
31.10.03
Miti & mondezza -------------------------
di Beatrice Corato
[da Una donna per amico]
Ognuno ha la sua definizione di mito.
La mia è semplice, una persona di sicuro talento che dà il meglio e oltre le sue possibilità pur mantenendo intatta la propria dimensione umana.
Come Alfredo Casasco, per esempio.
Lui è il numero Uno dell'angiographie terapetique mondiale. Una tecnica per la risoluzione di mille e uno problemi dei vasi cerebrali, uno che ti manda il navigator nelle vene del cervello e attraverso un monitor lo dirige fino al punto della lesione per curarlo a seconda del caso.
Uno scienziato dal volto umano.
Quando fu che lo vidi per la prima volta a Perugia, in Italia non s'era ancora mai sentito parlare di questa nuova scienza, oddìo, neanche adesso a dieci anni di distanza i neurochirurghi continuano a spaccare i cervelli come cocomeri rimandandoti a casa come un vegetale, se ti va bene, anzi se ti va male, morto sarebbe meglio.
Un'oretta di lezione e mi convinsi che il destino non poteva aver scelto per me una soluzione migliore, lo sentivo parlare e dentro di me mi benedicevo per essere scappata dai neurochirurghi.
La mattina dell'intervento, che ci vedevo niente e alle otto sono praticamente in coma, ero fuori della sala operatoria, si fa per dire, a Neuroradiologia del Monteluce di Perugia s'erano fatti tutto da sé, perfino il lettino movibile, si era in tempi di pionieristica, l'ospedale non aveva fondi né si sognava di chiederli alla Regione figuriamoci, angiographie terapetique, neuroradiologia interventistica chi erano costoro...
Ero lì, che pensavo tra me e me ch'ero la prima cavia in Italia per un esperimento del genere, a istinto mi fidavo di Casasco, mi fidavo di Parigi culla della nuova scienza, però la paura è paura. A un tratto una voce tranquilla mi fa: come stai? A cazzo di cane, rispondo, sempre gentile io di mattina presto, al tizio vestito di verde che s'era appoggiato alla parete vicino a me. Non ti preoccupare, sarà una passeggiata mi disse il tizio che mi pareva un infermiere, io feci sgrunt e lui continuò a parlare con la sua voce tranquilla, neanche fossimo amici da una vita. Pensai: sono gentili questi perugini, gentili e civili, neanche rilevai che "l'infermiere" non aveva per niente l'accento umbro, neanche riconobbi l'accento francese.
Finché la voce calda di nevia Caputo, la mia angiografa personale che subito riconobbi, si rivolse all'infermiere gentile: professore, è tutto pronto. Andiamo bea, mi disse Casasco prendendomi per mano. Entrammo insieme che mi veniva da ridere, avevo parlato per un dieci minuti buoni con quello che avevo scambiato per un infermiere cordiale e che ribattezzai lo scienziato dal volto umano, un amico che per i successivi dieci anni ovunque fosse e qualunque guaio mi capitasse subito mi risolveva il problema.
Casasco viene una volta al mese in Italia, di solito al Silvestrini di Perugia dove finalmente hanno attrezzato una sala megafantastica e dove la sua angiographie terapetique ha dato risultati da letteratura internazionale, come si direbbe in gergo. Ma ho visto altri suoi "discepoli", si fa per dire, in altri nosocomi italiani, che hanno tirato su un non so che di boria che non vi dico. E sempre il destino che me li mette tra i piedi, anni fa in un ospedale romano trovai una specie di morto ammazzato "lavorato" da uno di quei suoi vice che aveva messo su boria e che tuttora non capisce un cazzo di quella scienza. Il morto ammazzato morì, naturalmente.
Quando fu che il tumore si mise a rompere i coglioni di brutto Casasco mi disse: tocca operare. Neanche morta, risposi.
Solo una persona speciale come lui avrebbe potuto convincermi, tranquillo, ma anche con voce ferma quella volta, mi disse che mi avrebbe mandato dal neurochirurgo numero Uno nel campo della microchirurgia mininvasiva, una passeggiata. Feci sgrunt e lui chiamò Udine, gli dettero l'appuntamento, fui costretta ad andare.
Miran Skrap faceva ambulatorio in ospedale, al Santa Maria della Misericordia, non ha mai posseduto uno studio privato. Ricordo che con Pupa ci guardammo disperate, non c'era neanche una segretaria, un cristo a cui chiedere, solo persone silenti sedute nella sala d'aspetto come fossimo dal dentista. Finché un signore gentile, vestito da medico ci disse che potevamo accomodarci. Quel signore gentile, poi diventammo amici, era un neurochirurgo del'equipe di Skrap, scoprii più tardi che a Udine si va direttamente al sodo senza tanti complimenti e infioriture.
Skrap ci ricevette con una stretta di mano cordiale, prese le lastre, le mise sulla diafanoscopia, in tre minuti risolse il caso, non capii un cazzo di ciò che disse ma dentro... dentro sentii che potevo fidarmi come la prima volta con Casasco.
Il dittatore dal volto umano, così battezzai Miran Skrap, nel darmi l'appuntamento per l'intervento accettò perfino che ci fosse presente Casasco, o non mi sarei operata. Non si offese, non battè ciglio, nessuna invidia, i Grandi collaborano e per niente invidiosi l'uno dell'altro pensano ad unire le proprie forze a fini scientifici oltreché umanitari.
Non lo vidi più Skrap, nel senso che non ho la memoria fotografica. Quando mi ricoverarono me ne stavo sulle solite scalette a fumare quintali di cicche che regolarmente buttavo nella tromba delle scale. Ogni tanto i miei s'alzavano di corsa e salutavano un medico che correva giù per le scale, io continuavo a parlare e a fumare, loro mi dicevano cavolo, non hai salutato il Professore! Non lo riconoscevo mai, lui mi guardava fumare e rideva.
A Neurochirurgia dell'ospedale di Udine l'intero reparto risentiva del polso fermo ma gentile del dittatore dal volto umano, quei giorni furono i più belli della mia vita tanto che quel reparto che ritengo essere il mio personale Centro di Neuroscienze lo ribattezzai Neurofreude, NeuroGioia.
La mattina dopo l'intervento me ne stavo per terra a cercarmi qualcosa da mettere perché stavo benissimo e non capivo perché dovessi restare a letto quando entrò un "dottorino" che mi parlò per un quarto d'ora buono finché finimmo per ridere insieme, pensai fosse un aiutante di non so che, un universitario insomma. Quando uscì chiesi alla mia vicina di letto il nome del dottorino perché me lo volevo segnare, non si sa mai. E quella tutta scandalizzata mi rispose: madonna bea, ma non hai riconosciuto il professor Skrap.
Non l'avevo riconosciuto.
Ero abituata ai neurochirurghi blasonati che prima di arrivare loro entravano i lacchè e ci facevano mettere tutti sul letto con le coperte sistemate perché stava arrivando il dio in terra.
Quando fu che Skrap mi dette il via libera per tornare a Roma gli dissi grazie. Lui mi guardò trasecolato, fors'anche un po' offeso. Io m'offesi a mia volta, che cazzo significa che io non possa dire grazie a un genio.
Nessuno l'aveva mai fatto fino ad allora.
Miran Skrap, il neurochirurgo che gli stessi Americani ci invidiano, numero Uno nel mondo nel campo dela microchirurgia mininvasiva, due centimetri di taglietto per tirar fuori un tumore di otto centimetri che il cervello ipercompresso ha fatto spoff appena l'hanno aperto, c'era di tutto là dentro, due ore dopo l'intervento m'hanno fatto mangiare sennò facevo un casino, tre giorni di ricovero e poi vai a casa neanche fosse un'ernia, Miran Skrap rientra nel Tutto E' Dovuto della mala sanità italiana, mala nel senso che la gente operata da lui esce dall'ospedale e neanche lo ringrazia.
Però se il mondezzaio di turno gli ha tolto un milione solo per la visita nello studio privato allora si sbracano per terra appena lo vedono passare contornato sempre dai suoi miserabili lacchè.
Alleluia!
Il bello è che se il mitico Skrap leggesse queste righe s'incazzerebbe come una iena. Lui ritiene di aver soltanto adempiuto ai suoi obblighi professionali, m'accusa di enfatizzare e insomma alla fine l'ho disconnesso perché orso com'è non accetta che si parli di lui nei termini con cui ne sto parlando.
Entusiastici? entusiastici.
Così gli ho mandato una maledizione che spero non lo colpisca poverino. Gli ho augurato di venirsi a dirigere un nosocomio romano, e poi vediamo se sono io che enfatizzo o lui che si mette a sparare raffiche di mitra!
Vaffanculo Miran Skrap, ti piaccia o no per me resti un mito. E mo' te l'ho detto in pubblico.
Tante ne ho conosciute di persone che la gente normale definirebbe vip e che per niente da vip si comportano. Da Gianni BigMinà che quando lo incontri sembra che ti sei lasciato ieri e continui il discorso da dove l'avevi interrotto. Ai fratelli Montezemolo il cui fratello minore Daniele m'insegnava che i soldi si fanno risparmiando e io lo sfottevo ridendo: intanto io scendo al bar, tu metti pure da parte i tuoi soldi io al caffè non ci rinuncio. Si era amici, si lavorava assieme, tali caporali dei miei coglioni, gente Rai che entrava nella mia stanza senza neanche salutarmi non aveva la gentilezza riconoscente dei Montezemolo. E poi Beppe Grillo, un ragazzo come noi che ti metti lì spalle al muro a chiacchierare del più e del meno, dopo uno spettacolo entusiasmante, e mi dà perfino la data di nascita così da poter verificare che c'è sempre qualche pianeta in Acquario tra la gente che vale e che per niente si monta la testa. E Branduardi, Guccini, i mitici Rolling Stones, Gianni Morandi, i Cure, Cocciante, quanti non me ne ricordo più e Venditti al quale fregai la Mercedes 190 con la scusa che c'era il vigile, invece andai a farmi una sgommata che col servosterzo per poco m'ammazzo e quando gli riportai le chiavi per poco s'inginocchia grazie bea, cosa farei se non ci fossi tu (cosa avrei fatto IO se gli avessi riportato la macchina distrutta porca eva!).
Un grande, grandissimo Carmelo Bene, eravamo ragazzini al Beat 72, rimase tale e quale, forse solo un po' più incazzato, sempre più deluso da questo mondo di fintoArtisti.
Quasi tutti gli artisti sono gente tranquilla, per niente montata anzi, hanno sempre bisogno di qualcuno che li rassicuri. Come tutti i campioni veri, e dio sa se ne ho frequentati, dai mitici tennisti teste di serie negli anni settanta ai campioni NBA del basket nostrano che si chiamano Lorenzon, Della Valle, Brunamonti, Polesello, Gilardi, Marzorati il mio mito assoluto, Valerio Bianchini e Julio Velasco che quando gli strinsi la mano per poco svengo, entrambi avevamo coniato la stessa frase senza saperlo: gli occhi della tigre. Un campione o tira fuori gli occhi della tigre o non è un campione.
E se proprio vogliamo parlare d'altro ricordo padre Tarcisio Piccari, postulatore generale dei domenicani, uno che faceva l'avvocato del diavolo nelle cause per santificare la gente. Un dottore della Chiesa insomma. E padre Capaccio, lui addirittura lo andavamo a trovare al Sant'Uffizio, il grado più alto dei tribunali ecclesiastici. Con loro era bellissimo discorrere di Dio e di Satana e con la semplice Logica provare a distruggergli la dottrina che difendevano. Non ce l'ho mai fatta, i preti sono bravi caspita, ma quel che ricordo di loro è la semplicità, il rispetto con cui ascoltavano le mie tesi per poi produrre la propria antitesi, alla sintesi non ci arrivavamo mai, ma insieme si rideva e quanto si rideva, quanto ci si stimava.
Ricordo un grande colonnello Ruggero Placidi, anche lui oggi non c'è più. Dirigeva la Polizia Giudiziaria dei Carabinieri di via Mentana, io entravo bestemmiando e lui ti veniva incontro sorridendo, e non era per niente un fesso, era soltanto dotato di un'intelligenza sopraffina e una carica umana incredibile. Agli altissimi livelli i Carabinieri sono gente speciale, per me restano miti come il colonnello Placidi, un democratico vero.
Ricordo il mio più caro amico, anche lui non c'è più. Ivan Graziani che per primo mi insegnò quel che vado scrivendo, e cioè a riconoscere tra caporaletti marchettari e gente che vale. Per vent'anni le sue parole m'hanno risonato nella capoccia e adesso posso dire di aver tirato le conclusioni.
Chi vale non si monta mai la testa.
Chi vale non va al Costanzo Show ad autodefinirsi artista senza aver letto un libro vero o aver fatto un minimo di studio dell'arte che dice di possedere.
Chi vale neanche lo sa di possedere un talento da paura.
Semplicemente svolge il suo lavoro come direbbe Martin Luther King, ovvero se spazzasse la strada la pennellerebbe come Michelangelo ritoccava i suoi dipinti, al meglio e oltre le sue possibilità.
Chi vale sfida se stesso e non certo il vicino di banco.
Chi vale s'incazza pure se gli dici bravo, o si vergogna come se gli stessi dicendo vaffanculo, perché una cosa l'ho imparata, ed è vangelo per me: il professionista, l'artista, l'uomo di cultura vera non perde mai la sua dimensione umana.
E allora parliamo di vib e di blogstar.
Siamo addirittura arrivati alla moda dell'ho conosciuto il blogger come mi sento realizzato...
Noi ci conosciamo in parecchi ormai, e semplicemente amici ci definiamo.
No, non parliamone.
Di fronte al ricordo dei miti veri che m'hanno reso meno amara la nottata non voglio amareggiarmi di nuovo.
Ognuno tiri le proprie conclusioni.
Io le mie le ho tirate, e adesso ci parto, col pregiudizio.
Nessun rispetto più devo a chi per primo non rispetta me.
