Ognuno ha la sua definizione di mito.
La mia è semplice, una persona di sicuro talento che dà il meglio e oltre le sue possibilità pur mantenendo intatta la propria dimensione umana.
Come Alfredo Casasco, per esempio.
Lui è il numero Uno dell'angiographie terapetique mondiale. Una tecnica per la risoluzione di mille e uno problemi dei vasi cerebrali, uno che ti manda il navigator nelle vene del cervello e attraverso un monitor lo dirige fino al punto della lesione per curarlo a seconda del caso.
Uno scienziato dal volto umano.
Quando fu che lo vidi per la prima volta a Perugia, in Italia non s'era ancora mai sentito parlare di questa nuova scienza, oddìo, neanche adesso a dieci anni di distanza i neurochirurghi continuano a spaccare i cervelli come cocomeri rimandandoti a casa come un vegetale, se ti va bene, anzi se ti va male, morto sarebbe meglio.
Un'oretta di lezione e mi convinsi che il destino non poteva aver scelto per me una soluzione migliore, lo sentivo parlare e dentro di me mi benedicevo per essere scappata dai neurochirurghi.
La mattina dell'intervento, che ci vedevo niente e alle otto sono praticamente in coma, ero fuori della sala operatoria, si fa per dire, a Neuroradiologia del Monteluce di Perugia s'erano fatti tutto da sé, perfino il lettino movibile, si era in tempi di pionieristica, l'ospedale non aveva fondi né si sognava di chiederli alla Regione figuriamoci, angiographie terapetique, neuroradiologia interventistica chi erano costoro...
Ero lì, che pensavo tra me e me ch'ero la prima cavia in Italia per un esperimento del genere, a istinto mi fidavo di Casasco, mi fidavo di Parigi culla della nuova scienza, però la paura è paura. A un tratto una voce tranquilla mi fa: come stai? A cazzo di cane, rispondo, sempre gentile io di mattina presto, al tizio vestito di verde che s'era appoggiato alla parete vicino a me. Non ti preoccupare, sarà una passeggiata mi disse il tizio che mi pareva un infermiere, io feci sgrunt e lui continuò a parlare con la sua voce tranquilla, neanche fossimo amici da una vita. Pensai: sono gentili questi perugini, gentili e civili, neanche rilevai che "l'infermiere" non aveva per niente l'accento umbro, neanche riconobbi l'accento francese.
Finché la voce calda di nevia Caputo, la mia angiografa personale che subito riconobbi, si rivolse all'infermiere gentile: professore, è tutto pronto. Andiamo bea, mi disse Casasco prendendomi per mano. Entrammo insieme che mi veniva da ridere, avevo parlato per un dieci minuti buoni con quello che avevo scambiato per un infermiere cordiale e che ribattezzai lo scienziato dal volto umano, un amico che per i successivi dieci anni ovunque fosse e qualunque guaio mi capitasse subito mi risolveva il problema.
Casasco viene una volta al mese in Italia, di solito al Silvestrini di Perugia dove finalmente hanno attrezzato una sala megafantastica e dove la sua angiographie terapetique ha dato risultati da letteratura internazionale, come si direbbe in gergo. Ma ho visto altri suoi "discepoli", si fa per dire, in altri nosocomi italiani, che hanno tirato su un non so che di boria che non vi dico. E sempre il destino che me li mette tra i piedi, anni fa in un ospedale romano trovai una specie di morto ammazzato "lavorato" da uno di quei suoi vice che aveva messo su boria e che tuttora non capisce un cazzo di quella scienza. Il morto ammazzato morì, naturalmente.
Quando fu che il tumore si mise a rompere i coglioni di brutto Casasco mi disse: tocca operare. Neanche morta, risposi.
Solo una persona speciale come lui avrebbe potuto convincermi, tranquillo, ma anche con voce ferma quella volta, mi disse che mi avrebbe mandato dal neurochirurgo numero Uno nel campo della microchirurgia mininvasiva, una passeggiata. Feci sgrunt e lui chiamò Udine, gli dettero l'appuntamento, fui costretta ad andare.
Miran Skrap faceva ambulatorio in ospedale, al Santa Maria della Misericordia, non ha mai posseduto uno studio privato. Ricordo che con Pupa ci guardammo disperate, non c'era neanche una segretaria, un cristo a cui chiedere, solo persone silenti sedute nella sala d'aspetto come fossimo dal dentista. Finché un signore gentile, vestito da medico ci disse che potevamo accomodarci. Quel signore gentile, poi diventammo amici, era un neurochirurgo del'equipe di Skrap, scoprii più tardi che a Udine si va direttamente al sodo senza tanti complimenti e infioriture.
Skrap ci ricevette con una stretta di mano cordiale, prese le lastre, le mise sulla diafanoscopia, in tre minuti risolse il caso, non capii un cazzo di ciò che disse ma dentro... dentro sentii che potevo fidarmi come la prima volta con Casasco.
Il dittatore dal volto umano, così battezzai Miran Skrap, nel darmi l'appuntamento per l'intervento accettò perfino che ci fosse presente Casasco, o non mi sarei operata. Non si offese, non battè ciglio, nessuna invidia, i Grandi collaborano e per niente invidiosi l'uno dell'altro pensano ad unire le proprie forze a fini scientifici oltreché umanitari.
Non lo vidi più Skrap, nel senso che non ho la memoria fotografica. Quando mi ricoverarono me ne stavo sulle solite scalette a fumare quintali di cicche che regolarmente buttavo nella tromba delle scale. Ogni tanto i miei s'alzavano di corsa e salutavano un medico che correva giù per le scale, io continuavo a parlare e a fumare, loro mi dicevano cavolo, non hai salutato il Professore! Non lo riconoscevo mai, lui mi guardava fumare e rideva.
A Neurochirurgia dell'ospedale di Udine l'intero reparto risentiva del polso fermo ma gentile del dittatore dal volto umano, quei giorni furono i più belli della mia vita tanto che quel reparto che ritengo essere il mio personale Centro di Neuroscienze lo ribattezzai Neurofreude, NeuroGioia.
La mattina dopo l'intervento me ne stavo per terra a cercarmi qualcosa da mettere perché stavo benissimo e non capivo perché dovessi restare a letto quando entrò un "dottorino" che mi parlò per un quarto d'ora buono finché finimmo per ridere insieme, pensai fosse un aiutante di non so che, un universitario insomma. Quando uscì chiesi alla mia vicina di letto il nome del dottorino perché me lo volevo segnare, non si sa mai. E quella tutta scandalizzata mi rispose: madonna bea, ma non hai riconosciuto il professor Skrap.
Non l'avevo riconosciuto.
Ero abituata ai neurochirurghi blasonati che prima di arrivare loro entravano i lacchè e ci facevano mettere tutti sul letto con le coperte sistemate perché stava arrivando il dio in terra.
Quando fu che Skrap mi dette il via libera per tornare a Roma gli dissi grazie. Lui mi guardò trasecolato, fors'anche un po' offeso. Io m'offesi a mia volta, che cazzo significa che io non possa dire grazie a un genio.
Nessuno l'aveva mai fatto fino ad allora.
Miran Skrap, il neurochirurgo che gli stessi Americani ci invidiano, numero Uno nel mondo nel campo dela microchirurgia mininvasiva, due centimetri di taglietto per tirar fuori un tumore di otto centimetri che il cervello ipercompresso ha fatto spoff appena l'hanno aperto, c'era di tutto là dentro, due ore dopo l'intervento m'hanno fatto mangiare sennò facevo un casino, tre giorni di ricovero e poi vai a casa neanche fosse un'ernia, Miran Skrap rientra nel Tutto E' Dovuto della mala sanità italiana, mala nel senso che la gente operata da lui esce dall'ospedale e neanche lo ringrazia.
Però se il mondezzaio di turno gli ha tolto un milione solo per la visita nello studio privato allora si sbracano per terra appena lo vedono passare contornato sempre dai suoi miserabili lacchè.
Alleluia!
Il bello è che se il mitico Skrap leggesse queste righe s'incazzerebbe come una iena. Lui ritiene di aver soltanto adempiuto ai suoi obblighi professionali, m'accusa di enfatizzare e insomma alla fine l'ho disconnesso perché orso com'è non accetta che si parli di lui nei termini con cui ne sto parlando.
Entusiastici? entusiastici.
Così gli ho mandato una maledizione che spero non lo colpisca poverino. Gli ho augurato di venirsi a dirigere un nosocomio romano, e poi vediamo se sono io che enfatizzo o lui che si mette a sparare raffiche di mitra!
Vaffanculo Miran Skrap, ti piaccia o no per me resti un mito. E mo' te l'ho detto in pubblico.
Tante ne ho conosciute di persone che la gente normale definirebbe vip e che per niente da vip si comportano. Da Gianni BigMinà che quando lo incontri sembra che ti sei lasciato ieri e continui il discorso da dove l'avevi interrotto. Ai fratelli Montezemolo il cui fratello minore Daniele m'insegnava che i soldi si fanno risparmiando e io lo sfottevo ridendo: intanto io scendo al bar, tu metti pure da parte i tuoi soldi io al caffè non ci rinuncio. Si era amici, si lavorava assieme, tali caporali dei miei coglioni, gente Rai che entrava nella mia stanza senza neanche salutarmi non aveva la gentilezza riconoscente dei Montezemolo. E poi Beppe Grillo, un ragazzo come noi che ti metti lì spalle al muro a chiacchierare del più e del meno, dopo uno spettacolo entusiasmante, e mi dà perfino la data di nascita così da poter verificare che c'è sempre qualche pianeta in Acquario tra la gente che vale e che per niente si monta la testa. E Branduardi, Guccini, i mitici Rolling Stones, Gianni Morandi, i Cure, Cocciante, quanti non me ne ricordo più e Venditti al quale fregai la Mercedes 190 con la scusa che c'era il vigile, invece andai a farmi una sgommata che col servosterzo per poco m'ammazzo e quando gli riportai le chiavi per poco s'inginocchia grazie bea, cosa farei se non ci fossi tu (cosa avrei fatto IO se gli avessi riportato la macchina distrutta porca eva!).
Un grande, grandissimo Carmelo Bene, eravamo ragazzini al Beat 72, rimase tale e quale, forse solo un po' più incazzato, sempre più deluso da questo mondo di fintoArtisti.
Quasi tutti gli artisti sono gente tranquilla, per niente montata anzi, hanno sempre bisogno di qualcuno che li rassicuri. Come tutti i campioni veri, e dio sa se ne ho frequentati, dai mitici tennisti teste di serie negli anni settanta ai campioni NBA del basket nostrano che si chiamano Lorenzon, Della Valle, Brunamonti, Polesello, Gilardi, Marzorati il mio mito assoluto, Valerio Bianchini e Julio Velasco che quando gli strinsi la mano per poco svengo, entrambi avevamo coniato la stessa frase senza saperlo: gli occhi della tigre. Un campione o tira fuori gli occhi della tigre o non è un campione.
E se proprio vogliamo parlare d'altro ricordo padre Tarcisio Piccari, postulatore generale dei domenicani, uno che faceva l'avvocato del diavolo nelle cause per santificare la gente. Un dottore della Chiesa insomma. E padre Capaccio, lui addirittura lo andavamo a trovare al Sant'Uffizio, il grado più alto dei tribunali ecclesiastici. Con loro era bellissimo discorrere di Dio e di Satana e con la semplice Logica provare a distruggergli la dottrina che difendevano. Non ce l'ho mai fatta, i preti sono bravi caspita, ma quel che ricordo di loro è la semplicità, il rispetto con cui ascoltavano le mie tesi per poi produrre la propria antitesi, alla sintesi non ci arrivavamo mai, ma insieme si rideva e quanto si rideva, quanto ci si stimava.
Ricordo un grande colonnello Ruggero Placidi, anche lui oggi non c'è più. Dirigeva la Polizia Giudiziaria dei Carabinieri di via Mentana, io entravo bestemmiando e lui ti veniva incontro sorridendo, e non era per niente un fesso, era soltanto dotato di un'intelligenza sopraffina e una carica umana incredibile. Agli altissimi livelli i Carabinieri sono gente speciale, per me restano miti come il colonnello Placidi, un democratico vero.
Ricordo il mio più caro amico, anche lui non c'è più. Ivan Graziani che per primo mi insegnò quel che vado scrivendo, e cioè a riconoscere tra caporaletti marchettari e gente che vale. Per vent'anni le sue parole m'hanno risonato nella capoccia e adesso posso dire di aver tirato le conclusioni.
Chi vale non si monta mai la testa.
Chi vale non va al Costanzo Show ad autodefinirsi artista senza aver letto un libro vero o aver fatto un minimo di studio dell'arte che dice di possedere.
Chi vale neanche lo sa di possedere un talento da paura.
Semplicemente svolge il suo lavoro come direbbe Martin Luther King, ovvero se spazzasse la strada la pennellerebbe come Michelangelo ritoccava i suoi dipinti, al meglio e oltre le sue possibilità.
Chi vale sfida se stesso e non certo il vicino di banco.
Chi vale s'incazza pure se gli dici bravo, o si vergogna come se gli stessi dicendo vaffanculo, perché una cosa l'ho imparata, ed è vangelo per me: il professionista, l'artista, l'uomo di cultura vera non perde mai la sua dimensione umana.
E allora parliamo di vib e di blogstar.
Siamo addirittura arrivati alla moda dell'ho conosciuto il blogger come mi sento realizzato...
Noi ci conosciamo in parecchi ormai, e semplicemente amici ci definiamo.
No, non parliamone.
Di fronte al ricordo dei miti veri che m'hanno reso meno amara la nottata non voglio amareggiarmi di nuovo.
Ognuno tiri le proprie conclusioni.
Io le mie le ho tirate, e adesso ci parto, col pregiudizio.
Nessun rispetto più devo a chi per primo non rispetta me.
Oggi nel paese distrutto dal sisma è giornata di silenzio. Ma tra i mille abitanti in lutto non c'è più solidarietà. La tragedia ha spazzato via anche i rapporti umani. Dilaniati da accuse e polemiche per il crollo della scuola, gli sfollati aspettano la ricostruzione. Il piano di rinascita è pronto, mancano i soldi. Ma il capo della protezione Bertolaso rassicura i terremotati: «I fondi arriveranno, me l'ha promesso il presidente Berlusconi»
E' passato un anno dal quel giorno disgraziato e oggi, almeno per un giorno, a San Giuliano ci sarà silenzio. Lo ha chiesto l'associazione delle vittime della scuola, che ha anticipato di una settimana il ricordo della strage, e lo chiede il comune che per oggi ha proclamato il lutto cittadino. Non si lavora né si va a scuola. I negozi, i bar, i pochi esercizi che hanno riaperto i battenti nel villaggio provvisorio, abbasseranno le serrande alle 11 e 32, l'ora in cui San Giuliano ha smesso di essere quello che era. Il paese è morto, fisicamente e moralmente.
La maggior parte degli sfollati vive nelle casette di legno costruite sulla collina che guarda proprio il paese evacuato. Realizzato in meno di un anno con le sottoscrizioni degli italiani, è il fiore all'occhiello della protezione civile. Gli abitanti, dopo aver trascorso mesi tra alberghi e tendopoli, ora stanno senza dubbio meglio, ma vogliono tornare al più presto nelle loro case. Giù, tra le macerie delle palazzine squarciate dal terremoto e quelle demolite successivamente, l'atmosfera è surreale. Ci vivono una ventina di famiglie, soprattutto anziani, rientrati nelle poche abitazioni risparmiate dal sisma. Sono i morti viventi della San Giuliano che non c'è più. Ma loro, i superstiti del paese fantasma, non drammatizzano più di tanto: «Certo, siamo contenti di essere tornati nelle nostre case, ma viviamo il disagio della solitudine. Loro, invece, anche se vivono in una casa che non è la loro, almeno stanno insieme, hanno i negozi, i servizi... », dicono alcune abitanti del civico 22 di corso Vittorio, proprio di fronte alla scuola del pianto.
Non tutti gli abitanti hanno scelto però di vivere nel villaggio di legno. Un altro gruppo di sfollati ha preferito una «sistemazione autonoma», affittandosi casa nei paesi vicini. Tutti, in teoria, avrebbero avuto la facoltà di scegliere questa possibilità, ma solo in pochi l'hanno fatto. Tra questi il sindaco Antonio Borrelli («ho scelto questa soluzione per non subire altre minacce»), la persona più esposta nel paese dei rancori. Nel crollo della Jovine ha perso anche lui una figlia e oltre al dolore familiare, deve fronteggiare l'ostilità di una parte della popolazione. Inoltre, deve fare i conti con il peso di un'inchiesta che lo vede indagato, insieme ad altre otto persone, soprattutto tecnici, di disastro colposo. Nessuno vorrebbe stare nei suoi panni. Qualcuno, anche tra i suoi elettori (lui è Ds e la giunta di centro sinistra), dice che dopo l'avviso di garanzia avrebbe fatto meglio a dimettersi. Ma Borrelli, nonostante la difficile situazione in cui si è trovato, ha deciso, insieme agli assessori, di rimanere al suo posto. «Non c'è stato molto rispetto e considerazione per me e per il carico di responsabilità che mi porto dietro» - dice rivolto a chi lo critica. «Alcune accuse mosse nei miei confronti, compreso l'avviso di garanzia, non aiutano certo a sopportare tutto quello che è successo. Il disagio della popolazione lo metto in conto, so anch'io cosa vuol dire perdere un figlio. Ma mi sono sentito maltrattato. Forse la forza per andare avanti l'ho trovata nella consapevolezza che la gente non andava abbandonata in un momento così difficile e molto ha contribuito la solidarietà ricevuta dall'esterno».
«Una parte della popolazione ci accusa di essere i responsabili della morte dei bambini» - aggiunge l'assessore ai servizi sociali, Antonio Serrecchia, che ha perso anche lui un figlio nel crollo della Jovine - «e questa è la cosa che ci fa più male, come genitori e come amministratori. Se ci sono state delle responsabilità sarà la magistratura ad accertarlo. Anche noi vogliamo la verità. Ma le responsabilità, se ci sono state, sono eventualmente tecniche, non amministrative. Noi, prima di approvare la ristrutturazione della scuola (la sopraelevazione fu realizzata a cavallo tra il 2001 e il 2002), abbiamo avuto il via libera dell'ufficio tecnico. Comunque, ripeto, la magistratura sta indagando e presto verrà fuori la verità».
La solidarietà dei giorni caldi della strage è solo un ricordo lontano. Al suo posto ha preso il sopravvento un altro genere di sentimenti e il malessere sconfina purtroppo anche in ambiti che dovrebbero essere proibiti. La tensione, alla vigilia della ricorrenza, è altissima e si avverte anche a scuola - è allestita in una tensostruttura accanto alla sede comunale - tra le maestre, tra gli stessi alunni. Il sostegno delle psicologhe della Asl di Termoli e degli operatori del telefono Azzurro, rimasti nelle tendopoli per molti mesi, è stato e continua ad essere di grande aiuto ai piccoli superstiti della Jovine. Ma dai loro diari, dalle lettere che hanno scritto ai compagni di banco che non ci sono più, dai loro disegni cupi, emerge non solo il ricordo vivo del dramma che hanno vissuto sotto le macerie, ma anche il «senso di colpa» per esserne usciti salvi.
«E' inutile nasconderlo» - dice il preside Giuseppe Colombo, mostrandoci il lavoro prezioso fatto in questi mesi dalle insegnanti a fianco degli alunni - «queste tensioni tra i genitori non aiutano i bambini a superare il trauma subito. Introiettano i loro disagi e questo rischia di vanificare il lavoro che si sta facendo. Abbiamo bisogno tutti di stare un po' più sereni. So benissimo che non è facile, ma solo così, rimettendoci insieme in marcia, riusciremo a dissipare il dolore che ci portiamo dentro».
Nel villaggio di legno sono pochi i luoghi di incontro. Nei due bar del paese si vedono sempre le stesse persone che discutono sempre delle stesse cose. In questi giorni gli argomenti più gettonati sono gli aiuti delle donazioni che secondo un'inchiesta del settimanaleVita sarebbero spariti (mancherebbero all'appello 66 milioni di euro) e soprattutto il futuro di San Giuliano. La gente aspetta notizie certe sulla ricostruzione ma chiede anche progetti per lo sviluppo. «Io non sono il responsabile della ricostruzione» - dice il capo della protezione civile Guido Bertolaso all'incontro promosso dal comitato delle vittime della scuola, sabato sera nella sala consiliare - «ma non è vero che dopo un anno non si è fatto niente. C'è un lavoro oscuro, silenzioso che è stato fatto. Di questo lavoro manca la parte visibile».
Il lavoro «oscuro», che secondo il lapsus di Bertolaso è stato fatto, è di cruciale importanza e riguarda il tipo di paese che si vuole ricostruire. Come sarà lo ha lasciato spiegare al sindaco Borrelli, che in un altro incontro, convocato un po' in sordina lunedì pomeriggio al comune, lo ha esposto ai rappresentanti della Consulta locale. San Giuliano verrà ricostruito sostanzialmente là dove si trova adesso. Il progetto è pronto e lo ha firmato Giancarlo Ragazzi, l'architetto di Milano 2 imposto al sindaco da Berlusconi e che lo stesso Borrelli evita di enunciare. «Siamo in dirittura d'arrivo» - esordisce annunciando l'intesa raggiunta tra comune, regione Molise e Provveditorato alle opere pubbliche, l'ente attuatore della ricostruzione. «Il principio del piano, aperto a eventuali integrazioni, non lascia spazio a discriminazioni. Tutti i cittadini riavranno una casa, chi nuova chi ristrutturata. La ricostruzione sarà complessa e ci vorranno non meno di tre, quattro anni. Bisogna rifare tutto, dalla rete fognaria alle reti elettriche - per queste ultime si pensa a fonti pulite. In alcune aree, dalla scuola crollata in giù, non si potrà ricostruire, lo sconsigliano le indagini sismiche effettuate dalla protezione civile. Le strutture che c'erano saranno delocalizzate».
La scuola Jovine sarà spostata sopra al paese, vicino al palazzetto dello sport, accanto al quale sarà costruito anche un centro polifunzionale. Nell'area della scuola nascerà un monumento alla memoria dei bambini. Sullo stesso lato, in un'ampia area, sorgerà la zona belvedere. E poi nuove piazze e nuove strade per una diversa viabilità. «Il paese non subirà stravolgimenti», spiega ancora Borrelli, che vorrebbe far partire la ricostruzione «subito, entro novembre».
C'è però il problema dei fondi. Attualmente nelle casse della regione ci sarebbero disponibili un'ottantina di miliardi di vecchie lire, quelli stanziati dal governo con la finanziaria dell'anno scorso. Per la ricostruzione completa di San Giuliano ne occorrono dieci volte tanto. «Spendiamo intanto i soldi che ci sono» - taglia secco Bertolaso - «gli altri arriveranno. Proprio l'altra sera ho incontrato il presidente Berlusconi e mi ha promesso che i soldi per San Giuliano si troveranno».
Dice George W. Bush che non capisce chi dubita. Nega di essere sorpreso dai livelli e dal perdurare della violenza in Iraq. È appena tornato dall’Asia, dove in un discorso a Manila aveva introdotto una nuova analogia storica - dopo quelle sulla guerra per non cedere a Saddam-Hitler come le democrazie a Monaco - sulla ricostruzione felice come nel Giappone e nella Germania del dopoguerra, sul nuovo Piano Marshall pagato stavolta dagli altri.
Iraq come le Filippine. «La democrazia ha sempre i suoi scettici. Alcuni dicono oggi che la cultura del Medio Oriente non sopporta le istituzioni della democrazia. Gli stessi dubbi si rivelarono erronei sessant'anni fa, quando la Repubblica delle Filippine divenne la prima democrazia in Asia» ha detto. Qualcuno gli ha fatto notare che il paragone non è così confortante come appare. Tra la cessione agli Usa e la fine di tre secoli di dominio spagnolo nel 1898 e l'indipendenza nel 1946 c'erano stati 48 anni di guerriglia e massacri, 44 anni di difficile occupazione americana. Finché si accorsero che l'occupazione giapponese era peggiore di quella Usa.
Ne parla Max Boot, un neo-conservatore doc, nel suo libro sulle Guerre selvagge della pace. Avevano invaso le Filippine e preso Manila quasi senza colpo ferire. Poi cominciarono i guai. «Malgrado i generali Usa, uno dopo l'altro, proclamassero la vittoria a portata di mano, i soldati americani continuarono a morire nelle imboscate, continuarono e venire tagliate le linee del telegrafo, ad essere attaccati i convogli militari. Tre anni e mezzo dopo il bilancio era di 4.234 morti, 2818 feriti tra le forze occupanti. Secondo le stime dell'Us Army, c'erano state 200.000 vittime tra guerriglieri e civili filippini. «Agli Stati uniti e alle Filippine» il britannico Rudyard Kipling, che pure cantava l'imperialismo, dedicò l'angosciato poema sul «Fardello dell'uomo bianco». L'americano Mark Twain ne fece invece un esempio delle catastrofi dell'imperialismo incompetente. «Siamo finiti in un pasticcio, un pantano in cui ogni nuovo passo rende immensamente più difficile districarsene. Vorrei proprio vedere cosa ne caveremo e cosa porterà alla nostra nazione», scrisse. Nel saggio «Alla persona che siede al buio», immaginò cosa dovevano pensare i filippini: «Ci devono essere due Americhe: una che libera lo schiavo oppresso, e una che allontana la nuova libertà da lui, ci attacca briga e lo uccide sulla propria terra». Per portare ordine e civiltà avevano fatto ricorso a tutto il campionario che si sarebbe ripetuto nei molti Vietnam successivi: terra bruciata attorno ai guerriglieri, villaggi incendiati e saccheggiati, torture, deportazione forzata di intere popolazioni in «zone protette», fucilazione di chi si azzardasse ad uscirne senza lasciapassare. «Mi sono inginocchiato e ho pregato Dio onnipotente perché ci guidasse... Non avevamo altra scelta che educare i filippini, risollevarli, civilizzarli e cristianizzarli», disse l'allora presidente William McKinley. Un secolo dopo, la guerriglia islamica moro, lungi dall'essere «benevolmente assimilata», offre una delle principali basi ad Al Qaeda nella regione dagli quei libri così fragili.
Certo Bush non intendeva dire che auspica che finisca come nelle Filippine, la tragedia continui per un altro mezzo secolo. Nessuno può augurarselo. E nemmeno fare agli iracheni quello che avevano fatto a filippini e vietnamiti. Anche se ieri ha dichiarato che il vero «pericolo in Iraq è che qualcuno crede che siamo molli, che la volontà degli Stati Uniti può essere scossa dai suicidi», insomma che la soluzione sarebbe essere un po' più duri e cattivi. Ma l'uso incauto delle analogie storiche fa temere che non abbiano ripassato bene la storia. E nemmeno le altre discipline. Sono andati in Iraq senza la minima idea di cosa fosse, quanto fosse complicato, cosa li poteva aspettare. MacArthur aveva al seguito molti che parlavano giapponese, a Baghdad gli mancano persino gli interpreti. Non sono i soliti «antiamericani» a rimproverarglielo. Le accuse più pesanti in questo senso all'attuale amministrazione Usa sono venute da esponenti del puro establishment, come lo storico Arthur Schlesinger.
Il giudizio più duro che abbiamo letto quello del columnist del New York Times Paul Krugman, secondo il quale «l'ignoranza di Bush potrebbe riflettere la sua mancanza di curiosità». «Il miglior modo di avere notizie è averle da fonti obiettive. Le mie fonti più obiettive sono i miei collaboratori», lo cita. Rumsfeld, Wolfowitz, Cheney? «Imperatore, vestiti», il commento in due sole parole.
Hanno ignorato i consigli degli «amici» come Putin, che continua a ripetergli che rischiano di impantanarsi come i sovietici si erano impantanati in Afghanistan, dopo un'invasione lampo durata poche ore e un'occupazione incubo durata dieci anni. Gli avvertimenti di Jacques Chirac, l'erede di Charles De Gaulle che se n'era dovuto andare dall'Algeria (curioso che poi al Pentagono abbiano deciso di far proiettare agli ufficiali destinati all'Iraq il film sulla Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo). La lezione dei britannici, che l'Iraq lo avevano inventato, messo insieme con le migliori intenzioni e le profonde conoscenze della signora Gertrude Bell, il «cervello» di Lawrence d'Arabia, salvo poi accorgersi che tenere sotto controllo il labirinto etnico e tribale era molto più difficile e sanguinoso che conquistarlo ai turchi. La differenza tra «liberazione» e «occupazione». Ma soprattutto, cosa molto più grave, la propria stessa storia.
L'analogia tabù resta il Vietnam. E non perché a Baghdad possa finire come a Saigon. E il deserto trasformarsi in giungla. Perché, come ebbe a scrivere un membro del Consiglio di sicurezza nazionale tra 1961 e 1967 «in primo luogo al governo americano mancava qualsiasi conoscenza del Vietnam e dell'Indocina». Non avevano la minima idea di cosa fosse per loro il «nazionalismo», non sapevano che i vietnamiti avevano combattuto i cinesi per 1500 anni, o che la guerra ai francesi era iniziata il secolo prima. E ne uscirono con le ossa rotte, non tanto perché avessero «storicamente» ragione i loro avversari, o questi fossero militarmente più capaci, o perché i generali si affrettavano a dichiarare vittoria quando già avevano perso (il primo articolo di giornale che ricordo, letto da bambino, spiegava come col piano dei villaggi fortificati avessero sgominato il vietcong), ma semplicemente perché non avevano idea di dove si trovavano.
Lunedì 27 ottobre mi sveglio e mi accorgo che la casa è senza elettricità. Con tutta probabilità, come ho avuto modo di verificare, mancava già dalla notte prima. Capisco in fretta che non dipende da un corto circuito interno, ma dal nuovo contatore elettronico fornito dall’ENEL: per una qualche ragione non funziona più ed impedisce di erogare normalmente energia (i contatori dei vicini, invece, funzionano).
A questo punto (erano le 7.30 di mattina) chiamo il numero verde 800900800 per segnalare il guasto. Mi risponde un messaggio automatico, alla fine del quale, dopo aver seguito le indicazioni, mi viene chiesto di attendere in linea. Attendo, fino al punto in cui, un altro messaggio mi suggerisce, per “motivi tecnici”, di riprovare più tardi. Ne approfitto per sfruttare il mio portatile alimentato a batteria e spedisco un messaggio dal sito www.prontoenel.it. Alle 08.00 circa mi telefona un funzionario dell’Enel, al quale spiego il problema e mi dice che provvederà lui a segnalare il guasto. Dopo circa 10 minuti, lo stesso funzionario mi richiama dicendomi che dovevo in ogni caso segnalare al numero verde il guasto perché, in sostanza, lui non poteva garantire il buon esito della segnalazione. Ma non ha detto di essere un funzionario dell’Enel?!? Perplesso, per tutta la mattina ed il pomeriggio provo senza sosta a contattare l’operatore, senza riuscirvi.
Solo alle 17.00 circa riesco finalmente a parlare con un innervosito operatore che mi lascia, tanto per cambiare, in attesa e sento in sottofondo tutta una lunga discussione di questo signore con altre persone. Finalmente si degna di riservarmi qualche minuto e gli spiego il problema, con calma ed educazione. Mi chiede, come prima cosa, se avevo provato a staccare i fili sotto il contatore. Gli rispondo che avevo staccato l’interruttore generale, ma mi dice che non basta. Senza farla lunga, chiudo la conversazione e, armato di cacciaviti, esco di casa per fare anche questo tentativo. Risultato: come già previsto, è il contatore elettronico ad essere guasto, senza dubbi.
Riprovo allora a contattare l’operatore e, dopo altri 30 minuti, dal call center mi risponde la stessa persona di prima e penso che alla fine o è una coincidenza incredibile o quel call center è formato da una sola persona (o al massimo due). Questa volta mi innervosisco perché quel signore, mi spiega che dovevo digitare il numero “1” sul telefono: ma se era dalle 7.30 di mattina che pigiavo su quel dannato numero “1”! Dopo avergli dato indirizzo e numero di telefono, chiudo la telefonata e nel giro di 15 minuti arrivano due operai dell’Enel che mi sostituiscono il contatore.
