Dopo una lunga battaglia parlamentare costata 410 voti segreti, 90 sessioni in commissione e 44 in aula, la legge Gasparri che «sistema» la televisione italiana, nel senso che la sistema ai piedi del capo del governo, di Mediaset e della stessa Rai (Vespa dixit), è stata approvata definitivamente al Senato. Dopo un primo «sì» essa era stata rinviata alle Camere dal presidente della Repubblica il quale, sulla base del messaggio inviato al Parlamento sul pluralismo, indicava in essa talune carenze e insidie al pluralismo medesimo.
Essenzialmente: le grasse telepromozioni non considerate spot pubblicitari per le sole reti berlusconiane e quindi non conteggiate nei loro affollamenti (col conseguente impoverimento delle fonti pubblicitarie per l'editoria giornalistica); un Sic (Sistema Integrato dell'Informazione) troppo gonfiato con la concreta prospettiva di determinare (o ribadire) posizioni dominanti per Publitalia e Sipra, rinsaldando più che mai il duopolio Mediaset-Rai che rastrella e si spartisce il 95 per cento del mercato pubblicitario televisivo.
Rispetto alle osservazioni del presidente Ciampi, il testo definitivo della legge Gasparri votato definitivamente ieri presenta variazioni davvero significative rispetto a quello “rimandato”? No, proprio no.
Per le telepromozioni non è stata cambiata una virgola: erano “zona franca” di caccia per Publitalia nel primo testo e tali rimangono nel secondo continuando a drenare pubblicità su di un mercato che è quello della carta stampata senza venire conteggiate per i “tetti” di Mediaset. Continueranno ad esserlo invece per quelli della Rai. Una autentica beffa. Un privilegio tagliato su misura per il Cavaliere.
E fanno una fetta di torta cospicua di milioni di euro, ogni anno.
Per il Sic - che era stato valutato nella prima versione sui 32 miliardi di euro - si è operato un qualche dimagramento, ma, secondo il “Sole-24 Ore”, il cosiddetto paniere di riferimento per calcolare il 20 per cento di “tetto” per Mediaset e Rai varrà pur sempre 26 miliardi di euro, circa 50 mila miliardi di vecchie lire. Ciò significa che l'asticella del 20 per cento sarà fissata a 5,2 miliardi di euro (oltre 10 mila miliardi di lire). Poiché il polo berlusconiano formato da Publitalia, Mondadori e Medusa fattura oggi 4 miliardi di euro, potrà irrobustire il portafoglio di un altro fruttuoso 30 per cento (Publitalia, da sola, potrebbe aumentare del 50).
Nel contempo, si afferma, poiché Sipra-Rai fattura di meno, potrà crescere di più, ma è un discorso tutto e solo teorico, accademico, essendo il primo polo integralmente commerciale, fortemente aggressivo, e il secondo invece un polo ancor oggi di servizio pubblico, pagato per metà dal canone, cioè dagli utenti. Quindi, le prospettive di nuovi business sono tutte per Mediaset. Non va dimenticato, in questo quadro, che alla fine del 2010 cadrà uno dei pilastri della prima legge antitrust sull'editoria firmata da Oscar Mammì e cioè il divieto di incroci fra detentori di emittenti tv e proprietari di quotidiani e pertanto la corazzata berlusconiana potrà entrare a vele spiegate nel porto delle testate quotidiane facendovi shopping, acquistando giornali, condizionando ancor di più l'informazione già così pesantemente omologata.
Siamo quindi alla più clamorosa cena delle beffe: il banchetto per chi siede oggi a capotavola detenendo il potere della emittenza televisiva e quello delle decisioni di governo diventa una generale abbuffata. Alla faccia del pluralismo, della concorrenza pubblico-privato, della competizione televisioni-quotidiani-periodici-libri. C'è qualcosa di simile nel mondo delle democrazie parlamentari? Se c'è, ce lo indichino i valletti del Presidente. L'Europarlamento ha già detto la sua ed è stata duramente critica, in modo circostanziato.
Con la legge Gasparri inoltre si avvia una finta privatizzazione della Rai. Finta perché, a quattro mesi di distanza dalla fusione della Rai in Rai Holding (in mano totalmente al Tesoro, cioè al governo), ci sarà una prima offerta di pubblica vendita di azioni Rai. Attenzione però : nessun azionista privato potrà detenere più dell'1 per cento del pacchetto. Nulla di paragonabile, nei suoi effetti, alla messa sul mercato, per esempio, di una rete Rai: anche Raidue, pur ridotta dalla gestione del centrodestra ai minimi termini con poco più del 9 per cento di share in prima serata (superata, anche nell'ultima settimana, da Italia 1 col 10,35), privatizzata con criterio, potrebbe costituire la base di un terzo polo televisivo.
Già, ma esso entrerebbe subito in competizione sul mercato pubblicitario con le reti del Presidente il quale, prediligendo il monopolio, non ama per niente simili prospettive. Quindi, finta privatizzazione. Mentre rimane sul terrestre, grazie al decreto Gasparri, la beneamata Rete 4 la cui frequenza analogica, secondo tutte le leggi e le sentenze italiane ed europee, sarebbe spettata al proprietario privato di Europa 7, Di Stefano. Ora toccherà all'Authority per le Comunicazioni giudicare se il digitale terrestre offerto in fretta e furia in questi mesi e giorni ha aumentato il “grado di pluralismo” del nostro sistema televisivo. È un'altra amarissima commedia nella commedia: il decreto è scritto in modo che basterà una copertura tecnica di rete del 50 per cento dei possibili utenti e la fruizione soltanto potenziale da parte dei medesimi per far scattare la permanenza di Rete 4 sulla frequenza terrestre.
Ciliegina finale sulla torta della Gasparri così dolce per il capo del governo e per i suoi cari: nel 2005 il Consiglio di Amministrazione della Rai non sarà più di 5 ma di 9 componenti i quali verranno così nominati, 2 dal ministro dell'Economia stesso (se nulla muta, da Tremonti) e fra loro sarà scelto il presidente, e altri 7 dalla Commissione di Vigilanza, cioè dai partiti in essa presenti. Dopo di che il cordone ombelicale con la maggioranza di governo e, nel caso presente, col capo del governo sarà tale che i consigli di amministrazione, anziché in Viale Mazzini, potranno essere tenuti nella sede romana di Mediaset, in Largo del Nazareno, a Palazzo Grazioli, o addirittura nel villone di Arcore.
D'estate si consiglia una delle sette ville in Sardegna, con serata canora dopo l'imbrunire. Ovviamente la legge Gasparri gronda motivi di incostituzionalità ad ogni passaggio fondamentale. Già ben individuati dal gruppo di giuristi coordinato per Articolo 21 da Roberto Zaccaria il quale conclude il suo volume più recente, “Televisione: dal monopolio al monopolio”, con la frase: “È ritornato il Monopolio… ma questa volta, quello di Berlusconi”: un nemico acerrimo del Comunismo (che non c'è più), un protagonista di nuovi monopolii privati, i più pericolosi per la democrazia perché trattano la materia dell'informazione e dei modelli di comportamento. Monopolii che furono in sede di Costituzione la preoccupazione quotidiana di un grande presidente liberale come Luigi Einaudi. Un “comunista” pure lui?
La deriva dell' informazione made in Usa -------------------------
CENSURA
di Peter Phillips e Project censored, traduzione di Eva Milan e Giuliana Lupi, Nuovi mondi, pp.437, 18,50 euro
[Recensione di Marco Maroni, pubblicata sul Diario n°16/2004]
La libertà d'informazione è uno dei cardini della democrazia. Ma, anche in paesi che si ritengono campioni delle libertà democratiche, l'informazione oggi non se la passa bene.
Da 27 anni un gruppo di ricerca della Sonoma State University (California), che si avvale della collaborazione di giornalisti e professori esterni tra cui il linguista Noarn Chomskye lo storico Howard Zinn, analizza lo stato dell'informazione statunitense.
Il gruppo si chiama Project censored. La parte più interessante del lavoro, una raccolta delle principali notizie censurate dai media, viene pubblicata con commenti e analisi. L'edizione di quest'anno (relativa ai fatti del 2003) è particolarmente corposa. Spiega il coordinatore della ricerca, Peter Phillips: «Il 2002 e il 2003 sono stati anni particolarmente pericolosi in quanto a censura e inganni. Così, oltre alle 25 storie più censurate, quest'anno abbiamo riunito il maggior numero di interventi di scrittori mai presentati in un volume di Project censored».
