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Logo 31.03.04

Anni
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di Lizaveta

da Cut & Paste

Ho visto l'uomo mettere piede sulla luna, e dello spazio farne progetto di guerra.

Ho visto bombe dilaniare corpi e la paura nelle piazze repressa con divise e manganelli, mentre inconsapevoli ragazzi, fasciavano i loro volti tentando di nascondersi dietro ad un crudele gioco.

Ho visto tre Papi, e le ideologie cadere a pezzi.

Ho visto politici morire e portati in giro, pezzi di uomo, in un bagagliaio o colpiti da monetine lanciate dalla folla.

Ho visto lanciare sorrisi, sopra il muro crollato di Berlino ed agitar di braccia e di bandiere, in una frenesia di gioia.

Ho visto folle senza casa, guardarsi silenziose all'ombra di fredde roulotte, appoggiate sui resti ormai distrutti di quella che un tempo era la loro abitazione.

Ho visto gente senza patria tentare assalti con lanci di sassi e urli alti, mentre dall'altra parte carriarmati li guardavano con i loro occhi rombanti e indifferenti.

Ho visto del sospetto nella gente quando decine di politici incupiti, tentavano con forza di slegarsi, in tribunali, dagli anni di colpe densamente taciute.

Ho visto volti silenziosi guardare in mille pezzi un aereo senza colpa, se non quella di attraversare lo spazio riservato a voli di missili fantasma.

Ho visto risorgere traumatiche le guerre, che parevano lontane e farsi ogni giorno più vicine, tanto da riuscire a sentirne quasi l'odore.

Ho visto i denti dei bambini lanciare alti nel cielo i loro acuti di risate, da sempre uguali, portarmi piccoli frammenti di serenità.

Logo 30.03.04

Interinal sud side story
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da Hotel Messico


Alla Adecco mi dissero che mi avrebbero fatto sapere in tempi brevi. In giro si diceva che la Omnitel a Pozzuoli cercava gente per Natale, per una nuova offerta, le telefonate schizzavano alle stelle e c'era bisogno di gente. Tre mesi, cento giorni circa, una specie di grande fratello ma senza telecamere e con la nomination sicura.

Lasciai il curriculum a una ragazza con il caschetto che aveva un cartellino con scritto Amanda. Mi disse che avevo i requisiti giusti per il call center. Avevo il raffreddore e le mie tasche erano piene di fazzoletti pietrificati verdi. Continuavo a chiedermi se il catarro potesse essere una malattia mortale. Una volta avevo sentito di una che era morta per una specie di polmonite e quando starnutiva gli usciva roba verde dalle narici.

Seppi poi che si trattava di cancro ai polmoni e quella roba verde era la milza che si stava sciogliendo. Quelli della Adecco furono di parola, dopo quattro giorni mi telefonarono a casa, era un gruppo di selezione della Omnitel e mi dissero che se volevo potevo partecipare alla selezione per delle assunzioni a tempo determinato. Era la prima cosa che ti dicevano. Non volevano che ti creassi delle illusioni, che avessi delle prospettive o comunque che ti organizzassi la vita. Erano eticamente corretti.

Se ti andava bene, avevi ossigeno giusto per tre mesi. Tre mesi per poter rimandare la decomposizione del tuo corpo. L'aula era affollata di ragazze. Alcune sembravano uscite da bordelli talmente che erano vestite da zoccole. Tutte con le tette da fuori sperando di beccare un esaminatore maschio per guardarlo fisso negli occhi e fargli tirare il cazzo fino a farglielo diventare viola nelle mutande. Alcune avrebbero preferito sostenere esami orali. Perdonatemi la metafora.

La maggior parte dei quiz che ci vennero proposti, erano gli stessi che ti davano al militare. Sequenze numeriche, riconoscimento di figure geometriche, analisi logica e grammaticale del periodo, algoritmi elementari che nascondevano verità interpretate da quelle menti aberrate degli psicologi aziendali. L'evoluzione di questi quiz si manifestava nella discussione.

Ti dividevano in piccoli gruppi di dieci persone e ti facevano esaminare una situazione di vita comune. A noi toccò l'ipotesi che un amico aveva trovato un buon lavoro e non l'aveva detto agli altri amici. Era un traditore? Lo faceva per la famiglia povera? Su queste ipotesi bisognava parlare e fare in modo che l'esaminatore si facesse un’idea sulla tua propensione a lavorare in gruppo. Chiaramente cercai di eliminare a priori le posizioni estreme.

La verità era nel mezzo. Evitai di dire che era un figlio di puttana per come si era comportato con gli amici oppure che doveva essere riconoscente verso i genitori. Dovevo restare nel mezzo, anonimo fino a quanto si poteva. Alcuni litigarono pur di affermare le proprie posizioni e non vennero presi. Io e gli altri che davamo ragione sia all’amico tradito che alla famiglia venimmo assunti. Noi eravamo quello che la Omnitel cercava. Gente di mezzo.

Democristiani che non prendeva mai una posizione. Gente che alla domanda :"preferisci un lavoro fisso per tutta la vita oppure cambiare lavoro secondo le tue capacità?" rispondesse la seconda. Ti chiedevano di prenderlo nel culo e di godere. Per farla breve il mio periodo di formazione alla Omnitel cominciò in Novembre. Lungo il viale che ci portava all'azienda, trovavi foglie morte di platani, preservativi e fazzoletti abbandonati.

Probabilmente anche quelli erano test che facevano parte della selezione. La formazione consisteva nell'insegnarci a usare due software, uno che serviva per la gestione delle telefonate, e l'altro che serviva per la gestione dei propri turni. Tuttavia la cosa che risultava più difficile era spostare quel mouse con la pallina intasata di capelli e schifezze. Spostavi il mouse a destra e la freccetta andava a sinistra, ti faceva venire i dubbi sulla tua coordinazione motoria.

