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Logo 28.02.05

L'era dell'idrogeno
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L'entrata in vigore del protocollo di Kyoto è una pietra miliare nella storia dell'umanità. Per la prima volta in assoluto la grande maggioranza degli uomini si sono riuniti con l'impegno di proteggere il delicato equilibrio della Terra e far fronte alla più grave crisi che sia mai intervenuta in oltre duecentomila anni dacché l'Homo Sapiens è sulla Terra: il riscaldamento globale.
Ma questo è solo un piccolo passo: ora noi dovremo mobilitare le risorse e i talenti per affrontare il problema del riscaldamento globale, con l'obiettivo di garantire la transizione dall'era del petrolio a quello di un'economia verde, non inquinante, basata sull'idrogeno.

Jeremy Rifkin

Regime? Prego si accomodi.
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di Luca Ajroldi

[da Politicablog.info]

All'inizio di dicembre dello scorso anno, sul mio blog personale Onemoreblog dicevo che bisognerebbe avere il coraggio di cominciare a chiamare le cose con il loro nome. Non so per quale motivo, per quali incapacità a governare le dinamiche democratiche o per quali mancanze culturali, ma quello in cui stiamo vivendo oggi ha tutti i connotati del regime.

Non cadiamo nella trappola di pensare che siccome non ci sono squadracce che vanno in giro con i bottiglioni dell'olio di ricino allora è tutto normale. Un accidenti, normale! La gran parte dell'informazione è corsa in soccorso del vincitore.Come italico costume. Alcuni poi sono più realisti del re e fanno trasmissioni con cui credono di compiacere i padroni.

"Punto a Capo" su RAI2 nè è un fulgido esempio. La classe politica al governo è formata da sprovveduti privi di cultura istituzionale o da lividi e vendicativi ex esclusi. Tutto insomma contribuisce all'affermarsi di un regime. Quello che lascia perplessi è il menefreghismo della popolazione. Come se la cosa non li riguardasse.

Logo 27.02.05

Il 21 marzo tutti a Castelfranco Emilia!
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[Ricevo via email e volentieri pubblico questo appello]

Finora si era visto solo in un film. Stavolta l'italia è arrivata prima:un carcere gestito da privati. E' inaccettabile una cosa simile,nemmeno mussolini arrivò a tanto.

Lunedì 21 marzo 2005 Gianfranco Fini e altri esponenti del governo Berlusconi inaugureranno a Castelfranco Emilia il primo carcere privato italiano, gestito direttamente da San Patrignano per conto dell'Amministrazione Penitenziaria.

Come gruppo 'Dentro e Fuori le Mura' di Firenze, impegnato da circa due anni nella lotta dei diritti dei/delle detenuti/e, proponiamo a tutti/e di organizzare insieme una mobilitazione il 21 marzo a Castelfranco Emilia per fermare questo gravissimo progetto, che rientra nella più generale politica repressiva del governo (legge Bossi-Fini sull'immigrazione, ddl Fini sulle droghe, ddl Ciriello, ecc. ecc. ecc.).

Pensiamo sia anche necessario organizzare a livello locale e nazionale delle iniziative volte alla sensibilizzazione e alla mobilitazione sulla questione specifica del nuovo carcere privato e sulle litica penitenziaria e sulle tossicodipendenze.

Momenti di confronto e conflitto nei quali far conoscere anche le reali condizioni di vita dei detenuti: sovraffollamento, negazione del diritto alla salute, autolesionismo, suicidi, morti sospette, mancanza di lavoro, restrizioni sulla concessione delle misure alternative.

E denunciare le reali condizioni di vita delle persone che sono nelle comunità 'terapeutiche' gestite da San Patrignano e simili (Exodus.): negazione dei diritti e della libertà, violenze, sfruttamento di manodopera gratuita e coatta.

Proponiamo qui di seguito una piattaforma di mobilitazione, sulla base delle rivendicazioni emerse negli ultimi anni.

Fateci sapere cosa ne pensate!

(leandropers@tiscali.it)

1. No al carcere privato di Castelfranco Emilia, che introduce la privatizzazione del sistema penitenziario e rappresenta l'unione della violenza e dell'affarismo di San Patrignano con la brutalità del carcere.

2. No al ddl Fini sulle droghe, che equipara sostanze leggere e pesanti, prevede il carcere per i consumatori, attacca il servizio pubblico (Ser.t.) a vantaggio dei privati. Un provvedimento fascista, che impone una visione da Stato etico ingerendo nelle scelte individuali (come la legge sulla Procreazione Medicalmente Assistita).

3.Abrogazione della legge Bossi-Fini sull'immigrazione e chiusura dei Centri di permanenza temporanea, senza tornare alla Turco-Napolitano.
Libertà di circolazione e diritto di cittadinanza per tutti e tutte.

4. No al ddl Ciriello, che accentua il carattere classista del sistema penale e penitenziario, salvando da un lato Previti & co. e prevedendo dall'altro l'aumento delle pene e l'esclusione della maggioranza dei detenuti dalle misure alternative. Una giustizia a due binari: garantista con i ricchi, inflessibile e vendicativa con i poveri.

Cicli Storici
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di Giorgio Boratto

Corsi e ricorsi; cicli storici: ora su e poi giù…come il fiatare. Prima si cresce e poi si decresce. Dentro, fuori. Pieno, vuoto. Periodo buono, periodo cattivo. Ecco, ora siamo nel periodo brutto.

Questo è quello che avverte il popolo, la gente semplice, umile; quelli come me. Fasi alterne: le onde positive e quelle negative. Le onde del nostro crescere; quasi una metafora della vita, quella del battito sincopato del cuore: battere e levare. Ecco, ora siamo in levare.

Questo è quello che vivono i poveri. Ma cosa si poteva pensare, di diventare più ricchi? Diventare come lui? La storia prosegue così: prima una fase di avanzata economica e poi la recessione. Si poteva pensare di aumentare all’infinito ricchezza e diritti? Di stare sempre meglio? E no, la storia insegna. Ora tocca ai ricchi riprendersi quello che sembrava avessero perso. Perseguitati da giudici; incalzati da richieste di moralità, di denaro, di giustizia sociale, uguaglianza…i ricchi non ne potevano più e allora eccoli a governare il periodo giù…per noi naturalmente.

Così ora siamo in attesa della svolta: la fase sì, dei poveri. Ma abbiate fede. Come si sa, sempre male non può andare, sempre bene non può durare.

Logo 25.02.05

I fondi neri di Silvio
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di Peter Gomez e Leo Sisti
[da L'Espresso n°8/2005]

Sono centinaia di miliardi di lire. Creati con una serie di passaggi nell'acquisto di film per Mediaset. E finiti in società off shore del Cavaliere. Come si legge nelle 500 mila pagine dell'inchiesta

Affari Suoi
Luglio 1994. Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio da maggio, si gode Palazzo Chigi, conquistato in poco più di quattro mesi, un record. Ha i suoi guai, è vero, i magistrati del pool milanese di Mani pulite stanno mettendo sotto tiro il fratello Paolo e alcuni uomini di spicco della Finivest. Ma lui se ne cura fino a un certo punto, tutto preso com'è, tra i nuovi impegni pubblici e i problemi personali che premono. Proprio in quel mese il Cavaliere insiste infatti nel voler creare un blind trust, ovvero, alla lettera, un fondo cieco, sulla falsariga dei trust americani, dove infilare il suo patrimonio: così, per distinguere in modo netto le sue proprietà e abbracciare il nuovo mestiere di politico. È quello, infatti, il momento della grande discussione sul conflitto d'interessi. Un inutile bla-bla. Perché, proprio in quei caldi giorni dell'estate di 11 anni fa, un fiduciario del neo presidente del Consiglio trasferisce conti intestati a due società, costituite nel 1990 nel lontano paradiso fiscale delle British Virgin Islands, dalla Svizzera alle Bahamas. Protagonista della manovra: Paolo Del Bue, azionista della banca ticinese Arner, che dal 1992 fino, appunto, al luglio 1994, ha prelevato 103 miliardi di lire in contanti, stipati in capaci valigie, da un istituto di credito di Lugano dove erano parcheggiati presso misteriose entità caraibiche, la Century One e la Universal One.

Solo oggi sappiamo chi si nasconde al loro riparo, i figli della prima moglie di Berlusconi: Marina Berlusconi, oggi vicepresidente della Fininvest e presidente della Mondadori, si cela dietro la Century One, mentre il fratello Piersilvio, attuale vicepresidente di Mediaset, dietro la Universal One. Il rapporto tra i due figli di Silvio Berlusconi e le due società anonime emerge negli ultimi giorni di febbraio, dopo la chiusura dell'indagine della Procura di Milano che prelude a un nuovo possibile processo per Silvio Berlusconi, per il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, per illustri professionisti e anonimi comprimari. Quasi tutti accomunati dall'accusa di aver sottratto alle casse di Mediaset, quotata in Borsa dal 1996, qualcosa come 280-285 milioni di euro, 542-550 miliardi di vecchie lire (per Confalonieri c'è solo il falso in bilancio). Tutti fondi neri accumulati dai primi anni Novanta fino al 1999 con un meccanismo ben oliato.

Berlusconi ha bisogno di film per Canale 5, Rete 4 e Italia 1? Entrano in scena i suoi fedelissimi. Come Giorgio Vanoni, responsabile per l'estero della Fininvest. Come Carlo Bernasconi, ex responsabile della Silvio Berlusconi Communications, morto nel 2001. O come Daniele Lorenzano, distaccato a Los Angeles, la città del cinema. Ma sono anche altri a darsi da fare: quelli che vengono definiti di volta in volta soci occulti del Cavaliere. Ad esempio, Frank Agrama, produttore di origine egiziana, di base in California, dopo trascorsi romani. Oppure veri e prori prestanomi: ad esempio, solerti funzionari della famosa Arner Bank di Paolo Del Bue e un italiano che ha fatto fortuna a Montecarlo, Erminio Giraudi.

I diritti televisivi per le pellicole made in Hollywood della Paramount, della Century Fox o della Universal vengono acquistati dalla Principal Network Ltd, anch'essa con sede nelle British Virgin Islands, che non compare nei bilanci ufficiali della Fininvest. Poi, a cascata, sono rivenduti (vedere grafico a pag. 35) ad altre società, con sede nei Caraibi e a Malta. Un lungo tragitto che si conclude finalmente in Italia, a Mediaset. Solo che alla fine di questo percorso tortuoso i costi schizzano verso l'alto, gonfiati a dismisura passaggio dopo passaggio. Con una tecnica sopraffina. Ecco allora che un contratto iniziale, definito 'master,' della durata di cinque anni, viene frazionato in tanti subcontratti, quasi sempre del doppio rispetto al prezzo sborsato alle majors di Hollywood. Nei bilanci ufficiali Fininvest, invece, viene annotato il prezzo maggiorato da ogni passaggio. Che consente di creare, presso le società costituite nei paesi dove il fisco è più o meno inesistente, i fondi neri che oggi valgono al primo ministro Berlusconi l'accusa di appropriazione indebita, falso in bilancio e frode per tasse evase pari alla bellezza di 126 miliardi, sempre di vecchie lire.

C'è una gola profonda nel dossier che i pm di Milano Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale porteranno all'esame del gip perché valuti se c'è materia per condurre alla sbarra Silvio Berlusconi e i suoi. Si chiama David Mills, ed è un prestigioso avvocato di Londra. Fa parte dell'inner circle della City. È di casa a Downing Street, la residenza del primo ministro britannico. Sua moglie, Tessa Jowell, è ministro della Cultura di Tony Blair. Ed è lui, David Mills, l'uomo che ha messo a disposizione di Berlusconi tutto il suo expertise societario. Curando, come si legge nelle 21 pagine dell'atto di incriminazione nei suoi confronti, "la sottoscrizione di fittizi contratti di compravendita di diritti di trasmissione tra società occultamente (Principal Network, Century One, Universal One) ovvero ufficialmente (Principal Communications, Principal Network Communications) appartenenti al gruppo Fininvest".

L'avvocato Mills, che si esprime in un perfetto italiano, nella seconda metà degli anni Ottanta entra in contatto con la Fininvest dopo aver conosciuto Massimo Maria Berruti. È quell'ex ufficiale della Guardia di Finanza che dopo aver fatto le verifiche fiscali alle imprese edilizie di Berlusconi ha poi gettato la divisa alle ortiche passando alle sue dipendenze come legale. E che oggi siede sui banchi del Parlamento come deputato di Forza Italia e vanta una condanna definitiva a otto mesi per una vecchia storia dell'epoca di Mani Pulite. L'avvocato Mills entra subito in sintonia con Berruti, che cerca consulenze fiscali e, tramite lui, con altri manager della Fininvest, da Livio Gironi a Giancarlo Foscale (è un cugino del Cavaliere). Poi il legale inglese incontra anche Silvio Berlusconi. È lui stesso ad ammetterlo in un drammatico interrogatorio, a Milano, il 18 luglio 2004. Dieci ore di tormento e di esplosive confessioni. Era già stato sentito in precedenza parecchie volte, ma quasi sempre in patria, a Londra, consegnando agli investigatori dichiarazioni sempre molto soft. Ma quando l'anno scorso, nell'interrogatorio in Italia, gli vengono sottoposte carte provenienti da varie parti del mondo, apre il libro dei suoi ricordi più intimi di attorney della Corona britannica al servizio degli italiani.