La hit parade delle storie più scomode per il potere e censurate dai grandi media lascia il lettore in uno stato di apprensione. Non come quello indotto dagli stessi media con l'enfatizzazione dei problemi della sicurezza nazionale e dell'incolumità dei cittadini, ma un'apprensione relativa, appunto, alle sorti delle libertà democratiche.
Si va dal piano congegnato dallo staff del segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, per provocare azioni terroristiche che giustifichino rappresaglie, al ruolo dell'amministrazione Bush nel fallito colpo di stato in Venezuela, all'inosservanza degli accordi internazionali da parte degli Stati Uniti, all'eliminazione di pagine del rapporto Onu sull'Iraq (quello che doveva servire per valutare un intervento militare), alla deliberata distruzione da parte delle forze Usa del sistema idrico iracheno.
Segue una puntuale analisi del sistema informativo americano. I mezzi di comunicazione di massa che appartengono ai grandi gruppi controllano gran parte delle fonti ufficiali d'Informazione. Il consolidamento nel settore ha ridotto a meno di una manciata i protagonisti del settore e questi si affidano sempre di più a contenuti prestabiliti. Un esempio del rapporto organico tra media e potere è quello dei giornalisti al seguito delle truppe americane in Iraq.
Reporter praticamente «arruolati», tanto che il termine anglosassone, «embedded», è entrato nell'uso comune. Questi giornalisti devono mantenere un rapporto collaborativo con le unità di cornando nel momento in cui preparano le notizie. Quelli che non si riconoscono nel ruolo di collaboratori, non hanno accesso protetto alle zone delle operazioni, vengono esclusi dai servizi (è successo anche al famoso Peter Arnett) e vanno incontro a maggior pericoli per la loro incolumità, oltre che per il loro posto di lavoro. Il risultato è un'informazione addomesticata e distorta. Meglio anzi chiamarla semplicemente disinformazione. Qualche volta le manipolazioni vengono smascherate.
È il caso del salvataggio del soldato Jessica Lynch, una messinscena confezionata dai vertici militari per ridare slancio all' immaginario guerriesco e patriottico americano in un momento di insuccessi e dubbi. Il raggiro fu svelato dalla britannica Bbc che, vale la pena ricordarlo, qualche mese dopo fu messa a sotto accusa per i servizi sull'autenticità delle informazioni diffuse dal premier Tony Blair sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq, a tutt'oggi non trovate.
Particolarmente istruttivi per i lettori italiani sono i capitoli sui meccanismi della censura del ventunesimo secolo. Non si tratta più di censura esplicita e brutale, da regime totalitario. Le notizie vengono annullate con un procedimento più sottile. Per lo più, vengono annegate in un mare di informazioni innocue, futili, frivole o sensazionalistiche. Vengono ad esempio dedicati attenzione e spazio sproporzionati alle vicende private di personaggi famosi e si creano polemiche e dibattiti attorno a progmmmi televisivi d'intrattenimento.
Oppure, le notizie vengono rigirate in modo da diventare inoffensive, o controverse. C'è poi l'«abuso di notizie». Si prendono le tragedie strazianti e di paura e le si portano avanti il più a lungo possibile, anche in assenza di fatti nuovi da raccontare. Dicono gli autori: «Per la maggior parte degli americani, che dipendono dai grandi media per le notizie quotidiane, questo sistema informativo produce anemia intellettuale, passività e paura. Il risultato è una popolazione addomesricata, la cui principale funzione nella società è quella di tacere e andare a fare acquisti».
Il libro è un'analisi lucida e ben documentata della deriva dell' informazione di massa made in Usa. Un sistema dei media dove comunque sono rigidamente vietati i monopoli e i conflitti d'interesse. La mente del lettore italiano corre subito al confronto con la situazione di casa. Project censored è una lettura indispensabile per i giornalisti con senso critico e per chiunque si interessi ai problemi dell'informazione.
Dilagano negli Usa ma crescono anche in Italia (sono già 150, anche se ufficialmente non riconosciuti) i casi di sindrome da «Sensibilità chimica multipla»: in pratica, una grave allergia a un'infinità di sostanze chimiche presenti nell'ambiente «moderno». E le mutue non pagano le cure
Ha 46 anni, si chiama Donatella, è terapista della riabilitazione. Fino a poco tempo fa aveva una vita normale, in una città dove la qualità della vita è piuttosto alta nonostante l'inquinamento prodotto dal polo petrolchimico. Eppure da qualche anno tutto è drasticamente cambiato: Donatella non può aprire le finestre, non può sopportare il contatto con l'acqua dell'acquedotto (per via del cloro), né toccare la carta; alla sua tavola solo poca pasta biologica scondita e carne di coniglio, tacchino e pollo. Non può usare i dentifrici in commercio, né creme per la pelle, anche se la secchezza della cute in inverno le provoca dolorose lacerazioni; i mobili nuovi devono essere fatti solo di vetro e di metallo e può utilizzare solo materassi in cotone naturale; un vero problema trovare indumenti «sopportabili», ed anche detersivi per la casa e per la biancheria.
La sua esistenza è la negazione quotidiana di tutto quello che ognuno di noi può normalmente toccare, mangiare, bere, annusare, sfiorare, respirare: a pensarci anche per pochi istanti, un vero inferno. Che per Donatella dura dal marzo del 1992, quando si è risvegliata dall'anestesia per un intervento chirurgico.
Impossibile lavorare
«A poco a poco mi è diventato impossibile lavorare perché la percezione terribilmente intensa di qualsiasi odore mi impediva di stare a contatto con persone profumate, o che solo facevano uso di lacche per capelli. Ogni sostanza chimica inalata mi procurava orticaria, ogni contatto con fibre non naturali mi scatenava una reazione allergica, ogni cosa che mangiavo mi procurava vomito e diarrea», dice Donatella, che per anni non ha trovato uno specialista in grado di riconoscere la patologia.
Da poco tempo è arrivata la diagnosi: si tratta della «Sensibilità chimica multipla», una malattia invalidante e progressiva, e solo nel 2002 a Donatella è stata finalmente riconosciuta l'invalidità civile al 75%. «Sono già fortunata a non soffrire di sensibilità elettromagnetica, così almeno posso lavorare al computer, telefonare e guardare la televisione».
E col computer ha rintracciato altre persone nelle stesse condizioni: 5 nella sua città (Ferrara), 150 in Italia, molte di più in Canada e Stati uniti; attraverso il web e l'Associazione «Amica», di cui è vicepresidente nazionale, l'instancabile Donatella ricerca le novità in campo diagnostico e terapeutico, tiene in contatto i pazienti e si attiva per ottenere il riconoscimento medico-legale di questa malattia che, va detto, è stata scoperta negli Usa negli anni '50 ma è stata sempre discreditata dall'industria chimica che la vede come una minaccia per i propri ingenti profitti economici.
Che cosa c'entra l'industria chimica? La produzione globale delle sostanze chimiche è passata da 1 milione di tonnellate all'anno del 1930 ai 400 milioni di tonnellate attuali. Non basta: nell'Unione europea sono state registrate circa 100 mila sostanze sintetiche diverse, di cui solo 10 mila sono commercializzate in volumi maggiori di 10 tonnellate, ed altre 20 mila sono immesse sul mercato in quantità comprese tra 1 e 10 tonnellate. Questo significa che la maggior parte dei prodotti chimici di sintesi viene impiegata in piccole quantità, ma a quanto pare diventa un cocktail micidiale per un numero sempre crescente di persone, che manifestano irritazioni cutanee, congestioni, lacrimazione degli occhi, vertigini, dolori articolari e problemi respiratori.
In breve, le sostanze chimiche danneggiano il fegato e il sistema immunitario e sopprimono la mediazione cellulare che controlla il modo in cui il corpo si protegge dagli agenti estranei; i sintomi si verificano in risposta all'esposizione a molti composti chimicamente indipendenti e presenti nell'ambiente in dosi anche di molto inferiori a quelle riconosciute responsabili di effetti nocivi nella popolazione generale.
Un male occulto e mutevole
La sensibilità chimica multipla è quindi un male occulto e mutevole, che spesso si scopre solo dopo anni di sofferenze; è una sorta di intossicazione progressiva del corpo ai componenti chimici di sintesi: una contemporaneità di più allergie, che si intensificano con l'andar del tempo e con la conseguente maggiore esposizione dell'organismo ai fattori inquinanti.
