
30.07.03
BlogOltre chiude per ferie e apre a tutti! -------------------------
BlogOltre chiude per ferie. Ed apre a tutti. Se infatti seguite il link riportato qui sotto (il "leggi tutto" per intenderci) entrerete in una pagina in cui potete scrivere tramite i commenti quello che volete: pensieri, saluti, opere ed omissioni.
A presto, ed un grazie a tutti per la vostra attenzione.
Pietro B.
p.s. Cerco personaggi interessanti del mondo dei blog da intervistare, avete qualcuno da proporre o c'è qualcuno che ha la faccia tosta di proporsi? Fatemi sapere (mailoltre@TOGLIblogoltre.it).
Questa pagina è dedicata a voi lettori e a voi toccherà riempirla in questi giorni. Pace e bene per tutti...
29.07.03
Senza averne le premesse. -------------------------
Domani è un anno che qualcuno rotola in cerca d'ali... Tanti Auguri da Blogoltre per Mike e Nino! E godiamoci questi versi di Mike...
Signore mi passa il pallone?
E io l'ho guardato che non avevo trent'anni
una storia di balli, canti e tanti, tanti sbagli.
Spuntato lui immobile come uscito da un cespuglio
io forse nascosto, chi lo sa, nel solito inutile dubbio
Signore, per favore, il pallone!
Non c'era altra gente, solo il mio sguardo assente
e il mio cammino sorpreso da quell'ostacolo indifeso.
Come compreso in quell'istante solo dov'ero
mi son chinato a soppesare quel dono al terreno.
Signore, signore, il pallone!
Ad altezza di bimbo ho alzato lo sguardo, impaurito:
il mattino come tempo infinito ed il cielo mai così sereno.
Tutto era immenso, da non comprenderne il senso
e per un attimo, sincero, m'è parso di vedere un arcobaleno.
Signore, me lo ridà il pallone?
Allora mi son chiesto che senso ancora avesse
continuare a fare il grande senza averne le premesse.
Ho raccolto la sfera, quel che di me ancora ce n'era
e ho chiesto al mio piccolo Dio:'posso giocare anch'io?'
28.07.03
Quando è la fotografia a decidera la nostra realtà -------------------------
di Susan Sontag
[da la Repubblica di oggi]
NUMERO uno. La fotografia è, innanzitutto, un modo di vedere. Non l´atto di farlo.
2. È il modo ineluttabilmente "moderno" di vedere, che privilegia progetti di scoperta e di innovazione.
3. Tale modo di vedere, che ha ormai una lunga storia, incide profondamente su ciò che siamo abituati a notare e a cercare nelle fotografie.
4. Il modo di vedere moderno consiste nel vedere per frammenti. Abbiamo l´impressione che la realtà sia sostanzialmente illimitata, e la possibilità di conoscenza infinita. Ne consegue che tutte le limitazioni, tutti i principi unificatori debbano essere ingannevoli, demagogici; nel migliore dei casi, provvisori e, a lungo andare, quasi sempre falsi. Vedere la realtà alla luce di determinati principi unificatori ha l´innegabile vantaggio di dare forma alla nostra esperienza. Ma allo stesso tempo - così ci insegna il modo di vedere moderno - nega l´infinita varietà e la complessità del reale. E di conseguenza reprime la nostra energia, e il nostro diritto a ricostruire ciò che desideriamo ricostruire: la nostra società, le nostre identità. Liberatorio, ci viene detto, è osservare quanto più è possibile.
5. In una società moderna, le immagini prodotte dalle macchine fotografiche forniscono la principale via d´accesso a realtà di cui non abbiamo esperienza diretta. Si presuppone che ognuno di noi riceva e registri un numero illimitato di immagini di ciò che non vive in prima persona. L´apparecchio fotografico definisce per noi quel che accettiamo di considerare "reale" - e sposta continuamente in avanti il confine del reale. Si ammirano in particolare quei fotografi che rivelano verità nascoste su se stessi o su quei conflitti sociali poco seguiti dai mezzi d´informazione che hanno luogo in società vicine o lontane da dove vive chi li osserva.
