione sul polso. «Non so cosa sia successo all'autista, io sono rimasta con i soldati, mi hanno portato all'ospedale sul blindato. Erano americani, giovani. Americani e non d'origine latinoamericana. Non respiravo più, il polmone si stava stringendo, chiedevo continuamente acqua. Lì per lì mi hanno solo chiesto il nome e la nazionalità, più tardi in un'orecchio uno mi ha chiesto: `Ma tu sei la giornalista che avevano rapito?'. Non sapevo che dire, poi ho detto sì. `Mica mi potrà ammazzare qui dentro', ho pensato».
«Nel frattempo, su mia richiesta, era arrivato l'ambasciatore De Martino. L'ambasciatore ha chiamato Gianni Letta e me l'ha passato. Poi mi hanno fatto l'anestesia totale per togliere il proiettile. Quando mi sono svegliata ho chiesto della collana che avevo, la collana della resistenza apparsa nel video. Gli americani non l'hanno più trovata».
Sulla strada dell'omicido di Nicola
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di STEFANO CHIARINI
[da il manifesto dell'11/3/2005]
Radiografia del percorso che è stato il teatro della sparatoria in cui è stato ucciso l'agente del Sismi
Dietro l'ultima curva dopo aver attraversato i quartieri della guerriglia, l'auto è stata crivellata di colpi da una pattuglia Usa nascosta nel buio
Circa venti minuti per arrivare dal luogo del rapimento (all'università di Jadriyah), alla casa prigione, venti-venticinque minuti per arrivare dalla villetta al luogo dove Calipari ha trovato in un'auto Giuliana Sgrena (sembra nel quartiere di al Mansur), venti-venticinque minuti per arrivare da qui alla tragica curva della strada per l'aeroporto dietro la quale era appostata la pattuglia americana che, ci vogliono far credere, si sarebbe trovata li per proteggere il passaggio di un ambasciatore come Negroponte che va sempre all'aeroporto in elicottero e mai in automobile per evidenti ragioni di sicurezza. Se non altro per coerenza dal momento che lui stesso ha emanato un ordine a tutti i diplomatici Usa di non percorrere mai in auto quella strada.
Tutta la vicenda del rapimento di Giuliana Sgrena sembra essersi svolta nella parte ovest e sud ovest della città nel raggio di qualche chilometro attorno all'altissima torre di Saddam Hussein nella zona di al Mamoun. Una serie di quartieri come al Mansur, al Rashid, al Khadra, al Ameriyah, e, più a nord, al Ghazaliya particolarmente ostili alle forze occupanti e roccaforti della resistenza irachena «patriottica» in quanto abitati in gran parte da membri e ufficiali dell'esercito iracheno sciolto dagli occupanti, dei vari ministeri, dei membri dei servizi di sicurezza del passato regime che avevano ricevuto dal governo un pezzo di terra e il cemento per potersi costruire delle villette, modeste ma confortevoli, uni o bifamigliari.
Qui ad al Mansour sorgeva il comando dei servizi servizi segreti e poco lontano, al di là dell'aerporto, verso abu Ghraib, in un hangar abbandonato, negli anni novanta, in vista di una possibile occupazione del paese, si tenevano i corsi «di addestramento alla resistenza diffusa» del «Direttorato per le operazioni speciali». In altri termini a girare da queste parti sembra proprio che una parte dell'esercito nazionale iracheno - in quanto tale mai arresosi formalmente agli occupanti - non si sia affatto sciolta ma stia ancora combattendo.
Da questo punto di vista l'uso di una macchina civile per portare in salvo Giuliana Sgrena da parte di Nicola Calipari e il non tornare in ambasciata dall'altra parte della città, era in realtà l'unica scelta possibile per poter sperare di arrivare sani e salvi all'aeroporto. Secondo le prime testimonianze l'auto si sarebbe diretta verso l'aeroporto senza transitare sui primi dieci chilometri dell'autostrada, i più pericolosi.
Non si sa invece dove la Toyota Corolla si sia inserita sulla striscia di asfalto, prendendo quella curva a destra dove l'attendeva la pattuglia assassina (come chiamarla altrimenti considerando che un check point non si fa nascondendosi al buio al lato della strada in una notte di pioggia a meno che non si voglia uccidere qualcuno, anche se non necessariamente i passeggeri dell'auto con a bordo i nostri tre concittadini?).