Secondo l'americana Accademia nazionale delle scienze, 37 milioni di cittadini statunitensi sono affetti da sensibilità chimica multipla (Multiple Chemical Sensibility), e il meeting strategico dell'Organizzazione mondiale della sanità (che si è svolto a Ginevra nel settembre 2000) sul rapporto tra qualità dell'aria e salute ha stabilito che «fino a un miliardo di persone, prevalentemente donne e bambini, sono esposte regolarmente a livelli d'inquinamento dell'aria al chiuso che sono superiori anche di 100 volte ai valori indicati nelle direttive dell'Oms».
E l'allarme è partito proprio dagli Stati uniti, dove da diversi anni si stanno diffondendo le associazioni di cittadini impegnate per il riconoscimento dei diritti delle persone chimicamente sensibili e per i malati ambientali. Si deve ricordare l'instancabile impegno di Irene Wilkenfeld, una divulgatrice scientifica che, dopo aver subito un'esposizione a chlordane (un insetticida a vasto spettro, tossico anche per l'uomo) ha fatto della sua vita un impegno costante per mettere fine alla presenza dei pesticidi all'interno delle scuole e per far cessare (riuscendoci!) le spedizioni per posta di pubblicità commerciale contenente campioni profumati.
Il male non ha risparmiato Irene Wilkenfeld, che si è spenta poche settimane fa, ma che ha lasciato sia un'importante raccolta bibliografica di lavori scientifici su questa nuova malattia, sia un importante insieme di testimonianze di pazienti che, grazie alla sua denuncia civile, oggi sono riconosciuti legalmente e ricevono adeguata assistenza negli Stati uniti.
La legislazione europea
Che cosa accade in Europa? Il Parlamento europeo ha in esame la nuova legislazione sulla chimica, che dovrebbe tutelare l'ambiente e la popolazione, evitando malattie e decessi conseguenti all'esposizione a composti chimici tossici. La Commissione europea ha stimato che questa proposta legislativa costerà all'industria chimica circa 200 milioni di euro all'anno (per una durata di 11 anni): nonostante questo importo rappresenti solo lo 0,04% del loro fatturato annuale, le industrie temono ripercussioni negative sul business, e quindi hanno richiesto un'ulteriore valutazione d'impatto. Ma questa sembra solo una inutile perdita di tempo, dato che sono già molte le ricerche che evidenziano che l'innovazione verso sostanze chimiche e beni di consumo più sicuri comporta enormi vantaggi sia in termini di salute pubblica sia nei confronti dello sviluppo industriale.
Le elezioni di giugno per il rinnovo del parlamento europeo saranno un'ottima occasione per ottenere un chiaro pronunciamento dei candidati: sul sito www.chemicalreaction.org si trova il testo della proposta di legge ed una richiesta di intervento, in merito alla sicurezza della chimica, che si può indirizzare ai parlamentari.
In Italia chi si ammala di sensibilità chimica multipla si trova a vivere come un «disabile invisibile», perché la sua malattia è sconosciuta e le sue continue reazioni a sostanze, che dai più sono ritenute innocue, sono vissute come socialmente inaccettabili. Mancano norme di tutela adeguate e definite da linee-guida di tipo socio-sanitario.
Sono solo due i centri che si occupano di Mcs nel nostro paese: l'ospedale civile di Brescia e il Policlinico Gemelli di Roma. I sintomi che questa sindrome comporta potrebbero essere curati con farmaci prescrivibili dal medico di base (se il paziente li sopporta, dato che in molti casi l'unico rimedio è la terapia omeopatica) ma alcuni esami specifici possono essere fatti soltanto all'estero. E allora il malato deve fare il prelievo di sangue, inviarlo a proprie spese a Monaco di Baviera, pagare di tasca propria le costosissime analisi, e mettersi pazientemente in attesa dell'esito.
Il malato di Mcs vive una disabilità quattro volte più grave di qualsiasi altra perché non ha alcuna assistenza medica specifica (in Italia la malattia non è riconosciuta e non esistono centri adeguati per la diagnosi e la cura), perché deve abbandonare il lavoro (per la presenza di prodotti chimici, di detersivi e deodoranti ambientali, per il fumo passivo), perché la sopravvivenza diventa difficile anche all'interno della propria abitazione ed infine a causa dell'isolamento sociale (diventa infatti impossibile accostarsi ad una persona che è stata dal parrucchiere, che indossa panni lavati con un comunissimo detersivo, che ha fumato anche solo un'ora prima...).
E' difficile dire quanti siano attualmente in Italia i malati di Mcs, ma è facile prevedere che il loro numero sia destinato ad aumentare: per questo l'associazione «Amica» propone una petizione per il riconoscimento giuridico-sanitario della sensibilità chimica multipla (www.infoamica.org). I nostri auguri per una vita migliore a Donatella e agli altri malati si firmano lì.
Il cielo resta diviso sull'isola, dopo il no dei greci del sud all'unione con i turchi del nord. Storia lunga e storia breve si fanno complici nell'epilogo di un paese che entra con un piede (greco) nella comunità europea, e resta con l'altro (turco) nella terra di nessuno
NICOSIA
Qualche anno fa la casupola senza finestre è stata abbattuta. Si trovava presso la porta di Paphos, al centro della capitale Nicosia. Il suo significato storico si poteva dedurre dal cartello affisso sul muro che la definiva «toilette pubblica» - in greco e in turco. Era l'ultimo monumento architettonico della prima repubblica cipriota indivisa. Nessuno ha preso atto di quella perdita. Alla fine degli anni `90 la maggior parte dei greco-ciprioti considerava ormai siglata la divisione dell'isola. E il nord per loro era irraggiungibile. Come simbolo della separazione, sopra la toilette, sui bastioni delle mura veneziane, sventolavano due bandiere: quella rossa e bianca dei separatisti nord ciprioti (Rtcn) e la bandiera rossa della Turchia, che ha dislocato nel suo protettorato 35000 soldati. La prospettiva che a Cipro tornino a esserci un giorno toilette greco-turche è andata in frantumi il 24 aprile, nel referendum. Non ci sarà in tempi brevi quella nuova «Repubblica unita di Cipro» che prevedeva il piano presentato dal segretario generale dell'Onu Annan.
I greco-ciprioti hanno respinto il piano dell'Onu con una maggioranza di tre quarti. In questo modo dal primo maggio 2004 solo la parte meridionale di Cipro apparterrà all'Unione europea. E i turco-ciprioti, che hanno votato al 65 percento per la riunificazione, sono stati condannati dai loro compatrioti greci a continuare a vivere in una terra di nessuno del diritto internazionale e sotto la sorveglianza dei 35000 soldati turchi.
Dal plebiscito del 24 aprile emerge un dato paradossale. Da trent'anni il governo del sud, greco-cipriota, ha sollecitato presso la comunità internazionale la riunificazione dell'isola. Il grande impedimento era l'atteggiamento di rifiuto dei turco-ciprioti, fermi sulla posizione del loro presidente Rauf Denktasch che da buon nazionalista persegue la politica militarista turca, per la quale il problema cipriota è risolto già dal 1974 con la divisione avvenuta in seguito all'invasione turca. Solo quando i turco-ciprioti si rifiutarono di seguire il loro veterano nazionalista e anche il governo di Ankara abbandonò la politica separatista dell'esercito turco per non compromettere la prospettiva dell'adesione turca alla Ue, la soluzione di una federazione bi-zonale si fece tangibile. Ma nel momento in cui quella possibilità giunse sul tavolo delle trattative, furono i greco-ciprioti a dichiarare il «no tonante» richiesto loro dal presidente Tassos Papadopoulos.
I ricchi e i poveri
Una delle ragioni va cercata sul piano economico. Dal 1974 il sud ha realizzato un «miracolo economico» grazie al quale i greco-ciprioti si sono potuti qualificare comodamente per l'entrata nella Ue. La maggioranza non vuole mettere in pericolo il benessere raggiunto, e tanto meno vuole condividerlo con i turco-ciprioti. La disparità economica diventa immediatamente chiara se ci si arrampica sui bastioni imbandierati nella parte turca di Nicosia, e si guarda dall'altra parte. Di là si vede sfrecciare il traffico giù alla porta di Paphos, e dietro il profilo dei grattacieli e delle grandi banche; di qua l'idillio sonnolento della città vecchia turca ricorda - anche per via dell'onnipresenza dei soldati turchi - una piccola città dell'Anatolia. Il contrasto fra il sud ricco e il nord povero si nota anche negli edifici amministrativi. Il ministero dell'economia della Repubblica cipriota con la sua architettura trionfale potrebbe stare nella nuova Berlino oppure a Bruxelles; il palazzo presidenziale turco-cipriota dove risiede Rauf Denktasch è una semplice costruzione in arenaria di epoca coloniale che qualunque funzionario di provincia in Spagna o in Italia considererebbe indegna.