6. Nel modo moderno di conoscere, devono esserci immagini perché qualcosa diventi reale.
Le fotografie identificano gli eventi. Conferiscono importanza a un evento e lo rendono memorabile. Per poter divenire oggetto di un largo interesse, una guerra, un´atrocità, un´epidemia, o una cosiddetta calamità naturale devono arrivare alla gente attraverso i vari sistemi (dalla televisione a Internet ai giornali e alle riviste) che diffondono immagini fotografiche tra milioni di persone.
7. Nel modo moderno di vedere, la realtà è innanzitutto apparenza, e in continuo mutamento. Le fotografie registrano l´apparenza. La registrazione fotografica è registrazione del mutamento, della distruzione del passato. Essendo moderni (e se abbiamo l´abitudine di guardare fotografie siamo, per definizione, moderni), capiamo che ogni identità è una costruzione. L´unica realtà irrefutabile - e il migliore indizio per comprendere un´identità - è il modo in cui appariamo.
8. Una fotografia è un frammento, un barlume. Accumuliamo barlumi, frammenti. Ciascuno di noi immagazzina nella propria mente centinaia di immagini fotografiche che può ricordare all´istante. Tutte le fotografie aspirano a diventare memorabili, vale a dire, indimenticabili.
9. Nell´ottica della modernità, il numero dei dettagli è infinito. Le fotografie sono dettagli. Pertanto, assomigliano alla vita. Essere moderni significa vivere affascinati dalla indomita autonomia del dettaglio.
10. Conoscere significa, innanzitutto, riconoscere. Il riconoscimento è la forma di conoscenza che oggi viene identificata con l´arte. Le fotografie delle terribili crudeltà e ingiustizie che affliggono la maggior parte della popolazione mondiale sembrano dire - a noi che siamo privilegiati e relativamente al sicuro - che dovremmo indignarci e desiderare che si faccia qualcosa per mettere fine a tali orrori. Ma ci sono anche fotografie che sembrano reclamare un´attenzione di tipo diverso. Nel caso di questo corpus di opere che continua ad arricchirsi, la fotografia non è una forma di invito alla mobilitazione sociale o morale, il cui fine è indurci a partecipare e ad agire, ma è un´avventura dello sguardo. Osserviamo, prendiamo nota, riconosciamo. È un modo più distaccato di guardare. È il modo di guardare a cui diamo il nome di arte.
11. L´opera di alcuni dei migliori fotografi socialmente impegnati viene spesso criticata se appare troppo simile all´arte. E la fotografia considerata come arte può attirare critiche analoghe: ottunde la nostra capacità di partecipazione. Mostrandoci eventi, situazioni e conflitti che potremmo deplorare, ci chiede di mantenere un certo distacco. Può mostrarci qualcosa di davvero orripilante, ma solo per metterci alla prova e stabilire cosa riusciamo a guardare, cosa dobbiamo accettare. O, più semplicemente, ci invita - e ciò vale per gran parte della più ammirata fotografia contemporanea - a contemplare la banalità. A contemplarla e ad apprezzarla, facendo ricorso a quell´abitudine all´ironia ormai così sviluppata e consolidata dalle surrealistiche giustapposizioni di fotografie che caratterizzano le mostre e i libri più sofisticati.
12. La fotografia - forma suprema di viaggio, di turismo - è il principale mezzo moderno per ampliare il mondo. In quanto forma d´arte, la fotografia tende ad ampliare il mondo specializzandosi in soggetti ritenuti provocatori, trasgressivi. La fotografia può dirci: esiste anche questo. E quello. E quell´altro. (E tutto è "umano"). Ma che fare di ciò che in tal modo conosciamo, se davvero si tratta di conoscenza, dell´identità, dell´anormalità, di mondi ostracizzati o clandestini?