Prima della privatizzazione avrei chiamato direttamente il punto operativo più vicino alla mia residenza e con tutta probabilità mi avrebbero sostituito il contatore in mattinata. Logico, semplice ed efficace. Ora, invece, non potendo fare altro, sono stato costretto a chiamare un numero verde che non risponde mai, senza avere alcuna alternativa, essendo solo gli operai dell’Enel autorizzati a sostituire il contatore in questione. Mi domando: ma l’elettricità è o non è un servizio essenziale? Ed il pronto intervento è un diritto o una concessione legata alla buona sorte che si deve sperare di avere chiamando un inefficiente (eufemismo) numero verde?
Dall’Enel nemmeno un segno di rammarico o scuse, ovviamente. Ecco, se si privatizzano così i servizi che funzionano questo è il risultato che dobbiamo attenderci. E, se penso ad al diritto alla salute o a quello all’istruzione, non è certo un bel futuro. Anche questa esperienza personale lo dimostra pienamente.
L’idea è stata di Stella: lo giuro; insieme l’abbiamo elaborata e definita nei dettagli.
La settimana scorsa Massimo Vignale, nostro compagno di liceo, noto ai più come il Vigna, le ha telefonato come è sua abitudine quando è a Roma. Stella ha organizzato un incontro a casa sua scegliendo una notte in cui il marito fosse di guardia in ospedale. Dice che l’idea dello scherzo le è venuta nel momento in cui lo invitava. Dopo avergli detto che ci sarei stata anche io, ha aggiunto: “Lo sai che non sono pettegola, Massimo”, e il fatto che Stella lo avesse chiamato per nome doveva già metterlo in allarme che qualcosa d’insolito stava per accadere, “ma Alice è cambiata”.
“In che senso?” Ha chiesto lui.
“Devi incontrarla per renderti conto: è inutile che stia qui a descriverla”. Non poteva spiegargli nulla: perché ancora non sapeva come sarei cambiata.
Sono dieci anni che non vedo il Vigna: quando io vado a casa di Stella: lui non è a Roma o ha un altro impegno.
Il Vigna è stato mio compagno di banco per due anni. Era un adolescente scontroso, che passava tutti i pomeriggi al cinema con conseguente rendimento scolastico appena sufficiente. Viveva in una casa antica in cui c’era una libreria immensa ereditata dal nonno e in cui potevo prendere in prestito tutti i libri che volevo. Non ha mai avuto una donna fino all’ultimo anno di liceo e quindi era sempre in uno stato di perenne eccitazione che cercava, senza riuscirci, di mascherare . Io e Stella lo torturavamo parecchio a causa della sua solitudine amorosa, però poi facevamo penitenza ascoltando, senza interrompere, il racconto con relativa critica dell’ultimo pesantissimo film che si era visto. Tutti si sarebbero aspettati che il Vigna, finito il liceo, iniziasse a scrivere su riviste di cinema e poi diventasse un importante critico, e invece no: il Vigna fa il dirigente in una grande multinazionale e pare che sia anche soddisfatto.
Quando arrivo da Stella, ho una borsa in cui c’è: una parrucca affittata di capelli lunghi biondo accecante , unghie di plastica laccate di rosso, un vestito nero con spacco laterale che insinua il dubbio che sia scucito e calze a rete . Stella ha rimediato, non so da chi, un paio di scarpe numero 36 con 12 centimetri di tacco, un paio di ciglia finte e collane di bigiotteria che sembrano vere. Disponiamo le cose sul letto. Betty, sua figlia, ci chiede se stiamo preparando un vestito da strega. Stella le dice molto seria “Su, su, che la mamma deve occuparsi di una faccenda importante, anzi per stasera ti do il permesso di non lavarti i denti”.
Spariti i bambini nei loro letti, comincio a truccarmi. Stasera sarò una donna sposata con un olandese proprietario di una fabbrica di birra, in procinto di chiedere il terzo divorzio. Nel mio passato ci sono due mariti, due figli e due assegni di mantenimento cospicui e sto lottando per ottenerne un altro.
“Le unghie non me le attacco: si capisce che sono finte”. Dico davanti allo specchio.
“Ma figurati se nota un particolare del genere! E poi anche se non sembrano le tue, che importanza ha? Fanno parte del personaggio”.
Quando sono pronta, continuo a non essere convinta e dico: “senti: io mi tolgo un po’ di trucco e anche le scarpe e guarda questo spacco…”
“Ma che ti vergogni del Vigna? Oh! Stiamo parlando del Vigna…”risponde lei.
Già il Vigna non è un uomo, non per noi, è il nostro compagno del liceo. E noi non siamo donne, non per lui, siamo le sue compagne di scuola che a volte gli fanno qualche scherzo. E poi c’è il colpo di scena finale. Il Vigna è un igienista: non ha mai bevuto, fumato, né fatto un tiro ad una canna. Nel domopak argentato discutiamo su cosa simuli meglio la coca tra la farina e lo zucchero. Decidiamo per la farina, ci sembra quella che più simile e se siamo incerte noi su quale sia la consistenza della cocaina, figuriamoci se la può riconoscere il Vigna.
Quando suona il campanello, io mi faccio trovare in piedi vicino alla poltrona: ho paura di cadere dalle scarpe. Farò qualche passo per salutarlo e poi tornerò alla mia posto. Lui abbraccia Stella e poi si volge verso di me. Comincia con un: “Non ci posso cre…” Si blocca, mi guarda senza parlare, mentre un sorriso rigido appare sulla sua faccia olivastra. Sono io che mi avvicino, ridacchiando, mentre vorrei ridere piegata in due, e dico: “E a me? Nessun bacio, Vigna?”
Esce dall’apnea e balbetta: “Tu… Tu…Tu…”
“Segnale di occupato, Vigna?” dice Stella ridendo.
“ No è che…”
Non riesce a uscire dalla confusione, gli do un bacio sulla guancia e dico: “sediamoci Vigna”.
“Si, sedetevi” dice Stella. “Vi porto qualcosa da bere”.
Vigna beve un bicchierone di succo tropicale, senza prendere fiato, io e Stella sorseggiamo del vino bianco, evitando di guardarci.
“Avevi sete, accidenti!” Stella chiude ogni frase che pronuncia con una risata .
Io devo lanciarmi al più presto nel discorso che mi sono preparata altrimenti finisco col tradirmi.
“Mi trovi diversa?” Chiedo, molto seria, guardandolo fisso negli occhi.
”Si, Alice, moltissimo”
“Invecchiata? Più brutta?”
”No. E’ che tu…tu…”
“Ma stasera fanno la manutenzione alla linea telefonica?” Dice Stella
“Come? Che c’entra il telefono?” Chiede il Vigna perplesso.
“Non gli badare: lo sai che a Stella piace scherzare”.
”Comunque Alice, sembri un’altra persona! Se c’incrociavamo per strada non ti avrei riconosciuta”.
“Eh lo so, si cambia”
“Eh si, si cresce” dice Stella fissandomi i tacchi.
“Ognuno ha le sue sfortune d’amore: tu ti sei tolto il pensiero all’inizio, senza neanche soffrire tanto perché non avevi nessuno, a me è capitato dopo: sto per lasciare il mio terzo marito”.
“E perché?” Chiede lui
“Passa troppo tempo al pub e poi è manesco”.
“Oddio Ali, mi dispiace.”
“A me no, Vigna, affatto. A dire il vero sono io che cerco di provocarlo quando ha bevuto”.
“Ti piace essere picchiata?”
“No, ma investo per il futuro. Dopo mi fotografo con l’autoscatto, mi faccio uscire un po’ di sangue dalle labbra e vado alla polizia”.
“Perché? “Guarda Stella sconcertato e lei annuisce seria.
“Perché voglio i suoi soldi, Massimo. Voglio metà della sua fabbrichetta! Ho due figli, io”.
“Non ricevi l’assegno di mantenimento per i bambini?
“Si, ma i figli costano, Massimo. Per i figli si vuole sempre di più. Io butto il sangue per loro, perché voglio farli crescere felici”.
“Non ti riconosco proprio:dici cose ciniche. E quelle unghie così lunghe con lo smalto rosso: non hai mai portato smalti colorati.
“Queste unghie, e metto le mani ad artiglio, servono per mangiare meglio”.
Però accade che le agito troppo e l’unghia del mignolo si scolla e cade sul tappeto. Lui non la vede e io ci poso un piede sopra.
"Raccontale di te" gli dice Stella.
“Sono cambiato anche io, penso, anche se non sembrerebbe. Certo non come te. Non ho una moglie, solo qualche donna di passaggio e poi la passione del cinema: quella non l’ho perduta. Ho allestito una piccola sala cinematografica in una stanza della casa. Vedo film che non girano su circuiti pubblici con degli amici che amano il cinema come me”.
E si accende in viso mentre ci parla di un regista armeno che ancora non conosce nessuno, ma che presto salirà le vette del successo.
“Ma basta! Tiriamoci un po’ su! Ho io quello che ci serve”. Stella scompare in cucina.
Ritorna con il pacchetto argentato. Lo appoggia sul tavolo che c’è davanti a noi. Vigna lo fissa senza parlare.
“Vigna, senti, non è che avresti qualcuno da presentarmi quando torno a Roma? Un dirigente amico tuo potrebbe andar bene: mi sentirò sola e dovrò colmare il vuoto della solitudine”
“Non so, Ali, al momento non mi viene in mente nessuno”. Dimentica il pacchetto che Stella non riesce ad aprire e torna a guardarmi.
“Non ci posso credere: la Visconti che si è trasformata in un’arrampicatrice sociale!”
“Vigna: mi offendi!” Però non riesco ad essere indignata e continuo così: “forse hai ragione. Sono diventata quello che non avrei mai pensato”.
Finalmente Stella riesce ad aprire la carta e la polverina bianca appare.
Una sniffatina? Chiede al Vigna.
Lui, la guarda sbigottito e dice: Tu sniffi e tuo marito lo sa?
“Eh, quante domande! Ma sei ancora salutista. Io e Alice, invece, facciamo una sniffatina per movimentare la serata”.
“Ne farei una anche io, ma non di questa”. Ne prende un pizzico tra l’indice il pollice, l’annusa, l’assaggia. Poi dice: “credevo fosse borotalco, invece è farina. Ragazze: vi hanno truffato!”
“E tu come fai a saperlo?” chiedo io.
“Io? Come pensate che mi sia pagato la sala cinematografica?”
“Non lo so: come?“ Chiede Stella.
Spaccio. Secondo lavoro, molto più redditizio del primo.
Bene, dice Stella un po’ risentita: Bei compagni di scuola che mi ritrovo: “un’arrampicatrice, uno spacciatore…”
“Hai ragione,” continua lui pensieroso, poi scatta in piedi, si avvicina a Stella, la prende per la vita e comincia a ridere, ridere. La sua risata è senza fine.
Perché ridi? Dice Stella con aria offesa. “E togli queste mani”.
“Già, non mi sembra che sia divertente questa faccenda.” Dico io.
“I rotolini di ciccia ci sono ancora, anzi se ne è aggiunto anche qualcuno nuovo”.
E tu? Dice rivolto a me.
Io?
Togliti la parrucca e vai a cambiarti!
E ride, ride, piegato in due. Siete proprio le solite sceme.
Vigna come hai fatto a capire?
Vigna perché conosci la coca?
Lui ride disteso sul divano. Con la mano fa cenno di aspettare. Riprende fiato, poi dice:”Vi avevo accennato che sono cambiato, ora vi spiego perché riconosco la cocaina”.
Ma questo è un segreto che appartiene a Massimo Vignale e non sarà scritto qui.
E noi…Noi siamo proprio come eravamo, a parte il Vigna che è si è fatto più furbo.
Da amare con le mani, con gli occhi, con lo stupore, l'entusiasmo ed il sorriso. Da amare nella carne e nel quotidiano, nei sogni e nell'eternità fuori dal tempo. Un uomo da sentire addosso e da cercare dentro, da sapere presente e da lasciare andare libero. Un uomo da accogliere e guardare, da scoprire e da toccare. Da amare con il desiderio e la malizia, con la fantasia del gioco e con la profondità dell'anima.
Ieri siamo usciti con Linda per una bicchierata d’addio. Linda è stata la nostra office administrator per quattro anni. Mi dispiace che se ne vada anche perché lei era l’unica in grado di tenere testa al panzone aka il nuovo manager. Talmente in grado di tenere testa che i due si sono già presi a capocciate e il commiato che il panzone ha riservato alla Linda era sulle note di: “Tu non vali niente, ringrazia la ditta che t’ha pagato uno stipendio e via così”.
Panzone maledetto.
Panzone maledetto ci rende la vita impossibile. Anche per scoreggiare devi compilare un foglio in triplice copia e sperare che il panzone ti dia il permesso di petare. E pensare che panzone era uno di noi, uno che fino all’altro giorno stava nell’ufficio di Bristol a fare il senior translator succube di Andrew.
Adesso è arrivato qui ebbro del copioso sudore che emette ad intervalli regolari a spadroneggiare.
In questo ufficio, proprio qui dove il motto era “Anarchia lascia che sia” dove la gente andava in giro scalza, andava in vacanza quasi senza avvertire il management, dove i cazzi tuoi erano gli stracazzi tuoi, dove la Ingrid appendeva il cambio della palestra in pieno stile Bella Napoli, dove io appendevo il cambio della piscina, dove nelle foto ai muri c’era sembra gente che non c’entrava un cazzo, “Ma questa di che team è?” “No questa è la mia amica Annalisa, era in visita” “E come mai è anche in queste altre foto” “No è che viene spesso, la conoscono, telefona spesso, il tedesco sa anche fare la sua imitazione, insomma entra nelle foto” “E questa?” “No questa invece è amica dell’Ingrid”
Insomma il nostro regno. Il nostro regno è stato usurpato da un panzone malefico.
L’altro giorno la nuova amministratrice deve avere riferito al panza di un mio mini psicodramma. Una mia routine, niente di grave, un piccolo momento Isadora Duncan in cui sembrava che stessi per perire sotto il peso di dolori cosmici.
Insomma l’amministratrice deve avere detto al panza una roba del tipo guarda che l’italiana c’ha grossa crisi. Il panza allora per dimostrare a me, al mondo e ai suoi genitori che probabilmente da piccolo lo dimenticavano al supermercato, che lui sa risolvere ogni problema, mi ha brancato in cucina, tutto sudato al solito e mi ha fatto un abbozzo di discorso, “Macchecciai, tuttobene, nunteabbattere”
Il momento Kodak mi ha schifato alquanto anche perché il panzone non è un bel vedere e il pensiero che sono il giorno prima mi aveva dato della decerebrata non rendeva la chiacchierata piacevole.
La cosa più triste è che per tutto il tempo il panzone mi guardava le tette, ogni tanto tirava su gli occhi, ma il più delle volte puntava proprio lì.
Io per bilanciare la cosa mi abbassavo, piegando le ginocchia. Senza risultato.
Finito l’accorato discorso alle mie tette, il panza se n’è andato a spadroneggiare altrove.
Panzone malefico.
RIFLESSIONE (del 25/10/2003)
Ma per anni e anni e anni e anni ho raccontato intimi pensieri, delicate riflessioni, ho messo a nudo i miei segreti, le mie tranve, i miei traumi, le mie storie d’ammore, di sesso, i miei sogni, vi ho raccontato robe che nemmeno i film dossier di rete quattro vi raccontano. Insomma porca eva mi dovete reagire tutti i massa solo con la storia del PANZONE?
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Ho partecipato alla trasmissione del 14 ottobre del Maurizio Costanzo Show, nonostante la pubblicità credo che sia stata offerta un'immagine molto alterata di me, non è stato possibile rispondere in trasmissione, il gioco mediatico ti impedisce qualsiasi tipo di replica, il messaggio è sempre e comunque quello che vuole il conduttore. L'unico media veramente libero è questo, questa è la mia risposta a Costanzo, vi prego di farla girare a più persone possibile, perché è l'unico modo che ho per rispondere, è un po' lunga ma contiene concetti che è bene trasmettere in ogni caso. Vi abbraccio tutti. Paolo Ares Morelli
Caro Maurizio Costanzo
Mi sono arrabbiato, nonostante la grande pubblicità che ho ottenuto (chissà poi se servirà) perché la sua trasmissione ha dato di me un’immagine effimera, superficiale, meno di una caricatura, perché sono stato giudicato da come apparivo, secondo stereotipi degni del secolo scorso. Sono altro. Vivo delle mie passioni, e soprattutto della mia passione per la scrittura, vivo per scrivere, vorrei che arrivasse il giorno in cui scriverò per vivere, ma non credo che sia molto vicino. E’ stato lei ad offrirmi l’occasione, probabilmente l’occasione più grande della mia vita. Non ambivo ad apparire in televisione, ma semplicemente a presentare il mio libro, a parlare del mio umorismo e della mia storia.
L’apparire per me era funzionale al vendere, niente di più. Non ho mai sognato di lavorare in televisione, faccio talmente tante cose che non riesco neanche a guardarla la televisione…Sono stato invitato alla sua trasmissione, una redattrice ha scelto il mio libro, una persona che di mestiere sceglie libri, ha scelto il mio, non c’era la mia fotografia sul libro, mi ha scelto per la mia capacità di comunicare attraverso la scrittura, sono stato onorato di questo, non riuscivo a credere che avrei partecipato alla sua trasmissione.
Non mi sono sentito un vip, non mi sentirò mai un vip, neanche se vendessi un milione di copie. Solitamente ho una buona capacità di comunicare con ironia, attraverso le battute, è stato così quando ho partecipato ad una trasmissione di una rete locale, o quando ho presentato dal vivo i miei libri, così ho pensato di sfruttare questa ulteriore capacità comunicativa per cercare di pubblicizzare il mio lavoro. In Italia non si legge, vendono soltanto coloro che appaiono in televisione, è una regola bastarda, ma è la regola. Dovevo tentare di arrivare ad una qualche trasmissione, non pretendevo di arrivare alla sua, così importante e impegnativa, ma tant’è che la sua redattrice mi ha invitato.
Ero al settimo cielo, il mio libro “Se la ragazza ti pianta!” avrebbe avuto un impatto mediatico incredibile. Poi sono stato catapultato al Parioli, nella frenesia della trasmissione…lei mi ha visto e ha deciso che ero troppo carino per essere semplicemente uno scrittore, una persona che desidera dividere la sua anima con il resto del mondo, ha deciso che se fossi stato uno scrittore non avrei messo in mostra i muscoli. Eppure mi avevano detto di essere me stesso, mi sono vestito come mi vesto di solito, ma lei mi ha scambiato ugualmente per un aspirante attore, per una persona che finge, e per me, che odio l’ipocrisia, che combatto la cultura dell’immagine, è l’offesa più grande, io non fingo, sono così!
Da cosa nasce il suo pregiudizio nei miei confronti o nei confronti dei giovani che cercano di sopravvivere a un mondo che ha poco da offrire? Lei mi ha giudicato troppo bello per essere uno sfigato, non le è passato per la mente che ci sono anche persone troppo sfigate per essere belle (e poi diciamocelo sinceramente, la maggior parte dei complimenti sul mio aspetto che ho ricevuto nella vita me li ha fatti lei in trasmissione). E poi uno scrittore non può essere bello? La sua anima non può essere graffiata?
Ma credo che lei che parla di graffi dell’anima sia abituato a stare con persone che l’anima ce l’hanno più che altro griffata…Sappia Maurizio che sicuramente non tutti diventeranno belli, ma tutti sono stati almeno una volta brutti, che non esiste anima che non sia stata graffiata. Lei crea e distrugge i personaggi attraverso il più feroce dei qualunquismi, decide che i belli non possono soffrire per amore, domani deciderà che i ricchi non possono soffrire, che i grassi sono buoni o che i bassi sono cattivi.
L’apparenza è tutto, è sinonimo del carattere, questa è forse la televisione? Uno strumento mediatico che non ha mai abbandonato le teorie lombrosiane? Il pubblico è dalla sua parte…come potrebbe essere altrimenti, è un pubblico che vive soltanto nella speranza di essere inquadrato, che vive per quell’attimo di celebrità, che non può contraddirla, perché è lei che decide dove andrà la telecamera. Io avrei fatto a meno della celebrità, per me sarebbe stato sufficiente che fosse inquadrata la copertina del mio libro, sono solo uno scrittore e lo sarò per sempre anche se non vendessi neanche una copia.
Lei il mio libro non lo ha letto e pensava che si trattasse di un autobiografia, io sono stato piantato tantissime volte, ma non ho scritto una mia biografia, ma un romanzo, ho raccolto esperienze varie, ho cercato di scherzare con problemi che di solito fanno soffrire più delle malattie, avrei voluto mostrare il lato grottesco di determinate sofferenze, insegnare a riderne, così come avevo imparato a fare io mentre scrivevo. Ho scritto in un momento di grande dolore, ho scritto battute, perché nel momento in cui si soffre, sdrammatizzare è la cosa più utile che si possa fare, bisognerebbe imparare a ridere dei propri guai, sarebbe più facile sopportarli, il fatto è che la maggior parte delle persone preferisce ridere dei problemi degli altri.
Ma le assicuro che ho passato momenti peggiori, ho anche scritto un libro sui suicidi, probabilmente non lo presenterò mai nella sua trasmissione, probabilmente in nessuna trasmissione, ma se le capiterà di trovarlo, lo legga, forse si renderà conto che almeno una volta nella vita ha giudicato una persona soltanto dalla sua immagine esteriore (ma probabilmente molte di più), senza neanche voler scoprire chi fosse in realtà, almeno una volta nella vita è stato superficiale.
Leggo almeno cinque libri la settimana oltre ad andare in palestra, se devo escludere qualcosa, escludo la televisione, la cura dello spirito è importante, ma lo è anche quella del corpo, aiuta ad essere sani a scaricarsi a prevenire malattie, non credo che sia una pubblicità progresso quella che accusa i ragazzi di passare troppo tempo in palestra (anche perché non è vero che lo fanno), forse sarebbe meglio avvertirli di non passare troppo tempo davanti alla playstation, sarebbe più utile e salutare.
Lei mi ha visto palestrato e mi ha classificato, giudicato, stigmatizzato. Ha dimenticato che Platone si chiamava in realtà Aristocle e che Platone significa “spalluto”, no, non capisca male, niente paragoni irriguardosi, voglio soltanto dirle che non esiste nessuna regola che imponga che l’intellettuale debba essere necessariamente rachitico, o brutto e che nell’antica Grecia tutti gli intellettuali erano degli atleti. Oggi c’è un pregiudizio: l’artista, l’intellettuale non possono essere in forma.
Ho trent’anni, ho sofferto per le donne, ho sofferto perché non trovavo lavoro, ho sofferto perché ho perso persone care, e ho sofferto per mille altri motivi che non ho il cuore di raccontare qui; ma ho tanta voglia di ridere e di trasmettere al mondo la capacità di sdrammatizzare ogni tipo di problema, non ho potuto dirlo verbalmente, spero di vendere abbastanza per poterlo dire attraverso ciò che mi riesce meglio, la scrittura…Ma se lei ha tanta paura del fatto che in molti si presentino in televisione soltanto per apparire, per mostrarsi, per ambire ad entrare nel mondo dello spettacolo, si chieda anche di chi è la colpa, forse la mia? Io sono come sono.
E’ la televisione che ha creato un’immagine paradisiaca della vita di chi lavora al suo interno, che ha offerto possibilità a chi non sapeva fare niente, a chi non aveva niente da dire, che si è nutrita di immagini, che ha creato illusioni…i ragazzi si trovano di fronte alle vicissitudini della vita, a non trovare lavoro nonostante titoli ed esperienza e vedono altri che senza saper fare niente hanno comunque trovato il modo di vivere egregiamente. Se lei ha paura che qualcuno sfrutti la sua trasmissione soltanto per mostrarsi, smetta di invitare coloro che lo fanno davvero, si dia più spazio ai pensieri e meno all’esteriorità, e non si lasci ingannare da nessun tipo di apparenza, sia essa accattivante o repellente…il razzismo nei confronti dei razzisti è comunque razzismo. Cari saluti.>>
Pubblicare un libro (Considerazioni semiserie) -------------------------
Nota del curatore del sito blogoltre.it:A causa delle continue invasioni degli spammer nei commenti con pubblicità a siti pornografici sono costretto a chiudere la vecchia sezione dei commenti. Chi volesse potrà contininuare a scrivere utilizzando il link alternativo dei commenti. Grazie!
Pubblicare un libro in Italia sembra semplice ed invece pare sia tutt'altro che facile. Girando tra gli scaffali delle librerie ci si convince della facilità, della pubblicazione, perchè fin troppo spesso si notano opere insipide, tagliate facili o di debole carattere: la realtà invece inganna e se alcuni gridano allo scandalo delle raccomandazioni
"È un'impresa impossibile, anche se avete scritto qualcosa di dignitosissimo. Al sistema editoriale accedono solo gli amici degli amici, i nipoti, i già noti, ora i comici TV, ma tanti potenziali esordienti sbattono contro un muro, salvo pubblicare a proprie spese" (Corrado Sevardi)
altri giustificano l'ingolfamento dell'indotto editoriale con teorie di marketing che lasciano l'amaro in bocca ed il portafogli dimagrito. Altri ancora invece saltano immediatamente al passo successivo, criticando la distribuzione, poichè pare che il vero problema non stia tanto nell'essere pubblicati, quanto nell'essere realmente presenti nelle librerie.
Le opere più difficili da imporre sembrano essere proprio quelle di narrativa, forse perchè siamo tutti un po' scrittori e siccome la narrativa è ciò che esce con maggiore spontaneità dalle dita, tra gli editori aleggia una certa diffidenza, nonché una generalizzata e velata assuefazione alle migliaia di pagine di "nuova letteratura nazionale". Come dar loro torto? Puntare su un autore sconosciuto è sempre un rischio, una specie di scommessa col fato, un salto nel buio, e i soldi investiti sono soldi. Sebbene l'opera possa poggiare su basi linguistiche solide ed una serie di idee originali, rimane sempre un mistero come risponderà il mercato - eccezion fatta per certi prodotti di massa, di tormentoni o di richieste specifiche del momento.
Resta però indiscutibilmente vero che un autore dovrebbe portare avanti unicamente i progetti in cui crede - per coerenza etica e per completezza e gratificazione personali - a prescindere dal mercato e dalle sue mode ed indipendentemente da come, un giorno o forse mai, il pubblico si accorgerà di lui.
Qualità o quantità? Domanda sciocca, poichè ovviamente si preferisce un giusto ed equo miscuglio dei due ingredienti, sia per chi scrive che per chi propone letture.
Chi è riuscito a pubblicare ben conosce le diffioltà burocratiche, logistiche e finanziarie del mercato editoriale italiano - molto più di chi da anni tenta di farsi conoscere e ha raccolto solo "no" oppure opzioni di pubblicazione autofinanziata.
Molti autori restano delusi, ingannati dalle false promesse di un circuito editoriale congestionato, impoveriti di prospettive, e non è raro trovare chi preferisce tenere tutto dentro al proprio cassetto conservandolo per i posteri (per le scoperte a posteriori che per esempio tanto hanno dato alla figura di Kafka) e difendendolo dallo svilimento degli attestati dei vari concorsi o dagli abbracci bramosi di scaffali che tutto sembrano inghiottire ma che poco rilasciano ai lettori.
Allora che fare?
Per gli autori un consiglio semplicissimo: scrivere, scrivere e scrivere, senza scoraggiarsi, farlo perchè non si può farne a meno, perchè si ama farlo. Poi proporsi, senza paura, senza troppe aspettative. Volendo portare un esempio patetico - perdonate l'ardimentosa metafora - nel medioevo i più abili e forti cavalieri erano coloro che non temevano la morte, erano coloro ai quali, credendo fermamente nelle proprie forze, non faceva alcuna differenza restar vivi o morire. Lo scrittore dovrebbe essere altrettanto audace, non nel corpo ovviamente, bensì nell'animo, nelle idee (anche se alcuni autori - mi perdoneranno per le mie inadeguate considerazioni in merito - considerano la scrittura come carne che trasuda sangue e sentimento, come un prolungamento della proprie membra, inabissandosi nel profondo dell'esistenzialismo più, estremo).
Occorre senza dubbio non temere la stroncatura nè il rifuto, infeltrire l'ego che guida ogni scrittura, che rende vanesio ogni autore, anche nel proprio piccolo. Per una porta che si chiude un'altra è pronta ad aprirsi, scoprendo non solo doti tecniche ma soprattutto umane. la fortuna gioca un ruolo determinante, si sa, ma mai dimenticare che lo scrittore è prima di tutto uomo (donna).
E agli editori che domandare? Quello che tutti domandano, suppongo: pazienza e moderazione, anche davanti agli odori di best-seller, che frutterebbero un bel po' di entrate ma che rappresenterebbero per la letteratura un appuntamento mancato. L'editore - come l'insegnante - conduce non solo battaglie economiche private ma soprattutto percorsi linguistici e culturali che vanno ben oltre la materia, ben oltre le bandiere di partito, ben oltre le paure.
La Terra si fa stretta. Duecento anni fa eravamo un miliardo, oggi siamo piu' di cinque miliardi e mezzo, nel 2050 saremo il doppio, fra un secolo, al ritmo attuale di crescita, su questo pianeta saremo addirittura trenta miliardi di persone.
Ci avviamo dunque verso un pianeta senza frontiere. A fronte di ogni posto-lavoro disponibile in Europa ci sono piu’ di settanta persone in lista d'attesa nella sola fascia dell'Africa mediterranea.
Un movimento di dimensioni bibliche, un'autentica marea nera, e c'e' chi parla addirittura di un "sesto continente" che dal cosidetto terzo mondo si sposta, in cerca di rifugio, verso i paesi industrializzati dove esiste il lavoro ma soprattutto dove ancora valgono certi diritti dell'uomo, la liberta' innanzitutto.
"La societa' di domani - mi ha detto il sociologo Franco Ferrarotti - sara' multietnica e quindi anche multirazziale. Dobbiamo ormai capire che il mondo e' diventato unitario e che l'umanita' e' toccata nello stesso momento da tutto cio' che accade. Dobbiamo ormai capire che il mondo e' diventato unitario. Dobbiamo capire che i gruppi sociali, etnici, gli Stati sono troppo piccoli e devono aprirsi verso gli altri. Soltanto in questa accettazione dell'altro potremo arricchire noi stessi".
Il mondo tuttavia probabilmente non e' ancora pronto a questa idea di universalita'. Ecco perche' avvengono episodi vergognosi come la storia della giovane donna eritrea costretta a lasciare il posto su un autobus a Roma a un bianco.
Quell'autobus e' una metafora: la Terra somiglia sempre piu' a quell'autobus, gremito, soffocante, dove ci si sbrana per quei pochi posti a sedere, dove c'e' la paura che gli altri ci tolgano spazio. Questo e' il nuovo razzismo, non piu' ideologico, ma un razzismo diverso, legato alla lotta per la vita, alla sopravvivenza. Eppure bisogna abituarsi all'idea di vivere insieme.
Mi diceva una volta Kpan Teabbev Simpice, un giovane ingegnere proveniente dalla Costa d'Avorio: "Di solito siamo abituati a vedere le nostre differenze. E le differenze esistono. Ma cerchiamo d'ora in poi di vedere cio' che ci unisce, che ci mette insieme".
Papaveri.
Di un immenso campo.
Rosso d'un fuoco sparso brucia tutto attorno.
Nessun'altra ondulazione ma come lenzuolo distesa il tuo profumo che avvolge il mio corpo.
E' qui che mi accogli. E' qui che ti scopro e che da me ti sei stretta.
Sulla tua fronte, sotto la mia coperta.
Spensieratezza.
Sospesi a scambiarci un respiro in silenzio. Cerchi da dove provengo.
Cammino, in questo giorno.
E al lambire di quella gioia inizia la salita.
Collina ripiena di rami d'ulivi e grani paglierini.
Lieve, di seta.
Una dolce fatica costante al centro di due stelle cadenti.
E' qui che mi prendi. E' qui che ti abbandoni con me nei tuoi giochi.
In mezzo ai tuoi occhi, sotto la mia coperta.
Passo dopo passo sei al mio fianco.
Mi aspetti dopo ogni ritorno e la sera in cima a quel monte le tue mani giocano con le mie rime.
Finito il terreno guardo il cielo: è lì che ancora voglio arrivare.
E tu a cercar per me immaginarie scale, cingermi con le tue braccia da dietro le spalle.
Lo senti il mio cuore come pulsa sotto i tuoi palmi?
Ma l'aria già è fredda. Ripida la discesa in verticale.
La caduta fa male dall'alto del crinale.
Lontana, distante.
Di cobalto cielo che fugge eterno.
