
30.09.03
Tratto da una foto scattata dai miei occhi -------------------------
di Anna Maltese
[ Ho ricevo oggi tramite email uno scritto che volentieri pubblico]
“In questo immenso che dura tutta una vita, un minuto così e non riesco più a parlare” (Pino Daniele)
Ieri sera per caso sono finita al teatro S.Barnaba a Valderice. Ci sono andata con il mio ragazzo. Sapevo di dover andare ad un concerto e invece mi sono trovata alla commemorazione della morte di Mauro Rostagno. Inaspettatamente quindi mi è stata presentata una persona che prima di ieri sera avevo sempre conosciuto solo per nome. Adesso è difficile dire cosa ho provato, ma di certo quest’evento mi ha colpita parecchio. Rostagno era per me solo un nome legato a vecchie manifestazioni scolastiche, uno dei tanti modi per perdere un giorno di scuola. Ma in realtà, il suo nome non era legato a nessuna immagine, non aveva contesto ne significato ben preciso.
Ma chi era Mauro Rostagno? Me lo sono chiesta veramente questa notte mentre guidavo per ritornare a casa. E le risposte mi sono giunte una ad una. È difficile parlare di una persona che si conosce figuriamoci di una che è morta da quindici anni. E pure, oggi mi sono messa in testa di fotografare nella mia mente l’immagine di un sorriso capace di parlare chiaro e forte. Ieri sera hanno trasmesso alcuni filmati riguardanti le vecchie edizioni del telegiornale, mi hanno colpito molto, per la limpidità delle sue parole, a differenza degli altri giornalisti lui aveva il dono di provocare un’emozione a chi ascoltava, era come se dicesse “Te lo racconto come se fosse una cosa mia, e renditi conto che è anche una cosa tua” Giornalista insolito dunque? Provocatore? No , uomo libero, uomo giusto, direi. Io che nell’incoscienza dei miei ventiquattro anni non riesco a farmi un’idea di ciò che Mauro Rostagno portava avanti, adesso però mi trovo riflettere su una serata di commemorazione in suo onore. C’erano i suoi amici, le persone che hanno condiviso con lui le storie, le lotte i commenti ambigui. A distanza di quindici anni sono riusciti a tracciare un profilo, nelle righe di versi sparsi che lo ricordano nella sua singolare giovialità, nelle canzoni dei Mistura che fra assordanti suoni portano il suo ricordo. Nelle foto indelebili che lo raffigurano vestito di bianco in sorriso capace di disarmare il più crudele dei killer. Si chiedono perché l’abbiano ucciso? Per mafia, per droga, perché era scomodo, perché faceva nomi? Ma che importanza ha questo adesso? Secondo me hanno fallito nell’intento di eliminarlo. Mi torna agli occhi una scritta vista tanto tempo fa su uno dei muri di Trapani :
“Mauro è vivo”
Si è vivo, lo credo anche io, lo si vede ancora nelle parole dei suoi amici, e negli sguardi di chi ieri sera è rimasto ad ascoltare il silenzio di pace che riflettevano i suoi occhi ….
Anna Maltese (27 settembre 2003 )
29.09.03
Intervista a Biccio blog -------------------------
di Pietro B.
Che ne pensi dell'attuale diffusione dei weblog in Italia? Qualcuno parla di declino degli stessi.
Tutte le novità, quando si trasformano in mode, firmano automaticamente la propria condanna a morte. Fa parte del perverso meccanismo dei media tradizionali che hanno bisogno di scolpire un inizio e di una fine di qualsiasi cosa. Certo, il fragore che circonda il fenomeno è certamente in declino, ma questo è un bene. A mio avviso siamo invece solo all'inizio di un percorso molto più lungo e complesso che aiuterà a porterà un po' di ordine in questo caos dantesco che è divenuto il world wide web.[...]
Qui il testo completo dell'intervista
28.09.03
Black-Out su tutta l'Italia! -------------------------
Questa notte dalle 3.20 tutta l'Italia senza energia elettrica a causa del distacco di una centrale estera francese che ha causato un effetto domino nel nostro paese!
Fermi anche i treni.
Si è salvata solo la Sardegna.
Occorreranno molte ore prima di ritornare alla normalità.
Il ministro Antonio Marzano, Ministro della Attività Produttive, non trova di meglio in un intervento telefonico al TG2 che prendersela con l'opposizione che non permette la costruzione di nuove centrali elettriche.
MA VAI A LAVORARE, VA'.
Mi chiedo, cosa è veramente successo?
In questo momento (ore 9:10) il sito de la Repubblica risulta essere irragiungibile.
Nota personale: Questa notte che impressione Modena al buio!
26.09.03
Telekom Serbia storia di una trappola -------------------------
di Carlo Bonini e Guseppe D'Avanzo
[da la Repubblica di oggi]
QUEL che segue è la storia di una trappola. Dei suoi protagonisti, delle coincidenze che vi si rintracciano, dei percorsi seguiti per costruire la diffamazione contro Prodi, Fassino, Dini trascinati dinanzi all'opinione pubblica come corrotti dall'"affare Telekom". È una storia che, se non fosse penosa, sarebbe grottesca perché, seguendone i fili, ci si potrà finalmente rendere conto di come (e in base a che cosa) esponenti della maggioranza di ritorno da Villa Certosa, residenza estiva del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (una coincidenza, senza dubbio), hanno potuto suggerire il coinvolgimento nell'affare del capo dello Stato. È una storia che sarebbe incredibile se non la si potesse documentare con le parole del presidente della Commissione d'inchiesta, Enzo Trantino, ritenuto "un gentiluomo". Una formula convenzionale che in Italia indica una persona dabbene e candida fino all'ingenuità. Vedremo se Trantino è l'uno o l'altro. O l'uno e l'altro.
La possibilità di mettere le mani su qualche brandello di verità muore presto in "Commissione Telekom". 8 gennaio 2003. Un "anonimo" indica alla Commissione di cambiare strada. "La pista da seguire non è quella dei mediatori Vitali/Maslovaric. Per trovare i politici, andate prima in Gran Bretagna e poi a San Marino...". Già nell'inchiesta di Repubblica (febbraio 2001), le mediazioni appaiono il modo - forse il solo - per sbrogliare l'intrico dell'acquisizione del 29 per cento della telefonia serba da parte di Telecom Italia. È una strada promettente che chiede la volontà del parlamento di fare luce, senza pregiudizi: è proprio l'ingrediente che manca per fare buona la minestra. Il fatto è che alla Commissione di Enzo Trantino, An, non interessa ricomporre il mosaico dell'affare italo-serbo con la fondatezza di fatti accertati con equilibrio. L'obiettivo della maggioranza e della Commissione è un altro: far girare le ruote di una trappola politico-mediatica, capace di distruggere immagine e credibilità del presidente della Commissione europea; del leader del maggior partito d'opposizione; dell'ex ministro degli esteri.
* * *
1. (Dove si dà conto di qualche bugia di Enzo Trantino e di un misterioso elenco di nomi)
Enzo Trantino appare pacato, a incontrarlo in veste ufficiale. Conversare con lui è anche piacevole, se si sa dimenticare l'eloquio retorico di cui l'uomo si autocompiace. Repubblica lo intervista il 21 maggio 2003. Il "presidente gentiluomo" ha voglia di dire, di spiegare. Ben venga. Sostiene che non è stato "un unico anonimo" a indirizzare i lavori di indagine della Commissione verso Igor Marini e dunque contro Prodi, Fassino e Dini. Dice che gli anonimi sono due: "È bene spiegare che i due anonimi ricevuti dalla Commissione parlavano dell'avvocato Fabrizio Paoletti e non di Marini. È stato l'avvocato Fabrizio Paoletti a farci il nome di Marini".
"I due anonimi...". "È stato l'avvocato Fabrizio Paoletti a farci il nome di Marini": sono due affermazioni che non corrispondono al vero. Quando Enzo Trantino si muove, ha in mano soltanto un anonimo (tra un po' vedremo anche chi lo ha spedito). È l'anonimo che giunge a Palazzo San Macuto, sede della Commissione, l'8 gennaio 2003. Invita i parlamentari ad allontanarsi dai "mediatori", dunque dalla sola traccia a disposizione della Commissione. All'anonimo è allegato la "prova" del percorso di quella tangente: il prospetto di un impegno di pagamento, attraverso lo Ior, di 36 tranches da 512 mila dollari su conti della Cassa di Risparmio di San Marino. Il prospetto è firmato dall'avvocato Paoletti.
Sono accuse di carta che risultano molto convincenti per il "presidente gentiluomo". Senza attendere il secondo anonimo (che arriverà soltanto il 4 febbraio, sette giorni prima del terzo, 11 febbraio), convoca Fabrizio Paoletti. Con urgenza. L'avvocato è interrogato il 14 gennaio. Il canovaccio della grande trappola è in questo interrogatorio. Nero su bianco. Pubblico e accessibile a tutti nel sito www. parlamento. it. Sono 17 pagine di botta e risposta che svelano la trama con le parole di chi è chiamato a condurla. Vediamo.
Se si tiene conto delle sue parole, Enzo Trantino non sa (è il 14 gennaio) chi è Igor Marini. Ne ignora l'esistenza e d'altronde il cacciaballe che lavora ancora come facchino al mercato ortofrutticolo di Brescia apparirà al proscenio di San Macuto soltanto il 7 di maggio, quattro mesi dopo. E il pm romano, che di Marini si è occupato e su di lui indaga in quel momento, Beatrice Barborini, sarà ascoltata in commissione solo il 12 febbraio, un mese dopo l'interrogatorio di Paoletti.
Trantino mette le mani avanti: è stato Paoletti a fare il nome di Marini. Non è così. Quel 14 gennaio, a un Paoletti frastornato, viene mostrato il prospetto allegato all'anonimo dell'8 gennaio. Paoletti riconosce la carta, ne spiega la falsità, nega di avere conti a San Marino. Non fa nomi. Il presidente Trantino allora lo interrompe e gli chiede: "Lei conosce Marini Igor"? (pagina 29 della trascrizione ufficiale della seduta del 14 gennaio). Non è dunque Paoletti a fare quel nome, ma Trantino. Perché? Come fa il presidente a sapere, già il 14 gennaio, il nome che sarà "uomo chiave" o "uomo boomerang" dell'affare? Per quale divinazione Trantino conosce l'esistenza di "Marini Igor"?
Il presidente dunque bluffa. Non è il solo bluff. Altre favole e cabale devono essere nascoste dietro le curiosità del "presidente gentiluomo" perché le domande che egli pone a Paoletti si muovono con un background ignoto lungo un percorso incomprensibile, e non si tratta soltanto di Igor Marini. Viene chiesto a Paoletti se conosce il signor Questo o il signor Quello. Da dove saltano fuori quei nomi? Chi li ha suggeriti a Trantino e perché il presidente li suggerisce? Sostenuto da Carlo Taormina, Trantino chiede a Paoletti: chi è tal "D'Andria Renato"? Chi è "Rubolino Giorgio"? "Ha mai conosciuto tali Salvatore e Nicola Spinello?".? E Taormina, di suo, aggiunge: "Conosce tale Curio Pintus?". E poi: "Conosce Robelo, ambasciatore del Nicaragua in Vaticano?". (Ne sbaglia il nome, lo chiama Ropledo).
L'elenco di nomi stupisce e confonde. E' difficile trovare la ratio o le informazioni che spingono il "presidente gentiluomo" e l'avvocato con la passione per le manette (Taormina ha chiesto l'arresto di Prodi, Fassino e Dini) a rammentare questa rosa di nomi. Sarebbe un errore, però, lasciare cadere la circostanza. Proprio questi nomi raccontano chi sono "i manovali" messi in movimento da chi ha organizzato e coordinato la grande trappola. È sufficiente sbrogliare le biografie dei personaggi, evocati da Trantino in aula a San Macuto, per cominciare a intravedere un ordito.
* * *
2. (Dove si spiega chi sono "i manovali" che incuriosiscono Trantino e da quale oscuro passato emergono)
Trantino chiede di Renato D'Andria. Chi è? È un commercialista napoletano. Il 10 luglio del 2001 gli investigatori della Dia (Direzione antimafia) lo arrestano perché sono in grado di documentare come l'uomo con il pallino degli affari, che truffava sui fondi Cee e voleva mettere le mani sulle autostrade cisalpine, chiedesse alla sua squadra "privata" di carabinieri (tra loro un colonnello e due sottufficiali) di costruire dossier falsi "contro imprenditori nemici, rivali in affari, rappresentanti delle istituzioni come carabinieri e magistrati", nonché uno scartafaccio diffamatorio contro l'allora sottosegretario al ministero dell'interno Massimo Brutti. Scrivono i magistrati napoletani che la "squadra" organizzata da D'Andria è "una intelligence deviata capace di penetrare nei gangli delle istituzioni ad altissimi livelli, inquinare le indagini, attingere informazioni riservate negli archivi dell'Arma, ostentare familiarità con i servizi segreti nazionali e stranieri". D'Andria - accerta l'inchiesta - ha avuto rapporti con il defunto "Arkan", la "tigre" serba responsabile di crimini contro l'umanità nel conflitto bosniaco. E ne intrattiene con l'eversione neofascista italiana (in particolare con Maurizio Boccacci, leader del Movimento Politico Occidentale).