13. Chiamatela conoscenza, chiamatelo riconoscimento - di una cosa possiamo star certi rispetto a questo modo così moderno di fare qualsiasi esperienza: il vedere, e l´accumulazione dei frammenti di ciò che vediamo, non potrà mai avere fine.
14. Non esiste una fotografia definitiva.
SUSAN SONTAG
(traduzione di Paolo di lonardo)
Un dialogo lungo quarant'anni -------------------------
di Simonetta Fiori
[da la Repubblica di oggi]
Si conobbero alla Normale e il loro legame è durato rafforzato dalle avversità e nutrito dalle divergenze.
"La comunicazione tra noi è rapida: come i matti che si scambiano i numeri delle barzellette e ridono. La sua battaglia contro il terrorismo di sinistra risale a un periodo in cui Lotta Continua esisteva ancora."
È arrivato il Sofruccio, venite». Dentro la stanza della Scuola Normale gli studenti più anziani si accalcavano gettando sacchi d´acqua addosso a una matricola appena arrivata. «Questa è la prima immagine che ho di Adriano: issato su un armadio, tutto fradicio, l´aria spavalda, lo sguardo fiero e furioso». Carlo Ginzburg è come assorto nel ricordo, tra lunghi silenzi, lo sguardo che corre altrove, a Pisa, anno 1960. «Per tutti era il fratello minore di Gianni Sofri, che l´aveva preceduto in Normale. Quel soprannome, Sofrino e Sofruccio, svanì quasi subito. Per motivi che lì per lì non capii bene Adriano mi fece pensare ai personaggi di Cuore: al muratorino muso di lepre, più tardi a Garrone. La nostra amicizia cominciò così».
Carlo ed Adriano, ventuno e diciotto anni. Nel loro legame, rafforzato dalle avversità, nutrito dalle divergenze, si avverte qualcosa di quella lontana amicizia tra adolescenti. Perché Cuore? «Credo che oggi siano pochi a leggerlo. Uno dei libri su cui s´è costruita l´Italia unita, con qualche tratto di retorica patriottarda e monarchica. La lettura serissima e derisoria che ne faceva Polo Poli anni fa era irresistibile. Ma De Amicis era un vero scrittore. I suoi personaggi incarnano, in modo un po´ plateale, grandi virtù come la generosità, il coraggio. Avrei scoperto solo più tardi che la madre di Adriano era una maestra, di origine triestina. Il padre un sottufficiale di marina, di origine pugliese. Due persone molto legate tra loro, molto diverse tra loro. Dalla madre Adriano deve aver imparato il senso di valori assoluti come la solidarietà. Dal padre l´ironia, la lievità, la capacità di stabilire immediatamente rapporti con le persone più diverse. Qualità, quest´ultima, che per timidezza o altro, credo di non possedere».
Differenti il carattere, lo sfondo famigliare, il destino: Ginzburg storico di prestigio internazionale, Sofri commentatore autorevole dal fondo del carcere. Li unisce un codice privato, che affiora quando Ginzburg interrompe le sue pause con scoppi di risa inattesi, misteriosi. «La comunicazione tra noi è rapidissima: come i matti che si scambiano i numeri delle barzellette e ridono. Adriano è convinto che io non capisca niente del mondo perché non ho la televisione. Di recente, in carcere, mi ha accolto con aria ironica: "Tu, vero, continui a non avere...", disegnando nell´aria la forma dello schermo, come se parlasse a un selvaggio». Comune la "grammatica morale", identico il vocabolario interiore, per cui «quando parliamo d´una persona ci scatta lo stesso aggettivo». Una grammatica nutrita dai romanzi russi dell´Ottocento: Dostoevskij, Tolstoj. «Abbiamo fatto le stesse letture, nella medesima stagione della vita. Se uno di noi dice Nastasja Filippovna o Myskin, è come se parlasse di persone di famiglia. La natura d´un rapporto è condizionata dal momento in cui si forma. Noi ci siamo conosciuti nella prima giovinezza, prima del coinvolgimento nella vita pubblica: molto al di qua della "linea d´ombra"».