Dova ha visto Berlusconi? "In quella che credo fosse la sua casa di Milano, all'epoca. Una villa con bellissimo giardino e una biblioteca su due piani, in legno, con un mezzanino". Facile indovinare. È la palazzina milanese di via Rovani, allora sede della Fininvest. Ancora Mills: "In quell'occasione Gironi mi disse che bisognava fare un'operazione che riguardava il patrimonio privato della famiglia Berlusconi". In che modo? Destinandone una parte "ai figli del primo matrimonio... con una struttura legale a loro tutela". Una struttura che doveva rimanere "riservata". Per una semplice ragione: "L'idea era di costruire due veicoli societari che dovevano fare trading sui diritti (televisivi, ndr) e quindi ottenere dei profitti, a beneficio di Marina e Piersilvio Berlusconi". Senza che tutto questo risultasse.

La genesi di Century One e Universal One, battezzate anche loro nelle British Virgin Islands, è tutta qui. Per anni hanno alimentato il circuito dei film hollywoodiani ceduti ai canali Fininvest prima e Mediaset dopo. Incamerando tanti miliardi, in seguito dispersi nelle Bahamas.

L'avvocato Mills pensa anche a uno strumento segreto per le due off shore caraibiche, il trust, una specie di fondo fiduciario, su indicazioni di Livio Gironi. Poi, a Londra, Mills consegna a Giorgio Vanoni ("Era la persona di fiducia della famiglia Berlusconi, l'unico a trattare direttamente i suoi affari") un foglio, con l'intestazione in inglese 'Proposed Holding Structure', ovvero la struttura societaria da lui suggerita. Due le raccomandazioni di Gironi a Mills. La prima: "Tenere quel documento in una banca, fuori dal territorio italiano". La seconda: "I figli di Berlusconi sarebbero stati i beneficiari, ma la gestione pratica della struttura sarebbe sempre stata soggetta al consenso di Silvio Berlusconi che viene denominato: 'X'".

Una conferma dei misteri che circondano la compravendita dei diritti televisivi viene da Franco Tatò, per sette mesi amministratore delegato della Fininvest, dal dicembre 1993 al luglio 1994: "Era un'area assolutamente chiusa e impenetrabile... Del resto Silvio Berlusconi, anche dopo l'ingresso in politica, e per tutto il 1994, continuava a seguire in modo molto stretto le attività dell'azienda. Ognuno dei vertici delle società operative aveva un rapporto diretto con Berlusconi, il quale in definitiva aveva l'ultima parola su tutte le questioni di una certa rilevanza... In sostanza il potere che gli derivava dal fatto di essere il proprietario era rimasto intatto".

Se Tatò dunque viene tagliato fuori, c'è chi invece sa tutto. Livio Gironi, tanto per citare uno che conta. E che, il 14 novembre scorso, è ritornato sul contenuto del piano di Mills: "Probabilmente nel 1990, all'interno della famiglia Berlusconi si pensò di cominciare ad assegnare una parte del patrimonio familiare ai primi due figli". Aggiungendo, con qualche dettaglio, che cosa è avvenuto in una occasione con quelle due trottole delle Virgin Islands. Avevano addirittura negoziato un accordo per rilevare azioni della Holding Italiana Prima, una delle decine di società con cui Berlusconi ha sempre controllato la Fininvest. Dunque all'ombra dei Caraibi, tra sole e mare, il Cavaliere voleva far comperare dalle due off shore da lui create, una delle decine di società che fanno comunque capo alla sua famiglia.

Secondo quel che riferisce il buon Gironi, il business, per motivi sconosciuti, non è però andato in porto: in ogni caso, la caparra versata da Century One e Universal One in base al contratto preliminare è rimasta inglobata nella Holding Italiana Prima. Che cosa è andato storto? Gironi non ne fa cenno: una parte di giallo ancora da chiarire. Uno dei tanti che si celano dietro le ultime scoperte della Procura di Milano.

Uno su tutti. Perché finora il capo del Governo non ha mai risposto alle tante domande che stanno adesso affiorando? Per il momento i suoi figli, Marina e Piersilvio, sono sospettati di aver riciclato proventi di dubbia origine (e per questo indagati di riciclaggio). Loro, di Century One e Universal One, sono 'beneficial owner', beneficiari economici. Però manca, almeno finora, la prova che abbiano dato disposizioni sui conti ad essi attribuiti. Che, lo si è visto, erano affare personale del banchiere di Lugano Paolo Del Bue, fiduciario di Berlusconi.

Sempre nella serie dei misteri non risolti rientra un altro capitolo. Parola di uno che avrebbe dovuto sapere, Alfonso Cefaliello, attuale amministratore del Milan calcio, ma in passato (dal 1990 al 1995) coordinatore amministrativo delle società estere della Fininvest: "I contratti tra Century One e Universal One da un lato e le società del gruppo dall'altro, e così pure le fatture non venivano trasmesse alla contabilità, ma venivano trattenute dalla direzione commerciale, che poi ci comunicava i dati con schede di sintesi".

Di che stupirsi? Per anni le due cenerentole caraibiche sono state protette da un cordone sanitario tutto interno al gruppo. Tesi ufficiale: "Si tratta di due off shore di ex manager delle Majors che prima di uscire dalle loro società, erano riusciti ad acquistare un rilevante pacchetto di diritti a buon prezzo". Una balla clamorosa. Tanto da suscitare l'irritazione dei revisori della Arthur Andersen che, dopo aver richesto delucidazioni, si sono visti pervenire lettere da 'presunte' società di produzione di Hollywood con timbri falsi e firme incomprensibili.

Verso la fine degli anni Ottanta e successivamente verso la metà degli anni Novanta accadono due episodi spiacevoli. Ci sono ritardi nel pagamento dei film presi dagli Studios americani. La Fininvest è in crisi. Frank Agrama, nome d'arte di Mohamed Farouk Agrama, produttore e fornitore di film alla Fininvest, se ne lamenta con il Cavaliere e, a detta di Silvia Cavanna, collaboratrice di Carlo Bernasconi, se la prende con il grande boss in persona, Silvio Berlusconi: "Mi pignorerannno la casa negli Stati Uniti". Prendendosi una risata in faccia dal vecchio amico, che frequenta da tantissimo tempo, fin da quando a Roma produceva i cosiddetti 'b-movie', film trash, come 'Queen Kong', 'L'amico del padrino' o 'Sesso e pazzia'.

Di che preoccuparsi? I due stanno troppo bene insieme. Hanno interessi in comune. Secondo i pm Robledo e De Pasquale, "Agrama è il socio occulto di Berlusconi nelle società Harmony Gold, Wiltshire Trading, di Hong Kong, e nella Melchers NV, delle Antille Olandesi. Queste ultime due hanno ricevuto, dal 1988 al 1999, ben 170 milioni di dollari presso la Sanwa Bank di Los Angeles. Quel denaro rappresenta "la differenza tra quanto versato ad Agrama dal gruppo Fininvest e da Mediaset spa per l'acquisto di prodotti Paramount e quanto effettivamente corrisposto a Paramount". E anche se c'è qualche segnale di difficoltà nei rimborsi ufficiali dalla casa madre del Biscione, che importanza ha? Nelle retrovie, con tutto quel traffico di 'pizze' da un capo all'altro del mondo, via paradisi fiscali, c'è chi intasca belle somme.

A spostare il denaro con girandole vorticose sui diritti televisivi, sono in tanti. Impiegati di banca. Perfino commercianti. Ecco Danilo Pezzoni, ora deceduto, "fiduciario di Berlusconi", attivissimo con il suo conto della Redmont Trading, presso la Banca della Svizzera Italiana di Lugano. Peccato però che chi è autorizzato a operare a suon di milioni di dollari e di franchi svizzeri con quella fantomatica società siano dei vecchi amici di Paolo Del Bue: un paio di funzionari della sua Arner Bank. Ed ecco anche Erminio Giraudi, un grande amico di Mike Bongiorno che commercia in carni a Montecarlo e muove con destrezza oltre 23 milioni di dollari sulla Redmont Trading e su altre società paravento trattenendo il suo guadagno netto: più di 2 milioni di dollari.

Zigzagando tra le 500 mila pagine dell'inchiesta della Procura di Milano, c'è da perdere la testa a vedere quante dozzine di società si sono prestate ad aiutare Silvio Berlusconi. Perfino un esperto del ramo, Giovanni Pedde, responsabile della Paramount di Roma, alza le braccia quando viene interrogato come testimone nel giugno del 2004: mai sentito parlare di Irwing Trade, Eska Production, Elpico, Woodard Investment, Redmont Trading o Kiana Corporation? Per lui sono tutte delle perfette sconosciute. Perlomeno sul mercato dei diritti.

Diventa così un gioco da ragazzi ritoccare i cartellini dei film, da un passaggio all'altro, nella miriade di off shore. Già, ma chi guida la danza? Silvia Cavanna, per 15 anni dipendente del gruppo Fininvest, lo ha indicato, nero su bianco: "Quando Bernasconi tornava da Arcore, mi diceva: 'Silvio picchia duro sui prezzi', riferendosi all'aumento dei costi".

Una pacchia, che ha avuto una punta eccezionale tra il 1994 e il 1995, quando, dopo tante capriole nel mucchio selvaggio delle compiacenti società di comodo, i diritti sono stati gonfiati per oltre 300 miliardi di lire. Non c'è da meravigliarsi allora se, appena si è sparsa la voce, anni fa, dell'indagine giudiziaria su questa complessa faccenda, la reazione è stata immediata. I computer di Milano sono stati ripuliti. E casse di carte da Lugano sono partite per il Lussemburgo. Viaggio di sola andata.

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Maestri del sovrapprezzo

"Sono stata assunta in Reteitalia spa nel mese di dicembre del 1980 e sin dall'inizio sono stata inserita nel cosiddetto Servizio gestione contratti". Comincia con queste parole il racconto, come testimone, di Silvia Cavanna. È il 5 febbraio 2003 (è stata ancora sentita il 16 maggio 2003 e il 4 ottobre 2004). In tutto riempirà una trentina di pagine, preziose per capire il meccanismo dei contratti per l'acquisto dei diritti tv . "Sin dall'inizio il mio responsabile diretto è stato Carlo Bernasconi... Una volta sottoscritti i contratti, il mio servizio veniva informato dell'avvenuto acquisto e quindi mi venivano mandate delle schede... erano di colore rosso (le precedenti erano verdi e blu), ove era indicato il fornitore iniziale (Warner Bros, MGM e così via). Nelle schede rosse che ci pervenivano dalla Svizzera non era indicato il prezzo di cessione dal fornitore (Warner o altri) alla società estera del gruppo Fininvest... Mi recavo poi da Bernasconi con un tabulato e lui provvedeva a individuare i diritti oggetto di cessione dalle società estere del gruppo ad altre società italiane. Contestualmente mi indicava il prezzo di cessione al quale tali cessioni dovevano essere effettuate... (in occasione di un viaggio in Svizzera, in una struttura estera della Fininvest, dove esistevano gli originali dei contratti, ndr) mi sono accorta che se si trattava di diritti che già a monte prevedevano notevoli esborsi di denaro (film che avevano avuto molto successo al cinema), nei corrispondenti contratti compilati a Milano non vi erano elevati ricarichi. Per altre tipologie di diritti (telenovelas o altri film con poco mercato), su disposizione di Bernasconi, veniva anche indicato un sovrapprezzo pari anche

al doppio del costo originario... Il contratto iniziale poteva prevedere una durata di utilizzo del diritto di alcuni anni e un certo numero di passaggi. Piuttosto che trasferire l'intero contratto da subito alla società italiana (Reteitalia), si preferì spezzettare il 'master' in vari subcontratti... con un costo molto superiore".