San Giuliano, anche l'anima in macerie -------------------------
di Massimo Giannetti
[da il Manifesto di oggi]
Oggi nel paese distrutto dal sisma è giornata di silenzio. Ma tra i mille abitanti in lutto non c'è più solidarietà. La tragedia ha spazzato via anche i rapporti umani. Dilaniati da accuse e polemiche per il crollo della scuola, gli sfollati aspettano la ricostruzione. Il piano di rinascita è pronto, mancano i soldi. Ma il capo della protezione Bertolaso rassicura i terremotati: «I fondi arriveranno, me l'ha promesso il presidente Berlusconi»
E' passato un anno dal quel giorno disgraziato e oggi, almeno per un giorno, a San Giuliano ci sarà silenzio. Lo ha chiesto l'associazione delle vittime della scuola, che ha anticipato di una settimana il ricordo della strage, e lo chiede il comune che per oggi ha proclamato il lutto cittadino. Non si lavora né si va a scuola. I negozi, i bar, i pochi esercizi che hanno riaperto i battenti nel villaggio provvisorio, abbasseranno le serrande alle 11 e 32, l'ora in cui San Giuliano ha smesso di essere quello che era. Il paese è morto, fisicamente e moralmente.
La maggior parte degli sfollati vive nelle casette di legno costruite sulla collina che guarda proprio il paese evacuato. Realizzato in meno di un anno con le sottoscrizioni degli italiani, è il fiore all'occhiello della protezione civile. Gli abitanti, dopo aver trascorso mesi tra alberghi e tendopoli, ora stanno senza dubbio meglio, ma vogliono tornare al più presto nelle loro case. Giù, tra le macerie delle palazzine squarciate dal terremoto e quelle demolite successivamente, l'atmosfera è surreale. Ci vivono una ventina di famiglie, soprattutto anziani, rientrati nelle poche abitazioni risparmiate dal sisma. Sono i morti viventi della San Giuliano che non c'è più. Ma loro, i superstiti del paese fantasma, non drammatizzano più di tanto: «Certo, siamo contenti di essere tornati nelle nostre case, ma viviamo il disagio della solitudine. Loro, invece, anche se vivono in una casa che non è la loro, almeno stanno insieme, hanno i negozi, i servizi... », dicono alcune abitanti del civico 22 di corso Vittorio, proprio di fronte alla scuola del pianto.
Non tutti gli abitanti hanno scelto però di vivere nel villaggio di legno. Un altro gruppo di sfollati ha preferito una «sistemazione autonoma», affittandosi casa nei paesi vicini. Tutti, in teoria, avrebbero avuto la facoltà di scegliere questa possibilità, ma solo in pochi l'hanno fatto. Tra questi il sindaco Antonio Borrelli («ho scelto questa soluzione per non subire altre minacce»), la persona più esposta nel paese dei rancori. Nel crollo della Jovine ha perso anche lui una figlia e oltre al dolore familiare, deve fronteggiare l'ostilità di una parte della popolazione. Inoltre, deve fare i conti con il peso di un'inchiesta che lo vede indagato, insieme ad altre otto persone, soprattutto tecnici, di disastro colposo. Nessuno vorrebbe stare nei suoi panni. Qualcuno, anche tra i suoi elettori (lui è Ds e la giunta di centro sinistra), dice che dopo l'avviso di garanzia avrebbe fatto meglio a dimettersi. Ma Borrelli, nonostante la difficile situazione in cui si è trovato, ha deciso, insieme agli assessori, di rimanere al suo posto. «Non c'è stato molto rispetto e considerazione per me e per il carico di responsabilità che mi porto dietro» - dice rivolto a chi lo critica. «Alcune accuse mosse nei miei confronti, compreso l'avviso di garanzia, non aiutano certo a sopportare tutto quello che è successo. Il disagio della popolazione lo metto in conto, so anch'io cosa vuol dire perdere un figlio. Ma mi sono sentito maltrattato. Forse la forza per andare avanti l'ho trovata nella consapevolezza che la gente non andava abbandonata in un momento così difficile e molto ha contribuito la solidarietà ricevuta dall'esterno».
«Una parte della popolazione ci accusa di essere i responsabili della morte dei bambini» - aggiunge l'assessore ai servizi sociali, Antonio Serrecchia, che ha perso anche lui un figlio nel crollo della Jovine - «e questa è la cosa che ci fa più male, come genitori e come amministratori. Se ci sono state delle responsabilità sarà la magistratura ad accertarlo. Anche noi vogliamo la verità. Ma le responsabilità, se ci sono state, sono eventualmente tecniche, non amministrative. Noi, prima di approvare la ristrutturazione della scuola (la sopraelevazione fu realizzata a cavallo tra il 2001 e il 2002), abbiamo avuto il via libera dell'ufficio tecnico. Comunque, ripeto, la magistratura sta indagando e presto verrà fuori la verità».
La solidarietà dei giorni caldi della strage è solo un ricordo lontano. Al suo posto ha preso il sopravvento un altro genere di sentimenti e il malessere sconfina purtroppo anche in ambiti che dovrebbero essere proibiti. La tensione, alla vigilia della ricorrenza, è altissima e si avverte anche a scuola - è allestita in una tensostruttura accanto alla sede comunale - tra le maestre, tra gli stessi alunni. Il sostegno delle psicologhe della Asl di Termoli e degli operatori del telefono Azzurro, rimasti nelle tendopoli per molti mesi, è stato e continua ad essere di grande aiuto ai piccoli superstiti della Jovine. Ma dai loro diari, dalle lettere che hanno scritto ai compagni di banco che non ci sono più, dai loro disegni cupi, emerge non solo il ricordo vivo del dramma che hanno vissuto sotto le macerie, ma anche il «senso di colpa» per esserne usciti salvi.
«E' inutile nasconderlo» - dice il preside Giuseppe Colombo, mostrandoci il lavoro prezioso fatto in questi mesi dalle insegnanti a fianco degli alunni - «queste tensioni tra i genitori non aiutano i bambini a superare il trauma subito. Introiettano i loro disagi e questo rischia di vanificare il lavoro che si sta facendo. Abbiamo bisogno tutti di stare un po' più sereni. So benissimo che non è facile, ma solo così, rimettendoci insieme in marcia, riusciremo a dissipare il dolore che ci portiamo dentro».
Nel villaggio di legno sono pochi i luoghi di incontro. Nei due bar del paese si vedono sempre le stesse persone che discutono sempre delle stesse cose. In questi giorni gli argomenti più gettonati sono gli aiuti delle donazioni che secondo un'inchiesta del settimanaleVita sarebbero spariti (mancherebbero all'appello 66 milioni di euro) e soprattutto il futuro di San Giuliano. La gente aspetta notizie certe sulla ricostruzione ma chiede anche progetti per lo sviluppo. «Io non sono il responsabile della ricostruzione» - dice il capo della protezione civile Guido Bertolaso all'incontro promosso dal comitato delle vittime della scuola, sabato sera nella sala consiliare - «ma non è vero che dopo un anno non si è fatto niente. C'è un lavoro oscuro, silenzioso che è stato fatto. Di questo lavoro manca la parte visibile».
Il lavoro «oscuro», che secondo il lapsus di Bertolaso è stato fatto, è di cruciale importanza e riguarda il tipo di paese che si vuole ricostruire. Come sarà lo ha lasciato spiegare al sindaco Borrelli, che in un altro incontro, convocato un po' in sordina lunedì pomeriggio al comune, lo ha esposto ai rappresentanti della Consulta locale. San Giuliano verrà ricostruito sostanzialmente là dove si trova adesso. Il progetto è pronto e lo ha firmato Giancarlo Ragazzi, l'architetto di Milano 2 imposto al sindaco da Berlusconi e che lo stesso Borrelli evita di enunciare. «Siamo in dirittura d'arrivo» - esordisce annunciando l'intesa raggiunta tra comune, regione Molise e Provveditorato alle opere pubbliche, l'ente attuatore della ricostruzione. «Il principio del piano, aperto a eventuali integrazioni, non lascia spazio a discriminazioni. Tutti i cittadini riavranno una casa, chi nuova chi ristrutturata. La ricostruzione sarà complessa e ci vorranno non meno di tre, quattro anni. Bisogna rifare tutto, dalla rete fognaria alle reti elettriche - per queste ultime si pensa a fonti pulite. In alcune aree, dalla scuola crollata in giù, non si potrà ricostruire, lo sconsigliano le indagini sismiche effettuate dalla protezione civile. Le strutture che c'erano saranno delocalizzate».
La scuola Jovine sarà spostata sopra al paese, vicino al palazzetto dello sport, accanto al quale sarà costruito anche un centro polifunzionale. Nell'area della scuola nascerà un monumento alla memoria dei bambini. Sullo stesso lato, in un'ampia area, sorgerà la zona belvedere. E poi nuove piazze e nuove strade per una diversa viabilità. «Il paese non subirà stravolgimenti», spiega ancora Borrelli, che vorrebbe far partire la ricostruzione «subito, entro novembre».
C'è però il problema dei fondi. Attualmente nelle casse della regione ci sarebbero disponibili un'ottantina di miliardi di vecchie lire, quelli stanziati dal governo con la finanziaria dell'anno scorso. Per la ricostruzione completa di San Giuliano ne occorrono dieci volte tanto. «Spendiamo intanto i soldi che ci sono» - taglia secco Bertolaso - «gli altri arriveranno. Proprio l'altra sera ho incontrato il presidente Berlusconi e mi ha promesso che i soldi per San Giuliano si troveranno».
29.10.03
Le Lezioni Ignorate -------------------------
di Siegmund Ginzberg
[da l'Unità di oggi]
Dice George W. Bush che non capisce chi dubita. Nega di essere sorpreso dai livelli e dal perdurare della violenza in Iraq. È appena tornato dall’Asia, dove in un discorso a Manila aveva introdotto una nuova analogia storica - dopo quelle sulla guerra per non cedere a Saddam-Hitler come le democrazie a Monaco - sulla ricostruzione felice come nel Giappone e nella Germania del dopoguerra, sul nuovo Piano Marshall pagato stavolta dagli altri.
Iraq come le Filippine. «La democrazia ha sempre i suoi scettici. Alcuni dicono oggi che la cultura del Medio Oriente non sopporta le istituzioni della democrazia. Gli stessi dubbi si rivelarono erronei sessant'anni fa, quando la Repubblica delle Filippine divenne la prima democrazia in Asia» ha detto. Qualcuno gli ha fatto notare che il paragone non è così confortante come appare. Tra la cessione agli Usa e la fine di tre secoli di dominio spagnolo nel 1898 e l'indipendenza nel 1946 c'erano stati 48 anni di guerriglia e massacri, 44 anni di difficile occupazione americana. Finché si accorsero che l'occupazione giapponese era peggiore di quella Usa.
Ne parla Max Boot, un neo-conservatore doc, nel suo libro sulle Guerre selvagge della pace. Avevano invaso le Filippine e preso Manila quasi senza colpo ferire. Poi cominciarono i guai. «Malgrado i generali Usa, uno dopo l'altro, proclamassero la vittoria a portata di mano, i soldati americani continuarono a morire nelle imboscate, continuarono e venire tagliate le linee del telegrafo, ad essere attaccati i convogli militari. Tre anni e mezzo dopo il bilancio era di 4.234 morti, 2818 feriti tra le forze occupanti. Secondo le stime dell'Us Army, c'erano state 200.000 vittime tra guerriglieri e civili filippini. «Agli Stati uniti e alle Filippine» il britannico Rudyard Kipling, che pure cantava l'imperialismo, dedicò l'angosciato poema sul «Fardello dell'uomo bianco». L'americano Mark Twain ne fece invece un esempio delle catastrofi dell'imperialismo incompetente. «Siamo finiti in un pasticcio, un pantano in cui ogni nuovo passo rende immensamente più difficile districarsene. Vorrei proprio vedere cosa ne caveremo e cosa porterà alla nostra nazione», scrisse. Nel saggio «Alla persona che siede al buio», immaginò cosa dovevano pensare i filippini: «Ci devono essere due Americhe: una che libera lo schiavo oppresso, e una che allontana la nuova libertà da lui, ci attacca briga e lo uccide sulla propria terra». Per portare ordine e civiltà avevano fatto ricorso a tutto il campionario che si sarebbe ripetuto nei molti Vietnam successivi: terra bruciata attorno ai guerriglieri, villaggi incendiati e saccheggiati, torture, deportazione forzata di intere popolazioni in «zone protette», fucilazione di chi si azzardasse ad uscirne senza lasciapassare. «Mi sono inginocchiato e ho pregato Dio onnipotente perché ci guidasse... Non avevamo altra scelta che educare i filippini, risollevarli, civilizzarli e cristianizzarli», disse l'allora presidente William McKinley. Un secolo dopo, la guerriglia islamica moro, lungi dall'essere «benevolmente assimilata», offre una delle principali basi ad Al Qaeda nella regione dagli quei libri così fragili.
Certo Bush non intendeva dire che auspica che finisca come nelle Filippine, la tragedia continui per un altro mezzo secolo. Nessuno può augurarselo. E nemmeno fare agli iracheni quello che avevano fatto a filippini e vietnamiti. Anche se ieri ha dichiarato che il vero «pericolo in Iraq è che qualcuno crede che siamo molli, che la volontà degli Stati Uniti può essere scossa dai suicidi», insomma che la soluzione sarebbe essere un po' più duri e cattivi. Ma l'uso incauto delle analogie storiche fa temere che non abbiano ripassato bene la storia. E nemmeno le altre discipline. Sono andati in Iraq senza la minima idea di cosa fosse, quanto fosse complicato, cosa li poteva aspettare. MacArthur aveva al seguito molti che parlavano giapponese, a Baghdad gli mancano persino gli interpreti. Non sono i soliti «antiamericani» a rimproverarglielo. Le accuse più pesanti in questo senso all'attuale amministrazione Usa sono venute da esponenti del puro establishment, come lo storico Arthur Schlesinger.
Il giudizio più duro che abbiamo letto quello del columnist del New York Times Paul Krugman, secondo il quale «l'ignoranza di Bush potrebbe riflettere la sua mancanza di curiosità». «Il miglior modo di avere notizie è averle da fonti obiettive. Le mie fonti più obiettive sono i miei collaboratori», lo cita. Rumsfeld, Wolfowitz, Cheney? «Imperatore, vestiti», il commento in due sole parole.
Hanno ignorato i consigli degli «amici» come Putin, che continua a ripetergli che rischiano di impantanarsi come i sovietici si erano impantanati in Afghanistan, dopo un'invasione lampo durata poche ore e un'occupazione incubo durata dieci anni. Gli avvertimenti di Jacques Chirac, l'erede di Charles De Gaulle che se n'era dovuto andare dall'Algeria (curioso che poi al Pentagono abbiano deciso di far proiettare agli ufficiali destinati all'Iraq il film sulla Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo). La lezione dei britannici, che l'Iraq lo avevano inventato, messo insieme con le migliori intenzioni e le profonde conoscenze della signora Gertrude Bell, il «cervello» di Lawrence d'Arabia, salvo poi accorgersi che tenere sotto controllo il labirinto etnico e tribale era molto più difficile e sanguinoso che conquistarlo ai turchi. La differenza tra «liberazione» e «occupazione». Ma soprattutto, cosa molto più grave, la propria stessa storia.