Il nostro gruppo di formazione era assortito, molti erano laureati, molte erano ragazze, molte erano carine. Ricapitolando: ragazze carine laureate. Ecceto io chiaramente. I nostri formatori sorridevano sempre. Facevano sempre un gesto in particolare, si portavano la mano al petto e con grazia le aprivano nella nostra direzione come se ci volessero irradiare con la loro energia. Avevamo a disposizione dieci giorni di formazione, per entrare nei turni giusto un paio di giorni prima che la Omnitel cominciasse la sua nuova offerta per Natale.

Si trattava di una card che acquistata ti dava accesso a trecento messaggi e cento mms, quelli con le fotografie, e tu dovevi configurare i telefonini agli incapaci che ti chiamavano. Non sembrava difficile. Io nel frattempo stavo creando delle solide relazioni interpersonali con un ragazzo che frequentava il mio stesso gruppo, avevo un braccio più corto dell'altro e si chiamava Maurizio. Io e Maurizio andavamo a mensa insieme.

Ci davano dei ticket da esibire alla cassa e potevi mangiare il pollo, la cotoletta, il riso e prendere i succhi di frutti nel cartoncino. Maurizio mi disse di appartenere a un gruppo religioso che gli imponeva di non avere rapporti sessuali con le donne prima del matrimonio. Fu da quel momento che comincia a diffidare di lui. Diffidavo sempre di qualunque cosa che per qualunque motivo si privasse di rapporti sessuali prima del matrimonio.

Comunque Maurizio che aveva un tasso di testosterone spaventoso, faceva commenti su tutte le donne che in mensa ci passavano davanti. Faceva allusioni sul modo di mangiare, sul modo di sporgersi per prendere il vassoio e sul modo di chinarsi per prendere il bicchierino di caffè dal distributore. Fu alla mensa che vidi Giulia per la prima volta. La vidi mentre metteva la coscetta di pollo con le patate nel vassoio. Maurizio disse che quella per sporgersi in quella maniera doveva sapere il fatto suo.

Nell'aula di formazione le ragazze erano tutte pratiche del computer, adoperavano il mouse con una certa sicurezza e aprivano e chiudevano programmi a fottere. Maurizio non aveva mai visto un computer e mi confessò che nel curriculum che aveva inviato aveva mentito. "Ieri ho visto una che si è collegata a internet" mi disse un giorno, "ma sono tutte laureate in ingegneria qua dentro?".

Maurizio comunque assimilò il funzionamento del mouse e venne iniziato ai piaceri del tasto destro e in pochi giorni si mise in carreggiata con il gruppo. Faceva progressi. Per conto mio imparavo tutto quello che gli istruttori mi dicevano. La tariffa x costa tanto e puoi chiamare da quest'ora a quest'ora, la tariffa y invece in quell'altra maniera. Non puoi mai dire ai clienti lo storico delle loro chiamate per ragioni di privacy, non puoi attivare delle promozioni a testa di cazzo, non puoi mai riagganciare il telefono prima del cliente qualunque cosa ti dica.

Di tanto in tanto vedevo la ragazza della coscetta di pollo e le patate alle postazioni. Aveva la cuffia con il filo attorcigliato tipo filo del telefono degli anni ottanta e per tutta il casermone del call center risuonava l'eco della violenza del suo battere sui tasti. Dopo quella breve formazione entrai nei turni. Maurizio mi capitava di vederlo sempre meno spesso a causa dei turni diversi che ci vennero assegnati. Si lavorava dalle otto a mezzanotte e quando un turno finiva, entravano altre trecento persone a coprirlo.

Nel capannone centrale, sulle nostre teste, pendeva un enorme cartellone luminoso che indicava le telefonate in coda. Quando quel numero sarebbe sceso sotto la soglia dei cinquanta, ci avrebbero sbattuto a calci fuori. Finche sarebbe rimasto sopra i centocinquanta ero in una botte di ferro. Queste furono le prime cose che mi insegnò Carlo, un interinale tra i più anziani alla Omnitel, era dentro da sei mesi ed era molto influente su alcune persone chiave alla Omnitel.

Alla mensa, gli conservavano sempre il succo di frutta a pesca perché alla pera gli faceva schifo e una volta il guardiano gli aveva fatto parcheggiare nello spazio dei dipendenti Omnitel. Disse che non nutriva speranze. Poteva avere al massimo un altro contratto di sei mesi e poi fuori. Karma interinale. Mi disse di non fare amicizia con nessuno, di non parlare con nessuno. In quella stanza eravamo tutti malati terminali e la cuffia che avevamo alle orecchie era la nostra chemioterapia. Il tabellone con le telefonate in coda misurava l'ampiezza delle nostre metastasi.

Cercai di parlare il meno possibile con Carlo per vie delle sue metafore cliniche che mi spaventavano e con lo sguardo cercavo Maurizio che puntava sempre le tette o il culo di qualcuna. Al lavoro andavo benone. Attivavo servizi a fottere, chiunque mi chiamasse gli piazzavo centinaia di messaggi gratis nella scheda e a volte mi appuntavo il numero di telefono delle clienti più carine che chiamavano. Carlo mi disse che era una cosa che facevano tutti all'inizio e che non avrei mai richiamato quei numeri.

In effetti fu proprio così. Io cercavo di sorridere al telefono, proprio come mi avevano detto i miei insegnanti alla formazione, perché dicevano che il cliente lo percepisce. Con certe clienti mi mettevo la mano sull'uccello sperando che loro lo percepissero. Passò il primo mese. Il numero delle al tabellone era alto a sufficienza per arrivare alla fine dei tre mesi e io, proprio come tutti gli interinali al loro primo mese, nutrivo speranza di restare fisso alla Omnitel.