"È una macchina da guerra - scrive la procura di Napoli - per abbattere il sistema e metterlo a tacere con campagne di stampa". Il "sistema" è il governo di centro-sinistra. Le "motivazioni" sono nella conversazione intercettata tra D'Andria e il "suo" colonnello dei carabinieri Pietro Sica. "La motivazione ideologica - dice l'ufficiale dell'Arma - è questa. Questi magistrati di merda a noi ci hanno sempre fatto il culo e noi siamo diventati loro nemici. Voi (si intende D'Andria) mi dovete dare questa collaborazione. Perché quelli che sono i futuri governatori d'Italia vogliono ovviamente conoscere tutto di tutti per sapere chi è affidabile e chi meno...".
E quel Robelo che rende inquieto Taormina? Lo si ritrova in un'indagine della Procura di Aosta del 1995. Alvaro Robelo, massone, è stato ambasciatore del Nicaragua in Vaticano, correrà per le presidenziali del suo Paese con un partito clone di Forza Italia. "Arriba Nicaragua", Forza Nicaragua. Ora, è interessante notare che nell'inchiesta di Aosta, il nome di Alvaro Robelo si intreccia con i commerci di Gianmario Ferramonti, personaggio singolare e dai singolari interessi, telefonicamente rintracciabile, in quel 1995, attraverso la "batteria" del Viminale.
La Guardia di Finanza accerta che Ferramonti va informandosi di presunte "partite di denaro libico trattate dalla signora Dini". Non solo. Intercettato, il 20 novembre 1995, è al telefono con Domenico Presacane. Parla di Romano Prodi. Della sua gestione dell'Iri. Della necessità di "portare in tribunale i libri contabili con i bilanci consolidati Iri". È il 1995. L'affare Telekom Serbia si chiuderà soltanto due anni dopo, ma Ferramonti, che racconta a Umberto Bossi di essere vicino ai servizi segreti, vuole già colpire il "grande traditore del ribaltone" (Dini) e il futuro antagonista di Berlusconi (Prodi). Potrebbe già bastare. E tuttavia la bulimia accusatoria ha reso impaziente Enzo Trantino. Pare che tocca a lui mettere in moto, presto, subito, la macchina dei sospetti. Il presidente squaderna un rosario di nomi ed è utile vagliarlo. Il "presidente gentiluomo" chiede a Paoletti il 14 maggio: "Ha mai conosciuto tali Salvatore e Nicola Spinello?". Chi diavolo sono? La risposta è negli archivi. Sono padre e figlio, sono massoni. Hanno fondato "Uniti nella libertà", una loggia spuria che - accerterà l'indagine che li porta in carcere - ha quale obiettivo il "condizionamento dell'attività parlamentare". Quando li arrestano, gli investigatori scoprono che nel 1991 Salvatore Spinello si è messo "a disposizione di Cosa Nostra per rimuovere Giovanni Falcone". La loggia degli Spinello, con un forte radicamento a Catania, si appoggia nella Capitale a una società, la "Pragma", in via Prati della Farnesina. "In quegli uffici - annotano i magistrati - si riuniscono settori deviati dei servizi segreti". Sulla testa del povero Paoletti, il 14 gennaio, Enzo Trantino fa piovere anche i nomi di Michele Amandini e dell'avvocato Vittore Pascucci. Su di loro, vale la pena ricordare quanto scritto dal pm romano Francesco Polino, che li manda a giudizio il 14 febbraio di quest'anno per una truffa che è la "madre" della balla da 120 milioni dollari cui si ispirerà Igor Marini nelle sue "rivelazioni". Amandini e Pascucci sono due truffatori, "impegnati a introdurre e impiegare nel territorio dello Stato italiano, falsi strumenti finanziari utilizzati per ottenere linee di credito dal sistema bancario". Nella storia di Vittore Pascucci, avvocato, c'è un altro elemento non trascurabile: è l'uomo che nel 1996 tenta di screditare Stefania Ariosto, testimone nei processi Previti/Berlusconi, accusandola di avergli consegnato "titoli falsi".
Si può ora tirare qualche filo perché appare finalmente chiaro che cosa unisce quei nomi evocati, come una scarica di fucileria, da Enzo Trantino. Gli elementi di identità in quelle storie oscure sono visibili e così evidenti da poterli quasi toccare. Il comune denominatore è in alcuni tratti: sono uomini alla rovina che non hanno più nulla perdere perché hanno già perduto tutto; sono truffatori che organizzano virtuali giostre finanziarie in giro per il mondo; si presentano come collaboratori dei servizi segreti, o forse in alcune occasioni lo sono davvero. Comunque sempre hanno un rapporto con ambienti del neofascismo, con gli apparati della sicurezza, spesso con la massoneria. Tutti hanno un passione irresistibile per i dossier falsi da usare contro gli avversari. Tra loro, c'è chi ha già svelato di volerne costruire contro Prodi, Dini, i governi del centro-sinistra, i magistrati, i testimoni sgraditi.
È forse giunto il tempo che Enzo Trantino spieghi per quale ragione, grazie a chi e a quali informazioni, propose quei nomi opachi a San Macuto. Dovrà spiegare, ad esempio, perché chiese di Giorgio Rubolino. Accusato dell'omicidio del giovane giornalista de Il Mattino Giancarlo Siani, scagionato, diventato "operatore finanziario" (truffatore finanziario), arrestato a Londra, viene trovato morto nel suo appartamento in agosto. Pochi credono a una morte naturale o a un suicidio e la procura di Roma ha disposto la riesumazione del cadavere. Che c'entra Rubolino con Telekom Serbia? Perché Trantino è incuriosito da Rubolino?
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3. (Dove si spiega come dalla rosa dei "manovali" viene estratto il nome di Antonio Volpe)
Quel 14 gennaio, il primo nome in cima alle curiosità di Trantino è un tale che si chiama Antonio Volpe. Trantino chiede a Paoletti: "Conosce tale Volpe Antonio?". Paoletti risponde: "Sì, ha comprato il castello di una mia cliente ma non ha pagato il prezzo". Trantino insiste: "Con il signor Volpe ha mai curato transazioni finanziarie?". E Paoletti: "No, abbiamo tentato di occuparci di contratti".
Trantino (dice lui) ha in mano soltanto l'anonimo dell'8 gennaio: e allora da dove salta fuori il nome di Volpe? In quella lettera, nell'allegato prospetto finanziario non c'è. Dall'insistenza del "presidente gentiluomo" è ragionevole concludere che ancora una volta bluffi e che sappia di Volpe vita e miracoli e, soprattutto, disponibilità e intenzioni. È utile spiegare chi è Antonio Volpe (in questa pagine si potranno leggere alcune biografie dei "manovali" chiamati a raccolta a San Macuto).
Chi conosce Antonio Volpe è accanto a Trantino. Si chiama Guido Longo, è un ex capo centro della Dia, oggi incaricato dal Viminale a fare l'ufficiale di collegamento tra il Dipartimento di pubblica sicurezza e la Commissione Telekom. Guido Longo ha arrestato per mafia Volpe a Palermo. Sa che è un brutto soggetto. Sa che è un truffatore. Per questo, gli ha messo le mani addosso. Non è il solo guaio sul groppo dell'uomo.
In un'indagine della Procura di Roma, Antonio Volpe appare impicciato con Francesco Pazienza mentre lo spione piduista è impegnato a costruire, con la complicità di alcuni poliziotti, un falso dossier contro il capo della polizia Gianni De Gennaro e Luciano Violante, per costringere l'allora presidente della Camera a intervenire sui giudici di Bologna e riaprire il "caso Pazienza". Di dossier avvelenati, Volpe ha una buona esperienza. Nel 1993, quando lavora alla Camera dei deputati come "collaboratore per la sicurezza esterna" del presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere, Gaetano Vairo, viene accusato da Bettino Craxi di essere un mestatore. Scompare, ma non cambia mestiere. Nel '98 fonda a Roma l'associazione "White Helmets Europe", opaco "braccio europeo" di una fondazione madre con sede in Argentina. Nel comitato consultivo dell'associazione siede Loris Facchinetti, ex estremista di destra. E del resto, con una certa destra Volpe ha consuetudine. Non è un segreto la sua amicizia, dal 1989, con un altro estremista nero, Marco Affatigato. Alla "White Helmets" appartengono un centinaio di soci, per lo più ex uomini delle forze dell'ordine. Volpe, che ne è presidente, ama vantarsi di "lavorare con le istituzioni". Lo fa anche con l'avvocato Fabrizio Paoletti che conosce alla fine degli anni '90. Dice Paoletti: "Si presentava con un ufficiale dei carabinieri che diceva fosse suo fratello".
Sicurezza e truffe, a Volpe interessano anche quelle. Nell'87 è sotto inchiesta per falso monetario. Ancora nell'87, finisce in manette perché in possesso di falsi certificati di deposito. Nel '93, l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio. Le caratteristiche necessarie per ricevere l'attenzione di Trantino ci sono tutte, dunque: truffatore internazionale, amico di qualche spione, finto spione egli stesso, calunniatore. Facciamoci raccontare le mosse di Volpe da un suo ex sodale: Giovanni Romanazzi, oggi a Bangkok, dove è riparato a fine giugno per sottrarsi - dice - alle minacce e alle ricadute di Telekom Serbia, a cui è estraneo.
Racconta dunque Romanazzi: "La mattina del 7 gennaio 2003 mi arriva una telefonata di Antonio Volpe. Un amico comune mi aveva avvertito che mi stava cercando urgentemente per notizie che mi riguardavano. Mi dice: "Ciao, come stai.... Ho bisogno di sapere cosa c'entri con la società Lannock, perché i miei amici, servizi e commissione, stanno indagando sulla società ed è spuntato il vostro nome collegato all'ordine di pagamento dello Ior che avevamo controllato tempo fa... Mandai immediatamente una mail di spiegazione".
Il significato della conversazione va decrittato. Cominciando con il ricordare quel pezzo di carta (il prospetto) arrivato in Commissione l'8 gennaio. Che prevede 36 tranches di pagamento da 512 mila dollari ciascuna in partenza dallo Ior e destinati a san Marino. Bene, il 7 gennaio, vale a dire il giorno precedente all'arrivo in Commissione dell'anonimo che aprirà la sconcia danza, Volpe dice di essere già al lavoro "con gli amici della commissione e i servizi" su documenti e società. Quali? Guarda caso esattamente quella (la Lannock) che figura nel prospetto finanziario dello Ior allegato all'anonimo dell'8 gennaio. Lo stesso che Trantino mostrerà a Paoletti durante la sua audizione. Dunque? Trantino ancora una volta non ha raccontato la verità e finalmente si comprende chi è l'estensore dell'anonimo che innesca la trappola. E' Antonio Volpe. Romanazzi offre un'ulteriore circostanza che sembra cancellare ogni dubbio: "Del prospetto finanziario arrivato con l'anonimo in Commissione giravano diverse copie. Una l'aveva Paoletti, un'altra il sottoscritto, un'altra Igor Marini e una quarta Antonio Volpe. Voi che dite, chi l'ha mandato?". Antonio Volpe, suggerisce Romanazzi.
Nel canovaccio della Grande Trappola, tutto sembra filare liscio. Paoletti è finito sulla graticola il 14 gennaio. Marini è apparso sulla scena il 7 maggio e ha avuto campo libero. Lo schiacciasassi delle "rivelazioni" si è messo il movimento. Nessuno, il 31 luglio, eccepisce, quando Volpe bussa a San Macuto vestendo i panni del mite ambasciatore incaricato di consegnare un dossier che "prova le accuse di Marini". Il Giornale lo intervista con clamore: è addirittura "il supertestimone".
Ma c'è un piccolo inconveniente in cui incorre Volpe, e i suoi mandanti non gliene saranno grati. In quello scartafaccio consegnato dal presidente degli Elmetti Bianchi, l'inserimento delle abbreviazioni "mortad." (Prodi) e "ranoc." (Dini) accanto a presunti ordini di pagamento è palesemente falso come ha accertato la Procura di Torino e come svela L'espresso oggi in edicola.
Bisogna ora riepilogare. La Commissione del "presidente gentiluomo", in gennaio è già pronta a utilizzare una serie di personaggi dalle stesse biografie e caratteristiche che possano (perché già lo hanno fatto in passato) costruire da un falso finanziario virtuale, organizzato a scopi di truffa, una calunnia politica. Da questa rosa viene estratto il nome di Volpe. Il suo giro aveva già pronto lo scartafaccio cartaceo di una truffa, nota agli investigatori come il "rolling program", programma di finanza virtuale per la raccolta di liquidità sulle piazze finanziarie. Era sufficiente trovare un testimone sufficientemente disperato da essere disponibile a dire che quei soldi virtuali (ovviamente inesistenti) erano una tangente pagata a leader politici (Prodi, Fassino, Dini). Il disperato lo si è trovato in Igor Marini, precipitato dalle promesse di una luccicante vita di conte-attore al facchinaggio in un mercato di ortofrutta. Il resto doveva essere lavoro dei politici della maggioranza in commissione e del sistema mediatico controllato dal Cavaliere presidente del consiglio. Il gioco era fatto. Perché le rogatorie in Indonesia e Stati Uniti, i paesi dove portava il falso virtuale, avrebbero impiegato mesi se non anni. Tempo sufficiente per un efficace, definitivo killeraggio politico.