In altri termini dove si trova quella curva fatale? Dalle prime testimonianze emerge che la curva si sarebbe trovata «a 700 metri dell'aeroporto». Se con tale espressione si intende l'aerostazione vera e propria allora l'agguato sarebbe avvenuto lungo la curva che, nei pressi di uno sbarramento di cemento, tira verso destra per poi adagiarsi davanti al terminal.
In tal caso, la pattuglia Usa sapeva perfettamenta che la Toyota Corolla aveva già superato di sicuro (non essendoci altre strade), lungo la fast lane riservata ai diplomatici e ai contractor, il primo grande check point dove le auto autorizzate devono semplicemente rallentare e non fermarsi dal momento che la zona è sorvegliata e controlalta elettronicamente.
Un camion-computer della Cia registra e studia le immagini di tutte le auto e dei loro passeggeri mentre dall'alto l'intera area è fotografata dalle telecamere di un grande pallone aerostatico. Tanto che, dopo il primo check point, a 5 chilometri dall'aeroporto, sulla destra c'è un grande cartello verde nel quale si invitano le scorte a mettere la sicura alle armi in quanto ormai in zona sicura.
Vi è però anche la possibilità che mancassero 700 metri non al terminal ma proprio a questo check point e che l'auto con Giuliana e Calipari, avesse percorso le strade interne (ma in tal caso la presenza di un auto apripista ci sembra probabile) da al Mansour al Maamoun, al Qadra (dove c'è uno dei più grossi distributori abusivi di benzina della zona lungo la strada per Ramadi) per poi immettersi nell'autostrada all'altezza del sottopasso di Ameriya, solitamente allagato.
Dopo aver svoltato a destra sulla strada per l'aeroporto si tira un sospiro di sollievo dal momento che subito lì a destra inizia Camp Victory, la grande base Usa dell'aeroporto, e a poche centinaia di metri più avanti si vedono le luci del check point. Anche in questo secondo caso l'attacco alla macchina (dando per buona l'improbabile versione dei soldati che avrebbero sparato per paura - di che non si sa, visto che nascosti nel buio nessuno poteva vederli), appare altrettanto ingiustificato, e quindi analogamente criminale, dal momento che in ogni caso poche centinaia di metri più avanti il mezzo sarebbe stato costretto quasi a fermarsi. A meno che quei soldati appostati nel buio non avessero un altro obiettivo.
08.03.05
Irshad, femminista col Corano
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di Adriano Sofri
[da Panorama del 1/3/2005]
Nata in Uganda e cresciuta in Canada, ha scritto un libro che è diventato best-seller negli Usa. Dove svela l'oppressione femminile nei paesi arabi, ma chiede anche più coraggio all'Europa.
Forse conoscete già Irshad Manji. È una giovane donna, nata in Uganda e cresciuta in Canada. Il programma di Oprah Winfrey l'ha proclamata donna dell'anno nel 2004, dopo che il suo libro era diventato un best-seller negli Stati Uniti. Irshad è ora nota anche da noi, e merita di esserlo di più, soprattutto grazie a quel libro: Quando abbiamo smesso di pensare? (Guanda 2004). Il plurale del titolo riguarda i musulmani e non era nell'originale (The Trouble with Islam, 2003). L'edizione italiana sottolinea il credo religioso con il sottotitolo: «Un'islamica di fronte ai problemi dell'Islam».
Esso segnala una differenza rispetto ad autrici o autori usciti dalla fede islamica, e anche da chi all'Islam è sempre stato estraneo: il confronto più immediato evoca Oriana Fallaci. Si riconosce un credito peculiare a un'autrice che appartenga all'universo culturale e umano che mette in discussione, che esponga in un solo intreccio i pensieri e la vita vissuta. Irshad mette avanti la propria vita con una franchezza audace e delicata: di donna musulmana e lesbica e militante. Conserva fieramente la propria qualità di musulmana, ma si prende il suo posto a parte. «Sono una refusenik dell'Islam». Ha il suo album di famiglia, simile a troppi altri: «La sera in cui mio padre mi rincorse per tutta la casa armato di coltello».
Anche lei ha intrapreso la sua personale, e a lungo solitaria e perseguitata, reinterrogazione del Corano. Perché l'obbligo della preghiera per le bambine comincia a 9 anni e per i maschi a 13? Perché nella moschea le donne non devono essere visibili? E perché quel velo obbligato? «Ripartivo schiacciata nella chioma e demoralizzata nello spirito, come se il preservativo che avevo in testa mi avesse salvaguardata da “attività intellettuali non protette''». Si ribella al Corano preso alla lettera, e vi cerca «un esercizio di libertà invece che di letteralità». Si stupisce dell'adorazione che studiosi e giovani americani ed europei dedicano a testi come Orientalismo di Edward Said, che a lei sembra «soffocare possibili visioni alternative dell'Islam». Intanto, «impara la sottile arte di amare le donne»: frase invidiabile.