L'analogia tabù resta il Vietnam. E non perché a Baghdad possa finire come a Saigon. E il deserto trasformarsi in giungla. Perché, come ebbe a scrivere un membro del Consiglio di sicurezza nazionale tra 1961 e 1967 «in primo luogo al governo americano mancava qualsiasi conoscenza del Vietnam e dell'Indocina». Non avevano la minima idea di cosa fosse per loro il «nazionalismo», non sapevano che i vietnamiti avevano combattuto i cinesi per 1500 anni, o che la guerra ai francesi era iniziata il secolo prima. E ne uscirono con le ossa rotte, non tanto perché avessero «storicamente» ragione i loro avversari, o questi fossero militarmente più capaci, o perché i generali si affrettavano a dichiarare vittoria quando già avevano perso (il primo articolo di giornale che ricordo, letto da bambino, spiegava come col piano dei villaggi fortificati avessero sgominato il vietcong), ma semplicemente perché non avevano idea di dove si trovavano.
ENEL: il peggio (del privato) che avanza -------------------------
di liberopensiero
da Salto del canale
Lunedì 27 ottobre mi sveglio e mi accorgo che la casa è senza elettricità. Con tutta probabilità, come ho avuto modo di verificare, mancava già dalla notte prima. Capisco in fretta che non dipende da un corto circuito interno, ma dal nuovo contatore elettronico fornito dall’ENEL: per una qualche ragione non funziona più ed impedisce di erogare normalmente energia (i contatori dei vicini, invece, funzionano).
A questo punto (erano le 7.30 di mattina) chiamo il numero verde 800900800 per segnalare il guasto. Mi risponde un messaggio automatico, alla fine del quale, dopo aver seguito le indicazioni, mi viene chiesto di attendere in linea. Attendo, fino al punto in cui, un altro messaggio mi suggerisce, per “motivi tecnici”, di riprovare più tardi. Ne approfitto per sfruttare il mio portatile alimentato a batteria e spedisco un messaggio dal sito www.prontoenel.it. Alle 08.00 circa mi telefona un funzionario dell’Enel, al quale spiego il problema e mi dice che provvederà lui a segnalare il guasto. Dopo circa 10 minuti, lo stesso funzionario mi richiama dicendomi che dovevo in ogni caso segnalare al numero verde il guasto perché, in sostanza, lui non poteva garantire il buon esito della segnalazione. Ma non ha detto di essere un funzionario dell’Enel?!? Perplesso, per tutta la mattina ed il pomeriggio provo senza sosta a contattare l’operatore, senza riuscirvi.
Solo alle 17.00 circa riesco finalmente a parlare con un innervosito operatore che mi lascia, tanto per cambiare, in attesa e sento in sottofondo tutta una lunga discussione di questo signore con altre persone. Finalmente si degna di riservarmi qualche minuto e gli spiego il problema, con calma ed educazione. Mi chiede, come prima cosa, se avevo provato a staccare i fili sotto il contatore. Gli rispondo che avevo staccato l’interruttore generale, ma mi dice che non basta. Senza farla lunga, chiudo la conversazione e, armato di cacciaviti, esco di casa per fare anche questo tentativo. Risultato: come già previsto, è il contatore elettronico ad essere guasto, senza dubbi.
Riprovo allora a contattare l’operatore e, dopo altri 30 minuti, dal call center mi risponde la stessa persona di prima e penso che alla fine o è una coincidenza incredibile o quel call center è formato da una sola persona (o al massimo due). Questa volta mi innervosisco perché quel signore, mi spiega che dovevo digitare il numero “1” sul telefono: ma se era dalle 7.30 di mattina che pigiavo su quel dannato numero “1”! Dopo avergli dato indirizzo e numero di telefono, chiudo la telefonata e nel giro di 15 minuti arrivano due operai dell’Enel che mi sostituiscono il contatore.
Prima della privatizzazione avrei chiamato direttamente il punto operativo più vicino alla mia residenza e con tutta probabilità mi avrebbero sostituito il contatore in mattinata. Logico, semplice ed efficace. Ora, invece, non potendo fare altro, sono stato costretto a chiamare un numero verde che non risponde mai, senza avere alcuna alternativa, essendo solo gli operai dell’Enel autorizzati a sostituire il contatore in questione. Mi domando: ma l’elettricità è o non è un servizio essenziale? Ed il pronto intervento è un diritto o una concessione legata alla buona sorte che si deve sperare di avere chiamando un inefficiente (eufemismo) numero verde?
Dall’Enel nemmeno un segno di rammarico o scuse, ovviamente. Ecco, se si privatizzano così i servizi che funzionano questo è il risultato che dobbiamo attenderci. E, se penso ad al diritto alla salute o a quello all’istruzione, non è certo un bel futuro. Anche questa esperienza personale lo dimostra pienamente.
Il Vigna, Stella e io: una serata per ricordare come eravamo -------------------------
da il diario di alice
L’idea è stata di Stella: lo giuro; insieme l’abbiamo elaborata e definita nei dettagli.
La settimana scorsa Massimo Vignale, nostro compagno di liceo, noto ai più come il Vigna, le ha telefonato come è sua abitudine quando è a Roma. Stella ha organizzato un incontro a casa sua scegliendo una notte in cui il marito fosse di guardia in ospedale. Dice che l’idea dello scherzo le è venuta nel momento in cui lo invitava. Dopo avergli detto che ci sarei stata anche io, ha aggiunto: “Lo sai che non sono pettegola, Massimo”, e il fatto che Stella lo avesse chiamato per nome doveva già metterlo in allarme che qualcosa d’insolito stava per accadere, “ma Alice è cambiata”.
“In che senso?” Ha chiesto lui.
“Devi incontrarla per renderti conto: è inutile che stia qui a descriverla”. Non poteva spiegargli nulla: perché ancora non sapeva come sarei cambiata.
Sono dieci anni che non vedo il Vigna: quando io vado a casa di Stella: lui non è a Roma o ha un altro impegno.
Il Vigna è stato mio compagno di banco per due anni. Era un adolescente scontroso, che passava tutti i pomeriggi al cinema con conseguente rendimento scolastico appena sufficiente. Viveva in una casa antica in cui c’era una libreria immensa ereditata dal nonno e in cui potevo prendere in prestito tutti i libri che volevo. Non ha mai avuto una donna fino all’ultimo anno di liceo e quindi era sempre in uno stato di perenne eccitazione che cercava, senza riuscirci, di mascherare . Io e Stella lo torturavamo parecchio a causa della sua solitudine amorosa, però poi facevamo penitenza ascoltando, senza interrompere, il racconto con relativa critica dell’ultimo pesantissimo film che si era visto. Tutti si sarebbero aspettati che il Vigna, finito il liceo, iniziasse a scrivere su riviste di cinema e poi diventasse un importante critico, e invece no: il Vigna fa il dirigente in una grande multinazionale e pare che sia anche soddisfatto.
Quando arrivo da Stella, ho una borsa in cui c’è: una parrucca affittata di capelli lunghi biondo accecante , unghie di plastica laccate di rosso, un vestito nero con spacco laterale che insinua il dubbio che sia scucito e calze a rete . Stella ha rimediato, non so da chi, un paio di scarpe numero 36 con 12 centimetri di tacco, un paio di ciglia finte e collane di bigiotteria che sembrano vere. Disponiamo le cose sul letto. Betty, sua figlia, ci chiede se stiamo preparando un vestito da strega. Stella le dice molto seria “Su, su, che la mamma deve occuparsi di una faccenda importante, anzi per stasera ti do il permesso di non lavarti i denti”.
Spariti i bambini nei loro letti, comincio a truccarmi. Stasera sarò una donna sposata con un olandese proprietario di una fabbrica di birra, in procinto di chiedere il terzo divorzio. Nel mio passato ci sono due mariti, due figli e due assegni di mantenimento cospicui e sto lottando per ottenerne un altro.
“Le unghie non me le attacco: si capisce che sono finte”. Dico davanti allo specchio.
“Ma figurati se nota un particolare del genere! E poi anche se non sembrano le tue, che importanza ha? Fanno parte del personaggio”.
Quando sono pronta, continuo a non essere convinta e dico: “senti: io mi tolgo un po’ di trucco e anche le scarpe e guarda questo spacco…”
“Ma che ti vergogni del Vigna? Oh! Stiamo parlando del Vigna…”risponde lei.
Già il Vigna non è un uomo, non per noi, è il nostro compagno del liceo. E noi non siamo donne, non per lui, siamo le sue compagne di scuola che a volte gli fanno qualche scherzo. E poi c’è il colpo di scena finale. Il Vigna è un igienista: non ha mai bevuto, fumato, né fatto un tiro ad una canna. Nel domopak argentato discutiamo su cosa simuli meglio la coca tra la farina e lo zucchero. Decidiamo per la farina, ci sembra quella che più simile e se siamo incerte noi su quale sia la consistenza della cocaina, figuriamoci se la può riconoscere il Vigna.
Quando suona il campanello, io mi faccio trovare in piedi vicino alla poltrona: ho paura di cadere dalle scarpe. Farò qualche passo per salutarlo e poi tornerò alla mia posto. Lui abbraccia Stella e poi si volge verso di me. Comincia con un: “Non ci posso cre…” Si blocca, mi guarda senza parlare, mentre un sorriso rigido appare sulla sua faccia olivastra. Sono io che mi avvicino, ridacchiando, mentre vorrei ridere piegata in due, e dico: “E a me? Nessun bacio, Vigna?”
Esce dall’apnea e balbetta: “Tu… Tu…Tu…”
“Segnale di occupato, Vigna?” dice Stella ridendo.
“ No è che…”
Non riesce a uscire dalla confusione, gli do un bacio sulla guancia e dico: “sediamoci Vigna”.
“Si, sedetevi” dice Stella. “Vi porto qualcosa da bere”.
Vigna beve un bicchierone di succo tropicale, senza prendere fiato, io e Stella sorseggiamo del vino bianco, evitando di guardarci.
“Avevi sete, accidenti!” Stella chiude ogni frase che pronuncia con una risata .
Io devo lanciarmi al più presto nel discorso che mi sono preparata altrimenti finisco col tradirmi.
“Mi trovi diversa?” Chiedo, molto seria, guardandolo fisso negli occhi.
”Si, Alice, moltissimo”
“Invecchiata? Più brutta?”
”No. E’ che tu…tu…”
“Ma stasera fanno la manutenzione alla linea telefonica?” Dice Stella
“Come? Che c’entra il telefono?” Chiede il Vigna perplesso.
“Non gli badare: lo sai che a Stella piace scherzare”.
”Comunque Alice, sembri un’altra persona! Se c’incrociavamo per strada non ti avrei riconosciuta”.
“Eh lo so, si cambia”
“Eh si, si cresce” dice Stella fissandomi i tacchi.
“Ognuno ha le sue sfortune d’amore: tu ti sei tolto il pensiero all’inizio, senza neanche soffrire tanto perché non avevi nessuno, a me è capitato dopo: sto per lasciare il mio terzo marito”.
“E perché?” Chiede lui
“Passa troppo tempo al pub e poi è manesco”.
“Oddio Ali, mi dispiace.”
“A me no, Vigna, affatto. A dire il vero sono io che cerco di provocarlo quando ha bevuto”.
“Ti piace essere picchiata?”
“No, ma investo per il futuro. Dopo mi fotografo con l’autoscatto, mi faccio uscire un po’ di sangue dalle labbra e vado alla polizia”.
“Perché? “Guarda Stella sconcertato e lei annuisce seria.
“Perché voglio i suoi soldi, Massimo. Voglio metà della sua fabbrichetta! Ho due figli, io”.
“Non ricevi l’assegno di mantenimento per i bambini?
“Si, ma i figli costano, Massimo. Per i figli si vuole sempre di più. Io butto il sangue per loro, perché voglio farli crescere felici”.
“Non ti riconosco proprio:dici cose ciniche. E quelle unghie così lunghe con lo smalto rosso: non hai mai portato smalti colorati.
“Queste unghie, e metto le mani ad artiglio, servono per mangiare meglio”.
Però accade che le agito troppo e l’unghia del mignolo si scolla e cade sul tappeto. Lui non la vede e io ci poso un piede sopra.
"Raccontale di te" gli dice Stella.
“Sono cambiato anche io, penso, anche se non sembrerebbe. Certo non come te. Non ho una moglie, solo qualche donna di passaggio e poi la passione del cinema: quella non l’ho perduta. Ho allestito una piccola sala cinematografica in una stanza della casa. Vedo film che non girano su circuiti pubblici con degli amici che amano il cinema come me”.
E si accende in viso mentre ci parla di un regista armeno che ancora non conosce nessuno, ma che presto salirà le vette del successo.
“Ma basta! Tiriamoci un po’ su! Ho io quello che ci serve”. Stella scompare in cucina.
Ritorna con il pacchetto argentato. Lo appoggia sul tavolo che c’è davanti a noi. Vigna lo fissa senza parlare.
“Vigna, senti, non è che avresti qualcuno da presentarmi quando torno a Roma? Un dirigente amico tuo potrebbe andar bene: mi sentirò sola e dovrò colmare il vuoto della solitudine”
“Non so, Ali, al momento non mi viene in mente nessuno”. Dimentica il pacchetto che Stella non riesce ad aprire e torna a guardarmi.
“Non ci posso credere: la Visconti che si è trasformata in un’arrampicatrice sociale!”
“Vigna: mi offendi!” Però non riesco ad essere indignata e continuo così: “forse hai ragione. Sono diventata quello che non avrei mai pensato”.
Finalmente Stella riesce ad aprire la carta e la polverina bianca appare.
Una sniffatina? Chiede al Vigna.
Lui, la guarda sbigottito e dice: Tu sniffi e tuo marito lo sa?
“Eh, quante domande! Ma sei ancora salutista. Io e Alice, invece, facciamo una sniffatina per movimentare la serata”.
“Ne farei una anche io, ma non di questa”. Ne prende un pizzico tra l’indice il pollice, l’annusa, l’assaggia. Poi dice: “credevo fosse borotalco, invece è farina. Ragazze: vi hanno truffato!”
“E tu come fai a saperlo?” chiedo io.
“Io? Come pensate che mi sia pagato la sala cinematografica?”