Carlo sosteneva che fosse un meccanismo naturale della mente, lo stesso che ti fa credere che quando sei giovane tu non debba mai morire. Poi però, alla fine muori sempre. A casa la mattina mi preparavo il caffè ed ero felice. Non avevo mai visto tanti soldi in un solo stipendio. Mille e duecento quaranta euro più un centinaio di euro in ticket per la spesa con i negozi affiliati.

Mettevo il caffè nella macchinetta e pensavo ai mille e duecento euro, lo versavo nel bicchiere e ci mettevo lo zucchero e pensavo ai mille e duecento euro, lo bevevo e guardavo lo zucchero che era rimasto sul fondo e sapevo che sarebbe finita presto. Un giorno alla mensa mi feci coraggio e mi avvicinai alla brunetta della coscetta di pollo e patate che quel giorno però mangiava riso. Le chiesi se il posto era libero e lei mi disse si, le chiesi come si chiamava e lei mi disse Giulia. Ero gia innamorato di lei. Giuro.

Le dissi che il mio contratto sarebbe scaduto dopo due mesi e le chiesi quando sarebbe scaduto il suo. Trattenne il respiro giusto per un secondo, per creare la giusta tensione drammatica e disse che lei era impiegata Omnitel a tempo indeterminato. Raccolse la sua vaschetta con il riso e andò via. Per capire che devi morire hai bisogno di conoscere un essere immortale.

La notte mi ronzavano in testa i numeri del cartellone delle telefonate in coda, sognavo di arrivare in ufficio e vedere il numero quarantasette sul cartellone perché quelli della Tim avevano fatto una promozione che ci rompeva le ossa e tutti gli interinali andavano a casa. Il contratto poteva essere strappato in ogni momento. Mi svegliavo e accendevo una sigaretta. Ritornavo alla mia macchinetta del caffè e mentre la imbottivo con il caffè Kimbo, comprato con i ticket resturant pensavo a Giulia che era a tempo indeterminato. Non poteva funzionare tra noi. Moderni Giulietta e Romeo.

Divisi da più di uno stupido cognome di famiglia. Io determinato, lei indeterminato. Amore a tempo determinato. I giorni seguenti furono giorni bui. Il tabellone delle telefonate in coda era sempre su valori alti, talvolta ci chiedevano di fare delle ore di straordinario e tutto sembrava andare per il meglio, ma quando sei al secondo mese dei tuoi tre mesi di contratto senti già la puzza di putrefazione che proviene dalle tue carni. Carlo mi disse che era normale.

La chiamavano sindrome del secondo mese alla Omnitel, alcuni ci avevano fatto una tesi di laurea sopra. Mi diceva che avrei fatto degli incubi con animali di piccole dimensioni tipo pipistrelli, topi, lucertole, ragni che mi mangiavano il cervello. Mi disse di non spaventarmi e che era normale. Maurizio era stato trasferito alle attivazioni dei video messaggi era in un altro reparto e non mi ero mai sentito solo come allora.

La clessidra del mio contratto aziendale stava ormai sparando i suoi ultimi granelli di sabbia nell'ampolla di sotto quando incontrai nuovamente Giulia alla mensa. Non avevo nulla da perdere e andai a sedermi sulla sedia libera alla sua destra. Mi salutò in maniera gioviale, sembrò sincera e mi parlò della difficoltà a configurare gli mms per il telefonino Nokia c54. Il software faceva schifo e la compatibilità con il nostro segnale era ridotta al minimo.

Quelli del tecnico si davano da fare ma sembravano non trovare nessuna soluzione valida. Io cercavo di parlare della mia vita fuori dalla Omintel visto che presto mi sarebbe rimasta solo quella, Giulia invece non faceva altro che parlare di tariffe e problemi relativi alla Omnitel data la sua immortalità aziendale. In certi momenti sembrava che le spuntasse l'aureola dalla testa ed ero sicuro di sentire un odore di incenso che cospargeva la nostra area.

Poi vennero al tavolo altre colleghe di Giulia. Erano tutte indeterminate. Una disse che doveva fare un cambio turno e che quelli alla direzione le avevano detto che le avrebbero trovato “un interinale qualunque” per il suo cambio turno. Giulia abbassò lo sguardo per l'imbarazzo. La ragazza diceva che aveva visto il nuovo gruppo degli interinali alla formazione e che più passava il tempo e più li assumevano stupidi.

Diceva di aver visto un gruppo di ragazzi occhialuti che le sembravano tutti dei coglioni e che oramai le agenzie interinali raschiavano il fondo. Presi la mia vaschetta e andai via senza salutare. Giulia esitò qualche secondo poi mi venne dietro e mi afferrò per un braccio. Mi disse di non dare retta a quelle galline e che erano delle stupide. La ringrazia per quanto possibile delle belle parole e andai via alla mia postazione. Il giorno seguente cominciò lo stillicidio.Tutta la fila davanti a me era vuota. Erano almeno trenta posti.

Erano trenta interinali che avevano cominciato qualche settimana prima del mio gruppo. Carlo mi disse che sarebbe successo e che era normale. La natura fa fuori gli animali più piccoli e quello che noi riteniamo un meccanismo feroce e crudele è in realtà il processo di continuità della specie. Non è il singolo individuo che conta, ma l’intera specie. Alcuni giorni dopo Carlo non venne. Non chiesi mai a nessuno della sua sorte. Si diceva che stavano girando le liste con quelli da fare fuori e Carlo doveva sicuramente essere in una di quelle. Durante gli ultimi giorni alla Omnitel andavo vestito in una maniera orrenda.

Non mi lavavo i capelli e indossavo la stessa camicia per oltre una settimana. Carlo aveva previsto anche quello. Diceva che la chiamavano la consapevolezza della morte. Maurizio lo vidi di sfuggita alla mensa. Incrociammo lo sguardo da lontano senza dirci nulla. Eravamo silenziosamente contenti di essere ancora là. Anche lui aveva i capelli sporchi e la barba lunga. Aveva un maglione verde con un orso disegnato sopra. Anche lui era affetto dalla consapevolezza della morte. Poi venne il mio giorno.