Nei paesi arabi, o nell'Islam asiatico, si misura con le mutilazioni genitali, con le vittime di stupri lapidate per adulterio, con la lapidazione delle donne, che deriva dalle tradizioni tribali, e non dall'Islam, e tuttavia è stata accolta in troppi luoghi dell'Islam a braccia aperte. «In Tunisia e Algeria le donne non possono contrarre un matrimonio regolare al di fuori della loro religione. Gli uomini invece sì. Nella maggior parte dei paesi islamici lo stupro all'interno del matrimonio, quand'anche è riconosciuto, non è considerato un crimine».
Taslima Nasrin, scrittrice femminista e medico, esiliata dal Bangladesh nell'ospitale Svezia, le racconta che, come Irshad da piccola, non riusciva a capacitarsi di un Dio che sapesse parlare solo in arabo, e non in bengali; e che potesse essere pregato solo in arabo, quando nel mondo solo il 13 per cento dei musulmani è arabo. In Arabia Saudita riconosce il tribalismo del deserto che odia «la vita proteiforme dei bazar dei vicoli urbani», e ha confiscato la lettura del Libro. L'Arabia Saudita non ha mai adottato la Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite e pratica una discriminazione e uno sfruttamento razzisti nei confronti dei milioni di lavoratori immigrati.
«Nei tribunali arabi gli sciiti non hanno diritto alla difesa di un legale e sugli scranni dei giudici possono sedere solo i wahhabiti». Ricorda Irshad che le donne del regno saudita, che sono il 57 per cento, «non possono metter piede in un'aula di tribunale». Cita Ali al-Ahmed, direttore del Saudi Institute negli Stati Uniti, secondo il quale le donne saudite «in pratica godono dello status legale di un'automobile». Formula spiritosa, dato che l'auto non la possono guidare.
In Pakistan «una media di due donne al giorno muore per ”omicidi d'onore“ in cui, spesso, l'assassino uccide invocando il nome di Allah». In cambio, è prevista la pena di morte per chi, non musulmano, saluta dicendo as-salaam aleikom. In Iran, dove le donne avevano preso a ribellarsi lasciando uscire dal velo una ciocca di capelli, come la monaca di Monza, si confezionano «nuovi chador postrivoluzionari, da cui non spunta nemmeno un ricciolo».
«I musulmani» scrive Irshad «mostrano una pervicace forma di soddisfazione nel degradare le donne e le minoranze religiose». E così l'Islam tradisce il suo passato migliore. «Secondo Averroè, le capacità delle donne non sono conosciute perché sono relegate ai compiti della procreazione, della crescita dei figli e dell'allattamento. E, con grande lungimiranza, avvertiva i custodi della civiltà che trattare le donne come fardelli per gli uomini era una delle cause di povertà».
Più o meno il contenuto del recente rapporto Onu sulle cause dell'arretratezza araba, redatto da consulenti a loro volta musulmani e arabi. A Irshad sta soprattutto a cuore argomentare e promuovere l'importanza del microcredito alle donne imprenditrici. I suoi interlocutori primi sono i musulmani in Occidente: «La metà dei giovani arabi intervistati nel 2001 dalle Nazioni Unite ha dichiarato di volersi trasferire, e il loro sguardo punta con ansia verso ovest». Ma anche gli occidentali autoctoni, la loro miopia e la loro pusillanimità. La fatwa contro Rushdie «avrebbe richiesto dagli occidentali qualcosa di più di un timido girotondo contro la teocrazia».
«Non prendere il multiculturalismo alla lettera» dice Irshad Manji, con una bella espressione (non prendere niente alla lettera, insomma). Quanto al cattivo relativismo: «Europa, sei tanto affascinata dalle complessità della cultura da aver perso di vista le certezze della civiltà?».
07.03.05
Meno tasse? BUFFONI!!!
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da Saltino's Corner
Imposta di bollo sui Conti Correnti Bancari C/C a partire dal 1 febbraio 2005, l'imposta di bollo trimestrale applicata per legge sul conto corrente è passata da 6,39 euro (2,13 euro mensili) a 8,55 euro (2,85 euro mensili di aumento)
Tale addebito è imposto dallo Stato e applicato semplicemente dalle Banche a tutti i conti correnti la tassa trimestrale decisa dal Decreto Legge (art. 7 D.L. 31 gennaio 2005 n.7).