Poiché da oltre un anno la frontiera interna è aperta nelle due direzioni, la disparità economica comporta anche altre conseguenze, che si possono osservare ogni giorno lavorativo al checkpoint di Nicosia. A partire dalle sei del mattino migliaia di turco-ciprioti attraversano a piedi la terra di nessuno. Appena al di là del posto di controllo della polizia cipriota sono attesi dai loro datori di lavoro che li portano poi su un cantiere o in una fabbrica del sud. Quasi diecimila «lavoratori ospiti» del nord oggi si guadagnano da vivere nel sud dell'isola. Le lire cipriote che si portano a casa fluiscono nella circolazione del denaro del nord, dove la moneta del sud è diventata tacitamente la valuta principale. Non è certo una situazione che aiuti le due parti a trovare un modo nuovo per convivere.
L'entrata nella Ue di una federazione cipriota avrebbe superato passo passo, grazie a un sostegno mirato al nord sottosviluppato, la discrepanza economica che riproduce la differenza anche a frontiere aperte. Questa soluzione durevole e prettamente «europea» del problema cipriota è ora fallita e con essa è fallito il tentativo di introdurre un modello capace di dimostrare che un gruppo etnico di maggioranza musulmana non rappresenta un elemento di «impurità» per l'Europa ma un arricchimento. Che Cipro fa parte dell'Europa riescono a capirlo persino i più rozzi organizzatori culturali del turismo vacanziero. Sulla terza più grande isola del mediterraneo si trovano monumenti dell'antichità greca e romana, chiese bizantine, cattedrali gotiche dell'epoca delle crociate, fortificazioni veneziane. E ovunque si vedono ancora le impronte del potere coloniale inglese, dalle abitudini nel bere (brandy) fino alla circolazione a sinistra. Se includiamo anche il potere ottomano (1571-1878) nella storia europea, Cipro può vantare 3000 anni di ininterrotta appartenenza all'Europa.
Perché la maggioranza greco-cipriota ha deciso di negare al nord l'appartenenza alla Ue? Si arriva a una risposta solo considerando la storia più recente. La maggioranza della popolazione del sud dell'isola si è rassegnata alla divisione, almeno un terzo dice molto apertamente che questa è la soluzione migliore. Non vogliono più avere a che fare con i turco-ciprioti che considerano sgradevoli concorrenti più che compatrioti. Un altro terzo ha paura del futuro e dei rischi che una nuova repubblica greco-turca può comportare. Invece di affrontare l'azzardo di un nuovo inizio - azzardo che comunque sarebbe stato mitigato dall'entrata nell'Unione europea - scelgono la sicurezza dello status quo. E il loro atteggiamento è anche infiorettato dagli slogan patriottici che l'educazione nazionalista e i 30 anni di zelante folclore politico hanno trasmesso loro. Una tastiera ideologica sulla quale il presidente Tassos Papadopoulos ha suonato con virtuosismo nei demagogici discorsi per il no prima del referendum.
Questa visione patriottica delle cose si basa su un quadro storico della divisione di Cipro che di fatto è una caricatura degli eventi effettivi. La maggioranza dei greco-ciprioti - in particolare la giovane generazione - fa risalire la divisione al 1974. A partire dal colpo di stato dei colonnelli greci contro il governo del vescovo ortodosso Makarios, che causò l'invasione dell'esercito turco con la conquista del 37 per cento del territorio dell'isola e la cacciata di 160mila cittadini greci nel sud. La linea di armistizio sorvegliata dai caschi blu dell'Onu fu da quel momento in poi più impenetrabile di quanto il muro di Berlino non sia mai stato. La classe politica dirigente degli isolani greci, che persino in epoca ottomana costituivano almeno il 75 per cento della popolazione, pensava e agiva fino alla fine degli anni sessanta nel segno del nazionalismo greco. Essa considerava la comunità ortodossa come parte della nazione greca, il cui destino naturale è la riunificazione con la lontana madre patria. Fu dunque con l'obiettivo della riunificazione - «Enosis» - che iniziò nel 1955 anche la lotta contro la potenza coloniale inglese. Questo doveva provocare da parte della minoranza turca una reazione di rifiuto che si esprimeva nella spinta separatista alla divisione («taksim») e alla richiesta di un territorio autonomo.
Entrambe le classi dirigenti si rifiutavano di rinunciare a queste posizioni massimaliste, quando nel 1960 fu concordata la prima repubblica cipriota - come compromesso tra la potenza coloniale inglese e i governi di Atene e di Ankara. La cosiddetta «reluctant republic» (come la definì un intelligente osservatore britannico riferendosi ai politici delle due parti) fu distrutta nella guerra civile del 1963/64. Già allora era cominciata la separazione dei due gruppi etnici, che fu poi completata nel 1974 dall'esercito turco con la violenza delle armi. I protagonisti di quella guerra civile erano figure che ancora oggi giocano un ruolo funesto. Rauf Denktasch era a capo dei separatisti turchi, Tassos Papadopoulos era uno dei giovani dirigenti dell'organizzazione illegale che con i suoi attacchi ai turco-ciprioti iniziò un conflitto che doveva riportare con forza in primo piano il tema della Enosis.
Oggi Papadopulos è presidente della Repubblica di Cipro e Denktasch è presidente di una «repubblica turca nord cipriota» che per il diritto internazionale non esiste. Questi due veterani nazionalisti hanno consigliato ai loro seguaci di votare contro il piano Annan: Yok in turco, Ochi in greco. Entrambi hanno così soltanto dimostrato la propria incapacità di pensare secondo categorie europee. Denktasch con la sua propaganda nel Nord è riuscito comunque a mobilitare circa un terzo dei coloni turchi e i «Lupi grigi» importati dalla Turchia, pur se la grande maggioranza dei turco-ciprioti gli ha negato il sostegno decidendo con coraggio per un futuro europeo. Per loro la Ue è l'unica prospettiva per sottrarsi alla trappola del nazionalismo turco, che non gli ha procurato altro che una sconsolante situazione economica che costringe soprattutto i giovani all'emigrazione.
Il ricordo di Einosis
Così ci troviamo di fronte al fatto sorprendente che gli europei convinti oggi a Cipro si trovano soprattutto a nord. E questo non perché i turchi isolani possano aspettarsi più denaro dalle casse della Ue, come sostengono molti greci ciprioti, ma perché solo essendo un paese membro della Ue possono conservare la propria identità di turco-ciprioti, un'identità di cui sono divenuti sempre più consapevoli grazie al confronto con i coloni dell'Anatolia e per il controllo esercitato dagli arroganti Paschas turchi.
I greco-ciprioti invece sono rimasti invischiati nel proprio nazionalismo, e il fatto che il 75 per cento abbia seguito gli slogan demagogici della dirigenza non è un buon segnale per il futuro. Di contro alla «coscienza europea» dei giovani turco-ciprioti, la gioventù a sud ha dimostrato che dietro la Ue vede solo uno dei fattori della «congiura internazionale» contro la piccola Cipro. Se gli studenti che in tutta Cipro prima del 24 aprile hanno definito il piano Annan un «vendersi alla Turchia» e insultato i responsabili del piano come «traditori», rappresentano il futuro, i greco-ciprioti avranno bisogno ancora di molto tempo per arrivare in Europa.
La frammentazione nella vita delle giovani generazioni è l'aspetto più tetro nel tetro quadro che offre questa Cipro divisa al momento dell'entrata nell'Ue. Questo quadro non lascia quasi speranze per il futuro. Non c'è da aspettarsi tanto presto una seconda iniziativa congiunta di Onu e Ue, e se per il prossimo referendum si dovranno aspettare altri anni, a nord abiteranno probabilmente ancora meno turco-ciprioti perché molti giovani, con l'aiuto di un passaporto della repubblica di Cipro, che individualmente gli spetta, saranno emigrati nel resto della Ue. E nel sud sarà cresciuta a quel punto una generazione che non vorrà comunque più saperne dell'unificazione.
Noi, qui, siamo gente semplice. Gli italiani sono contro la guerra? Bene, che lo ribadiscano. Cos'è, una cosa da nascondere?
Io non saprei nemmeno da che parte cominciare se dovessi andare a spiegare che, messi alle strette, i pacifisti italiani sono corsi a schierarsi con Berlusconi.»