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Berlusconi ordina, Mills crea

C'è una sensibile differenza tra l'interrogatorio reso ai pm di Milano Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale dall'avvocato David Mills il 13 febbraio 2002 a casa sua, a Londra, e quello del 18 luglio 2004 a Milano. Tre anni fa, a proposito di Century One e di Universal One, di cui una sua ex società, la CMM, reggeva la segreteria, aveva detto: "CMM aveva un ruolo molto simile a quello di Hertz e Avis, che noleggiano automobili che vengono loro restituite. Ciò che è fatto con le automobili è conosciuto solo dal guidatore". Una metafora cinica che viene dimenticata quando, l'annno scorso, si trova di fronte due magistrati con tante nuove carte. E Mills cambia tattica. Collabora. Racconta tutto sul trust che doveva sovrintedere alla gestione di Century One (beneficiaria economica, Marina Berlusconi) e Universal One (beneficiario economico, Piersilvio Berlusconi). Queste due società portavano in precedenza nomi diversi, Accent e Timor, poi sostituiti con quelli attuali, "perché si volevano nomi che avessero a che fare con il mondo del cinema".

E sul suo piano di 'Proposed Holding Structure' commenta: "È un progetto che si è effettivamente realizzato, anche se poi la gestione è stata semplificata. Intendo dire che a un certo punto si è deciso di non immettere formalmente i due veicoli operativi - Century One e Universal One - in un fondo del trust (Trust Fund). Non so dire con precisione chi delle persone legate a Berlusconi mi abbia comunicato che si voleva semplificare la gestione dei due veicoli. Spesso le decisioni mi venivano comunicate da Giorgio Vanoni che fin dall'inizio mi era stato accreditato da Gironi come la persona autorizzata a operare per loro e che nel corso degli anni avevo visto che effettivamente operava in modo preciso

ed efficiente per la famiglia. Tanto per fare un esempio, quando gli ho dato i contratti da far firmare a Marina e Piersilvio Berlusconi mi sono tornati debitamente firmati".

Viene poi mostrato un grafico all'avvocato Mills, il quale dichiara: "Il grafico risale all'epoca in cui c'erano già dei nuovi trustee (fiduciari, ndr), cioè rispettivamente, Rosedew, per Century One, e Zirconium per Universal One. Dal grafico si evidenzia che le azioni di Century One e Universal One ricadevano legalmente nei due trust. Mi rendo conto che poi la cosa è stata semplificata in modo molto drastico, nel senso che dall'apertura dei conti bancari in poi, il controllo effettivo sulle due società è stato esercitato direttamente attraverso il legame fiduciario con Del Bue. Del Bue ha sempre agito sui conti bancari delle società che io avevo fatto aprire su richiesta di Vanoni, e negli anni mi risulta che abbia sempre operato in perfetto accordo con la famiglia Berlusconi. Voglio dire che non avevo nessuna informazione sulla gestione dei conti e sono rimasto impressionato a constatare che sui conti elvetici presso la Banca della Svizzera Italiana sono stati effettuati ingentissimi prelevamenti in contanti... Del Bue aveva una struttura fiduciaria a Lugano (la Arner Bank, ndr). Del Bue, tra le persone che ruotavano intorno alla famiglia Berlusconi, era certamente nella cerchia più interna. Voglio dire che era tra le persone con un rapporto diretto e personale con la famiglia. Mi sembra significativo che sui conti bancari delle società Century One e Universal One avesse un diretto controllo e, devo constatare oggi, poteri di disposizione assoluti".

(da L'Espresso n°8/2005)

Grillo Ruggente
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di Andrea Scanzi
[da L'Espresso n°8/2005]

Politici. Industriali. Manager. Ma anche televisioni e giornali. Il comico lancia un affondo a tutto campo. E scommette su Internet: 'Nella guerra mondiale per l'informazione solo il Web ci può salvare'

colloquio con Beppe Grillo

Affari Suoi
Nel 1991, un sondaggio Abacus attestò che Beppe Grillo era il comico più famoso d'Italia. Oggi, a giudicare dai Palasport puntualmente pieni, non molto è cambiato. Eppure Grillo non fa più televisione. Da molto tempo. Niente più 'Te la do io l'America', 'Fantastico'. Niente più Sanremo. Niente più 'Discorsi all'umanità'. Da 15 anni, Grillo porta avanti una satira che prima di lui non esisteva, quella economico-ecologica. Un monologo a stagione, sempre in giro per l'Italia, 5 mila spettatori a serata. Il Tour 2005, varato a Pordenone, si chiama 'Beppe Grillo.it'. Al centro, una convinzione: solo la Rete può salvarci.

Perché crede che Internet sia così importante?

"Siamo nel mezzo della terza guerra mondiale: quella dell'informazione. L'unico modo per salvarsi è sapere. Conoscere le notizie. Noi abbiamo un mezzo, la Rete, che ci consente di arrivare dritti alle notizie. La politica, le televisioni, i giornali arrivano sempre dopo. Quando c'è stato lo tsunami, Fini andava in tv e faceva lo sguardo di circostanza come rappresentante dell'unità di crisi. Gli passavano i bigliettini e diceva che i dispersi erano 18, poi 16, poi 10. Nel frattempo bastava collegarsi a Internet e c'era tutta la lista dei ricoverati negli ospedali. Fini non rappresentava l'unità di crisi: rappresentava la crisi".

Non nutre fiducia nella politica.

"I politici sono superati. Non ci rappresentano più. La sinistra mi mette tristezza. Per vincere basterebbe che si chiudesse in una beauty farm per un anno e non avesse alcun contatto con l'esterno. Non dovrebbe parlare mai. Vincerebbe ovunque. E invece parla. Io vorrei una sinistra che non replica a Calderoli, perché a uno come Calderoli non devi replicare: devi guardarlo con sbigottimento, solo questo. La sinistra si interroga sui leader, ma noi non siamo bambini, siamo adulti. Non abbiamo bisogno di leader. Ma di programmi, di progetti sui grandi temi: energia e informazione".

Nello spettacolo se la prende con Fassino.

"Fassino è una brava persona, lo è anche Bertinotti. Bertinotti voleva mettermi in contatto con Rifkin, quello della macchina a idrogeno. Gli ho detto di dargli la mia mail, l'indirizzo del mio blog, www.beppegrillo.it. Ho sentito un silenzio: 'Non mi puoi dare il telefono?'. Poi ha aggiunto: 'Come si scrive www?'. Questo dà il senso di quanto certi politici siano inadeguati. A 'Porta a Porta' Fassino aveva davanti Paolo Scaroni, l'amministratore delegato Enel, sotto inchiesta a Rovigo per disastro ambientale e condannato anni fa per corruzione perché con la sua Techno-Int pagava tangenti proprio all'Enel: viste le credenziali, questo governo non poteva non fargli fare carriera. Scaroni ha detto che 'il futuro è il nucleare, il nucleare è sicuro'. Io speravo che Fassino gli saltasse alla gola e con la forza dei suoi tre globuli rossi lo strozzasse, ma ha replicato timidamente. Siamo costretti a scegliere tra una destra che vuole il nucleare e una sinistra rimasta al carbone. Tra il peggio e il leggermente meno peggio. Io non voglio votare pro o contro Fassino. Voglio votare pro o contro Scaroni, Tronchetti, Romiti, perché è questa la gente che mi cambia la vita".

Perché ha aperto il blog?

"Perché è una cosa viva, la gente lascia messaggi. Da qui alla fine manderemo un milione di mail a Ciampi, chiedendo il ritiro delle truppe dall'Iraq. Gustavo Selva, il presidente della commissione Esteri della Camera, ha candidamente affermato a 'Libero' che siamo andati in Iraq per fare una guerra, e che la storia dell'intervento umanitario era una ipocrisia per ingannare Ciampi. Per una cosa così, ovunque sarebbero scesi in piazza. Da noi no. Provo sgomento per la morte dell'elicotterista italiano, ma non puoi chiamare 'costruttore di pace' un mitragliere. Il futuro è in siti di democrazia diretta come Wikipedia, Oracle, Soaw. Cose nate per scherzo, dentro un garage, come fu per la Apple e Google. Di fronte alle torture in Iraq, Usa e Inghilterra hanno parlato di 'mele marce'. Non è così. Da Internet mi sono scaricato l'Exploitation Training Manual, un trattato dell'83 che è il manuale del perfetto torturatore. Lo applicano a Fort Benning, una scuola in Georgia che ha 'laureato' anche Noriega. Nel manuale, con linguaggio manageriale, c'è scritto tutto: come deve essere la prigione, come si tortura un uomo colto, come si tortura un ottimista".

Dopo il crack Parmalat, lei è diventato il più grande consulente globale di finanza in Italia.

"Ma io faccio il comico, non dovrebbe essere così. Del caso Parmalat parlavo da sette anni, la Finanza mi ha prelevato alle 9 di mattina e chiesto come facevo a sapere. Semplice: avevo fatto delle ricerche. Già che c'ero, gli ho portato il materiale su Mediaset e Telecom, così magari si portavano avanti nel lavoro. La Cnn americana ha trasmesso quattro volte nel mondo una mia intervista di 15 minuti nelle sue news. In Italia non mi ha cercato nessuno".

Parla spesso di "capitalismo senza capitali" come grande male dell'economia italiana.

"In Italia i grandi manager comprano le azioni delle loro società, le pagano meno e poi le rivendono a un prezzo maggiorato. Rubano con le stock option. È un meccanismo facile, perché il consulente finanziario che ti controlla i bilanci è lo stesso che prima ti ha insegnato a falsificarli. In America becchi 24 anni per falso in bilancio, da noi lo depenalizzano, la chiamano 'contabilità creativa'. Da noi le leggi vengono fatte dai fuorilegge. In trent'anni abbiamo cancellato tutte le nostre industrie. In Bangladesh le banche hanno salvato i poveri dagli aguzzini, da noi fanno il contrario. Il 'Time' ha dedicato la copertina al nostro capitalismo malato, e a me tocca vedere Geronzi che va dal papa e afferma di condividere i suoi 'principi evangelici'. I grandi capitalisti come Olivetti e Piaggio non esistono più, ora abbiamo Lapo Elkann, che agli azionisti dice che 'la situazione non è poi così male, abbiamo fatto una joint venture con l'Iran per il lancio nel 2005 di una macchina rivoluzionaria: la Zigulì'. La General Motors ha pagato un miliardo e mezzo per andarsene, e alla Fiat esultano. Sarebbe come se io andassi a comprare una Fiat Croma, me la offrissero per 10 mila euro e io pagassi non per comprarla, ma per lasciargliela lì. Questi manager andrebbero studiati nelle scuole, per imparare a capire cosa non si deve fare. I capitalisti di oggi non comprano le società: mettono nei consigli d'amministrazione i loro uomini. Le spolpano dall'interno e poi se ne vanno, lasciando debiti spaventosi. Ecco il capitalismo senza capitali. Telecom ha nove volte i debiti di Parmalat. Il 40 per cento delle aziende quotate in Borsa ha cinque consiglieri d'amministrazione in comune. È sempre la stessa gente. Si parla di conflitto d'interessi, ma ormai è un interesse senza conflitto. Berlusconi gestisce, senza possederle, sette società, tra cui Mediaset, Mondadori, Mediolanum, Sirti e Data Service. Ovvero le tv, l'energia, l'informazione. Con questa tecnica Tronchetti Provera ha in mano 41 società. In un pomeriggio, con un mio amico, ho buttato giù il Grillo Index. L'Italia è 74esima come libertà di stampa e 83esima come indice di stabilità ambientale. E con Berlusconi, il 'Portatore Nano di democrazia', l'indice di competitività è franato al 51esimo posto".

Lei è stato attaccato dai ricercatori, ha detto che certa ricerca non va finanziata.

"Non l'ho detto io, l'hanno detto i direttori delle 17 più importanti riviste scientifiche mondiali. I ricercatori puri non esistono più, sono a libro paga delle case farmaceutiche. E le case farmaceutiche hanno bisogno di nuove malattie. I nuovi malati di oggi sono i sani. In America hanno inventato una malattia che colpirebbe i bambini 'sovraeccitati'. Essere casinisti a sei anni è diventata una malattia. A questi bambini danno una pasticca al giorno, il Ritalin della Novartis, che è un metilfemidato, simile all'anfetamina. Senza dirlo a nessuno, nel marzo 2004 un comitato mondiale di saggi, quasi tutti a libro paga dei colossi farmaceutici, ha abbassato la soglia delle tre maggiori patologie: diabete, colesterolo alto, ipertensione. Significa che se tu il 28 febbraio 2004 eri sano, il 2 marzo con le stesse analisi diventavi malato. Così hanno inventato centinaia di milioni di nuovi malati. Solo con la Rete riesci a sapere queste cose. Certi farmaci preventivi sono peggio della guerra preventiva. La prevenzione è il più grande affare della storia, devi essere informato, altrimenti muori come uno stupido. Berlusconi ha donato 10 miliardi per la ricerca sul tumore al pancreas. Bello. Poi però ti informi e scopri che il tumore al pancreas è rarissimo, colpisce 11 casi su 100 mila ed è incurabile. Perché, allora, dovrei farmi il controllo? Dopo i 50 anni ti dicono di fare per forza il Psa, l'esame alla prostata, ma non ti dicono che il Psa nei 50 per cento dei casi sbaglia e non distingue tumore da prostata ingrossata. Quando ti fanno la biopsia, prelevano 18 tessuti diversi dalla prostata, ma non è detto che proprio in quei 18 ci sia il tumore. E 20 persone su cento, dopo la biopsia, restano impotenti. Alle donne dicono di fare la mammografia. Su mille persone, 40 hanno il tumore. A due salverai la vita, alle altre 38 no. Però anche qui non ti dicono che c'è un 10 per cento di falsi negativi e falsi positivi".