Linka questo post o mandalo per e-mail a tutti quelli che credono a Babbo Natale ed al fatto che il nostro (Berlusconi) abbia abbassato le tasse.... intanto SIRCHIA rimette sul mercato il RITALIN, come viene segnalato da KILO-KLIMB il noto farmaco ASSASSINIO che viene somministrato senza scrupoli ai bambini "troppo agitati" da genitori svogliati ed insegnanti pigri...
La democrazia delle bombe
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di Massimo SdC
Se bastano pochi uomini per decidere di lanciarle, le bombe rivelano il loro aspetto democratico solo quando esplodono: per quanto possano essere “intelligenti”, colpiscono indiscriminatamente, cancellando le ragioni ed i torti, il giusto e l’ingiusto, il bene ed il male.
La prima bomba è quella lasciata colpevolmente deflagrare sul Diritto Internazionale, come se fosse saggio fare “tabula rasa” del principio ispirato dalla lezione di due terribili guerre mondiali: mai più guerre per le generazioni future! Vorrei che chi oggi è tanto sicuro delle proprie ragioni potesse sentirsi osservato dai più di 60 milioni di morti e dalle decine di milioni di feriti ed invalidi di guerra, frutto tragico dell’idea che le controversie internazionali potessero essere risolte con l’impiego della forza militare.
Tanto nel 1914 come nel 1939, tutte le parti in conflitto erano convinte che si sarebbe trattato di una guerra breve. Uccidere è la via più breve per NON affrontare i problemi esistenti e per crearne di nuovi, più complessi ed imprevedibili di quelli che si crede di aver così semplicemente risolto. Viviamo in un mondo imperfetto e difficile, ma non sarà certo con le bombe che si riuscirà a renderlo migliore di quello che è. Riflettiamoci sopra. La pace ci permette ancora di poterlo fare.
[lettera pubblicata sul numero 14 di "Europa", 1 marzo 2003]
06.03.05
Come muore un Italiano
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di Beppe Grillo
La politica di Bush verso la stampa è semplice.
Usa due strumenti:
1) giubbotto antiproiettile
2) mitraglia e cannone
I giubbotti antiproiettile sono per i giornalisti amici, cioè quelli "incorporati" (embedded) all'interno delle truppe statunitensi di invasione.
Mitraglia e cannone sono per tutti gli altri.
Ieri sera il militare italiano Nicola Calipari si è buttato sulla "non incorporata" Giuliana Sgrena per proteggerla dalla mitraglia statunitense.
I soldati di Bush gli hanno "incorporato" una raffica di mitra, uccidendolo.
"Noi siamo spendibili, gli ostaggi no" aveva dichiarato il militare.
Come muore un italiano lui non l'ha detto.
Ma lo ha fatto vedere.
Un vero eroe italiano.
3000 soldati su 130.000 non servono a niente. Sono solo un'operazione pubblicitaria, senza alcun esito sulla guerra in Iraq.
Spero che il Presidente del Consiglio dimostri di avere almeno metà di una delle palle che il suo amico Craxi dimostrò di avere a Sigonella.
Ritiri subito i militari dall'Iraq.
Ha fatto causa all'Economist e a me.
Ora faccia causa a Bush. Incarichi alcuni fra i cento avvocati che ha portato in Parlamento di difendere in tribunale non solo le sue aziende ma anche l'onore di Nicola Calipari e degli Italiani.
La mia verità
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di GIULIANA SGRENA
[da il Manifesto del 6/2/2005]
«La nostra auto andava piano, gli americani hanno sparato senza motivo, Calipari è morto fra le mie braccia». Giuliana Sgrena torna in Italia e racconta il suo rapimento e la sua sanguinosa liberazione. Gli Usa insistono: solo un incidente. Ma la versione americana è smentita dai testimoni Il governo italiano tace, solo Ciampi insiste: «Mi aspetto spiegazioni». I pm indagano per omicidio volontario.
Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l'importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti». Avevo imparato a capire che aria tirava dall'atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando». A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così.
Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell'altra. Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità. Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po' in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così.
Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un'altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».
Mi ha fatto togliere la «benda» di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo «Nicola». Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo. La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma d'acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L'autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l'aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto...quando...Io ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima.