Un giornalista può decidere di mettersi in politica? Certamente sì. I parlamenti del mondo si svuoterebbero, se uscissero i miei ex colleghi. Un giornalista, dopo che ha fatto il politico, può tornare a fare il giornalista? Probabilmente no. Tra le due professioni esiste una porta girevole: ma funziona in un senso solo. Almeno: io la penso così, e credo che Lilli Gruber la pensi allo stesso modo. Nell'intervista che le ho fatto in marzo per Sky Tv, quindi, credo d'aver raccolto il suo «addio alle armi» (giornalistiche): e un po' mi dispiace. A un certo punto le ho chiesto di commentare una frase di H.L. Mencken: «Il rapporto tra un giornalista e il potere dev'essere quello tra un cane e un lampione». E' scoppiata a ridere e ha detto che le piaceva molto. Chissà se si rende conto che adesso è passata dalla parte dei lampioni, e deve guardarsi intorno.
Conosco Lilli da quindici anni. Abbiamo condiviso molte cose - discussioni, progetti, l'acquisto di un cappotto ai magazzini Gum, una pagina di «Io Donna» e una foto su «Novella 2000» - e quindi non chiedetemi se ha fatto bene a lasciare il Tg1.
Posso dire questo: so che era a disagio, da tempo, e sognava una tv pubblica meno ossequiosa verso il potere di turno. Spero che la capolista Gruber lo dica a Prodi. Perché se l'Ulivo aspetta di vincere per buttarsi sulle telepoltrone, senza cambiar le regole, il harakiri giornalistico di Lilli sarà stato inutile.
Qualcuno dirà: ma perché, Severgnini, si occupa di una faccenda che coinvolge una sua amica? Chi glielo fa fare? Risposta: perché un luogo come «Italians» non consente d'evitare le questioni difficili. I lettori hanno l'udito fine, e le omissioni sono rumorose (anche quelle nei telegiornali, ma lì c'è qualcuno che fa finta di non sentire). Lilli, insieme a Bruno Vespa, è il volto più noto del giornalismo Rai: un personaggio pubblico, che provoca curiosità pubbliche alle quali bisogna rispondere pubblicamente.
Ecco un campionario delle opinioni arrivate in redazione (non è un «panino» stile Tg1: è un «club sandwich»). Mario Secchi (msecchi2@hotmail.com): «Leggo che la Gruber, Santa Lilli della Ns. Informazione, lascia il Tg1 per candidarsi alle europee... Dio l'abbia in gloria, così magari ci leviamo di torno questo saccente e arrogante mezzobusto, inviato di guerra, seppur agghindata come alla prima della Scala». Mari Rossetto (mari.rossetto@tin.it): «Un pensiero e un augurio a Lilli Gruber che coraggiosamente si mette in gioco. Certo dalla sua ha la popolarità conquistata con il video: ma nel tempo mi è sembrata coerente e professionale». Francesco Rossano (roxfr@ciaoweb.it): «Esaminate il roboante annuncio della signora Gruber che ha polemicamente lasciato le sue mansioni di conduttrice e inviato del Tg1 per candidarsi alle europee. Credo che la signora non si sia neppure sognata di licenziarsi, bensì si sia 'messa a disposizione'».
Dal Belgio, Claudio Truzzi (claudio.truzzi@convergent-electronics.com): «La decisione di lasciare la carriera giornalistica per 'cercare di contribuire alla definizione di quelle regole di cui soprattutto l'Italia avverte il bisogno e l'urgenza' è coerente. Si può non essere d'accordo con la sua scelta politica, ma non si può ignorare la sua capacità di osservare, giudicare, concludere, prendere decisioni e agire (nell'ordine). In altre parole, la sua integrità. Brava». Come la penso io? Diciamo che ho due timori e una certezza. Timore n. 1: a destra avranno buon gioco nel dire che Lilli è sempre stata una militante di sinistra (non è vero, ma lo diranno lo stesso). Timore n. 2: il lavoro di anni verrà riletto dai maliziosi in chiave politica (è successo anche a Tana De Zulueta, che nel 1996 ha lasciato «The Economist» per il Senato). La certezza: se Lilli decidesse di tornare al giornalismo, metà del pubblico dubiterà di lei; l'altra metà pretenderà militanza continua.
Ecco perché non credo che Lilli rientrerà al Tg o in un giornale. Approvo fin d'ora questa scelta, ma mi dispiace: la mia amica parla quattro lingue, è tosta come una noce e cauta come una pantera. Mica ce ne sono tante, così.
Noi, qui, siamo gente semplice. Gli italiani sono contro la guerra? Bene, che lo ribadiscano. Cos'è, una cosa da nascondere?
Io non saprei nemmeno da che parte cominciare se dovessi andare a spiegare che, messi alle strette, i pacifisti italiani sono corsi a schierarsi con Berlusconi.»
Blog, e la vita è un passaparola -------------------------
di Loredana Lipperini
[da la Repubblica del 27 Aprile 2004]
Chi volesse capire cosa sono e cosa stanno diventando i blog ha un paio di modi a disposizione. Primo, andare su uno dei weblog più famosi, Macchianera (www. macchianera. net), gestito da Gianluca Neri, già redattore di Cuore: da qui, scaricare sul proprio computer uno strumento che si chiama Blogbar e permette di raggiungere un cospicuo numero di blog italiani in ordine alfabetico. Seconda possibilità: visitare il Blog Notes di Giuseppe Granieri (www. bookcafe. net/blog/), e aprire il suo Blog Aggregator, aggiornato quotidianamente con gli scritti di un centinaio di blogger.
Le due strade non sono esaustive, e bisognerà almeno che il visitatore si lasci andare alla deriva di link in link: e che poi si convinca che cercare una definizione univoca di blog è come confondere il telefono cellulare con i contenuti delle conversazioni. Perché il blog, in sé, è uno strumento per rendere visibile rapidamente quel che si scrive, e per entrare a far parte di una comunità che usa lo stesso mezzo. Il resto lo fanno i blogger.
Quel che è indiscutibile è che i blog, anche in Italia, cominciano a contare parecchio. Non solo come luogo dove si fa o si commenta l´informazione. Ma, per esempio, come piattaforma narrativa. Non a caso alcuni blogger hanno deciso di utilizzare la formula del poetry slam (le gare in cui i poeti leggono i propri versi), per organizzare il prossimo 21 maggio, a Milano, un Blogrodeo di improvvisazione. Dice "Personalità Confusa", fra gli ideatori e blogger fra i più amati: «La rete collega i diversi blog attraverso link, citazioni e commenti. Da questi intrecci sono nate esperienze di scrittura collettiva».
Un altro aspetto che assume sempre maggiore importanza è quello che attribuisce ai blogger il ruolo di trend watchers. Alle discussioni e ai commenti in rete si lega il successo di programmi come l´Isola dei famosi, di libri, di film. E non solo. Racconta una delle decane della blogosfera, Proserpina: «Molti bloggers hanno comprato l´ipod dopo la diffusione degli apprezzamenti da parte di blog noti». Ancora più evidente il discorso quando si parla di musica. Il blogger Emiliano Colasanti racconta che «artisti sconosciuti sono riusciti a conquistare spazio, come Damien Rice e i The Radio Dept».
E c´è molto altro da segnalare. Un´impennata della scrittura femminile, che una delle blogger più note, Giulia Blasi, (www. saitenereunsegreto. com/) spiega così: «La blogosfera è un mondo in mano agli autori. La massiccia presenza delle donne è forse dovuta a questa assenza di intermediari». E da poco è arrivato anche Fotolog.it: la possibilità di descrivere la propria vita non più solo attraverso le parole, ma con le immagini.
Certo, come commenta Roberta Jannuzzi (http://robba. blogspot. com/), bisogna tener presente che c´è la punta dell´iceberg e c´è la base: «Ma la caratteristica del blog è quella di essere uno spazio personale. Ognuno ci fa quel che vuole».
Straccioni e forcaioli come sempre - che altro si può dire del padronato Fiat, o delle banche che gli stanno alle costole, nella vertenza di Melfi? E' uno stabilimento chiave, essenziale nel sistema del just in time, che abolisce magazzini e scorte, è il secondo complesso per produttività in tutta Europa, ma la Fiat pretende di tenere i cinquemila dipendenti a salari più bassi dal 15 al 25 per cento rispetto a quelli delle altre sue produzioni, a ritmi più serrati e in settimane di lavoro di sei giorni. E quando, dopo anni d'un contratto capestro firmato come Fiat-Sata, i lavoratori di Melfi chiedono di essere portati al livello contrattuale degli altri, manco gli risponde.