Una banalità fa saltare il gioco per aria. Marini vede distrutte le prime tre balle (il piano di pagamento dello Ior; le garanzie su titoli di un ordine ecclesiastico inesistente; la negoziazione di una garanzia per un rubino depositato a Jakarta). Punta allora tutto sulla quarta e piazza 120 milioni di dollari (la consistenza della tangente presunta) nell'unico luogo da cui doveva star lontano. Il Principato di Monaco. Qui, sono al lavoro un paio di giudici, che alle rogatorie danno risposte in pochi giorni. Se non, a volte, il giorno stesso: il principe Ranieri non vuole truffatori tra i piedi a rovinare la sua ricca piazza finanziaria. La Procura di Torino può così accertare rapidamente che Marini ha mentito su tutto.
Lasciamo quindi quel povero cacciaballe al suo destino. Non è più lui al centro del viluppo. Al cuore della storia c'è a questo punto una domanda: chi, alla fine del 2002, invita a raccolta calunniatori professionali, pescati in ogni angolo di Italia? A Palermo, a Torino, a Roma, a Napoli, La Spezia?
* * *
4. (Dove si racconta qualche coincidenza e ci si chiede se cinque coincidenze fanno un indizio o soltanto una somma di coincidenze)
Renato D'Andria è al lavoro a Napoli e a Torino. Antonio Volpe si muove a Palermo e nella Capitale. Curio Pintus (è un altro dei nomi cari a Taormina, vedi scheda) lo beccano a Lucca e agisce a Milano. Giammario Ferramonti si aggira nelle valli della Lega e lo si vede nei dintorni del Viminale. È ragionevole chiedersi quali sono le connessioni tra questi uomini, chi può aver fatto da nesso o collegamento. Difficile resistere alla suggestione delle coincidenze.
Carlo Taormina è egli stesso una deliziosa coincidenza in quest'affare. Difende come avvocato D'Andria. Lo fa minacciando: "Il mio assistito ha parlato degli interventi anomali nell'accaparramento degli appalti che riguardano la sinistra, di una grossissima operazione di pochi anni fa che riguarda l'Iri. Molte persone devono preoccuparsi" (Milano, 19 luglio 1999). Taormina è il difensore di un imputato (Roberto Fracassi) del falso "dossier Violante" in cui è stato indagato Antonio Volpe. E' avvocato dell'imputato Giuseppe Di Bari nel processo per la truffa virtuale nel Principato di Monaco a cui si ispira Igor Marini per le sue balle. Coincidenze, come ovvio.
È una coincidenza, anche, che quando Ferramonti (ricordate, Alvaro Robelo l'ambasciatore del Nicaragua?) si dà da fare già nel 1995 per costruire dossier falsi contro Prodi e Dini lo si rintracci ospite in casa di Gianpiero Cantoni. Chi è? Ex presidente della Bnl, oggi senatore di Forza Italia, columnist de Il Giornale e, naturalmente, influente membro della Commissione Telekom. Coincidenza.
Alfredo Vito, infine. Bella storia la sua. Tangentista confesso, ora implacabile inquisitore, con asprezze degne di un Andrei Januarevic Vysinskij. Il Riformista ha svelato che Vito "è tra gli amici" di Antonio Volpe. Ne è venuto fuori un parapiglia. Vito, indignato, smentisce e querela. Spiega di aver incontrato Volpe soltanto una volta in luglio. Quando quell'altro insisteva per consegnargli un dossier che avrebbe poi dato a Trantino (abbiamo visto come Volpe si vantasse di frequentare San Macuto fin dal 7 gennaio e non da luglio). Alfredo Vito non la racconta tutta. Il 4 settembre, con Antonio Volpe, Alfredo Vito è stato fermato e identificato dalla Guardia di Finanza in un bar di piazza san Silvestro a Roma. Non si comprende l'omissione del tangentista fattosi inquisitore. In fondo è soltanto una coincidenza che conosca Antonio Volpe e che lo incontri. Una, due volte, che importanza ha?
Dicono qualcosa queste coincidenze? Forse soltanto che, nella Commissione Telekom, c'è qualche (possibile) trait d'union tra le vite disperate, così uguali e così lontane, che si sono improvvisamente affollate a San Macuto, pronte a trasformare un virtuale e truffaldino falso finanziario in una calunnia politica. Sono ora espliciti i traffici di Antonio Volpe, sgonfiate le panzane di Marini, più chiare le mosse oblique del presidente Enzo Trantino. E' allo scoperto il network di contatti di Carlo Taormina, al centro di un sistema che tocca in basso, molto in basso, un tipaccio come Renato D'Andria e in alto, molto in alto, addirittura il presidente del Consiglio. La Grande Trappola svela la sua trama, i manovali, i manovratori. C'è ancora filo da tessere. Chi sono i burattinai, e quali saranno ora le loro mosse?
(hanno collaborato Ettore Boffano e Alberto Custodero)
(26 settembre 2003)
24.09.03
Telecom & l'ADSL -------------------------
UPDATED!
Mi è arrivata oggi 25 Settembre la bolletta Telecom (periodo Luglio-Agosto 2003)con due mesi di canone per un servizio ADSL MAI ATTIVATO!!! Quando TUTTI gli operatori del 187 mi avevano GIURATO che non avrei pagato una lira se non DOPO l'effettuazione della prima connessione che è avvenuta il 18 SETTEMBRE 2003.
TELECOM VERGOGNATI!
Solo pochi giorni fa scrivevo dell'avvenuta attivazione della linea ADSL di casa mia dopo tre mesi dalla richiesta.
Questa sera l'ADSL non mi funziona, il servizio assistenza mi ha confermato che qualche problema sulla mia linea esiste che se ne parlerà fra tre-quattro giorni e che mi sarà inviato un SMS quando tutto sarà a posto.
Io intanto gli mando un I.M.S.(=Incazzated Message Service) da qui: TELECOM ITALIA vaff....
23.09.03
L'amore tra convenienza ed egoismo (una storia vera) -------------------------
di Pietro B.
In amore non ci sono reati né delitti;
ci sono soltanto errori di gusto.
(Paul Géraldy, L'uomo e l'amore)
L'intervista in divenire a Laura756, conclusa giusto oggi, e la lettura del relativo blog mi hanno fatto riflettere in questi ultimi giorni sul tema dell'amore. E mi è venuta voglia di raccontarvi una storia vera dove i personaggi, la scenografia e le ambientazioni sono state volutamente artefatte per evitare ogni possibile facile riferimento a persone reali.
Valentina (chiamiamola così) è una signora quasi cinquantenne che vive e lavora a Milano nella stessa azienda dove lavora il marito il quale si occupa dell'area commerciale mentre lei dell'area amministrativa.
Sono sposati da venticinque anni hanno due figli un maschietto di quasi venti anni ed una femminuccia di dodici.
Il loro rapporto è normalmente conflittuale, si sopportano ogni tanto (spesso) litigano. Tutto nella norma insomma.
Entra in scena tre anni fa un operaio neoassunto in quell'azienda, chiamiamolo Arturo, che ha esattamente la metà degli anni di lei.
Tra loro due nasce dopo qualche mese un'intesa fatta di lunghe telefonate e sms.
Il marito sconvolto scopre la tresca, lei nega tutto, chiede la separazione, l'ottiene. Il figlio grande adesso vive con lui in un'altra casa mentre la femminuccia vive con la madre ed il suo nuovo compagno.
Valentina è una donna padana colta, prorompente, sofisticata nel suo vestire finto-semplice, ama sentirsi guardata, agressiva nei rapporti formali dolce in quelli personali.
Arturo è meridionale, poca cultura, pochi soldi, un'adolescenza difficile in una famiglia disastrata.
Fine della storia.
Ecco mi chiedo quanto amore ci può essere in questo rapporto, e quanta convenienza o egoismo? E quanto futuro?
Queste sono le domande che vengono spontanee e quindi le più banali.
In realtà la domanda che mi piacerebbe rivolgere a Valentina (non la posso fare direttamente a lei perché non la conosco) è vi amate? E quale amore è il vostro?
22.09.03
Scegliere la porno-categoria preferita -------------------------
di Arsenio Bravuomo
(quel' degl'apostrofi)
“mai avuto 1 dubbio sulla mia immortalità letteraria: scrivendo son nato, così mi trascinerò fin al forno crematorio. solo, sarò uno postumo, come scrittore, sarò tipo un doposbronza”
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Sergio Ercolano, 20 anni, non ce l'ha fatta! -------------------------
[ Musica di sottofondo: Il tutto è falso di Giorgio Gaber]
Il tutto è falso - Giorgio Gaber
Questo mondo
corre come un aeroplano
e mi appare
più sfumato e più lontano.
Per fermarlo
tiro un sasso controvento
ma è già qui che mi rimbalza
pochi metri accanto.
Questo è un mondo
che ti logora dentro
ma non vedo
come fare ad essere contro.
Non mi arrendo
ma per essere sincero
io non trovo proprio niente
che assomigli al vero.
Il tutto è falso
il falso è tutto.
Il tutto è falso
il falso è tutto.
E allora siamo un po’ preoccupati
per i nostri figli
ci spaventano i loro silenzi
i nostri sbagli.
L’importante è insegnare quei valori
che sembrano perduti
con il rischio di creare nuovi disperati.
Il tutto è falso
il falso è tutto.
Non a caso la nostra coscienza
ci sembra inadeguata
quest’assalto di tecnologia
ci ha sconvolto la vita.
Forse un uomo che allena la mente
sarebbe già pronto
ma a guardarlo di dentro
è rimasto all’ottocento.
Il tutto è falso
il falso è tutto
Io
che non riesco
più a giudicare
non so neanche che cosa dire
della mia solitudine.
Guardo
con il mio telecomando
e mi trovo in mezzo al mondo
e alla sua ambiguità.
C’è qualcuno che pensa
di affrontare qualsiasi male
con la forze innovatrice
di uno Stato Liberale.
Che il mercato risolva da solo tutte le miserie
e che le multinazionali siano necessarie.
Il tutto è falso
il falso è tutto
Ma noi siamo talmente toccati
da chi sta soffrendo
ci fa orrore la fame, la guerra
le ingiustizie del mondo.
Com’è bello occuparsi dei dolori
di tanta, tanta gente
dal momento che in fondo
non ce ne frega niente.
Il tutto è falso
il falso è tutto
Io
che non riesco più a ritrovare
qualche cosa per farmi uscire
dalla mia solitudine.
Cerco
di afferrare un po’ il presente
ma se tolgo ciò che è falso
non resta più niente.
Il tutto è falso
il falso è tutto
Il tutto è falso
il falso è tutto quello che si sente
quello che si dice
il falso è un’illusione che ci piace
il falso è quello che credono tutti
è il racconto mascherato dei fatti
il falso è misterioso
e assai più oscuro
se è mescolato
insieme a un po’ di vero
il falso è un trucco
un trucco stupendo
per non farci capire
questo nostro mondo
questo strano mondo
questo assurdo mondo
in cui tutto è falso
il falso è tutto.
Il tutto è falso
il falso è tutto
Il tutto è falso
il falso è tutto
Il tutto è falso
il falso è tutto, tutto, tutto.
21.09.03
L'uomo nel quadro -------------------------
20.09.03
Desiderio -------------------------
di Mitì Vigliero Lami
[da Teatrino - Raccolta di Poesie - formato pdf]
Vorrei riempire la stanza
di petali d'ogni colore;
ghirlande di rose,
collane di margherite,
cascate di glicine,
ciuffi di mughetti
e poi
cospargere
tutto di benzina
e darci fuoco.
E' un format, baby! -------------------------
di Ivo Forni
Sull'aereo per Lisbona mi ha incuriosito il fatto che molti portoghesi, oltre al consueto quotidiano, portassero con sé quei bei libri che propone ogni settimana il quotidiano Repubblica per leggerselo in tutta calma. Accidenti, mi sono detto: tutti interessati alla letteratura italiana.
La deduzione si è rivelata sbagliata pochi attimi dopo: strizzando un po' meglio gli occhi per leggere uno dei titoli dei libri che avevano scelto le persone che mi sedevano accanto, mi sono reso conto che il libro di Repubblica non era in italiano ma in portoghese. E il libro non l'aveva stampato Repubblica ma piuttosto il quotidiano "Publico".
Verificato che non si trattasse di un episodio di universi paralleli causato dal brutto e sporco aereo della TAP portoghese - avete le hostess più scortesi del mondo, signori! - che per errore aveva raggiunto la velocità a curvatura, mi sono rassegnato prendere atto ancora una volta di quello che è il business del momento, quello dei format.
I format, per chi non lo sapesse, sono quell'insieme di tecniche e modalità con le quali un "prodotto" viene realizzato e distribuito. L'esempio che tutti conoscono è quello della trasmissione TV "Grande Fratello", che è trasmesso in decine di paesi nel mondo ma viene realizzato da ogni tv nazionale che ne acquista il format sulla base di un modello fisso e vincolante. Il formato non è un prodotto, ma un prodotto con la sua bella confezione già pronta e infiocchettata. L'innovazione dei format è che, oltre al prodotto, ti viene venduto un piano di masrketing e di comunicazione che ti spiega come vendere questo specifico prodotto, di che tipo di pubblicità ha bisogno, quale attività collaterali vanno realizzate per garantirgli il sicuro successo.