E' qui che mi perdi. E' qui che son disperso fuori dal tuo silenzio.
Sotto al tuo naso, sotto la mia coperta.
Non più te. Non più quel che ero convinto fossi me.
Vago nell'attesa senza la tua mano in un nuovo deserto.
Fino a quella duna, bagnata tanto da crederla miraggio.
Raggiunta, il mio cuore si fa coraggio e si abbandona in te come d'amore cinto.
E' qui che mi ritrovi. E' qui che non parlo.
Fra le tue labbra, sotto la mia coperta.
Chiedo scusa per la lunghezza e lo stile imperfetto, ma non ero troppo interessata allo stile. Solo che è da questa estate che la rimurgino e oggi è uscita con tutte queste parole.
Cinquanta e più anni fa mica era facile. O meglio: per la maggior parte delle persone non lo era. Iniziavi da piccola a lavorare, magari ti mandavano a servizio da qualcuno. E mica potevi dire: mi va, non mi va... il padrone (il padrone) mette le mani addosso,frugando fra la carne giovane e impotente. La padrona (la padrona) dà una sberla a ogni errore e intanto ti fa pagare la tua carne e le mani allungate del marito.
Sei lì e sei carne fresca per qualcuno. Che sia carne umana poco importa, ma fa parte dell'ordine delle cose. Lì e in quel momento.
Cambierà, ti dici.
Poi ti capita la fabbrica. La filatura: stanzoni da percorrere avanti e indietro di corsa per far funzionare le macchine. Con il capo che controlla che tutte corriate come si deve, che le macchine non si fermino: su su, sempre più veloci a ingrassare il padrone.
Ma quelle corse diventano pane e qualche volta un pezzo di carne. Si può fare...
Avanti e indietro di corsa e c'è la guerra. Avanti e indietro di corsa anche fuori dalla fabbrica: ogni tanto suona l'allarme. Bombardano un maledetto ponte ferroviario.Scappi con gli altri e stai lì al buio a tenersi caldo fino a che passa.
Si tira avanti però e prima o poi finirà anche la guerra e le cose andranno meglio.
Succede che trovi un ragazzo, ed è pure un bel ragazzo.
Succede che ti sposi e che arrivino due figle.
Succede anche che quella bellezza ti avveleni giorno per giorno e che lui ti attenda il giorno della paga per prendersi i tuoi soldi. Tutti i tuoi soldi di un mese di su e giù di corsa fra le macchine, e se li vada a bere e a giocare. Ed è un bel ragazzo e si fa aiutare a spenderli con un'altra donna. Che non sei tu e che trionfa gira il paese a testa alta. Fra i mormorii delle donne che condannano la puttana ruba mariti, ma anche te che non sai tenertelo stretto. Va avanti così per un po' a recriminazioni e lui ti risponde picchiandoti.
Finisce che non ne puoi più e, siccome non sei di quelle che piangono, ma urlano e strepitano e si incazzano (ed è la ragione per cui, ti dicono le altre, vieni picchiata), lui si stufa e se ne va a cercar fortuna in città.
Hai due figlie e ora sei da sola, un lavoro in una fabbrica che continua a cambiare e neppure un soldo. Comunque sei quella che ha fatto scappare il marito.
A quei tempi funzionava così. L'unica cosa che riesci ad ottenere è che abbiano paura della tua lingua affilata.
Alla fine decidi: mandi le figlie altrove. Non hai scelta. Collegio e parenti. Ed erano i collegi di una volta e con i parenti occorre essere fortunati: una di loro non lo è e te lo riprovererà sempre, arrivando a odiarti fra qualche anno.
Tutto quello che hai viene inviato al collegio per la retta e ai parenti perché accettino meglio il peso di un'altra bocca.
La guerra è finita e ricostruiscono quel maledetto ponte: fra gli operai ne conosci uno. Anche lui bello e con magnifici occhi verdi. Ti capiterà ancora di parlarne e per un attimo ti si vedrà con gli occhi sognanti.
Ti ricorda forse qualche attore del cinema e la bellezza a volte confonde: in due occhi ci infili il riscatto di una vita, in un abbraccio la protezione che speri sia finalmente arrivata. Troppo tardi ti rendi conto che non è così.
E aspetti anche un bambino. Un altro.
Aspetti un bambino da sola negli anni '50. E lui è sposato. Non deve essere una cattiva persona: la moglie ti scrive e ti dice che prenderanno loro il bambino. Non puoi tenerlo ma non puoi neppure lasciarlo. Iniziano anche lì i giri dei vicini e il collegio attende pure lui.
Un giorno ti ricoverano perfino in ospedale: denutrizione. Perché tutti non potete mangiare. I figli hanno sì vestiti usati, giocattoli prestati, mostrati e poi tolti perché destinati ad altri bambini. Però mangiano e stanno al caldo e per un attimo possono sognare che quei giochi siano per loro.
Migliorano le condizioni in fabbrica, l'ultimo figlio inizia a lavorare... entra qualcosina di più. Le altre figlie sono autonome... seguono le proprie strade.
Insomma, pare andare meglio.
La casa è piccola e la finestra dà sul maciapiede e dentro non c'è nulla. Come frigorifero usi il davanzale della finestra: ogni tanto, di notte, qualche ubriaco si apposta lì e piscia dentro.
E tu calcoli quanto su e giù in fabbrica ti è costato quel pezzo di carne.
All'improvviso ti pare che la fortuna si volti: vendono una casa e tu, eliminando anche quello che ti pareva necessario, forse puoi pagarla.
E' la stessa che abiti in questo momento. Solo che ai tempi era un tugurio: una stanzettina minuscola, un bugigattolo fuori per i propri bisogni. Niente acqua calda e niente riscaldamento. Ma gli ubriachi e i cani non ti pisciano più in casa.
E poi sogni. Sogni che finito di pagarla potrai sistemarla. E alla sera chiudere gli occhi su una speranza nel futuro cambia le cose.
Con gli anni accade: un pezzo alla volta il tuo sogno si avvera. Un pezzo alla volta paghi la casa. Un pezzo alla volta inizi a pensare di poterla sistemare.
Ti servono molti anni, perché nel frattempo altre fabbriche chiudono. Arrivi al mattino dopo le ferie e trovi i cancelli chiusi. Il padrone dichiara falimento e tu e gli altri restate fuori. Poco importa che la moglie si presenti al supermercato in pelliccia: i soldi che ti devono non li vedi più. Trovi altre fabbriche dove lavorare e dove andare su e giù fra le macchine.
D'estate, in filatura, di notte perché ti pagano di più. Respirando il cotone che nuota nell'aria e che ti entra dentro con lei.
Ma ce la fai.
Alla fine arriva anche la pensione: i soldi non bastano mai e vai a fare per qualche ora la domestica. Ora le cose sono cambiate: nessun padrone in cerca di carne giovane. Solo qualche signora che ha bisogno di più tempo per perderlo altrove.
Ma va meglio... molto meglio.
Ora la casa ha due stanze in più e il bagno è dentro. Arrivano perfino i caloriferi e ti puoi dimenticare come si carica una stufa a cherosene.
Alla fine ne hai abbastanza anche per non dover lavorare più.
Ed è una manciata di anni che passa tranquillamente. Ti addolcisci perfino.
Riscopri il gusto di uscire senza dover far nulla, girando per vetrine o spettegolando con l'amica.
Ecco, ora stai meglio: ti volgi al passato e ti dici: "Alla fine è andato tutto bene".
Qualche rimpianto sì... ancora pensi ai tuoi figli e a quello che avrebbero potuto fare se...
ma che altro si poteva fare?
O forse neppure guardi più indietro. Hai quasi settantanni oramai: molti persone che conoscevi non ci sono più. I capelli bianchi dei tuoi figli aumentano ogni anno di più. Il tempo corre. In avanti. E tu lo senti scorrere sempre più velocemente.
Ma va tutto bene.
Solo ultimamente ti gira un po' la testa... un po' troppo.
E un giorno ti risvegli in ospedale con tuo figlio accanto che ti dice che non è nulla, che è solo un po' di pressione bassa.
Hai paura... non sei abituata alla malattia.
Forse non ne avevi il tempo.
Tu non sai ancora nulla: due dei tuoi figli hanno capito il tuo percorso e ora pensano che tocchi a loro proteggerti.
Fino a che potranno ti lasceranno aperta la strada perchè tu possa pensare di poterla seguirla da sola e senza paura.
Tuo figlio mi chiama, affranto, e mi dice poche frasi:
Leucemia.
Fulminante.
Due anni di speranza di vita.
E' affranto e sotto choc quasi. Però riesce a dirmi: "Sai, in questo male però c'è qualcosa: mi sono reso conto che devo smetterla di fare il bambino. Ora tocca a me".
Nel giro di 24 ore Israele ha effettuato 5 raid aerei sulla striscia di Gaza, uccidendo 14 palestinesi e ferendone 100.
Si tratta delle solite azioni che vengono definite “mirate”. Mirate a colpire esponenti della Jihad, di Hamas e delle Brigate di Al-Aqsa. Esecuzioni capitali di persone in quanto mandanti e coordinatori delle sciagurate incursioni kamikaze in territorio israeliano. A parte che la condanna a morte di una persona senza un processo non è proprio quello che si può definire un fiore all’occhiello di una moderna “democrazia” quale Israele si vanta d’essere agli occhi del mondo, io a Gaza ci sono stato e ho assistito a queste incursioni aeree “mirate” e assicuro che NON funzionano.
E i motivi sono molto semplici:
- raramente gli obiettivi vengono centrati
- ci sono sempre delle vittime innocenti
- ne consegue un inasprimento dell’odio nei confronti di Israele
- ne consegue tanta nuova mano d’opera per gli organizzatori di nuovi attentati
Per spiegarmi.
Primo caso
Sono un obiettivo di Israele. E so di esserlo. Sono nella mia casetta in piena Gaza City. Sento gli elicotteri apache in cielo (perché, assicuro, il loro rumore si sente anche quando sono molto lontani)... bè, non continuo a mangiare nel salotto di casa mia guardandomi le immagini al tg su cosa hanno combinato i miei bravi kamikaze... me la do semplicemente a gambe. Perché ho il tempo di farlo. Intanto gli elicotteri arrivano, distruggono la mia casa (senza me dentro!) e inevitabilmente fanno saltare qualche gamba (se non qualche testa) a qualche mio vicino. Obiettivo fallito. Cresce l’odio.
Secondo caso
Sono un obiettivo di Israele. E so di esserlo. Sento gli elicotteri in cielo. Fuggo da casa e prendo la macchina. Il buon satellite con la stella di David segue ogni mio movimento. Chiamano i caccia F16 che arrivano sul posto per colpirmi dentro la mia bella macchinina con uno dei loro missili. Qui le probabilità di beccarmi aumentano (ma ne rimangono comunque troppe di sbagliare...). Il fatto è che non sto facendo la Parigi-Dakar in mezzo al deserto, sto circolando nel pieno centro di una città che bene o male continua a fare la vita di tutti i giorni. In mezzo a tantissime altre macchine e tantissime altre persone. E un missile di un F16 non è esattamente una pallottola vagante. Risultato: magari obiettivo colpito. Sicuramente molti altri feriti innocenti se non anche morti. Cresce l’odio.
Insomma la strategia israeliana dei raid aerei non porterà mai a niente di buono. Non è destinata a risolvere niente. Solo a creare vittime innocenti (www.tuttiibambini.splinder.it) da una parte prima e anche dall’altra dopo. Perché da quelle parti sangue chiama sangue, e dovrebbero averlo capito ormai da anni... A riprova dell’inefficacia di questa strategia ci sono le crescenti critiche da parte di chi nell’esercito israeliano ci lavora, così come aumentano i rifiuti a prestare servizio militare o ad andare a bombardare obiettivi civili da parte dei piloti dell’aviazione (www.refusniks.splinder.it).
Io non ho una soluzione a portata di mano. So solamente che le immagini viste ieri al telegiornale non rappresentano certo un cammino verso la pace. E che ci sono sempre troppe vittime innocenti... e mi girano i coglioni, parecchio...
Nasce in questi giorni un nuovo blog Il Mazziniano di cui vi riporto il "manifesto" e a seguire uno degli ultimi interventi. Da parte di ItaliaBlogOltre i migliori auguri (e tanti in bocca al lupo)!
"Il Mazziniano, nato da un'idea di Diego Brugnoni, è uno spazio libero e democratico, un nuovo approdo per chi vuole riflettere, informarsi e, perché no, dire la propria.
Il pericolo che incombe quando si affrontano nel web tematiche di interesse comune (come possono essere la politica e la società) è quello di cadere troppo spesso nella "non-serietà", di non dare il peso sufficiente ad ogni parola. Chi scrive nel e per il Web troppo frequentemente ha la presunzione di poter dire tutto quel che vuole e di farlo nel modo che desidera. Il Mazziniano cerca, invece, di percorrere un'altra strada, la strada dell'eloquenza, perchè è bene parlare solo quando si ha qualcosa da dire, ricordando sempre che eloquenza significa dire una cosa giusta e poi fermarsi."
Il tormentone letterario del 2003 è il diario di una sedicenne, una sedicenne alla ricerca di se stessa che dona il suo corpo con la recondita speranza di trovare la persona che riuscirà a guardarla nel profondo scovando la sua voglia d'amore; un racconto introspettivo dove emergono tutte le paure, le passioni e le emozioni di un'adolescente. Ed emergono in maniera forte, decisa, senza vie di mezzo. Si potrebbe anche dire, però, che il tormentone letterario del 2003 è un raccontino intriso da scene di sesso morboso messe lì apposta. Son punti di vista, nulla più. Ma se tu (lettore) provassi ora ad abbozzare un "diario erotico" dopo una pagina saresti costretto a lasciar perdere. Scherzi a parte, non è questo il fatto su cui voglio porre l'accento.
Non nego il fatto che il libro di Melissa P. abbia avuto un "granitico successo", non nego il fatto che qualcuno abbia apprezzato il contenuto del libro, abbia provato emozioni nel leggere quelle parole. Sbagliano quei blogger ad insistere freneticamente sulla "montatura editoriale". E' una cosa a cui non credo e mi piace pensare che Melissa P. esista e sia una buona autrice; è molto più semplice pensare, infatti, che il libro della giovanissima autrice catanese sia stato rivisto dall'editore. Assolutamente nulla di strano, normale routine in particolar modo per le opere prime. Ma resta il fatto che aver pubblicato quel diario è stata una enorme mancanza di rispetto verso i giovani. Una totale mancanza del senso del pudore. Assolutamente. E chi è "colpevole" di questo (sto parlando di Fazi Editore) spero non lo abbia fatto per alzare le vendite. Non ne avrebbe avuto bisogno considerando il fatto che Fazi potrebbe persino ricevere i suoi autori stranieri nelle sue terrazze e per giunta serviti da camerieri in guanti bianchi. Un lusso che poche case editrici possono permettersi in questo periodo. Forse sto pensando e ragionando troppo con la parte della mia "mente santocchia", ma non mi importa. Torniamo piuttosto alle cose importanti. Questa volta è Melissa P., l'autrice di "100 colpi di spazzola prima di andare a dormire" ad essere la merce venduta, svenduta e regalata al pubblico. Melissa P. è una buona autrice, sa scrivere bene e lo fa con quella naturalezza che solo la giovane età ti regala ma, suo malgrado, rientra in un fenomeno più ampio e diffuso che è quello della commercializzazione di bambini e adolescenti su cui sempre più sembra esserci un attaccamento morboso, maligno, preoccupante. Penso sia ora di finirla. Senza aggiungere altro. Penso sia giunta l'ora di capire cosa sia il senso del pudore.
Gli avvocati sono di nuovo in sciopero. Protestano perché la maggioranza di governo non avrebbe mantenuto le promesse di riforma della Giustizia, fatte durante la campagna elettorale, non avrebbe attuato in particolare la separazione delle carriere tra Pubblici Ministeri e Giudicante. Questa, a loro avviso, costituirebbe il punto nodale per l’attuazione del giusto processo di cui all’art. 111 della Costituzione.
Nella proposta di riforma dell’Ordinamento Giudiziario avanzata dal ministro di Giustizia il governo ha preferito seguire la strada della separazione delle funzioni.
E questo nonostante il maxiemendamento seguito alla pronuncia della Sentenza a sezioni unite della Cassazione che respingeva le istanze di remissione per legittima suspicione avanzate nei noti processi di Milano e l'emendamento Boato seguito alla pronuncia di condanna in primo grado dell'on. Previti.
Gli argomenti usati a sostegno della separazione delle carriere, com'è noto, sono sostanzialmente due. Il primo è che nei processi di tipo accusatorio il P.M. sarebbe un funzionario dello Stato sottoposto o all'esecutivo o ad un organo elettivo. È però sin troppo facile rilevare che un pubblico Ministero siffatto sarebbe in contrasto con quanto sancito dai nostri padri costituenti nella sez. I° del titolo IV della stessa Costituzione. Essi, dopo le non felici esperienze della subordinazione dei P.M. al Ministro di giustizia durante il ventennio di dittatura fascista, pensarono non solo di sottrarlo all'esecutivo ma addirittura di affidare sia i P.M. che i giudici appartenenti ad unico organo indipendente ed autonomo, al governo di un Organo di rilevanza Costituzionale: il Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica.
Il secondo è che il riferimento alla separazione delle carriere sarebbe già contenuto nell'art. 111 della Costituzione novellato, com'è noto, nel novembre del 1999. Detto riferimento dovrebbe trarsi dal fatto che il primo comma di detto articolo prevede che il processo si svolga davanti a “giudice imparziale e terzo”. E terzo significherebbe, appunto, appartenente ad una organizzazione diversa da quella del Pubblico Ministero. Anche per questo argomento è però facile obbiettare che le parole imparziale e terzo sono assolutamente sinonimi ed interscambiabili: un giudice è imparziale se è terzo ed è terzo se è imparziale. Per convincersene basti pensare: che il contenuto dell'art. 111 è stato mutuato dall'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, che a tale proposito usa l'espressione “giudice imparziale”; che la Corte di Giustizia Europea, chiamata più volte a pronunciarsi sul punto, ha sempre affermato che è imparziale chi non è stato mai chiamato in precedenza ad occuparsi del caso e chi non è in alcun modo interessato alla vicenda; che il nostro codice dell'88 e le riforme successivamente introdotte hanno avuto cura di inserire tutti i principi necessari ad attuare l'imparzialità del giudice.
Si pensi a tutte le norme sulle incompatibilità e sull'obbligo di astensione dei giudici, alla distinzione tra GIP e GUP introdotta da ultimo, che costituiscono ormai un sistema armonico ed efficace diretto ad ottenere che mai un giudice che abbia interesse nel processo o che comunque in qualsiasi modo si sia interessato in precedenza della vicenda oggetto del processo, possa essere chiamato a decidere. Del resto, se così non fosse, se i due termini non fossero sinonimi e la parola terzo non fosse stata usata come semplice rafforzativo, dovrebbe concludersi che per realizzare il giusto processo occorrerebbe anche separare le carriere dei magistrati di I^ grado da quelle di appello ed entrambe da quella di Cassazione.
Tanto premesso e posto che, dopo l'entrata in vigore delle leggi sulle indagini difensive, sulla difesa d'ufficio, sull'accesso al gratuito patrocinio, sulla raccolta delle prove e dopo le direttive impartite da ultimo dal C.S.M. perché magistrati trasferiti dalla requirente alla giudicante nella stessa sede non siano destinati alle sezioni penali, mi pare che l'unico principio fissato nell'art. 111 della Cost. e non ancora attuato, sia quello relativo alla ragionevole durata del processo. Ed è sull'attuazione di questo principio quindi, a mio avviso, che magistrati, avvocati e mondo politico dovrebbero cominciare a confrontarsi. Tanto più che è assolutamente pacifico che la separazione delle carriere nessuna incidenza avrebbe o potrebbe avere sulla durata dei processi penali, e che l'attuale durata del processo, come da tutti unanimemente riconosciuto, è divenuta ormai assolutamente incompatibile con uno stato civile e democratico. Una sentenza di condanna o di proscioglimento che interviene dopo cinque-sei anni o più dal momento in cui è stato consumato il fatto non potrà mai essere “giusta”.
Uno dei temi da affrontare è certamente quello dell'attuale sistema previsto dal nostro codice per le impugnazioni che, senza dubbio, non è compatibile con principi fondamentali del processo accusatorio. Nel processo accusatorio la sentenza di I° grado è esecutiva, l'appello non può consistere nel riesame delle prove, perché nessun altro giudice potrebbe farlo meglio di chi ha assistito alla loro raccolta e si è pronunciato subito dopo aver ascoltato i difensori delle parti. La cassazione è mero giudice di legittimità e non può entrare nel merito.
Un altro tema è quello dei riti alternativi. In nessuno stato in cui vige il processo accusatorio è contemplato il rito abbreviato o il patteggiamento in appello né che ai riti alternativi o meglio al patteggiamento ed alle congrue riduzioni di pena per esso prevista possa accedere chi non ha ammesso i fatti contestati dall'accusa. Non sono previsti processi contro imputati irreperibili o contumaci, perché è inconcepibile che l'imputato non si presenti al proprio giudice, né è previsto, come avviene nel nostro sistema, che possa impunemente mentire ai propri giudici.
Un altro tema ancora è che le notificazioni diano assoluta certezza dell'effettiva conoscenza da parte dell'imputato dell'esistenza di un procedimento a suo carico ed una volta che ciò sia avvenuto le notificazioni stesse vengano incentrate sul difensore.
Ma, a prescindere da queste considerazioni credo che a nessuno sfugga come la separazione delle Carriere, mentre non può portare alcun vantaggio sulla separazione delle funzioni, sia il primo passo verso la sottoposizione del P.M. all'esecutivo, sempre fortemente voluta da chi desidera uno stato autoritario. Questa sottoposizione, come l'esperienza insegna, non va certo a tutela dei cittadini ma a tutela dei poteri forti e proprio per questo negli stati democratici, ove per tradizione permane trova forti correttivi ed un esercizio estremamente limitato.
Non a caso la riforma dell'ordinamento giudiziario, in cui la separazione delle funzioni è stata strutturata in maniera peggiore di quella delle carriere, è stata da molti percepita come una punizione nei confronti della magistratura che ha osato sottoporre a processo i poteri forti. Gli stessi avvocati, del resto, hanno fortemente criticato l'emendamento Boato, presentato a sorpresa e già approvato in sede di commissione al Senato, in forza del quale diventa illecito disciplinare “l'attività di interpretazione di norme di diritto che palesemente e inequivocabilmente sia contro la legge o abbia contenuto creativo” quella attività cioè che costituisce l'essenza stessa della giurisdizione e che trova e non può trovare censura se non all'interno del processo. Il riferimento alla vicenda della legge sulle rogatorie è fin troppo evidente. Né è senza significato che numerosi ed autorevoli esponenti del mondo universitario abbiano di recente lanciato un appello per la giustizia nello Stato di diritto.
Si è, alcuni giorni fa, ricordato il quarantennale del disastro del Vajont. Consiglierei di leggere il libro di Mario Passi “Vajont senza fine”. Subito dopo il disastro in cui fu spazzato via un intero paese ed, in buona parte, altri due dalla terribile onda provocata dalla caduta della frana e che scavalcò la diga, furono disposte due inchieste una ministeriale ed una parlamentare. Entrambe conclusero che la caduta della frana era assolutamente imprevedibile. Se non vi fossero stati un Procuratore della Repubblica che sequestrò tutta la documentazione presso i vari enti, dalla SADE che aveva progettato e costruito la diga al Genio Civile ed al Consiglio superiore delle opere pubbliche ed un giudice istruttore che non si arrese di fronte alle conclusioni dei periti, chiaramente influenzati dai risultati delle predette inchieste; se non vi fossero stati due giornalisti coraggiosi che non ebbero mai alcuna esitazione pur di difendere la libertà ed il pluralismo dell'informazione e riuscirono così a dimostrare che del pericolo frana i dirigenti della SADE erano a conoscenza, tanto da sperimentarne gli effetti in un invaso su scala, nessuno avrebbe mai saputo la verità sulla vicenda e cioè che costruttori e controllori sapevano della frana e della fragilità del monte Toc.
Nessuno ebbe allora il coraggio di attaccare i due magistrati. Appena giunti alla fase del dibattimento però il processo fu trasferito, per “legittimo sospetto”, al Tribunale de L'Aquila, Tribunale che non rese certo giustizia alle duemila vittime di quel disastro.
Sono episodi del nostro passato che ricalcano vicende attuali e che dovrebbero far meditare sulle inchieste parlamentari concorrenti alle giudiziarie, sulla libertà e sul pluralismo dell'informazione, sul legittimo sospetto, sull'indipendenza della magistratura.
- Hallo?
- Si! Pronto? Hallo! Escius mi. Capisce la mia lingua? Du iu ander stend me? –
- Certo signore: Questo è il pentagono! Qui ogni elemento è efficiente, perfettamente addestrato e preparato… -
- Si senta avevo bisogno di alcune informazioni.. Volevo parlare con l’ Ufficio Vendite Degli Esuberi Bellici… -
- Questo è l’ufficio che cerca mi dica pure. Se potrò sarò lieto di fornirle tutte le informazioni che desidera… -
- Ecco grazie, molto gentile… -
- E’ il mio dovere! –
- Si vabbè. Senta un paio di giorni fa al telegiornale de La7… -
- La7?… Uot… Cosa significa “La7”? –
- E’ un’importante emittente televisiva. Dove lavorano persone… “efficienti, perfettamente addestrate e prepararte” tipo il sottoscritto… -
- Uell … Bene… Mi dica, signore…. Approposito può dirmi il suo nome? –
- Certo… Mai name iz RAMOSO. Il mio nome è RAMOSO. In quel servizio giornalistico si diceva che presso l’Ufficio Vendite Degli Esuberi Bellici è possibile acquistare via internet materiale bellico che l’Esercito Americano non usa più usando nomi di società fittizie… -
- Si, le informazioni in suo possesso corrispondono al vero… -
- Ecco volevo chiederle se il pagamento si può fare anche in contrassegno e non solo con carta di credito? –
- Si certo è possibile. Prima però dovrei chiederle lo scopo e l’utilizzo per cui intende effettuare tali acquisti… -
- I miei scopi sono umanitari. Altamente umanitari. Devo eliminare un Minchione che lavora con me… -
- Minchione? –
- Si. Per farle capire è il Bin Laden dell’idiozia umana. Il Saddam della stupidà del genere umano. Quasi al pari di una certa checca senese…. –
- Capisco benissimo, signore! Lei è una angelo della pace come il nostro amato Presidente! –
- Chi? Quella specie di nano alcolizzato? Spero proprio di no… Almeno di essere un po’ più intelligente di lui… -
- Non intendente farne uso contro gli Stati Uniti D’America? Questo minchione è un cittadino americano? –
- No, Mi state un po’ sul cazzo. Ma non è mia intenzione fare attentati terroristici contro gli USA. E, per quanto riguarda il soggetto da eliminare le posso assicurare che non è americano, non è nemmeno italiano… E’ di Novate Milanese! –
- Bene… Allora credo che non ci siano impedimenti per procedere con l’ordine del materiale che le serve… -
- Ecco , grazie! Allora un po’ di roba chimica per eliminare il Minchione, una tuta protettiva taglia 48. Un lanciafiamme. Ho sempre desiderato un lanciafiamme… Eppoi provette , alambicchi e macchinari da scienziato pazzo… Il cofanetto dell’ultima stagione di Ally MecBeal… Una foto di Bruce Willis nudo, un camice bianco con la scritta “Operazione Minchius Storm” e infine una fornitura per un anno di Ali di Pollo del Kentachi fritte….. Preso nota di tutto? –
- Certo, signore. –
- Bene, mi sa dire la cifra indicativa che dovrò spendere? –
- Esattamente la cifra che ci dovrà corrispondere al momento della consegna del materiale è di Unmilionesettecentomiquattrocentoventisettedollarie14centesimi. –
- Eecchecazzo! Siete un po’ carucci –
- E’ tutta roba che molto sul mercato oggi come oggi, mi creda… -
- Si capisco. Ma non dispongo di tale cifra. Anche con una sottoscrizione tra i colleghi di lavoro duboito di poteri arrivare a tanto. E non vorrei fare un pagamento rateale per le mie prossime 39 vite! Mi sa che mi conviene tenermi il Minchione in ufficio… -
- Non c’è problema, signore. La CIA po’ sempre farle dei finanziamenti. Siamo disponibile verso le ideologie di destra… -
- Beh, io sarei di sinistra, comunque…. –
- Va bene lo stesso, signore. C’è solo un piccolo un piccolo risvolto negativo… per lei, naturalmente… -
- E sarebbe? –
- Niente. Non si preoccupi. Una semplice formalità burocratica…-
- Del tipo? –
- Come nuovo possessore di armi di distruzione di massa verrebbe iscritto nella lista dei Nemici Pubblici Numeri Uno dell’ FBI. –
- Davvero? –
- Naturalmente, signore. Non scherzo mai orario di ufficio. –
- Porcaputtanadellevazzozza. –
- Ma non si preoccupi. Potremmo deciderla di bombardarla solo se la nostra economia (quella degli Stati Uniti) fosse molto malridotta. O se uno dei nostri presidenti faccia un qualche scandalo, per cui per distrarre l’opinione pubblica necessitiamo di un capro espiatorio. –
- Ommadonna... Grazie, lei è stato molto chiaro e completo nel rispondere alle mie domande… Ma pensandoci bene credo che il mio gesto sia un po’ prematuro. Oltre che disastroso per le mie finanze… Eppoi non è che il Minchione sia poi così fastidioso… Massì, meglio il vecchio ed economico “vivi e lascia vivere”… -
- Aspeti.. Lasci che le spieghi il conveniente 3 x 2 che abbiamo sulle testate nucleari… -
- Eh?… Come?… Non la sento … -
- Dicev… -
- Eh? … NON … LA … SENTO … -
- Aspett… -
- Mi si è scaricata la batteria del cordless… Se mi sente le saluto! –
Anche se di solito faccio volentieri a meno di leggere Il Foglio, oggi mi sono preso la briga di scaricarne una pagina in PDF, perché su questo numero si parla di blog.
L’articolo centrale è di Guia Soncini. Io non la conosco personalmente, e di lei mi sono fatto solo un’idea da quel poco che ho letto di suo e da un paio di apparizioni televisive: sono convinto che sappia scrivere bene, e anche che sia un’insopportabile snob con un’altissima opinione di sé. Sbaglierò, magari Guia è una ragazza deliziosa, ma a me non è mai sembrata un mostro di simpatia, anzi l’impressione è sempre stata quella di una un tantino stronza, ecco. Forse fa parte del suo personaggio, ed è proprio lei a volerlo. Comunque.
Il suo articolo di oggi s’intitola “Il rimuginare autistico e logorroico in cui affoga il demiurgo dei blog”. Sì, lo so, non sbadigliate, e fatevi coraggio. Leggetevelo.
Il succo è: i blogger sono un branco di segaioli, (anche perchè secondo Guia sono tutti uomini, sottogenere umano che lei disprezza da sempre: in fondo, sul sarcasmo nei loro confronti la Nostra ci si è costruita una carriera) che scrivono dalle loro “stanzette cablate” invece di stare chiusi in bagno con una rivista hard.
E dire che io nel mio piccolo, oltre a lavorare, a non essere più single da tempo e ad avere un blog, trovo ancora il tempo per farmi anche una sega con una certa soddisfazione, ogni tanto. Evidentemente il lupo perde il pelo (accidenti, se lo perde), ma non.
Ora non so voi, ma se leggo ancora un giornalista che afferma di “superare il disagio che ti provoca la sensazione di stare spiando nei diari privati di un altro, e di andare a leggerti le loro opinioni gratuite” per poi scriverci su un pezzo commissionato da un giornale e per cui viene retribuito, mi assale una certa nausea.
Guia ha fatto i suoi compiti piuttosto benino, e qualche blog evidentemente se l’è spulciato. Distingue fra i blogger che “ti racccontano cos’hanno mangiato la sera prima” e quelli che invece fanno “una rassegna stampa personalizzata”. Ma — continua la giovane maîtresse à penser — “anche dentro ai più lucidi di loro dorme un blogger”, che non resiste a scrivere “chi abbia diritto di dire questo e scrivere quest’altro, e scusa tu non hai capito, e ora ti spiego come dovrebbero fare quel giornale, e non si capisce perché un giornale non lo facciano, ma uno vero, di carta”. Ragazzi, che noia. Ci mancava anche la Soncini, a dire che i blogger sono un branco di giornalisti mancati e frustrati. Ma c’è davvero qualcuno ancora convinto che i giornali ‘veri’ siano solo quelli di carta? Evidentemente Guia non legge Salon o Slate, o più probabilmente se ne ‘dimentica’, in questo caso. E poi: siamo proprio sicuri sicuri che tutti i blogger vorrebbero fare i giornalisti o gli scrittori, se potessero?