E quando, esasperati, organizzano la protesta gli scaraventa addosso la polizia con caschi e manganelli. Questo è successo ieri mattina. Siamo nel 2004, ci si riempie la bocca di globalizzazione e competitività ma gli eredi dell'Avvocato dirigono la manodopera come un fattore micragnoso di cento anni fa. Pensano che con la gente della Basilicata si può far quel che si vuole, è una regione meridionale povera, hanno reclutato i lavoratori su un vastissimo territorio perché siano distanti a due ore di viaggio, e con mezzi propri, e per strade sgangherate dove gli incidenti sono la regola, in modo che restino divisi fuori come dentro i grandi spazi del complesso.
Non importa che siano stanchi morti, che le punizioni piovano a migliaia (novemila in cinque anni), che molti se ne vadano perché non reggono, cosa che non succede in questa misura in nessun altro luogo, ma meglio disperdere il know how puntando sui disoccupati dei dintorni piuttosto che pagare i propri dipendenti a prezzo normale e per orari normali. Così pensa la nostra classe dirigente che si vantava di aver fatto dell'Italia la quinta potenza industriale del mondo.
E' una dirigenza non solo arrogante, è anche stupida. Non deve essersi pagata neppure qualche sociologo abbastanza intelligente da spiegarle che nel mezzogiorno è un errore credere che la mancanza di una lunga tradizione di lotte significhi eterna rassegnazione.
La Fiat ha tirato troppo la corda e ora si trova davanti a una protesta che si è infiammata di colpo su esigenze elementari e decenza avrebbe dovuto revenire.
E' la Rsu, l'organismo di fabbrica, che è partita bloccando gli accessi a uno stabilimento nel quale la comunicazione interna è difficile.
La direzione ha creduto di aggirarla accordandosi con le malleabili Fim-Cisl e Uil nonché terrorizzando i lavoratori di Mirafiori, sospesi fra una cassa integrazione e un'altra, finché alcuni di loro non hanno scritto a Melfi supplicandola di smettere perché: il nostro lavoro è nelle vostre mani. Come se non fossero tutti e due nelle mani della famiglia di Torino.
La stampa scritta e parlata non ha mancato di precipitarsi a deprecare la scarsa coscienza globale degli operai e a predicare la libertà di crumiraggio. Tutto sbagliato. Melfi ha tenuto, diecimila persone hanno circondato il complesso l'altro ieri, e la Fiat come, suppongo, il prefetto di Potenza hanno perduto la testa mandando la polizia a sciogliere i presidi.
Incauta mossa. Domani sciopereranno tutti i metalmeccanici d'Italia e vedremo chi la spunta. E fin quando il governo potrà fingere di tenersene fuori. E fin quando l'opposizione esiterà a entrare in campo su una questione di equità salariale e normativa così elementare. Non siamo ancora la pallida imitazione degli Stati Uniti della destra repubblicana.
Parole Pensate [1/04] - Sudditi -------------------------
Massimo Fini, Sudditi - Manifesto contro la democrazia
i Grilli, Marsilio
Riflessioni, dibattito ed altro sull'argomento trattato dal libro di Massimo Fini
[dal libro di Massimo Fini - Sudditi]
[...]La domanda che ci poniamo è: che cos'è la democrazia? E' davvero il «migliore dei sistemi possibili» come affermava, sia pur con l'ironia che gli era propria, Churchill e come, senza ironia, dando la cosa talmente scontata da non dover essere nemmeno discussa, crediamo più o meno tutti in Occidente, sicché è fondamentale tenercela ben stretta. O è addirittura il Bene Assoluto, un valore così universale che più che un diritto è un nostro dovere far indossare quest'abito anche a popolazioni che hanno storia, tradizioni, vissuti molto diversi dai nostri e lo sentono come una camicia di forza? Oppure è una forma di oppressione, più o meno abilmente mascherata, come le altre e magari anche peggio di altre?
Ho da poco finito di leggere "Sudditi" di Massimo Fini. Questo "manifesto contro la democrazia" ha molti pregi, primo tra i tanti quello di obbligare a riflettere su quanto si è portati a dare per scontato, ma così scontato poi non è. A dire il vero, le singole argomentazioni proposte non sono nuove, ed è facile ritrovarvi spunti di riflessione che Tocqueville (spesso citato) o gli economisti della Public Choise, per esempio, hanno già messo in evidenza.
Personalmente, avrei trovato utile fare riferimento anche a questo brano di Tocqueville: [La Democrazia in America di Alexis de Tocqueville. Dal capitolo settimo - L'onnipotenza della maggioranza negli Stati Uniti e i suoi effetti]"Nei governi assoluti i grandi che si avvicinano adulano le passioni del padrone e si piegano volontariamente ai suoi capricci. Ma la massa della nazione non si presta alla servitù. Essa vi si sottomette spesso per debolezza, per abitudine o per ignoranza, talvolta per amore della regalità o del re. Si sono visti popoli mettere una specie di piacere di indipendenza spirituale anche nell'obbedienza.
Presso questi popoli si trova meno degradazione che miseria. Vi è d'altronde una grande differenza fra il fare ciò che non si approva e il fingere di approvare
quello che si fa: l'uno è proprio dell'uomo debole, mentre l'altro appartiene alle abitudini del servo.
Nei paesi liberi, in cui ognuno è, più o meno, chiamato a dire la sua opinione sugli affari dello Stato; nelle repubbliche democratiche, in cui la vita pubblica è continuamente mescolata alla vita privata, in cui il sovrano è avvicinabile facilmente ovunque, tanto che basta alzare la voce per giungere al suo orecchio, si trova un numero assai maggiore di persone che cercano di speculare sulle sue debolezze, e vivere a spesa delle sue passioni, di quello che si trova nelle monarchie assolute. Non che nelle democrazie gli uomini siano naturalmente peggiori che altrove, ma la tentazione è più forte e si offre a più gente nello stesso tempo.
Le repubbliche democratiche mettono lo spirito di corte alla portata della maggioranza e lo fanno penetrare simultaneamente in tutte le classi. E' questo uno dei principali rimproveri che si possano far loro."
Inoltre, mi sono ricordato di una mia provocazione scritta più di un anno fa e che mi sembra anch'essa in tema:
"Demagogicrazia (provocazione)
Fateci caso, nelle cosiddette società “moderne” è praticamente impossibile prendere posizione in una discussione se non si è in grado di agganciare il proprio pensiero alla percentuale di un qualche sondaggio di opinione. Di più. E’ addirittura impensabile poter esporre una propria idea
senza l’accortezza di esordire dicendo: “la gente pensa che”, “i cittadini non
sono stupidi e capiscono che”, “i giovani sono d’accordo che”, e così via...
In breve, si svela in questo modo l’essenza della “demagogicrazia”.
Questo neologismo, malgrado l’apparenza, non è abbastanza brutto. Lo dovrebbe essere ancora di più se dovesse esprimere appieno quello che io credo essere la manifestazione più concreta e palpabile di una profonda incrinatura nei sistemi democratici.
Cerco di essere più chiaro.
1. Per contare nella società nella quale viviamo, occorre tener conto degli esigenze degli altri. Sembra corretto.
2. Se si riesce ad esprimere quelle che sono le principali necessità della comunità, si svolge un servizio utile. Sembra ragionevole.
3. Quindi: analizzando la società, se ne traggono le principali pulsioni e le si rappresentano nel miglior modo possibile. Le idee sono così il frutto della sintesi di quello che al momento la società reclama come giusto e necessario.
Questo apparentemente innocuo modo di ragionare ha però un nome ed un cognome: demagogia e ricerca del consenso. Oggi invece ha un suo rispettabile e preminente posto nella “demagogicrazia” imperante nella quale viviamo. Ma esiste differenza tra democrazia e demagogia? Sì, ed è tanto semplice capirlo quanto colpevolmente trascurato.
In una società democratica le idee NON dovrebbero plasmarsi sul consenso che hanno già in seno alla società civile, ma dovrebbe accadere l’esatto contrario: l’idea si dovrebbe formare sull’ipotesi autonoma ed indipendente di una prospettiva futura migliore, che appunto ancora non c’è e per questo la si ricerca. Il consenso dovrebbe eventualmente formarsi solo dopo, a seconda di come tale idea viene recepita: utile o superflua, opportuna o fuori luogo, giusta o discriminatoria, e così via. Il dibattito attorno a questo tipo di idee è la vera ed unica sostanza della libera democrazia.