Per il format dei libri di Repubblica sapevo già, per averlo letto al momento del lancio dell'iniziativa, che era stato "acquistato" da un quotidiano spagnolo dopo che, per un grave errore di valutazione, lo stesso format era stato rifiutato dal Corriere della Sera. Ho verificato, prendendo anche io la mia bella copia di Publico, quotidiano portoghese, per verificare se il format veniva rispettato al 100%. In prima pagina su Publico c'era la foto della copertina e l'annuncio del libro del giorno; all'interno del quotidiano c'era l'articolo che raccontava in maniera semplice e senza troppe "filosofie" di cosa parla il libro, chi è l'autore, qualche pettegolezzo sulla vita personale dell'autore stesso e l'occhiello con il parere dell'esperto. E poi il libro: i colori delle copertine sono gli stessi verdi, celesti e rosa pallidi dell'edizione italiana. La stessa palette di colori. I caratteri usati per la sovracopertina, l'effetto grafico sulla foto o sul disegno utilizzato nel riquadro in copertina, la grandezza e la qualità della carta. Tutto uguale.
Come tutti, sono abituato a trovare in tutto il mondo la stessa lattina di CocaCola, le stesse scarpe da ginnastica e, purtroppo, lo stesso orribile quiz televisivo col grassone nazionale in stile Jerry Scotti senza stupirmi più di tanto. Ma coi libri è diverso: i libri si leggono, si coccolano, si amano. Sono oggetti personali che diventano parte di te. E scoprire che un format è diventato parte di me non lo so mica se mi fa tanto piacere.
Update: ho verificato che la grafica del libro portoghese, identica a quella dei libri di Repubblica, è stata realizzata proprio da Repubblica e
quindi "ceduta" all'edizione portoghese. Almeno in questo caso, quindi, un
pezzetto del format è merito nostro
Il mio amico Rostagno ucciso quindici anni fa -------------------------
di Adriano Sofri
[da la Repubblica di ieri]
È così bello il settembre, e così pieno di cattivi anniversari. Il 26 settembre di quindici anni fa è morto ammazzato Mauro Rostagno, in un agguato, su un viottolo che lo riportava alla comunità che era la sua casa, nella campagna di Trapani. Era nato il 6 marzo 1942, aveva quarantasei anni, chissà quante vite avrebbe avuto ancora. Di tutti quelli che ho conosciuto, era il più pronto a prendersele tutte, le vite che abbiamo in offerta. In una era stato un leader del ´68, come si dice, ironico, geniale, seducente, spavaldo e musicale. Ora si fanno dei film, non so se sia un buon segno, né se siano brutti o belli. Non so nemmeno se fosse bella o brutta la cosa stessa, quando successe.
Fra gli acquisti senz´altro importanti di quella stagione sta l´amicizia. Ogni tanto succede che le persone diventino amiche dentro larghi e trascinanti cambiamenti del loro mondo, sicché un ideale e un sentimento comune, giorni e notti condivisi, suscitino in loro un´intimità di pensieri speranze e gesti capaci di sopravvivere alla fine della consuetudine, al mutamento dei pensieri e dei gesti, e anche al mutamento di sé. La comunanza politica in tempi normali non basta a questo. Solidarietà o rivalità magari, ma è un´altra cosa. Le amicizie saldate dentro tempi accesi hanno una forza cui non si saprebbe rinunciare. Rischiano anche una meschinità, una vanità o un astio da reduci di qualcosa, e bisogna guardarsene. Ma si è grati del riconoscimento reciproco e generoso, della fiducia che si può riporre in tante altre e tanti altri una volta che le belle bandiere e le brutte maschere ideologiche siano cadute, e abbiano lasciato sole le persone.
Così ero amico di Mauro Rostagno, benché dopo la liquidazione di Lotta Continua si scegliesse vite così differenti dalle mie che potevamo riderne allegramente a ogni incontro. Fu inquilino della Macondo milanese e notturna, arancione di Poona, bianco della Comunità di Saman, pedagogo della "scuola del Sud", denunciatore intrepido della mafia siciliana, e chissà quante cose ancora che non ho saputo. Nemmeno per quale di quelle esistenze sia stato assassinato, e da chi: gente numerosa, che cammina libera nelle strade di questo mondo. Quando tanti amici venuti da tutte quelle vite seguirono in una Trapani stupefatta il funerale di Mauro io mancavo, perchè ero agli arresti, accusato di aver fatto da mandante di un altro omicidio. Mentre venivo processato come mandante di un omicidio, fu insinuato in un´aula di tribunale che avessi avuto parte di complice anche nell´assassinio di Mauro. Ci sono state enormità che non si devono commentare, in questi nostri anni, se si abbia rispetto di sé. Venne anche il momento in cui la giustizia catturò come correa dell´assassinio di Mauro la donna che era la sua compagna e la madre di sua figlia. Un piccolo sbaglio, commesso nel clamore e corretto alla chetichella. Basta così.
Quindici anni dopo, ho ritrovato quello che scrissi allora, e che gli avvenimenti travolsero. Andai alla tomba di Mauro a novembre. E´ in un camposanto di Valderice, in cima a uno sperone, dirimpetto a Erice. Ci tira vento, e la vista spazia sul mare omerico e le isole. E´ strano come sia difficile comprare dei fiori freschi a Trapani: o sarà perché ce ne sono già dovunque. Vanno forte i fiori artificiali. Ma nonostante il novembre i campi attorno erano pieni di iris selvatici e di calendole arancioni. Andai poi a visitare la sua stanza, a guardare i suoi pochi libri - io avevo, nel frattempo, accumulato migliaia di libri - a guardare le cassette delle sue intrepide denunce televisive contro i mafiosi, ad abbracciare Monica, la sua figlia di quando aveva avuto vent´anni, e Maddalena, che era nata dentro Lotta Continua e ora aveva quindici anni e un cane pastore bianco con la coda dipinta di azzurro. C´era, ospite della comunità, una ragazza autistica di nome Veronica, una specialmente sensibile e intelligente, di cui Mauro si era preso più cura. Veronica comunicava solo attraverso brani di canzoni scelti dentro una sua pila di dischi. Quando seppe della morte di Mauro, Veronica mise su la canzone che dice: "Signore, è stata una svista, abbi un po´ di riguardo per il tuo chitarrista".
Mauro aveva avuto paura di essere brutto, da bambino. Venuto il momento si era fatto crescere la barba per nascondercisi dietro, e aveva scoperto di essere bello, e somigliante al Che - o piuttosto, mi sembrava, a un moschettiere della regina. Sua sorella raccontava che da bambino era convinto che le cose gli andassero storte. A scuola, al Rosmini, fecero piantare agli scolari dei bulbi in vasetti, per imparare la sintesi clorofilliana. I bulbi crebbero, benché sbiaditi, chiusi dentro l´armadio dei cappotti: tranne quello di Mauro, perché l´aveva piantato alla rovescia, e alla fine germogliò dalla parte di sotto. Era timidissimo, e continuava a pettinarsi. Alle elementari, raccontava lui, "avevo difficoltà a esprimermi, ero balbuziente, ero bravo negli scritti ma non negli orali". Da grande diventò, a Trento e nelle assemblee di tutta Italia, un leader carismatico e un oratore smagliante. Negli scritti andava meno forte, ma per un´impazienza ai pensieri troppo ordinati e pettinati. Piuttosto, era un magistrale coniatore di slogan - e in qualche angolo scriveva poesie. Era felicemente eclettico, ciò che in tempi dogmatici lo rendeva sospetto ai sistematori politici e a chi si aspettava molto dalle scuole quadri: sospettava lui stesso del proprio eclettismo, e di tanto in tanto si costringeva a qualche pedanteria scolastica.
Suo padre aveva suonato per diletto la chitarra classica, lui alla fine la ereditò e ci cantava sopra, un giorno la regalò a un giovane della comunità perché gli era simpatico. Quando morì Jimi Hendrix Mauro faceva il giornale di Lc e pubblicò una sua foto e la didascalia: "Suonava e cantava da dio. Morto a 24 anni per eccesso di droga. Con lui i padroni hanno vinto". Del mimetismo, che era il contrassegno della nostra "militanza", era un vero maestro. L´eclettismo sta alle idee come il mimetismo sta alle persone in carne e ossa. Mauro poteva diventare un operaio (lo era stato), uno studente di sociologia, un docente di sociologia, un proletario occupante di casa di Palermo - restava maschio, naturalmente: questo fu il limite insuperato del nostro mimetismo, nonostante qualche imbarazzante tentativo...
Nel ´69 l´Italia conobbe per l´ultima volta il tentativo degli operai di diventare una classe dirigente generale, l´aspettativa che era stata della rivoluzione comunista di Gramsci e della rivoluzione liberale di Gobetti. Mauro lasciò la troppo periferica Trento per Milano, e si arruolò al marciapiede della Pirelli. "Ogni giorno mi alzavo alle quattro del mattino per andare davanti alla Pirelli. Poi tornavo a casa, dormivo un paio d´ore, ritornavo alla fabbrica verso le undici e ci stavo fino alle tre. Un panino e tornavo alle porte alle cinque per l´uscita del 'giornaliero´. Dopo la riunione, tra le sette e le otto, andavo a mangiare. Dalle dieci alle undici, di nuovo di fronte alla fabbrica per l´entrata e l´uscita dei turni". "Ci spiegava le cose che facevamo in un modo così bello che noi non avremmo potuto accorgercene", avrebbero detto gli antichi operai della Philips in una serata dedicata al suo ricordo. Era un poliglotta politico, parlava con entusiasmo e applicazione il dialetto di un operaio delle valli trentine, o il brianzolo, o il palermitano. In Sicilia, dove si era trasferito a fare il dirigente di Lotta Continua, guidò una clamorosa occupazione popolare, a partire dallo Zen, nella cattedrale di Palermo, conclusa con una specie di adesione dello stesso cardinale arcivescovo.
Mimetico, Mauro era però inimitabile. Le sue idee erano inservibili senza di lui, fantastiche in lui. Le sue idee erano meno importanti di lui: ci sono persone per le quali è vero il contrario, e non hanno da starne allegri. Più delle idee esplicite, c´era nel trascinante mimetismo di Mauro qualcosa che contava di più, e durò sempre: un lancinante desiderio di essere amato. Conquistava gli altri perché voleva essere amato, e intanto era prodigo di sé. Più tardi fu pronto a deplorare il leaderismo e il maschilismo di allora, e a rimpiangere di non essere stato più amato "per sé".
Era trionfalista, come noi allora: e anche spaventato e allarmato, come noi. A differenza della maggioranza di noi, illusi che la maturità della lotta di classe tenesse l´Italia al riparo dal flagello della droga, sapeva che cosa sarebbe successo - era già successo. Quando salutammo la rivoluzione che non avevamo fatto, e ci salutammo reciprocamente, se ne andò con una tristezza ma senza risentimenti. (Venne a cercarmi una volta in piena notte, da un´altra città, per dirmi che aveva avuto un pensiero urgente: che io non ero stato un padre in Lc, ma una madre. E ripartì). A Trento, aveva festeggiato i vent´anni del Sessantotto con un discorso pubblico in cui spiegava che eravamo stati sconfitti, e aggiungeva: "Per fortuna". Infatti, l´abbiamo scampata bella.
Anniversari. Pochi giorni fa Mauro è diventato nonno di un bambino. Maddalena aveva quindici anni, dunque ne ha trenta. Le ho scritto in pubblico, così. "Siccome dormo poco, ho tempo per immaginare cose: certe volte non distinguo più fra le cose che immagino e quelle che sogno. Ho immaginato che una trentina di anni fa Mauro e io fossimo insieme in qualche ristorante balcanico, e una brava zingara ci leggesse la mano, trasalisse come al solito e poi, alle nostre spavalde insistenze, predicesse che saremmo diventati nonni nello stesso anno, il 2003, uno dei due da morto, l´altro da carcerato; e che io e Mauro ci fossimo guardati per un momento seri, poi fossimo scoppiati a ridere, e avessimo offerto da bere alla brava zingara e a noi, brindando a nipotina e nipotino. Poi ho immaginato - forse sognavo già - che Mauro non fosse stato ammazzato e io non fossi in galera, e che ci fossimo dati un appuntamento in qualche osteria balcanica per festeggiare fra noi due coetanei la pressoché contemporanea promozione a nonni, e che bella bevuta avremmo fatto, e che brava zingara avremmo invitato al nostro tavolo per leggerle la mano!".
19.09.03
Sfacciafurbataggine. -------------------------
di Nino
[da Il Pallone d'Achille]
Due parole, giusto due, sul recente sciopero della spesa per protestare contro i rincari.
Quello che mi fa un po' incazzare è quel che si dice in giro, e cioè che sia sempre colpa dell’euro.
Ma aspettate un attimo: l’euro è una valuta. Una cazzo di moneta. E’ così?
1euro = 1936,27 lire...Bah!
Vado al bar e dico al mio socio: ‘E’ aumentato tutto!’
‘Colpa dell’euro!’
Vado a far la spesa e dico al mio socio: ‘E’ aumentato tutto!’
‘Colpa dell’euro!’
Vado in metropolitana e dico al mio socio: ‘E’ aumentato tutto!’
‘Colpa dell’euro!’
Vado al ristorante e dico al mio socio: ‘Paga te, che è meglio’
Lo spiazzo.
Ma passa al tavolo il proprietario del ristorante, mi guarda e mi fa: ‘Ehh…sta aumentato tutto! E’ colpa dell’euro!’
Al che sbotto: ‘No. E’ colpa dei furbi come lei. E in Italia son tutti furbi: l’Italia è il paradiso dei furbi, ed è incredibile quanto assomigli al purgatorio dei meschini o all’inferno delle purghe'.
E’ risaputo che oggi l’80% del mondo è povero solo affinchè il restante 20% sia ricco.
Secondo gli ultimi sondaggi di Retequattro è un sacrificio volontario e Fede ha ringraziato di cuore il Bangladesh.