Alla fine del turno, un tizio dalla direzione ci venne a chiamare. Eravamo in otto. Lui camminava davanti e noi otto dietro. Tutti ci guardavano. Tutti avevano la testa abbassata in segno di rispetto per i condannati. Il miglio verde. Schindler list. Il pianista. Mi vennero in mente tutti questi film. Ci dissero di firmare una carta e di consegnare le cuffiette. Alcune ragazze cominciarono a piangere. Carlo aveva previsto anche questo.

La chiamavano la sindrome del distacco dell'anima dal corpo. In alcuni minuti ero fuori. Ero rilassato. Il destino si era compiuto. Lungo il vialetto che mi portava al parcheggio incrociavo degli zombi al loro primo mese. Erano tutti vestiti per bene, gli uomini rasati e le donne truccate. Io avevo un poco voglia di bestemmiare e un poco voglia di starmene in silenzio.Questo Carlo non poteva averlo previsto. Arrivai alla macchina nel parcheggio degli interinali e trovai un bigliettino sotto le spazzole, “ciao disoccupato, chiamami presto, Giulia”. C’era il numero di un telefonino. Era un numero della Tim.

Logo 25.03.04

Cogliere l'occasione
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di Lia

[da Haramlik]

Mentre mezzo mondo si scervella sui modi più efficaci per combattere il terrorismo su scala planetaria, io mi pongo la stessa, identica domanda.
In piccolo.
E, visto che la gente che gira sui blog -persino sui blog grandissimi- ha poca influenza su scala planetaria, perchè non cogliere l'occasione per farsi venire una buona idea su uno scenario più ridotto?
Penso soprattutto a quelli che, quando si tratta di pensare in grande -in enorme, anzi- sembrano avere le idee chiarissime.

Mi spiego.
Io ho i miei cento giovani arabi, provenienti dalla zona più difficile dell'Egitto, che vivono -molto intensamente- il loro spirito di partecipazione sociale su un filo che va dalla Palestina all'Iraq.
Ragionando in termini del tutto astratti, non mi pare statisticamente impossibile che, in questi giorni, qualcuno di loro si stia sentendo seriamente tentato di trasformare questo spirito in un impegno concreto.
E nemmeno mi pare così impossibile che il passare alle vie di fatto (arruolandosi in Iraq, armandosi altrove o cose simili) sia una delle opzioni che possano saltare in mente a un ragazzo.
Queste cose succedono e, in passato, sono già successe. Anche lì.

Ora: io voglio bene ai miei ragazzi.
Li rispetto anche molto, ché è gente che studia e che riesce a conciliare perfettamente un'enorme passionalità e vitalità con un comportamento in classe che definire esemplare è dire poco.
Ogni cosa che fanno è un prepararsi alla vita, e non ho nessuna voglia di vederli farsi del male. Proprio nessuna.
La mia domanda, quindi, è tutt'altro che retorica.
E' proprio autentica, sentita e desiderosa di una risposta percorribile.

Ed è questa: ma io quale alternativa potrei proporre, a un ipotetico studente che mi manifestasse simili intenzioni?

Vorrei anticipare qualche possibile risposta.

1. "Lotta per la democrazia, piuttosto."Già, ma come?

L'Egitto, per esempio, come altri paesi arabi dall'imperfetto sistema democratico, è sponsorizzato da USA e Arabia Saudita felicemente alleati.
Si rischia il paradosso di dover lottare per la democrazia contro gli USA che lottano per la democrazia, e torniamo al punto di partenza. Sarebbe un consiglio abbastanza sovversivo, ecco.

Perchè, poi, questi ragazzi la vogliono eccome, la democrazia.
Per decidere, democraticamente, di correre in soccorso della Palestina e per decidere, altrettanto democraticamente, cosa farsene delle proprie risorse (tipo il petrolio) e dei relativi proventi.
Io non riesco proprio a convincerli, del fatto che la democrazia sia fare un po' più di sesso e poco altro.
Per loro, 'democrazia' è un governo che rappresenti la volontà della maggioranza del paese.
Prendi l'Iraq, per esempio: da me, studenti e professori ritengono poco probabile che gli iracheni possano democraticamente decidere di vendere agli USA, a soli 4 dollari, un barile di petrolio che ne vale 38, se ricordo bene. In Iraq, per loro, c'è quindi un paese che ne sta derubando, a mano armata, un altro. Punto.
"Lottare per la democrazia", di conseguenza, da queste parti ha un significato concreto che finirebbe per dare ragione all'ipotetico studente che io, invece, vorrei dissuadere.

2. "Lascia perdere i destini del mondo, adesso. Pensa a te stesso e alla tua vita e, quando sarai ricco e influente, potrai svolgere un ruolo sociale ben più utile."

Questo è uno di quei discorsi che possono fare presa, in effetti.
Però, ancora, come?
Questo paese ha subito una svalutazione impressionante, la disoccupazione è alle stelle, la corruzione foraggiata da noi simpaticoni è altissima. Per tornare al nostro caso concreto, l'Italia non dà borse di studio agli studenti egiziani e la Spagna, con Aznar, le ha dimezzate.
Rimarrebbe l'emigrazione, ma le ambasciate occidentali non concedono visti e credo che, dalle vostre parti, si cerchi di sparare a chi tenta di arrivare facendone a meno.
Io non ho molta voglia di dire belle parole retoriche, al mio ipotetico studente.

3. "Convinciti: USA e Israele hanno ragione, voi siete dei fanatici integralisti, i palestinesi non dovrebbero essere lì ed è giusto che l'Iraq venga indirizzato a suon di bombe. Collabora, piuttosto."

Sto cercando di immaginare che faccia farebbero TUTTI i miei studenti se gli facessi un discorso simile.
Penserebbero che, da brava occidentale, faccio colazione con la fiaschetta di Chianti.