Tutte cose che nello spettacolo dice.

"Il mio monologo si chiude così: 'Con la Rete aspetteremo l'avvento di un nuovo Rinascimento'. È una speranza".

Logo 23.02.05

Staffetta a l'Unità. Padellaro direttore, Colombo editorialista
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di red
[da l'Unita.it]

È stato un incontro difficile, atteso da giorni e non per questo meno carico di tensione. E di grande emozione. L’argomento all’ordine del giorno fissato dal direttore Furio Colombo e dal condirettore Antonio Padellaro era uno soltanto: il cambio di direzione dell’Unità. Dopo due mesi di indiscrezioni e trattative alla fine è arrivata una decisione della società editrice: sarà Antonio Padellaro il nuovo direttore dell’Unità e firmerà il suo primo numero il 15 marzo prossimo, mentre Furio Colombo sarà l’editorialista del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Perché?

«Questa è l’unica domanda a cui non posso dare una risposta perché non mi è stato spiegato - ha detto Furio Colombo -. Ancora oggi non so esattamente per quale motivo era necessario cambiare il direttore di questo quotidiano. Ma a conclusione di un periodo di grande incertezza, posso dire che questo è un buon risultato». Colombo ricorda la vicenda del «totonomi» sul suo successore, i silenzi a domande che per ora non trovano risposte e poi ammette: «Non dico, come fanno i politici , che sono sereno. Non sono sereno, anzi sono anche un po’ incavolato, ma detto questo aggiungo che questa è una decisione razionale, ragionevole, giusta perché sarà Antonio a condurre questo giornale. E la sua direzione era una condizione che avevo posto per poter continuare ad avere un rapporto con l’Unità».

Il suo discorso l’ha iniziato ricordando un altro incontro, quello che ha preceduto la riapertura del giornale fondato da Antonio Gramsci e miseramente affondato dai debiti. Dopo quattro anni ci sono una redazione più che raddoppiata e 66mila copie (i dati Audipress parlano di 409mila lettori quotidiani).«Un risultato che è stato possibile raggiungere grazie ad ognuno di noi, al lavoro di questa redazione e di questa direzione». Furio Colombo è emozionato. La redazione anche. Quello che doveva essere un «ciclo naturale con i suoi tempi ha avuto una brusca accelerazione». Federica Fantozzi gli chiede: «Perché hai accettato di fare l’editorialista per l’Unità?». «Avrei potuto per uno scatto d’orgoglio dire “lascio e vado via”, ma - risponde - ho pensato ai lettori, al rapporto speciale che si è creato in questi anni, alle centinaia di lettere che ho ricevuto in questo periodo e allora lo scatto d’orgoglio l’ho avuto decidendo di restare qui». Antonio Padellaro sottolinea: «La prima condizione che ho posto è stata: o resta Furio o ce ne andiamo insieme. La seconda è stata quella di poter continuare il nostro lavoro con il massimo dell’autonomia e la terza di non avere interferenze sulle scelte che spettano, come prevede il contratto, ad un direttore». Antonio Padellaro, prendendo la parola ringrazia anzitutto la Nie, (Nuova iniziativa editoriale) per la nomina: «So - ha detto - che sul mio nome c’è stato il pieno accordo del consiglio di amministrazione». Poi dice: «Spero di non avere soltanto il nome in comune con il fondatore di questo giornale». Sorrisi e tensione spezzata. Aggiunge: «Adesso dobbiamo pensare alla cosa che più ci sta a cuore: il giornale. Basta chiedersi cosa sarà di noi, quale nuova indiscrezione arriverà sul nostro futuro. Dobbiamo pensare a lavorare a un giornale che avrà una sua continuità con il passato ma saprà anche rinnovarsi e offrire novità al lettore, il nostro vero e unico proprietario». Arriverà un nuovo piano giornalistico, annuncia Padellaro, ma l’Unità continuerà ad essere alimentata dallo stesso spirito con cui è nata 4 anni fa, perché «l’Unità di Furio Colombo per noi è un patrimonio». Aggiunge anche: «E pazienza se già da domani alcuni giornali ne diranno di tutti i colori». Ha ragione: Polito e il Riformista sono già al lavoro.

Soddisfazione per l’esito di questa vicenda è stata espressa dal Cdr, che, nei giorni scorsi, in una lettera aperta alla Nie aveva sostenuto che «troncare il rapporto con l’attuale direzione giornalistica sarebbe un errore gravissimo». Enrico Fierro ha ricordato anche le «inaudite pressioni al Cdr dal 22 dicembre ad oggi». Umberto Di Giovannangeli precisa che questo risultato è arrivato anche grazie allo scatto di orgoglio della redazione che ha «difeso con le unghie e con i denti la propria autonomia». Il primo ringraziamento dal mondo della politica a Furio Colombo e l’augurio di buon lavoro a Antonio Padellaro arriva da Antonio Di Pietro: «A titolo personale, e a nome del partito faccio gli auguri di buon lavoro al nuovo direttore Antonio Padellaro, che saprà raccogliere con onore l’eredità di Colombo e, come ha dimostrato in questi anni, proseguire con spirito di servizio per la professione la battaglia per una informazione ed un giornalismo migliori». «Chiunque abbia a cuore le sorti della libertà dell'informazione non può che ringraziare Furio Colombo per quanto ha fatto e per quanto continuerà a fare a tutela delle libertà individuali e collettive»: scrivono Federico Orlando e Giuseppe Giulietti, rispettivamente presidente e portavoce dell'associazione Articolo 21. «Non abbiamo dubbio alcuno che Antonio Padellaro e l'intera redazione proseguiranno questo comune cammino».


Prima del cda di lunedì le redazioni de l'Unità di Roma, Milano, Firenze e Bologna si erano riunite e avevano discusso e votato quasi all'unanimità una Lettera aperta ai soci della Nie.

Cose, da far sapere
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di Massimo SdC
[da Saltodelcanale.it]

Capita spesso di sentir parlare di argomenti economici, in tv. E quasi sempre a parlare sono politici od economisti. Capita spesso che Floris, a Ballarò, chieda precisazioni su quei termini che proprio non posso dirsi di uso comune. E fa bene.

Peccato però che le risposte che ottiene siano sbagliate. Due esempi su tutti. Qualche mese fa un onorevole (s)parlava di "deflazione". "Può spiegare cosa significa deflazione", gli chiese opportunamente Floris. "E' la dimuzione dell'inflazione", fu la risposta. Risposta sbagliata. Martedì scorso un economista parlava di "produttività". "Può dirci cosa si intende per produttività?", chiese il conduttore. "E' la produzione di un lavoratore", rispose il professore. Risposta errata.

Ora, io non sono né un politico, né un professore universitario, ma consiglio di prendere un banale dizionario (meglio se economico) e di leggere le corrette definizioni. Quello che si sente in tv, invece, meglio prenderlo con le molle.

PS - piccolo consiglio all'ottimo Giovanni Floris: perché non preparare qualche minischeda ad hoc per ogni singola trasmissione che riassuma i significati delle principali parole riguardanti il tema trattato, prima di affidarsi alle spiegazioni di cotali "esperti"?

Cara Giuliana
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[da il Manifesto del 22/2/2005]

Cara Giuliana,
nel video mi sembravi un uccellino in gabbia, con i capelli arruffati e lo sguardo impaurito e mi chiedevi di salvarti e vedrai che tutti noi ci riusciremo. Sabato a Roma c’è stata una manifestazione imponente e commovente. Non c’era solo il nostro popolo della pace c’era tutto il popolo italiano a chiedere la tua liberazione. Ho rivisto gli amici e i compagni di tutta la nostra vita non hai idea quanti, ci metterò molto tempo – quando tornerai – a ricordarteli tutti.
E poi la gente del nostro quartiere, che conoscevamo appena, ma che ha riempito di locandine le strade di casa e, magari per la prima volta, ha partecipato a una manifestazione.
Ora ti scrivo queste righe, tradotte anche in arabo perché spero – chissà – che tu riesca a leggerle per avere un po’ di conforto, per non farti sentire sola, per abbracciarti insieme a tutti noi che non smetteremo di lottare fino a quando non tornerai a casa.
Papà e mamma sono straordinari, sono venuti a Roma bersagliati da telecamere e fotografi e hanno retto benissimo, tuo padre è diventato un’icona con la sua barba bianca e lo sguardo lucido e commosso, la mamma sembra te: un po’ impaurita, smarrita tra tanta gente, dolcissima.
Ma vorrei anche parlare ai tuoi rapitori. Io non so chi siano né chi possano essere, ma per quanto lontani da noi sono uomini che possono ascoltare.
Tu sai quanto io abbia sempre cercato di trovare e capire le ragioni degli altri, di tutti gli altri anche di quelli tanto diversi da noi da sembrare di un altro mondo. In fondo giravamo tanti paesi lontani anche per capire questo. Ora non so come rivolgermi a loro, alla loro umanità che pure certamente esiste in un contesto di tragedie e devastazioni portate dalla guerra. Mi sento solo di dirgli di parlare con te, di guardarti negli occhi, di trovare nelle tue parole, oltre che nelle foto che tu hai fatto e che certamente avranno visto sui canali televisivi arabi, le ragioni di un’umanità che sembra perduta, le ragioni di una passione per un popolo, quello iracheno, che tu hai raccontato come forse nessun altro Ë stato capace di fare.
E se poi vogliono altro – soldi, politica o chissà – altri sapranno trattare. Amore mio ti abbraccio forte forte, ci rivedremo presto.

Pier

Logo 21.02.05

Giornalisti, bersagli primari
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di LUCIO E JOHN MANISCO
[da il Manifesto del 21 Febbraio 2005]

Nel nuovo ordine mediatico i reporter hanno imparato a pensarsi come «bersagli» dall'epoca della guerra del Vietnam, quando l'informazione venne irregimentata perché il Pentagono scoprì che la perdeva nelle «redazioni americane», e dagli anni Ottanta in Centramerica

Igiornalisti occidentali hanno avuto la netta sensazione di essere diventati per le parti in conflitto «primary targets» bersagli primari, e non più «targets of opportunity», bersagli occasionali o accidentali, negli anni Ottanta quando nella guerra civile del Centroamerica, cinque dei loro colleghi vennero uccisi nel Nicaragua e quattro altri nel Salvador. «El Choco», il guerrigliero che aveva attaccato e presidiato per giorni l'ambasciata degli Stati uniti di San Salvador, pur disapprovando l'ostilità generalizzata contro i mass media dei suoi compagni nel «Frente Farabundo Martì», ne fornì la seguente spiegazione: «Ormai guardiamo ad una telecamera della Nbc o della Bbc come ad un Howitzer da 105 puntato contro di noi; con le immagini che presentano e ed i commenti che le accompagnano sono forse più devastanti per la nostra causa dei pezzi di artiglieria impiegati dal signor Duarte su gentile concessione del signor Negroponte. La vostra televisione può essere anche amica, ma in combattimento non c'è tempo per i distinguo, anche se ne valesse la pena».

La posizione dei telegiornali

La stessa spiegazione ci era stata data dal comandante sandinista dell'insurrezione di Estelì in Nicaragua, quando, superato un posto di blocco della guardia somozista per raggiungere la città assediata il telaio della nostra Chevrolet venne perforato da qualche proiettile «rebelde». (Se ricordiamo bene, era presente con noi Catucci del Tg1).

Diversa la situazione ma più aspre le accuse rivolteci dai giovani contestatori greci durante le violente dimostrazioni del 1990 contro la visita di Bush senior ad Atene: l'operatore del Tg3 Michele Capasso, uno dei migliori e più coraggiosi della Rai, era stato fatto bersaglio di fitte sassaiole e di qualche colpo di pistola e noi avevamo cercato di spiegare ai dimostranti la posizione del nostro telegiornale. «Obbiettivi o meno - fu la risposta - fate sempre parte di un sistema repressivo e gli fornite un'alibi».

Un minimo di memoria storica

Chi ha un minimo di memoria storica non può non far risalire origini, cause e concause di questa ostilità ideologica ed operativa contro i mass media occidentali all'irregimentazione degli operatori dell'informazione avvenuta negli Stati uniti dopo la guerra nel Vietnam, perduta, secondo l'indimenticabile battuta attribuita a Newt Gingrich «non sul Delta del Mekong ma nelle redazioni della 43ma strada e della Sesta avenue» (vale a dire, rispettivamente, le sedi del New York Times e della Cbs).