Ci chiediamo mai come andrebbero le cose su fossimo tutti allo stesso livello monetario?
L’Italia in questo senso è il faro del mondo.
Tutti gli italiani sono dotati in egual misura di sfacciafurbaggine, qualità che permette a chi la possiede di farsi sempre e comunque i cazzi propri.
“Se al tuo interesse penserai, sempre giusto tu sarai”, recita un antico adagio.
La sfacciafurbaggine livella tutto: classi, sesso, collocazione geo-politica.
Basta questa semplice equazione per mostrare come un popolo formato da individui che possiedono in misura eguale una stessa qualità o quantità possa autodistruggersi.
Infatti, visto che gli altri fanno il loro interesse, io di conseguenza devo fare il mio.
E alzo i prezzi. Bisogna pur vivere, accidenti.
Viviamo su di un ramo di una galassia spiraleggiante, e l’Italia stessa è una spirale di follia.
Aumenta te che aumento io, che tanto è colpa dell’euro.
Non sembra interessi a nessuno il fatto che è iniziato un processo di identità europea.
Solo cinquant’anni fa dovevamo mandare un cecchino sul tetto per ammazzarli, se solo si avvicinavano, quei dannati austro-tedes-franc...
Jon Vendetta del web -------------------------
Mi scrive Gianluca Venditti un commento, di cui lo ringrazio fin da ora per la sincerità, che riporto qui di seguito integralmente:
Non faccio neanche in tempo a leggere qualcosa che subito mi girano i coglioni. Ma è MAI possibile che la rete pulluli di maniaci di protagonismo a questo livello? Cos'è un blog, cosa non è, parliamo di me, di te, interagiamo, ma guarda che costa soldi quindi si fa come dico io o lo chiudo.... UHE'??? Cazzo, buttalo via quel PC... Esci e vattene a fare una passeggiata tra le vetrine, ai giardini, al mercato. Tra gente in carne e ossa. Anzi, andiamo insieme (visto che qui ci sono arrivato, perché ero curioso, e visto pure che a me le persone piace vederle e sentirle, piuttosto che trascinarle in simulazioni di vita e di pensiero).
Già che ci siamo: aboliamo la parola "blog" dal vocabolario. E' la nuova droga lessicale. Tutti hanno un blog, anche chi non sa cosa sia.
Vi/ti prego: stacchiamo le spine e torniamo in strada. Stiamo diventando delle bestie.
Niente di personale.
Niente di personale. Ed io accetto lo schiaffo che mi hai voluto dare. E ne farò tesoro.
Permettimi solo di consigliarti, quando avrai voglia e tempo, di leggerti gli archivi di questo blog. Magari capirai che io non sono affatto un maniaco di protagonismo.
Ho solo fame di rapporti umani (non familiari, non di lavoro, non di parentela, non di partito, non di associazioni) liberi e possibilmente sinceri.
Il sole e l'acqua -------------------------
di Pietro B.
Giunge notizia di alluvioni nella Sicilia orientale, terra che mi diede i natali.
Mi sono ricordato a tal proposito di un pezzo scritto parecchi anni fa (circa una ventina) a proposito di acqua e siccità. Ve lo ripropongo.
Guardando con preoccupazione l'azzurro cielo siciliano, il suo sole splendente, viene da chiedersi come mai un dono della natura che tanti popoli ci invidiano sia per noi siciliani una calamità.
Tutti ci dicono che l'acqua c'è, non manca, intanto dai rubinetti delle nostre città e dei nostri paesi esce solo un gorgoglio, eco di un'acqua che fu.
L'acqua c'è, certo, ma anche quella non è nelle nostre mani, riempe invece generosamente le piscine di tanti anfitrioni della politica e di chi con una pistola in mano ed una polvere bianca dall'altra si arroga il diritto di dispensare la pena di morte.
Un filo di pioggia sarebbe per noi un messaggio di speranza, quella di non dover morire sotto questo eterno, splendido, infausto sole.
Adesso le alluvioni. Altre devastazioni. Non c'è pace in quella terra, proprio no.
18.09.03
Blogoltre in ADSL -------------------------
Ho firmato il contratto per l'ADSL con Telecom Italia (Alice-ADSL) il 21 Giugno 2003. Non ha mai funzionato. Mi hanno fatto:
- Cambiare computer
- Cambiare modem
- Settare 15 volte i parametri
Oggi è arrivato il tecnico che candidamente mi dice che il problema era in centrale!
Al primo collegamento becco un virus perche il mio s.o. è Windows XP. Evviva!
Solo due ore per avere ragione del tutto e grazie solo al fatto che ho un portatile oltre al desktop.
Risulaltato: oggi 18 Settembre 2003 ho l'ADSL attivo.
Quanti giorni sono passati? Chi sa fare i conti? VERGOGNA TELECOM!
Il feto scomodo -------------------------
C'è V., una mia amica che ha scoperto da poco di essere incinta. E per lei è una vera tragedia.
Ha 39 anni vive a P., nel profondo sud, con la madre con gravi handicap nei movimenti e non ha un compagno stabile.
Non può chiedere aiuto ad A. l'uomo compartecipe del suo stato. Quest'uomo è sposato, con due figli ed una moglie con seri problemi mentali.
V. ha avuto due storie importanti nella sua vita durate entrambi dodici anni. Poi il vuoto. Recentemente aveva conosbiuto A., solo un amico diceva lei, forse solo per riempire quel vuoto.
Adesso è sola, veramente sola ed ha cercato un medico per abortire in segreto (dalla madre e dalla sorella soprattutto). Ha trovato un medico obiettore per eseguire "l'intervento".
Io tra le lacrime l'ho scongiurata di non farlo, di tenersi il bambino. Lei, tra i singhiozzi di disperazione mi ha detto che non può farcela perché sola e con un lavoro in nero sottopagato.
Le ho detto di venire a Modena che le avrei dato tutto l'aiuto possibile. No, non può, perché non vuole lasciare da sola la madre.
Il rusultato sarà che quell'essere che porta in grembo, tra poco...
Certo, lo so, lo so, è un diritto di V. abortire, non lo contesto per carità ma porco mondo...
Anche adesso mentre scrivo mi si offusca la vista per le lacrime di rabbia. Perché questo figlio, vorrei... vorrei fosse mio. Porco mondo.
Ti prego V., ripensaci!
L'intervista in divenire -------------------------
Parte oggi l'esperimento dell' intervista in divenire, ossia della mia intervista a Laura756 pubblicata in questo spazio nel suo naturale svolgimento.
Voi potete suggerire le domande o le risposte o commentare le stesse dallo spazio commenti di questo post.
Aggiornamento del 25 Ottobre 2003: l'intervista è stata spostata qui.
17.09.03
Credo nell'amicizia ma non negli amici -------------------------
di Pietro B.
Sarà per il carattere, sarà per quel che sarà ma io pur credendo nei valori dell'amicizia diffido degli amici.
Saranno state le transumananze, in giro per la Sicilia prima e per l'Italia dopo, fatto sta che di amici veri ne ho veramente pochi.
E non c'è dubbio che i peggiori tradimenti li ho avuti proprio da coloro che si professavano e che credevo miei amici.
Adesso, da quando sto a Modena, rinchiuso nel bozzolo familiare, navigo a vista in una realtà fatta di molte conoscenze, pochi incontri, vari personaggi.
La parola "amico" è troppo impegnativa . Come la parola "amore".
E la rete dei blog non fa certo eccezione. Incontri, virtualmente tanta, tantissima gente ma pochi amici "veri". Qualcuno cioè disposto ad ascoltarti, magari criticarti, e quando necessario ad aiutarti in uno scambio reciproco alla pari e senza il bilancino del dare-avere che tante amicizie avvilisce in una assurda e ridicola contabilità.
Non è colpa di nessuno, o magari di tutti, è solo la constatazione data dalla mia esperienza.
Si, è vero, qualche fiore può nascere come un "croco in mezzo ad un polveroso prato".
E questo mi conforta e mi basta.
(...e di questo mio desiderio, qualcuno per mesi ne ha approfittato...)
16.09.03
Israele: E' morta la rivoluzione sionista -------------------------
di AVRAHAM BURG*
* Deputato del Partito laburista israeliano, ex presidente della Knesset (1999-2003), ex presidente dell'Agenzia ebraica
[da il Manifesto di oggi]
Il sionismo è morto, e i suoi aggressori sono seduti sulle poltrone del governo a Gerusalemme. Non perdono un'occasione per far scomparire tutto ciò che c'era di bello nella rinascita nazionale. La rivoluzione sionista poggiava su due pilastri: la sete di giustizia e una leadership sottomessa alla morale civica. L'una e l'altra sono scomparse. La nazione israeliana ormai non è altro che un ammasso informe di corruzione, oppressione e ingiustizia. La fine dell'avventura sionista è vicina. Sì, è ormai probabile che la nostra generazione sia l'ultima del sionismo.
Quello che resterà dopo sarà uno stato ebraico irriconoscibile e detestabile. Chi di noi vorrà essere patriota di tale stato? L'opposizione è scomparsa, la coalizione resta muta, Ariel Sharon si è trincerato dietro un muro di silenzio. Questa società di instancabili chiacchieroni è diventata afona. Semplicemente non c'è più nulla da dire: i nostri fallimenti sono evidenti. Certo, abbiamo resuscitato la lingua ebraica, il nostro teatro è eccellente, la nostra moneta abbastanza stabile, nel nostro popolo ci sono talenti stupefacenti e siamo quotati al Nasdaq. Ma è per questo che abbiamo creato uno stato? No, non è per inventare armi sofisticate, strumenti di irrigazione efficacissimi, programmi di sicurezza informatica o missili antimissile che il popolo ebraico è sopravvissuto. La nostra vocazione è diventare un modello, la «luce delle nazioni», e abbiamo fallito.
La realtà, dopo duemila anni di lotte per la sopravvivenza, è uno stato che sviluppa delle colonie guidato da una cricca di corrotti incuranti della morale civica e della legge. Ma uno stato amministrato nel disprezzo della giustizia perde la sua forza di sopravvivenza. Chiedete ai vostri figli se sono sicuri di essere ancora in vita fra venticinque anni. Le risposte più lungimiranti rischiano di scioccarvi, perché il conto alla rovescia della società israeliana è già cominciato.
Non c'è nulla di più affascinante che essere sionista a Beth El o Ofra. Il paesaggio biblico è incantevole. Dalla finestra ornata di gerani e bougainville, non si vede l'occupazione. Sulla nuova strada che costeggia Gerusalemme da nord a sud, ad appena un chilometro dagli sbarramenti, si circola velocemente e senza problemi. Chi si preoccupa di ciò che subiscono gli arabi umiliati e disprezzati, obbligati a trascinarsi per ore su strade dissestate e continuamente interrotte da check point? Una strada per l'occupante, una strada per l'occupato. Per il sionista, il tempo è rapido, efficiente, moderno. Per l'arabo «primitivo», manodopera senza permesso in Israele, il tempo è di una lentezza esasperante.
Ma così non può durare. Anche se gli arabi piegassero la testa e ingoiassero la loro umiliazione, verrà un momento in cui nulla funzionerà più. Ogni edificio costruito sull'insensibilità alla sofferenza altrui è destinato a crollare fragorosamente. Attenti a voi! State ballando su un tetto che poggia su fondamenta barcollanti!
Poiché siamo indifferenti alla sofferenza delle donne arabe bloccate ai check point, non percepiamo più i lamenti delle donne picchiate dietro la porta dei nostri vicini, né quelli delle ragazze madri che lottano per la propria dignità. Abbiamo smesso di contare i cadaveri delle donne assassinate dal loro marito. Indifferenti alla sorte dei bambini palestinesi, come ci possiamo sorprendere quando, con un ghigno di odio sulla bocca, si fanno saltare per aria come martiri di Allah nei luoghi del nostro svago perché la loro vita è un tormento; nei nostri centri commerciali perché non hanno neanche la speranze di fare, come noi, degli acquisti? Fanno scorrere il sangue nei nostri ristoranti per farci passare l'appetito. A casa loro, figli e genitori soffrono la fame e l'umiliazione. Anche se uccidessimo 1000 terroristi al giorno, non cambierebbe nulla. I loro leader e i loro istigatori sono generati dall'odio, dalla collera e dalle misure insensate prese dalle nostre istituzioni moralmente corrotte. Fintanto che un Israele arrogante, terrorizzato e insensibile a se stesso e agli altri si troverà di fronte una Palestina umiliata e disperata, non potremo andare avanti. Se tutto ciò fosse inevitabile e frutto dei disegni di una forza soprannaturale, anche io starei zitto. Ma c'è un'altra opzione. Ed è per questo che bisogna urlare.
Ecco quello che il primo ministro deve dire al popolo: il tempo delle illusioni è finito. Non possiamo più rimandare le decisioni. Sì, amiamo il paese dei nostri antenati nella sua totalità. Sì, ci piacerebbe viverci da soli. Ma così non funziona, anche gli arabi hanno i loro sogni e le loro esigenze. Tra il Giordano e il mare, gli ebrei non sono più maggioranza. Conservare tutto gratuitamente, senza pagarne il prezzo, miei cari concittadini, è impossibile.
È impossibile che la maggioranza palestinese sia sottomessa al pugno di ferro dei militari israeliani. È impossibile credere che siamo la sola democrazia del Medioriente, perché non lo siamo. Senza l'uguaglianza completa degli arabi, non c'è democrazia. Conservare i territori e una maggioranza di ebrei solo nello stato ebraico, ripettando i valori dell'umanesimo e della morale ebraica, rappresenta un'equazione insolubile.