L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, «siamo italiani, siamo italiani...», Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta «perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni». Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità.
Il resto non lo posso ancora raccontare.
Questo è stato il giorno più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. Puntavano sulla famiglia. «Chiedi aiuto a tuo marito», dicevano. E l'ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La vita mi è cambiata. Me lo raccontava l'ingegnere iracheno Ra'ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con le due Simone, «la mia vita non è più la stessa», diceva. Non capivo. Ora so quello che voleva dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta.
Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: «Ma come, rapite me che sono contro la guerra?!». E a quel punto loro aprivano un dialogo feroce. «Sì, perché tu vai a parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura». E io ribattevo, quasi a provocarli: «E' facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani?». Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loro interlocutore «politico» non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra.
E' stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo, è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l'Italia non avesse ritirato le sue truppe. Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevo diffidare di quei proclami, erano dei «provocatori». Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l'altro, un aspetto da soldato: «Dimmi la verità, mi volete uccidere». Eppure, molte volte, c'erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. «Vieni a vedere un film in tv», mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva.
I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alla 5 per pregare, mi ha fatto le sue «congratulazioni» incredibilmente stringendomi fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo «se ti comporti bene parti subito». Poi, un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta «Liberate Giuliana» sulla sua maglietta.
Ho vissuto in una enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell'alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro. «Noi non vogliamo più nessuno», mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi.
E quella mattina già i profughi, o qualche loro «leader» non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la società irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: «Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?». L'effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l'Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni.
Ora mi chiedo. E' un fallimento questo loro rifiuto?
02.03.05
Devolution delle parolacce
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di Giorgio Boratto
Curzio Maltese ricorda bene, di ricordarci, di una parabola perfetta del berlusconismo, quella del mostro bavoso. Ecco che una mattina, l’ometto di Arcore, dice che è attaccato dall’opposizione con mille epiteti tra cui quello di mostro bavoso. Nessuno a sinistra ricorda quell’insulto; ma dopo alcune verifiche si scopre che quell’aggressione verbale è invece stata fatta, da un giornalista che scrive su un suo giornale, all’indirizzo di Romano Prodi, il suo avversario politico.
Nessun giornale di regime o televisione riporta il fatto. Morale, l’insulto dell’insulto continua. La vittima dei ‘cattivi’ avversari ‘comunisti’ è sempre e solo lui.
Se poi si indaga ancora un po’ si scopre che nessuno ha mai pronunciato insulti peggiori del suo attuale alleato Bossi:
Berlusconi mostra le stesse caratteristiche dei dittatori. E' un kaiser in doppiopetto. Un piccolo tiranno, anzi è il capocomico del teatrino della politica. Un Peròn della mutua. E' molto peggio di Pinochet. Ha qualcosa di nazistoide, di mafioso. Il piduista è una volpe infida pronta a fare razzia nel mio pollaio [...]
Berlusconi è l'uomo della mafia. E' un palermitano che parla meneghino, un palermitano nato nella terra sbagliata e mandato su apposta per fregare il Nord. La Fininvest è nata da Cosa Nostra. C'è qualche differenza fra noi e Berlusconi: lui purtroppo è un mafioso. Il problema è che al Nord la gente è ancora divisa tra chi sa che Berlusconi è un mafioso e chi non lo sa ancora. Ma il Nord lo caccerà via, di Berlusconi non ce ne fotte niente. Ci risponda: da dove vengono i suoi soldi? Dalle finanziarie della mafia? […]
Quel brutto mafioso guadagna soldi con l'eroina e la cocaina. Il mafioso di Arcore vuole portare al Nord il fascismo e il meridionalismo. Discutere di par condicio è troppo poco: propongo una commissione di inchiesta sugli arricchimenti di Berlusconi. In Forza Italia ci sono oblique collusioni fra politica e omertà criminale e fenomeni di riciclaggio. L'uomo di Cosa Nostra, con la Fininvest, ha qualcosa come 38 holding, di cui 16 occulte. Furono fatte nascere da una banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di Cosa Nostra a Milano.
…tutte dichiarazioni documentate e tratte da agenzie e quotidiani diversi, negli anni che vanno dal marzo-aprile 1994, all’ottobre del 1999.
Di tutto questo però è bene tacere, poiché la campagna elettorale è iniziata, ed è meglio che la verità non si sappia.