La crisi delle grandi reti di informazione provocata dalla drastica e ben pilotata riduzione della pubblicità delle corporazioni industriali, i «mergers» e i passaggi di proprietà in mani più sicure, sempre filogovernative, l'avvento dello «infotainment», prima ancora dello «militainment», hanno presto ragione dei conati di resistenza dei giornalisti cosiddetti indipendenti, pochi, aimé, troppo pochi.

Dopo il Vietnam e il Watergate il controllo mediatico diventa così un essenziale strumento di potere per tutte le amministrazioni repubblicane e democratiche. La controriforma trova zelanti seguaci in paesi alleati ed amici (l'americanismo recluta personalità illustri) ed investe organizzazioni internazionali come l'Unesco, rea di aver progettato un'agenzia di notizie indipendente per il terzo mondo. Le prove generali del nuovo ordine mondiale dell'informazionee vengono indette in occasione di Desert Storm, la prima guerra del Golfo.con una sceneggiatura da kolossal hollywoodiano: gli «inviati di guerra» non hanno più accesso al fronte, il loro ruolo è quello di recipienti dei video giochi del Pentagono e delle comiche finali del generale Schwarzkopf.

Proibito parlare di napalm

Proibito parlare di napalm , di cluster bombs, di uranio impoverito, di massacri di civili,militari e prigionieri irakeni. Lo fa, con pochi altri, Pete Arnett da Baghdad che dopo essere stato radiato dai ranghi della Cnn scrive di due o tre Cruise diretti contro la sua postazione. Unica eccezione nella grande provincia italiana il Tg3 di Sandro Curzi, bersagliato da molteplici dossier - denunzie dell'ambasciata degli Stati uniti e dalle invettive di parlamentari italiani come l'Onorevole Giorgio La Malfa.

Dieci anni dopo i metodi adottati sono più energici, più diretti e certo non limitati allo «embedding» di giornalisti, redazioni e direzioni di quasi tutti i mass media. Eason Jordan, redattore capo della Cnn, viene costretto alle dimissioni per aver dichiarato il 28 gennaio a Davos che 12 reporter sono stati trucidati dai militari statunitensi in Iraq. Più modesto il bilancio di Ann Cooper, direttrice del «Comitato per la protezione dei giornalisti»: dei 53 giornalisti ed interpreti uccisi in questo conflitto solo 9 sarebbero quelli ammazzati deliberatamente dai marines (apparentemente non vengono calcolate le vittime nell'hotel Palestine e nelle sedi di Al Jazeera a Baghdad e a Kabul).

Morire dalla voglia di raccontare

Nel saggio «Morire dalla voglia di raccontare la storia» Nick Gowing della Nbc scrive: «Esistono ormai le prove che l'attività dei media nel conflitto viene considerata dai nostri militari sul campo di significato militare, tale cioè da giustificare azioni mirate a rimuoverla o almeno a neutralizzarla». La cortina di silenzio e di ferro calata sul genocidio di Fallujah, paragonabile solo a quelli di Coventry, Dresda e Nagasaki, sembra conferire validità assoluta alla tesi dell'esponente della tv Nbc.

Non ci rimane altro che parafrasare quanto ci disse due anni fa Edward Bond: «L'informazione può liberare o portare morte. Come le bombe o il cibo va al cuore della nostra esistenza e le sue conseguenze vanno molto al di là delle une e dell'altro: il cattivo cibo avvelena chi lo consuma, la cattiva informazione è una pestilenza passata a chi deve ancora nascere. Le bombe distruggono le città la cattiva informazione da vita alla cultura dei produttori di bombe perché li convince di avere un diritto politico e morale di produrle e impiegarle».

Lettera aperta a Formigoni & C.
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Si pubblica qui di seguito il testo della lunga lettera aperta che Nicola Bonelli ha pubblicamente indirizzata al presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni. ItaliaBlogOltre che non vuole entrare nel merito dei contenuti di questa lettera aperta, gradirebbe solo che qualcuno dicesse se quanto asserito da Nicola Bonelli sulla assoluta necessità della "pulizia degli alvei fluviali finalizzata al ripristino della sezione di deflusso" sia una opzione da prendere scientificamente e seriamente in considerazione o solo una teoria come tante altre non comprovata da dati certi.

Lettera aperta a FORMIGONI & C.

Esposto – Denuncia del 10 gennaio 2005.

OGGETTO: i Piani Cave demenziali della Regione Lombardia. Sulla spinta pressante del fabbisogno eccezionale di inerti, le Regioni Padane stanno programmando l’apertura di altre Cave fuori alveo, in un territorio già ridotto peggio di una gruviera...; fabbisogno che potrebbe invece essere soddisfatto con il materiale presente in eccesso negli alvei fluviali...; la cui pulizia e regimazione, pur essendo un'impellente esigenza, ai fini della messa in sicurezza del territorio, rimane lontana da ogni programmazione regionale... Siamo al massimo della follia istituzionale.

IMPROVVISAZIONI POLITICHE. La superficialità e l’incoerenza – con cui la Regione Lombardia sta affrontando il problema della pulizia degli alvei fluviali – sono di per sé un presagio di sventura per le popolazioni lombarde. Mi riferisco al recente clamoroso “fare e disfare” del Presidente della Commissione Regionale Ambiente, Domenico Zambetti; il quale: in data 26.11.04 lanciava il grido d’allarme: “Ritengo indispensabile che venga pulito il letto del fiume …”, precisando, “Non sono qui per iniziativa personale ma per scopi istituzionali, perciò mi impegno di portare all’attenzione della commissione ambiente i problemi constatati oggi…”; ma dopo due settimane, faceva approvare un Piano cave della Provincia di Lodi, annullando, nell’ambito dello stesso piano, ogni possibilità di asportazione e utilizzo del materiale fluviale. La frenesia elettorale gli avrà suggerito di poter prendere due piccioni con una fava: il sostegno dei Cavatori, appagando le loro richieste, ed il voto degli Alluvionati, offrendo il suo plateale interessamento, …con gita in barca e presa per i fondelli.

D'altronde, lo stesso piano originale della Provincia, riguardo al materiale in alveo, puzza di improvvisazione: sia per l’esiguo quantitativo previsto (un milione di mc è ben poca cosa rispetto ai 10 milioni di mc giacenti in Adda), sia per la previsione temporale di 10 anni (un’esagerazione per un intervento che potrebbe eseguirsi in pochi mesi).

Comunque, tra Provincia e Regione, si è capito che non c’è solo ignoranza ma anche dell’altro: c’è totale menefreghismo verso l’interesse generale; c’è che il bene comune e la pubblica incolumità sono perdenti di fronte all’interesse della lobby dei Cavatori. La quale – pensando all’immissione, sul mercato, di centinaia di milioni di mc. di materiale che ne potrebbe derivare – vede la pulizia degli alvei come un evento nefasto e rovinoso: con crollo di prezzi, rottura di “cartelli”, rischio di chiusura di aziende…; e di conseguenza si adopera per allontanare questo spauracchio.

E’ da immaginarsi cosa farebbe per lo scopo: finanziare ad esempio campagne elettorali ed orchestrare ignobili mistificazioni. E quindi ben vengano le stupidaggini del falso ambientalismo contro l’escavazione in alveo, come le invettive di Andrea Poggio, presidente di Legambiente-Lombardia; il quale sul “Cittadino” di Lodi del 30.11.2004 sentenziava: ”L’ignobile dichiarazione di Domenico Zambetti sulla necessità di cavare in Adda è un esempio ignobile” (parole insensate ed arroganti, che hanno probabilmente prodotto il tempestivo dietrofront di Z.). E ben vengano quei giornali che pubblicano simili bestialità. Tutto fa brodo, se lo scopo è quello di manipolare la verità, di pilotare le decisioni politiche, di confondere e infinocchiare l’opinione pubblica.

L’altro “potere forte” – che farebbe carte false (e le fa) per ostacolare la bonifica e la manutenzione preventiva degli alvei fluviali – è la lobby Tangenti & Appalti. La quale spera di poter eseguire il disalveo dei fiumi, non con la gestione ordinaria e la vendita del materiale, ma con il sistema degli “interventi straordinari”, la procedura della ”somma urgenza” e della “trattativa privata”. Solo allora, magari dopo un disastro alluvionale, il denaro scorre a fiumi e senza controlli, …e può anche produrre tangenti. Così come è accaduto per i “Lavori del dopo alluvione di Piemonte-2000”, con diversi tangentisti finiti in galera (da “la Stampa” del 12.06.2003).

C’è poi chi fa carte false per nascondere la verità sui quantitativi di materiale realmente esistente negli alvei fluviali, e che impone il sistema delle autorizzazioni virtuali: “ti autorizzo uno ma ne puoi prendere 10”. Sistema diffuso in Basilicata ed altrove; …molto utile per trattare sotto banco il grosso del materiale estraibile (90%); …per organizzare giri fraudolenti di affari e tangenti; …come quello scoperto nel Veneto con il “maxi-blitz della Forestale, …delle escavazioni abusive di inerti dai fiumi Po, Adige e Brenta” (dal “Gazzettino online” del 1 aprile 2003); …con 22 persone finite in galera, tra cui molti funzionari pubblici, addetti alle autorizzazioni.

Entrambi i suddetti sistemi “funzionano bene” quando si dispone di una cava fuori alveo, specie se ubicata vicino al fiume. Il cavatore che vi aderisce – e che è costretto ad operare in “penombra legale” – utilizza la propria cava come “cava nominale di prestito”, cioè come luogo di provenienza “sulla carta”, del materiale che in realtà proviene dal fiume: o come “materiale di risulta” dai Lavori appaltati; o come “surplus” dalle suddescritte autorizzazioni “virtuali”. In altre parole, su entrambi i suddetti sistemi si fonda il fiorente MERCATO NERO NAZIONALE degli inerti fluviali.

Con questo, non voglio dire che le tante cave esistenti vicino all’Adda, funzionino nel modo suddetto. Ma un fatto è certo: il materiale lapideo estratto da quelle cave è identico – per natura e provenienza geologica – a quello presente in alveo.

INADEMPIENZE TECNICHE. La pulizia degli alvei fluviali – è bene ribadirlo – è un’operazione di manutenzione e bonifica idraulica, finalizzata al ripristino della sezione di deflusso ed al suo adeguamento alle portate idriche; è indispensabile ai fini della salvaguardia del territorio; è contemplata sia dalle antiche leggi sulla Disciplina delle Acque (R.D. 523/1904) sia dalle recenti leggi.

L’articolo 17 della legge 18 maggio 1989 n. 183 prevede, tra le finalità dei piani di bacino: la normativa e gli interventi rivolti a regolare l’estrazione dei materiali litoidi dal demanio fluviale… in funzione del buon regime delle acque e della tutela dell’equilibrio geostatico e geomorfologico del territorio…

L’articolo 2 del D.P.R. del 14 aprile 1993 prevede, tra gli interventi manutentori da effettuarsi nei corsi d’acqua: “la rimozione di rifiuti solidi e taglio di alberature in alveo… che sono causa di ostacolo al regolare deflusso delle piene ricorrenti; …il ripristino della sezione di deflusso, inteso come eliminazione dei materiali litoidi… pregiudizievoli al regolare deflusso delle acque”. L’articolo 5 dello stesso D.P.R. mette al primo posto, tra gli elementi di valutazione per la redazione dei programmi d’intervento, “la situazione a rischio… a causa dell’officiosità delle sezioni di deflusso”

Ancora più puntuale ed attuale è l’articolo 2 della legge 11 dicembre 2000, n. 365 (Attività straordinaria di polizia idraulica e di controllo sul territorio) – legge emanata dopo le alluvioni di “Soverato” e “Piemonte 2000” – che tra l’altro stabilisce: “Entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, …le regioni, d’intesa con le province… provvedono ad effettuare… un’attività straordinaria di sorveglianza e ricognizione lungo i corsi d’acqua… finalizzata a rilevare le situazioni che possono determinare maggiore pericolo, incombente e potenziale, per le persone e le cose, ed a identificare gli interventi… più urgenti… ponendo particolare attenzione su… i restringimenti delle sezioni di deflusso… le situazioni d’impedimento al regolare deflusso delle acque, con particolare riferimento all’accumulo di inerti… l’efficienza e la funzionalità delle opere idrauliche esistenti” (tra cui le briglie). Lo stesso articolo, nei commi 5 e 6, stabilisce: “…le Autorità di bacino… predispongono e trasmettono al sindaco interessato un documento di sintesi che descriva la situazione del rischio idrogeologico che caratterizza il territorio comunale”.

Il tutto, come si può notare, concepito nell’ottica della prevenzione dal rischio idraulico e della rimessa in sicurezza del territorio: entrambe da perseguire attraverso interventi manutentori, da decidere previa la individuazione di locali situazioni di pericolo, ponendo particolare attenzione alle sezioni di deflusso.