Anni di formazione. «Soltanto a Pisa, e con gran ritardo, diventai consapevole del privilegio legato alla mia origine famigliare. Mio padre Leone, mia madre Natalia, mio nonno Giuseppe Levi. Paradossalmente, ma non tanto, questo riconoscimento tardivo avveniva in un ambiente come la Normale, socialmente misto. Più tardi lessi Les Heritiers di Bourdieu e Passeron, in cui si dimostrava che la scuola può far poco per correggere la diseguaglianza famigliare». E la comunicazione con Adriano? «Mah, penso che la diversità delle nostre origini sia una delle tante che alimentano l´amicizia. Devo dire che non ci penso mai». E l´atteggiamento di Adriano nei confronti di sua madre? «E´ possibile che all´inizio fosse un po´ intimidito. Si volevano molto bene».
Nelle stanze della Normale non solo seminari su Nietzsche, ma anche un clima tra scherzoso e grottesco, "un po´ sul genere di Giamburrasca". «Faceva proprio pensare a un collegio, compresa la promiscuità con i professori. Delio Cantimori si fermava a pranzo e a dormire. C´era Augusto Campana, grandissimo erudito, che aveva molto affetto per Adriano. E fuori dalla Normale c´era Sebastiano Timpanaro, che in quegli anni ha abitato a Pisa. Adriano ha scritto su di lui dicendo che lo considera un maestro, l´unico che abbia avuto. Io di maestri invece ne ho avuti molti: un´altra differenza tra noi, come mi ha fatto notare una volta Adriano. Penso che da Timpanaro abbiamo imparato in parte cose simili, anche se qualcosa di lui mi è arrivato soprattutto attraverso Adriano. Timpanaro, grande studioso di Leopardi, si definiva ironicamente materialista volgare (né storico né dialettico). Nella sua lettura di Leopardi metteva l´accento sulla finitezza del destino umano: la vecchiaia, la malattia, la morte. Non ci sono redenzioni né consolazioni possibili. Questa esortazione a guardare in faccia la realtà per quella che è, senza infingimenti, ha lasciato in me - così come in Adriano, penso - una traccia incancellabile. Ma solo molto più tardi - Adriano scherza ogni tanto su questa mia lentezza - mi resi conto dell´importanza decisiva del rapporto tra gli esseri umani e la natura, tra gli esseri umani e gli altri animali. Adriano aveva capito da tempo che qualcosa nel nostro rapporto con la natura s´era incrinato in maniera irrimediabile. Cominciò, mi pare, parlando di una malattia che aveva colpito i cipressi, su cui ritornava continuamente, in un modo che a me pareva un po´ ossessivo. Una volta, nel 1988 credo, venne a Bologna a parlare di ecologia. Andai ad ascoltarlo. Quando cominciarono le domande, io citai malignamente Parini, la Vergine cuccia: "Or le sovviene il giorno, / ahi fero giorno, allor che la sua bella / Vergine cuccia de le Grazie alunna...". Uno scherzo demagogico, il mio: gli rinfacciavo di parlare di alberi minacciati e di animali maltrattati, dimenticandosi della lotta di classe. Qualche tempo dopo andai a trovarlo nella sua casa di Tavernuzze, vicino a Firenze. La sua vicenda giudiziaria era cominciata; doveva passare al commissariato dell´Impruneta per una firma. Lo accompagnai. Mentre camminavamo gli indicai i cipressi sopra le nostre teste, sogghignando: "Stanno morendo, eh?". I cipressi non sono ancora morti, per fortuna, ma oggi so che aveva ragione lui».