Volete mettere la devolution delle parolacce? Un ‘buffone’ dal ‘basso’ costa 500 euro...un ‘mostro bavoso’ quanto costerà? A loro naturalmente niente; queste cose, a loro, li fanno solo guadagnare.
I tempi oscuri della mediacrazia
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di Danny Schechter
[Filmmaker indipendente. L'ultimo film documentario di Danny Schechter è Weapon of Mass Deception («Armi di disinformazione di massa»), sull'informazione durante la guerra in Iraq. Questo articolo è una riduzione del suo intervento alla sessione sull'informazione del Tribunale Internazionale sull'Iraq, tenuto a Roma dal 10 al 13 febbraio. Traduzione Marina Impallomeni. Da il Manifesto del 28/2/2005]
Giornalisti embedded, nuove tecnologie, l'inganno e la censura come strategia deliberata. Sono le armi di disinformazione di massa del «quarto fronte» bellico, quello dei media
Ci sono state due guerre in Iraq. Una è stata combattuta dagli eserciti con i loro soldati, le bombe e la loro temibile forza militare, l'altra invece con le telecamere, i satelliti, i giornalisti e le tecniche di propaganda. La prima è stata giustificata col tentativo di trovare le «armi di distruzione di massa» di Saddam Hussein, la seconda è stata combattuta con armi ancora più potenti, le «armi di disinformazione di massa». Durante l'invasione del'Iraq nel marzo 2003, in America le reti televisive hanno visto nell'informazione non-stop il loro momento migliore, puntando sui giornalisti embedded e sulle nuove tecnologie che avrebbero permesso ai telespettatori di vedere per la prima volta una guerra da vicino. Ma diversi paesi hanno visto guerre diverse.
Per quelli di noi che guardavano, la guerra era più che altro uno spettacolo, una maratona globale che vedeva le emittenti darsi battaglia tra loro distorcendo la verità.
Questa non è semplicemente la censura tradizionale.
Durante l'invasione del'Iraq nel marzo 2003, in America le reti televisive hanno visto nell'informazione non-stop il loro momento migliore, puntando sui giornalisti embedded e sulle nuove tecnologie che avrebbero permesso ai telespettatori di vedere per la prima volta una guerra da vicino. Ma diversi paesi hanno visto guerre diverse.
Per quelli di noi che guardavano, la guerra era più che altro uno spettacolo, una maratona globale che vedeva le emittenti darsi battaglia tra loro distorcendo la verità. Questa non è semplicemente la censura tradizionale.
Censura, auto-censura e distorsione delle notizie sembrano fenomeni comuni in tutte le guerre. I governi cercano di limitare le notizie che possono metterli in una luce sfavorevole e di massimizzare quelle capaci di galvanizzare il consenso sul fronte interno.
Tutte le guerre suscitano sciovinismo in settori dei media e dell'informazione. Sun Tsu, il grande teorico cinese della guerra, diceva che l'inganno è uno strumento in ogni guerra, per definizione. Ma quella che in passato era stata considerata una tattica o uno strumento, è diventata una strategia utilizzata in modo sistematico.
Le dottrine sulla guerra dell'informazione puntano a conseguire un'influenza strategica grazie all'inganno. Questo concetto è profondamente radicato nelle ideologie neocon basate sull'opera del filosofo dell'Università di Chicago Leo Strauss.
E' una strategia deliberata. Molti al Pentagono sono convinti che sia colpa dell'informazione se la guerra del Vietnam è stata persa. Anche in quella guerra avevamo assistito a una battaglia mediatica. L'ex reporter del Washington Post William Prochna ricorda che prima del Vietnam «avevamo già subito un secolo pieno di guerre. Guerre pesantemente censurate.
Durante la prima guerra mondiale la manipolazione dell'opinione pubblica da parte del governo era così totale, che in seguito il principale propagandista Usa definì il suo operato "la più grande avventura nel mondo della pubblicità". Durante la seconda guerra mondiale la censura era accettata così uniformemente, che la rivista Life non pubblicò una sola fotografia di un americano morto fino al 1943, e il direttore dell'Ufficio della censura ricevette una menzione speciale del Premio Pulitzer.
La guerra fredda, con la sua minaccia di estinzione nucleare, ha portato l'autocensura a un livello prima sconosciuto.
Kennedy all'inizio credette di poter condurre la guerra in Vietnam così come i comunisti combattevano le loro: in segreto. Com'era possibile censurare una guerra che non si stava combattendo? Così il Vietnam iniziò senza censura e continuò senza censura. Ma Kennedy non poté evitare l'escalation della guerra, e certamente non poté tenerla segreta.