“Non lo so: come?“ Chiede Stella.
Spaccio. Secondo lavoro, molto più redditizio del primo.
Bene, dice Stella un po’ risentita: Bei compagni di scuola che mi ritrovo: “un’arrampicatrice, uno spacciatore…”
“Hai ragione,” continua lui pensieroso, poi scatta in piedi, si avvicina a Stella, la prende per la vita e comincia a ridere, ridere. La sua risata è senza fine.
Perché ridi? Dice Stella con aria offesa. “E togli queste mani”.
“Già, non mi sembra che sia divertente questa faccenda.” Dico io.
“I rotolini di ciccia ci sono ancora, anzi se ne è aggiunto anche qualcuno nuovo”.
E tu? Dice rivolto a me.
Io?
Togliti la parrucca e vai a cambiarti!
E ride, ride, piegato in due. Siete proprio le solite sceme.
Vigna come hai fatto a capire?
Vigna perché conosci la coca?
Lui ride disteso sul divano. Con la mano fa cenno di aspettare. Riprende fiato, poi dice:”Vi avevo accennato che sono cambiato, ora vi spiego perché riconosco la cocaina”.
Ma questo è un segreto che appartiene a Massimo Vignale e non sarà scritto qui.
E noi…Noi siamo proprio come eravamo, a parte il Vigna che è si è fatto più furbo.
27.10.03
Voglio un uomo da amare -------------------------
di FemmeFatale
da Nuda sui pattini
Da amare con le mani, con gli occhi, con lo stupore, l'entusiasmo ed il sorriso.
Da amare nella carne e nel quotidiano, nei sogni e nell'eternità fuori dal tempo.
Un uomo da sentire addosso e da cercare dentro, da sapere presente e da lasciare andare libero.
Un uomo da accogliere e guardare, da scoprire e da toccare.
Da amare con il desiderio e la malizia, con la fantasia del gioco e con la profondità dell'anima.
26.10.03
Panzone maledetto -------------------------
da Sonechka
11 Ottobre 2003
Ieri siamo usciti con Linda per una bicchierata d’addio. Linda è stata la nostra office administrator per quattro anni. Mi dispiace che se ne vada anche perché lei era l’unica in grado di tenere testa al panzone aka il nuovo manager. Talmente in grado di tenere testa che i due si sono già presi a capocciate e il commiato che il panzone ha riservato alla Linda era sulle note di: “Tu non vali niente, ringrazia la ditta che t’ha pagato uno stipendio e via così”.
Panzone maledetto.
Panzone maledetto ci rende la vita impossibile. Anche per scoreggiare devi compilare un foglio in triplice copia e sperare che il panzone ti dia il permesso di petare. E pensare che panzone era uno di noi, uno che fino all’altro giorno stava nell’ufficio di Bristol a fare il senior translator succube di Andrew.
Adesso è arrivato qui ebbro del copioso sudore che emette ad intervalli regolari a spadroneggiare.
In questo ufficio, proprio qui dove il motto era “Anarchia lascia che sia” dove la gente andava in giro scalza, andava in vacanza quasi senza avvertire il management, dove i cazzi tuoi erano gli stracazzi tuoi, dove la Ingrid appendeva il cambio della palestra in pieno stile Bella Napoli, dove io appendevo il cambio della piscina, dove nelle foto ai muri c’era sembra gente che non c’entrava un cazzo, “Ma questa di che team è?” “No questa è la mia amica Annalisa, era in visita” “E come mai è anche in queste altre foto” “No è che viene spesso, la conoscono, telefona spesso, il tedesco sa anche fare la sua imitazione, insomma entra nelle foto” “E questa?” “No questa invece è amica dell’Ingrid”
Insomma il nostro regno. Il nostro regno è stato usurpato da un panzone malefico.
L’altro giorno la nuova amministratrice deve avere riferito al panza di un mio mini psicodramma. Una mia routine, niente di grave, un piccolo momento Isadora Duncan in cui sembrava che stessi per perire sotto il peso di dolori cosmici.
Insomma l’amministratrice deve avere detto al panza una roba del tipo guarda che l’italiana c’ha grossa crisi. Il panza allora per dimostrare a me, al mondo e ai suoi genitori che probabilmente da piccolo lo dimenticavano al supermercato, che lui sa risolvere ogni problema, mi ha brancato in cucina, tutto sudato al solito e mi ha fatto un abbozzo di discorso, “Macchecciai, tuttobene, nunteabbattere”
Il momento Kodak mi ha schifato alquanto anche perché il panzone non è un bel vedere e il pensiero che sono il giorno prima mi aveva dato della decerebrata non rendeva la chiacchierata piacevole.
La cosa più triste è che per tutto il tempo il panzone mi guardava le tette, ogni tanto tirava su gli occhi, ma il più delle volte puntava proprio lì.
Io per bilanciare la cosa mi abbassavo, piegando le ginocchia. Senza risultato.
Finito l’accorato discorso alle mie tette, il panza se n’è andato a spadroneggiare altrove.
Panzone malefico.
RIFLESSIONE (del 25/10/2003)
Ma per anni e anni e anni e anni ho raccontato intimi pensieri, delicate riflessioni, ho messo a nudo i miei segreti, le mie tranve, i miei traumi, le mie storie d’ammore, di sesso, i miei sogni, vi ho raccontato robe che nemmeno i film dossier di rete quattro vi raccontano. Insomma porca eva mi dovete reagire tutti i massa solo con la storia del PANZONE?
Lettera a cicciopanzo -------------------------
da Mu [season two] di Giorgia
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Ho partecipato alla trasmissione del 14 ottobre del Maurizio Costanzo Show, nonostante la pubblicità credo che sia stata offerta un'immagine molto alterata di me, non è stato possibile rispondere in trasmissione, il gioco mediatico ti impedisce qualsiasi tipo di replica, il messaggio è sempre e comunque quello che vuole il conduttore. L'unico media veramente libero è questo, questa è la mia risposta a Costanzo, vi prego di farla girare a più persone possibile, perché è l'unico modo che ho per rispondere, è un po' lunga ma contiene concetti che è bene trasmettere in ogni caso. Vi abbraccio tutti.
Paolo Ares Morelli
Caro Maurizio Costanzo
Mi sono arrabbiato, nonostante la grande pubblicità che ho ottenuto (chissà poi se servirà) perché la sua trasmissione ha dato di me un’immagine effimera, superficiale, meno di una caricatura, perché sono stato giudicato da come apparivo, secondo stereotipi degni del secolo scorso. Sono altro. Vivo delle mie passioni, e soprattutto della mia passione per la scrittura, vivo per scrivere, vorrei che arrivasse il giorno in cui scriverò per vivere, ma non credo che sia molto vicino. E’ stato lei ad offrirmi l’occasione, probabilmente l’occasione più grande della mia vita. Non ambivo ad apparire in televisione, ma semplicemente a presentare il mio libro, a parlare del mio umorismo e della mia storia.
L’apparire per me era funzionale al vendere, niente di più. Non ho mai sognato di lavorare in televisione, faccio talmente tante cose che non riesco neanche a guardarla la televisione…Sono stato invitato alla sua trasmissione, una redattrice ha scelto il mio libro, una persona che di mestiere sceglie libri, ha scelto il mio, non c’era la mia fotografia sul libro, mi ha scelto per la mia capacità di comunicare attraverso la scrittura, sono stato onorato di questo, non riuscivo a credere che avrei partecipato alla sua trasmissione.
Non mi sono sentito un vip, non mi sentirò mai un vip, neanche se vendessi un milione di copie. Solitamente ho una buona capacità di comunicare con ironia, attraverso le battute, è stato così quando ho partecipato ad una trasmissione di una rete locale, o quando ho presentato dal vivo i miei libri, così ho pensato di sfruttare questa ulteriore capacità comunicativa per cercare di pubblicizzare il mio lavoro. In Italia non si legge, vendono soltanto coloro che appaiono in televisione, è una regola bastarda, ma è la regola. Dovevo tentare di arrivare ad una qualche trasmissione, non pretendevo di arrivare alla sua, così importante e impegnativa, ma tant’è che la sua redattrice mi ha invitato.
Ero al settimo cielo, il mio libro “Se la ragazza ti pianta!” avrebbe avuto un impatto mediatico incredibile. Poi sono stato catapultato al Parioli, nella frenesia della trasmissione…lei mi ha visto e ha deciso che ero troppo carino per essere semplicemente uno scrittore, una persona che desidera dividere la sua anima con il resto del mondo, ha deciso che se fossi stato uno scrittore non avrei messo in mostra i muscoli. Eppure mi avevano detto di essere me stesso, mi sono vestito come mi vesto di solito, ma lei mi ha scambiato ugualmente per un aspirante attore, per una persona che finge, e per me, che odio l’ipocrisia, che combatto la cultura dell’immagine, è l’offesa più grande, io non fingo, sono così!
Da cosa nasce il suo pregiudizio nei miei confronti o nei confronti dei giovani che cercano di sopravvivere a un mondo che ha poco da offrire? Lei mi ha giudicato troppo bello per essere uno sfigato, non le è passato per la mente che ci sono anche persone troppo sfigate per essere belle (e poi diciamocelo sinceramente, la maggior parte dei complimenti sul mio aspetto che ho ricevuto nella vita me li ha fatti lei in trasmissione). E poi uno scrittore non può essere bello? La sua anima non può essere graffiata?
Ma credo che lei che parla di graffi dell’anima sia abituato a stare con persone che l’anima ce l’hanno più che altro griffata…Sappia Maurizio che sicuramente non tutti diventeranno belli, ma tutti sono stati almeno una volta brutti, che non esiste anima che non sia stata graffiata. Lei crea e distrugge i personaggi attraverso il più feroce dei qualunquismi, decide che i belli non possono soffrire per amore, domani deciderà che i ricchi non possono soffrire, che i grassi sono buoni o che i bassi sono cattivi.
L’apparenza è tutto, è sinonimo del carattere, questa è forse la televisione? Uno strumento mediatico che non ha mai abbandonato le teorie lombrosiane? Il pubblico è dalla sua parte…come potrebbe essere altrimenti, è un pubblico che vive soltanto nella speranza di essere inquadrato, che vive per quell’attimo di celebrità, che non può contraddirla, perché è lei che decide dove andrà la telecamera. Io avrei fatto a meno della celebrità, per me sarebbe stato sufficiente che fosse inquadrata la copertina del mio libro, sono solo uno scrittore e lo sarò per sempre anche se non vendessi neanche una copia.
Lei il mio libro non lo ha letto e pensava che si trattasse di un autobiografia, io sono stato piantato tantissime volte, ma non ho scritto una mia biografia, ma un romanzo, ho raccolto esperienze varie, ho cercato di scherzare con problemi che di solito fanno soffrire più delle malattie, avrei voluto mostrare il lato grottesco di determinate sofferenze, insegnare a riderne, così come avevo imparato a fare io mentre scrivevo. Ho scritto in un momento di grande dolore, ho scritto battute, perché nel momento in cui si soffre, sdrammatizzare è la cosa più utile che si possa fare, bisognerebbe imparare a ridere dei propri guai, sarebbe più facile sopportarli, il fatto è che la maggior parte delle persone preferisce ridere dei problemi degli altri.
Ma le assicuro che ho passato momenti peggiori, ho anche scritto un libro sui suicidi, probabilmente non lo presenterò mai nella sua trasmissione, probabilmente in nessuna trasmissione, ma se le capiterà di trovarlo, lo legga, forse si renderà conto che almeno una volta nella vita ha giudicato una persona soltanto dalla sua immagine esteriore (ma probabilmente molte di più), senza neanche voler scoprire chi fosse in realtà, almeno una volta nella vita è stato superficiale.
Leggo almeno cinque libri la settimana oltre ad andare in palestra, se devo escludere qualcosa, escludo la televisione, la cura dello spirito è importante, ma lo è anche quella del corpo, aiuta ad essere sani a scaricarsi a prevenire malattie, non credo che sia una pubblicità progresso quella che accusa i ragazzi di passare troppo tempo in palestra (anche perché non è vero che lo fanno), forse sarebbe meglio avvertirli di non passare troppo tempo davanti alla playstation, sarebbe più utile e salutare.
Lei mi ha visto palestrato e mi ha classificato, giudicato, stigmatizzato. Ha dimenticato che Platone si chiamava in realtà Aristocle e che Platone significa “spalluto”, no, non capisca male, niente paragoni irriguardosi, voglio soltanto dirle che non esiste nessuna regola che imponga che l’intellettuale debba essere necessariamente rachitico, o brutto e che nell’antica Grecia tutti gli intellettuali erano degli atleti. Oggi c’è un pregiudizio: l’artista, l’intellettuale non possono essere in forma.
Ho trent’anni, ho sofferto per le donne, ho sofferto perché non trovavo lavoro, ho sofferto perché ho perso persone care, e ho sofferto per mille altri motivi che non ho il cuore di raccontare qui; ma ho tanta voglia di ridere e di trasmettere al mondo la capacità di sdrammatizzare ogni tipo di problema, non ho potuto dirlo verbalmente, spero di vendere abbastanza per poterlo dire attraverso ciò che mi riesce meglio, la scrittura…Ma se lei ha tanta paura del fatto che in molti si presentino in televisione soltanto per apparire, per mostrarsi, per ambire ad entrare nel mondo dello spettacolo, si chieda anche di chi è la colpa, forse la mia? Io sono come sono.