Volete la totalità del territorio del Grande Israele? Perfetto. Avete rinunciato alla democrazia. Realizzeremo allora un sistema efficace di segregazione etnica, di campi di internamento, di città-carceri: il ghetto Kalkilya e il gulag Jenin.
Volete una maggioranza ebraica? O ammasseremo tutti gli arabi in vagoni di treno, in autobus, su cammelli o asini per espellerli. Oppure dobbiamo separarci da loro in modo radicale. Non ci sono mezzi termini. Ciò implica lo smantellamento di tutti - dico bene: tutti - gli insediamenti e la determinazione di una frontiera internazionale riconosciuta tra lo stato nazionale ebraico e lo stato nazionale palestinese. La legge del ritorno ebraica sarà applicabile soltanto all'interno dello stato nazionale ebraico. Il diritto al ritorno arabo sarà applicabile esclusivamente all'interno dello stato nazionale arabo.
Se è la democrazia ciò che volete, avete due opzioni: o rinunciate al sogno del Grande Israele nella sua totalità, alle colonie e ai loro abitanti, oppure concedete a tutti, compresi gli arabi, la piena cittadinanza con diritto di voto alle elezioni politiche. In quest'ultimo caso, coloro che non volevano gli arabi nello stato palestinese vicino li avranno alle urne, a casa propria. E loro saranno maggioranza, noi minoranza.
Questo è il linguaggio che deve adottare il primo ministro. Spetta a lui presentare coraggiosamente le alternative. Bisogna scegliere tra la discriminazione etnica praticata da ebrei e la democrazia. Tra le colonie e la speranza per due popoli. Tra l'illusione di un muro di filo spinato, dei check point e dei kamikaze e una frontiera internazionale accettata dalle due parti con Gerusalemme capitale comune dei due stati.
Ma, purtroppo, non c'è alcun primo ministro a Gerusalemme. Il cancro che divora il corpo del sionismo ha già raggiunto la testa. Le metastasi fatali sono lassù. È accaduto in passato che Ben Gurion commettesse un errore, ma è rimasto comunque di una rettitudine irreprensibile. Quando Begin sbagliava, nessuno metteva in discussione la sua buona fede. E lo stesso succedeva quando Shamir non faceva nulla. Oggi, secondo un sondaggio recente, la maggioranza degli israeliani non crede nella rettitudine del primo ministro, anche se continua ad accordargli la propria fiducia sul piano politico. Detto in altri termini, la personalità dell'attuale primo ministro simboleggia le due facce della nostra disgrazia: un uomo di dubbia moralità, gaudente, incurante della legge e modello negativo di indentificazione. Il tutto combinato con la sua brutalità verso gli occupati, che rappresenta un ostacolo insuperabile alla pace. Da ciò deriva una conclusione indiscutibile: la rivoluzione sionista è morta.
E l'opposizione? Perché mantiene il silenzio? Forse perché siamo in estate? O perché è stanca? Perché, mi chiedo, una parte dei miei compagni vuole un governo a ogni costo, foss'anche quello dell'identificazione con la malattia piuttosto che della solidarietà con le vittime della malattia? Le forze del Bene perdono la speranza, fanno le valige e ci abbandonano, insieme al sionismo. Uno stato sciovinista e crudele in cui imperversa la discriminazione; uno stato dove i ricchi sono all'estero e i poveri deambulano nelle strade; uno stato in cui il potere è corrotto e la politica corruttrice; uno stato di poveri e di generali; uno stato di razziatori e di coloni: questo è in sunto il sionismo nella fase più critica della propria storia.
L'aternativa è una presa di posizione radicale: il bianco o il nero - tirarsi indietro equivarrebbe a essere complici dell'abiezione. Queste sono le componenti dell'opzione sionista autentica: una frontiera incontestata; un piano sociale globale per guarire la società israeliana dalla sua insensibilità e dalla sua assenza di solidarietà; la messa al bando del personale politico corrotto oggi al potere. Non si tratta più di laburisti contro il Likud, di destra contro sinistra. Al posto di tutto ciò, bisogna opporre ciò che è permesso a ciò che è proibito; il rispetto della legge alla delinquenza. Non possiamo più accontentarci di un'alternativa politica al governo Sharon. Ci vuole un'alternativa di speranza alla rovina del sionismo e dei suoi valori da parte di demolitori muti, ciechi e privi di ogni sensiblità.
Da Z-Net
14.09.03
Ozono, il buco torna a livelli record -------------------------
Le dimensioni variano si espandono a partire dalla fine dell´inverno nell´emisfero australe - Nel 2002 il minimo dell´ultimo decennio ora si devono rivedere tutte le previsioni - "Potrebbe peggiorare" spiega lo scienziato autore dei primi studi sul fenomeno.
di Giancarlo Mola
[da la Repubblica di oggi]
Dato ormai per sconfitto, considerato sulla via del declino e dell´estinzione nel giro di pochi decenni, il buco dell´ozono torna all´improvviso a far paura. A fine agosto, quell´enorme falla aperta fra i 15 e i 30 chilometri di altezza, sull´Antartide, ha raggiunto l´estensione di 28 milioni di chilometri quadrati. È arrivata, cioè, a un soffio dalla soglia record di 28,3 toccata a settembre del 2000.
Guardando i dati elaborati dai potentissimi computer degli osservatori, gli scienziati hanno avuto un sobbalzo: «È stata l´ampiezza massima mai registrata in quel periodo dell´anno. E stiamo aspettando di vedere cosa succederà nei prossimi giorni», ha spiegato Jonathan Shanklin, esperto del British Antartic Survey ma soprattutto autore di uno dei primi studi sul buco.
I motivi di preoccupazione sono molti, come è emerso a Manchester durante il Festival della scienza della British Association for the Advancement of Science. Le dimensioni del buco nello strato di ozono (che è un gas composto da tre atomi di ossigeno) hanno variazioni cicliche. Si espandono ogni anno a partire dalla fine dell´inverno nell´emisfero australe. E arrivano al picco nella seconda settimana di settembre. Il timore che si superi il record di sempre è quindi fondato. E preoccupa, soprattutto perché gli esperti pensavano ormai che la falla fosse in fase di regressione.
Nel 2002 aveva toccato il minimo dell´ultimo decennio: il bando dei clorofluorocarburi - le sostanze gassose usate per mezzo secolo negli spray o nei frigogoriferi e ritenute responsabili della distruzione dell´ozono stratosferico - sembrava aver già dato i primi risultati. Tanto che si ipotizzava un ritorno alla normalità nel giro di venti anni.
Quei calcoli, adesso, tornano in discussione. «Siamo sicuri - aggiunge Shanklin - di essere vicino all´ampiezza massima ma potremmo dover aspettare altri dieci anni prima di poter dire definitivamente che il peggio è passato e che è cominciata la ripresa». L´effetto degli accordi internazionali, che negli ultimi quindi anni hanno progressivamente fermato l´emissione di clorofluorocarburi nell´atmosfera, potrebbe quindi non essere così rapido come gli scienziati avevano pensato in un primo tempo. Oppure potrebbero esserci altri fattori che condizionano l´estensione del buco: l´effetto serra dovuto all´inquinamento - sostengono gli studiosi - fa aumentare l´anidride carbonica nell´atmosfera, incrementa la temperatura negli strati più bassi e la diminuisce in prossimità di quelli più alti: accelerando così la distruzione del cuscinetto di ozono. Oppure, ancora, i due fattori potrebbero agire insieme e rallentare il processo di chiusura del buco.
Resta il fatto che, comunque, dal 1994 a oggi la concentrazione di gas clorofluorocarburi si è ridotta del 60 per cento. Un risultato dovuto ai numerosi accordi internazionali (il primo siglato a Vienna nel 1985, l´ultimo sottoscritto a Londra nel 1990) per la riduzione e il blocco delle emissioni. Presto o tardi, dunque, i benefici saranno più apprezzabili. «Negli ultimi tempi, la velocità con cui il buco si è esteso è diminuita», sostiene Alan Rodger, coordinatore del programma di monitoraggi dell´ozono del British Antartic Survey. «Con ogni probabilità ci stiamo avvicinando a una inversione di tendenza».
Il problema, d´altronde, investe direttamente la salute degli abitanti del pianeta. Lo strato di ozono protegge infatti la Terra dai raggi del sole, soprattutto dalle radiazioni ultraviolette-B. Se salta il filtro, la pelle umana diventa soggetta al cancro alla pelle. Ma è l´intero ecosistema a rischiare contraccolpi che vanno dall´aumento delle precipitazioni al danneggiamento della vita marina. Il buco, finora, si è aperto in gran parte sul Polo Sud (poco abitato) e, in misura molto minore, sull´America latina e sulla Nuova Zelanda. Un ulteriore allargamento avrebbe effetti semplicemente disastrosi.
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L´INTERVISTA
Leopoldo Stefanutti conduce per l´Ue uno studio sulla stratosfera
"Anche in Europa lo scudo si riduce almeno mezzo secolo per rimediare"
"L´effetto serra agevola il processo di distruzione delle molecole di ozono"
di Elena Dusi (da la Repubblica di oggi)
L´assottigliamento dello strato di ozono non rappresenta una minaccia solo per l´Antartide. Gli effetti di questo fenomeno cominciano a farsi sentire - soprattutto in primavera - anche in Europa settentrionale. Leopoldo Stefanutti è ricercatore del consorzio Geie, di cui fanno parte tra l´altro Cnr e Asi. Grazie a un ex aereo spia russo, un M-55 che è in grado di raggiungere i 20 chilometri di quota, effettua il monitoraggio della bassa stratosfera per conto dell´Unione Europea.
L´anno scorso il buco dell´ozono sembrava essersi ridotto rispetto al passato. Ci eravamo lasciati andare all´ottimismo. Quest´anno invece i dati riconfermano in pieno l´allarme.
«L´arrivo della primavera australe, proprio in questo periodo, dà il via a quelle reazioni chimiche che portano alla distruzione dell´ozono. Il processo inizia a 20-25 chilometri di altezza, poi scende a quote più basse. Nel giro di dieci giorni la situazione può rovesciarsi completamente. Figuriamoci da un anno all´altro. Quella del 2002 è stata una stagione anomala sotto molti aspetti. Non può essere usata per fare previsioni a lungo termine. E quest´anno i primi dati appaiono molto allarmanti».
Cos´è che la preoccupa di più?
«Parliamo sempre di Antartide, ed è giusto. Ma non dobbiamo dimenticare che la riduzione dello strato di ozono sta cominciando a farsi sentire anche nell´emisfero nord. In Italia gli effetti sono ancora ridotti, ma alla latitudine della Francia possiamo avere anche un valore inferiore del 60 per cento rispetto alla norma. In Antartide il cosiddetto buco dell´ozono ha una forma circolare molto regolare. Nell´emisfero nord invece è una sorta di ellisse che oscilla intorno al polo e che, di conseguenza, riesce a scendere a latitudini più basse».
Non si possono fare previsioni per il futuro?
«Non siamo in grado di prevedere di anno in anno né le dimensioni né la durata del buco. Troppe le variabili, e troppi gli elementi che ancora non conosciamo. Ma nel lungo periodo la situazione dovrebbe migliorare. Gli accordi internazionali hanno portato a una riduzione di clorofluorocarburi nella bassa atmosfera. La vita media di questo gas è molto lunga. Arriva a 50-100 anni. Le previsioni più ottimistiche indicavano nel 2020 la cessazione dell´allarme ozono».
C´è un´interazione fra riscaldamento del clima e riduzione dello strato di ozono?
«Sì, e produce effetti negativi. L´effetto serra comporta infatti un aumento della temperatura nella parte bassa dell´atmosfera, cui fa da contrappeso un raffreddamento della stratosfera, cioè della parte più alta. Una stratosfera fredda favorisce la formazione di quelle nubi polari in cui si libera cloro, il killer dell´ozono. Questo ci costringe a rivedere le proiezioni a lungo termine. E possiamo dire che fino al 2050-2100 non ci libereremo del problema».
Caso Sofri Show -------------------------
di Enrico Deaglio
[da diario del 25/7/2003]

"... per riprendere, forse, se nessun avvenimento esterno turberà i delicati equilibri, verso la metà di settembre.
Per quella data il mio amico Adriano avrà fatto un altro po’ di segnetti sulla celletta, ma anche Carlo Azeglio Ciampi avrà pensato su quanto di galera possano puzzare le auguste stanze del Quirinale. Sarebbe buffo che toccasse a Sofri far uscire Ciampi di galera."
Quando Adriano Sofri venne arrestato, a fine luglio del 1988, se non sbaglio era in carica un governo Andreotti, non il suo ultimo comunque. Andreotti tutto pensava tranne che un giorno sarebbe stato condannato per omicidio e prescritto per mafia. Era quindici anni fa. Stavo giusto facendo i conti l’altro giorno.
Lotta Continua, movimento politico di cui avevo fatto parte, era stata sciolta da dodici anni dopo appena un anno di vita come partito. Un record: un pomposo congresso di fondazione nel 1975 (presente Edgardo Enriquez in rappresentanza del Mir cileno, messaggio di saluto di Francesco De Martino, segretario del Psi italiano) e uno sfilacciato psicodrammatico congresso di scioglimento nel 1976: si era infatti scoperto che dei diecimila militanti di Lc nessuno aveva più voglia di restare insieme. Le donne sostennero che noi maschi eravamo particolarmente stupidi; gli operai si lamentarono di non essere più al centro dell’attenzione; un sacco di bergamaschi proponeva di passare alla lotta armata. In più, avevamo appena perso le elezioni. Così ce ne andammo ognuno per conto suo, alla spicciolata. Ma siccome eravamo ancora giovani e arroganti, voltammo questo fallimento in un grande successo e per un sacco di tempo andammo in giro dicendo: «Negli anni Settanta, solo due gruppi hanno avuto il coraggio di sciogliersi: i Beatles e Lotta Continua».