4. "Abbi paura. Loro sono più forti. Subisci in silenzio, non puoi fare nulla."

Ecco.
Sapete che, questa, è l'unica cosa onesta che io potrei dirgli, al mio ipotetico studente?

Solo che non serve.
Un ragazzo di vent'anni (un tipo che studia, tosto, pieno di ideali e di voglia di giustizia ecc.) non lo convinci, con un discorso simile.
Tutt'altro, temo.

Rimane il fatto che a me potrebbe pure capitare, di dover dire qualcosa a qualcuno.
E, giuro su quello che ho di più caro, io non desidero altro che trovare qualcosa di efficace da dire.

Può darsi che, da qui, le circostanze mi stiano impedendo di vedere gli argomenti giusti.
Se qualcuno ne ha, si faccia pure avanti.
Gliene sarò grata.

Logo 20.03.04

Ero come sono (more or less)
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dal Salto del Canale

Ricordo che la mia Tesi universitaria (mi sono laureato in economia e commercio una decina di anni fa) la scrissi prima con una normale macchina da scrivere Olivetti, poi con una delle prime versioni di Word che "girava" in ambiente Windows 3.1, senza che esistessse ancora il "mouse" e quindi usando una serie di comandi tipo "Ctrl+K+Q". Credo che il PC fosse un 286 (con ben 20 MegaByte -non GB, ma appunto solo MB- di HD!), rigorosamente assemblato.

La Tesi inizia con una premessa che mi fa capire quanto poco sia cambiato il mio modo di ragionare da allora. Non so se devo considerarlo un fatto positivo, ma tant'è. La premessa in questione è questa:

"L'autorevole economista svedese K.G. Myrdal evidenziò come in qualsiasi lavoro scientifico si debbano "porre delle domande per ottenere delle risposte. E le domande sono espressione del nostro interesse per le cose del mondo, sono in essenza delle valutazioni". Da questo punto di vista, il modo in cui lo studioso imposta la sua analisi è particolarmente rilevante se l'attenzione è rivolta a problemi mondiali aperti con i quali è necessario confrontarsi con sollecitudine per evitare che la loro gravità crei condizioni difficilmente reversibili.

Tra questi ultimi, sembrano destinati ad acquisire una dimensione di assoluta priorità:

- l'incremento demografico, fisiologicamente insostenibile nei paesi più poveri e debolissimo in quelli più ricchi, causa, tra l'altro, di ampie spinte migratorie dal "Sud" (e dopo la recente caduta dei regimi comunisti anche dall' "Est" europeo) al "Nord" del nostro pianeta;
- il fabbisogno alimentare, drammaticamente crescente nelle aree più depresse del globo;
- il rapporto uomo-ambiente, troppo spesso basato su miopi interessi predatori incuranti dei delicatissimi equilibri biologici;
- la qualità della vita, il cui livello deve poter garantire a tutti una esistenza dignitosa;
- l'impatto della scienza e della tecnologia, di cui si è troppo spesso facilmente portati ad esaltarne solo gli effetti positivi;
- i rapporti politici, economici, sociali e culturali tra potenti e deboli, siano essi popoli o singoli individui.

Inoltre, il carattere sempre più inequivocabilmente internazionale dei rappporti e la assoluta interdipendenza delle più gravi problematiche della nostra epoca impediscono di isolare e lasciare insolute le maggiori condizioni (o pre-condizioni) di malessere, e ciò al fine di non compromettere seriamente lo sviluppo libero e pacifico di tutte le nazioni e per evitare di mettere l'umanità di fronte a scelte anche estreme.

L'urgenza di intensificare gli sforzi in questa direzione diventa una necessità improprogabile se si riflette su quella grande piaga della società contemporanea che si manifesta nel persistente sottosviluppo di una notevole porzione della superficie terrestre: ricordando le parole di Myrdal, la maggiore parte dei fallimenti degli interventi a favore dei paesi più bisognosi sembra vada attribuita più ad un errato approccio alle loro specifiche problematiche piuttosto che alla qualità delle politiche adottate. L'esperienza ha infatti dimostrato che analoghe strategie di sviluppo applicate in regioni -o in fasi- diverse hanno prodotto risultati completamente differenti, spesso anche opposti. Questo dovrebbe far riflettere più accuratamente sul peso dei livelli e delle condizioni di partenza, ed in generale sulla complessità del fenomeno dello sviluppo, il quale non può essere dissociato dalla storia e dalla geografia dei singoli paesi del Terzo Mondo.

Il tema dello sviluppo, in quanto composito fermento culturale, sembra aver bisogno di un approccio globale che permetta di vagliare i contributi di differenti discipline, come pure di disanime articolate che evitino il fascino perverso di analisi semplicistiche cui non possono che seguire diagnosi superficiali, distratte e dannose."

Logo 19.03.04

Il silenzio. O la poesia
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di Luisa Carrada

[da Il blog del Mestiere di scrivere]

Condivido ogni parola del piccolo trafiletto di Mauro Covacich sul Corriere della Sera di oggi, "In silenzio, sperando che le parole tornino a significare qualcosa", a proposito del significato dei tre minuti di silenzio di mezzogiorno di ieri.