Inevitabilmente, Kennedy andò a cozzare contro l'inizio del cosiddetto "gap generazionale" che avrebbe ossessionato gli anni `60 e contro un massiccio cambiamento di rotta nel giornalismo americano. O fu il Vietnam a dare inizio a entrambi? Le guerre sono combattute da giovani. Sono anche raccontate da giovani, e all'inizio degli anni `60 i giovani reporter del Vietnam non erano limitati dalla censura né dalle certezze della guerra totale.
Quando cominciarono a raccontare che l'imperatore era nudo, fu uno shock. Gli americani stavano morendo. Il governo stava mentendo. (...) Il cambiamento di rotta non mancò di provocare le sue cicatrici tra i reporter, molti dei quali ancora ventenni. Il governo Kennedy li attaccò accusandoli di essere troppo giovani e inesperti, e la polizia segreta sud-vietnamita gli dette la caccia come simpatizzanti comunisti. Furono aggrediti, il loro patriottismo fu messo in discussione dalla vecchia guardia presente negli stessi giornali.
Con la fine del Vietnam, alla Scuola di guerra cominciarono i gruppi di studio, seminari e lezioni per prepararsi a gestire i media nelle guerre che sarebbero inevitabilmente seguite. Se la censura non poteva essere la regola, aggirare l'ostacolo poteva...».
Così una grossa quantità di denaro e di mano d'opera sono stati investiti nel controllo dei media. Allo stesso tempo, con la crescita dell'industria dell'informazione e la sua integrazione nello show business, vi è stato un nuovo cambiamento di rotta.
Questo quadro viene spesso dimenticato quando si critica Bush. Questa guerra non è stata organizzata da un uomo solo, ma da istituzioni potenti: un intero complesso mediatico-industriale. Dobbiamo collocarla non solo nel contesto della politica estera americana, ma anche in quello del nostro sistema mediatico moderno. In Italia i telespettatori hanno potuto vedere come il sistema televisivo, dalla Rai ai canali privati, sia stato berlusconizzato. Si è creata un'alleanza perversa tra i media e il governo.
Negli Usa, i grandi media sono ormai al servizio di interessi particolari. I manager dell'informazione che non sono giornalisti hanno preso iln potere. Presto i pundit sono diventati più numerosi dei giornalisti. Le scuole di giornalismo hanno cominciato a produrre più esperti di pubbliche relazioni che inviati. Il governo ha portato le pubbliche relazioni a un nuovo livello: è chiamato «perception management» (gestione della percezione); e tratta la guerra come un prodotto da «esibire» e promuovere.
I canali televisivi via cavo che trasmettono ventiquattr'ore al giorno sono rapidamente degenerati diventando una hit parade di titoli. Il giornalismo investigativo aveva già da tempo ceduto il passo alle «breaking news» prive di contesto e retroterra. I documentari di approfondimento sono scomparsi dalle fasce di maggiore ascolto dei palinsesti. I «reality show» hanno preso il posto dei servizi basati sulla realtà. Gli anchormen hanno protestato dicendo che i media, da «cani da guardia», sono diventati cani da salotto: ma non hanno fatto niente per impedirlo.
Questa trasformazione del sistema mediatico - avvenuta in oltre vent'anni grazie alla deregulation delle leggi sull'interesse pubblico - ha reso i media complici volontari, specialmente nel clima di paura e patriottismo post 11 settembre. Quando gli anchormen hanno cominciato a emulare i politici appuntandosi le bandierine americane al risvolto della giacca, è apparso ormai chiaro che stavamo assistendo a un'integrazione dei media in un sistema mediatico di stato.
Presto gli inviati embedded hanno concentrato i loro servizi sulla campagna di terra in Iraq, mentre gli attacchi aerei, l'uso di armi proibite, le squadre speciali per le operazioni segrete e le vittime civili non venivano documentate. Erano fatti deliberati, ma venivano commentati solo di rado, dato che i network cercavano l'approvazione del Pentagono per i loro esperti ed ex generali impegnati a fare valutazioni davanti alle telecamere come si usa per gli eventi sportivi.
Gli inviati hanno cominciato a identificarsi con i soldati, usando spesso la parola «noi» nei loro servizi come se fossero parte in causa - e in effetti lo erano. Le tecniche narrative di Hollywood hanno preso il posto del giornalismo basato sui fatti. Per confezionare l'informazione sulla guerra sono stati reclutati grafici e produttori di Hollywood. Era come girare un film.