Lei si premura di aggiungere che però anche dietro le quinte delle redazioni ‘autentiche’ ne succedono di cotte e di crude, ma che “almeno quelli si firmano. Si espongono”. Beh, non posso certo parlare per tutti i blogger ma, cara Guia, qui ce n’è uno che guarda caso si firma da sempre, nome e cognome (e che è pure frocio e lo dice con tranquillità). E non sono nemmeno l’unica mosca bianca non anonima della blogosfera, mi pare.
Ma arriviamo al colpo di grazia che Guia ci assesta, a fine pezzo: facendo l’esempio del professore frustrato dell’ultimo film di Virzì, Caterina va in città, che si vede rifiutare da tutti la pubblicazione del suo romanzo nel cassetto, la Soncini conclude: “che il suo romanzo faccia schifo, è un dubbio che mai lo sfiora. […] Non gli resta che aprirsi un blog. Lì capiranno il suo dolore: anche loro sono dei Balzac fin troppo compresi, che l’editoria cela al pubblico per pura invidia.” Ouch. Che stoccata.
Guia, rassegnati: questa è l’età della ‘mass amateurization’ (teorizzata da Tom Coates, noto blogger di Plasticbag.org), e Balzac qui non c’entra più mica poi tanto. Totti vende sicuramente molti più libri di Cotroneo, e Melissa P. è più famosa della Soncini. Deal with it, darling.
Il Foglio
ANCHE I PIÙ LUCIDI POSSESSORI DI SITO-CONTENITORE ALLA FINE RIENTRANO NEL “POPOLO DI SEGAIOLI” ORFANI DI EDITORE
(Ho già un’obiezione: se ritieni che i blogger siano un popolo di segaioli privo malgré soi di editore, forse non dovresti dar loro alcuna importanza – insomma, non dovresti occupartene.) Innanzitutto, una storia.
Scena prima. Lui e Lei sono fidanzati, e lavorano per l’Altro. Il lavoro finisce, il fidanzamento anche, e Lui viene a sapere (buon ultimo, va da sé) che l’Altro gli ha scopato per tutto il tempo la fidanzata. Shit happens, direbbe Lui – se fosse persona di buon senso – scrollando le spalle, considerato anche che il fidanzamento è finito e che insomma poteva andar peggio, poteva essere
un estraneo da cui ragionevolmente temere di essersi presi delle malattie, in fondo tutto è restato nel giro, di qui in poi si vivranno vite separate, e amen. Amen? Non se ne parla. Perché Lui non è una persona normale. E’ un blogger in potenza.
Scena seconda. L’Altro ha continuato a fare la sua vita, quei due forse nemmeno se li ricorda più. Lavora: scrive libri, articoli, roba del genere. Lei ha continuato a fare la sua vita, lavora part time, sta per sposarsi.
Lui ha continuato a provare a fare una vita che il mondo crudele (meglio: l’editoria crudele) non gli lascia fare: scrive articoli che nessuno pubblica, romanzi che nessuno legge, cova idee che solo un complotto
impedisce al resto del mondo di riconoscere come meravigliose. Ma nel frattempo sono nati i blog. Che questo giornale ha spiegato un milione di volte cosa siano: siti. Siti Internet. Te ne apri uno, e ci scrivi dentro quel che ti pare. Nessuna esigenza di credibilità, di sensatezza, di linea editoriale. Nessun caporedattore che ti dica di riscrivere la tal cosa perché è raccapricciante, la
tal’altra perché è mal espressa, infondata, irragionevole. Ti apri un blog, e la tua giornata la passi – invece che chiuso in bagno con riviste hard, come i tuoi predecessori – attaccato al computer a digitare le tue opinioni di cui all’universo mondo fregherebbe moltissimo, se solo non ci fosse un gigantesco complotto per impedirti di essere il più venduto, temuto, riverito autore del catalogo Einaudi (ma che dico Einaudi, Einaudi is not enough: un blogger dorme anche
in quelli di noi apparentemente più realizzati, e così Roberto Cotroneo – quello
dell’Espresso – si è aperto un blog per rovesciarci dentro i cazzi propri che sarebbero impropri per l’Espresso e – a un frequentatore del blog che ne ha criticato un romanzo – ha risposto indignato che quel libro “in Germania è pubblicato da un editore come Suhrkamp, che è una Einaudi elevata
a potenza”). Nel frattempo, dicevamo, sono nati i blog, un grande segno di civiltà democratica (è l’era dell’accesso, no?).
Scena terza. Finale prevedibile e telefonato come in un mediocre film italiano o in un ottimo film americano. L’Altro continua a fare la propria vita, a scrivere per vivere (nel senso di venire retribuito per farlo, ergo guadagnarsi la vita coi proventi della propria prosa), ad avere pensieri attuali. Lei continua a fare la propria vita, il che fa sì che sia quotidianamente occupata da pensieri se non attuali almeno recenti. Lui invece è sempre lì, l’hanno lasciato solo col suo blog, con quelle corna ormai vecchie di anni. Per fortuna esistono i blog, perché sennò uno con tale predisposizione al rimuginamento rischiava di diventare un serial killer. Per fortuna esistono i blog, almeno così ogni articolo che l’Altro scrive, Lui – nella sua stanzetta cablata – può contestarlo; ogni libro che l’Altro manda in libreria, Lui – nella sua stanzetta cablata – può stroncarlo;
ogni frustrazione causatagli dalle corna o dalla disparità di lettori Lui può sfogarla nella sua stanzetta cablata, e bearsi dei (pochi) simili che vanno a consultare il suo blog. Ha trovato una ragione di vita, oltreché un’identità: è un blogger.
(Ho un’altra obiezione: non è che puoi chiamartene fuori, dire che chi legge i blog è – quasi – peggio di chi i blog li scrive, e poi farne un’argomentata critica. Se vuoi parlarne, almeno passa una giornata a navigarci in mezzo. Supera il disagio che ti provoca la sensazione di stare spiando nei diari privati di un altro, e vai a leggerti le loro opinioni gratuite. E non essere così piena di pretese, via: lo sai come funziona coi cavalli donati, e a parte che mi pare già discutibile
sindacare sugli hobby altrui – ognuno si fa le seghe coi mezzi che crede, e che fastidio ti dà – la gratuità è sempre stata un bonus, mai un’aggravante).
C’è anche altro (e allora?) Ora, diranno i miei piccoli lettori, un blog non è solo questo. Ci sono anche quelli che si limitano a segnalare articoli, prese di posizione, avvenimenti. Quelli che non ti raccontano cos’hanno mangiato la sera prima o che non fanno riferimento in un linguaggio pressoché in codice a microscopici fatti che coinvolgono loro e un altro paio di blogger col tono di chi parla di eventi di portata universale e quindi universalmente riconoscibili.
Sì, ci sono. E la prima cosa che mi verrebbe da dire è che forse è il caso di trovare a quella minoranza che fa una rassegna stampa personalizzata e ragionata un nome diverso da quello con il quale s’indica la maggioranza che parla del proprio tinello cablato. Chiamate gli uni Pippo e gli altri Blog, o viceversa, ma distingueteli. Oppure no. Lasciate perdere il tentativo di distinguerli, perché comunque anche dentro ai più lucidi di loro dorme un blogger, uno che ventitré ore al giorno utilizza il proprio sito per rendere edotti i navigatori sull’ultimo saggio sui conservatori o sulla più brillante recensione al tal romanzo o sull’imminente uscita di un imperdibile disco, e alla ventiquattresima ora cede e s’infervora a discutere con altri blogger (pubblicamente, va da sé: quasi ogni blog è abilitato a ricevere e pubblicare commenti di altri blogger, mica si possono telefonare a casa, mica possono
chiarirsi fra di loro senza coinvolgere l’universo cablato) di chi abbia diritto di dirsi di sinistra e chi no, chi abbia diritto di dire questo e scrivere quest’altro, e scusa tu non hai capito, ora ti spiego come dovrebbero fare quel giornale, e non si capisce perché un giornale non lo facciano, ma uno vero, di carta, con un editore e un prezzo d’acquisto, da mettere sul mercato, confrontarsi con la
realtà e poi ne riparliamo.
Continuiamo quindi a chiamarli tutti blog, e non facciamo distingui sofisti e moralismi stupidi, non fingiamo che dietro alle vere recensioni dei veri giornali non ci siano altrettante corna dei recensori, altrettanti fatti personali più o meno accuratamente celati ai lettori, non fingiamo che le linee editoriali di chi è sul mercato non siano a volte altrettanto deliranti di quelle di chi sta chiuso nel proprio tinello. Però almeno quelli firmano. Si espongono. I tristissimi recensori delle tristissime pagine culturali dei tristissimi giornali italiani sono degli embedded, in quanto a coraggio, rispetto ai blogger che, nascosti dietro nomignoli da Giovane Marmotta, vomitano veleno su chiunque. Tuttavia, anche nei tristissimi redattori con diritto (e obbligo) di firma e di assunzione di responsabilità delle proprie opinioni e delle proprie corna, si nascondono se non dei blogger di sicuro dei segaioli. Fare un giro, per credere, in una qualunque redazione durante una qualunque pausa pranzo: i computer abbandonati
saranno più o meno tutti connessi a Google, e come frase di ricerca ci saranno
il nome e il cognome del titolare della scrivania, ansioso di vedere quante volte il suo nome venga citato nella rete. In quanti blog. Per insultarlo con quanta verve.
(Ho l’obiezione finale: è chiaro che anche tu sei come loro. Che sei qui a sbrodolare parole non solo perché c’era un buco in pagina, ma anche – soprattutto – perché vuoi domani raggiungere il tuo record di evocazioni
in corso di sega – cioè, volevo dire: di citazioni sui blog. E si sa che non c’è modo più sicuro, per venir citati nell’universo autistico composto dai blog, che parlare di blog su un supporto che non sia un blog).
Nel prossimo film di Paolo Virzì, “Caterina va in città”, Sergio Castellitto è un frustrato professore di provincia con l’immancabile romanzo nel cassetto. Si trasferisce a Roma, la figlia si ritrova in classe con le figlie di un’intellettuale di sinistra e di un sottosegretario di destra. Da una parte e poi dall’altra, il professore prova a entrare nelle stanze giuste. A far sapere finalmente al mondo che brillante romanziere egli sia. Da sinistra e poi da destra, viene respinto con perdite. Che il suo romanzo faccia schifo, è un dubbio che mai
lo sfiora. Lo pervade invece la certezza che esistano “conventicole” che lo escludono e che hanno monopolizzato la cultura in questo paese (“In cui, non a caso, esiste la mafia”, s’indigna in un attico pieno di libri altrui). Conventicole.
Mentre io, che varrei davvero qualcosa… Non gli resta che aprirsi un blog. Lì capiranno il suo dolore: anche loro sono dei Balzac fin troppo compresi che l’editoria cela al pubblico per pura invidia.
Come si usano le informazioni?
Cosa me ne faccio di 91548 utenti che rendono disponibili 90 gb di dati su una rete P2P?
Ogni oggetto che ci circonda ha un manuale di istruzioni, magari fatto male, incompleto, ma comunque ci aiuta a capire come va usato. Un forno serve a cuocere i cibi, un martello a piantare dei chiodi dentro qualcosa, un televisore a cambiare canale in modo impazzito e casuale senza badare a cosa viene trasmesso. Chiaro e semplice.
L'aumento dei mezzi per archiviare, trattare e trasmettere dati, ha reso facilmente disponibile qualsiasi contenuto sotto forma di informazione digitale. Musica, film, documenti, immagni. Ma per usare in modo sensato questi dati e accedere ai contenuti che essi nascondono, ci viene richiesta una crescente capacità di gestire le informazioni, la conoscenza e, dunque, la comunicazione stessa.
Si tratta di un misto di competenze tecniche, necessarie per l'utilizzo dei device e dei software, comunicative (per l'uso dei linguaggi e della semantica che i mezzi permettono), e cognitive, per l'elaborazione della gran mole di informazioni in entrata verso il nostro cervello, da selezionare e trasformare.
Fino a pochi anni fa bastava saper leggere, scrivere e far di conto. Certo c'era meno disponibilità di informazioni e contenuti.
Inoltre ogni contenuto aveva un suo supporto e un suo lettore dedicato: i libri la carta, la musica il vinile che gira sul piatto, i film la pellicola che si vede al cinema.
Oggi tutti questi contenuti convergono nell'infomondo digitale, girano per le reti, stanno su hard disk e supporti di memoria magnetici, li scambiamo vial email, infrarossi, wi-fi, etc.
Solo che per vedere un film devi diventare esperto di codec video, installare la nuova versione del lettore, aggiornare i driver del sistema operativo, verificare che non ci siano virus. E alla fine scoprire che quel file non contiene quello che cercavi o credevi ci fosse.
E' come se per poter leggere un libro fosse necessario avere le conoscenze di un tipografo. O per ascoltare bene musica essere un fonico esperto di postproduzione audio.
Alla fine invece di poterci concentrare sui contenuti, sulla comunicazione e sui pensieri che questa potrebbe mostrarci, siamo costretti sempre più a lavorare (o a litigare) sulle interfacce e sulla tecnologia. Senza istruzioni per l'uso.
Intervistare un fratello è sempre un'impresa ardita e forse poco "professionale". Intervistare te, Manilo, poi lo è ancora di più perché tu hai fatto della scrittura un'arte in cui le cesellature sostituiscono i significati e le parole sono suoni disarticolati che nel loro insieme stordiscono e qualche volta stupiscono. Questa intervista però è una sfida prima di tutto con il destino che proprio un anno fa ci ha fatto stare in ansia per la tua salute. E da lì vorrei partire. Che ricordi hai di quella vicenda?
Fernando Pessoa l'avresti colto intento al discernere, tra gradini pari e dispari d'una scala qualunque; così avrebbe appreso la notizia, nel ventre sordo d'una palazzina. Sorpreso lui, i tanti lui; si sarebbe fermato solo un attimo, giusto il tempo di prendere la bombetta con la mano destra e riporla sul braccio sinistro, in una sorta di olé. "Un'intervista?", questo avrebbe lasciato echeggiare nella sua mente, "e perché; e per chi?", aumentando il passo, avrebbe scaricato tale tensione a Riccardo, a Bernardo, ad Alberto e tra questi agli altri. Tale richiesta lo avrebbe messo in confusione; e in confusione rispondo, se nel mio scrivere se ne scorgono i tratti. Forse è l'ombra a cui ti rivolgi, chiamandola Manilo; e la faccenda non è da poco conto; o forse parli a Manilo, sperando di stanare l'ombra. Comunque sia, eccomi. Lo scorso anno è successo; qualcosa reputo. Non che nello scrivere bisogna necessariamente infittire le trame, ma forse ora qualcosa mi sfugge. [continua]
Se anche Violante se ne accorge, l'emergenza sulla deriva dell'Italia è davvero evidente. Esempio? L'invenzione del job on call, con l'inglese al posto della vaselina. E i riformisti? Hanno fiducia nel mercato: 'Vuoi vedere che c'è davvero chi la pensa come noi?' Certo che c'è. E vota Forza Italia.
In un paese governato da un uomo che crea un impero economico falsificando bilanci societari e corrompendo giudici, poi riscrive le leggi per sottrarsi ai processi, mette la mordacchia all'informazione, usa il suo potere politico per favorire i suoi affari a scapito della concorrenza, si schiera a favore di una guerra di invasione fregandosene della Costituzione, sfascia lo Stato, l'economia, la giustizia, il welfare, l'industria, la sanità, la scuola, la ricerca, l'ambiente, la tv pubblica e il calcio, quindi, non pago, ti riabilita pure Mussolini, alla domanda «Di questo passo dove finiremo?» non si può che dare una risposta: «Ci siamo già».
Le notizie pessime sulla deriva dell'Italia sono ormai così numerose che il Tg1 fa sempre più fatica a nasconderle. L'emergenza è evidente, se anche Violante comincia ad accorgersene. Occorre uscirne al più presto. Purtroppo - siamo realisti - non sarà mai possibile creare in Italia un partito riformista unico: è un prodotto di laboratorio che non c'entra nulla con la nostra cultura politica, così come artificiale è stata l'imposizione del sistema elettorale maggioritario, i cui guasti terribili sono sotto gli occhi di tutti. Il giorno dopo la proposta di Prodi e D'Alema, già il «partito unico» era diventato una «federazione di partiti». Cioè l'Ulivo. Che novità.
Mi chiedo cosa si aspetti a tornare al proporzionale. All'epoca si ironizzava sulla precarietà dei governi favorita dal proporzionale; e non si vedeva invece che proprio quella precarietà permetteva alla politica di monitorare meglio i mutamenti della società italiana. Guardiamo all'oggi: Berlusconi è una frana pericolosa, i poteri forti lo stanno abbandonando, un cambiamento è necessario
(Berlusconi è un Rè Mida al contrario, tutto quello che tocca si tramuta in merda. Non toccare più nulla, Berlusca. Tocca Scajola!), ma lui grazie al maggioritario se ne starà a fare danni fino alla fine della legislatura, quando col proporzionale sarebbe saltato subito, dopo i fattacci di Genova. Il maggioritario è un'idea di Gelli per favorire in Italia l'avvento di Perón. E infatti è arrivato. In
Italia il maggioritario crea asfissia, il proporzionale fa respirare. In tutti gli ambiti. Col proporzionale, D'Alema oggi sarebbe Occhetto.
D'Alema è un riformista. Cosa vogliono i riformisti ce lo spiega il direttore del Riformista (un quotidiano che si occupa di riformismo) Antonio Polito, in un articolo scritto un anno fa per Panorama. Sostiene Polito: «Della sinistra ci sono cose che il riformista non capisce. Diamine, pensa, pare che i diritti di chi già lavora siano più importanti di quelli di chi vorrebbe almeno cominciare». È il tema della flessibilità. Berlusconi è d'accordo. Qualche mese fa è stata approvata la legge delega che riforma il mercato del lavoro, una manovra che legalizza di fatto il precariato e il caporalato; una parcellizzazione del lavoro che azzera un secolo di conquiste sindacali, a tutto vantaggio dei padroni delle ferriere.
Finalmente s'è capito cosa intendono Berlusconi e Confindustria per flessibilità: devi essere flessibile in modo che tè lo possano mettere meglio in quel posto. Il lavoro continuativo a tempo pieno diventerà un lusso. «Sai, lavoro 12 ore al giorno in uno scantinato buio a cucire palloni di cuoio per una multinazionale». «Che culo». Usano l'inglese al posto della vaselina. Job on call: sono gli operai squillo, a disposizione dell'imprenditore che potrà chiamarli al lavoro con 48 ore di preavviso. Paghe ridotte, ovviamente. Questa degli operai squillo è una norma voluta con forza dalla Casa delle Libertà per eliminare
dalle nostre città lo spettacolo sconcio e immorale degli operai che sfilano per le strade praticando il mestiere più antico del mondo: lo sciopero. Berlusconi la denominò «riforma Biagi», con un cinismo da marketing che mi fa ancora accapponare la pelle. Come a dire: «Se non sei con noi, sei con le Br». Sono veramente dei bastardi.
Ovviamente, i sindacati sono insorti e daranno battaglia. Dove per «sindacati» intendo la Cgil, perché gli altri due: «Uh?». Continua Polito: «Diamine, pensa il riformista, pare che i soldi non ci sono perché le pensioni non si toccano». Berlusconi è d'accordo. Ricordate l'impegno elettorale? «Pensioni più dignitose».
Mia nonna è pensionata, percepiva 640 euro netti al mese. Dopo due anni di cura Berlusconi-Tremonti, ne prende 802. Lordi. Ma con un'Irpef passata a 184 euro più gli 8 di addizionale regionale se ne ritrova in tasca, netti, 609. Cioè meno 31 euro al mese. Quando all'Inps le hanno spiegato che questo succede perché la sua aliquota è passata dal 18 al 23 per cento, mia nonna ha cominciato a tirare tanti di quei moccoli che sembrava Eminem.
«Il riformista ha una grande fiducia nel mercato: vuoi vedere che là fuori c'è davvero un po' di gente che la pensa come noi?». Certo che c'è. E vota Forza Italia. E conclude: «Politicamente, il riformista viene da sinistra e va verso il centro». Se i negozi sono aperti.
Come se non bastasse, di recente Passino ha scritto un libro in cui esalta la modernità di Craxi e condanna il passatismo di Berlinguer. Ho ricordato alle migliala di persone venute ad ascoltarmi alla festa provinciale dell'Unità di Milano che la modernità di Craxi ha portato a Tangentopoli, alla corruzione diffusa, ad Hammamet, a Berlusconi; mentre Berlinguer fu il primo a porre la
questione morale e il problema dell'etica pubblica. E venuto giù il teatro. Dopo un applauso che non finiva più, pieno di gratitudine e commozione, nel silenzio ristabilito un signore ha urlato: «E per questo che non ti fanno più fare la televisione!». L'ho ringraziato. Quel signore mi ha fatto capire tante cose. Torniamo al proporzionale.
Cari amici e amiche di tutte le città dei paesi, dei comuni provincie regioni, mari monti in barca o in automobile a piedi o in bicicletta al lavoro e no, veniamo a noi a dirvi, con questa mia a addirvi che, scusate se sono pochi, ma un milione di vecchie lire, non ci fanno specie che questanno c'è stato una grande moria di vecchi per la calura, come voi ben sapete: questa moneta servono che voi vi consolate (e che io ho già data, come da programma firmato nella televisione) dal dispiacere che avreta o meglio avreti, per la nuova rifforma delle pensioni perché non ne sono morti abbastanza. Anche per i denari che non prenderete in là, non dovreti preoccupare: dato che io studia e tengo la testa per voi al solito posto sul collo di me medesimo ho pensato con il coraggio che ho, di non aspettare a mandare in pensione i vecchi prima delle prossime estate calorose e con lafa mortuaria. Date il consenso prima a me che io stesso risolvo il problema alla radice: meno pensioni più lavoro, meno pensionati più vita.
Salutandovi indistintamente e "senza a nulla pretendere" il cavaliere vostro Berluscone. Apro parente "che poi sono io". Chiusa parente.
In principio fu Topolino, circa 170 numeri comprati periodicamente in 5 anni, classici e grandi classici compresi.
Poi fu il turno dei sussidiari alle scuole elementari: piccoli, colorati, un concentrato di sapere a misura di bambino.
Alle medie si passò ai primi libri di testo, dalla matematica alla musica, dalla educazione tecnica alla grammatica italiana.
Ai tempi del liceo aumentò il peso della cultura e diminuì quello del portafoglio dei miei genitori. Fortuna che giovani comunisti, ciellini e fascisti davano un senso alla loro esistenza vendendo libri di seconda mano nelle rispettive sedi: tomi enciclopedici di letteratura italiana, testi di latino, storia, filosofia, molti dei quali come nuovi.
In quegli anni si passava da Topolino a Dylan Dog e si spendevano piccoli capitali in Rockerilla o Rumore per conoscere il verbo di Frank Black, Perry Farrel , Robert Smith .
Poi arrivarono gli anni bui dell’università, quelli in cui si era costretti a leggere 900 pagine di diritto, senza uno straccio di figura o grafico che potesse dare un minimo sollievo e lasciare immaginare che no, non erano 900 pagine, ma solo 899, perché foto e grafici non facevano testo.
Era il periodo dei testi ufficiali, di quelli consigliati, di quelli suggeriti dal professore che, guarda caso, era anche l’autore, delle monografie, dei lucidi, delle diapositive in powerpoint, delle centinaia di dispense sul circolo della qualità nella fabbrica di Hokkaido o sul ciclo di vita dei cuscinetti a sfera modenesi da ritirare al centro fotocopie, dei blocchi di quadernoni ( nel mio caso rigorosamente a quadri) usurati a furia di appunti, di sottolineature con matite ed evidenziatori.
La fine sembrò avvicinarsi con la tesi, le ricerche bibliografiche, i files pdf scaricati, la versione 1.0 chenonvamaibenealprofessorechenonlhaneancheletta, la versione 2.0 chenonvabeneperchèvaformattatadiversamente e la versione 19.0 definitiva.
In più, come se non bastasse, bisogna considerare le letture di numeri di Gente con le vicissitudini sentimentali di Eleonora Duse o Cleopatra nella sala d’attesa del medico di famiglia; il quotidiano locale e la gazzetta il lunedì per controllare i risultati del fantacalcio; la sacra lettura della rubrica Periscopio di Panorama e dei volantini pubblicitari di Auchan sulla tazza del cesso; Famiglia Cristiana della zia e Grazia della sorella.
20.000, forse anche 25.000 ore della mia vita trascorse a leggere .
60.000 e passa pagine passate davanti ai miei occhi. Probabilmente più del doppio di quelle lette da Briatore, dieci volte più di Bossi, cento volte più di Cassano. Abbastanza per farsi uno di quegli esami di coscienza che si concludono con un lancio dal quinto piano o con il passaggio alle droghe pesanti.
Eppure, nonostante ciò, ho anche letto una sessantina di libri di narrativa, per puro piacere, senza alcuna costrizione. Non sono molti, ma neanche pochissimi. Abbastanza, credo, per far tacere quei poveracci che pontificano sullo scarso tempo dedicato alla lettura dai “gggiovani d’oggi”.
Tutto questo per dire che ho letto “Ti prendo e ti porto via” di Niccolò Ammaniti e lo trovo di gran lunga migliore, più completo e maturo dei tempi pulp di Fango e dei suoi primi racconti. Ammaniti non sarà Tolstoy, non avrà la profondità intellettuale di Mc Ewan nel raccontare l’infanzia, ma si legge che è un piacere.
450 pagine da aggiungere alle 60.000; 15 ore che si sommano alle 25.000.
1. I blog non sono un argomento interessante.
Non così interessante, almeno, nel 2003. È crollato il WTO, c’è la guerra infinita, l’inflazione, Fini vuole il voto agli immigrati, Annalena Tonelli è stata uccisa nel Somaliland... Io un po’ mi vergogno.
2. Io vivo offline.
E anche il mio blog è scritto offline, non so se ci avete mai fatto caso. La maggior parte dei tenutori di blog scrive en plein air, può controllare i link al volo, modificare in corsa, tornare ogni tanto a leggersi i commenti. Io scrivo, correggo, e poi mi connetto, una volta al giorno. Mi connetto per aggiornare il blog, scaricare la posta, leggermi i titoli dei giornali e farmi un giro tra i blog. Non ne leggo tantissimi, e probabilmente torno sempre agli stessi. A volte non resisto e commento qualcosa: grave errore. Non si dovrebbero mai scrivere cose d’impulso, e i commenti favoriscono questa cattiva abitudine. Inoltre se scrivi un commento ti aspetti una reazione, per cui i tempi on line si allungano: è un circolo vizioso.
3. Non segnalo mai blog nuovi e interessanti
In linea teorica, se invece di leggere ottusamente gli stessi blog, ogni giorno ne leggessi di nuovi e sconosciuti, senz’altro troverei ottime sorprese. Il guaio è che quando mi connetto non ho voglia di leggere degli sconosciuti: ho voglia di leggere quelli che conosco. Come ogni essere senziente, cerco in ogni modo di risparmiare energia mentale (e come ogni essere umano, alla lunga mi annoio). Forse c’è stata una fase in cui mi piaceva sperimentare link stravaganti, ma col tempo vince sempre la pigrizia. Anche voi, la sera, cosa ordinate? Cambiate aperitivo tutte le sere? No, chiedete il solito. C’è qualcosa di male?
4. Ma intanto la marea monta…
Il fatto che i blog continuino ad aumentare rafforza la mia pigrizia. Qualunque sito pescassi, farei comunque un gesto arbitrario nei confronti delle miriadi di blog interessanti che senz’altro meritavano la mia attenzione. Così resto al bancone e ordino il solito. In fondo lo sapevo che sarebbe finita così: quando tutti avranno un blog, ognuno leggerà il suo e non avrà più attenzione per gli altri. Al massimo lo useremo per comunicare con gli amici, ma difficilmente ce ne faremo di nuovi. È il normale decorso della diffusione di una tecnologia di massa: c’è un periodo epico, in cui alcuni geni (più alcuni pirla che passavano di lì per caso) attirano l’attenzione facendo cose che nel giro di pochi anni tutti diventano in grado di fare. Io mi metto tranquillamente nel novero dei pirla per caso, e sono sicuro che se cominciassi a scrivere oggi otterrei un decimo dell’attenzione che ho ottenuto negli ultimi mesi. Sono stato fortunato, questo è tutto. Ma non ci ho fatto un soldo, anzi ho speso bollette salate, per sentirmi oggi dire che faccio parte di una lobby o una loggia di blog pretenziosi che si citano tra loro. Il che può darsi benissimo: ma di tutte le lobby e le logge che ci sono a questo mondo, santiddio, doveva capitarmi proprio la loggia dei pirla?
5. Granieri ha ragione, tuttavia Granieri secondo me ha sempre ragione:
quando dice, per esempio, che la blogosfera è un ambiente non competitivo. Il problema è che la blogosfera è occupata da esseri umani, che sono terribilmente competitivi. Forse una blogosfera di calamari sarebbe diversa. Ma siamo umani, e siamo disposti a invidiarci anche le nostre statistiche farlocche. Se non ci fossero, le blogstar, le avrebbero inventate, e infatti è così: le hanno inventate.
Granieri ha ragione quando sostiene che nessuno legge un solo blog. Anche se, adesso che ci penso, io per cinque mesi della mia vita ho fatto proprio questo: ho letto un solo blog, il mio. Non sapevo nemmeno che esistessero altri blog italiani, finché non mi ha scritto la Pizia (e Wile, e Max Boschini). E – credeteci o no – stavo benissimo. Scrivevo solo per me? No. Ma non scrivevo nemmeno per una comunità di lettori e lincatori che, come tutte le comunità, richiede costi di gestione: lincare, ringraziare, rispondere alle mail, rispondere a delle attese nei miei confronti. Scrivevo, esattamente come oggi, per chiarire la mia posizione nei confronti del mondo. Questa è la cosa più importante, per me. Che poi alla lettura del mio quotidiano testamento assistano testimoni, è cosa che indubbiamente fa piacere. Ma di testamenti si tratta, roba scritta da una persona offline che nel frattempo, per quel giorno lì, non ha niente da aggiungere, è come se fosse morta. Non siete d’accordo con me? Neanch’io, spesso, il mattino dopo. Siete d’accordo con me? Troppo tardi, ho cambiato idea. E poi: ma è così importante essere o no d’accordo con me? Chi sono io? Perché una scemenza come “il ’68 ha strasfracellato i coglioni”, se detta da me, diventa una frase importante e scatena addirittura dei dibattiti? Sapete quanta gente ne scrive di cose così, se solo avreste voglia di cercarle. E allora, solo perché io appartengo alla confraternita dei pirla, qualsiasi mio rutto o scoreggia può scatenare il dibattito? E quindi… non ho più il diritto di ruttare e scoreggiare sul mio sito personale? Prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!
6. Paesaggisti e soggettisti
Studiando mi sono reso conto che ci sono due tipi di artisti: quelli che disegnano uno spazio e quelli che disegnano una figura. Li ho chiamati, per comodità, paesaggisti e soggettisti. Dopodiché, mi è sempre più sembrato di voler vivere da soggettista in un mondo di paesaggisti. Quasi tutte le persone che conoscevo ragionavano in termini di spazi, sognavano di gestirne uno. Ho partecipato anche a delle riunioni. Di solito si pensava a una rivista che fosse anche un sito internet, che fosse anche un progetto, che fosse inoltre un ambiente polivalente, un circolo, dove ognuno avrebbe espresso qualcosa, e in un angolo il bar. Questi spazi, il più delle volte, rimanevano mentali: in alcuni casi invece si sono concretizzati, per breve tempo: non perché i paesaggisti non fossero entusiasti e competenti, ma perché in quello spazio ben organizzato nessuno sapeva esattamente cosa venirci a fare, e intanto il bar aveva i suoi costi.