E’ la televisione che ha creato un’immagine paradisiaca della vita di chi lavora al suo interno, che ha offerto possibilità a chi non sapeva fare niente, a chi non aveva niente da dire, che si è nutrita di immagini, che ha creato illusioni…i ragazzi si trovano di fronte alle vicissitudini della vita, a non trovare lavoro nonostante titoli ed esperienza e vedono altri che senza saper fare niente hanno comunque trovato il modo di vivere egregiamente. Se lei ha paura che qualcuno sfrutti la sua trasmissione soltanto per mostrarsi, smetta di invitare coloro che lo fanno davvero, si dia più spazio ai pensieri e meno all’esteriorità, e non si lasci ingannare da nessun tipo di apparenza, sia essa accattivante o repellente…il razzismo nei confronti dei razzisti è comunque razzismo. Cari saluti.>>
24.10.03
Pubblicare un libro (Considerazioni semiserie) -------------------------
Nota del curatore del sito blogoltre.it: A causa delle continue invasioni degli spammer nei commenti con pubblicità a siti pornografici sono costretto a chiudere la vecchia sezione dei commenti. Chi volesse potrà contininuare a scrivere utilizzando il link alternativo dei commenti. Grazie!
di Velentina Tampellini
[da Occuréncia]
Pubblicare un libro in Italia sembra semplice ed invece pare sia tutt'altro che facile. Girando tra gli scaffali delle librerie ci si convince della facilità, della pubblicazione, perchè fin troppo spesso si notano opere insipide, tagliate facili o di debole carattere: la realtà invece inganna e se alcuni gridano allo scandalo delle raccomandazioni
"È un'impresa impossibile, anche se avete scritto qualcosa di dignitosissimo. Al sistema editoriale accedono solo gli amici degli amici, i nipoti, i già noti, ora i comici TV, ma tanti potenziali esordienti sbattono contro un muro, salvo pubblicare a proprie spese" (Corrado Sevardi)
altri giustificano l'ingolfamento dell'indotto editoriale con teorie di marketing che lasciano l'amaro in bocca ed il portafogli dimagrito. Altri ancora invece saltano immediatamente al passo successivo, criticando la distribuzione, poichè pare che il vero problema non stia tanto nell'essere pubblicati, quanto nell'essere realmente presenti nelle librerie.
Le opere più difficili da imporre sembrano essere proprio quelle di narrativa, forse perchè siamo tutti un po' scrittori e siccome la narrativa è ciò che esce con maggiore spontaneità dalle dita, tra gli editori aleggia una certa diffidenza, nonché una generalizzata e velata assuefazione alle migliaia di pagine di "nuova letteratura nazionale". Come dar loro torto? Puntare su un autore sconosciuto è sempre un rischio, una specie di scommessa col fato, un salto nel buio, e i soldi investiti sono soldi. Sebbene l'opera possa poggiare su basi linguistiche solide ed una serie di idee originali, rimane sempre un mistero come risponderà il mercato - eccezion fatta per certi prodotti di massa, di tormentoni o di richieste specifiche del momento.
Resta però indiscutibilmente vero che un autore dovrebbe portare avanti unicamente i progetti in cui crede - per coerenza etica e per completezza e gratificazione personali - a prescindere dal mercato e dalle sue mode ed indipendentemente da come, un giorno o forse mai, il pubblico si accorgerà di lui.
Qualità o quantità? Domanda sciocca, poichè ovviamente si preferisce un giusto ed equo miscuglio dei due ingredienti, sia per chi scrive che per chi propone letture.
Chi è riuscito a pubblicare ben conosce le diffioltà burocratiche, logistiche e finanziarie del mercato editoriale italiano - molto più di chi da anni tenta di farsi conoscere e ha raccolto solo "no" oppure opzioni di pubblicazione autofinanziata.
Molti autori restano delusi, ingannati dalle false promesse di un circuito editoriale congestionato, impoveriti di prospettive, e non è raro trovare chi preferisce tenere tutto dentro al proprio cassetto conservandolo per i posteri (per le scoperte a posteriori che per esempio tanto hanno dato alla figura di Kafka) e difendendolo dallo svilimento degli attestati dei vari concorsi o dagli abbracci bramosi di scaffali che tutto sembrano inghiottire ma che poco rilasciano ai lettori.
Allora che fare?
Per gli autori un consiglio semplicissimo: scrivere, scrivere e scrivere, senza scoraggiarsi, farlo perchè non si può farne a meno, perchè si ama farlo. Poi proporsi, senza paura, senza troppe aspettative. Volendo portare un esempio patetico - perdonate l'ardimentosa metafora - nel medioevo i più abili e forti cavalieri erano coloro che non temevano la morte, erano coloro ai quali, credendo fermamente nelle proprie forze, non faceva alcuna differenza restar vivi o morire. Lo scrittore dovrebbe essere altrettanto audace, non nel corpo ovviamente, bensì nell'animo, nelle idee (anche se alcuni autori - mi perdoneranno per le mie inadeguate considerazioni in merito - considerano la scrittura come carne che trasuda sangue e sentimento, come un prolungamento della proprie membra, inabissandosi nel profondo dell'esistenzialismo più, estremo).
Occorre senza dubbio non temere la stroncatura nè il rifuto, infeltrire l'ego che guida ogni scrittura, che rende vanesio ogni autore, anche nel proprio piccolo. Per una porta che si chiude un'altra è pronta ad aprirsi, scoprendo non solo doti tecniche ma soprattutto umane. la fortuna gioca un ruolo determinante, si sa, ma mai dimenticare che lo scrittore è prima di tutto uomo (donna).
E agli editori che domandare? Quello che tutti domandano, suppongo: pazienza e moderazione, anche davanti agli odori di best-seller, che frutterebbero un bel po' di entrate ma che rappresenterebbero per la letteratura un appuntamento mancato. L'editore - come l'insegnante - conduce non solo battaglie economiche private ma soprattutto percorsi linguistici e culturali che vanno ben oltre la materia, ben oltre le bandiere di partito, ben oltre le paure.
Il sesto continente -------------------------
di Pino Scaccia
[da In questo mondo di squali]
La Terra si fa stretta. Duecento anni fa eravamo un miliardo, oggi siamo piu' di cinque miliardi e mezzo, nel 2050 saremo il doppio, fra un secolo, al ritmo attuale di crescita, su questo pianeta saremo addirittura trenta miliardi di persone.
Ci avviamo dunque verso un pianeta senza frontiere. A fronte di ogni posto-lavoro disponibile in Europa ci sono piu’ di settanta persone in lista d'attesa nella sola fascia dell'Africa mediterranea.
Un movimento di dimensioni bibliche, un'autentica marea nera, e c'e' chi parla addirittura di un "sesto continente" che dal cosidetto terzo mondo si sposta, in cerca di rifugio, verso i paesi industrializzati dove esiste il lavoro ma soprattutto dove ancora valgono certi diritti dell'uomo, la liberta' innanzitutto.
"La societa' di domani - mi ha detto il sociologo Franco Ferrarotti - sara' multietnica e quindi anche multirazziale. Dobbiamo ormai capire che il mondo e' diventato unitario e che l'umanita' e' toccata nello stesso momento da tutto cio' che accade. Dobbiamo ormai capire che il mondo e' diventato unitario. Dobbiamo capire che i gruppi sociali, etnici, gli Stati sono troppo piccoli e devono aprirsi verso gli altri. Soltanto in questa accettazione dell'altro potremo arricchire noi stessi".
Il mondo tuttavia probabilmente non e' ancora pronto a questa idea di universalita'. Ecco perche' avvengono episodi vergognosi come la storia della giovane donna eritrea costretta a lasciare il posto su un autobus a Roma a un bianco.
Quell'autobus e' una metafora: la Terra somiglia sempre piu' a quell'autobus, gremito, soffocante, dove ci si sbrana per quei pochi posti a sedere, dove c'e' la paura che gli altri ci tolgano spazio. Questo e' il nuovo razzismo, non piu' ideologico, ma un razzismo diverso, legato alla lotta per la vita, alla sopravvivenza. Eppure bisogna abituarsi all'idea di vivere insieme.
Mi diceva una volta Kpan Teabbev Simpice, un giovane ingegnere proveniente dalla Costa d'Avorio: "Di solito siamo abituati a vedere le nostre differenze. E le differenze esistono. Ma cerchiamo d'ora in poi di vedere cio' che ci unisce, che ci mette insieme".
22.10.03
Il profilo del tuo viso -------------------------
di Mike
da Il Pallone d'Achille
Papaveri.
Di un immenso campo.
Rosso d'un fuoco sparso brucia tutto attorno.
Nessun'altra ondulazione ma come lenzuolo distesa il tuo profumo che avvolge il mio corpo.
E' qui che mi accogli. E' qui che ti scopro e che da me ti sei stretta.
Sulla tua fronte, sotto la mia coperta.
Spensieratezza.
Sospesi a scambiarci un respiro in silenzio. Cerchi da dove provengo.
Cammino, in questo giorno.
E al lambire di quella gioia inizia la salita.
Collina ripiena di rami d'ulivi e grani paglierini.
Lieve, di seta.
Una dolce fatica costante al centro di due stelle cadenti.
E' qui che mi prendi. E' qui che ti abbandoni con me nei tuoi giochi.
In mezzo ai tuoi occhi, sotto la mia coperta.
Passo dopo passo sei al mio fianco.
Mi aspetti dopo ogni ritorno e la sera in cima a quel monte le tue mani giocano con le mie rime.
Finito il terreno guardo il cielo: è lì che ancora voglio arrivare.
E tu a cercar per me immaginarie scale, cingermi con le tue braccia da dietro le spalle.
Lo senti il mio cuore come pulsa sotto i tuoi palmi?
Ma l'aria già è fredda. Ripida la discesa in verticale.
La caduta fa male dall'alto del crinale.
Lontana, distante.
Di cobalto cielo che fugge eterno.
E' qui che mi perdi. E' qui che son disperso fuori dal tuo silenzio.
Sotto al tuo naso, sotto la mia coperta.
Non più te. Non più quel che ero convinto fossi me.
Vago nell'attesa senza la tua mano in un nuovo deserto.
Fino a quella duna, bagnata tanto da crederla miraggio.
Raggiunta, il mio cuore si fa coraggio e si abbandona in te come d'amore cinto.
E' qui che mi ritrovi. E' qui che non parlo.
Fra le tue labbra, sotto la mia coperta.
21.10.03
Una storia piccola -------------------------
di martebip
da Nostalgia di futuro
Chiedo scusa per la lunghezza e lo stile imperfetto, ma non ero troppo interessata allo stile. Solo che è da questa estate che la rimurgino e oggi è uscita con tutte queste parole.
Cinquanta e più anni fa mica era facile. O meglio: per la maggior parte delle persone non lo era. Iniziavi da piccola a lavorare, magari ti mandavano a servizio da qualcuno. E mica potevi dire: mi va, non mi va... il padrone (il padrone) mette le mani addosso,frugando fra la carne giovane e impotente. La padrona (la padrona) dà una sberla a ogni errore e intanto ti fa pagare la tua carne e le mani allungate del marito.
Sei lì e sei carne fresca per qualcuno. Che sia carne umana poco importa, ma fa parte dell'ordine delle cose. Lì e in quel momento.
Cambierà, ti dici.
Poi ti capita la fabbrica. La filatura: stanzoni da percorrere avanti e indietro di corsa per far funzionare le macchine. Con il capo che controlla che tutte corriate come si deve, che le macchine non si fermino: su su, sempre più veloci a ingrassare il padrone.
Ma quelle corse diventano pane e qualche volta un pezzo di carne. Si può fare...
Avanti e indietro di corsa e c'è la guerra. Avanti e indietro di corsa anche fuori dalla fabbrica: ogni tanto suona l'allarme. Bombardano un maledetto ponte ferroviario.Scappi con gli altri e stai lì al buio a tenersi caldo fino a che passa.
Si tira avanti però e prima o poi finirà anche la guerra e le cose andranno meglio.
Succede che trovi un ragazzo, ed è pure un bel ragazzo.
Succede che ti sposi e che arrivino due figle.
Succede anche che quella bellezza ti avveleni giorno per giorno e che lui ti attenda il giorno della paga per prendersi i tuoi soldi. Tutti i tuoi soldi di un mese di su e giù di corsa fra le macchine, e se li vada a bere e a giocare. Ed è un bel ragazzo e si fa aiutare a spenderli con un'altra donna. Che non sei tu e che trionfa gira il paese a testa alta. Fra i mormorii delle donne che condannano la puttana ruba mariti, ma anche te che non sai tenertelo stretto. Va avanti così per un po' a recriminazioni e lui ti risponde picchiandoti.
Finisce che non ne puoi più e, siccome non sei di quelle che piangono, ma urlano e strepitano e si incazzano (ed è la ragione per cui, ti dicono le altre, vieni picchiata), lui si stufa e se ne va a cercar fortuna in città.
Hai due figlie e ora sei da sola, un lavoro in una fabbrica che continua a cambiare e neppure un soldo. Comunque sei quella che ha fatto scappare il marito.
A quei tempi funzionava così. L'unica cosa che riesci ad ottenere è che abbiano paura della tua lingua affilata.
Alla fine decidi: mandi le figlie altrove. Non hai scelta. Collegio e parenti. Ed erano i collegi di una volta e con i parenti occorre essere fortunati: una di loro non lo è e te lo riprovererà sempre, arrivando a odiarti fra qualche anno.
Tutto quello che hai viene inviato al collegio per la retta e ai parenti perché accettino meglio il peso di un'altra bocca.
La guerra è finita e ricostruiscono quel maledetto ponte: fra gli operai ne conosci uno. Anche lui bello e con magnifici occhi verdi. Ti capiterà ancora di parlarne e per un attimo ti si vedrà con gli occhi sognanti.
Ti ricorda forse qualche attore del cinema e la bellezza a volte confonde: in due occhi ci infili il riscatto di una vita, in un abbraccio la protezione che speri sia finalmente arrivata. Troppo tardi ti rendi conto che non è così.
E aspetti anche un bambino. Un altro.
Aspetti un bambino da sola negli anni '50. E lui è sposato. Non deve essere una cattiva persona: la moglie ti scrive e ti dice che prenderanno loro il bambino. Non puoi tenerlo ma non puoi neppure lasciarlo. Iniziano anche lì i giri dei vicini e il collegio attende pure lui.
Un giorno ti ricoverano perfino in ospedale: denutrizione. Perché tutti non potete mangiare. I figli hanno sì vestiti usati, giocattoli prestati, mostrati e poi tolti perché destinati ad altri bambini. Però mangiano e stanno al caldo e per un attimo possono sognare che quei giochi siano per loro.
Migliorano le condizioni in fabbrica, l'ultimo figlio inizia a lavorare... entra qualcosina di più. Le altre figlie sono autonome... seguono le proprie strade.
Insomma, pare andare meglio.
La casa è piccola e la finestra dà sul maciapiede e dentro non c'è nulla. Come frigorifero usi il davanzale della finestra: ogni tanto, di notte, qualche ubriaco si apposta lì e piscia dentro.
E tu calcoli quanto su e giù in fabbrica ti è costato quel pezzo di carne.
All'improvviso ti pare che la fortuna si volti: vendono una casa e tu, eliminando anche quello che ti pareva necessario, forse puoi pagarla.
E' la stessa che abiti in questo momento. Solo che ai tempi era un tugurio: una stanzettina minuscola, un bugigattolo fuori per i propri bisogni. Niente acqua calda e niente riscaldamento. Ma gli ubriachi e i cani non ti pisciano più in casa.