Credo che la “demagogicrazia” stia purtroppo prevalendo sulla
democrazia. Siamo e rimaniamo il paese che privilegia chi semplicemente meglio interpreta l’immediato e prevalente “comune sentire della gente”; siamo il paese che preferisce continuare a credere che la terra sia piatta piuttosto che destabilizzare certezze ataviche; siamo un gregge che continua a brucare l'erba anche quando è chiaro che non è più verde. Che importa! L’importante è continuare a crederci e che ci sia sempre qualcuno che mantenga in vita questa beata e rassicurante illusione.
Da parte mia, mi auguro che prima o poi si verifichi una consapevolezza del problema e che ognuno di noi sappia imprimere quella sterzata al proprio modo di pensare capace di far prevalere nuovamente le idee sulla semplice e facile ricerca del consenso. Questa necessità, a mio avviso, vale ancor di più per quella parte del paese che, per sua intrinseca natura, privilegia un atteggiamento critico e consapevole ad un atteggiamento meramente passivo e
ricettivo."
Sin dal titolo, i libri di Massimo Fini hanno questo di buono: arrivano dritti come pugni nello stomaco. Non che lo sguardo dello scrittore milanese sia totalmente immune da tratti di cinismo, rischioso relativismo, persino nichilismo: sia detto, ben inteso, senza puntare il dito, nella consapevolezza, trasmessaci dal Solitario di Wilflingen, della necessità di caricarsi in prima persona la terribile accusa.
Ma le riflessioni di Fini hanno il pregio di rimanere fuori dal coro, l’attitudine/ambizione di risvegliare nelle coscienze verità elementari. Perciò difficili da digerire per i monotoni frequentatori degli universi conoscitivi preconfezionati, dove tutto è ovattato, edulcorato, piacevole anche, falso; verità, insomma, sconosciute ai docili sudditi dei tempi moderni: gli uomini ridotti a consumatori/elettori delle democrazie borghesi; gli ipnotizzati del potere, ambito e/o contestato (di solito per prenderne il posto).
Premessa: del libro che ispira queste note non ci interessano i giudizi dell’autore sulle scelte di questo o quel governo. Trattasi di giudizi, per definizione, discutibili. Il prezzo da pagare per discuterli, però, è l’abbandono istantaneo delle vie selvatiche, la mobilitazione, l’accettazione delle regole del gioco (che, ad un certo livello della nostra esperienza, è inevitabile, forse auspicabile, purché non comprometta la nostra intima natura). Si rischia, per l’appunto, di rimpicciolirsi a cittadini dello Stato (va da sé: democratico), ri-creando incessantemente, magari senza averne coscienza, il sistema politico fondato da quella razza d’uomo degenerato, psicologicamente sofferente, spiritualmente decaduto, che fu magistralmente descritta da Donoso Cortés. Dio ce ne scampi.
Il libro di Fini ci sembra invece molto utile perché con parole semplici, a volte colorite, smaschera efficacemente le ipocrisie, le bugie e le finzioni costitutive del «migliore dei sistemi possibili»: la democrazia rappresentativa e liberale, la Terra Promessa della «fine della storia». Fini non attacca lo Stato democratico da sinistra, per non aver realizzato l’uguaglianza sociale, neppure da destra, per essere un governo di mediocri. Accusa la più moderna organizzazione politica per la sua incoerenza, per aver tradito le premesse, i postulati, su cui pretende di fondarsi. Lasciamo alla curiosità del lettore che desideri farlo, il compito di verificare le argomentazioni di Fini.
Qui basterà ricordare che se la democrazia è soprattutto un metodo fondato sulla «mitologia del voto»(1) , il giornalista milanese sembra vicino alla realtà quando afferma che essa è «un regime di minoranze organizzate, di oligarchie politiche economiche e criminali che schiaccia e asservisce l’individuo, già frustrato e reso anonimo dal micidiale meccanismo produttivo di cui la democrazia è l’involucro legittimante».
Con ciò – precisazione necessaria, soprattutto di questi tempi -, non si intende affatto cedere a posizioni “pentitiste” ovvero salire sul carro, oggi assai affollato e maleodorante, dei terzomondismi più o meno autoflagellatori. Per amore dei padri, e di verità, avremo cura di distinguere tra Stato moderno e Civiltà d’Europa e d’Occidente.
Proprio in questa prospettiva, riteniamo conveniente sottolineare alcuni punti critici del ragionamento di Fini che, a nostro giudizio, sono causa dello sguardo vagamente disperato, perciò disarmato, dell’autore. Procediamo con ordine. Anche in questo pamphlet viene significativamente ripresentata, sia pure di passaggio, la tesi cara a Fini, e ad altri no global, secondo cui il pensiero unico e le tendenze totalitarie della modernità sarebbero radicati, o troverebbero sponda, nelle «tre grandi religioni monoteiste». Idea, questa, che appare quanto meno opinabile se riferita alle religioni ebraica e islamica, mentre è palesemente falsa, sia sul piano teologico che su quello storico-politico, per quel che concerne il cristianesimo.
Basterà ricordare, a questo proposito, che nel pensiero cristiano «il gioco dell’alterità è in Dio stesso» (2). E’ falso, dunque, che la fede nel Dio Trinitario renda inconcepibile, inaccettabile, il pluralismo identitario. Come d’altro canto dimostra anche l’esperienza storico-politica: nel periodo di più profonda unità del pensiero cristiano europeo, l’idea imperiale, con quella «pluralità di patriottismi» (S. Weil) che le è propria, ha vissuto una sua fase di grande splendore. Infatti è precisamente il tramonto dell’egemonia (unità) del pensiero cristiano europeo ad aver innescato il processo di costituzione dello Stato moderno, assoluto prima, democratico poi, seguendo la linea degli espropri e delle neutralizzazioni lucidamente descritte da C. Schmitt.
Questo vizio, neppure troppo oscuro, della posizione intellettuale di Fini, a nostro modesto giudizio, depotenzia fortemente il suo lavoro. Ritenere che il recupero di una visione trascendente della vita, quindi anche della politica, il superamento della «società orizzontale», possa avvenire, in Occidente, per mezzo di una «religiosità senza Padre», è un’idea che rischia di rendere le voci di Fini, e degli altri che la pensano come lui, magari eccentriche ma, nel profondo, non autenticamente alternative all’antimondialismo e all’antiamericanismo più superficiali(3) .
Non ci stupisce, quindi, che nel suo interessantissimo Manifesto contro la democrazia l’autore faccia affermazioni di questo tenore: «La legittimità del potere democratico non è diversa da quella del potere regale o carismatico o tradizionale o di qualsiasi altro tipo. Nel senso che non esiste»; «Nessun potere politico è di per sé legittimo per la semplice ragione che si deve rifare a un punto di partenza concettuale che è, per forza di cose, arbitrario»; «Non c’è nessun Assoluto che possa essere preso come punto di riferimento, da cui far discendere una gerarchia fra ciò che è Bene e ciò che è Male. Sono solo credenze, illusioni, sono i sogni degli uomini». Parole che tradiscono uno sguardo perso nel vuoto.
Se infatti il potere contingente e storico prevede sempre una finzione(4) (la stessa Repubblica ideale immaginata da Platone contempla la bugia dei governanti), esso possiede altresì una sua dimensione assoluta, simbolica, che si esprime nell’Autorità (5). Ed è esattamente questa la dimensione che marca la differenza tra le organizzazioni politiche artificiali della modernità, e gli organismi politici premoderni, da quelli più semplici ed esotici a quelli più strutturati: lo Stato democratico, essendo fabbricazione razionalista, secolarizzata, formalizzata, è figura del potere senza autorità. Il fatto che Fini definisca «una favola», l’immagine della derivazione divina dell’autorità (a cui si sarebbe sostituita l’ugualmente fiabesca «mitologia del voto»), tradisce l’incapacità di riconoscere e accettare veramente il fondamento simbolico e metafisico della Comunità, tanto rimpianta dallo stesso Fini (6).
Fondamento che, nella sua fase coscienziale, occidentale, viene sancito dall’identificazione con la figura maschile, dalla benedizione del Padre, sorgente eterna di giustizia e superiore unità, di ricomposizione armonica dell’ineliminabile conflitto politico. Che nei tempi moderni è esploso, e nello Stato democratico si manifesta nell’azione dei “partiti”, da Fini considerati un tradimento dei presupposti teorici della democrazia, mentre in realtà sono l’essenza di quel sistema statuale nato simbolicamente il 3 ottobre 1793, quando il deputato del Basso Reno Philippe Rühl distrusse la Sacra Ampolla con cui venivano consacrati i Re di Francia (7).