Ma, per quanto mi risulta, tutto questo è stato completamente disatteso dagli organi tecnici preposti: dall’AIPO e/o dall’Autorità di Bacino del Po. A distanza non di 120 ma di 1500 giorni, quanti Sindaci hanno ricevuto il suddetto documento di sintesi ?.

Si tratta a mio avviso di una serie di omissioni, perpetrate dai suddetti uffici, con gravissime conseguenze per le comunità padane. Gran parte delle alluvioni cui assistiamo di frequente – che passano per calamità naturali – non sono altro che la conseguenza della inosservanza delle norme sopra elencate, e comunque sono aggravate dalla inettitudine dei tecnici preposti.

Se ad esempio si fossero effettuate le suddette verifiche lungo l’Adda; se si fosse provveduto al ripristino della sezione di deflusso – che nello stato attuale non potrebbe contenere una piena superiore ad 800 mc/s – adeguandola alle note e prevedibili piene da 1.600 mc/s; se quei tecnici avessero verificato (con un banale calcolo idraulico) l’effetto nefasto della briglia di Lodi sul regime idraulico; se a tutto questo si fosse provveduto per tempo, non si sarebbe verificato il disastro alluvionale di Lodi 2002.

Non si fa niente per la prevenzione; si rigetta il concetto di manutenzione; e si pianifica a vuoto e in continuazione. Ad ogni alluvione le Autorità di Bacino aggiornano i cosiddetti PAI - piani d’assetto idrogeologico, che altro non sono che piani di evacuazione del territorio:

- piani ottusi: invece di rimuovere la causa delle esondazioni fluviali, mirano ad evitarne gli effetti allargando le fasce di rispetto intorno ai fiumi, con divieto di residenza e di attività; nel frattempo, il progressivo aggravarsi della causa (ostruzione delle sezioni di deflusso) provocherà effetti sempre più disastrosi, fino alla totale evacuazione del territorio di pianura.

- piani antistorici: sin dalle sue origini, l’uomo ha considerato il fiume fonte di vita e di benessere; nelle sue vicinanze ha sviluppato le sue più grandi civiltà e costruito le più belle città; seguendo la logica dei PAI, invece, o dei Piani di delocalizzazione (l’ultima invenzione delle Autorità di bacino), bisogna allontanarsi dai fiumi …e pian piano ritornare in montagna…

PREZIOSA RISORSA PUBBLICA. Il sopra descritto marasma – dei piani cave improvvisati e delle mistificazioni ambientaliste – scaturisce per intero dalla mancanza di dati certi ed ufficiali sui quantitativi di materiale esistente negli alvei fluviali. E’ proprio la mancanza di questi dati – anch’essa conseguenza delle menzionate inadempienze di AIPO e/o di Autorità di bacino – che, come abbiamo visto, induce i politici a sottovalutare il problema, o permette loro di ignorarlo, oppure …di scherzarci sopra.

In attesa dei dati ufficiali, vediamo di capire quali sono i quantitativi reali. Seguendo un ragionamento logico, sull’adeguamento della sezione di deflusso alle ricorrenti piene, cerchiamo ad esempio di quantificare quanto materiale c’è nell’Adda: nel tratto sovralluvionato tra Cassano e Maccastorta (70 chilometri).

Dai rapporti ufficiali della piena 2002 si evince che in quella occasione la portata idrica fu di 1.600 mc/s. Con un semplice calcolo idraulico è possibile determinare la sezione che l’alveo dovrebbe avere per contenere una portata simile. Tenendo conto del variare della pendenza longitudinale, e quindi del ridurre, da monte verso valle, della velocità della corrente, il valore approssimativo variabile di tale sezione (al netto del franco di sicurezza) va da 400 mq (a Cassano) a 800 mq (a Maccastorta).

Da un recente sopralluogo si è potuto constatare invece che la presenza di accumuli di materiale in alveo ne riduce la sezione, in media di 150 mq. rispetto ai valori suddetti. Di conseguenza, per ripristinare la sezione minima occorrente, bisogna asportare dall’Adda, lungo il tratto in esame, non meno di 10,5 milioni di mc. di materiale (70.000 m. per 150 mq).

Applicando lo stesso ragionamento ai tronchi sovralluvionati degli altri fiumi lombardi – rapportando il tutto alle rispettive portate di piena – si ricavano i seguenti quantitativi di materiale da asportare: Ticino, da Somma Lombardo a Pavia, (90.000 m. per 200 mq.) = 18 milioni di mc; Oglio, da Ostiano a Mazzuolo (25.000 m. per 80 mq.) = 2 milioni di mc; tratto lombardo-emiliano del Po, da Pieve del Cairo ad Ostiglia (250.000 m. per 500 mq.) = 125 milioni di mc.

Volendo completare il quadro di insieme lombardo-emiliano – considerato peraltro che il tratto di Po preso in esame scorre sul confine fra le due regioni – ci sarebbe da aggiungere almeno altri 25 milioni di mc complessivi, da asportare dai tronchi sovralluvionati dei fiumi: Trebbia, Nure, Taro, Parma ed Enza. Per un ammontare, fra le due regioni, di 180 milioni di mc. di materiale.

Si tratta, ripeto, di dati approssimativi (sicuramente per difetto), ricavati con calcoli di massima, tenendo conto dello sviluppo dei corsi d’acqua, delle loro portate idriche e del grado di ostruzione della sezione di deflusso. Non sono numeri astratti, ricavati da studi teorici ed astrusi sul trasporto solido, ma dati reali e di facile riscontro in loco. Chiunque può farsi già un’idea del grado di sovralluvionamento dei fiumi in questione, esaminando la cartografia della zona interessata (ortofoto a colori) sul sito: www.atlanteitaliano.it. (Ministero dell’Ambiente). Oppure, sempre sulla rete, scorrendo la documentazione fotografica dei fiumi in secca (fiumare padane). Un’osservazione della suddetta cartografia consente di notare anche la miriade di cave fuori alveo presenti nel Lodigiano, il cui territorio è ridotto in una gruviera.

Quando l’AIPO e/o l’Autorità di bacino per il Po decideranno, come per legge, a rilevarli in via ufficiale, se ne avrà la conferma. Di fronte a dati ufficiali, di tale entità, non sarebbe certo facile ignorare la disponibilità di quel materiale, in sede di redazione e approvazione dei Piani Cave. Né sarebbe possibile far passare per cose serie, le tante stupidaggini del falso ambientalismo nazionale, sull’escavazione in alveo.

ENTRATE VANIFICATE. Il suddetto quantitativo di 180 milioni di mc. – gran parte del quale è utilizzabile per la produzione di inerti, essendo, per natura e provenienza, del tutto simile al materiale lapideo estratto dalle cave di pianura – rappresenta, com’è evidente, un’immensa risorsa mineraria di proprietà pubblica. Risorsa che, al prezzo simbolico di un euro per mc, avrebbe un valore di 180 milioni di euro. Valore che potrebbe facilmente lievitare a 400 milioni di euro: tutto dipende dalle condizioni del mercato, cioè dal fabbisogno di inerti. Fabbisogno che attualmente è altissimo in entrambe le regioni. Lo dimostra la pressione ad aprire nuove cave in Lombardia. lo dimostra l’importazione di inerti dalla Puglia, da parte di molte imprese dell’Emilia Romagna. E trova riscontro nei grandi lavori della TAV, alcuni dei quali non riescono a partire proprio per mancanza di inerti.

La pulizia degli alvei fluviali, pertanto, è dettata attualmente non solo da motivi di estrema urgenza per la sicurezza ma anche da importanti motivi di convenienza economica. Sarebbe questo il momento propizio per immettere sul mercato quei 180 milioni di mc. di materiale – più che sufficienti per soddisfare il fabbisogno di entrambe le regioni: Lombardia ed Emilia Romagna – e ricavarne il maggior provento. Le regioni interessate otterrebbero due immediati vantaggi: la pulizia degli alvei, completamente gratuita, ed in più una notevole entrata, più che sufficiente per realizzare le difese spondali ed ogni altra opera idraulica necessaria, lungo gli stessi corsi d’acqua.

Purtroppo, però, questa fortuita circostanza sta per essere vanificata. La Regione Lombardia sta approvando tutta una serie di Piani Cave provinciali. Probabilmente la stessa cosa sta per fare l’Emilia Romagna.

Va subito detto che l’approvazione di detti piani cave (limitatamente alle cave di inerti) è un atto demenziale; è un’aberrante castroneria di inaudita gravità. Approvare quei piani cave significa buttare nel nulla una pubblica risorsa del valore di centinaia di milioni di euro. Significa rinunciare alla possibilità di provvedere – in tempi brevi ed a costo zero – alla pulizia degli alvei fluviali. Significa provocare danni erariali per diverse centinaia di milioni di euro. E soprattutto significa – con l’attuale carenza di fondi pubblici – rinviare “a babbo morto” il ripristino della sezione di deflusso dei corsi d’acqua, urgente e indispensabile operazione: …per la tutela dell’equilibrio geostatico e geomorfologico del territorio, …per la PUBBLICA INCOLUMITA’.

Nella speranza di un ravvedimento, saluto ed auguro un felice anno 2005.

Nicola Bonelli

Nota bene - La presente denuncia: è fondata su conoscenza diretta di alcuni luoghi, sull’esame di cartografie e soprattutto su cognizione di causa, nei vari aspetti, dell’intera questione: cognizione formatasi in quaranta anni di attività di “Cavatore”; si richiama ad atti e fatti specifici della regione Lombardia, ma riguarda, per analogia, tutta la pianura padana; viene perciò inviata, per posta, per fax o per e-mail, alle massime autorità di governo regionali e provinciali di Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, a prefetture, sindaci, autorità giudiziarie, corte dei conti, organi d’informazione. E’ pubblicata sul sito http://xoomer.virgilio.it/fontamara, col titolo “lettera aperta a FORMIGONI & C.”, insieme ad altri argomenti, tra cui: “Rischio idraulico in Pianura Padana”, … “la logica dell’emergenza” … “le beffe della Protezione Civile” … “le colpe del Palazzo di Giustizia”…

Logo 18.02.05

Sacripante!
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di Pietro B.

Segnalo l'interessante iniziativa di Sacripante! un sito che pubblica scritti provenienti dagli autori del blog più in voga. L'idea è buona e il primo numero on-line è godibilissimo.

Devo capire però una cosa. Nella pagina che si raggiunge con il link Disclaimer troviamo scritto:

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Sono consentite citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purché accompagnate dall'indicazione della fonte sacripante!, compreso l'indirizzo web www.sacripante.it e dal nome dell'autore se trattasi di testi.

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Sono io che ho un abbaglio e che non ho capito bene i termini della questione o qualcuno ha infilato il copyright dentro la Licenza Creative Commons?

Logo 16.02.05

Giuliana Sgrena: liberiamola!
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da la Repubblica.it

Il viso tirato, la voce interrotta dai singhiozzi, Giuliana Sgrena ripete: "Aiutami, aiutatemi, la mia vita dipende da voi, fate pressioni sul governo perché ritiri le truppe". Questa mattina, i "Mujaheddin senza confini" hanno fatto avere all'agenzia Associated Press un video con un appello della giornalista del Manifesto, rapita in Iraq lo scorso venerdì 4 febbraio.

E' un documento drammatico. Giuliana Sgrena ha una casacca verde, sullo sfondo una parete bianca, vuota, una scritta in sovraimpressione sul video contraddistingue il gruppo. Si tratta di una scenografia anomala per i video di ostaggi in Iraq visti fin'ora: non ci sono bandiere, né uomini armati, la giornalista non sembra essere direttamente minacciata. Chiede aiuto al marito, Pierre Scolari, a tutti gli italiani. "Solo voi potete aiutarmi, fate vedere quel che ho fatto per il popolo iracheno. La gente qui non vuole stranieri, non vuole occupazione, non vuole truppe, tutti gli italiani sono visti come nemici".

Ogni frase è intercalata da un "Aiutatemi". "Chiedo a Pierre, mio marito: aiutami; solo tu mi puoi aiutare fino in fondo a chiedere il ritiro delle truppe. Io conto su di te. La mia speranza è solo in te". "Tutto il popolo italiano deve aiutarmi" continua la giornalista "tutti coloro che sono stati con me in queste lotte devono aiutarmi: la mia vita dipende da voi. Fate pressioni sul governo. Questo popolo non vuole occupazione, non vuole truppe, non vuole stranieri. Aiutatemi voi a salvarmi. Ho sempre lottato con voi".