E poi sogni. Sogni che finito di pagarla potrai sistemarla. E alla sera chiudere gli occhi su una speranza nel futuro cambia le cose.
Con gli anni accade: un pezzo alla volta il tuo sogno si avvera. Un pezzo alla volta paghi la casa. Un pezzo alla volta inizi a pensare di poterla sistemare.
Ti servono molti anni, perché nel frattempo altre fabbriche chiudono. Arrivi al mattino dopo le ferie e trovi i cancelli chiusi. Il padrone dichiara falimento e tu e gli altri restate fuori. Poco importa che la moglie si presenti al supermercato in pelliccia: i soldi che ti devono non li vedi più. Trovi altre fabbriche dove lavorare e dove andare su e giù fra le macchine.
D'estate, in filatura, di notte perché ti pagano di più. Respirando il cotone che nuota nell'aria e che ti entra dentro con lei.
Ma ce la fai.
Alla fine arriva anche la pensione: i soldi non bastano mai e vai a fare per qualche ora la domestica. Ora le cose sono cambiate: nessun padrone in cerca di carne giovane. Solo qualche signora che ha bisogno di più tempo per perderlo altrove.
Ma va meglio... molto meglio.
Ora la casa ha due stanze in più e il bagno è dentro. Arrivano perfino i caloriferi e ti puoi dimenticare come si carica una stufa a cherosene.
Alla fine ne hai abbastanza anche per non dover lavorare più.
Ed è una manciata di anni che passa tranquillamente. Ti addolcisci perfino.
Riscopri il gusto di uscire senza dover far nulla, girando per vetrine o spettegolando con l'amica.
Ecco, ora stai meglio: ti volgi al passato e ti dici: "Alla fine è andato tutto bene".
Qualche rimpianto sì... ancora pensi ai tuoi figli e a quello che avrebbero potuto fare se...
ma che altro si poteva fare?
O forse neppure guardi più indietro. Hai quasi settantanni oramai: molti persone che conoscevi non ci sono più. I capelli bianchi dei tuoi figli aumentano ogni anno di più. Il tempo corre. In avanti. E tu lo senti scorrere sempre più velocemente.
Ma va tutto bene.
Solo ultimamente ti gira un po' la testa... un po' troppo.
E un giorno ti risvegli in ospedale con tuo figlio accanto che ti dice che non è nulla, che è solo un po' di pressione bassa.
Hai paura... non sei abituata alla malattia.
Forse non ne avevi il tempo.
Tu non sai ancora nulla: due dei tuoi figli hanno capito il tuo percorso e ora pensano che tocchi a loro proteggerti.
Fino a che potranno ti lasceranno aperta la strada perchè tu possa pensare di poterla seguirla da sola e senza paura.
Tuo figlio mi chiama, affranto, e mi dice poche frasi:
Leucemia.
Fulminante.
Due anni di speranza di vita.
E' affranto e sotto choc quasi. Però riesce a dirmi: "Sai, in questo male però c'è qualcosa: mi sono reso conto che devo smetterla di fare il bambino. Ora tocca a me".
Sangue chiama solo altro sangue -------------------------
[da bombay]
Nel giro di 24 ore Israele ha effettuato 5 raid aerei sulla striscia di Gaza, uccidendo 14 palestinesi e ferendone 100.
Si tratta delle solite azioni che vengono definite “mirate”. Mirate a colpire esponenti della Jihad, di Hamas e delle Brigate di Al-Aqsa. Esecuzioni capitali di persone in quanto mandanti e coordinatori delle sciagurate incursioni kamikaze in territorio israeliano. A parte che la condanna a morte di una persona senza un processo non è proprio quello che si può definire un fiore all’occhiello di una moderna “democrazia” quale Israele si vanta d’essere agli occhi del mondo, io a Gaza ci sono stato e ho assistito a queste incursioni aeree “mirate” e assicuro che NON funzionano.
E i motivi sono molto semplici:
- raramente gli obiettivi vengono centrati
- ci sono sempre delle vittime innocenti
- ne consegue un inasprimento dell’odio nei confronti di Israele
- ne consegue tanta nuova mano d’opera per gli organizzatori di nuovi attentati
Per spiegarmi.
Primo caso
Sono un obiettivo di Israele. E so di esserlo. Sono nella mia casetta in piena Gaza City. Sento gli elicotteri apache in cielo (perché, assicuro, il loro rumore si sente anche quando sono molto lontani)... bè, non continuo a mangiare nel salotto di casa mia guardandomi le immagini al tg su cosa hanno combinato i miei bravi kamikaze... me la do semplicemente a gambe. Perché ho il tempo di farlo. Intanto gli elicotteri arrivano, distruggono la mia casa (senza me dentro!) e inevitabilmente fanno saltare qualche gamba (se non qualche testa) a qualche mio vicino. Obiettivo fallito. Cresce l’odio.
Secondo caso
Sono un obiettivo di Israele. E so di esserlo. Sento gli elicotteri in cielo. Fuggo da casa e prendo la macchina. Il buon satellite con la stella di David segue ogni mio movimento. Chiamano i caccia F16 che arrivano sul posto per colpirmi dentro la mia bella macchinina con uno dei loro missili. Qui le probabilità di beccarmi aumentano (ma ne rimangono comunque troppe di sbagliare...). Il fatto è che non sto facendo la Parigi-Dakar in mezzo al deserto, sto circolando nel pieno centro di una città che bene o male continua a fare la vita di tutti i giorni. In mezzo a tantissime altre macchine e tantissime altre persone. E un missile di un F16 non è esattamente una pallottola vagante. Risultato: magari obiettivo colpito. Sicuramente molti altri feriti innocenti se non anche morti. Cresce l’odio.
Insomma la strategia israeliana dei raid aerei non porterà mai a niente di buono. Non è destinata a risolvere niente. Solo a creare vittime innocenti (www.tuttiibambini.splinder.it) da una parte prima e anche dall’altra dopo. Perché da quelle parti sangue chiama sangue, e dovrebbero averlo capito ormai da anni... A riprova dell’inefficacia di questa strategia ci sono le crescenti critiche da parte di chi nell’esercito israeliano ci lavora, così come aumentano i rifiuti a prestare servizio militare o ad andare a bombardare obiettivi civili da parte dei piloti dell’aviazione (www.refusniks.splinder.it).
Io non ho una soluzione a portata di mano. So solamente che le immagini viste ieri al telegiornale non rappresentano certo un cammino verso la pace. E che ci sono sempre troppe vittime innocenti... e mi girano i coglioni, parecchio...
20.10.03
Il senso del pudore -------------------------
Nasce in questi giorni un nuovo blog Il Mazziniano di cui vi riporto il "manifesto" e a seguire uno degli ultimi interventi. Da parte di ItaliaBlogOltre i migliori auguri (e tanti in bocca al lupo)!
"Il Mazziniano, nato da un'idea di Diego Brugnoni, è uno spazio libero e democratico, un nuovo approdo per chi vuole riflettere, informarsi e, perché no, dire la propria.
Il pericolo che incombe quando si affrontano nel web tematiche di interesse comune (come possono essere la politica e la società) è quello di cadere troppo spesso nella "non-serietà", di non dare il peso sufficiente ad ogni parola. Chi scrive nel e per il Web troppo frequentemente ha la presunzione di poter dire tutto quel che vuole e di farlo nel modo che desidera. Il Mazziniano cerca, invece, di percorrere un'altra strada, la strada dell'eloquenza, perchè è bene parlare solo quando si ha qualcosa da dire, ricordando sempre che eloquenza significa dire una cosa giusta e poi fermarsi."
di Diego Brugnoni
[da Il Mazziniano]
Il tormentone letterario del 2003 è il diario di una sedicenne, una sedicenne alla ricerca di se stessa che dona il suo corpo con la recondita speranza di trovare la persona che riuscirà a guardarla nel profondo scovando la sua voglia d'amore; un racconto introspettivo dove emergono tutte le paure, le passioni e le emozioni di un'adolescente. Ed emergono in maniera forte, decisa, senza vie di mezzo. Si potrebbe anche dire, però, che il tormentone letterario del 2003 è un raccontino intriso da scene di sesso morboso messe lì apposta. Son punti di vista, nulla più. Ma se tu (lettore) provassi ora ad abbozzare un "diario erotico" dopo una pagina saresti costretto a lasciar perdere. Scherzi a parte, non è questo il fatto su cui voglio porre l'accento.
Non nego il fatto che il libro di Melissa P. abbia avuto un "granitico successo", non nego il fatto che qualcuno abbia apprezzato il contenuto del libro, abbia provato emozioni nel leggere quelle parole. Sbagliano quei blogger ad insistere freneticamente sulla "montatura editoriale". E' una cosa a cui non credo e mi piace pensare che Melissa P. esista e sia una buona autrice; è molto più semplice pensare, infatti, che il libro della giovanissima autrice catanese sia stato rivisto dall'editore. Assolutamente nulla di strano, normale routine in particolar modo per le opere prime. Ma resta il fatto che aver pubblicato quel diario è stata una enorme mancanza di rispetto verso i giovani. Una totale mancanza del senso del pudore. Assolutamente. E chi è "colpevole" di questo (sto parlando di Fazi Editore) spero non lo abbia fatto per alzare le vendite. Non ne avrebbe avuto bisogno considerando il fatto che Fazi potrebbe persino ricevere i suoi autori stranieri nelle sue terrazze e per giunta serviti da camerieri in guanti bianchi. Un lusso che poche case editrici possono permettersi in questo periodo. Forse sto pensando e ragionando troppo con la parte della mia "mente santocchia", ma non mi importa. Torniamo piuttosto alle cose importanti. Questa volta è Melissa P., l'autrice di "100 colpi di spazzola prima di andare a dormire" ad essere la merce venduta, svenduta e regalata al pubblico. Melissa P. è una buona autrice, sa scrivere bene e lo fa con quella naturalezza che solo la giovane età ti regala ma, suo malgrado, rientra in un fenomeno più ampio e diffuso che è quello della commercializzazione di bambini e adolescenti su cui sempre più sembra esserci un attaccamento morboso, maligno, preoccupante. Penso sia ora di finirla. Senza aggiungere altro. Penso sia giunta l'ora di capire cosa sia il senso del pudore.
19.10.03
Per Dare Ordini ai Magistrati -------------------------
di Gerardo D'Ambrosio
[da l'Unità del 18/10/2003]
Gli avvocati sono di nuovo in sciopero. Protestano perché la maggioranza di governo non avrebbe mantenuto le promesse di riforma della Giustizia, fatte durante la campagna elettorale, non avrebbe attuato in particolare la separazione delle carriere tra Pubblici Ministeri e Giudicante. Questa, a loro avviso, costituirebbe il punto nodale per l’attuazione del giusto processo di cui all’art. 111 della Costituzione.
Nella proposta di riforma dell’Ordinamento Giudiziario avanzata dal ministro di Giustizia il governo ha preferito seguire la strada della separazione delle funzioni.
E questo nonostante il maxiemendamento seguito alla pronuncia della Sentenza a sezioni unite della Cassazione che respingeva le istanze di remissione per legittima suspicione avanzate nei noti processi di Milano e l'emendamento Boato seguito alla pronuncia di condanna in primo grado dell'on. Previti.
Gli argomenti usati a sostegno della separazione delle carriere, com'è noto, sono sostanzialmente due. Il primo è che nei processi di tipo accusatorio il P.M. sarebbe un funzionario dello Stato sottoposto o all'esecutivo o ad un organo elettivo. È però sin troppo facile rilevare che un pubblico Ministero siffatto sarebbe in contrasto con quanto sancito dai nostri padri costituenti nella sez. I° del titolo IV della stessa Costituzione. Essi, dopo le non felici esperienze della subordinazione dei P.M. al Ministro di giustizia durante il ventennio di dittatura fascista, pensarono non solo di sottrarlo all'esecutivo ma addirittura di affidare sia i P.M. che i giudici appartenenti ad unico organo indipendente ed autonomo, al governo di un Organo di rilevanza Costituzionale: il Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica.
Il secondo è che il riferimento alla separazione delle carriere sarebbe già contenuto nell'art. 111 della Costituzione novellato, com'è noto, nel novembre del 1999. Detto riferimento dovrebbe trarsi dal fatto che il primo comma di detto articolo prevede che il processo si svolga davanti a “giudice imparziale e terzo”. E terzo significherebbe, appunto, appartenente ad una organizzazione diversa da quella del Pubblico Ministero. Anche per questo argomento è però facile obbiettare che le parole imparziale e terzo sono assolutamente sinonimi ed interscambiabili: un giudice è imparziale se è terzo ed è terzo se è imparziale. Per convincersene basti pensare: che il contenuto dell'art. 111 è stato mutuato dall'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, che a tale proposito usa l'espressione “giudice imparziale”; che la Corte di Giustizia Europea, chiamata più volte a pronunciarsi sul punto, ha sempre affermato che è imparziale chi non è stato mai chiamato in precedenza ad occuparsi del caso e chi non è in alcun modo interessato alla vicenda; che il nostro codice dell'88 e le riforme successivamente introdotte hanno avuto cura di inserire tutti i principi necessari ad attuare l'imparzialità del giudice.
Si pensi a tutte le norme sulle incompatibilità e sull'obbligo di astensione dei giudici, alla distinzione tra GIP e GUP introdotta da ultimo, che costituiscono ormai un sistema armonico ed efficace diretto ad ottenere che mai un giudice che abbia interesse nel processo o che comunque in qualsiasi modo si sia interessato in precedenza della vicenda oggetto del processo, possa essere chiamato a decidere. Del resto, se così non fosse, se i due termini non fossero sinonimi e la parola terzo non fosse stata usata come semplice rafforzativo, dovrebbe concludersi che per realizzare il giusto processo occorrerebbe anche separare le carriere dei magistrati di I^ grado da quelle di appello ed entrambe da quella di Cassazione.
Tanto premesso e posto che, dopo l'entrata in vigore delle leggi sulle indagini difensive, sulla difesa d'ufficio, sull'accesso al gratuito patrocinio, sulla raccolta delle prove e dopo le direttive impartite da ultimo dal C.S.M. perché magistrati trasferiti dalla requirente alla giudicante nella stessa sede non siano destinati alle sezioni penali, mi pare che l'unico principio fissato nell'art. 111 della Cost. e non ancora attuato, sia quello relativo alla ragionevole durata del processo. Ed è sull'attuazione di questo principio quindi, a mio avviso, che magistrati, avvocati e mondo politico dovrebbero cominciare a confrontarsi. Tanto più che è assolutamente pacifico che la separazione delle carriere nessuna incidenza avrebbe o potrebbe avere sulla durata dei processi penali, e che l'attuale durata del processo, come da tutti unanimemente riconosciuto, è divenuta ormai assolutamente incompatibile con uno stato civile e democratico. Una sentenza di condanna o di proscioglimento che interviene dopo cinque-sei anni o più dal momento in cui è stato consumato il fatto non potrà mai essere “giusta”.