Io sono diverso, non nel senso che sono migliore, anzi: stimo molto i paesaggisti, credo che dovrebbero ereditare la terra. Ma io sono un soggettista. Io faccio la mia cosa: scrivo. Se mi date uno spazio, io sono felice. Ma non potete chiedermi di creare uno spazio per gli altri: so che esistono gli altri, ma creare gli spazi non è il mio mestiere.
Io ho sempre scritto, e quando mi hanno dato un blog, ho continuato a scrivere lì. Fine della storia. Invece ci sono persone che appena arrivate si sono messe a ragionare in termini di spazi: come fare a creare uno spazio confortevole, a mettere insieme il più gran numero di link senza offendere nessuno, eccetera. Gente come Strelnik, o Granieri, si sono comportati da veri paesaggisti: entusiasti e competenti.
Dopodiché, lo spazio non serve a nulla se non ci sono dei soggetti dentro. Questo è quello che faccio io: disegno le figure. Può darsi che lo faccia male, in tal caso scrivetemi e cercherò di emendarmi, ma non chiedetemi i paesaggi, sono un disastro. Lo dico perché lo so.
Avevo meno di vent'anni, avevo una migliore amica, avevo anche la fortuna di avere una macchina che era mia e pullmino collettivo.
Eravamo partiti in sette per il ritorno a casa e rimaneva lei. La accompagnavo nella casa occupata dove viveva, a metà strada fra il palazzo di giustizia e il duomo di una città velenosa da bere che è anche la mia, etimologicamente terra in mezzo o mezza terra o terra a metà o terra di mezzo o terra nel mezzo o media terra o così via[...]
Parlavamo e sorridevamo, in quella macchina uguale a quella che ho ora, amici davvero come so da allora possono essere anche un uomo e una donna non brutti. Non eravamo solo amici, però. Giocavamo a fare politica assieme, il gioco impegnativo di voler migliorare il mondo, quel gioco forse ingenuo che capita ancora a qualcuno. Si chiacchierava delle nostre piccole grandi avventure, che sono un'altra storia - anche forse avvincente - ma che probabilmente non racconterò nemmeno mai. Fattostà che venne il momento di salutarci.
E ci salutammo.
Mentre apriva la portiera, vide, vedemmo passare dall’altro lato della strada un tipo barcollante, palesemente maghrebino, palesemente sotto l'effetto dell'eroina, ancora assai diffusa una decina d'anni fa fra le strade di questa città. Aveva vestiti malconci e l’unica cosa non lacera era un sacchetto di plastica che portava con sé. Una figura inquietante.
Era notte fondissima e la strada era deserta eccezion fatta per noi tre. La mia amica mi chiese di aspettare che quel tale si allontanasse e io, certo, accettai.
Solo che non successe: l'uomo prima si fermò, poi ondeggiò, poi si accasciò al suolo cadendo esanime.
Naturalmente, corremmo fuori e lo raggiungemmo.
La prima inferenza era giusta, era maghrebino. Era semicosciente. Ci parlammo. Farfugliava male poche parole. Voleva un’ambulanza? No. Ma ne aveva palesemente bisogno. Aveva freddo. Voleva una coperta.
Lo convincemmo dell’indiscutibile. Aveva un assoluto bisogno di un’ambulanza. La mia amica corse in casa a cercare la coperta e a telefonare – ancora i cellulari erano ben rari – mentre io rimasi a fargli compagnia. Tendeva ad addormentarsi, capivo di doverlo fare parlare per tenerlo vigile e, tenendogli la mano, gli chiedevo che avesse, cosa fosse successo. La seconda inferenza sembrava sbagliata, i suoi occhi annebbiati, dolenti e buoni non erano quelli dell’eroina e i lividi e i taglietti sul suo corpo parlavano di altro. Infatti, mi disse: << Mi hanno picchiato >>.
Gli chiesi prima io e poi anche la mia amica e un altro amico – che era sceso con tanto di telefonino - chi fosse stato, cosa fosse successo. Farfugliava soltanto.
Si rianimò solo quando gli chiesi, pensando a chissà quale racket, se voleva che chiamassimo i carabinieri; si sollevò persino un po’ gridando: << No, no! Sono stati loro! >>.
Lo ripeté alcune volte, cercava di alzarsi, gli garantimmo che non li avremmo chiamati e gli occhi sbarrati dal terrore si rasserenarono un poco.
Intanto l’amico aveva trovato finalmente qualcuno che rispondeva per l’ambulanza. C’è un ospedale a poche centinaia di metri, forse il più importante della città, ed è un viavai di ambulanze. Sarebbero certo arrivati in pochi minuti. Chiesero tutti gli estremi: volevano sapere chi chiamava, perché, cosa fosse successo.
Chiesero anche della nazionalità del ferito, fra le altre cose, più precisamente se si trattasse di un immigrato. Non dico fosse questa la ragione, ma di fatto ci misero più d’un’ora ad arrivare, anche se richiamammo più volte.
Quando arrivarono finalmente, avevamo sentito accendersi le sirene quei quindici secondi prima dell’arrivo, gli chiesero e ci chiesero cosa avesse, lui non parlava più. Poi insistettero per chiedergli il permesso ad essere trasportato, se la prendevano con molta calma, evidentemente. Lui singultava a malapena qualche soffio di gemito e mi incazzai parecchio, io che non m’incazzo mai, perché era evidente che aveva bisogno di cure, aveva anche accettato si chiamasse l’ambulanza, era svenuto…
Nel mezzo della polemica, un infermiere chino su di lui che gli tastava il polso si rivolse ai colleghi agitato: << Oh, ragazzi, questo è andato!>>
<< Via via! >> vociarono.
Caricarono in fretta e furia il morto sull’ambulanza, lo scaraventarono è più corretto, e partirono in pochi secondi a sirene spiegate.
Ragionammo un po’ su cosa fosse possibile fare, scossi ci salutammo aggiornandoci. Continuai a ragionarci nella strada verso casa. Una denuncia era esclusa: erano stati i carabinieri; ero molto giovane, ma ne sapevo già tanto abbastanza per avere idea di chi e cosa siano, che fanno molti di loro, per ordini ricevuti o per sport, come si coprono, come il maresciallo Rocca sia un telefilm.
E poi era la mia parola, testimonianza indiretta da fonte deceduta, clandestina, ufficialmente inesistente, scomparsa chissà dove, priva di qualunque riscontro e di indiziati che non fossero di una categoria più che rispettata. Forse l’uomo ormai non era nemmeno esistito, invisibile del tutto oramai, inghiottito in chissà quale ventricolo delle scartoffie di stato.
Avrei scritto ai giornali, pensavo.
Ero scosso, turbato, angosciato. Come si può chiamare civile un paese dove può succedere questo a un uomo, per quanto miserabile possa eventualmente essere? Svegliai persino i miei genitori, con cui la comunicazione è sempre stata rasente al nulla, e mia madre mi dette persino un po’ ascolto, preoccupata per gli occhi sconvolti del figlio, non molto per quello che le raccontavo, senz’altro riprovevole.
Non riuscivo a dormire, ore di angoscia notturna e silenziosa. Alla fine uscii per andare alla farmacia notturna. Mia madre mi aveva suggerito di cercare dei sonniferi e pensarci l’indomani. Alla fine, anche se sono sempre stato poco incline ai farmaci e molto resistente al dolore, le detti ragione. Non ce la facevo più.
Alla farmacia notturna, grossa rassicurante levigata, trovai un uomo di colore, per il quale provai vedendolo ancora più fratellanza; gli chiesi i sonniferi.
Mi chiese quali, risposi che non sapevo, ma li volevo potenti; mi chiese se erano per me, perché li volessi, non aveva voglia di darmeli, si vedeva. << Ho visto morire un uomo >> risposi. Mi chiese se fosse un mio familiare. Risposi che no, che non importava, era un uomo e la sua morte era stata un’ingiustizia; << ... >> gli raccontai la storia e lui, dicendomi che non me li avrebbe dati, mi raccontò la sua.
Dottore libico plurilaureato in Europa, era dovuto scappare dal suo paese dopo che si era visto uccidere il fratello dagli uomini di Gheddafi – allora considerato anche qui un feroce sanguinario dittatore, ed erano ancora i tempi in cui qualche riconoscimento dello status di rifugiato veniva dato.
<< Non ho mai preso un sonnifero in vita mia, neanche quando mi hanno ucciso il fratello. >> e giù lezioni di umanità. Parlammo a lungo e mi raccontò della sua storia di profugo, di come funzionasse la caritas tedesca e di come fosse corrotta quella italiana. Di come, avendoci lavorato, sapesse tante cose che provavano questa corruzione, di come fossero sotto gli occhi di tanti e di come nessuno volesse farci niente né farle sapere. Mi spiegò e mi fece capire meglio tante cose. Mi convinse anche che era stupido e inutile anche scrivere ai giornali.
Alla fine mi disse che mi avrebbe dato i sonniferi, se li volevo, ma che se volevo fare qualcosa potevo cominciare col non prenderli.
Aveva ragione.
Quella notte morì un uomo per la colpa di essere nato altrove. Quella notte cominciò anche qualcosa, un viaggio, un impegno, anche un gioco, certo, ma preso sul serio, una notte che continua con poca luce, ma senza sonniferi.
Mi ha fatto una certa impressione questa mattina leggere il titolo principale dell'Unità: E' partito l'ordine: far tacere l'Unità Attacchi violenti e accuse di terorismo da aprte di Bondi e Cicchitto, coordinatori di Forza Italia. Lo fanno con il sostegno dei loro giornali (IlFoglio e Libero). Fassino: agressioni minacciose.
Lunedì, un altro allarmante titolo del Foglio:
"Se mi ammazzano, è su mandato di Tabucchi e Verdurin"
Martedì, Libero titola: Ferrara: "Mi vogliono morto"
Il giornalista accusa il direttore dell'Unità, Furio Colombo...
Cosa sta accadendo alla stampa italiana? E' solo un riflesso di quello che è diventato il confronto politico in italia o c'è di più?
Il conduttore di Sciuscià elenca le molte ragioni per dire un forte 'No!' al 'Logo Berlusconi', evidenziando i perché di una lista unitaria (e non unica), l'importanza dei girotondi e delle primarie, e richiamando il centro-sinistra all'urgenza di un'opposizione degna del nome.
L'affare Telekom Serbia è stato una lezione per tutti: Berlusconi dispone di un micidiale arsenale comunicativo; e non si farà scrupolo di usarlo per raggiungere i suoi fini. L'intero gruppo dirigente dell'Ulivo, con Prodi in testa, ha subito un attacco militare e ha fatto una dolorosa esperienza di come le notizie possano essere adoperate allo stesso modo delle pallottole.
Era già accaduto con lo scandalo sollevato da Striscia la notizia e Panorama a proposito dell'operazione Arcobaleno, scoppiato con identica tempistica alla ripresa della stagione politica. Ma allora la Rai era ulivista e, per quanto incapace di una reazione intelligente, non fece da megafono a quella campagna. Il problema non si risolve con la censura e con le accuse ai giornalisti. Chi crede nella libertà d'opinione ritiene che si debba andare fino in fondo, giudiziariamente e giornalisticamente, per verificare la fondatezza delle accuse di Igor Marini. Bisogna, invece, riportare l'attenzione dai contenuti ai contenitori e almeno prendere atto del carattere monopolistico assunto dal sistema televisivo dal punto di vista industriale e da quello politico. In questa situazione la gara democratica risulta quasi irrimediabilmente truccata.
Quasi. La televisione si va, infatti, così pericolosamente impoverendo da apparire sempre meno credibile. Soprattutto agli occhi di una porzione consistente di opinione pubblica espulsa e costretta a trovare mille maniere alternative per sopravvivere. E, per la prima volta, come è già avvenuto per la guerra in Iraq, si potrebbe verificare il prodigio di un sentimento maggioritario che si afferma fuori dai media e contro i media. A condizione che si capisca come Berlusconi sia il Logo intorno al quale si costruisce un sistema di potere indissolubilmente politico e mediatico. Non ha dunque senso continuare a ripetere lo stucchevole ritornello secondo il quale sarebbe controproducente demonizzare il presidente del Consiglio e ci si dovrebbe concentrare sul cosiddetto programma. In realtà un'astratta disputa programmatica farebbe fatica ad unire l'opposizione, mentre il No al Logo spinge di sicuro a ritrovare l'unità e suggerisce gli obiettivi per renderla robusta e credibile.
Se non vedessi attaccata la libertà d'espressione, potrei pensare anch'io che questo è soltanto un cattivo governo. Trovo indegno l'attacco continuo alla magistratura e insopportabile che sia stato impedito con una legge agli italiani di conoscere la verità sulla vicenda Toghe Sporche. Ma l'allarme non sarebbe così grave se ci trovassimo al cospetto di un mercato dell'informazione libero. Se il principale mezzo di comunicazione non fosse nelle mani del presidente del Consiglio.
Sarebbe ora che gli anglosassoni editorialisti del Corriere della Sera, ad eccezione di Giovanni Sartori, ammettessero che siamo completamente fuori dalle regole della democrazia liberale e che l'agenda alla quale essi stessi debbono far riferimento è ineluttabilmente condizionata dalla tv.
Non a caso le reazioni a sortite simili a quelle berlusconiane sul fascismo sono state assai più energiche in Germania, in Francia, in Olanda e persino in Austria con il caso Haider. In quei paesi non si accetterebbe passivamente l'esistenza di una lista di autori proibiti e sarebbe assordante il coro degli indignati contro chi, dopo essersi posto al di sopra della legge, consegna ai carabinieri un cittadino
che ha osato chiamarlo «Puffone». L'intoccabilità giudiziaria dovrebbe almeno concedere agli avversar! politici un eccesso di critica. Non è questo un solido principio del liberalismo anglosassone?
Invece Passino si becca una querela per aver indicato in Berlusconi il burattinaio della campagna su Telekom Serbia e per due giorni deve essere inseguito dalla notizia su tutti i teleschermi.
È vero, la carta stampata è ancora sufficientemente pluralista da consentire a chi ha argomenti validi di difendersi; ma, nel frattempo, Igor Marini cancella dai media la condanna di Previti comminata in un'aula del tribunale della Repubblica e consegna Prodi al giudizio della maggioranza politica di una commissione parlamentare e all'attenzione costante e negativa dei mezzi di comunicazione.
Quale messaggio ha trasferito il rumore di fondo dei telegiornali nelle periferie culturali abitate da chi non legge giornali e non usa Internet? Quanta merda ha sollevato questo gigantesco ventilatore? E cosa ci riserva il futuro? Dove si fermerà Berlusconi?
Il centro-sinistra avrebbe dovuto ingaggiare sul pluralismo del mercato televisivo, sulla Rai e sul conflitto d'interessi una battaglia di dimensioni europee. Considero pericoloso rassegnarsi all'idea che questo stato di cose potrà cambiare solo dopo la sconfitta di questo governo. Invece prevale l'idea di una crisi imminente e di un crollo fallimentare della Casa delle libertà. Cosicché basterebbe all'opposizione spostarsi un po' più in là per non essere sommersa dai detriti.
Forse per questo, riguardo alla Rai, si è scelta la strada della testimonianza impotente; e giornali come Repubblica sembrano seguire le vicende della televisione con un certo distacco, oppure con la convinzione che il tanto peggio porti al tanto meglio di un suicidio politico del Cavaliere. E se ci risvegliassimo all'improvviso in una Terza Repubblica presidenziale priva di istituzioni di controllo?
Stanno prevalendo una sorta di assuefazione e uno stucchevole dibattito sul regime e non regime. Se vedo dei naziskin massacrare di botte una persona di colore cosa faccio? Apro una discussione per accertare se l'Italia è diventata un paese nazista? E se Biagi viene cacciato dalla tv?
Per fortuna non ci sono più inciuci; ma si può intuire l'esistenza di una sorta di compromesso culturale, tacito e sotterraneo, che unisce destra e sinistra e che si propone un ritorno alla centralità della politica.
Berlusconi non rinunzia a presentarsi come il campione dell'antipolitica, l'uomo che ha costruito un impero dal niente e che intende spalancare il Palazzo ai sogni della gente comune. Tuttavia, con sempre maggiore frequenza, ribadisce che il mandato popolare va considerato alla stregua di una sacra investitura che deve porre gli eletti al di sopra di ogni possibile controllo esterno.
E evidente che si tratta di un messaggio rivolto all'intera classe politica: «Io intendo ricondurre magistrati, giornalisti e funzionar! amministrativi al
rispetto dell'ordine basato sul primato della politica. Ed è nell'interesse di tutti noi che mi assumo l'onere di un lavoro, sporco quanto necessario, per ripulire televisioni e tribunali dai giacobini incalliti che si ostinano ad opporre il loro potere separato alla volontà del popolo sovrano».
Così chi fece dell'impegno civile un obbligo morale per contrastare la degenerazione della Prima Repubblica in Tangentopoli viene descritto oggi come golpista, aguzzino, pazzo sanguinario. Allo scopo di rendere possibile una campagna che si propone non solo di rimettere in riga comici ed esperti di statistica ma di cancellare qualunque autonoma istituzione di controllo. Negli Stati Uniti non si vota per eleggere i procuratori della Repubblica? Certo, ma in un paese dove il presidente non può possedere giornali e televisioni.
Paul Ginsborg ricorda nel suo saggio più recente come Berlusconi ponesse alla base della sua idea di buon governo l'affermazione: «Ognuno deve essere libero di offrire i propri beni, i propri servizi, le proprie idee ai propri simili, i quali possono decidere liberamente se accettarli o rifiutarli. Ogni limitazione della concorrenza equivale quindi alla violazione della libertà e dei diritti di ciascuno». A mio parere, il caso Berlusconi non nasce dalla contrapposizione tra questa filosofia del far da sé e l'idea che debbano esistere delle regole di tutela degli interessi collettivi. Nasce dalla sua trasformazione in un monopolista che impedisce il libero mercato e la libera diffusione delle idee e che da vita a una concentrazione di poteri, economici, politici e informativi, senza precedenti. È ciò che possiamo definire maggioritarismo dispotico.
Ma il caso Berlusconi nasce da un tradimento che anche il centrosinistra ha operato nei confronti dello spirito dei referendum. La conseguenza è stata che il maggioritario si è ridotto ad un meccanismo elettorale semplificante quanto spietato, mentre avrebbe dovuto rappresentare l'occasione per cambiamenti profondi delle istituzioni, dell'economia e della politica. Certo, sarebbe stata necessaria una collaborazione tra diversi per una nuova architettura costituzionale ma sarebbero bastati soltanto i governi di centro-sinistra per liberalizzare il sistema televisivo ed emancipare la Rai dalla dipendenza nei confronti dei partiti.
La rivalutazione di Craxi fatta da Passino a discapito di Berlinguer è significativa. Anche a me l'ultimo grande leader del Pci appare incapace di separarsi da un mondo che scompare, quello dei blocchi contrapposti. La sua difesa della diversità resta ambiguamente sospesa tra la positiva sottolineatura della questione morale e l'anacronistico ancoraggio alla pratica comunista dell'antistato. Ma Craxi era veramente così moderno o siamo di fronte ad un «agiografismo» che ricorda Togliatti?
I signori delle tessere e delle tangenti, il Psi ridotto ad un sistema di feudi, la ciurma che andava all'assalto dell'economia per piegarla alle logiche della politica, non erano le tre caravelle di Colombo alla conquista dell'America. Piuttosto rivelavano una concezione dirigista, quasi leninista, che diveniva più eloquente quando i temi del presidenzialismo e della governabilità si contrapponevano all'autonomia della società civile, del mercato e del singolo elettore. Craxi ostacolò con ogni mezzo l'introduzione del maggioritario, combattendo come un nemico l'affermarsi di una nuova sensibilità civica che preferiva la responsabilità individuale alla vecchia delega ai partiti.
Forse Passino avrebbe potuto dire più correttamente che il crollo del Muro di Berlino seppellì, contemporaneamente, il comunismo critico di Berlinguer e il dirigismo partitocratico del leader del Psi, ponendo le basi per la nascita di quello che alcuni di noi allora chiamarono «il partito che non c'è», un nuovo partito democratico.
Un'esigenza ancora irrisolta, se si considera lo scarto tra i voti espressi per l'Ulivo e quelli raccolti dai singoli partiti.
Benvenuta quindi la lista unitaria (che sarebbe meglio non chiamare unica) e benvenuto un disegno che punti a rivedere in Europa i confini tra socialismo, democrazia e liberalismo. L'unificazione del nostro continente potrebbe trarre da qui non solo una spinta a superare veti e steccati nazionalisti, ma anche a riconsiderare l'importanza del genius loci di ogni comunità.
La lista unitaria dovrebbe essere la grande occasione per un rilanciò dei movimenti. Sempre che non si voglia ripetere l'errore del '94, quando gli esponenti della società civile, magistrati e giornalisti, imprenditori e semplici cittadini, fecero un passo indietro, delegando ad Occhetto e a Segni, nonché alle burocrazie di partito sopravvissute a Tangentopoli, una partita che questi giocarono divisi sperperando il patrimonio referendario.
I girotondi devono tuttavia discutere apertamente un tema fondamentale: l'alternativa a Berlusconi passa da una difesa della Costituzione così com'è? Io credo di no. Restano fermi i valori fondativi, i riferimenti all'antifascismo e al lavoro, ma il ruolo che la nostra Carta assegna ai partiti va seriamente rivisto. Non c'è dubbio che i partiti della Repubblica nata dalla Resistenza abbiano ereditato la centralità assunta dal Partito nazionale fascista nella gestione della cosa pubblica, ritenendo il loro pluralismo un antidoto sufficiente a non ripetere le esperienze del passato.
Ma un vero pluralismo non può essere garantito solo dai partiti. Deve basarsi sull'agire distinto di molti soggetti autonomi, di una burocrazia amministrativa assolutamente indipendente, di una vera libertà di stampa, del mercato, di adeguati poteri di controllo. Inoltre deve essere nutrito dalla trasparenza delle scelte politiche e da un ricambio dei gruppi dirigenti fondato sull'etica della responsabilità. Ciascuno di noi questa volta dovrebbe essere pronto a dare il suo contributo in due direzioni: la battaglia per la libertà d'espressione, la scelta di criteri trasparenti per selezionare le candidature politiche.
Io non credo che ci siano problemi tecnici a fare da ostacolo. Potrebbero bastare due giorni di «seminario» tra esperti di comunicazione, sondaggi e Internet per stabilire in che modo svolgere delle primarie sufficientemente garantiste che diano a un gran numero di cittadini la possibilità di partecipare alle scelte. Ma i partiti dell'Ulivo e la stessa Rifondazione comunista sono pronti ad aprire le loro porte e a mettersi in discussione?
Io credo di no, ed è per questo che tanti che, come me, non sono disposti ad aumentare la confusione con iniziative avventate, esitano ad impegnarsi fino in fondo. Di una sola cosa non si sente la mancanza: di nuovi piccoli partiti.
Se Prodi deve essere il leader, spetta a lui indicare la strada. E presto. Perché Berlusconi non cadrà senza combattere e non esiterà a mettere in pericolo le istituzioni per salvare il suo potere. Chi si dice sicuro di vincere pensi a ciò che potrebbe accadere da qui a qualche anno, ai guasti che può provocare l'enorme potere di comunicare in mano a una sola persona. Chi ha la responsabilità delle scelte decida, ma sappia che questa volta non ci sarà più nessuno disposto a giustificare una sconfitta.
Ventotto risposte su temi scomodi. Una piccola banca a Milano, una calda estate in Spagna, un compagno di scuola di Palermo, una finanziaria della mafia, un distinto signore di Caltanissetta, un gruppo di giudici romani disponibili, un amico al governo, un prezioso consulente inglese...
Una questione un po’ di giornalismo e un po’ di patriottismo. Questo il senso dell’inchiesta che «Diario» presenta in queste pagine.
La storia è figlia dei nostri tempi (con elementi antichi e altri molto moderni) e nasce in una Londra che è oggi indubbiamente il crocevia tra politica e giornalismo, con uno scienziato nucleare suicida, i maneggi per rendere più sexy le armi di distruzione di massa e un primo ministro perlomeno enigmatico. In questo contesto, all’inizio di agosto, il settimanale «The Economist» pubblica una lunga inchiesta su Silvio Berlusconi e pone al presidente del Consiglio 28 domande molto dettagliate che riguardano le sue pendenze giudiziarie, la sua politica nei confronti della magistratura, l’origine opaca delle sue fortune. Il direttore del settimanale, Bill Emmott, non usa eufemismi: considera Silvio Berlusconi un oltraggio al popolo italiano, «il peggio della vecchia Italia» e una minaccia per la nuova Europa.
«The Economist» è stato fondato nel 1843. In quegli anni a Londra i latifondisti inglesi si opponevano alla nuova legge sul commercio del grano (la globalizzazione di allora) e Karl Marx metteva a punto il suo migliore short cut («Il Manifesto», la globalizzazione di allora). A spiegazione delle sue origini, il giornale si dichiara sostenitore «dell’intelligenza, portatrice di progresso, contro un’indegna, timida, ignoranza che questo progresso ostacola», come è scritto nella gerenza. Cronista oltremodo attento e nello stesso tempo ricercatore del vero capitalismo, quello libero, romanticamente indenne dagli abusi, il settimanale londinese ha preso posizione per le droghe libere, contro Pinochet, ha lodato (in tempi diversi) sia Thatcher sia Blair, e (in tempi diversi) sia Bush sia Clinton, ha scavato nei torbidi segreti bancari del francese Credit Lyonnais, ha approvato la guerra contro l’Iraq ed è alfiere da tempo immemore dell’abolizione della pena di morte.
Quella dell’«Economist» contro Berlusconi è una campagna che dura da almeno due anni, quando lo considerò unfit (moralmente inadatto) a guidare l’Italia. Il giornale, semplicemente, non lo sopporta. Lo considera un insulto al capitalismo liberale.
Con un milione di copie vendute ogni settimana, e con il peso della sua storia, «The Economist» non passa certo inosservato. E così, quando ha preso di mira il nostro presidente del Consiglio, le reazioni italiane si sono fatte sentire. Rozzamente, la presidenza del Consiglio lo ha incluso nel «complotto comunista» e ha dato mandato ai suoi avvocati di portarlo in tribunale, ricordando peraltro che Berlusconi gode del suffragio elettorale. L’opposizione lo sbandiera, ma non più di tanto: nessun politico ha infatti preso a cuore le 28 domande. Le televisioni pubblica e privata (ambedue sotto il controllo di Berlusconi) non ne hanno parlato. La carta stampata ha registrato la questione con un certo sussiego. Nei vari commenti che si sono letti, è trasparso un certo «ma che vogliono questi inglesi?».
«Diario» ha dedicato al tema due dei suoi numeri speciali («Berlusconeide», 30 marzo 2001 e «Berlusconeide 2, Le carte», 1 novembre 2002) e conosce bene i fatti di cui parlano i nostri colleghi londinesi. Abbiamo apprezzato la schietta ricostruzione dei fatti e l’attenzione a certi particolari che forse a noi italiani erano sfuggiti; ricordiamo nel contempo che i giornalisti italiani sulla carriera di Silvio Berlusconi hanno già pubblicato perlomeno trenta libri e centinaia di inchieste e milioni di persone sono scese in piazza per protestare contro i suoi attacchi alla magistratura.
Per cui, da patrioti – il patriottismo è soprattutto la vergogna nei confronti di chi ci governa – abbiamo esaminato le 28 domande poste dall’«Economist» alle quali Silvio Berlusconi non ha voluto rispondere. Stiamo, in effetti, parlando di questioni piuttosto pesanti: corruzione, mafia e associazione a una pessima loggia segreta, per indicarne tre. Abbiamo anche utilizzato alcune rapsodiche affermazioni che lo stesso Silvio Berlusconi ha centellinato su questi temi, ma purtroppo il suo contributo risulta piuttosto contraddittorio. «Diario» vi propone ora una risposta esauriente alle 28 domande che, secondo noi, il presidente del Consiglio potrebbe fare sua. Ci auguriamo che le forze politiche che operano in questo Paese prendano atto di quanto scriviamo. Tim Laxton, per «The Economist» ha curato l’inchiesta su Silvio Berlusconi. Gianni Barbacetto, inviato di «Diario», ha curato le risposte alle sue domande. (e.d.).
Il giornalismo si fa ponendo domande e pretendendo risposte. Lo ricorda Bill Emmott, direttore dell’Economist, in un’intervista all’Unità di Furio Colombo in cui ha spiegato i motivi della grande inchiesta su Silvio Berlusconi pubblicata all’inizio d’agosto. Non era certo un attacco politico su scala europea fomentato dalla sinistra; non uno sfogo da Ecomunist; né una campagna anti-italiana; non una «vendetta personale contro un uomo d’affari di successo». Era, semplicemente, giornalismo: «L’Economist ama i businessmen di successo», ha dichiarato Emmott. «Siamo una rivista del capitalismo. Celebriamo il libero mercato. Abbiamo trascorso 160 anni apprezzando il successo del capitalismo. Ma siamo contro l’abuso del capitalismo, quando cerca di distorcere le leggi. Siamo contro la corruzione delle leggi e l’abuso del potere politico a vantaggio personale... È nostro giudizio che Berlusconi – come businessman e poi come politico – porti discredito al mondo degli affari e ai veri principi del capitalismo che l’Economist rappresenta e sostiene con orgoglio. Berlusconi è importante perché danneggia la causa del successo negli affari».
E dunque, Signor Berlusconi, «answers, please». Per favore risponda a 28 domande poste dai giornalisti dell’Economist non in nome dell’eversione, ma del capitalismo. Perché il premier italiano, argomenta Emmott, è un danno per l’Italia e gli italiani, ma anche per l’Unione: «Come potrà l’Europa ottenere dai Paesi che hanno fatto domanda d’adesione – per esempio quelli dell’Europa centrale e dell’Est – che si disfino della corruzione, che separino il business dalla politica, che istituiscano un sistema giudiziario indipendente, mentre tra gli Stati fondatori della Comunità c’è un Paese governato da un uomo che sfida la giustizia e i magistrati, che incoraggia la corruzione?». Già, come farà?
In Italia, i «terzisti» evitano con cura di affrontare il cuore del problema, di pretendere quelle risposte alla pubblica opinione che chiunque fa politica deve dare, sulle origini delle sue fortune economiche, sui rapporti tra politica e affari, sulla legalità dei suoi comportamenti, su eventuali amicizie pericolose. Diario queste domande a Berlusconi le ha poste tutte, nel numero speciale Berlusconeide e in cento altre occasioni, in compagnia di altri giornali italiani – una compagnia, in verità, non proprio numerosa (e tutta trascinata in tribunale).
Ora un vecchio, prestigioso settimanale europeo le rimette tutte in fila, quelle domande, e fa apparire noi meno paranoici (ma allora avevamo ragione a insistere...) e una parte della stampa italiana più distratta e pavida.
«Answers, please»: risposte, per favore, Mr Berlusconi. Ma Diario vuole fare un passo in avanti: non gli basta riproporre le domande, questa volta vuole dare le risposte. Le risposte alle 28 domande poste dall’Economist nella versione lunga della sua lettera aperta al premier italiano, quella apparsa sul sito web del settimanale inglese. Le risposte che Berlusconi ha già dato finora (poche e insoddisfacenti). Le risposte che, secondo la nostra ricostruzione dei fatti, potrebbe dare.
Le 28 domande dell’Economist si possono raggruppare, per comodità, in cinque capitoli:
1. Il caso Sme
2. Gli altri processi
3. Le leggi su misura
4. Il mistero delle origini
5. La loggia P2
Alle 28 domande poste dall’Economist, Diario aggiungerà qua e là altre domande, e quindi altre risposte, che ritiene importanti. Ecco le domande dell’Economist, ecco le risposte di Diario.
IL CASO SME
L’Economist dedica una parte consistente del suo servizio al caso Sme, la mancata vendita nel 1985 a Carlo De Benedetti, che già possedeva la Buitoni, dell’azienda alimentare pubblica controllata dall’Iri. La cessione per 497 miliardi di lire, già concordata con Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, fu bloccata dall’intervento di Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, che chiese all’amico Berlusconi d’intervenire. Subito si misero in moto cordate alternative (la Iar messa velocemente insieme da Berlusconi, che convocò in un ristorante di Broni gli imprenditori Pietro Barilla e Michele Ferrero) e strani personaggi (l’avvocato Italo Scalera, l’imprenditore Giovanni Fimiani).