Il comandante militare americano Tommy Franks ha messo a punto un «piano segreto» che è stato fatto filtrare ai giornalisti amici, come quelli di Fox News. Egli ha parlato dei media come del «quarto fronte» della guerra. Christiane Amanpour della Cnn ha ammesso in seguito: «Sembra che questa sia stata disinformazione ai massimi livelli». Amanpour se l'è presa non solo col governo ma anche con gli «sbruffoni» della rete Fox di Rupert Murdoch. In un ambiente iper-competitivo, quando il presidente dice ripetutamente che si è «o con noi o con i terroristi», nessuno vuole essere accusato di appoggiare il terrorismo. I grandi media che hanno bisogno di favori, di accesso al potere, e di cambiamenti delle regole, difficilmente assumono una posizione critica.
Un risultato: su ottocento esperti andati in onda in tutti i canali americani dal periodo di preparazione della guerra fino al 9 aprile 2003, quando i soldati americani hanno buttato giù la statua di Saddam insieme a una folla attentamente assemblata di sostenitori Usa, soltanto sei erano contrari alla guerra.
L'ambiente mediatico è stato spesso caricato di un mix di cooptazione seduttiva che ha dato ai giornalisti selezionati accesso alle prime linee e alla protezione militare. I reporter non allineati hanno subito intimidazioni, attacchi, denunce - o aggressioni deliberate come quella dell'Hotel Palestine, che ha provocato la morte di alcuni giornalisti.
Il mio film WMD - Weapons of Mass Deception (Armi di disinformazione di massa) riferisce questi episodi e cita l'apprezzato storico dei media e della guerra, Phillip Knightly, il quale si è detto convinto che i siti dei media sono stati attaccati deliberatamente.
Nel gennaio scorso, durante un dibattito al World Economic Forum, il direttore delle news della Cnn Eason Jordan delha detto che i giornalisti sono stati presi di mira. Messo sotto pressione, Jordan sembra avere ritrattato la sua tesi iniziale secondo cui l'esercito americano avrebbe ucciso dodici giornalisti. Si attende ancora una indagine indipendente (lui però intanto si è dimesso).
Tutto questo non è un catalogo di errori. Tutto questo è stato pianificato, pre-prodotto e poi mandato in onda con l'obiettivo di persuadere.
Certo, alcuni media tra cui il Washington Post e il New York Times hanno in seguito ammesso di non avere esercitato una critica abbastanza serrata, specialmente sulla questione delle armi di distruzione di massa che si è rivelata una totale mistificazione. Più recentemente abbiamo visto come le elezioni irachene, in cui gli elettori hanno chiesto di porre fine all'occupazione, sono state fatte passare per una conferma alla politica bellica americana. Il presidente Bush è stato presentato come il chiaro vincitore con un aumento del consenso da parte dell'opinione pubblica.
L'informazione favorevole alla guerra continua anche se l'opinione pubblica contraria alla guerra cresce. Chi è contrario alla guerra deve combattere per poter andare in onda mentre i rappresentanti dell'Amministrazione e i democratici favorevoli alla guerra sono costantemente davanti alle telecamere.
Cosa significa tutto questo? Che viviamo in una mediacrazia, non in una democrazia. Che i nostri media, protetti dalla Costituzione per agire come guardiani della democrazia, invece la stanno mettendo in pericolo. Ciò a cui stiamo assistendo è un crimine contro la democrazia e contro il diritto del pubblico di essere informato.
01.03.05
Cosa facciamo? Resistenza!!!
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di Pietro B.
In Italia la classe politico-finanziaria al potere sta portando avanti una politica in cui la parola libertà significa solo la possibilità di pochi di farsi le leggi su misura e soprattutto di controllare i principali mezzi d'informazione.
Questo modo di esercitare il potere si chiama regime, e in Italia in questo momento il regime telecratico di MediaRai controlla tutti i principali mezzi d'informazione.
Per sconfiggere con le armi della non violenza l'attuale regime abbiamo a disposizione il voto che per esprimersi liberamente e consapevolmente necessità della libertà di espressione e della libertà d'informazione previste e salvaguardate dalla nostra Carta Costituzionale e messe sotto scacco dalla telecrazia di MediaRai.
Il vocaBLOgario, ItaliaBlogOltre e MieTerreRadio pur non facendo direttamente informazione la segnalano, la commentano, la mettono in circolo e fanno...
RESISTENZA!!!
Fallo anche TU!