Uno dei temi da affrontare è certamente quello dell'attuale sistema previsto dal nostro codice per le impugnazioni che, senza dubbio, non è compatibile con principi fondamentali del processo accusatorio. Nel processo accusatorio la sentenza di I° grado è esecutiva, l'appello non può consistere nel riesame delle prove, perché nessun altro giudice potrebbe farlo meglio di chi ha assistito alla loro raccolta e si è pronunciato subito dopo aver ascoltato i difensori delle parti. La cassazione è mero giudice di legittimità e non può entrare nel merito.
Un altro tema è quello dei riti alternativi. In nessuno stato in cui vige il processo accusatorio è contemplato il rito abbreviato o il patteggiamento in appello né che ai riti alternativi o meglio al patteggiamento ed alle congrue riduzioni di pena per esso prevista possa accedere chi non ha ammesso i fatti contestati dall'accusa. Non sono previsti processi contro imputati irreperibili o contumaci, perché è inconcepibile che l'imputato non si presenti al proprio giudice, né è previsto, come avviene nel nostro sistema, che possa impunemente mentire ai propri giudici.
Un altro tema ancora è che le notificazioni diano assoluta certezza dell'effettiva conoscenza da parte dell'imputato dell'esistenza di un procedimento a suo carico ed una volta che ciò sia avvenuto le notificazioni stesse vengano incentrate sul difensore.
Ma, a prescindere da queste considerazioni credo che a nessuno sfugga come la separazione delle Carriere, mentre non può portare alcun vantaggio sulla separazione delle funzioni, sia il primo passo verso la sottoposizione del P.M. all'esecutivo, sempre fortemente voluta da chi desidera uno stato autoritario. Questa sottoposizione, come l'esperienza insegna, non va certo a tutela dei cittadini ma a tutela dei poteri forti e proprio per questo negli stati democratici, ove per tradizione permane trova forti correttivi ed un esercizio estremamente limitato.
Non a caso la riforma dell'ordinamento giudiziario, in cui la separazione delle funzioni è stata strutturata in maniera peggiore di quella delle carriere, è stata da molti percepita come una punizione nei confronti della magistratura che ha osato sottoporre a processo i poteri forti. Gli stessi avvocati, del resto, hanno fortemente criticato l'emendamento Boato, presentato a sorpresa e già approvato in sede di commissione al Senato, in forza del quale diventa illecito disciplinare “l'attività di interpretazione di norme di diritto che palesemente e inequivocabilmente sia contro la legge o abbia contenuto creativo” quella attività cioè che costituisce l'essenza stessa della giurisdizione e che trova e non può trovare censura se non all'interno del processo. Il riferimento alla vicenda della legge sulle rogatorie è fin troppo evidente. Né è senza significato che numerosi ed autorevoli esponenti del mondo universitario abbiano di recente lanciato un appello per la giustizia nello Stato di diritto.
Si è, alcuni giorni fa, ricordato il quarantennale del disastro del Vajont. Consiglierei di leggere il libro di Mario Passi “Vajont senza fine”. Subito dopo il disastro in cui fu spazzato via un intero paese ed, in buona parte, altri due dalla terribile onda provocata dalla caduta della frana e che scavalcò la diga, furono disposte due inchieste una ministeriale ed una parlamentare. Entrambe conclusero che la caduta della frana era assolutamente imprevedibile. Se non vi fossero stati un Procuratore della Repubblica che sequestrò tutta la documentazione presso i vari enti, dalla SADE che aveva progettato e costruito la diga al Genio Civile ed al Consiglio superiore delle opere pubbliche ed un giudice istruttore che non si arrese di fronte alle conclusioni dei periti, chiaramente influenzati dai risultati delle predette inchieste; se non vi fossero stati due giornalisti coraggiosi che non ebbero mai alcuna esitazione pur di difendere la libertà ed il pluralismo dell'informazione e riuscirono così a dimostrare che del pericolo frana i dirigenti della SADE erano a conoscenza, tanto da sperimentarne gli effetti in un invaso su scala, nessuno avrebbe mai saputo la verità sulla vicenda e cioè che costruttori e controllori sapevano della frana e della fragilità del monte Toc.
Nessuno ebbe allora il coraggio di attaccare i due magistrati. Appena giunti alla fase del dibattimento però il processo fu trasferito, per “legittimo sospetto”, al Tribunale de L'Aquila, Tribunale che non rese certo giustizia alle duemila vittime di quel disastro.
Sono episodi del nostro passato che ricalcano vicende attuali e che dovrebbero far meditare sulle inchieste parlamentari concorrenti alle giudiziarie, sulla libertà e sul pluralismo dell'informazione, sul legittimo sospetto, sull'indipendenza della magistratura.
15.10.03
Ramoso telefona al pentagono -------------------------
di Paolo Ramoso
- Hallo?
- Si! Pronto? Hallo! Escius mi. Capisce la mia lingua? Du iu ander stend me? –
- Certo signore: Questo è il pentagono! Qui ogni elemento è efficiente, perfettamente addestrato e preparato… -
- Si senta avevo bisogno di alcune informazioni.. Volevo parlare con l’ Ufficio Vendite Degli Esuberi Bellici… -
- Questo è l’ufficio che cerca mi dica pure. Se potrò sarò lieto di fornirle tutte le informazioni che desidera… -
- Ecco grazie, molto gentile… -
- E’ il mio dovere! –
- Si vabbè. Senta un paio di giorni fa al telegiornale de La7… -
- La7?… Uot… Cosa significa “La7”? –
- E’ un’importante emittente televisiva. Dove lavorano persone… “efficienti, perfettamente addestrate e prepararte” tipo il sottoscritto… -
- Uell … Bene… Mi dica, signore…. Approposito può dirmi il suo nome? –
- Certo… Mai name iz RAMOSO. Il mio nome è RAMOSO. In quel servizio giornalistico si diceva che presso l’Ufficio Vendite Degli Esuberi Bellici è possibile acquistare via internet materiale bellico che l’Esercito Americano non usa più usando nomi di società fittizie… -
- Si, le informazioni in suo possesso corrispondono al vero… -
- Ecco volevo chiederle se il pagamento si può fare anche in contrassegno e non solo con carta di credito? –
- Si certo è possibile. Prima però dovrei chiederle lo scopo e l’utilizzo per cui intende effettuare tali acquisti… -
- I miei scopi sono umanitari. Altamente umanitari. Devo eliminare un Minchione che lavora con me… -
- Minchione? –
- Si. Per farle capire è il Bin Laden dell’idiozia umana. Il Saddam della stupidà del genere umano. Quasi al pari di una certa checca senese…. –
- Capisco benissimo, signore! Lei è una angelo della pace come il nostro amato Presidente! –
- Chi? Quella specie di nano alcolizzato? Spero proprio di no… Almeno di essere un po’ più intelligente di lui… -
- Non intendente farne uso contro gli Stati Uniti D’America? Questo minchione è un cittadino americano? –
- No, Mi state un po’ sul cazzo. Ma non è mia intenzione fare attentati terroristici contro gli USA. E, per quanto riguarda il soggetto da eliminare le posso assicurare che non è americano, non è nemmeno italiano… E’ di Novate Milanese! –
- Bene… Allora credo che non ci siano impedimenti per procedere con l’ordine del materiale che le serve… -
- Ecco , grazie! Allora un po’ di roba chimica per eliminare il Minchione, una tuta protettiva taglia 48. Un lanciafiamme. Ho sempre desiderato un lanciafiamme… Eppoi provette , alambicchi e macchinari da scienziato pazzo… Il cofanetto dell’ultima stagione di Ally MecBeal… Una foto di Bruce Willis nudo, un camice bianco con la scritta “Operazione Minchius Storm” e infine una fornitura per un anno di Ali di Pollo del Kentachi fritte….. Preso nota di tutto? –
- Certo, signore. –
- Bene, mi sa dire la cifra indicativa che dovrò spendere? –
- Esattamente la cifra che ci dovrà corrispondere al momento della consegna del materiale è di Unmilionesettecentomiquattrocentoventisettedollarie14centesimi. –
- Eecchecazzo! Siete un po’ carucci –
- E’ tutta roba che molto sul mercato oggi come oggi, mi creda… -
- Si capisco. Ma non dispongo di tale cifra. Anche con una sottoscrizione tra i colleghi di lavoro duboito di poteri arrivare a tanto. E non vorrei fare un pagamento rateale per le mie prossime 39 vite! Mi sa che mi conviene tenermi il Minchione in ufficio… -
- Non c’è problema, signore. La CIA po’ sempre farle dei finanziamenti. Siamo disponibile verso le ideologie di destra… -
- Beh, io sarei di sinistra, comunque…. –
- Va bene lo stesso, signore. C’è solo un piccolo un piccolo risvolto negativo… per lei, naturalmente… -
- E sarebbe? –
- Niente. Non si preoccupi. Una semplice formalità burocratica…-
- Del tipo? –
- Come nuovo possessore di armi di distruzione di massa verrebbe iscritto nella lista dei Nemici Pubblici Numeri Uno dell’ FBI. –
- Davvero? –
- Naturalmente, signore. Non scherzo mai orario di ufficio. –
- Porcaputtanadellevazzozza. –
- Ma non si preoccupi. Potremmo deciderla di bombardarla solo se la nostra economia (quella degli Stati Uniti) fosse molto malridotta. O se uno dei nostri presidenti faccia un qualche scandalo, per cui per distrarre l’opinione pubblica necessitiamo di un capro espiatorio. –
- Ommadonna... Grazie, lei è stato molto chiaro e completo nel rispondere alle mie domande… Ma pensandoci bene credo che il mio gesto sia un po’ prematuro. Oltre che disastroso per le mie finanze… Eppoi non è che il Minchione sia poi così fastidioso… Massì, meglio il vecchio ed economico “vivi e lascia vivere”… -
- Aspeti.. Lasci che le spieghi il conveniente 3 x 2 che abbiamo sulle testate nucleari… -
- Eh?… Come?… Non la sento … -
- Dicev… -
- Eh? … NON … LA … SENTO … -
- Aspett… -
- Mi si è scaricata la batteria del cordless… Se mi sente le saluto! –
14.10.03
Un segaiolo impenitente (e non anonimo) -------------------------
di Paolo Colonna
[da TOM]
Anche se di solito faccio volentieri a meno di leggere Il Foglio, oggi mi sono preso la briga di scaricarne una pagina in PDF, perché su questo numero si parla di blog.
L’articolo centrale è di Guia Soncini. Io non la conosco personalmente, e di lei mi sono fatto solo un’idea da quel poco che ho letto di suo e da un paio di apparizioni televisive: sono convinto che sappia scrivere bene, e anche che sia un’insopportabile snob con un’altissima opinione di sé. Sbaglierò, magari Guia è una ragazza deliziosa, ma a me non è mai sembrata un mostro di simpatia, anzi l’impressione è sempre stata quella di una un tantino stronza, ecco. Forse fa parte del suo personaggio, ed è proprio lei a volerlo. Comunque.
Il suo articolo di oggi s’intitola “Il rimuginare autistico e logorroico in cui affoga il demiurgo dei blog”. Sì, lo so, non sbadigliate, e fatevi coraggio. Leggetevelo.
Il succo è: i blogger sono un branco di segaioli, (anche perchè secondo Guia sono tutti uomini, sottogenere umano che lei disprezza da sempre: in fondo, sul sarcasmo nei loro confronti la Nostra ci si è costruita una carriera) che scrivono dalle loro “stanzette cablate” invece di stare chiusi in bagno con una rivista hard.
E dire che io nel mio piccolo, oltre a lavorare, a non essere più single da tempo e ad avere un blog, trovo ancora il tempo per farmi anche una sega con una certa soddisfazione, ogni tanto. Evidentemente il lupo perde il pelo (accidenti, se lo perde), ma non.
Ora non so voi, ma se leggo ancora un giornalista che afferma di “superare il disagio che ti provoca la sensazione di stare spiando nei diari privati di un altro, e di andare a leggerti le loro opinioni gratuite” per poi scriverci su un pezzo commissionato da un giornale e per cui viene retribuito, mi assale una certa nausea.
Guia ha fatto i suoi compiti piuttosto benino, e qualche blog evidentemente se l’è spulciato. Distingue fra i blogger che “ti racccontano cos’hanno mangiato la sera prima” e quelli che invece fanno “una rassegna stampa personalizzata”. Ma — continua la giovane maîtresse à penser — “anche dentro ai più lucidi di loro dorme un blogger”, che non resiste a scrivere “chi abbia diritto di dire questo e scrivere quest’altro, e scusa tu non hai capito, e ora ti spiego come dovrebbero fare quel giornale, e non si capisce perché un giornale non lo facciano, ma uno vero, di carta”. Ragazzi, che noia. Ci mancava anche la Soncini, a dire che i blogger sono un branco di giornalisti mancati e frustrati. Ma c’è davvero qualcuno ancora convinto che i giornali ‘veri’ siano solo quelli di carta? Evidentemente Guia non legge Salon o Slate, o più probabilmente se ne ‘dimentica’, in questo caso. E poi: siamo proprio sicuri sicuri che tutti i blogger vorrebbero fare i giornalisti o gli scrittori, se potessero?
Lei si premura di aggiungere che però anche dietro le quinte delle redazioni ‘autentiche’ ne succedono di cotte e di crude, ma che “almeno quelli si firmano. Si espongono”. Beh, non posso certo parlare per tutti i blogger ma, cara Guia, qui ce n’è uno che guarda caso si firma da sempre, nome e cognome (e che è pure frocio e lo dice con tranquillità). E non sono nemmeno l’unica mosca bianca non anonima della blogosfera, mi pare.
Ma arriviamo al colpo di grazia che Guia ci assesta, a fine pezzo: facendo l’esempio del professore frustrato dell’ultimo film di Virzì, Caterina va in città, che si vede rifiutare da tutti la pubblicazione del suo romanzo nel cassetto, la Soncini conclude: “che il suo romanzo faccia schifo, è un dubbio che mai lo sfiora. […] Non gli resta che aprirsi un blog. Lì capiranno il suo dolore: anche loro sono dei Balzac fin troppo compresi, che l’editoria cela al pubblico per pura invidia.” Ouch. Che stoccata.