Si sente una voce in sottofondo, Giuliana Sgrena ripete l'appello in francese, dice chi è e per quale giornale lavora, poi parla dell'Iraq "Bisogna mettere fine all'occupazione, la situazione qui è intollerabile, i bambini muoiono, le donne vengono violentate, bisogna ritirare le truppe". La giornalista poi chiede ancora aiuto al compagno: "Aiutami, fai vedere le foto che ho fatto dei bambini colpiti dalle cluster bombs, fai vedere quel che ho fatto per le donne".

E proprio Pierre Scolari, intervistato da Sky, ha detto: "L'ho trovata molto provata, d'altra parte 12 giorni così deve essere micidiale", ha detto il compagno di Giuliana Sgrena, commentando il video. "Almeno", ha aggiunto, "significa che Giuliana è viva e mi sembra anche che stia abbastanza bene, per come si può stare in quelle condizioni. Non era legata, non aveva personaggi armati intorno. Quindi diciamo che questa è la buona notizia"."Chiedo il ritiro dall'Iraq non per liberare Giuliana, ma per il popolo iracheno".

Proprio oggi il quotidiano Il Manifesto pubblica una foto di un reportage fatto dalla giornalista sulla condizione delle donne irachene.
(16 febbraio 2005)

Logo 12.02.05

Ulivo mi candido anche io
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di Adriano Sofri

IO SOTTOSCRITTO annuncio la mia candidatura alle primarie, per la leadership del centrosinistra in Italia (e fuori). Prevedo qualche piccola obiezione, e ne anticipo le risposte, confidando che vogliate leggere questo breve testo fino in fondo. Essendo le primarie un impegno volontario, io vi sono ammesso.

Si può obiettarmi che, essendo io privato del diritto attivo e passivo di voto, non potrei di fatto essere candidato alle elezioni politiche, e dunque non avrebbe senso votarmi alle primarie. è vero. Ma faccio osservare che l' obiezione vale anche per gli altri autocandidati, benché non siano carcerati - Bertinotti, Pecoraro Scanio, Di Pietro, e gli eventuali altri che si aggiungeranno, magari perfino una donna - i quali dichiarano all' unisono di sostenere la candidatura di Romano Prodi, e comunque di un leader designato unitariamente dall' alleanza.

Si può obiettarmi ulteriormente che la mia candidatura è in contraddizione con la mia posizione, che ribadisco, di sostegno alla leadership di Romano Prodi, e comunque del leader designato unitariamente dall' alleanza. è vero, ma anche questa contraddizione vale per tutti gli altri candidati.

Tutti infatti proclamano di appoggiare la leadership di Romano Prodi. Dunque partecipano alle primarie per ragioni, diciamo così, simboliche, o di bandiera, per migliorare la propria quota di partito o personale fra gli azionisti della coalizione di centrosinistra, o per farsi vedere, eccetera, ma senz' altro non per aggiudicarsi la candidatura a leader al posto di Prodi. Essi gareggiano alla esplicita condizione di non vincere.

Dunque la mia candidatura alle primarie è giustificata né più né meno che quella di ogni altro concorrente. è vero che io non ho un mio partito, ma questo può addirittura essere visto come un punto in mio favore. Oltretutto, se uomini (o donne: ma non se n' è vista ancora nessuna) dei partiti minori dell' opposizione si candidano, sia pure per ragioni di bandiera, e se si consideri, con un energico sforzo di immaginazione, Prodi come un esponente della Margherita, se ne deduce che i Democratici di sinistra sono i soli tenuti a votare per il leader riconosciuto, benché non appartenga al loro partito: pretesa che può ragionevolmente irritare dirigenti e aderenti di quel partito, già molto grosso, e tuttora abbastanza grosso.

Qualcuno vorrà magari ammonirmi che la mia candidatura finisca per eccitare una ulteriore moltiplicazione delle autocandidature, provocando una perdita di prestigio delle primarie e il rischio di una dispersione di suffragi tale da incrinare l' autorevolezza della leadership di Prodi, se non da metterla a repentaglio. Infatti. Le primarie, come hanno cominciato a osservare in molti, hanno un senso - cui io sono largamente favorevole, a maggior ragione dove possano arrivare a rovesciare posizioni costituite, com' è appena avvenuto in Puglia - quando davvero chiamano gli elettori volontari a decidere di una scelta.

Quando danno già per avvenuta la scelta, e offrono dei ruoli secondari ad attori che mirano a raggranellare un proprio gruzzolo per il mercato interno, non sono delle primarie. Come hanno detto Pirani, o Veltroni, e non so chi ancora, se si voglia animare una mobilitazione di fiducia, entusiasmo e attivismo attorno alla figura di un candidato leader riconosciuto, allora non devono esserci concorrenti virtuali, e deve piuttosto svolgersi un referendum su persona e programma, o, nell' ipotesi pessimistica di una consultazione sbrigativa e autoritaria, un plebiscito.

Questi argomenti, che suonano per me limpidissimi e ragionevolissimi, spiegano perché io ponga la mia candidatura. Naturalmente, ho scherzato. La domanda finale è: gli altri autocandidati hanno scherzato anche loro?

Logo 06.02.05

Un po' di felicità
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di Furio Colombo
[da l'Unita del 6/2/2005]

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Se questo fosse già un Paese normale, con una stampa e una televisione normale, gli italiani avrebbero visto in diretta, e constatato in ogni cronaca, un fenomeno sorprendente:
Silvio Berlusconi è apparso di colpo molto piccolo, un nano (l’affermazione è politica) non solo a confronto con i suoi avversari, ma accanto all’Italia, ai suoi cittadini preoccupati, ai suoi problemi che sembrano ormai sfuggire al controllo, accanto a operai e imprenditori che cercano di capire come mai non si vede il futuro, accanto a studenti, insegnanti, intellettuali, ricercatori che cercano di orientarsi nel vuoto, commercianti e piccole imprese a cui sfugge di mano il filo e il senso del contenitore Italia
, dove la gente non compra, chi produce non vede, chi sa non può condividere il suo sapere, chi è bravo non può fare ricerca, chi costruisce non ha committenti o sostegni, mentre diminuiscono fino a sparire sicurezza e legalità. Ha scritto ieri su “La Repubblica” Michele Serra: «È una brutta cosa che tutto ciò accada. Ma è anche peggio che venga chiamato estremista chi lo racconta».

Ma il precipitare verso misure politicamente irrisorie del capo del governo, di Forza Italia, della coalizione immersa in un continuo, furioso litigio detto "Casa della Libertà", e di una costellazione di grandi aziende mediatiche, pubblicitarie, assicurative, bancarie, si deve prima di tutto a ciò che Berlusconi ha fatto e detto di sua iniziativa negli ultimi tre giorni, che adesso appaiono come una improvvisa rivelazione. È vero, a causa del blocco delle informazioni che incatena l’Italia non tutti, non tanti italiani si sono resi conto in pieno dell’evento.

Ma l'evento ha finito per venire alla luce proprio per la succube fedeltà dei media: Berlusconi ha voluto precipitosamente correre davanti alle telecamere perché temeva di esser oscurato.

Temeva, lo sappiamo, di essere oscurato dal Congresso Ds. No, non ne teme il lavoro, l'impegno, gli argomenti, i programmi, i protagonisti o la retorica politica e neppure le polemiche contro di lui. Berlusconi sa - è il suo problema - di essere superiore a tutto, disprezza apertamente persino i suoi alleati e i suoi diretti dipendenti (che pure lo servono con fervore). Temeva che tutta quella enorme messa in scena di donne e di uomini che si affannano a disegnare un percorso di rinascita per l'Italia, di ritorno alla normalità di un intero Paese deragliato, non lo riguardasse. Dirò meglio: sapeva benissimo che si sarebbe tornati continuamente a lui e al suo nome con un po' di denigrazione, molte accuse di incapacità e frecciate alla sua immagine, ora drammatiche (perché drammatica è la situazione italiana) ora spiritose. Ma la sua vera preoccupazione, un'ansia così incontenibile da spingerlo all'imprudenza, al grave errore mediatico (proprio lui) era l'irrompere, al centro della scena, dei fatti e problemi con cui si dibatte l'Italia. In questo l'unico presidente del Consiglio Europeo che risieda ufficialmente in una villa abusiva, ha avuto fiuto, più fiuto di molti illustri commentatori ed editorialisti che pure gli stanno vicino. Berlusconi ha capito che il Congresso Ds sarebbe stato un lavoro di costruzione e non una rissa. Ha capito che non sarebbe stato un convegno in politichese ma una serie di affermazioni e proposte in chiaro italiano, sul modo di ricostruire l'Italia. Ha capito, da buon Mago di Oz, il pericolo: avrebbero portato in scena l'Italia nelle sue dimensioni reali, devastazioni, problemi, speranze.

Un capo di governo normale, in una normale democrazia sa di essere esposto a bufere di critiche, chiamate anche “impegno costituzionale della opposizione”. Ma Berlusconi è un Mago di Oz stizzoso e vendicativo, a cui non va giù la critica, neppure la più mite. Lui nutre una sincera adorazione per se stesso che, come sappiamo, gli fa velo (ovvero gli fa perdere il controllo) quando si levano voci di dissenso. Con buon istinto, però, Berlusconi ha visto subito il vero pericolo: non che si parlasse male di lui, che è già inaudito, ma che si parlasse bene dell'Italia, intesa come un Paese carico di energia e di valori che, se governato da gente pulita, competente, normale, può rifiorire. Sperava, come i suoi molti editorialisti, in una bella zuffa a sinistra. Ma ha capito un attimo prima che se lasciava libero il video, molti spettatori avrebbero intravisto come può, in altre mani, rinascere l'Italia e tornare ad essere un libero, normale e prospero protagonista della nuova Europa.
Il leader politico della più grande impresa mediatico-pubblicitaria che abbia mai governato un Paese democratico, non lo poteva permettere. Di qui la corsa a mettere insieme in poche ore una assemblea di impiegati, detto “consiglio nazionale di Forza Italia”, una cosa che nessuno ha mai eletto e che non ha alcuna parentela con la democrazia. Di qui la decisione di far spettacolo, occupando televisioni, radio e giornali, non come lui ritiene giusto (sempre) ma almeno secondo quella «par condicio» che lui detesta e che si appresta a far cancellare dalle leggi italiane.

L'idea era questa: qualunque cosa voi diciate, io griderò «comunisti!», ricorderò Foibe jugoslave e Gulag sovietici come ho fatto nel Giorno della Memoria invece di parlare di Fossoli, della Risiera di S. Saba e dei delitti italiani della Shoah. E poiché sono molti - per ragioni di lavoro - a venirmi dietro, mi basterà denunciare, momento per momento, coloro che osano criticarmi. Se sarà necessaria qualche calunnia non ci tireremo indietro, deve aver detto ai suoi impiegati che hanno compilato e distribuito il «dossier» su l'Unità, altra trovata per deragliare l'attenzione degli italiani dal Congresso Ds.

Dove sta il clamoroso errore mediatico del nostro uomo, motivato, come sempre, da cattive intenzioni ma non furbissimo? Abituato ai suoi circhi di cartapesta, alle sue «Pratiche di mare» con statue finte e giardini di plastica, a ritornare da convegni internazionali assicurandoci di avere sistemato il problema del dollaro, tutto Berlusconi si sognava, tranne che il Congresso Ds, invece di dibattere dei rapporti fra Stalin e Bucharin, si dedicasse a discutere l'Italia trasformando il congresso in tre grandi occasioni: porre fine alle divisioni, mettere il leader di tutta l'opposizione al centro del ruolo e della visibilità, presentare punto per punto, problema per problema, dentro l'Italia e nella politica estera, un vero impegno di governo.

Ecco dove è apparso all'improvviso il problema di Berlusconi. A confronto con fatti veri, la sua figura non si vede. Accanto a un programma che non si occupa del passato ma del futuro, Berlusconi non si nota. Se confrontate veri problemi con un leader invadente, autoritario, intollerante, ma vistosamente incompetente capo di un governo che dovrebbe fermare il rotolare in basso dell'Italia smettendola di mentire, la sua figura scompare. Niente fa pensare che chi ha creato tutti i problemi italiani possa risolverli. Sempre meno cittadini ci credono.

E proprio mentre lui - Berlusconi - voleva attrarre l'attenzione su di sé, ripetendo le sue accuse di comunismo che hanno smesso di fare colore e ormai irritano anche gli alleati (si veda la tempestosa rivolta di molti delegati durante il Congresso del Pri di La Malfa), al Congresso Ds ha cominciato a parlare Romano Prodi. E subito si è sentito il tono adulto, autorevole ma anche equilibrato e normale di quel congresso. C'è un partito che mostra forza e unità, e la capacità di contribuire in modo robusto alla coalizione di opposizione. Questo partito fa spazio e presenta al Paese il leader che guiderà il più importante confronto elettorale che l'Italia abbia mai vissuto.