"Ogni parola ha un cuore di silenzio. La cassiera abbassa lo sguardo, appoggia la mano sulla testa del registratore, ferma la merce sul nastro, l’odiata merce, gli odiati beni di consumo. Il suo gesto si propaga nel supermercato. A suon di riprodursi, a suon di rincorrersi e di rimbalzarsi, le parole rischiano di non dire più niente. Hanno messo così tanto grasso intorno al cuore che sembrano prive di vita. Dichiarazioni, rivendicazioni, informazioni, slogan, controslogan. Parole spossate dalla grande abbuffata del Discorso Globale, umiliate da nuovi mezzi di comunicazione: tredici zainetti di materiale al plastico. La cassiera non sta semplicemente zitta, la cassiera sta in silenzio. E anche noi, qui in coda. Stare in silenzio è un’altra cosa. Il silenzio non è occidentale, né orientale. Il silenzio non ha accento, non ha inflessioni, ma è la condizione per tutti gli accenti e tutte le inflessioni possibili. In questo nostro silenzio non ci sono solo duecento vite diventate povera carne umana, c’è anche la possibilità di un ascolto originario, una specie di azzeramento totale, nella speranza che le parole tornino a significare qualcosa.
Forse questi tre minuti esprimono una forma ancora più profonda di ciò che chiamiamo raccoglimento. Se siamo raccolti in migliaia di posti di migliaia di città, forse non è solo per commemorare le vittime di Madrid, ma anche per ritrovarci tutti insieme in un orecchio puro, sottratto al chiacchiericcio e alla follia. E’ come se istintivamente avessimo capito che non sarà parlando tanto, e parlando e parlando ancora, che capiremo cosa ci sta succedendo. Il silenzio pulsa vivo nel supermercato. Sarebbe bello che da qui nuove parole sbocciassero - parole come fiori, diceva Heidegger -, che un nuovo alfabeto provasse ad articolare in un senso e in una cura la logorrea schizofrenica del mondo
."

Sì, meglio il silenzio. Oppure un pugno di versi, come quelli di Antonio Machado che mi ha inviato domenica l'amica Sabrina:

Madrid, Madrid; qué bien tu nombre suena,
rompeolas de todas las Españas!
La tierra se desgarra, el cielo truena,
tú sonríes con plomo en las entrañas
.

Antonio Machado, 7 de Noviembre de 1936.

Logo 08.03.04

Gianna
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di Leonardo



Gianna in realtà non si chiamava così, ma facciamo finta che.
Gianna una volta disse una cosa che non mi dimenticherò mai. Ma andiamo con ordine.

Un giorno io cominciai a pensare che la solitudine è un destino, che una persona porta con sé dalla nascita. Non ha nulla a che fare coi vestiti che uno indossa, o col peso e l’altezza, e nemmeno con l’alito, per quanto uno possa lavarsi i denti; oppure invece no, ha a che fare con tutte queste cose, ma le determina: non si è soli perché si veste da sfigato, ma ci si veste da sfigati perché si è soli, e nessuno ci ha mai spiegato i vestiti da indossare e la corretta igiene orale. È un circolo vizioso che comincia alla scuola materna, forse anche prima, e non c’è modo di evadere. Neanche cambiando città: ovunque vai, la solitudine ti precede. È come un araldo che si fa strada suonando un campanaccio: “Udite, udite! Sta arrivando Davide, è un solitario, emarginatelo”.

Queste cose io cominciai a pensarle seriamente, una mattina del settembre 1987: era il secondo giorno nella nuova scuola, e in classe quasi nessuno si conosceva. Ognuno, quel mattino, aveva scelto il banco secondando l’istinto. Orbene, c’erano 26 banchi in coppie di 2, e 25 ragazzini. Come un ballo della scopa infernale.
Io però ero stato uno dei primi ad arrivare, perciò pensavo che da un punto di vista strettamente statistico avrei avuto meno possibilità di restare solo. Mi sbagliavo. Evidentemente il mio araldo mi aveva preceduto. (“Qui si sederà Davide: mi raccomando, lasciatelo solo, lui preferisce così”). Io credevo molto all’imprinting, guardavo ai miei compagni come a tante oche di Lorenz, così al suono di quella campana pensavo che le cose si fossero decise per sempre: sei coppie maschili, sei coppie femminili, e uno sfigato. Avrei passato cinque anni così, amen.

Poi, dopo cinque minuti, la porta si aprì ed entrò Gianna, trafelata. Borbottò qualcosa su un treno che era arrivato in ritardo, e senza neanche guardare venne a sedersi di fianco a me. Questo, capite, cambiava tutto: dodici coppie omo e una coppia etero. E l’unico maschietto con una femmina di fianco ero io. Ecco che il destino mi dava un’opportunità incredibile: avrei saputo sfruttarla bene? Avevo cinque ore per fare una buona impressione. Ma come si fa buona impressione sulle ragazze? Non lo sapevo. Non lo sapevo assolutamente.

Per la verità, non è che fossi vissuto sulla luna: alle medie di cose ne avevo imparate. Per esempio, sapevo come si fanno incazzare. Ma non era certo questo il caso. Sapevo anche come innamorarmi di loro, prendermi delle sbandate storiche in totale solitudine. Avevo anche imparato come reagire con assoluta indifferenza a semi-esplicite richieste di attenzione, cosa di cui mi rimprovererò per tutta la vita. Ma tutto questo ora non mi serviva. Ora dovevo cercare di convivere con una ragazza. Dovevo dimostrare che poteva trovarsi a suo agio di fianco a me. Come fare?

Gianna era sottile, scura di carnagione, e stava dormendo. Non le era bastato perdere il treno. Il caschetto castano basculava incerto sulle spalle, e rischiava di piombare sul banco da un momento all’altro. Quando finalmente si svegliò del tutto, ebbe fame. Ogni tanto dal suo corpo partivano strani brontolii udibili sin dalla cattedra, tanto che la prof d’inglese commentò. Io non avevo mai sentito lo stomaco di una ragazza brontolare. La scuola media superiore si stava rivelando densa di sorprese.

Quanto a me, non credo che riuscii a interagire con successo il primo giorno, ma scoprii presto che la cosa non era importante. Il mattino dopo le coppie erano ormai fatte, e io ero di nuovo l’unico maschietto solitario, finché Gianna non arrivò: aveva perso il treno di nuovo. Gianna continuò a perdere il treno per tutto l’anno, anzi, perse il treno per tutti i cinque anni del liceo sperimentale. Vorrei ringraziarla qui di nascosto per aver ignorato così sistematicamente le lamentele dei docenti, e aver continuato a scegliere le pigre ferrovie di Sassuolo invece di una più rapida autocorriera. Fu grazie a questa sua scelta di vita che io imparai come si condivide il posto di lavoro con una ragazza. Lezione importante, una delle più importanti che ho imparato quell’anno (molto più importante delle declinazioni del latino, per esempio).