Quando Adriano fu arrestato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi (maggio 1972) la vicenda apparve come il classico colpo di coda. Storia vecchia, in un Paese cambiato.
Quindici anni dopo, ovvero oggi, estate del 2003, il caso del leader di Lotta Continua in carcere continua a essere invece un gioco di società, cinico come i tempi richiedono. Se fossi un produttore televisivo, depositerei il format e avrei successo. Lo chiamerei, semplicemente, Caso Sofri Show e lo manderei in onda ogni sera, seconda serata. Adriano in carcere che parla dei libri che ha letto e fuori, due squadre che discutono se è giusto che sia lì, etcetera. Conduttori a rotazione, bipartisan. Tutti dentro: Crepet, Palombelli, porporati, Floriana.
Propongo un primo elenco dei possibili temi del programma: Sofri è cambiato. Sofri è antipatico. Sofri è arrogante. Sofri è un privilegiato. Sofri è un intellettuale. Sofri è un santo. Sofri e la lobby di Lotta Continua. Il professor Sofri e l’operaio Marino. Sofri è pacifista? Sofri è guerrafondaio? Perché Sofri andò a Sarajevo? Perché Sofri andò in Cecenia? Perché Sofri sta per Israele? Che cosa pensa Sofri del tentativo di separazione delle gemelle iraniane rispetto alla teologia islamica? Senta, Sofri: farebbe il testimonial di un abbigliamento casual per pagare le spese processuali? Sofri, ci dica: le viene ancora duro?
IL DETENUTO CHE SALVÒ LA DEMOCRAZIA IN ITALIA. Per chi, come me, è amico di Adriano esiste la categoria della sofferenza. Questa aumenta quando leggo i giornali e l’unica cosa che potrebbe alleviarla è vederlo uscire dalla galera. Ma questa è una cosa personale.
Per il resto, in generale, non vi sembra che si possa applicare nei suoi confronti la categoria del «grottesco»?
Nei giorni scorsi in Italia siamo arrivati al punto che il capo dello Stato si è detto favorevole alla grazia, il presidente del Consiglio pure, ma il ministro di Giustizia non vuole consegnare le pratiche indispensabili affinché il Presidente apponga la sua firma. Trattiamo, ha detto questo ministro: dateci la devolution, dateci degli altri prigionieri, dateci dei soldi, dateci qualcosa. Interessante, hanno detto gli opinionisti. Dovremmo andare verso una grande amnistia, verso una grande pacificazione, verso una grande revisione storica, verso un grande ripensamento di chi siamo, di chi siamo stati. Dobbiamo parlare di tutto: del terrorismo, di tangentopoli, del giustizialismo, del pentitismo, della mafia (quanti poveretti in galera), del muro di Berlino, delle liste Mitrokin, di Telekom Serbia. Dobbiamo parlare di federalismo, di separazione delle carriere, del ritorno del proporzionale, del conflitto di interessi, del riassetto del digitale, della privacy, dell’Europa, degli alpini in Afghanistan.
Sarebbe bello. Ma, in realtà, chi si oppone a che tutto questo processo venga avviato? Semplice: Adriano Sofri. Se solo chiedesse la grazia, ha scritto qualche giorno fa La Stampa, «forse lui sarebbe già libero, e la democrazia più viva e comprensibile». Mica male, per un condannato definitivo per omicidio: basterebbe una sua parola, una firmetta, un suo piccolo atto di umiltà, per riportare la democrazia in Italia. Ma che ingrato, ‘sto Sofri. Sempre stato antipatico, sempre stato di cattivo carattere. Proprio adesso che potremmo diventare un Paese democratico, lui si oppone per non perdere il privilegio di starsene in panciolle nella sua cella di Pisa. A spese del contribuente, come direbbe il Castelli.
Forse La Stampa ha ragione, ma ha solo anticipato i tempi. Facciamo passare un’altra decina d’anni – di democrazia sempre meno viva e sempre meno comprensibile – e troveremo un settantenne con i capelli bianchi in grado di avere buone e sagge parole per tutti a cui appoggiarci per ricostruire tutto quello di cui sopra, quella bella massa di incomprensioni. È già successo in un Paese lontano con un detenuto, per giunta negro.
È un gioco, che si fa sulla pelle di chi non può giocare. Sadico. Maramaldeggiante. Divertente. Deve divertirsi anche lui. E se un giorno non si divertisse più, che si impicchi. Come fanno i «poveri cristi».
All’interno delle regole di questo gioco vorrei ricordare due o tre cose.
La prima è che Adriano Sofri a me non è mai stato antipatico. Anzi, mi è simpaticissimo e siamo amici da trent’anni.
La seconda è che in quindici anni di vicenda processuale, io non ricordo contro di lui che una sola accusa: aver dato un «mandato di uccidere» il commissario Luigi Calabresi in un colloquio senza testimoni della durata di circa quaranta secondi a Leonardo Marino ai margini di un pubblico comizio in un giorno a Pisa che Marino ricorda normale, ma che in realtà venne funestato da una tempesta. Se qualche giurista mi potesse far presente di una persona condannata a 22 anni sulla base di un’accusa simile (in Italia, ma anche in Iraq o in Birmania) me lo faccia sapere.
Il tema, in realtà, non è molto trattato; la «sentenza Sofri» non ha fatto giurisprudenza e nessuno ha il coraggio di insegnarla in un’aula di Legge. Anche tra i colpevolisti è passata l’ala del tempo. Quindici anni fa, all’indomani dell’arresto di Sofri, incontrai l’onorevole Luciano Violante che mi disse che la procura di Milano era sicura della colpevolezza e che aveva una «prova non ostensibile». Gli domandai se sapesse qual era e mi rispose che non lo sapeva. Leggo oggi che Violante non ha cambiato idea («Sofri è colpevole»), ma che è favorevole alla grazia. Che cosa sia una prova non ostensibile non l’ho capito ancora.
Vennero un sacco di processi, probabilmente il più lungo iter giudiziario della storia dell’Italia repubblicana.
Condannato, assolto, condannato, rivisto, condannato. Vennero mobilitazioni, digiuni, appelli e raccolte di firme.
Alla fine, poco tempo fa, il presidente della Repubblica si è convinto che i tempi sono maturi per rendere la libertà ad Adriano Sofri, detenuto da oltre sette anni nel carcere don Bosco di Pisa. Era tutto pronto. Bastava che il ministro di Giustizia consegnasse al Quirinale la pratica in oggetto, come peraltro sarebbe suo dovere. Ma il ministro ha detto che non la consegna, comunicando il suo pensiero attraverso il quotidiano La Padania. È seguito il dibattito che tutti conosciamo che, dati i ritmi del periodo estivo, tenderà a spegnersi per la fine del mese per riprendere, forse, se nessun avvenimento esterno turberà i delicati equilibri, verso la metà di settembre.
Per quella data il mio amico Adriano avrà fatto un altro po’ di segnetti sulla celletta, ma anche Carlo Azeglio Ciampi avrà pensato su quanto di galera possano puzzare le auguste stanze del Quirinale. Sarebbe buffo che toccasse a Sofri far uscire Ciampi di galera.
Il vicolo cieco di Telekom-Serbia -------------------------
di Eugenio Scalfari
[da la Repubblica di oggi]
TELEKOM Serbia, le famose carte svizzere di Igor Marini sono finalmente arrivate e la commissione d'inchiesta parlamentare ha cominciato ad esaminarle venerdì scorso. Per il poco che sappiamo si tratta di 2.500 pagine di documenti tra i quali c'è di tutto, perfino fatture (non pagate) di pochi spiccioli, contabili bancarie, ordini di bonifici e quant'altro.
Da un primo esame compiuto dai commissari non risultano in alcun luogo e in alcun modo, né diretto né allusivo, tracce degli uomini politici chiamati in causa da Marini. Credo che nessuno si aspettasse di trovarceli ma comunque questo è il primo dato che emerge dalle notizie fin qui filtrate. Aggiungo che si tratta di un dato non contestato, e quindi confermato, anche dai commissari della maggioranza i quali hanno tuttavia dichiarato che il vero lavoro d'indagine su quelle carte comincia ora e durerà a lungo.
Può essere comprensibile questo scrupolo indagatorio: 2.500 pagine sono molte, bisogna leggere bene quei documenti, valutarne la portata, insomma studiarseli. Del resto sembra che il Capo li abbia incitati a perseverare; non so se sia vero, alcuni colleghi di provata serietà professionale l'hanno scritto su giornali altrettanto seri, nei loro articoli di ieri mattina.
Certo, se fosse vero, sarebbe un fatto più grave delle battute che il Capo recita un giorno sì e l'altro pure a beneficio dei suoi tifosi delle curve nord e sud.
Se fosse vero, lo ripeto, sarebbe grave e anzi gravissimo: avremmo infatti un presidente del Consiglio che suggerisce (ordina?) ai commissari dei partiti della maggioranza il comportamento e la tattica che debbono seguire.
Perseverate, avrebbe detto, cioè continuate a cercare indizi e possibilmente prove del coinvolgimento nell'affare Telekom Serbia di Prodi, Fassino, Dini, Veltroni, Rutelli, Mastella e altri ancora se possibile. Ma può il capo dell'esecutivo interferire nei lavori d'una commissione d'inchiesta, di fronte alla cui autonomia si debbono perfino arrestare i presidenti delle Camere che pure li hanno formalmente insediati?
Evidente che non può. Forse lo specchiato presidente di quella commissione dovrebbe andare a fondo su questa questione tutt'altro che marginale. Per esempio interrogando i giornalisti che hanno pubblicato quella notizia. Si tratta di tutelare l'autonomia della commissione, che diamine! Il presidente non sente il bisogno di farlo?
Ma torniamo alle carte svizzere. In che modo la commissione parlamentare può proseguire l'indagine sul loro contenuto? Qui il problema diventa assai delicato poiché chiama in causa i poteri costituzionali delle commissioni parlamentari d'inchiesta. Di questo argomento mi ero già occupato nel mio articolo di domenica scorsa, ma ora esso è diventato molto più concreto poiché non è più basato su un'ipotesi di lavoro ma su una documentazione specifica trasmessa per rogatoria giudiziaria da un tribunale svizzero.
Citavo domenica scorsa l'opinione di alcuni autorevoli costituzionalisti e in particolare quella del professor Sabino Cassese sui poteri d'inchiesta del Parlamento.
Si tratta di poteri che derivano dal ruolo di controllo che è proprio del Parlamento sull'attività del governo, di enti pubblici e perfino di associazioni quando essi debordino dai principi e dalle norme dell'ordinamento e configurino rischi politici per le istituzioni democratiche. In quei casi le Camere possono creare con apposita deliberazione una commissione di inchiesta dotata degli stessi poteri dell'autorità giudiziaria per quanto riguarda l'acquisizione di documenti e l'escussione di testimoni. Viceversa è escluso che una commissione parlamentare d'inchiesta possa andare a caccia di reati specifici e cioè esercitare l'azione penale, riservata alla magistratura. Qualora una commissione parlamentare si imbatta
incidentalmente in un reato di rilevanza penale, essa ha l'obbligo di arrestarsi e trasmettere la notizia di reato alla competente autorità giudiziaria della quale ovviamente non può invadere il campo.
Questo essendo il terreno di lavoro delle commissioni parlamentari d'inchiesta, diventa molto delicata e controvertibile l'attività che quella intitolata impropriamente Telekom Serbia potrà svolgere sulle cosiddette carte svizzere. Come farà - me lo chiedo perché il caso di cui essa si occupa non ha precedenti nella storia parlamentare repubblicana - a indagare sui conti correnti, tanto per esemplificare, citati nelle carte svizzere, a seguire i movimenti bancari, l'apertura di crediti, il trasferimento e l'uso di fondi e di titoli?
Un'indagine del genere, tanto per citare l'ultima e più clamorosa, fu effettuata dalla Procura di Milano in tre anni di istruttoria e poi in dibattimento dinanzi al Tribunale nei processi Sme, Imi-Sir, Lodo Mondadori, attraverso escussione di testimonianze, acquisizione di documenti, rogatorie in Svizzera, Lichtenstein, Londra, Caraibi, analisi su bilanci condotti dalla Guardia di Finanza. Tutto ciò con la presenza e l'intervento fin dall'inizio delle parti in causa che hanno esercitato i loro diritti con l'ausilio di stuoli di avvocati. Alla fine i processi (non tutti) si sono conclusi con la condanna degli imputati (non tutti) al cui ricorso sono ora aperti i successivi gradi di giurisdizione fino a sentenza definitiva.
È concepibile un'analoga procedura per le commissioni parlamentari d'inchiesta? Assolutamente no, sia perché non è in loro potere esercitare l'azione penale, sia perché esse non possono cumulare in un solo organo funzioni inquirenti e funzioni giudicanti, sia perché non è previsto per gli organi parlamentari né la figura della pubblica accusa né quella dell'imputato, sia infine e soprattutto perché quella di accertare e perseguire reati di rilevanza penale non è attività che rientri nella competenza della loro natura istituzionale.