Va da sé che l’Antico Regime era da tempo innervato da forti tendenze dissolutive, benché ci sembri ancora materialista, troppo sociologica e dunque tutta interna alla visione della modernità, la tesi di Fini secondo cui la rivoluzione democratica sarebbe la conseguenza del tradimento del sistema dei privilegi (e dei corrispondenti oneri) su cui si basava l’ordine feudale.(8)
Si legga ciò che scrisse Julius Evola: «Non si sente forse ripetere che, se una rivoluzione ha trionfato, è segno che i capi antichi erano fiacchi e che gli antichi ceti dirigenti erano degeneri? Veduta, questa, quanto mai unilaterale. Si dovrebbe certamente pensare a ciò, qualora si avessero come dei cani selvaggi alla catena, che alla fine prendono la mano […] Ma le cose stanno diversamente quando si rigetti la teoria dell’origine violenta del vero Stato e quando il punto di partenza sia la gerarchia spirituale […] Una tale gerarchia può decadere ed esser rovesciata in un solo caso: quando il singolo decada, quando egli usi della sua fondamentale libertà per dir no allo spirito, per privare la sua vita da ogni superiore punto di riferimento e costituirsi a sé come un moncone […] Questo è il mistero della decadenza, questo è il mistero di ogni rivoluzione sovvertitrice. Il rivoluzionario ha cominciato con l’uccidere in sé la gerarchia, mutilandosi di quelle possibilità, alle quali corrispondeva il fondamento interiore dell’ordine, che egli poi va ad abbattere anche esteriormente. […]
Quando il mito cattolico riferisce la caduta dell’“uomo primordiale” e la stessa “rivolta degli angeli” al libero arbitrio, esso si riporta, in fondo, allo stesso principio esplicativo. Si tratta del terribile potere, insito nell’uomo, di usare la libertà nel senso di una distruzione spirituale, per respingere tutto ciò che può assicurargli una dignità supernaturale»(9) . Parole, queste, che andrebbero attualizzate, proprio in riferimento alle innaturali e dis-ordinate organizzazioni statuali del nostro tempo, meditandole assieme a queste altre, di Ernst Jünger: «Il confronto con il Leviatano, che si impone come tiranno ora esterno ora interno, è il più vasto e universale del nostro mondo.
Due grandi paure dominano infatti l’uomo quando il nichilismo è al suo apice. L’una riposa sul terrore del vuoto interiore e lo costringe a manifestarsi esteriormente ad ogni costo: con lo spiegamento di forza, con il dominio dello spazio e un’accresciuta velocità. L’altra agisce dall’esterno verso l’interno come attacco del mondo e della sua potenza insieme demoniaca e automatizzata. L’invincibilità del Leviatano nel nostro tempo si fonda su questo doppio gioco. Essa è illusoria; ma proprio questa è la sua forza. La morte che essa promette è illusoria e perciò più terribile della morte sul campo di battaglia. Neppure valenti guerrieri le tengono testa: i loro ordini non contemplano la sconfitta delle illusioni.
Dove conta la realtà ultima, superiore all’apparenza, la fama guerriera non può che sbiadire. Se si riuscisse ad abbattere il Leviatano, lo spazio reso libero dovrebbe essere riempito. Ma di ciò è incapace il vuoto interiore, la disposizione di colui che non crede. Per questo motivo, quando vediamo crollare un’immagine del Leviatano, vediamo subito emergere come teste dell’Idra nuove creazioni. Il vuoto stesso le esige»(10) .
C’è molto spazio per l’impegno, dunque, e per gonfiare il cuore di speranza. Senza scomodare i Nuer.
di Matteo Bartocci
( da Il manifesto del 23/4/2204)
Torturare una volta sola non è reato. E' l'incredibile posizione su cui la Lega è riuscita a portare con un voto granitico tutta la maggioranza di centrodestra e, di fatto, ad affossare l'introduzione nel nostro codice penale di un reato che l'Italia, governo Berlusconi compreso, condanna a livello internazionale.
E' stata una seduta di fuoco quella di ieri a Montecitorio, che doveva decidere se mettere al bando la tortura. Una norma che era approdata in aula con un testo compiutamente «bipartisan» che ricalcava alla lettera i trattati internazionali firmati e sottoscritti dal nostro paese in sede Onu. Ultimo dei quali un protocollo che amplia i poteri ispettivi delle Nazioni Unite firmato in pompa magna dal governo del Cavaliere alla fine del 2002.
Nel clima forcaiolo degli ultimi mesi, la Lega è riuscita a far approvare (201 sì, 176 no e due astensioni) un emendamento con cui si stabilisce che le violenze e le minacce devono essere «reiterate» per essere qualificate come tortura.
Una definizione del tutto aliena dal diritto internazionale. L'opposizione è insorta e ha abbandonato l'aula. Il presidente della commissione giustizia di Montecitorio, il forzista Gaetano Pecorella, dopo il voto non ha nascosto il suo imbarazzo: «Devo dare atto - ha spiegato in aula Pecorella - che la scelta della commissione andava esattamente nel senso opposto e cioè di un parere contrario all'emendamento della Lega».
E quindi? «Poi c'è stata una decisione politica all'interno della maggioranza, che purtroppo è intervenuta tardivamente, ma di cui non abbiamo potuto non prendere atto perché una coalizione deve avere, o dovrebbe avere, caratteristiche di compattezza...». Compattezza che dovrebbe far riflettere gli ex democristiani e gli sparuti «liberal» azzurri, docilmente naufragati nelle pulsioni leghiste.
Dalle associazioni parole di fuoco: «Neanche queste norme di civiltà - commenta il presidente di Antigone Stefano Anastasia - sono state sottratte alle diatribe sulla giustizia che inquinano il dibattito nel nostro paese». Anche Amnesty International, ovunque in prima fila in questa battaglia, si chiede con amarezza: «Quante volte occorrerà `torturare' prima che si possa parlare di `tortura'?». «Iniziamo male», dice il presidente di Amnesty Italia Marco Bertotto. Mentre Sergio Marelli, presidente dell'Associazione delle Ong italiane non si trattiene: «Provo un senso di orrore e di vergogna.
E' un bell'esempio dell'Italia che vuole esportare la democrazia - dice Marelli - «dopo aver tradito l'Onu con la missione in Iraq, il nostro paese tradisce quei valori che si basano sul rispetto della dignità umana, della libertà e del diritto internazionale». Claudio Ciardullo, segretario del sindacato di polizia Silp-Cgil non esita a smarcarsi dalla propaganda leghista: «Respingiamo con sdegno l'idea che un qualsiasi atto di tortura, commesso anche solo una volta, possa aiutare le forze di polizia nell'esercizio delle loro funzioni.
Chi intende fare passi indietro sul terreno della civiltà giuridica abbia almeno il buon gusto di non nascondersi dietro la polizia». E l'Unione camere penali parla di «offensiva sconsiderata e illiberale contro i diritti umani e i principi costituzionali».
Sconcerto, perfino genuina rabbia, dai banchi dell'opposizione. La diessina Anna Finocchiaro esplode di fronte a un'aula muta: «Dovreste vergognarvi. Non tanto perché avete mancato di rispetto agli accordi politici presi non solo tra di voi, ma anche con l'opposizione. Questo lo fate sempre. Ma dovreste vergognarvi perché con il voto di oggi mancate di rispetto alle migliaia di persone che ogni giorno vengono torturate.
Vergognatevi per quello che siete e per quello che fate». «State con i torturatori - urla il Verde Paolo Cento - oggi la maggioranza di centrodestra ha imposto a questa camera una delle pagine più vergognose della sua storia». Cento attacca senza risparmio: «Non potevamo aspettarci di meglio dai leghisti che esprimono il ministro Castelli, che era a Bolzaneto e ha coperto le torture del G8». Secondo Giuliano Pisapia di Rifondazione se il testo diventasse legge, «si creerebbe addirittura un inaccettabile arretramento rispetto alle norme attuali».
Parole che testimoniano che la misura è colma, che al giustizialismo leghista bisogna mettere un argine. Che non tutto è sacrificabile per la propaganda di un partito allo sbando.
Secoli di diritto inceneriti da un emendamento dell'onorevole Carolina Lussana. La camera approva.