Nessuno, in realtà, voleva comprare davvero la Sme, con i suoi prestigiosi marchi (Cirio, Bertolli, De Rica...): l’obiettivo era quello di bloccare la prima privatizzazione italiana, che avrebbe indebolito il potere dei partiti, e di fermare De Benedetti, considerato da Craxi un avversario.
L’operazione riuscì. Dopo la miracolosa apparizione di cordate alternative e il blocco della vendita, De Benedetti aprì una vertenza giudiziaria per far valere gli impegni già stipulati. Ma le sentenze, alla fine, gli diedero torto: perché furono comprate, secondo le accuse della procura milanese, che da molti anni sta cercando – invano – di portare a termine il processo con imputati i giudici che avrebbero venduto le loro sentenze (Filippo Verde, Renato Squillante), gli intermediari che li avrebbero pagati (gli avvocati Cesare Previti e Attilio Pacifico) e il loro presunto mandante (Silvio Berlusconi).
Il presidente del Consiglio, imputato di corruzione in atti giudiziari, si è rifiutato di rispondere alle domande dei giudici. Si è presentato però in tribunale e ha ottenuto di fare (il 5 maggio e il 17 giugno 2003) «dichiarazioni spontanee»: due lunghi show, monologhi in cui ha ricostruito la sua versione dei fatti, ha gettato fango su Romano Prodi, ha infine chiesto «una medaglia» per aver impedito la svendita sottocosto della Sme.
Ora il processo è finalmente giunto alle fasi finali e si riaprirà a settembre: per tutti tranne che per Berlusconi che, come è noto, è diventato improcessabile grazie a una legge (il cosiddetto «lodo Maccanico») che garantisce l’immunità assoluta al presidente del Consiglio e ad altre quattro alte cariche dello Stato.
L’Economist nella sua accurata ricostruzione dei fatti si dilunga sulla figura e gli interventi di un imprenditore citato da Berlusconi nel suo monologo del 5 maggio davanti al tribunale: Giovanni Fimiani, titolare della Cofima (Compagnia Finanziaria Mercato Alimentari), che – come Scalera e come la Iar – aveva presentato all’Iri un’offerta più alta di quella di De Benedetti.
LE RISPOSTE DI BERLUSCONI.
• Versione 1: ero interessato alla Sme. Il 30 ottobre 1985, interrogato come testimone dal magistrato Luciano Infelisi, che per primo ha indagato sulla vicenda Sme, Berlusconi racconta di aver costituito una cordata d’imprenditori perché voleva acquisire le aziende alimentari pubbliche.
• Versione 2: non ero interessato alla Sme. Il 5 maggio 2003, nelle sue «dichiarazioni spontanee» davanti al tribunale di Milano, Berlusconi dichiara (smentendo ciò che aveva detto nel 1985) di non aver mai avuto intenzione d’acquistare la Sme, ma di essere intervenuto nella trattativa soltanto perché glielo aveva chiesto Craxi, il quale voleva a tutti i costi bloccare De Benedetti. Dopo aver chiesto una medaglia per esserci riuscito, Berlusconi infila nel suo monologo una serie di errori: sostiene di aver avuto, all’epoca dei fatti, un «conto aperto con De Benedetti, che mi attaccava ogni giorno dai suoi giornali» – ma De Benedetti è diventato azionista di riferimento di Repubblica solo molti anni dopo; cita Giovanni Tamburino, toga di Magistratura democratica, che gli ha dato ragione in Cassazione – ma Tamburino non è mai stato di Magistratura democratica, non è mai stato in Cassazione, non ha mai giudicato il caso Sme; chiede che il tribunale acquisisca alcune lettere di Craxi all’allora ministro delle Partecipazioni statali Clelio Darida – ma queste sono già agli atti da anni. Poi attacca Prodi, parlando non ai giudici, ma ai media: non gli interessa convincere il tribunale di essere innocente, ma gli elettori che anche il suo avversario non è uno stinco di santo.
Nel secondo monologo, quello del 17 giugno, ripete cose già ben note, per esempio, ai lettori di Panorama o del Giornale: la testimone Stefania Ariosto sarebbe mitomane e falsa; l’intercettazione del colloquio tra giudici al bar Mandara di Roma sarebbe manipolata; nel «fascicolo virtuale» segreto numero 9520 della procura di Milano sarebbero nascosti documenti essenziali per la sua difesa... Non una spiegazione sui piccioli, come li chiama il pubblico ministero Ilda Boccassini, sui soldi usciti a miliardi dai conti Fininvest, passati agli avvocati e finiti sui conti dei giudici romani.
Una sola ammissione, forse sfuggita nella foga: la Fininvest aveva conti all’estero (prima sempre negati) «perché comperavamo film in tutto il mondo». Ma come mai anche Previti viene pagato dai conti esteri, come fosse un film straniero o un serial americano? «Era uno dei cento avvocati del nostro gruppo», minimizza, ingeneroso, l’amico Silvio. E i pagamenti Fininvest erano anticipi di parcelle: non è colpa nostra, fa capire Berlusconi, se poi Previti li faceva arrivare – chissà perché – sui conti di Attilio Pacifico, «che aveva un ufficio di import-export di denaro»...
In definitiva Berlusconi, abituato al fai-da-te, invece di spiegare, si loda, si giudica e si assolve: «Non ho trovato nulla, non c’è nulla, non una prova, un indizio. Non c’è neppure il movente». E poi figurarsi – dice Berlusconi allargandosi un po’ – se mai avrei fatto operazioni illecite lasciando la firma, i segni della provenienza dei soldi... «Mi sarebbe bastato prenderli dalla mia tasca...».
SIGNOR PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, sulla base della nostra ricostruzione dei fatti, queste sono le risposte alle domande sul caso Sme.
Le prove della corruzione, a differenza di quanto affermato nelle «dichiarazioni spontanee», ci sono: i movimenti di soldi dai conti Fininvest a quelli degli intermediari, fino a quelli dei giudici romani. Anche il movente c’è: bloccare la vendita della Sme a De Benedetti, come chiestole da Craxi nel 1985 e da Lei ammesso. Per Lei, era la proposta che non si può rifiutare, l’occasione di restituire un favore: pochi mesi prima, nell’autunno 1984, Craxi era intervenuto, con uno strumento di legge passato alla storia come «decreto Berlusconi», per riaccendere le tre reti Fininvest oscurate il 16 ottobre 1984 dai pretori di Roma, Torino e Pescara, i quali applicavano la legge vigente secondo cui era illegittimo per un privato trasmettere su tutto il territorio nazionale. Lei comincia a intromettersi nel caso Sme poco prima che il decreto confezionato su misura per Lei da Craxi diventi, nel 1985, legge dello Stato.
Quanto a Giovanni Fimiani (domande 2,3,4,5,6,7), è facile pensare che si inserì nella compravendita Sme, allora, su richiesta di Previti, come fece anche l’avvocato Italo Scalera, che di Previti era stato compagno di scuola. Quello che ci sembra strano, è che sia stato citato e valorizzato da Lei ora, nei suoi monologhi davanti al tribunale: oggi chiunque operi nel settore sa che Fimiani è un bancarottiere e che cerca – inutilmente – di salvarsi, addebitando il crac non ai suoi errori, ma a un complotto ai suoi danni, al ruolo – peraltro marginale – avuto nella vicenda Sme. Condannato nel 1993 per il fallimento della sua azienda, nel 1999 è già stato protagonista di un attacco a Prodi amplificato dal quotidiano britannico Daily Telegraph e poi rivelatosi fango, una manovra senza fondamento. Possibile che i Suoi avvocati, i Suoi consiglieri non Le abbiano detto niente?
E la medaglia (domanda 8) per aver impedito una svendita sottocosto? Non era il prezzo della Sme a interessare Lei, né Craxi. Il risultato di quell’intervento del 1985, in realtà, fu il blocco delle privatizzazioni in Italia, rimandate di una decina d’anni. Per un decennio ancora i partiti di governo hanno mantenuto saldo il loro potere su imprese d’ogni tipo, da cui spremevano denaro, poltrone, clientele. E la salute dei conti pubblici è peggiorata, fino all’orlo della bancarotta dello Stato. Soltanto Mani pulite, nel 1992-93, e la necessità di entrare in Europa hanno sbloccato la situazione e salvato il Paese. Le Sue dichiarazioni al tribunale, dunque, non si conciliano affatto (domanda 1) con una veritiera ricostruzione dei fatti.
ALTRE DOMANDE, ALTRE RISPOSTE. Una volta messi in fila gli avvenimenti realmente accaduti, e non quelli evocati da ricostruzioni di comodo, appare immediatamente chiaro anche perché negli ultimi mesi il fronte berlusconiano si sia tanto agitato attorno al fascicolo 9520. Come Lei ben sa, si tratta dell’ormai famoso fascicolo aperto dalla procura della Repubblica di Milano a metà degli anni Novanta, all’inizio dell’indagine sulle toghe sporche romane. La sua storia è simile a quella del mitico «fascicolo virtuale» di Mani pulite: la procura apre un fascicolo su un argomento ampio e i magistrati vi inseriscono ogni atto d’indagine che riguarda quell’argomento; poi – quando un filone si definisce, le imputazioni prendono forma e gli imputati acquistano un nome – il filone viene «stralciato», con un nuovo numero di fascicolo, e diventa un processo. Il processo Sme, per esempio, è uno di questi stralci, Imi-Sir un altro.
Ora, Lei e Previti sostenete che nel famoso fascicolo 9520 sono occultate prove fondamentali che dimostrerebbero la vostra innocenza. In realtà dentro quel faldone segreto, se c’è qualcosa, è qualcosa che si riferisce ad altri episodi di corruzione dei giudici romani, ad altre sentenze comprate, eventualmente ad altri magistrati in vendita al miglior offerente.
La procura di Milano ha affrontato processi soltanto nei casi (tre) in cui è riuscita a raccogliere prove che ha considerato solide, in cui ha ottenuto riscontri e documenti bancari dall’estero. Ma gli indizi sono molto più numerosi, il sistema di corruzione del palazzo di Giustizia di Roma ben più articolato di quanto finora non sia emerso. Lo dice un testimone privilegiato, tanto più attendibile in quanto interno a Forza Italia ed ex sottosegretario all’Interno nel Suo governo, l’avvocato Carlo Taormina, che nel 1996 dichiara pubblicamente: «Quella che sta venendo alla luce è solo una minima parte del marcio che si è sedimentato oltre ogni limite a Roma».
Se è vero ciò che dice Taormina, allora un certo numero di persone è da tempo in grande allarme, perché ancora non sa che cosa la procura di Milano sa. Poiché il fascicolo 9520 è segreto, neppure noi sappiamo che cosa contenga. Ma sappiamo ciò che già è emerso nei processi: per esempio, la storia di Enrico Manca. Nulla di penalmente rilevante, s’intende, ma un bell’esempio, molto significativo, di come andavano (vanno?) le cose in Italia.
Dirigente del Psi, Manca dal 1986 al 1992 ha guidato, come presidente, la Rai. In quegli anni ha scritto la parola fine alla durissima competizione di mercato con i concorrenti della Fininvest, arrivando a quella che è stata chiamata la pax televisiva. Ora, nell’udienza del 28 marzo 2001 del processo Sme, Manca è stato chiamato a testimoniare, sulla base di alcuni documenti raccolti proprio nel fascicolo 9520. Che cosa gli ha chiesto il pubblico ministero Ilda Boccassini? Dei suoi stretti rapporti con Cesare Previti, che per Manca, presidente della Rai, rappresentava pur sempre il «nemico», essendo uno dei più importanti avvocati della concorrenza Fininvest. Eppure ciò non ha impedito non solo numerosi e amichevoli incontri tra i due nel salotto di casa Previti, ma neppure la strana gestione di un tesoretto: sì, Previti, avvocato del «nemico», gestiva (come fosse un banchiere privato) il conto in Svizzera (in quegli anni illegale) del presidente della Rai.
Sul tesoretto di Manca, Previti (quasi sempre attraverso l’avvocato Pacifico) fa affluire negli anni molti soldi: 180 milioni di lire nel 1989, 163 milioni nel 1990, 600 milioni nel 1992, 70 milioni nel 1993. Soldi personali, garantisce Manca, non della Fininvest. Il conto in Svizzera Previti-Manca sarà chiuso in tutta fretta il 18 marzo 1996: cinque giorni dopo l’arresto del giudice Squillante.
Ilda Boccassini pone al teste Manca una domanda anche sulla vicenda P2. Sì, perché il nome di Manca era negli elenchi di Gelli, ma nessuno oggi può scrivere: «Manca era piduista». Lo impedisce una sentenza del 1985, che dichiara Manca estraneo alla loggia segreta. Suo avvocato in quella causa era Cesare Previti. Il giudice che emise la sentenza era Filippo Verde (lo stesso accusato di aver venduto la sentenza Sme).
Oggi Manca presiede un fantomatico istituto che documenta «l’innovazione multimediale». Recentemente ha dichiarato al Corriere della sera di considerare le contestazioni alla legge Gasparri sulle tv «una battaglia di retroguardia: non si può mettere le brache al mercato per combattere Mediaset».
No, non si può. Ma è proprio al mercato che sono state messe le brache, anzi la camicia di forza, in decenni di predominio berlusconiano imposto dalla politica: dal decreto di Craxi alla pax televisiva di Manca, fino alla Gasparri e al suo digitale all’italiana.
Signor presidente del Consiglio, c’è qualcosa che vorrebbe smentire, correggere, specificare, aggiungere?
GLI ALTRI PROCESSI
L’Economist stila una accurata lista dei processi che Berlusconi ha dovuto affrontare, da quello per le tangenti alla Guardia di finanza fino a quello sul lodo Mondadori, soffermandosi particolarmente su David Mills, l’avvocato londinese (marito di Tessa Jowell, ministro nel gabinetto di Tony Blair) che ha fondato la rete delle società estere Fininvest.
Racconta dei tortuosi passaggi finanziari tra offshore della Fininvest-ombra e ricorda la misteriosa vicenda del «Mandato 500». Il titolare di questo mandato, il tesoriere di Berlusconi Giuseppe Scabini, attraverso la Fiduciaria Orefici di Milano all’inizio degli anni Novanta acquista Cct per 91 miliardi di lire. Questi sono in gran parte trasformati in denaro contante in una banca di San Marino, poi trasportato da spalloni in Svizzera e accreditati nel 1991 sui conti All Iberian.
A che cosa sono serviti quei 91 miliardi? Mario Moranzoni, responsabile della tesoreria Fininvest, così spiega l’operazione al titolare della Fiduciaria Orefici: «Sa, i politici costano molto... È in discussione la legge Mammì...». Nel 1991, infatti, viene stilato il piano delle frequenze, il fondamentale strumento tecnico che rende operativa la legge Mammì sulle tv. Ma in quell’anno, ricorda l’Economist, dalla Svizzera partono anche le tangenti per i giudici del lodo Mondadori e i 21 miliardi della supertangente All Iberian per Craxi.
LE RISPOSTE DI BERLUSCONI.
Tutte le accuse sono prive di fondamento, sono interventi giudiziari che in realtà mascherano un attacco politico, sferrato a chi ha legittimamente vinto le elezioni. Non so niente di tangenti, l’ho giurato anche sulla testa dei miei figli. Ma i comunisti, sconfitti nelle urne, cercano la rivincita attraverso la via giudiziaria. Colpevole è la parte politicizzata della magistratura, che è un cancro da estirpare. Io non sapevo nulla dei soldi dati alla Guardia di finanza, che comunque nelle verifiche fiscali blocca per settimane l’attività delle aziende e si comporta a volte come un’associazione a delinquere. Della Mondadori sono diventato proprietario in modo assolutamente legittimo. Abbiamo conti esteri, perché la Fininvest opera in tutto il mondo e compera diritti televisivi in tutto il mondo.
SIGNOR PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, sulla base della nostra ricostruzione dei fatti, queste sono le risposte alle domande sui Suoi altri processi.
Le sentenze L’hanno fatta uscire da una decina di processi con la fedina penale pulita. Ma solo grazie all’effetto combinato di attenuanti, prescrizioni, amnistia, insufficienza probatoria. Dal punto di vista razionale, è difficile credere che Lei, che aveva il controllo anche sulle più piccole spese gestite dai suoi collaboratori, non sapesse nulla, per esempio, delle tangenti pagate alla Guardia di finanza per ammorbidire le verifiche fiscali in quattro delle Sue società, Mondadori, Videotime, Mediolanum, Telepiù (domanda 10). Del resto, il pagamento di tangenti è stato accertato e i manager responsabili sono stati condannati. Non solo: sono stati condannati per falsa testimonianza due Suoi segretari (Marinella Brambilla e Niccolò Querci) che, secondo le sentenze, hanno mentito ai giudici proprio per proteggere il loro capo. E comunque nessuno dei tanti collaboratori coinvolti in vicende di tangenti è stato da Lei punito o licenziato. Anzi: manager, assistenti, segretari, sono stati tutti premiati. Molti perfino con un posto in Parlamento, qualcuno addirittura nel governo.
È ritenuto provato anche il pagamento di 21 miliardi di lire a Bettino Craxi, attraverso la società offshore All Iberian, registrata a Jersey, nelle Isole del Canale: è la più grande tangente mai versata in Italia a un singolo uomo politico. In questo come in altri casi, soltanto i tempi lunghi del processo L’hanno salvata da una condanna, impedita dalla prescrizione del reato.
Lei ha sempre negato che All Iberian fosse una società Fininvest, però la smentita è arrivata non soltanto dalle sentenze, ma ormai perfino dai Suoi stessi collaboratori. Attraverso All Iberian e il complesso sistema di società e conti esteri chiamato «Fininvest Grop B (very discreet)», è passata la tangentona a Craxi, ma anche una serie di operazioni «riservate» che vanno dalla scalata a società quotate in Borsa (come Standa e Rinascente) senza la necessità d’informare la Consob, all’acquisizione del controllo di Telepiù e Telecinco, aggirando le leggi antimonopolio in Italia e in Spagna.
Le società della «Fininvest Group B» (almeno 29) sono scatole vuote, senza dipendenti né strutture amministrative proprie, che servono soltanto a compiere in maniera anonima operazioni finanziarie proibite, a produrre fondi neri, a coprire il loro vero proprietario. Tra il 1989 e il 1996 la Fininvest-ombra ha spostato (come documenta un rapporto della Kpmg stilato per conto della procura di Milano) fondi neri per almeno 2 mila miliardi di lire. Per questo Lei ha ricevuto un’incriminazione per falso in bilancio. Il giudice per le indagini preliminari nel febbraio 2003 ha chiuso l’inchiesta con un proscioglimento generale, constatando che è scaduto il tempo per il processo, grazie alla nuova legge sul falso in bilancio che abbrevia i tempi di prescrizione. Ha però negato l’assoluzione nel merito, spiegando che Lei e i suoi coimputati (Suo fratello Paolo, Suo cugino Giancarlo Foscale, i Suoi amici e manager Adriano Galliani e Fedele Confalonieri) non possono dirsi innocenti.
David Mills (domande 9 e 13) è l’uomo chiave della Fininvest-ombra. È lui che l’ha in gran parte plasmata e gestita, da Londra. Non sappiamo dire quanto Lei lo abbia incontrato direttamente, ma certamente ciò che Mills ha fatto l’ha fatto per Suo conto. Mills è oggi il più importante dei Suoi consulenti. Ma è sempre Lei a prendere le decisioni strategiche aziendali, anche dopo il Suo ingresso in politica. «Da quando sono a Palazzo Chigi non mi occupo delle mie aziende», ha più volte ripetuto. Peccato che La smentiscano alcuni testimoni proprio dall’interno di Mediaset: «Ho continuato a parlare con Berlusconi della questione Spagna fino all’estate del 1994», racconta Oliver Novick, direttore Corporate Development; «Le indicazioni per l’acquisto dei diritti tv continuavano a venire da Arcore», aggiunge Marina Camana, ex segretaria del capo della Silvio Berlusconi Communications, Carlo Bernasconi.
Nel 1994, come certamente ricorda, Lei era diventato per la prima volta capo del governo. Ora quelle due testimonianze hanno fatto decollare una nuova indagine su di Lei, con l’accusa di frode e falso in bilancio. Suoi coimputati sono Mills, alcuni banchieri svizzeri, alcuni dei Suoi manager. Tra i reati contestati, anche il riciclaggio. Due magistrati milanesi, Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo, stanno cercando di far luce su una storia di diritti televisivi comprati negli Stati Uniti e rivenduti a società della Fininvest B (tra cui la Century One e la Universal One, registrate nelle Isole Vergini britanniche), che poi le passavano, a prezzi maggiorati, alle società della Fininvest A. Risultato: i prezzi dei film acquistati sono stati gonfiati di almeno 170 milioni di dollari, diventati fondi neri a disposizione per operazioni «riservate».
È l’ultima indagine aperta su di Lei: si è saputo che è indagato soltanto a metà giugno 2003. Ma potrebbe diventare cruciale perché, mentre gli eventuali reati fiscali commessi tra il 1995 e il 2000 sono stati azzerati grazie al condono inventato da Giulio Tremonti (Suo ex consulente tributario, diventato Suo ministro dell’Economia), quelli del 1994 sono rimasti scoperti e perseguibili. E, secondo i magistrati, «nei conti Mediaset, a partire dal 1994, è stato sensibilmente alterato il valore del patrimonio della società con specifico riferimento ai diritti di trasmissione televisiva». Poiché quelle «sensibili alterazioni» hanno necessariamente influenzato, a catena, anche i bilanci successivi al 1994, ne consegue che «nel 1996 Mediaset», secondo De Pasquale e Robledo, «è stata quotata in Borsa sulla base di una falsa rappresentazione della consistenza patrimoniale della società».
Un’accusa che, in un Paese normale, farebbe tremare, insieme, Piazza Affari e Palazzo Chigi. In Italia, niente. Per accorgersi del caso, gran parte della stampa ha atteso che il ministro della Giustizia, ingegner Roberto Castelli, bloccasse le rogatorie che i due incauti magistrati avevano inoltrato verso gli Stati Uniti: Castelli sosteneva che il «lodo Maccanico» fermava non soltanto i processi, ma anche le indagini. Poi, dopo la rivolta di una parte della Sua stessa maggioranza (Udc e An), l’inchiesta ha potuto ripartire e ora De Pasquale e Robledo potranno volare a Hollywood a interrogare i responsabili delle Majors (Warner Bros, Paramount, Columbia Tristar, 20° Century Fox, Mca Universal Studios) che avevano venduto a misteriose società delle Isole Vergini i film poi miracolosamente arrivati (a prezzi maggiorati) a Mediaset.
Poi ci sono i processi per le «toghe sporche». Oltre a quello sulla Sme, vi è quello sul lodo Mondadori. A Lei è stata rivolta l’accusa di aver pagato, attraverso l’avvocato Cesare Previti, alcuni giudici di Roma per ottenere una decisione a Suo favore sul lodo Mondadori e dunque per poter ottenere la proprietà della più grande casa editrice italiana. Poi per Lei il processo è finito: il giudice dell’udienza preliminare Rosario Lupo l’ha prosciolta; la procura ha fatto ricorso alla Corte d’appello, che nel giugno 2001 ha così deciso: per Lei è ipotizzabile il reato di corruzione semplice, e non quello di concorso in corruzione in atti giudiziari; concesse le attenuanti generiche, il reato dunque è prescritto, poiché risale al 1991 e la prescrizione, con le attenuanti generiche, scatta dopo soli cinque anni. Prescritto, non assolto.
Fuori Lei, sono rimasti però nel gioco i Suoi coimputati (gli avvocati Cesare Previti, Giovanni Acampora e Attilio Pacifico, il giudice Vittorio Metta), condannati in primo grado. Dunque (domanda 11) vi è stata corruzione. Ma se un giudice ha venduto la sua sentenza e se alcuni intermediari l’hanno comprata, ci deve essere un mandante. Previti non ha acquistato la sentenza Mondadori per sé. Il mandante non può che essere Lei.
Del resto Lei ha ammesso di sapere (domanda 12) che esisteva, intorno al tribunale di Roma, «un ufficio di import-export di denaro», gestito dall’avvocato Pacifico: dunque Lei ha ammesso di sapere che a Roma le sentenze potevano essere comprate e vendute. Lo sapeva a tal punto, che alcuni miliardi di lire, usciti dai conti delle Sue società, sono passati proprio per quell’«ufficio».
ALTRE DOMANDE, ALTRE RISPOSTE. Lei sostiene di essere stato indagato dalla «magistratura politicizzata» in risposta al Suo impegno in politica. Questo è smentito dalle numerose indagini sul Suo gruppo avviate già nel 1992-93. Ma addirittura la prima inchiesta giudiziaria su di Lei risale a dieci anni prima, al 1983 quando, nel corso di un’indagine su droga e riciclaggio (poi chiusa senza alcuna conseguenza nel 1991), la Guardia di finanza pose sotto controllo i Suoi telefoni.
Lei e i Suoi manager siete indagati anche all’estero. Anche verso la Spagna, infatti, hanno operato le offshore della Fininvest-ombra: producendo oltre 100 miliardi di lire di frode fiscale e violando la legge antitrust spagnola per le operazioni compiute sull’emittente Telecinco. Il giudice istruttore anticorruzione di Madrid, Baltasar Garzon Real, ha dovuto comunque sospendere il processo, per l’immunità dovuta ai parlamentari europei.
Signor presidente del Consiglio, c’è qualcosa che vorrebbe smentire, correggere, specificare, aggiungere?
LE LEGGI SU MISURA
L’Economist racconta ai suoi lettori che negli ultimi due anni, da quando è tornato al governo, Berlusconi ha fatto varare alcune leggi che hanno reso più difficile perseguire il falso in bilancio, hanno tentato di rendere inutilizzabili le prove giunte dall’estero per rogatoria e hanno reintrodotto nell’ordinamento italiano il «legittimo sospetto», che permette di chiedere lo spostamento del processo in un’altra sede a ogni imputato che sospetti che i suoi giudici hanno scarsa serenità ambientale.
LE RISPOSTE DI BERLUSCONI.
• Versione 1: nessuna legge su misura. La nuova legge sul falso in bilancio era necessaria per modernizzare la disciplina delle imprese, prima troppo rigida e inquisitoria. Rogatorie e legittimo sospetto erano necessarie per aumentare il garantismo nei confronti degli imputati: per impedire che documenti falsi, non controllati, entrassero nei processi; per garantire i diritti degli imputati, di tutti gli imputati, davanti a giudici non sereni né imparziali.
• Versione 2: solo tre su 350. «Abbiamo il record di 350 disegni di legge e decreti legge... Se ci si riferisce ai tre testi adottati con gli strumenti della democrazia in risposta ad azioni derivanti dall’esercizio di un ruolo di funzionari della giustizia mirante ad attaccare, con la giustizia, i nemici politici, ebbene si tratta solo di tre casi su 350, quindi appena l’1 per cento».
Questa incredibile ammissione Berlusconi l’ha fatta davanti al Parlamento europeo il 1 luglio 2003, nella stessa replica in cui ha dato del kapò al deputato tedesco Martin Schulz che aveva osato criticarlo.
SIGNOR PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, sulla base della nostra ricostruzione dei fatti, queste sono le risposte alle domande sulle leggi su misura.
Le tre leggi sono state pensate non a Roma, ma a Milano, nel contesto dei processi in cui Lei era imputato. Molte delle eccezioni presentate in aula a Milano dai Suoi avvocati (e respinte) si sono rimaterializzate in Parlamento a Roma, sotto forma di proposta di legge. Del resto i Suoi due principali avvocati, Gaetano Pecorella e Niccolò Ghedini, sono anche deputati del Suo partito e il primo è presidente della Commissione giustizia.
La nuova disciplina sul falso in bilancio (domanda 14) ha risolto molti Suoi problemi giudiziari, depenalizzando e riducendo i tempi della prescrizione. Sono stati così chiusi alcuni processi (All Iberian 2: falso in bilancio per non aver iscritto nei libri contabili della Fininvest l’uscita dei 21 miliardi regalati a Craxi; consolidato Fininvest: per non aver registrato nei bilanci la contabilità delle società offshore; processo Lentini: per non aver iscritto a bilancio il versamento in nero di una decina di miliardi dalle casse del Milan a quelle del Torino calcio, per l’acquisto del calciatore Gianfranco Lentini). Quella legge è stata poi utile, naturalmente, anche a molti Suoi amici e collaboratori (tra cui Marcello Dell’Utri) che hanno problemi giudiziari simili ai Suoi.
Il cambiamento delle norme sulle rogatorie (domanda 15) avrebbe invece dovuto bloccare la possibilità d’utilizzare nei processi di Milano sulle «toghe sporche» le prove arrivate dall’estero (i documenti bancari che attestano i passaggi di denaro). Prima i Suoi legali hanno fatto, a monte, una strenua opposizione, specialmente in Svizzera e Gran Bretagna, alla trasmissione dei documenti in Italia. Poi, persa quella battaglia, hanno escogitato il modo di bloccare a valle l’utilizzabilità di quelle carte.
Ma il tribunale di Milano e poi quelli di gran parte d’Italia hanno ritenuto prevalente, rispetto alla nuova legge, la forza delle convenzioni internazionali: così hanno continuato a utilizzare le prove correttamente raccolte all’estero. A questo punto, è spuntata la legge sul «legittimo sospetto» (domanda 16), per bloccare comunque, in extremis, i processi di Milano. La formulazione definitiva della legge, voluta dal presidente della Repubblica, ha reso però più circoscritto, rispetto al testo iniziale, il concetto di legittimo sospetto, tanto che la Cassazione ha respinto le richieste dei difensori di Berlusconi e Previti.
Durante l’iter per l’approvazione di queste tre leggi, in Italia è nato un grande movimento (detto «dei girotondi») che ha coinvolto milioni di persone e dato vita a imponenti manifestazioni di protesta contro quelle che sono state chiamate «leggi su misura».
ALTRE DOMANDE, ALTRE RISPOSTE. A questo punto, dopo il flop delle leggi su rogatorie e legittimo sospetto, è stato necessario ripescare l’idea di un parlamentare dell’opposizione, Antonio Maccanico, che aveva proposto la sospensione dei processi per le cinque più alte cariche dello Stato, tra cui il presidente del Consiglio (che comunque è l’unico ad averne bisogno). Così nel giugno 2003 è stata votata in fretta e furia quella legge che ha risolto definitivamente (se passerà l’esame della Corte costituzionale) ogni Suo problema giudiziario in Italia.
Ma le leggi su misura non sono solo le tre citate dall’Economist. Quelle sono le più clamorose, ma non le uniche. Per bloccare uno dei due processi in corso a Palermo contro il senatore Marcello Dell’Utri è stata introdotta una norma che vieta d’utilizzare come prove a carico di parlamentari intercettazioni e tabulati telefonici. Per bloccare il processo a Previti, dopo la prima condanna a 11 anni per Imi-Sir, è stata rapidamente approvata in Parlamento la legge sul patteggiamento allargato, che concede agli imputati di patteggiare la pena anche per reati molto gravi, punibili con pene fino a cinque anni, ma che soprattutto concede uno stop di 45 giorni ai processi in corso, per dare modo agli imputati di riflettere se chiedere o no il patteggiamento.
Una norma stravagante, che va contro la «ragionevole durata» dei processi, ma che è servita a Previti per bloccare il processo per tre mesi: 45 giorni per pensare al patteggiamento (anche se ha già detto che non lo chiederà) più 45 giorni di pausa feriale estiva. Grazie a questa legge assurda – contro la quale è già stata sollevata l’eccezione d’incostituzionalità – l’intero sistema processuale italiano rischia un ingorgo senza precedenti. Ma intanto Previti ha guadagnato altri tre mesi: la prossima udienza del processo Sme è infatti convocata per il 29 settembre (giorno, per uno scherzo del destino, del Suo compleanno). E magari nel frattempo arriverà qualche altra legge su misura.
Al pubblico ministero Ilda Boccassini, che in aula ribadiva che comunque l’accusa non concederà mai il proprio consenso (vincolante) al patteggiamento, anche perché per Previti la pena richiesta (11 anni) è ben superiore ai cinque previsti dalla legge, l’avvocato Carlo Sammarco, difensore di Previti, ha risposto: «Il pm confonde il presente con il futuro. E poi tra 45 giorni non sappiamo cosa accadrà al pm...». Una battuta, solo una battuta. Riferita probabilmente all’inchiesta ministeriale aperta nei confronti della procura di Milano e all’indagine penale avviata dalla procura di Brescia. Ma una battuta che suona sinistra e agghiacciante, nell’Italia dei magistrati uccisi a colpi di kalashnikov o di tritolo, tanto più se rivolta a chi ha lavorato su importanti indagini di mafia, ha visto morire l’amico e maestro Giovanni Falcone e poi ha contribuito a farne arrestare gli assassini. Signor presidente del Consiglio, c’è qualcosa che vorrebbe smentire, correggere, specificare, aggiungere?