Essa viceversa, e qui parliamo specificamente della Telekom Serbia, dovrebbe indagare sulle ragioni politiche, ove mai ve ne siano state, dell'operazione che portò all'acquisto del 29 per cento dell'azienda telefonica serba, sui controlli politici che eventualmente fossero previsti sulle decisioni dell'azienda stessa e sul perché, ove previsti, non siano stati esercitati. Infine sulla credibilità dei testimoni chiamati a deporre sulle questioni sopra indicate.
In realtà, dopo un esame delle carte svizzere e qualora da esse emergesse il sospetto sia pur vago che possano condurre all'accertamento di reati di rilevanza penale da chiunque commessi, la commissione non avrebbe da far altro che passarle all'autorità giudiziaria che dal canto suo sta già indagando Marini e i suoi soci in affari, non già in veste di testimoni più o meno credibili bensì in veste di imputati.
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Qualcuno potrebbe obiettarmi a questo punto che, seguendo la tesi da me esposta, la commissione parlamentare ha lavorato fuori dal suo seminato almeno per due terzi se non per quattro quinti dell'attività fin qui compiuta.
Ebbene, è esattamente ciò che penso. Penso cioè che la commissione abbia imboccato quasi fin dall'inizio un vicolo chiuso dal quale le sarà molto difficile districarsi se non commettendo altre e sempre più gravi violazioni della competenza che le è propria, duplicando indagini giudiziarie in corso, attizzando contrasti politici e trasformandosi, strada facendo, in una sorta di tribunale del popolo che certo non è organo previsto e neppure prevedibile in uno Stato democratico fondato sul diritto e sulla separazione dei poteri.
Perseverate, avrebbe detto il presidente del Consiglio. Su questa strada? Onorevoli presidenti delle Camere, voi fate non bene ma benissimo a non intervenire nell'attività della commissione d'inchiesta. Tuttavia non potete esimervi dal vigilare sull'osservanza dei suoi compiti di istituto. Se essa dovesse violarli trasformandosi in un organo non previsto in Costituzione, voi, credo, dovreste intervenire. Personalmente ritengo che questa trasformazione sia già avvenuta. Comunque, come cittadino, vorrei esser certo che la vostra vigilanza su questo punto sia all'erta. Allo stato dei fatti non ne sono però affatto sicuro.
(14 settembre 2003)
13.09.03
L'iracheno che amava l'occidente -------------------------
di Enrico Franceschini
[da la Repubblica di oggi]
Un padre economista una madre sociologa architetto con un futuro da scrittore. Durante la guerra ha tenuto un diario dall´Iraq che ha conquistato l´attenzione dei media mondiali Ecco il suo racconto fra paura e speranza.
Salam Pax esiste. L´autore del misterioso «diario da Bagdad», che prima, durante e dopo la guerra in Iraq ha invaso il pianeta attraverso Internet, è ora seduto davanti a me nel salottino di una casa editrice, a Bloomsbury. Appurato che è un giovane uomo in carne ed ossa, non una figura virtuale, si fanno altre due scoperte. La prima: è davvero iracheno. La seconda: risiede effettivamente a Bagdad. Entrambe le cose sembravano impossibili, a chi nei mesi scorsi ha seguito la sua saga. Come poteva un iracheno qualunque compilare quotidianamente un «blog», abbreviazione di «web log» (diario in rete), in cui derideva Saddam Hussein e forniva la sua personale versione del conflitto, senza che la spietata polizia del regime intervenisse? E in secondo luogo, come poteva disquisire di David Bowie e del film Matrix, dell´umorismo del settimanale New Yorker e dei romanzi di Salman Rushdie, senza mai muoversi da una città «chiusa» e sotto assedio come Bagdad?
I dubbi sulla sua identità non hanno ostacolato l´imprevedibile successo dell´iniziativa. Il «diario da Bagdad» ha rapidamente conquistato l´attenzione del Net, da questo è rimbalzato sui giornali di mezzo mondo, e adesso è diventato un libro, The Bagdad Blog, appena uscito in Gran Bretagna e in corso di traduzione in una dozzina di paesi (in Italia lo pubblicherà la Sperling & Kupfer tra qualche giorno). Un recensore inglese lo descrive come «l´Anna Frank della guerra in Iraq», il che suona inappropriato, esagerato. E´ stato però l´unico iracheno capace di far sentire autonomamente la propria voce all´Occidente, mentre intorno a lui cadevano le bombe e crollava il regime. Una voce, per di più, che consente di nutrire qualche speranza sul futuro dell´Iraq.
Salam Pax, cominciamo dal suo nome: da dove viene?
«Salam è il mio vero nome di battesimo, che com´è noto significa "pace" in arabo. Un giorno ho appreso che il mio nome in latino si dice "pax", e quando ho cominciato a tenere il diario su Internet mi è parso uno pseudonimo perfetto».
Perché un diario su Internet?
«I blog non li ho inventati io. Quando mi ci sono imbattuto, navigando in rete, li ho trovati stupefacenti. Secondo me, su Internet non c´è niente di meglio. Sono una nuova forma di comunicazione e di espressione. Puoi raccontare tutto di te, a tutti, per tutto il tempo che vuoi, su tutti gli argomenti».
Non c´è una dose di voyeurismo nell´interesse suscitato da questi diari?
«Certamente sì, e anche di esibizionismo. Diciamo che sono due nuove forme di perversione».
Non è strano che la polizia di Saddam non le abbia dato la caccia?
«Forse me l´ha data. Bisogna ricordare che Internet è sbarcato in Iraq non più di quattro anni fa. Il regime si è sforzato di irregimentarlo, controllarlo. Ma i suoi controllori non erano espertissimi. Credo che fossimo molto più bravi noi utenti a imbrogliarli. E´ stato come un gioco del gatto con i topi. Loro chiudevano una strada, noi ne escogitavamo un´altra per passare e muoverci liberamente nel Net».
Non ha mai avuto paura di venire beccato?
«Eccome. Una volta mio padre sentì un reportage alla radio della Bbc in cui si parlava delle feroci critiche a Saddam Hussein apparse in un presunto diario da Bagdad. La Bbc affermava che l´autore era un architetto. Io sono laureato in architettura. "Non sarai mica tu?", mi chiese. Negai. Ma intanto sudavo freddo».
Allora perché ha insistito?
«E´ stato un rischio calcolato, un calcolo sulla stupidità dei miei avversari. E poi ero diventato prigioniero di Salam Pax, non riuscivo più a frenarlo. Aveva il sopravvento su di me. Io sono timido, chiuso. Nel diario divento coraggioso ed estroverso».
Com´è la sua famiglia?
«Mio padre è un economista, lavorava al ministero del petrolio, mia madre è laureata in sociologia. Il papà da giovane era comunista, ha avuto qualche guaio a causa di questo. Sono cresciuto in una casa di intellettuali liberi, piena di libri. Mio padre è sunnita, mia madre sciita, entrambi sono laici e così sono venuto su ateo, con una profonda diffidenza per il fanatismo religioso».
Gli iracheni cosa pensano veramente di Saddam?
«All´inizio, negli anni Sessanta, non credo che ne pensassero male. Erano orgogliosi di questo leader che cercava di imitare Nasser. L´orgoglio nazionalista ha resistito anche durante la guerra contro l´Iran. Ma è crollato con l´invasione del Kuwait e con la prima guerra del Golfo. Durante l´embargo, la gente normale soffriva e vedeva la cricca del regime spassarsela lo stesso alla grande. Il mito di Saddam è andato in crisi. Alla fine la maggioranza non vedeva l´ora di liberarsi di lui».
Allora la guerra voluta da Bush junior è stata un bene?
«Sapevamo che serviva un intervento esterno per abbattere Saddam. Ma vedere il proprio paese bombardato, occupato da un esercito straniero, non fa piacere a nessuno. Specialmente non fa piacere a un musulmano, un arabo, molti dei quali sono stati educati a considerare l´America come il diavolo. Si fatica, perciò, ad accettarla nei panni del liberatore. Anche perché prima, durante e dopo l´invasione, l´America ha sciupato innumerevoli occasioni per farsi benvolere da noi iracheni. Col tempo, tuttavia, spero che tutto si aggiusti».
E´ ottimista?
«Sono realista. Il caos di questi giorni è inevitabile. Per trent´anni gli iracheni non erano autorizzati a parlare. Adesso lo sono, e si sentono solo le voci di chi urla, dei più fanatici o estremisti. Ma sono una minoranza. La maggior parte degli iracheni sono gente tranquilla, che continua a parlare di politica sottovoce, perché così ci siamo abituati per due o tre generazioni. Un giorno questa gente tranquilla riuscirà a esprimersi, a far valere le proprie opinioni. Perciò spero che il mio paese non diventi come il Libano della guerra civile. Il Kurdistan iracheno è già un posto quasi normale, può diventarlo anche tutto l´Iraq».
Dove ha imparato l´inglese?
«A scuola, e poi a Vienna, dove ho studiato architettura per quattro anni».
E´ lì che ha imparato a conoscere David Bowie e la cultura occidentale?
«Un poco. Ma non c´è da meravigliarsi se un iracheno conosce Bowie, la musica, i film, i romanzi del vostro mondo. Intanto, a Bagdad i film di Hollywood sono sempre arrivati in videocassette pirata ancora prima che uscissero nei cinema americani. E inoltre nell´era del Net, dell´informazione globale, neanche una dittatura riesce a imporre una censura totale. Mtv si intrufola dappertutto. Chi vuole veramente sapere, sa».
Che gliene pare di Londra?
«E´ la prima volta che ci vengo, non ho visto molto. E´ più pulita e ha strade meno strette di quel che mi aspettavo, anche se ero ingenuo a credere che fosse ancora la stessa di Dickens. Più di tutto mi ha impressionato la moltitudine di razze: vedi uomini di ogni colore, cultura e religione. E´ un magico miscuglio, il cocktail etnico da cui possono nascere fenomeni come Zadie Smith o Salman Rushdie. Occidente più Oriente, e il risultato è più della somma delle due parti».
Ha voglia di entrare a far parte di questo crogiuolo di razze?
«No. Fra una settimana torno a Bagdad. Il mio futuro è lì».
Un futuro come scrittore?
«Come architetto, mi auguro. L´Iraq è tutto da ricostruire, dopo la guerra. Vorrei contribuire alla sua rinascita».
Perché continua a usare lo pseudonimo? Non le farebbe piacere che i suoi compatrioti sapessero chi è il famoso Salam Pax?
«No, mi spaventerebbe. L´Iraq non è ancora un paese libero, tantomeno democratico. Nel mio diario attacco Saddam, il suo partito, l´integralismo islamico. Un sacco di gente potrebbe dare fastidio a me, o alla mia famiglia. Meglio conservare ancora un po´ l´anonimato».
E il blog? Il diario su Internet?
«Quello andrà avanti, finché c´è la voglia di scriverlo. Ho raccontato le difficoltà della vita sotto Saddam e sotto le bombe, ora temo che la vita continuerà a essere difficile per un pezzo: forse è questo che mi spinge a tenere un diario in pubblico, il bisogno di comunicare all´esterno il disagio, la sofferenza, miei e del mio popolo. Quando vivere in Iraq sarà più facile, più normale, allora potrò sospendere il mio blog e limitarmi a leggere quelli degli altri. Ma è un giorno ancora molto, molto lontano».
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La tecnologia impazzita -------------------------
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Io non sapendo cosa fare sto cancellando uno per uno tutti gli iscritti.
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Probabilmente la newsletter, appena resuscitata è già morta (almeno in questa forma a pagamento e non funzionante).
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Pistolottate -------------------------
11.09.03
11 Settembre 2003 -------------------------
di Pietro B.
Inizio a scrivere mentre l'11 Settembre sta per dare il cambio al 10. Questa sera mia figlia mi ha impedito di stare più tempo su BlogOltre.
Voleva stare in braccio con me, aveva bisogno del mio calore. Siamo stati tutta la sera abbracciati in poltrona a guardare un film.
Questa sera l'ho fatta anche piangere mentre volevo leggere almeno la posta, rispondere a qualche e-mail, fammi fare una cosa almeno le dicevo, dannazione. Niente lei voleva solo me e le mie braccia e non sentiva ragioni.
L'ho abbracciata e lei mi ha sorriso felice e mi stringeva forte forte.
Ecco, signori miei una buona ragione per vivere, per superare tutti gli 11 settembre di questo mondo e tutte le maledizioni che ci piombano giornalmente sulle nostre teste.
Eccovi una ragione per combattere tutte le guerre che ci costringono a fare e sopravvivere una volta di più.
Eccovi una ragione per non perderla la ragione rincitrulliti da un finto benessere che ci è stato imposto come modello assoluto di vita.
L'amore per i vostri figli. Si, signori, la cosa più banale di questo mondo. L'amore per i nostri figli. Lo ripeto ancora, l'amore per i figli.
Questo sentimento potente e unico che infonde la forza e il coraggio anche ai più codardi tra di noi e che ci fa superare tutte le avversità.
Amici questo forse è il segreto che i potenti della terra non potranno mai capire così occupati nelle loro guerre di tutti contro tutti. Nei loro reciproci e sporchi 11 Settembre.
Esiste il bene signori, esiste eccome. Ed è giusto affermarlo anche ricordando quello che successe a New York due anni fa. Non tutto è marcio, non tutto è denaro e finzione non tutto è perduto.
Mi chiedete dove? Guardate dentro gli occhi dei vostri figli ve ne accorgerete subito.
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