Per prima cosa, è inutile strafare. Bisogna essere sé stessi, anzi, diventare sé stessi, perché a 15 anni uno non è ancora niente. Se lei non ha voglia di parlare, non disturbarla. Se si mette a scherzare col maschietto che sta davanti a te, ignora le punture che ti trafiggono al petto. Se si addormenta, scuotila, con dolcezza: te ne sarà grata. Se poi si riaddormenta, non insistere troppo. Se in aprile basta sbirciare dalle maniche della maglietta per vedere il reggiseno (coi cuoricini), non girarti: non puoi fare il guardone con una persona che hai di fianco continuamente.
Se invece ogni tanto ti viene in mente qualcosa di divertente da dire, aspetta, scegli il momento giusto, e dilla sottovoce. Se lei non la troverà divertente, non se ne accorgerà nessuno.
Ma se lei si metterà a ridere come una forsennata, con la risata che aveva Gianna, che sembrava svegliarsi in quel momento ed esplodere in una cascata sghignazzante: se riesci a farla ridere, sarai il maschietto più felice della terra, perciò, presta attenzione. Come si costruisce una battuta? Come si racconta una storia? Datti da fare, ragazzo. Non emarginarti, non farti mettere in un angolo anche stavolta.

Gianna fu la prima compagna di quella classe a mostrare di gradire la mia compagnia, e io le sarò eternamente grato. Dopo di lei vennero tanti altri: Gigi che mi disegnava piselli sul diario, Ghigo che in un giorno di sciopero mi portò dal mitico Notari a provare le chitarre elettriche, Mega così detto dalle dimensioni delle cazzate che diceva, Zanna con cui misi su un complesso, Alberto che fa il giornalista, Carol che in quarta m’invitò a prendere una pizza per discutere le rispettive scelte ideologiche, Silvia che adesso ha una bambina, e tanti altri, e alla fine scoprii che stavo bene più o meno con tutti. Con gli anni i maschietti vennero duramente selezionati, rimanemmo solo in sei. Era un liceo quasi totalmente femminile, e saper interagire con le ragazze era importantissimo. Tutta la mia vita, a dire il vero, si è svolta in luoghi a preponderanza femminile. Non so se sia un destino o un caso, e non sempre mi sono trovato così bene. Ma quei cinque anni sono stati davvero i più belli della mia vita, e le ragazze hanno giocato un ruolo molto importante.

Racconto questo perché è l’otto marzo, e volevo ringraziare in un qualche modo tutte le donne che in un periodo della vita hanno dovuto sedersi di fianco a me.
Può darsi che in futuro questa storia risulterà incomprensibile. L’idea di far lavorare insieme maschietti e femminucce nell’età della crescita non ha un gran fondamento scientifico: è una di quelle stramberie pedagogiche del tardo Novecento, che i nipotini della Moratti non tarderanno a smantellare. È giusto che i poveri stiano in classe coi poveri, i ricchi coi ricchi, i bianchi coi bianchi e i maschi coi maschi. È più sano, e anche per i prof è più facile lavorare. I ragazzi arriveranno a vent’anni senza aver mai interagito con una ragazza: no problem: stiamo già pensando di riaprire i casini, per il corso accelerato. Cosa c’è di strano? Una volta si faceva così, no? Siamo noi quelli strani, maschietti che non vogliono fare i maschioni e femminucce che non si rassegnano a fare le casalinghe. Uno scherzo della storia. Ma non durerà.

Non era più l’87, era già passato qualche anno, quando Gianna disse questa cosa, che non scorderò mai. Non la disse a me, ma a una nostra compagna nell’intervallo. Io passavo di lì per caso. Disse: “se penso che devo convivere con me stessa per tutta la vita…”
Non ci avevo mai pensato, eppure anch’io sono nella stessa situazione. Ormai mi conosco, e tante cose di me non le sopporto. Ma le devo sopportare: ogni giorno devo portarmi in giro, ascoltarmi quando parlo, e tante volte non faccio che dire le solite cose. È una gran palla, Gianna aveva ragione.
Fortuna che ci sono le ragazze, che tollerano di sedersi al tuo fianco, che accettano la tua compagnia, che ti costringono a tirare fuori da te stesso qualcosa di nuovo e divertente: e che a volte ti spiegano la vita. Io sono un maschietto del tardo novecento, sono cresciuto con le ragazze e ci sto bene. A volte la mia donna non la capisco proprio. Ma quando ride, per una cosa che ho detto, io sono felice. Anche ora.

Logo 02.03.04

Amiamo più le cicale o le formiche?
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di Antonio Montanaro

[da Il Mappamondo]

Gianpaolo Pansa, su Repubblica, ripercorre le tappe fondamentali dell'antipolitica italiana per dare una spiegazione alle ultime uscite del nostro presidente del Consiglio:

(...) Il Cavaliere è un formidabile fiutatore di vento. Sa che l'italiano medio è incazzato nero. Per il carovita. Per le tasse che non sono scese. Per il risparmio gabbato. Per i giovani senza lavoro. Per il paese ingovernato. Silvio dovrebbe dire: la colpa è mia. Invece grida: la colpa è dei politici professionali, compresi i miei alleati. Parolai, nullafacenti e ladri. Dovete fidarvi soltanto di me. Che sono uguale a voi: alla gente che lavora! Attenti a sottovalutarlo. La sua mossa è astuta. Andate nei bar, sui treni, nei mercati rionali, allo stadio. Sentirete dire: "Berlusconi non ha mica pisciato del tutto fuori dal vaso" .