Guia, rassegnati: questa è l’età della ‘mass amateurization’ (teorizzata da Tom Coates, noto blogger di Plasticbag.org), e Balzac qui non c’entra più mica poi tanto. Totti vende sicuramente molti più libri di Cotroneo, e Melissa P. è più famosa della Soncini. Deal with it, darling.
Il Foglio
Il rimuginare autistico e logorroico in cui affoga il demiurgo del blog -------------------------
di Guia Soncini
[da Il Foglio di oggi]
ANCHE I PIÙ LUCIDI POSSESSORI DI SITO-CONTENITORE ALLA FINE RIENTRANO NEL “POPOLO DI SEGAIOLI” ORFANI DI EDITORE
(Ho già un’obiezione: se ritieni che i blogger siano un popolo di segaioli privo malgré soi di editore, forse non dovresti dar loro alcuna importanza – insomma, non dovresti occupartene.) Innanzitutto, una storia.
Scena prima. Lui e Lei sono fidanzati, e lavorano per l’Altro. Il lavoro finisce, il fidanzamento anche, e Lui viene a sapere (buon ultimo, va da sé) che l’Altro gli ha scopato per tutto il tempo la fidanzata. Shit happens, direbbe Lui – se fosse persona di buon senso – scrollando le spalle, considerato anche che il fidanzamento è finito e che insomma poteva andar peggio, poteva essere
un estraneo da cui ragionevolmente temere di essersi presi delle malattie, in fondo tutto è restato nel giro, di qui in poi si vivranno vite separate, e amen. Amen? Non se ne parla. Perché Lui non è una persona normale. E’ un blogger in potenza.
Scena seconda. L’Altro ha continuato a fare la sua vita, quei due forse nemmeno se li ricorda più. Lavora: scrive libri, articoli, roba del genere. Lei ha continuato a fare la sua vita, lavora part time, sta per sposarsi.
Lui ha continuato a provare a fare una vita che il mondo crudele (meglio: l’editoria crudele) non gli lascia fare: scrive articoli che nessuno pubblica, romanzi che nessuno legge, cova idee che solo un complotto
impedisce al resto del mondo di riconoscere come meravigliose. Ma nel frattempo sono nati i blog. Che questo giornale ha spiegato un milione di volte cosa siano: siti. Siti Internet. Te ne apri uno, e ci scrivi dentro quel che ti pare. Nessuna esigenza di credibilità, di sensatezza, di linea editoriale. Nessun caporedattore che ti dica di riscrivere la tal cosa perché è raccapricciante, la
tal’altra perché è mal espressa, infondata, irragionevole. Ti apri un blog, e la tua giornata la passi – invece che chiuso in bagno con riviste hard, come i tuoi predecessori – attaccato al computer a digitare le tue opinioni di cui all’universo mondo fregherebbe moltissimo, se solo non ci fosse un gigantesco complotto per impedirti di essere il più venduto, temuto, riverito autore del catalogo Einaudi (ma che dico Einaudi, Einaudi is not enough: un blogger dorme anche
in quelli di noi apparentemente più realizzati, e così Roberto Cotroneo – quello
dell’Espresso – si è aperto un blog per rovesciarci dentro i cazzi propri che sarebbero impropri per l’Espresso e – a un frequentatore del blog che ne ha criticato un romanzo – ha risposto indignato che quel libro “in Germania è pubblicato da un editore come Suhrkamp, che è una Einaudi elevata
a potenza”). Nel frattempo, dicevamo, sono nati i blog, un grande segno di civiltà democratica (è l’era dell’accesso, no?).
Scena terza. Finale prevedibile e telefonato come in un mediocre film italiano o in un ottimo film americano. L’Altro continua a fare la propria vita, a scrivere per vivere (nel senso di venire retribuito per farlo, ergo guadagnarsi la vita coi proventi della propria prosa), ad avere pensieri attuali. Lei continua a fare la propria vita, il che fa sì che sia quotidianamente occupata da pensieri se non attuali almeno recenti. Lui invece è sempre lì, l’hanno lasciato solo col suo blog, con quelle corna ormai vecchie di anni. Per fortuna esistono i blog, perché sennò uno con tale predisposizione al rimuginamento rischiava di diventare un serial killer. Per fortuna esistono i blog, almeno così ogni articolo che l’Altro scrive, Lui – nella sua stanzetta cablata – può contestarlo; ogni libro che l’Altro manda in libreria, Lui – nella sua stanzetta cablata – può stroncarlo;
ogni frustrazione causatagli dalle corna o dalla disparità di lettori Lui può sfogarla nella sua stanzetta cablata, e bearsi dei (pochi) simili che vanno a consultare il suo blog. Ha trovato una ragione di vita, oltreché un’identità: è un blogger.
(Ho un’altra obiezione: non è che puoi chiamartene fuori, dire che chi legge i blog è – quasi – peggio di chi i blog li scrive, e poi farne un’argomentata critica. Se vuoi parlarne, almeno passa una giornata a navigarci in mezzo. Supera il disagio che ti provoca la sensazione di stare spiando nei diari privati di un altro, e vai a leggerti le loro opinioni gratuite. E non essere così piena di pretese, via: lo sai come funziona coi cavalli donati, e a parte che mi pare già discutibile
sindacare sugli hobby altrui – ognuno si fa le seghe coi mezzi che crede, e che fastidio ti dà – la gratuità è sempre stata un bonus, mai un’aggravante).
C’è anche altro (e allora?) Ora, diranno i miei piccoli lettori, un blog non è solo questo. Ci sono anche quelli che si limitano a segnalare articoli, prese di posizione, avvenimenti. Quelli che non ti raccontano cos’hanno mangiato la sera prima o che non fanno riferimento in un linguaggio pressoché in codice a microscopici fatti che coinvolgono loro e un altro paio di blogger col tono di chi parla di eventi di portata universale e quindi universalmente riconoscibili.
Sì, ci sono. E la prima cosa che mi verrebbe da dire è che forse è il caso di trovare a quella minoranza che fa una rassegna stampa personalizzata e ragionata un nome diverso da quello con il quale s’indica la maggioranza che parla del proprio tinello cablato. Chiamate gli uni Pippo e gli altri Blog, o viceversa, ma distingueteli. Oppure no. Lasciate perdere il tentativo di distinguerli, perché comunque anche dentro ai più lucidi di loro dorme un blogger, uno che ventitré ore al giorno utilizza il proprio sito per rendere edotti i navigatori sull’ultimo saggio sui conservatori o sulla più brillante recensione al tal romanzo o sull’imminente uscita di un imperdibile disco, e alla ventiquattresima ora cede e s’infervora a discutere con altri blogger (pubblicamente, va da sé: quasi ogni blog è abilitato a ricevere e pubblicare commenti di altri blogger, mica si possono telefonare a casa, mica possono
chiarirsi fra di loro senza coinvolgere l’universo cablato) di chi abbia diritto di dirsi di sinistra e chi no, chi abbia diritto di dire questo e scrivere quest’altro, e scusa tu non hai capito, ora ti spiego come dovrebbero fare quel giornale, e non si capisce perché un giornale non lo facciano, ma uno vero, di carta, con un editore e un prezzo d’acquisto, da mettere sul mercato, confrontarsi con la
realtà e poi ne riparliamo.
Continuiamo quindi a chiamarli tutti blog, e non facciamo distingui sofisti e moralismi stupidi, non fingiamo che dietro alle vere recensioni dei veri giornali non ci siano altrettante corna dei recensori, altrettanti fatti personali più o meno accuratamente celati ai lettori, non fingiamo che le linee editoriali di chi è sul mercato non siano a volte altrettanto deliranti di quelle di chi sta chiuso nel proprio tinello. Però almeno quelli firmano. Si espongono. I tristissimi recensori delle tristissime pagine culturali dei tristissimi giornali italiani sono degli embedded, in quanto a coraggio, rispetto ai blogger che, nascosti dietro nomignoli da Giovane Marmotta, vomitano veleno su chiunque. Tuttavia, anche nei tristissimi redattori con diritto (e obbligo) di firma e di assunzione di responsabilità delle proprie opinioni e delle proprie corna, si nascondono se non dei blogger di sicuro dei segaioli. Fare un giro, per credere, in una qualunque redazione durante una qualunque pausa pranzo: i computer abbandonati
saranno più o meno tutti connessi a Google, e come frase di ricerca ci saranno
il nome e il cognome del titolare della scrivania, ansioso di vedere quante volte il suo nome venga citato nella rete. In quanti blog. Per insultarlo con quanta verve.
(Ho l’obiezione finale: è chiaro che anche tu sei come loro. Che sei qui a sbrodolare parole non solo perché c’era un buco in pagina, ma anche – soprattutto – perché vuoi domani raggiungere il tuo record di evocazioni
in corso di sega – cioè, volevo dire: di citazioni sui blog. E si sa che non c’è modo più sicuro, per venir citati nell’universo autistico composto dai blog, che parlare di blog su un supporto che non sia un blog).
Nel prossimo film di Paolo Virzì, “Caterina va in città”, Sergio Castellitto è un frustrato professore di provincia con l’immancabile romanzo nel cassetto. Si trasferisce a Roma, la figlia si ritrova in classe con le figlie di un’intellettuale di sinistra e di un sottosegretario di destra. Da una parte e poi dall’altra, il professore prova a entrare nelle stanze giuste. A far sapere finalmente al mondo che brillante romanziere egli sia. Da sinistra e poi da destra, viene respinto con perdite. Che il suo romanzo faccia schifo, è un dubbio che mai
lo sfiora. Lo pervade invece la certezza che esistano “conventicole” che lo escludono e che hanno monopolizzato la cultura in questo paese (“In cui, non a caso, esiste la mafia”, s’indigna in un attico pieno di libri altrui). Conventicole.
Mentre io, che varrei davvero qualcosa… Non gli resta che aprirsi un blog. Lì capiranno il suo dolore: anche loro sono dei Balzac fin troppo compresi che l’editoria cela al pubblico per pura invidia.
13.10.03
Istruzioni per l'uso -------------------------
da Low Resolution
Come si usano le informazioni?
Cosa me ne faccio di 91548 utenti che rendono disponibili 90 gb di dati su una rete P2P?
Ogni oggetto che ci circonda ha un manuale di istruzioni, magari fatto male, incompleto, ma comunque ci aiuta a capire come va usato. Un forno serve a cuocere i cibi, un martello a piantare dei chiodi dentro qualcosa, un televisore a cambiare canale in modo impazzito e casuale senza badare a cosa viene trasmesso. Chiaro e semplice.
L'aumento dei mezzi per archiviare, trattare e trasmettere dati, ha reso facilmente disponibile qualsiasi contenuto sotto forma di informazione digitale. Musica, film, documenti, immagni. Ma per usare in modo sensato questi dati e accedere ai contenuti che essi nascondono, ci viene richiesta una crescente capacità di gestire le informazioni, la conoscenza e, dunque, la comunicazione stessa.
Si tratta di un misto di competenze tecniche, necessarie per l'utilizzo dei device e dei software, comunicative (per l'uso dei linguaggi e della semantica che i mezzi permettono), e cognitive, per l'elaborazione della gran mole di informazioni in entrata verso il nostro cervello, da selezionare e trasformare.
Fino a pochi anni fa bastava saper leggere, scrivere e far di conto. Certo c'era meno disponibilità di informazioni e contenuti.
Inoltre ogni contenuto aveva un suo supporto e un suo lettore dedicato: i libri la carta, la musica il vinile che gira sul piatto, i film la pellicola che si vede al cinema.
Oggi tutti questi contenuti convergono nell'infomondo digitale, girano per le reti, stanno su hard disk e supporti di memoria magnetici, li scambiamo vial email, infrarossi, wi-fi, etc.
Solo che per vedere un film devi diventare esperto di codec video, installare la nuova versione del lettore, aggiornare i driver del sistema operativo, verificare che non ci siano virus. E alla fine scoprire che quel file non contiene quello che cercavi o credevi ci fosse.
E' come se per poter leggere un libro fosse necessario avere le conoscenze di un tipografo. O per ascoltare bene musica essere un fonico esperto di postproduzione audio.
Alla fine invece di poterci concentrare sui contenuti, sulla comunicazione e sui pensieri che questa potrebbe mostrarci, siamo costretti sempre più a lavorare (o a litigare) sulle interfacce e sulla tecnologia. Senza istruzioni per l'uso.
Rispedire subito, rispedire tutti! -------------------------
Ripropongo l'iniziativa di Strelnik, con tanto di poster che non metto in home page perché "pesantuccio" (circa 70 kb).
Dice l'autore:
Consideriamolo un istant-poster che speriamo induca nella giusta tentazione di... rispedire al mittente.
Manilo ecco l'ombra -------------------------
Intervista di Pietro B.
Intervistare un fratello è sempre un'impresa ardita e forse poco "professionale". Intervistare te, Manilo, poi lo è ancora di più perché tu hai fatto della scrittura un'arte in cui le cesellature sostituiscono i significati e le parole sono suoni disarticolati che nel loro insieme stordiscono e qualche volta stupiscono. Questa intervista però è una sfida prima di tutto con il destino che proprio un anno fa ci ha fatto stare in ansia per la tua salute. E da lì vorrei partire. Che ricordi hai di quella vicenda?
Fernando Pessoa l'avresti colto intento al discernere, tra gradini pari e dispari d'una scala qualunque; così avrebbe appreso la notizia, nel ventre sordo d'una palazzina. Sorpreso lui, i tanti lui; si sarebbe fermato solo un attimo, giusto il tempo di prendere la bombetta con la mano destra e riporla sul braccio sinistro, in una sorta di olé. "Un'intervista?", questo avrebbe lasciato echeggiare nella sua mente, "e perché; e per chi?", aumentando il passo, avrebbe scaricato tale tensione a Riccardo, a Bernardo, ad Alberto e tra questi agli altri. Tale richiesta lo avrebbe messo in confusione; e in confusione rispondo, se nel mio scrivere se ne scorgono i tratti. Forse è l'ombra a cui ti rivolgi, chiamandola Manilo; e la faccenda non è da poco conto; o forse parli a Manilo, sperando di stanare l'ombra. Comunque sia, eccomi. Lo scorso anno è successo; qualcosa reputo. Non che nello scrivere bisogna necessariamente infittire le trame, ma forse ora qualcosa mi sfugge. [continua]
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