IL MISTERO DELLE ORIGINI
L’Economist si addentra con grande impiego di dati, cifre e tabelle nelle operazioni che stanno all’origine dell’impero berlusconiano, ripercorrendo le più oscure tra le manovre finanziarie realizzate (spesso attraverso prestanome e «franco valuta», quindi senza trasparenza sui soggetti che davvero operano) dalle sue innumerevoli società della prima ora (Cantieri Riuniti Milanesi, Sogeat, Palina, Edilnord, Fininvest srl, Fininvest Roma, Coriasco...).
Si interroga sul ruolo del commercialista siciliano Giovanni Dal Santo. E sulle transazioni con la giovane marchesina Anna Maria Casati Stampa.
LE RISPOSTE DI BERLUSCONI.
Tutto regolare, tutto a posto. Io e la mia famiglia siamo i soli proprietari delle mie aziende. Le operazioni finanziarie compiute e la struttura societaria scelta dai miei consulenti erano volte a ottenere un risparmio fiscale.
SIGNOR PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, sulla base della nostra ricostruzione dei fatti, queste sono le risposte alle domande sulle origini delle Sue aziende.
Lei, giovane intraprendente, racconta di essere diventato imprenditore, nei primi anni Sessanta, proponendo al Suo principale di costituire insieme una società, cinquanta e cinquanta. Il Suo principale era Pietro Canali, un costruttore milanese cliente della Banca Rasini (dove lavorava Suo padre Luigi, che a fine carriera era diventato direttore generale). Canali Le aveva dato lavoro già dagli anni dell’università e Lei si era dimostrato abile, tanto da diventare rapidamente direttore commerciale dell’impresa di Canali. La società si è fatta ed è stata battezzata Cantieri Riuniti Milanesi. L’operazione che porta subito a termine è l’edificazione di un palazzo rivestito di piastrelle blu in via Alciati, alla periferia di Milano. Lei era riuscito ad avere i permessi comunali per costruire, e questo è il Suo contributo alla società. Per il resto, l’esperienza la mette Canali, i soldi arrivano dalla Banca Rasini.
Dopo quel colpaccio, Lei non si ferma più. Tra il 1964 e il 1969 costruisce un intero quartiere residenziale a Brugherio, nell’hinterland milanese. Negli anni Settanta edifica Milano 2, la città satellite nel comune di Segrate. Tra il 1979 e il 1990 realizza a Basiglio una nuova cittadella, Milano 3; costruisce il centro commerciale Il Girasole a Lacchiarella; e progetta il villaggio residenziale Costa Turchese, a sud di Olbia, in Sardegna.
A realizzare il Suo decollo imprenditoriale sono società dietro cui è impossibile capire chi opera, e soprattutto chi mette i soldi. L’urbanizzazione di Brugherio è realizzata dalla Edilnord sas di Silvio Berlusconi e C., in cui Lei figura, insieme ad altri, come «socio d’opera» o «accomandatario», mentre soci «accomandanti» sono Carlo Rasini e l’avvocato d’affari svizzero Renzo Rezzonico, rappresentante di una finanziaria di Lugano, la Finanzierungesellschaft für Residenzen Ag. I soldi, dunque, arrivano dalla Svizzera, ma gli investitori restano protetti dall’impenetrabile schermo di una finanziaria dal nome impronunciabile.
Per costruire Milano 2, invece, nasce il 29 settembre 1968 (giorno del Suo trentaduesimo compleanno) una seconda Edilnord, la Edilnord Centri Residenziali sas di Lidia Borsani e C. Lidia Borsani è una Sua giovane cugina ed è socia accomandataria; accomandante, anche in questo caso, è una finanziaria svizzera, l’Aktiengesellschaft für Immobilienanlagen in Residenzentren Ag di Lugano che fornisce il capitale ed è sempre rappresentata dall’avvocato Rezzonico. È a capitale svizzero anche la società che costruisce Milano 2, la Italcantieri srl, fondata nel 1973 da due fiduciarie ticinesi, la Cofigen Sa (rappresentata da un giovane praticante notaio) e la Eti Ag Holding (rappresentata da una casalinga di nome Elda Brovelli). Dietro la Cofigen si intravvede il discusso finanziere svizzero Tito Tettamanti. Dietro la Eti, l’avvocato d’affari Ercole Doninelli, a cui fa capo anche la Fimo, una finanziaria svizzera coinvolta in numerose inchieste su riciclaggio e traffico di droga. La Italcantieri, che ha per amministratore unico Luigi Foscale (padre di Giancarlo e Suo zio), sarà comprata dalla Fininvest srl in due tranche, nel luglio 1975 e nel novembre 1976.
Nel 1970 nasce una terza Edilnord sas, con la cugina Lidia Borsani sostituita dalla madre, Maria Bossi, Sua zia. Una quarta vede la luce nel dicembre 1977, quando come socio accomandatario, al posto dei parenti, entra un professionista, Umberto Previti, commercialista calabrese padre del futuro ministro Cesare Previti. Questa Edilnord sarà liquidata dopo tre sole settimane di vita, il 1 gennaio 1978.
Per commercializzare gli immobili di Milano 2 entra in scena la Sogeat (Società Generale Attrezzature di Walter Donati). Donati è un uomo che lavora per Lei, ma anche alle sue spalle, come a quelle della Sogeat, ci sono misteriose società svizzere. Tra il 1967 e il 1975, in Edilnord e Sogeat confluiscono almeno 4 miliardi di lire, di provenienza sconosciuta (domanda 18).
Era intanto nata a Roma, il primo giorno di primavera del 1975, la Finanziaria d’Investimento (Fininvest) srl. L’avevano data alla luce due società fiduciarie della Banca Nazionale del Lavoro, la Saf e la Servizio Italia, entrambe operanti su mandato di Suo cugino Giancarlo Foscale. Foscale è nominato amministratore unico, del collegio sindacale fanno parte Umberto Previti, suo figlio Cesare e Giovanni Angela, uomo della Bnl. Nel novembre successivo la Fininvest si era trasformata in spa e aveva trasferito la sede sociale a Milano. Nel 1978, le stesse fiduciarie Saf e Servizio Italia generano la Fininvest Roma srl, amministratore unico Umberto Previti, che il 7 maggio 1979 realizza una fusione per incorporazione con la Fininvest spa milanese e un mese dopo, il 28 giugno, cambia nome (torna a chiamarsi Fininvest srl) e sede (torna a Milano). Con finalmente Lei, Silvio Berlusconi, presidente e un consiglio d’amministrazione formato da Suo fratello Paolo e da Suo cugino Giancarlo Foscale.
Per undici anni, dalla nascita della seconda Edilnord, nel 1968, fino alla terza Fininvest, del 1979, Lei si era nascosto dietro una schiera di parenti, prestanome, teste di legno, in un gioco opaco e complicatissimo di società con capitali di provenienza ignota, di cui si sa soltanto che provengono dalla Svizzera (o meglio: di cui la Svizzera è l’ultimo passaggio in un percorso di cui si perdono le tracce). A partire dal 1979, dunque, i veri amministratori della Fininvest sono finalmente visibili. L’opacità però si trasferisce a monte: nelle 23 (ma diventeranno 38 per poi ridursi a 22) società chiamate Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e così via, che acquistano il controllo della Fininvest, in un intrico bizantino di scatole cinesi, incroci e passaggi.
Nelle diverse Fininvest entrano molti soldi. Da dove vengano è spesso impossibile capirlo. La Fininvest srl il 6 aprile 1977 delibera un aumento di capitale di ben 8 miliardi (oggi, se ci fossero ancora le lire, sarebbero più di 45). Secondo la legge allora vigente, però, gli aumenti di capitale superiori ai 2 miliardi avevano bisogno dell’autorizzazione del ministero del Tesoro. Lei la richiede e la pratica s’avvia. Ma il Tesoro chiede, come di norma, alla Banca d’Italia di svolgere la sua istruttoria e Bankitalia pretende informazioni precise sulla società, sui soci, sulle operazioni finanziarie.
Invece di fornirle, Lei e i suoi consulenti il 29 novembre 1978 revocate l’aumento di capitale già deliberato ed escogitate un modo per ottenere lo stesso risultato senza fornire quelle informazioni. Viene fondata la Fininvest Roma, che aumenta il suo capitale da 20 milioni a 18 miliardi, con un’operazione da 17,98 miliardi realizzata il 7 dicembre 1978. Poi viene messa in atto la fusione delle due Fininvest: ai 18 miliardi di capitale della Fininvest Roma si sommano così i 2 miliardi della Fininvest «milanese», con il risultato di portare il capitale a 20 miliardi. Poi partono tre operazioni – Padana da 6 miliardi, Ponte da 11, Palina da 15 – che immettono in Fininvest complessivamente 32 miliardi. Aggiunti ai 20 precedenti, ecco che la Fininvest ha un capitale sociale di 52 miliardi. Senza alcuna autorizzazione del Tesoro, senza alcuna informazione a Bankitalia.
Da dove vengano i soldi delle quattro operazioni realizzate in questo complesso gioco tra Roma e Milano non si sa.
Intanto l’assemblea Fininvest il 2 dicembre 1977 aveva deliberato un «finanziamento soci» di 16,43 miliardi (oggi sarebbero un centinaio). In realtà il denaro arriva in 25 piccole tranche, in un periodo di 17 mesi, dal 28 febbraio 1977 al 2 agosto 1978. Nessuna carta spiega la provenienza delle somme. Si sa soltanto che, dopo qualche tempo, la società restituisce quel finanziamento, attraverso assegni Banca Popolare di Abbiategrasso firmati da Giancarlo Foscale, girati in bianco da Servizio Italia e consegnati nelle mani di Giovanni Dal Santo, un uomo che compare in tanti passaggi importanti della Sua storia finanziaria (domande 19 e 20).
Poi partono le quattro operazioni che permettono di portare il capitale Fininvest a 52 miliardi. Il 7 dicembre 1978 è il giorno di un «giro finanziario chiuso» (ce ne sono almeno sei in questo periodo) che fa partire ben 17,98 miliardi da un ordinante sconosciuto. Questi vanno alla Fininvest «milanese», poi si dividono tra Saf e Servizio Italia, si riuniscono sui conti di zio Luigi Foscale, passano a Lei, poi alla Saf, indi alle Holding 1-19, infine alla Fininvest Roma, per poi tornare allo sconosciuto iniziale.
È un giro contabile a somma zero: soldi veri non ne girano. Ma, nel circolo contabile, le fiduciarie Saf e Servizio Italia vengono rimborsate da Fininvest del finanziamento soci di 16,43 miliardi, li passano al loro rappresentante Foscale, che li dà al proprietario, cioè a Lei, che li integra con una piccola somma (540 milioni) e poi li passa alle Holding, le quali con quei soldi sottoscrivono l’aumento di capitale di 17,98 miliardi della Fininvest Roma (che, essendo una srl, può ritoccare il capitale senza l’autorizzazione del Tesoro). È l’aumento che serve ad arrivare, come abbiamo visto, ai 18 miliardi. Gli unici soldi veri che entrano nel circolo sono i 540 milioni messi da Lei di tasca Sua.
TANTE PICCOLE HOLDING. Dopo la fusione tra le due Fininvest, dunque, entrano in campo le Holding. Queste, a dispetto del nome altisonante, sono semplici srl (società a responsabilità limitata): così gli aumenti di capitale si possono fare in casa, senza intrusi che vogliano guardare le carte. Sono fondate il 19 giugno 1978 a Milano da Nicla Crocitto, un’anziana casalinga abitante a Milano 2, che detiene il 90 per cento delle quote e viene nominata amministratore unico delle società, mentre il restante 10 per cento è intestato al marito, il commercialista Armando Minna, già sindaco della Banca Rasini e poi Suo consulente. Capitale sociale: il minimo, 20 milioni per Holding.
Tra il 4 e il 5 dicembre 1978 escono di scena i due prestanome iniziali delle Holding e arrivano, al loro posto, due fiduciarie: Saf e Parmafid. Tra il 29 giugno e il 19 dicembre 1979 alle Holding vengono compiuti robusti conferimenti, per 26 miliardi. Alla fine, il capitale sociale della Fininvest (52 miliardi) è quasi interamente controllato dalle 23 Holding (per 49,98 miliardi), tranne una piccola quota (2,02 miliardi) direttamente nelle Sue mani.
Di chi sono le Holding? Mie, ha sempre risposto, anche se Lei non ha mai potuto spiegare in maniera del tutto convincente il perché di una struttura societaria tanto complicata. Accanto a 38 Holding, oltretutto, ci sono cinque Holdifin, più una Holding Elite. La moltiplicazione delle Holding serve, di nuovo, a realizzare aumenti di capitale senza che il Tesoro e la Banca d’Italia si mettano a curiosare nelle cose del Suo gruppo: se ciascuna può avere un capitale di 2 miliardi, ecco che, essendo almeno 22 o 23, il capitale può essere moltiplicato per 22 o 23 volte. Il punto è che il pagamento delle quote, comunque, avviene in contanti e dunque anche questa volta non resta alcuna traccia della provenienza di denaro.
Tra il 1978 e il 1985 nelle Holding entrano 93,93 miliardi (oggi sarebbero oltre 340). Il fatidico 7 dicembre 1978, come abbiamo visto, le Holding 1-18 aumentano il capitale da 20 milioni a 1 miliardo l’una, con un afflusso di 17,98 miliardi. Nuovo amministratore unico diventa Luigi Foscale, mentre Giovanni Dal Santo è nominato sindaco. Chi versa le quote? Il fiduciante, cioè Lei, dicono le carte, ma «non risulta alcuna evidenza del movimento contabile».
IL RICICLAGGIO DEL SANTO. Il 21 marzo 1979, primo giorno di primavera, avviene un’operazione che ha per protagonista Dal Santo. La società Coriasco, controllata dalla fiduciaria Saf su mandato di Luigi Foscale, attua un aumento di capitale di 2 miliardi di lire. La transazione avviene, anche questa volta, «franco valuta»: quel giorno è Dal Santo che, con una telefonata, dà ordine alla Saf di sottoscrivere l’aumento di capitale e fa pervenire alla fiduciaria (come risulta dagli appunti rintracciati nella sede della Saf) 2 miliardi in contanti, che poi vengono versati alla Cariplo e alla Banca Popolare di Novara, in cambio di due assegni circolari per 2 miliardi. La Saf li gira alla Coriasco, che così ufficialmente ha aumentato il suo capitale attraverso l’ingresso di due assegni, anche se in realtà l’operazione è avvenuta per contanti: Dal Santo, il primo giorno di primavera del 1979, attraverso Coriasco ha riciclato 2 miliardi di lire di cui si ignora la provenienza (domanda 24).
Il 29 giugno 1979 nelle Holding entrano 6 miliardi, per l’aumento di capitale delle Holding 1-6. Arrivano da due fonti: 4,8 miliardi da un soggetto non identificato; e 1,2 miliardi dalla Fiduciaria Padana (una società riconducibile al gruppo Berlusconi) che li riceve da Fininvest Roma in cambio di tre società fiduciariamente gestite da Riccardo Maltempo (un prestanome che lavorava in un’officina meccanica) e rappresentate da Giovanni Dal Santo.
Il 4 ottobre 1979 scatta l’operazione Ponte: arrivano 11 miliardi alle Holding 7-17, come prestito obbligazionario. I soldi partono dalla Ponte srl, passano per Saf, Holding 7-17, Fininvest, Italiana Centro Ingrosso srl, e con cinque giroconti ritornano alla società Ponte, rappresentata da Enrico Porrà, un invalido di 75 anni colpito da ictus.
Porrà risulta essere il titolare di altre sei o sette società, tra cui la Palina srl, una società fondata il 19 ottobre 1979 da lui e da Adriana Maranelli, una colf emiliana: altri prestanome, come il meccanico Maltempo, come la casalinga Crocitto... Porrà, quando c’è da firmare qualche documento, va dal notaio su una carrozzella spinta dai Suoi consulenti. Maranelli invece, contattata nel 2000 dai giornalisti del settimanale L’Espresso, ha dichiarato: «Fu la signora Itala Pala, presso cui ero a servizio, a chiedermi di firmare quelle carte nello studio del suo amico, il ragionier Marzorati, un consulente di Berlusconi. Mi dissero che non c’era niente di illecito e mi pagarono per farlo».
Presso l’abitazione della signora Pala erano domiciliate molte società, tra cui, appunto, la Ponte e la Palina (in onore alla padrona di casa?). Proprio la Palina il 19 dicembre 1979 è al centro di una delle operazioni più misteriose e ricche della storia berlusconiana. Quel giorno infatti Palina versa 27,68 miliardi di lire (oggi sarebbero circa 120 miliardi) alla Saf, che li trasferisce alle Holding 1-5 e 18-23, che li passano alla Finivest, che li paracaduta alla Milano 3 srl, che li restituisce alla Palina.
Un giro completo, e apparentemente vizioso. Con quale scopo? Anche in questo caso, è un circolo contabile chiuso. Rispetto ad altre operazioni circolari (quella del 7 dicembre 1978, quella della Ponte...), l’operazione Palina ha però una particolarità: abbiamo a disposizione qualche informazione in più. Sappiamo che i 27,68 miliardi dati alla Palina dalla Milano 3 risultano essere il pagamento di 2 mila azioni della Cantieri Riuniti Milanesi, amministrata da Marcello Dell’Utri. Una bella cifra, se si pensa che quelle stesse azioni erano state pagate dalla Palina, poche settimane prima, soltanto 4,26 miliardi: in pochi giorni, una gigantesca plusvalenza fatta in casa.
Le azioni erano state acquisite in parte (400 mila azioni) dall’Unione Fiduciaria, in parte (800 mila azioni) da una fiduciaria di nome Siraf, in parte (altre 800 mila azioni) da Anna Maria Casati Stampa, la marchesina che Le aveva venduto, grazie ai buoni uffici di Cesare Previti, la villa San Martino di Arcore e grandi terreni a Cusago. Proprio per quei terreni, la marchesina era stata pagata con le azioni della Cantieri Riuniti e, quando aveva chiesto di essere liquidata, nel novembre 1979, Palina le aveva pagato 1,7 miliardi di lire e poi aveva girato quelle azioni, insieme alle altre acquisite dalla Siraf e (per 860 milioni) dall’Unione Fiduciaria, alla Milano 3, realizzando una prodigiosa moltiplicazione del loro valore, almeno sulla carta.
Non ci sono sicurezze su chi ci sia dietro la Siraf, né dietro l’Unione Fiduciaria, società delle Banche Popolari. Si sa soltanto che i fissati bollati siglati da Giorgio Bergamasco, il tutore della marchesina Casati Stampa, fanno riferimento a passaggi d’azioni per 2,56 miliardi: la somma di quanto pagato ufficialmente alla marchesina più quanto dato all’Unione Fiduciaria. Ciò apre un’ipotesi: se anche le azioni vendute dall’Unione Fiduciaria fossero della marchesina, il pagamento reale dei terreni di Cusago sarebbe un po’ meno giugulatorio di quello che appare, perché ci sarebbe un’aggiunta di «nero». L’alternativa è che Anna Maria Casati Stampa, nelle mani del tutore ufficiale Giorgio Bergamasco e del tutore di fatto Cesare Previti, sia stata truffata. Come accadrà con la Sua Villa di Arcore, pagata soltanto 500 milioni: a meno che anche qui non ci fosse una consistente parte in nero (domande 22 e 23).
SILVIO IL PARRUCCHIERE. Tra il Natale 1979 e il Capodanno 1980 dalle Holding arrivano alla Fininvest altri 25 miliardi di lire (dell’epoca). Di questi, 4,3 miliardi sono versati da Lei in persona alla Saf, il resto non ha nome. Il 5 marzo 1981 sui conti della Holding Italiana Prima presso la Banca Rasini piovono 3 miliardi in assegni, che escono lo stesso giorno. Il 26 marzo 1984 le Holding 1-5 e 12-13 ricevono 7,179 miliardi: arrivano in assegni della Banca Rasini, firmati da Lei. Altro finanziamento il 16 maggio: a beneficiarne, questa volta, le Holding 13-18, che ricevono 2,297 miliardi, in assegni circolari. La documentazione bancaria non dice da dove provengono tutti questi soldi, Lei non lo ha mai spiegato.
Chi ha dovuto cercare di capire è Francesco Giuffrida, un funzionario della Banca d’Italia incaricato dalla procura di Palermo di compilare una relazione tecnica sui flussi finanziari delle Sue società. Sulla sua strada Giuffrida ha incontrato non poche difficoltà. Innanzitutto perché molte operazioni cruciali vengono eseguite, come abbiamo visto, «franco valuta», cioè direttamente dai titolari delle società date in gestione alle fiduciarie, senza passare dalle fiduciarie. Dunque senza lasciare tracce nei loro libri contabili (domanda 25).
Ma le difficoltà non sono limitate a problemi tecnico-contabili. La Banca Popolare di Abbiategrasso, per esempio, dichiara «di avere disponibili gli estratti conto delle Holding per il dicembre 1978 limitatamente ad alcune Holding, infatti per 13 di esse la pellicola microfilmata risulta essersi bruciata». E la Banca Popolare di Lodi (l’istituto che nel 1991 ha incorporato la Banca Rasini) in un primo momento nega che la Rasini abbia mai «intrattenuto rapporti attivi e/o passivi» con le Holding di Berlusconi e con altre società e manager del Suo giro. Nell’anagrafe aziendale della banca, però, le società richieste sono presenti: ma catalogate sotto la curiosa voce «Servizi di parrucchieri e istituti di bellezza». Solo dopo qualche insistenza la Popolare di Lodi cambia versione e risponde che sì, «la Rasini aveva intrattenuto conti correnti con le società in esame sin dal 1978». Non solo: è in questa occasione che si scopre che le Sue Holding non erano 22, ma 38, e che a esse si aggiungevano cinque Holdifin e una Holding Elite. Quest’ultima è costituita il 22 febbraio 1979 da Roberto Massimo Filippa, che è l’amministratore unico della fiduciaria Parmafid. Al termine del suo difficile lavoro, nel 1999, analizzata tutta la documentazione disponibile, il consulente Giuffrida ha dovuto concludere che moltissime operazioni sono inspiegabili, che molti protagonisti sono senza volto.
La controprova che nella Sua storia finanziaria resta sempre un fondo inaccessibile, qualcosa d’inspiegabile, viene dal Suo stesso fronte. Nel processo in cui Marcello Dell’Utri, uno dei manager a Lei più vicini, è imputato a Palermo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, la difesa ha presentato una perizia di parte per spiegare finalmente tutto e diradare ogni punto oscuro. Ebbene, il perito incaricato da Dell’Utri, il docente dell’università Bocconi Paolo Iovenitti, ha dovuto ammettere in aula che neppure a lui è stata messa a disposizione tutta la documentazione: la sua perizia parte dal 1978; gli anni cruciali, tra il 1975 e il 1978, restano inspiegabilmente fuori, non sono stati esaminati. Un tocco di colore: il professor Iovenitti così racconta la nascita della Fininvest: «Contro la volontà del dottor Berlusconi, milanese verace, viene costituita a Roma e poco dopo segue un’altra Fininvest, sempre a Roma, denominata Fininvest Roma...».
IL MISTERO DELLE ORIGINI/2
I SOLDI IN SVIZZERA. Come spiegare tanti misteri sulle origini delle Sue fortune? I primi soldi, quelli per realizzare i palazzi blu di via Alciati, provengono certamente dalla Banca Rasini, di cui era direttore generale Suo padre. Poi le fonti di finanziamento si fanno più oscure, ma certamente passano per la Svizzera.
Una spiegazione del canale elvetico è contenuta nella Sua biografia pubblicata nel 1994 da Paolo Madron (Le gesta del Cavaliere, Sperling&Kupfer) e oggi introvabile. Una biografia autorizzata, che può essere ritenuta in qualche modo almeno semi-ufficiale: «Le città giardino di Berlusconi sono servite (...) per far rientrare le valigie di soldi a suo tempo depositate nella vicina Svizzera. Alla fine degli anni Sessanta le vie che portano al Paese degli gnomi sono intasate di spalloni che vanno a mettere al sicuro il denaro della ricca borghesia terrorizzata dai sequestri (ci provano anche con il padre di Berlusconi). (...) Il Cavaliere va da Rasini e gli chiede di appoggiarlo su quei suoi amici, clienti o meno della banca, che hanno portato fuori tanti soldi».
I Suoi primi palazzi sarebbero dunque costruiti con i capitali nascosti all’estero dalla ricca borghesia lombarda che, con la garanzia del banchiere Carlo Rasini, accetta di affidarli a Lei, giovane e promettente imprenditore, che li fa fruttare, con soddisfazione degli anonimi investitori. È una spiegazione semplice, lasciata filtrare in una biografia autorizzata, anche se mai ammessa apertamente: perché comunque getterebbe sui primi passi dell’imprenditore Berlusconi l’ombra di pesanti violazioni di leggi valutarie e societarie.
Più complicato, però, spiegare i massicci finanziamenti che, dopo il 1975, piovono sulla Fininvest e sulle Holding che la controllano, senza documentazione contabile. Una prima possibilità: sono profitti da Lei realizzati in nero, un gigantesco fiume extracontabile alimentato dall’acqua dalle vendite di immobili e, in seguito, di pubblicità televisiva. Spiegazione a basso profilo d’illegalità (per quanto il falso in bilancio, le false scritture contabili, l’esportazione di capitali fossero, all’epoca, ancora reati gravi).
Ma davvero il nero può spiegare l’intero afflusso di capitali che hanno nutrito le Sue società? Difficile. Come spiegare, allora, da dove vengono i soldi, o almeno parte dei soldi? Alcune piste portano in Sicilia. È siciliano Luigi Aldrighetti, nato a Palermo nel 1935, amministratore della Compagnia Fiduciaria Nazionale spa, che almeno in due occasioni conferisce denaro alle Sue società. Fa entrare soldi nella Fininvest Roma, come dimostrato da una traccia rimasta nel bilancio Fininvest 1980: «Titoli in amministrazione fiduciaria presso Compagnia Fiduciaria Nazionale di Milano nostra partecipazione 50 per cento, lire 19 miliardi». Ed entra in una delle operazioni finanziarie sopra citate, realizzata attraverso il prestanome Riccardo Maltempo. Secondo una testimonianza resa alla Dia (Direzione investigativa antimafia) di Palermo (di cui però non è stato possibile provare l’attendibilità), la Compagnia Fiduciaria Nazionale, che aveva sede a Milano in Galleria De Cristoforis, avrebbe avuto rapporti finanziari spregiudicati.
È siciliano Giovanni Dal Santo, nato a Caltanissetta nel 1920. Ebbe ruoli importanti nelle Sue società in momenti cruciali: nella Milano 3 srl quando acquista i Cantieri Riuniti Milanesi da Palina realizzando una miracolosa plusvalenza; nell’Immobiliare Idra quando compra villa San Martino; nell’Istifi (di fatto la banca interna del gruppo Fininvest), di cui è stato il primo presidente e amministratore delegato dal 1976 al gennaio 1978; ed è lui a riciclare, nel marzo 1979, 2 miliardi di lire attraverso Saf e Coriasco. È lui, poi, che scende da Milano in Sicilia ad acquisire le antenne necessarie per costituire i Suoi network televisivi: non senza contatti con personaggi e ambienti mafiosi, come documenta il rapporto stilato per la procura di Palermo dal maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro (domanda 21).
Intrattiene rapporti – anzi, relazioni pericolose – con la Sicilia anche la Parmafid, la fiduciaria che fino al 1994 controlla quote significative delle Holding, ed esattamente il 49 per cento di Holding Italiana Prima e il 10 per cento di Holding Italiana Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Ventunesima e Ventiduesima. La Holding Italiana Prima, a sua volta, detiene il 100 per cento di Holding Italiana Sesta e Holding Italiana Settima, oltre al 51 per cento di Holding Italiana Ventiduesima. Dunque un consistente pacchetto della Fininvest è controllato, fino al 1994, dalla Parmafid.
Chi c’è dietro? La risposta ufficiale è naturalmente che sia Lei a utilizzare questa fiduciaria per controllare quote delle Sue società. Il caso però vuole che non sia in buona compagnia. Parmafid infatti è una fiduciaria milanese con due soci visibili, i commercialisti Roberto Massimo Filippa e Michela Patrizia Natalini, dietro cui si muovono personaggi di ben altro peso: sono clienti di Parmafid, infatti, Joe Monti e Antonio Virgilio, arrestati come «colletti bianchi» della mafia a Milano nel blitz di San Valentino, il 14 febbraio 1983. Per la procura di Palermo, sono loro i veri padroni di Parmafid. Virgilio, sempre secondo la procura di Palermo, è affiliato «di Pippo e Alfredo Bono della famiglia mafiosa di Bolognetta» e «attraverso la Parmafid controllava tutto il suo gruppo imprenditoriale». Ma Monti e Virgilio, dopo essere stati condannati in primo grado e in appello come mafiosi e riciclatori a Milano dei soldi di Cosa nostra, nel 1989 sono stati salvati in Cassazione dal giudice «ammazzasentenze» Corrado Carnevale, con la curiosa motivazione che i «rapporti d’affari» con i boss di Cosa nostra «non possono essere utilizzati come prove dell’organizzazione criminale, né dell’appartenenza a essa».
Ha molti clienti siciliani anche la Rasini, la banca con cui Lei compie le sue prime operazioni. È un piccolo istituto privato di credito con un unico sportello, nella centralissima piazza dei Mercanti, a un passo dal Duomo. A Milano godeva di una doppia fama: era considerata una banca efficiente, rapida e flessibile, ma anche assai spregiudicata. Il bancarottiere Michele Sindona, al noto giornalista e scrittore americano Nick Tosches, che nel 1985 gli chiedeva quali erano le banche della mafia, rispondeva: «In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca di piazza dei Mercanti».
Certamente cliente della «piccola banca di piazza dei Mercanti», cioè della Rasini, era il boss mafioso Robertino Enea. E lo erano anche Joe Monti e Antonio Virgilio, che facevano passare per la Rasini i loro soldi – e non erano pochi. Direttamente coinvolto nelle indagini sulla mafia dei «colletti bianchi» è Antonio Vecchione, il successore di Suo padre alla direzione della Banca Rasini. Dopo il 1973, anno in cui Carlo Rasini vende la sua banca, tra i nuovi azionisti ci sono il siciliano Giuseppe Azzaretto (con il 29,3 per cento) e (con il 32,7 per cento) tre società del Liechtenstein rappresentate da Herbert Batliner. Da un processo per traffico di droga e riciclaggio celebrato negli Stati Uniti nel 1998, risulta che Batliner svolgeva ruoli finanziari per narcotrafficanti latinoamericani. Dietro la Rasini, dunque, c’erano solo i denari nascosti in Svizzera dalla buona e operosa borghesia lombarda? Per tentare di rispondere, è necessario ricordare che cosa si muove sottotraccia a Milano a partire dai primi anni Sessanta.
I SICILIANI A MILANO. Nella capitale lombarda si insedia una potente colonia di mafiosi siciliani, i cui affari miliardari sono descritti in alcuni rapporti stilati in quegli anni dalla Criminalpol (la polizia criminale, che si stava per la prima volta specializzando in indagini sulla criminalità organizzata). Stabili sulla piazza milanese operano i fratelli Alfredo e Pippo Bono, Ugo Martello, Robertino Enea, oltre ai «colletti bianchi» Monti e Virgilio. Si trasferiscono al Nord dalla Sicilia boss come Gaetano Carollo, Giuseppe Ciulla, Gaetano Fidanzati, Vittorio Mangano. A Milano arrivano in «missione d’affari» Joe Adonis, Stefano Bontate (in quegli anni il numero uno di Cosa nostra), Tommaso Buscetta (che a Milano apre una società di import-export). Ma sono ben 372 i mafiosi che nel decennio tra il 1961 e il 1972 vengono inviati al soggiorno obbligato in Lombardia e che vi costruiscono la prima stabile rete d’affari delle organizzazioni criminali.