Mi sembra chiaro che le uscite del premier siano state studiate a tavolino. Berlusconi ha bisogno di occupare spazi sui media per recuperare la visibilità persa nei mesi scorsi, quando i suoi alleati si azzuffavano (a dire il vero lo fanno ancora) e Ciampi rimandava alle Camere la legge sul riordino della tv. Ed allora ecco il lifting, le accuse ai politici di professione, le manie da allenatore, gli interventi alla Domenica Sportiva e - se sarà possibile - al Festival di Sanremo.

Di fronte a tale offensiva "comunicativa", serve a poco denigrare, dileggiare, alzare barricate. Il premier non è pazzo. O almeno non lo è del tutto. Il centro-sinistra probabilmente dovrebbe trovare il linguaggio e gli strumenti per parlare alla "pancia" degli italiani, per dare una risposta convincente al populismo vuoto e ipocrita di Berlusconi. Certo, è un'operazione complicata. Lo ammette lo stesso Pansa.

Non sarà semplice far passare un'opinione contraria. E spiegare che la sua mossa non porterà a nulla. Perché dopo l'antipolitica, un mestiere da cicale, sarà inevitabile tornare alla politica, mestiere da formiche. Ma l'Italia ama le cicale o le formiche? Questo è il problema.

Logo 01.03.04

Io e Berlusconi
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di Giorgio Boratto

Berlusconi è uno di quei personaggi che si amano o si odiano; io sono della seconda categoria.
Si, il mio odio per Berlusconi parte da lontano e certe volte mi mette in difficoltà: infatti, si dice anche che chi odia ama e allora…Allora mi arrabbio ancora di più.

Cerco allora, con una certa introspezione dentro di me quale molla inconscia, quale motivo nascosto, ci sia che muove il mio odio che è soprattutto disprezzo. Sì, sono arrivato anche a pensarlo morto o meglio ad ucciderlo io stesso. In verità in sogno io l'ho già ucciso: gli ho sparato e mi pareva di essere uscito da un incubo.

Ma no, non sono democratico, sono un razzista e anche un assassino…Così mi sono detto: prova invece ad amarlo, a vederlo bravo, buono, sinceramente altruista e pronto a sacrificarsi per il tuo bene; vuoi vedere che tutto cambierebbe? Lo troveresti poi anche bello, alto no, ma di sicuro intelligente; lo vedresti poi come un filosofo dell'antica Grecia, un poeta, un vate…Così rischierei di assomigliare a Bondi o Baget Bozzo. Per carità.

Ma no, scoprirei senz'altro la pietà e la pietà soprattutto per me stesso. Basterebbe allora solo un po' di menefreghismo, di sana indifferenza e fuggirei dall'ossessione, dall'odio.

Ma no, invece mi sono scoperto solo uno sporco comunista. Ecco cosa sono un comunista cattivo che odia i ricchi e i nemici di classe. Rimango quello e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Ma in fondo sto bene così. Evviva la libertà.

Tagli occupazionali
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da Il disinformato

Fra le pieghe della cronaca politica dei giorni scorsi ho trovato un'interessante retroscena riguardante le riforme istituzionali, uno dei cavalli di battaglia del programma di Berlusconi, il cui impatto positivo nei confronti del popolo bue che l'ha votato è tutto da dimostrare. Voglio dire: queste riforme interessano i quattro gatti della Lega, non interessano la Destra sociale e i quindici milioni di miliardari che hanno votato Forza Italia.
Un esponente della maggioranza, l'On. D'Onofrio, sta lavorando all'introduzione di uno "scivolo contributivo" di cinque anni in favore dei deputati. Tale agevolazione consentirebbe il godimento di una succosa liquidazione e di un congruo vitalizio a quei parlamentari che perderanno il posto di lavoro a causa dei tagli occupazionali che colpiranno le Camere con l'approvazione della riforma istituzionale. I membri della Camera passeranno da 630 a 400, quelli del Senato da 315 a 200. L'approvazione di tale riforma richiederà il voto di almeno due terzi dei membri delle Camere: è di tutta evidenza che l'agevolazione contributiva servirà per ottenere il voto dei parlamentari "peones" che si vedranno improvvisamente costretti ad affrontare un traumatico reinserimento nella società.

Occorrerà tornare a lavorare, rinunciare a quei 15-20 mila Euro al mese e anche gli infiniti benefits di cui si godeva non saranno più una felice realtà. Noi ci scherziamo, ma per un parlamentare con l'elastico, di quelli che tornano a casa, queste non sono quisquilie. La mia pigrizia mi impedisce di approfondire, ma la liquidazione dovrebbe essere sui 200.000 Euro (uno stipendio ogni anno di legislatura + "scivolo" di cinque anni) e il vitalizio sui 5.000 Euro mensili. Da qualche parte dovrebbero esserci dei dati precisi, ma scrivere di queste cose mi esaurisce. Basta.

Un rapido calcolo della mia situazione contributiva mi conferma che dovrò lavorare ancora una ventina d'anni prima di poggiare le chiappe ai giardinetti o andare a rompere i coglioni agli operai nei cantieri. Nessuno ha provveduto ad uno scivolo contributivo per me, anzi è stata innalzata una rampa supplementare di cinque anni, perchè si è convenuto (non da me) che il mio contributo ai bisogni della società è insufficiente. Cornuto e mazziato, verrebbe da dire. Ma io sono fortunato, penso a quelli che vengono dopo di me, ai Co.Co.Co., ai lavoratori interinali e temporanei, che solo grazie alla cieca fede nell'aldilà potranno alfine godersi la pensione.

Questa vicenda dello "scivolo contributivo" per il momento rimane in secondo piano, ovviamente è tutta una situazione che si evolve, ma io, per tenermi pronto, ho già noleggiato una barricata davanti a Palazzo Madama, subito alle spalle di quel pisquano di Pionati e, per una volta tanto, Paolini glielo scanso io.


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