Per un errore di protagonismo di Berlusconi, la sua voce modesta, risentita, vendicativa, tutta dedicata a un inesistente passato, si è sentita nel suo improvvisato controcongresso. Proprio mentre in un luogo vero, fra gente vera, in circostanze storicamente rilevanti, gli italiani, potevano ascoltare la voce, le idee, i progetti di Prodi, tutti volti al presente drammatico in cui si dibatte il Paese. E ciò avviene non sotto il comunismo ma sotto Berlusconi, ai tempi in cui Gasparri, ministro di Polizia della Informazione, paragona Fassino ai terroristi (dichiarazione all'Ansa, 5 febbraio, ore 20), ai tempi in cui Lunardi, ministro dei Trasporti, dice agli automobilisti congelati della A3 che chiedono aiuto «Arrangiatevi. Io non sono il ministro delle nevicate». Ai tempi in cui il presidente della Regione Sicilia e leader della coalizione berlusconiana nell'isola è coinvolto in un processo di mafia.

Prodi dice: «L'Italia ha bisogno di verità, non di promesse ma di soluzione, di un disegno per tutti che prevalga sugli interessi di parte, perché se si lasciano prevalere gli interessi di pochi si rovina il Paese».

Prodi dice: «Dobbiamo dire tutta la verità al Paese, sul suo stato di salute, sulla sua distanza dal resto dell'Europa. Non si governa affidandosi ai sondaggi. Un leader deve avere il coraggio di prendere anche decisioni sgradite, se è necessario».

Il problema dell'uomo di villa Certosa, residenza abusiva del primo ministro, è di farsi trovare in scena mentre parla Prodi, di farsi cogliere dalle telecamere mentre è intento a fare siparietti sul comunismo senza accorgersi che ha già esaurito sia il suo repertorio di bonomia e barzellette, sia quello di minacce, morte e sangue del suo repertorio tragico. Prepara una scenata contro il socialismo riformista contiguo al comunismo contiguo al terrorismo, affidato, con grave azzardo istituzionale, al ministro degli Interni Pisanu. E tutto ciò mentre Prodi, da adulto, da esperto, da leader, diceva: «Chi si candida al governo deve parlare all'intero Paese. E noi avremo un Paese unito, forte, che si alza in piedi per ricominciare a camminare. Dobbiamo tornare per le vie del mondo per dimostrare che l'Italia è grande e forte».

Sono seguiti sussulti penosi e un po' infantili di rabbia, frasi del tipo «hanno l'unico fine di conquistare il potere. Questa pura eventualità, che resterà tale perché noi la impediremo, getterebbe il Paese nel caos e nella ingovernabilità». Oppure: «I comunisti non sono come prima, sono peggio di prima». Ecco lo scherzo giocato dal vero Congresso Ds al finto congresso aziendale di Berlusconi. I tg comandati da Gasparri c'erano. L'uomo che dovrebbe guidare il Paese fuori dalla rovina che lui ha provocato, è apparso a tutti nelle sue vere dimensioni, rispetto al mondo politico adulto. Piccolo, molto piccolo. Non è una questione di tacchi. Lo ha detto Fassino nel suo discorso di chiusura. «Piccolo, a confronto con un grande disastro».

Giustamente, guardando a questo paesaggio, Romano Prodi ha concluso: «L'Italia merita un po' più di felicità».

L’Iraq resta fuori controllo, il sequestro della Sgrena lo dimostra
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intervista a Lilli Gruber
a cura di Umberto De Giovannangeli
[da l'Unita del 4/2/2005]

«Il rapimento di Giuliana Sgrena è la drammatica riprova che la sicurezza in Iraq non è certo migliorata dopo le elezioni del 30 gennaio. La verità è che intere aree del Paese, comprese alcune zone di Baghdad, sono ancora in mano ai gruppi terroristi e alla resistenza armata». A sostenerlo è Lilli Gruber, più volte inviata del Tg1 in Iraq, oggi europarlamentare. Gruber affronta anche la questione del voto di domenica scorsa e mette in guardia da un eccesso di ottimismo: «Mi inchino davanti ai milioni di iracheni che sono andati a votare, ne ammiro il grande coraggio, ma a differenza di Berlusconi non credo che questa iniezione di speranza possa cancellare il fatto che l’Iraq sia ancora sotto occupazione militare e che il probabile successo dei partiti sciiti sostenuti dal Grande ayatollah al-Sistani apra nuovi, gravissimi problemi etnico-religiosi in questo martoriato Paese».

Da inviata speciale della Rai in Iraq, lei ha avuto modo di conoscere sul campo Giuliana Sgrena. Come la ricorda?

«Giuliana è una bravissima giornalista, molto seria, molto competente e professionale, che conosce molto bene l’Iraq e lo frequenta da tanti anni. Ed è anche una collega molto coraggiosa, come dimostra il fatto che anche in queste settimane lei si trovasse nel Paese; una giornalista che non scrive le sue corrispondenze stando solo nella sua stanza d’albergo. Il fatto è che oggi a Baghdad, in Iraq, si devono utilizzare mille precauzioni quando si esce dall’albergo. L’ultima volta sono stata in Iraq a luglio, ma nel frattempo le cose sono, se possibile, peggiorate. Mio marito è tornato la scorsa settimana, è un collega francese, veterano di tante guerre raccontate sul campo e anche lui mi diceva che è sempre più rischioso; ciò non toglie che io penso che i giornalisti debbano continuare ad andare in Iraq, debbano continuare a fare il nostro dovere di giornalisti che è quello di raccontare anche realtà complesse e rischiose come è quella irachena».

Raccontare, ad esempio, l’Iraq del dopo-voto. Qual è l’idea che si è fatta di questo «nuovo inizio»?

«Innanzitutto mi inchino davanti ai milioni di iracheni che a rischio della propria vita sono andati a votare domenica. Conosco l’Iraq dal 1991, conosco quindi il popolo iracheno da tanti anni e so bene quanto fosse importante per loro avere questa grande opportunità di esprimersi liberamente nella misura in cui sono state elezioni con tante liste e tanti candidati diversi; sono state però anche delle elezioni dove non c’erano praticamente osservatori internazionali e sono state delle elezioni tenute in un Paese sotto occupazione, e soprattutto in un Paese dove ancora, come dimostra il rapimento di Giuliana Sgrena, non esiste la sicurezza. Ma nonostante tutti questi rischi gli iracheni si sono recati alle urne, e questo è comunque un segno di speranza. Per il resto, mi attengo a una linea che seguo da sempre, che è quella di diffidare della propaganda dei governi, e nel caso specifico sia di quello italiano che del presidente Usa George W.Bush, e penso che sia molto più utile per tutti quanti cercare di capire che sta davvero accadendo oggi in Iraq...».

E cosa sta accadendo davvero nell’Iraq del dopo-voto?

«In Iraq con le votazioni di domenica si è aperta una nuova fase che può portare il Paese a una pacificazione, verso un percorso democratico, ma penso anche che questo percorso sia ancora molto lungo e molto accidentato come dimostra il rapimento di oggi (ieri, ndr.). Qualcuno mi ha chiesto se l’Iraq è più o meno sicuro dopo le elezioni...».

E qual è la sua risposta?

«Dal punto di vista della sicurezza, l’Iraq è come era prima delle elezioni. Non c’era la sicurezza sabato e domenica scorsa, non c’è sicurezza neanche oggi. È evidente che il processo politico che si sta mettendo in moto è un processo importante, lento, perché stanno ancora scrutinando i voti; un processo che con ogni probabilità vedrà vincitori gli sciiti appoggiati dal Grande ayatollah al-Sistani. Gli americani rispetteranno l’esito di questo voto, se si conferma che hanno vinto gli uomini sostenuti da al-Sistani? Vedremo. Ma sicuramente avendo questo martoriato Paese un grosso problema etnico-religioso, basta citare il fatto che la maggioranza dei sunniti non è andata a votare per capire che il percorso sarà ancora difficile e accidentato. D’altro canto, non si deve mai scordare che l’Iraq non solo è un Paese ancora occupato militarmente da forze occidentali, ma è anche un Paese in preda ad attacchi terroristici, un Paese in cui opera anche una guerriglia degli insorti, una resistenza nazionale. L’Iraq è un Paese in cui operano i servizi segreti di tutti quegli Stati e regimi che hanno qualche interesse al futuro dell’Iraq, ed è un Paese in cui c’è una criminalità comune organizzata molto diffusa. L’Iraq, in definitiva, è un Paese che è sprofondato nel caos e nell’anarchia in tante sue regioni e province».

Logo 04.02.05

Rapita in Iraq Giuliana Sgrena
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Giuliana Sgrena è l'inviata de il Manifesto in Iraq.

Adesso la farnesina e le istituzioni preposte si adoperino immediatamente per la sua liberazione. Ed evitino le lentezze ed omissioni del caso di Enzo Baldoni.

Maffia - Fantasma Provenzano
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di Peter Gomez e Marco Lillo

[da L'Espresso n° 5 del 10/2/2005]

È latitante da 42 anni. Più volte polizia e carabinieri sono stati vicini a prenderlo. Ma le tante complicità e protezioni hanno sempre evitato la cattura del boss

Dietro, Bagheria con i suoi palazzi settecenteschi, le sue ville, i quadri di Guttuso, i ricordi di Dacia Maraini e i sogni da bambino del regista Giuseppe Tornatore. Davanti, la statale 113, quella che in un attimo ti porta a Palermo.

Ecco, se si vogliono raccontare i 42 anni di caccia al superlatitante Bernardo Provenzano, si può benissimo partire da qui. Non da Corleone, dove zu' Binu è nato il 31 gennaio 1933, terzo di sette fratelli. Ma da uno spiazzo 50 chilometri più a sud. Uno spiazzo di polvere e cemento, dove i camion sono sempre in manovra e l'aria ha l'odore acre del gasolio. È il posteggio del Consorzio artigiano Sud-Tir, un grande crocevia per autoarticolati diretto, fino a martedì 25 gennaio, da Onofrio Morreale, un tecnico della logistica che insieme allo spostamento delle merci curava quello dei pizzini: i foglietti di carta attraverso cui il capo dei capi comunica con i suoi uomini. A osservarlo ora questo piazzale di sosta sembra un posto come tanti. Un punto qualsiasi della Sicilia che lavora. In realtà, ogni centimetro quadrato, ogni pietra, ogni camion narra una storia fatta di mafia, politica, astuzia e tradimento. Qui, infatti, i carabinieri del Ros a Provenzano ci sono finiti davvero vicini.

È l'8 gennaio del 2004 quando, dopo anni di tentativi andati a vuoto, le microcamere degli investigatori riprendono finalmente uno scambio di messaggi destinati al superlatitante. I militari vedono due uomini d'onore di seconda generazione attraversare a passo veloce il posteggio. Sono due ragazzi di Villabate, hanno i capelli lunghi e vestono alla moda. Il primo si chiama Nicola Mandalà. Gestisce sale Bingo e centri scommesse della Snai. È sposato, ma non disdegna le discoteche e la cocaina. Con lui c'è Ignazio 'Ezio' Fontana, 31 anni, il suo vice: un picciotto che Nicola ha personalmente affiliato all'onorata società, secondo l'antico rito della puntura di spillo sull'indice della mano destra. Quella buona per sparare.

A guardarli camminare spalla a spalla è facile pensare, per chi conosce la storia di Cosa Nostra, a una bizzarra riedizione del compromesso storico. Ignazio è il nipote di Nino Fontana, un ex vicesindaco comunista di Villabate arrestato nel 2003, che Pio La Torre tentò inutilmente di far espellere dal Pci nei primi anni Ottanta. Nicola, il capo, è invece il figlio di Antonino Mandalà, un ex dirigente provinciale di Forza Italia, oggi sotto processo per mafia, un tempo socio in un'assicurazione del ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia e del portavoce di Forza Italia al Senato, Renato Schifani (dal 1979 al 1980). Ma in questo caso la politica non c'entra. O almeno non direttamente.

I due ragazzi si dirigono invece verso Onofrio Morreale, che è appena uscito dagli uffici del Consorzio Sud-Tir. I tre si salutano e si scambiano un involucro bianco dentro il quale, come emergerà dalle intercettazioni, c'è il bigliettino da far arrivare al boss dei boss. Tutto si svolge in maniera velocissima. Morreale mette il foglietto in tasca e scompare tra decine di camion in movimento. Impossibile capire dove sia andato, né a quale autista abbia eventualmente affidato il messaggio. La via dei pizzini che aveva portato carabinieri e polizia a inseguire una dozzina di corrieri di Provenzano attraverso tutta la Sicilia, da Vittoria nel ragusano, fino a Mezzojuso e Villabate nel palermitano, finisce in un vicolo cieco. Come sempre.

"Almeno questa volta abbiamo avuto la certezza che Binu c'è sfuggito perché scaltro. Perché tra lui e l'ultimo postino ha inserito il filtro