Quando Sofri cominciò a occuparsi di politica, Ginzburg aveva già lasciato Pisa. «Ci siamo persi di vista per sei anni, dal 1963 al 1969. Ogni tanto mi arrivavano notizie di lui da amici comuni. Quando lo rividi a Roma, era un leader riconosciuto: aveva (e ostentava) una grande sicurezza, dava giudizi sferzanti su tutto e tutti. Anche su di me, naturalmente. Ci davamo torto su molte cose; io non condividevo alcune campagne di Lotta Continua. Ma a questo punto il dissenso era diventato un elemento centrale della nostra amicizia». Due percorsi ormai distanti, «io chiuso nei miei studi, lui confitto negli eventi pubblici», nella politica come culmine e inveramento della vita. «Ma naturalmente gli eventi pubblici toccavano anche me, e in qualche modo anche i miei studi. Non sono mai stato un militante, cosa che ho avvertito a lungo con un senso di colpa, ma non penso di essermi sottratto alla sconfitta storica che ha colpito una parte della mia generazione».
Ginzburg soppesa le parole, la cautela di studioso tenta di sovrapporsi all´impulso emotivo dell´amico. «Con gli anni Adriano è cambiato profondamente. Non so se potrei dire lo stesso di me; mi piacerebbe poter dire di sì. Mi viene in mente il signor K nei Dialoghi di profughi di Brecht: qualcuno incontrandolo gli disse "Lei è sempre uguale"; il signor K trasalì. Adriano ha imparato molto dalle cose che sono successe. La sua battaglia contro il terrorismo di sinistra risale a un periodo in cui Lotta Continua esisteva ancora: più di dieci anni prima che cominciasse la vicenda giudiziaria che l´ha portato in prigione. Via via, per una sorta di misterioso chimismo morale, la sua spavalderia si è trasformata in qualcosa d´altro: l´assunzione dolorosa d´una responsabilità generazionale. Adriano ha guardato in faccia la realtà, non ha cercato elementi consolatori. Alla fine, accusato di un delitto che non aveva commesso - un delitto che ha provocato dolori incancellabili - non s´è sottratto alla condanna ingiusta che lo colpiva. Non ha fatto come Lord Jim, non ha abbandonato la nave».
La vita di Adriano ora gli appare divisa in due parti: «La seconda è stata una lunga riflessione sulla prima. Ciò che divide le due parti non è la vicenda giudiziaria, ma la sconfitta politica». Senza questo dialogo, che dura da quarant´anni, «la mia vita e anche il mio lavoro sarebbero stati profondamente diversi». Un momento simbolico? Ricorda un viaggio in treno lungo la penisola, «un accelerato che risaliva lentissimo», loro due soli in uno scompartimento.
«Parlammo di tutto, del mio lavoro, del mugnaio Menocchio e dei benandanti, del rapporto tra arte e storia, della mia famiglia, della mia psicoanalisi mancata. Due o tre volte Adriano prese qualche rapido appunto. Voleva ricavarne un´intervista che uscì su Lotta Continua; era il 1982. Quando la lessi mi parve che Adriano fosse riuscito a restituire il timbro della mia voce, le pause, il ritmo interiore. Una memoria, un orecchio straordinari, certo. Ma soprattutto, capisco, ora, una capacità di ascolto che è poi capacità di ascoltarsi. La vita interiore, erroneamente associata a una sorta di soliloquio, è fatta di un dialogo ininterrotto con se stessi. Certo, ci si può mettere a tacere molto facilmente. Ad Adriano non succede».
Quando la condanna di Sofri divenne esecutiva, ci fu una grande manifestazione nella piazza dei Cavalieri, davanti alla Normale. «Pensavo che lì l´avevo conosciuto, lì eravamo diventati amici». Ogni tanto, molto di rado, riesce ad andarlo a trovare. «Continuiamo a discutere, a darci torto. Tanto il conflitto quanto l´ammirazione mi paiono inseparabili dall´amicizia, anche se talvolta esagero in entrambi. Ma non credo che il mio giudizio su Adriano sia deformato dal saperlo chiuso in prigione ingiustamente. A lui penso, molto semplicemente, come alla persona migliore della mia generazione».
26.07.03
La posta pirata (Spam) -------------------------
di Pietro B.