Fino alla metà degli anni Settanta non è ancora la droga il business prevalente di Cosa nostra, ma i sequestri di persona, le rapine, il contrabbando di tabacchi. I capitali provenienti dai riscatti e dalle altre attività illecite sono poi reinvestiti in attività imprenditoriali. I boss si trasformano in imprenditori. Ma non solo: stabiliscono una rete di rapporti con gli imprenditori «puliti». Racconta il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo: «Il pericolo dei sequestri, allora molto frequenti, portava gli industriali a entrare in contatto con gli uomini d’onore, anzi a desiderarne la protezione. Chiaramente, una volta entrato in contatto con Cosa nostra, l’imprenditore non poteva e non può più allontanarsene e deve consentire alle varie richieste che possono venire dagli uomini d’onore con cui è in contatto. Tra queste, indubbiamente, c’è anche il reimpiego di capitali d’illecita provenienza».
Anche Lei, dopo i primi successi imprenditoriali, teme per Sé e i Suoi familiari un sequestro: possibili obiettivi di rapimento sono anche Suo padre Luigi, Suo figlio Pier Silvio. Ne parla apertamente in un’intervista al Corriere, nel 1994: «Rapporti con la mafia ne ho avuti una volta sola, quando tentarono di rapire mio figlio Pier Silvio, che allora aveva cinque anni: portai la mia famiglia in Spagna e lì vissero molti mesi». Pier Silvio compie cinque anni il 28 aprile 1973, perciò almeno a quell’anno vanno fatti risalire il timore dei sequestri e le prime contromosse. Proprio in quell’anno, in effetti, Lei si ricorda di un giovane palermitano conosciuto negli anni dell’università (quindi più di dieci anni prima): si chiama Marcello Dell’Utri. Lo chiama e lo assume come assistente. L’anno successivo, Dell’Utri Le presenta un amico, Vittorio Mangano, che fa assumere come fattore presso la villa di Arcore. Mangano è un mafioso, uomo d’onore della potente famiglia palermitana di Porta Nuova. Da fattore, responsabile della gestione agricola e dei cavalli della villa, viene a vivere sotto il Suo stesso tetto.
UN'ESTATE IN SPAGNA. Nei primi anni Settanta Lei sembra davvero «assediato» dai siciliani sbarcati a Milano. Villa San Martino subisce alcuni furti, come ammette lo stesso Dell’Utri: «Effettivamente, nel 1974, quando Mangano stava già ad Arcore, furono rubati quadri e altri oggetti». La notte di Sant’Ambrogio, il 7 dicembre del 1974, un gruppo di siciliani tenta (senza successo) di sequestrare un ospite appena uscito da villa San Martino, Luigi D’Angerio. I Suoi uffici milanesi subiscono alcuni piccoli attentati, una bomba esplode il 26 giugno 1975 in una palazzina di via Rovani, a Milano, dove Lei aveva posto la sede delle Sue società.
I progetti di rapimento sono stati raccontati anche da alcuni dei siciliani coinvolti. Gaspare Mutolo ricorda che Lei, signor presidente del Consiglio, fu pedinato per settimane da Nino Grado, uomo d’onore palermitano; ma che poi arrivò il contrordine: Gaetano Fidanzati e Pippo Bono bloccarono l’operazione, annunciando che «Berlusconi è una persona intoccabile». Giuseppe Marchese, ex autista di Totò Riina, sostiene che due killer delle famiglie catanesi gli confidarono di aver progettato il sequestro di Pier Silvio, ma di essere stati fermati dai palermitani: «Noi avevamo l’intenzione di sequestrare il figlio di Berlusconi, però poi c’è stato l’intervento dei paesani vostri, i quali hanno detto che Berlusconi interessava», cioè «Cosa nostra palermitana era in rapporti tali con Berlusconi per cui costui non doveva essere in alcun modo disturbato».
Lo stesso Dell’Utri ammette il pressing, confermando l’arrivo di una lettera anonima ad Arcore nei primi giorni del 1975: «Rammento solo che si trattava di una richiesta di denaro. Se Silvio non avesse pagato, suo figlio sarebbe stato rapito e ucciso. (...) Arrivarono anche delle telefonate anonime. Berlusconi allora si allarmò. Eravamo ormai nel periodo estivo e così lui decise di andare all’estero con tutta la famiglia. Gli organizzai un viaggio in Spagna». Nelle dichiarazioni Sue e di Dell’Utri gli anni non corrispondono perfettamente: Lei, nell’intervista al Corriere, colloca le minacce e la «fuga» in Spagna quando Pier Silvio aveva cinque anni, quindi nel 1973; Dell’Utri nel 1975. In ogni caso, entrambi avete confermato che nella prima metà degli anni Settanta la famiglia Berlusconi era sotto il tiro della mafia. Ed entrambi avete ammesso che non furono denunciate né le minacce, né gli attentati.
Nel caso della bomba di via Rovani, addirittura, l’indagine di polizia viene depistata, poiché Lei non informa che la palazzina è di Sua proprietà, ma lascia credere che appartenga alla «Società Generale Attrezzature gestita da Walter Donati»: così è scritto in un rapporto della Direzione centrale della polizia criminale (la Sogeat vendeva gli immobili di Milano 2 e Donati, come abbiamo visto, non è che uno dei Suoi tanti prestanome). È legittimo dunque almeno ipotizzare che, poiché i «problemi» c’erano, furono risolti in altro modo, magari attraverso contatti diretti con i siciliani. È certo, invece, che Dell’Utri manteneva rapporti con i boss: è costretto egli stesso ad ammettere di aver partecipato, per esempio, alla festa per il compleanno di Antonino Calderone, il 24 ottobre 1976, al ristorante milanese Le colline pistoiesi, con presenti, oltre a Vittorio Mangano, i fratelli Nino e Tanino Grado. Pensi: quel Nino Grado che, secondo Mutolo, L’aveva pedinata in vista di un sequestro.
Ormai oltrepassata la metà degli anni Settanta, Cosa nostra è entrata alla grande nel business della droga e proprio i fratelli Grado sono protagonisti di un traffico d’eroina che dalla Turchia passa per Palermo e Milano, per essere poi indirizzata verso l’immenso mercato americano.
Dell’Utri frequenta anche Ilario Legnaro, capofila di una cordata di mafiosi catanesi che, in competizione questa volta con i palermitani, dà l’assalto (a suon di tangenti pagate ai politici democristiani e socialisti) ai casinò del nord Italia. Il contatto emerge per una sfortunata coincidenza: Dell’Utri è a casa di Legnaro l’11 novembre 1983, quando la polizia vi irrompe a sorpresa e arresta il catanese per associazione mafiosa, identificando anche i suoi ospiti, tra cui Dell’Utri.
Il Suo collaboratore ammette di aver sempre mantenuto un buon rapporto anche con Mangano. Gaspare Mutolo, a questo proposito, riferisce: «Mentre eravamo in carcere assieme, Vittorio Mangano mi disse che alcune somme provenienti da Pippo Calò, Salvatore Riina, Ugo Martello e Pippo Bono erano state investite a Milano da parte di Dell’Utri, che veniva considerato una persona seria, cioè affidabile ai fini della nostra organizzazione. Sempre Mangano mi disse che in passato Dell’Utri era stato vicino a Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti».
Secondo Filippo Alberto Rapisarda, un discusso finanziere proveniente dalla Sicilia che fin dagli anni Sessanta è nel giro dei siciliani attivi a Milano, Lei avrebbe incontrato personalmente addirittura il capo dei capi di Cosa nostra, Stefano Bontate. Rapisarda racconta nel 1987 al giudice istruttore di Milano Giorgio Della Lucia: «Tra il dicembre del 1978 e il gennaio del 1979, mentre stavo tornando dallo studio del notaio Sessa, incontrai, non lontano dalla sede dell’Edilnord, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, i quali mi invitarono a prendere un caffè con loro in un bar di piazza Castello. Teresi e Bontate mi dissero che dovevano andare da Marcello Dell’Utri, il quale aveva loro proposto di entrare nella società televisiva che di lì a poco Silvio Berlusconi avrebbe costituito. Teresi mi disse che occorrevano dieci miliardi e, tra il serio e lo scherzoso, mi domandò se per me quello era un buon affare. Io ci rimasi male, anche se non feci trasparire nulla. Dell’Utri in quel periodo lavorava formalmente solo per me. Nel 1977, con lui al mio fianco, avevo aperto Milano Tele Nord, la prima tv privata della città, e avevo anche firmato un contratto con due consulenti che ci avevano insegnato tutto sul sistema pubblicitario... Il discorso di Teresi mi diede dunque la prova di quello che già sospettavo: Dell’Utri faceva la spia per Berlusconi».
Di certo in quegli anni Dell’Utri fa la spola tra Rapisarda e Lei: dopo aver lavorato per il primo, viene da Lei come assistente; torna per un breve periodo da Rapisarda, per poi passare definitivamente al gruppo Fininvest.
A COSA NOSTRA PIACE LA TV. Rapisarda ha ripetuto i suoi racconti, con dovizia di particolari, anche a chi scrive, aggiungendo di aver visto con i suoi occhi, nell’ufficio del suo dipendente Dell’Utri in via Chiaravalle (nel grande palazzo antico al centro di Milano dove ancora oggi Rapisarda abita), Bontate in persona che rovesciava borse piene di soldi da investire nelle tv. Nel 1998, poi, Rapisarda ha confermato gran parte delle sue accuse a Dell’Utri anche al processo di Palermo in cui Marcello Dell’Utri è imputato per mafia. Ma è attendibile il finanziere che, in maniera ondivaga, ha più volte strappato e poi ricucito i rapporti con Lei e Dell’Utri?
Di certo, una almeno parziale conferma alle parole di Rapisarda arriva comunque da un collaboratore di giustizia considerato particolarmente attendibile, Antonino Giuffé, braccio destro dell’ultimo capo di Cosa nostra, Bernardo Provenzano: «Con la scusa di andare a trovare Mangano» – racconta Giuffré nell’udienza del 7 gennaio 2003 del processo Dell’Utri – Stefano Bontate si era spostato da Palermo a Milano per incontrare, ad Arcore, l’imprenditore emergente Silvio Berlusconi. Nessun giornale italiano (tranne l’Unità di Furio Colombo) dà rilievo alla testimonianza. Commenta il New York Times: «In molti Paesi accuse di tale serietà potrebbero quantomeno condurre a voci di un imminente crollo del governo, ma in Italia sono a malapena registrate (...). Decenni di accuse sull’influenza della mafia sulla politica italiana, alcune reali, altre immaginate, hanno intorpidito gli italiani a tal punto che i quotidiani danno più spazio alle notizie sul maltempo».
LA PRMA INCHIESTA. Certo è che Lei subisce la sua prima inchiesta giudiziaria proprio per i possibili rapporti con la criminalità organizzata: nell’ambito di un’indagine su droga e riciclaggio di soldi sporchi, nel lontano 1983 Le vengono posti sotto controllo i telefoni. In un rapporto della Guardia di finanza dell’epoca si legge: «È stato segnalato che il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane (Lombardia e Lazio). Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni edilizie e opererebbe sulla Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo aventi sede a Vaduz e comunque all’estero...».
L’indagine, condotta inizialmente dal magistrato milanese Giorgio Della Lucia (poi imputato per corruzione insieme al finanziere Rapisarda) non trovò alcun elemento penalmente rilevante e nel 1991 fu archiviata dal gip Anna Cappelli. Ma davvero negli anni Ottanta Lei ha intrattenuto rapporti d’affari con il faccendiere sardo Flavio Carboni, a sua volta in contatto con ambienti della criminalità organizzata romana, come ampiamente documentato dalla Commissione parlamentare sulla P2 presieduta da Tina Anselmi.
Alcune testimonianze che provengono dall’interno di Cosa nostra sostengono – ma forse è una leggenda – che Lei sarebbe stato beneficiato da uno scherzo del destino: Bontate viene ucciso nel 1981 dai corleonesi di Riina, che dopo una guerra di mafia con i palermitani con centinaia di morti, si impossessano di Cosa nostra. Che fine fanno i capitali accumulati dal capo palermitano? Risponde Gioacchino Pennino, mafioso e politico, poi diventato collaboratore di giustizia: «L’enorme patrimonio accumulato da Bontate e dal suo gruppo è ipotizzabile che sia rimasto nelle mani di chi lo aveva gestito e perciò, secondo quanto io ho appreso dall’avvocato Gaetano Zarcone, nelle mani di Berlusconi e dei fratelli Dell’Utri». Pennino è convinto di un preciso interesse di Cosa nostra per le Sue tv: «Mi sembra evidente come da sempre i vertici di Cosa nostra si siano resi conto dell’importanza del controllo dei mezzi d’informazione. (...) Ritengo che l’aquisizione, già avviata, di alcune emittenti televisive in Sicilia (mi pare due) sia stata portata a compimento da Berlusconi e Marcello Dell’Utri».
RELITTI SULLA SPIAGGIA. Sui rapporti tra Lei e Cosa nostra, negli anni si sono accumulate negli archivi moltissime testimonianze, ben più numerose di quelle qui riportate: una gran mole di materiali, come gli oggetti rilasciati dalle onde che si depositano sulle spiagge. Alcuni punti fermi ci sono. La Banca Rasini era certamente utilizzata dai siciliani a Milano. Certe sono le pressioni mafiose su di Lei nei primi anni Settanta, gli attentati e le minacce di sequestro. Certo è che la Sua risposta fu «privata»: l’apertura di contatti con alcuni siciliani (certamente Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano). In seguito, i contatti con la «filiale» milanese di Cosa nostra, inizialmente mirati a evitare un rapimento e a proteggere la famiglia, potrebbero essere diventati più solidi rapporti d’affari: Lei, imprenditore pieno d’idee ma privo di capitali propri, sostenuto come tanti, al Nord, dalla fiducia nel motto «pecunia non olet», potrebbe aver accettato finanziamenti anche da investitori particolari quali i boss mafiosi. Sono provati almeno due punti di contatto con i mafiosi siciliani: le trattative per l’acquisto di emittenti televisive in Sicilia; e il pagamento annuale a Cosa nostra di una somma (200 milioni di lire) non come frutto di una estorsione, ma come amichevole «regalo» ai boss, in relazione alla sicurezza delle Sue antenne televisive nell’isola.
Alle domande che i magistrati di Palermo avrebbero voluto porle all’interno del processo Dell’Utri (imputato di concorso esterno all’associazione mafiosa Cosa nostra) Lei non ha risposto e non può rispondere: perché dovrebbe svelare il possibile lato oscuro dei Suoi affari, dovrebbe confessare, se li ha avuti, i rapporti pericolosi che ha stretto lungo la Sua carriera (domande 17 e 26). Signor presidente del Consiglio, c’è qualcosa che vorrebbe smentire, correggere, specificare, aggiungere?
LA LOGGIA P2
L’Economist racconta l’iscrizione di Berlusconi alla loggia segreta di Gelli. Rimarca la sua falsa testimonianza sulle modalità dell’iscrizione. E ricorda un lontano episodio del 1979: un ufficiale della Guardia di finanza, Massimo Maria Berruti, esegue un’ispezione presso le società di Berlusconi, il quale sostiene di essere soltanto un consulente di aziende non sue; nel rapporto finale, il superiore di Berruti, Salvatore Gallo, raccomanda di non prendere alcuna misura nei confronti di quelle aziende, su cui pure gravano pesanti irregolarità valutarie. Berruti in seguito diverrà consulente Fininvest e poi parlamentare di Forza Italia. Gallo è tra gli iscritti alla loggia P2.
LE RISPOSTE DI BERLUSCONI.
• Versione 1: ironia & folklore. «La tessera me la porta la segretaria dicendo: “C’è scritto che Lei, dottore, è apprendista muratore...”. Ero in riunione con 12 o 14 collaboratori: tutti scoppiamo a ridere. Ma come, dico io, sono il primo costruttore italiano di città e mi definiscono apprendista muratore? Questo non lo accetto» (6 marzo 2000).
• Versione 2: vanità & un piacere fatto a un amico. «Io resistetti molto a dare la mia adesione. Gelli mi riempì di complimenti dicendomi che mi considerava fra i nuovi imprenditori quello più bravo e insistette molto che io avevo un futuro importante davanti... Io resistetti molto a dare la mia adesione, poi lo feci perché Roberto Gervaso insistette particolarmente... Gervaso è un mio carissimo amico. Mi disse: “Fammi fare bella figura”, lui aveva bisogno di scrivere sul Corriere della sera. “Ma cosa ti costa, dammi questa possibilità, fammi fare bella figura”, e io aderii» (3 novembre 1993).
• Versione 3: interesse. «Mi sono iscritto alla P2 nei primi mesi del 1978, su invito di Licio Gelli, che conoscevo da circa sei mesi... Non ho mai versato contributi... Gelli mi chiarì che, tramite la Massoneria, organizzazione internazionale, avrei potuto avere dei canali di lavoro e contatti internazionali per la mia attività...» (26 ottobre 1981).
• Versione 4: sono appena arrivato & non ho mai pagato. «Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo... Non ho mai pagato una quota d’iscrizione, né mai mi è stata richiesta» (27 settembre 1988).
SIGNOR PRESIDENGE DEL CONSIGLIO, sulla base della nostra ricostruzione dei fatti, queste sono le risposte alle domande sulla P2.
La Sua prima «discesa in campo» avviene del 1977, quando Lei comincia a finanzare il Giornale di Indro Montanelli, comprandone una quota. Lo fa per un preciso impegno politico: contrastare la sinistra (che già vede anche dove non c’è) e rafforzare una voce della destra. Lo confessa in un’intervista a Pirani («Quel Berlusconi l’è minga un pirla», Repubblica, 15 luglio 1977): «Sentivo l’esigenza di conservare una pluralità di voci, col Corriere, il Carlino e la Nazione che andavano sempre più a sinistra». Alla domanda su quali fossero i suoi punti di riferimento politici, Lei risponde: «La vera alternativa è nella Dc, una Dc che si trasformi in modo da permettere al Psi di tornare al governo». Poi precisa che i suoi punti di riferimento sono, appunto, nella destra democristiana, quella anticomunista e tecnocratica. «Come pensa di impegnarsi a favore di queste forze?», Le chiede Pirani. «Non certo pagando tangenti, ma mettendo a loro disposizione i mass media. In primo luogo Telemilano, che sto riorganizzando e che diventerà un tramite fra gli uomini politici che dimostreranno di non aver divorziato dall’economia e dalla cultura e l’opinione pubblica». A parte l’accenno alle tangenti – excusatio non petita – Lei mostra di avere ben chiaro fin dagli esordi che i mass media, e la tv in particolare, sono (anche) un’arma politica. Una politica, naturalmente, che sia tutt’uno con gli affari.
Pochi mesi dopo, Lei entra nel club che incarna perfettamente la Sua concezione della politica e della sua compenetrazione con gli affari: si affilia alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Numero di tessera 1816, fascicolo 625, data di iniziazione 26 gennaio 1978, codice E 19.78, gruppo 17, quello del settore editoria. Sulla Sua affiliazione, ha sempre minimizzato, ironizzato, mentito. Tanto da rischiare anche una condanna per falsa testimonianza, evitata grazie a una provvidenziale amnistia: la versione 4 sopra riportata, infatti, Lei l’ha sostenuta sotto giuramento mentre deponeva davanti al tribunale di Verona, come teste-parte offesa in un processo contro alcuni giornalisti da cui si era sentito diffamato. Nella Sua testimonianza, dopo aver giurato di dire tutta la verità, ha affermato che la Sua iscrizione è «di poco anteriore allo scandalo» e di non aver mai pagato quote. Scatta la denuncia per falsa testimonianza. E la Corte d’appello di Venezia nel maggio 1990 ritiene provato che Lei ha mentito: perché l’affiliazione era avvenuta all’inizio del 1978, quindi non poco prima, ma più di tre anni prima che i giudici Giuliano Turone e Gherardo Colombo trovassero, nel marzo 1981, le liste degli affiliati; e perché agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 vi sono le prove del pagamento dell’iscrizione. Non c’è stata condanna: perché il reato di falsa testimonianza è estinto per effetto dell’amnistia del 1989. Un’amnistia che Lei non ha ritenuto di rifiutare.
Signor presidente del Consiglio, ci permetta una digressione. La P2 nasce in Italia come effetto della «svolta del 1974». Fino a quell’anno, la destra oltranzista filoamericana è impegnata in tutta Europa in una strategia anticomunista del muro contro muro, della lotta senza esclusione di colpi: fino, se necessario, al golpe. In Grecia il golpe c’è stato; in Italia, Paese economicamente e socialmente più complesso, le fortissime spinte eversive si sono fermate entro i confini di quella che è stata chiamata «strategia della tensione», o low intensity war (conflitto a bassa intensità), da piazza Fontana al tentato golpe Borghese, da piazza della Loggia fino alla strage dell’Italicus.
Nel 1974, però, le cose cambiano. Negli Usa cade il presidente Nixon e l’amministrazione americana ritira il sostegno, in Europa, alla strategia apertamente eversiva. Finisce il regime dei colonnelli in Grecia e si sbriciola la dittatura salazarista in Portogallo. In Italia, gran parte del personale impegnato nella dura fase della «guerra non ortodossa» si ricicla in una strategia nuova, più flessibile, che si propone non più lo scontro diretto con il nemico comunista, ma l’occupazione sotterranea dei centri di potere del Paese, da sottrarre al «nemico».
In questa fase, una parte del fronte occidentale procede invece lentamente sulla strada dell’apertura a sinistra, del «disgelo» che punta a portare almeno una parte del «nemico comunista» dentro le regole della democrazia occidentale. Gli oltranzisti atlantici, al contrario, mantengono la via dell’anticomunismo «senza se e senza ma». E dichiarano guerra a chiunque, anche dentro il loro campo, ceda davanti a quella che ritengono non un’apertura, bensì soltanto una nuova offensiva del comunismo, meno violenta ma più subdola e pericolosa. Per questo agli oltranzisti atlantici la divisione in partiti risulta ormai insufficiente: è necessario distinguere, anche dentro i partiti di centrodestra, gli «amici» dai «nemici», selezionare in ogni settore chi è davvero fedele all’Occidente, creare un «club» trasversale di uomini dello Stato soggetti a un doppio giuramento, di imprenditori e professionisti che conducano la loro battaglia senza cedere alle sirene dell’apertura a sinistra.
Questa, in estrema sintesi, è la natura politica della P2, che era in effetti uno Stato nello Stato, «club» dell’oltranzismo altlantico anticomunista, e insieme un crocevia di relazioni e d’affari. In questo «club» (termine che poi riprenderà quando deciderà di fare politica in proprio) Lei entra nel gennaio 1978. L’intervista del luglio ’77 a Pirani dimostra la consapevolezza politica dell’imprenditore quarantenne che sta passando dal settore immobiliare a quello televisivo: non è uno sprovveduto, mosso soltanto dal desiderio di fare soldi; ha anche una Sua precisa visione della politica, in cui gli affari, certo, sono parte essenziale. Per questo la P2 è esattamente il luogo della politica così come Lei la intende: un mix di pulsioni tecnocratiche e autoritarie e di occasioni d’affari, in un contenitore (un «club») trasversale ai partiti.
CREDITI FACILI E MUNDIALITO. Certamente dall’adesione alla P2 Lei ha ottenuto consistenti benefici economici. La bugia sulla data d’affiliazione (domanda 27) non è, dunque, innocente: non serve soltanto a minimizzare la Sua adesione alla loggia di Gelli, ma soprattutto a tentare di nascondere che c’è stato un periodo – oltre tre anni – in cui le relazioni piduiste hanno portato i loro frutti (domanda 28). Era un Suo fratello di loggia quel Ferruccio De Lorenzo, presidente dell’Enpam (l’ente di previdenza e assistenza dei medici italiani), che Le acquista una parte di Milano 2 in anni difficili, di mercato immobiliare bloccato. Gli aiuti più consistenti, però, Le sono venuti nel settore del credito: gli uomini della P2 nelle banche Le hanno facilitato l’accesso ai finanziamenti. Lo documenta la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, facendo riferimento alla Banca Nazionale del Lavoro, che alla fine degli anni Settanta è praticamente controllata dalla P2, con ben nove alti dirigenti affiliati (tra cui Gianfranco Graziadei, amministratore delegato di Servizio Italia, una delle due fiduciarie che fondano la Fininvest); e al Monte dei Paschi di Siena, che aveva come direttore generale Giovanni Cresti, iscritto alla P2.
Una relazione del Collegio dei sindaci del Monte dei Paschi nel 1981 sostiene: «La posizione di rischio verso il gruppo Berlusconi ha dimensioni e caratteristiche del tutto eccezionali. (...) Gli Ispettori che hanno esaminato la posizione (nella sua globalità) ne hanno fatto un’analisi accurata che ci consente di pervenire a conclusioni che dimostrano l’esistenza di un comportamento preferenziale accentuato». Seguono tabelle che documentano come il sistema creditizio italiano Le abbia messo a disposizione, tra il 1974 e il 1981, fidi per poco meno di 199 miliardi di lire e fidejussioni per oltre 150 miliardi. Circa il 20 per cento di queste cifre è erogato dal Monte dei Paschi. Conclude la Commissione Anselmi: «Alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi e altri) trovano appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio».
La P2 è presente anche in uno snodo importante della storia delle Sue tv. Nel periodo 1978-1980, la loggia di Gelli è molto attiva nel settore dei media. Acquisisce il controllo di fatto del maggior gruppo editoriale del Paese, la Rizzoli-Corriere della sera. Poi sferra un attacco al monopolio televisivo della Rai. Nel 1980 porta a termine con successo l’operazione Mundialito.
Sotto la regia di Licio Gelli, che aveva grandi interessi economici e ottime entrature politiche in Uruguay con la giunta golpista al potere, Canale 5 ottiene i diritti televisivi europei per il Mundialito, il campionato mondiale tra le nazionali calcistiche vincitrici della Coppa Rimet, programmato a Montevideo per il 1981. Non solo: la Sua rete ammiraglia ha il permesso, in deroga alle leggi vigenti, di trasmettere le partite, per la prima volta, in diretta e su tutto il territorio nazionale. È la prima rottura del monopolio televisivo Rai. Nel governo che permette la svolta sono presenti: il ministro delle Poste Michele Di Giesi, socialdemocratico, che obbediva al suo segretario di partito Pietro Longo (tessera P2 numero 2223), il ministro di Grazia e giustizia Adolfo Sarti (che aveva presentato domanda d’iscrizione, accolta all’unanimità nel giugno 1978) e il ministro del Commercio estero Enrico Manca (con in Svizzera il tesoretto gestito da Previti e in tasca la tessera P2 numero 2148, ma – come abbiamo visto – estraneo alla P2 per sentenza).
Oltre a questi consistenti benefici materiali, la P2 permette a Lei, ignoto palazzinaro milanese e «nuovo ricco» tenuto ancora fuori dai salotti che contano, qualche soddisfazione morale, il suo primo ingresso in società: a partire dal 10 aprile 1978 (tre mesi dopo l’affiliazione alla loggia di Gelli), Lei diventa, a sorpresa, collaboratore del Corriere della sera, dotto commentatore di fatti economici. L’Italia ancora non lo sa, ma il Corriere è caduto sotto il controllo della P2: e in un aprile drammatico, in cui le pagine di tutti i quotidiani sono piene di notizie sul terrorismo e sul sequestro – in corso – del presidente della Dc Aldo Moro, il più importante quotidiano nazionale riesce a trovare lo spazio per pubblicare con grande evidenza, a pagina 2, in apertura, lo scritto del suo nuovo opinionista (titolo: «Un piano per l’industria che darà pochi frutti. Con la nuova legge 675 si rischiano tutti gli inconvenienti del dirigismo»).
Signor presidente del Consiglio, c’è qualcosa che vorrebbe smentire, correggere, specificare, aggiungere?
IN CONCLUSIONE. Queste le risposte alle domande dell’Economist e alle altre aggiunte da Diario. Sono risposte che naturalmente mantengono un’area d’incertezza, in materie tanto complesse e delicate, ma che sono il frutto dello studio attento di tutta la documentazione finora disponibile, senza preclusioni né pregiudizi. Siamo disponibili a cambiare radicalmente opinione su queste vicende, se Lei, signor presidente del Consiglio, ci vorrà fornire risposte alternative convincenti.
A tratti percepisco, tra indistinto brusio, particolari in chiaro, di chiara luce splendidi… dettagli minimali in primo piano (più forti del dovuto) e adesso so:
come fare e non fare,
quando, dove, perché
e ricordando che
tutto va come va
(non va
non va
non va
non va).
Nell’occhio inconsapevole di un cucciolo animale, archivio vivente della terra, un battito di ciglia sonnolente racchiude un’esistenza:
spazio determinato, costretto, dilatabile;
spazio determinato, costretto, dilatabile,
m’incanta:
chi c’è c’è e chi non c’è non c’è
chi c’è c’è e chi non c’è non c’è:
in toghe svolazzanti e lunghe tonache,
divise d’ordinanza, tute folgoranti
in fogge sempre nuove, innumerevoli colori,
in abiti eleganti
con la camicia bianca
con la cravatta blu
chi è stato è stato e chi è stato non è
chi c’è c’è e chi non c’è non c’è.
Consumati gli anni miei,
vistosi movimenti sulla terra:
grandiosi, necessari
futili, patetici…
(Come fare non fare,
quando dove perché
e ricordando che
tutto va come va
ma non va
non va
non va)
Non fare di me un idolo, mi brucerò,
se divento un megafono m’incepperò.
Cosa fare e non fare non lo so;
quando, dove, perché
riguarda solo me
io so solo che tutto va ma non va
non va
non va
non va
non va,
sono un povero stupido, so solo che
chi è stato è stato e chi è stato non è
chi c’è c’è e chi non c’è non c’è
chi c’è c’è e chi non c’è non c’è
chi è stato è stato e chi è stato non è
se tu pensi di fare di me un idolo,
lo brucerò,
trasformami in megafono:
m’incepperò.
Cosa fare e non fare, non-lo-so,
quando, dove, perché,
riguarda solo me
Da anni Gary Trudeau dissacra il potere e i costumi Usa, compreso il Sexgate di Clinton. Ma una vignetta in cui si parla di masturbazione viene respinta da 400 editori.
WASHINGTON – E’ il Paese in cui giudici e giornalisti passano ai raggi X l'attività sessuale di un Capo di Stato. E il tutto diventa oggetto di discussione pubblica, audizioni in Parlamento, interrogatori trasmessi online. Ma se sotto le lenzuola, anziché una coppia, c’è una persona sola ad agire, allora l’America insorge. E censura. E’ ciò che è capitato a uno tra i più famosi fumettisti d’Oltreoceano, Gary Trudeau, incappato in una severissima censura sul tema della masturbazione.
Il maestro incontrastato delle strip di satira politica e sociale negli Usa, in attività da oltre vent’anni, pubblica le sue vignette della serie “Doonesbury” ormai su centinaia di giornali e riviste negli Usa e nel mondo. Ma qualche settimana fa si è visto rispedire al mittente la propria striscia quotidiana da ben 400 dei 700 editori che normalmente pubblicano le decennali avventure di Mike Doonesbury, un uomo comune, passato attraverso le esperienze del ’68 al college, e poi catapultato nella New Economy. Un vero specchio di tutti i principali eventi che hanno segnato la vita degli Stati Uniti, dall’Aids all’attacco alle Torri Gemelle, passando per l’avvento di Microsoft. Il tutto condito da irriverenti attacchi al potere, spesso molto documentati e circostanziati.
Molti i tentativi di censura avvenuti in passato, e gli scontri che Trudeau ha dovuto sostenere con il pubblico e con gli editori. Su Monica Lewinsky e il Sexgate che ha investito Bill Clinton Doonesbury è tornato decine di volte, senza però mai essere "oscurato". A mandare in fibrillazione l’America puritana è bastata invece una vignetta dello scorso 7 settembre in cui uno dei protagonisti legge su un giornale: “C’è un nuovo studio secondo il quale la masturbazione regolare previene il cancro alla prostata”. Apriti cielo.
La prima reazione viene dai quotidiani: l’80% degli habituè di Doonesbury chiede una striscia sostitutiva. Tra i pochi che decide comunque di pubblicare la striscia c’è il Washington Post. Ma lo fa a suo rischio e pericolo, basta guardare le mail arrivate a un altro organo di stampa che ha dato l’ok alla pubblicazione: “Vorrei che foste in quell’80% di giornali che ha redattori coscienziosi”. Trudeau non fa una piega e commenta da par suo: “Ho imparato la lezione: d'ora in poi tornerò a parlare solo di sesso orale”