Sto lottando contro le centinaia di e-mail che ricevo quotidianamente non richieste e che mi offrono di tutto. Dall'allungamento del pene, al Viagra, ad un appuntamento tramite webcam, ad un affare da 10 milioni di dollari.
Il tempo per cancellare questa spazzatura diventa sempre maggiore e spesso nella fretta cancello anche la posta "pulita". Leggere le email con il palmare-cellulare diventa poi proibitivo per i costi (visti gli ingenti tempi di connessione richiesti per scaricare il pattume).
Vi chiedo quindi, di aiutarmi mandandomi le vostre e-mail al nuovo indirizzo mailoltre@TOGLIblogoltre.it, dove è da togliere la scritta... TOGLI.
Speriamo bene...
24.07.03
Botta...e controrisposta! -------------------------
----- Original Message -----
From: Mauro Covacich
To: Elisabetta Mori
Sent: Thursday, July 24, 2003 9:08 AM
Subject: Re: domande
grazie elisabetta. è sempre bello avere gente che senza sapere niente di te ti dà, così, gratis, lezioni di vita. prometto che farò tesoro dei tuoi splendidi insegnamenti.
mc
----- Original Message -----
From: Elisabetta Mori
To: Mauro Covacich
Sent: Thursday, July 24, 2003 6:26 PM
Subject: Re: domande
Covacich, io non ti conosco ma ho visitato il tuo sito non appena ho letto il tuo pezzo riportato da GQ su www.blogoltre.it, quindi ho esplorato il tuo mondo virtuale le quarte di copertina e letto le le recesioni doc.Mi riservo di leggere per intero un tuo romanzo e penso che lo farò quando, come credo, verrai in Puglia invitato dal circuito di Laterza "IL PRESIDIO DEL LIBRO" perchè siamo quasi obbligati a comprare un libro quando partecipiamo a questi incontri.
Io non do "splendidi insegnamenti", ma è pur vero che "gratis et amore dei" cerco di rintuzzare chi, con falsa umiltà anche se adombrata da molta ironia, "non da" lezioni di vita.
22.07.03
Paolo Borsellino: per non dimenticare -------------------------
Con tre giorni di ritardo, in memoria del giudice Paolo Borsellino e dei suoi uomini di scorta.
"Non sono né un eroe né un kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento...Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno".
Le cose che ho imparato nella vita -------------------------
di Paulo Coelho
[Segnalato da Mariemarion - Una donna per amico]
Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:
che non importa quanto sia buona una persona,ogni tanto ti ferirà.
E per questo,bisognerà che tu la perdoni.
Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.
Che le circostanze e l'ambiente hanno influenza su di noi,
ma noi siamo gli unici responsabili di noi stessi.
Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti,
o essi controlleranno te.
Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare,
affrontandone le conseguenze.
Che la pazienza richiede molta pratica.
Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.
Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai,
è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.
Che solo perchè qualcuno non ti ama come tu vorresti,
non significa che non ti ami con tutto se stesso.
Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze:
sarebbe una tragedia se lo credesse.
Che non è sempre sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.
Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato: il mondo non si ferma,
aspettando che tu lo ripari.
Forse Dio vuole che incontriamo un po' di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta,
cosi, quando finalmente la incontriamo,
sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.
Quando la porta della felicità si chiude,
un'altra si apre,ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa,
che non vediamo quella che è stata aperta per noi.
La miglior specie d'amico
è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola,
e quando vai via
senti come se fosse stata la migliore conversazione mai avuta.
E' vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo,ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato
prima che arrivi.
Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno,un'ora per piacergli, e un giorno per amarlo,
ma ci vuole una vita per dimenticarlo.
Non cercare le apparenze,possono ingannare.
Non cercare la salute,
anche quella può affievolirsi.
Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perchè ci vuole solo un sorriso
per far sembrare brillante una giornataccia.
Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.
Ci sono momenti nella vita in cuiqualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!
Sogna ciò che ti va;
vai dove vuoi;
sii ciò che vuoi essere,
perchè hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.
Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da rendirti forte,
dolore abbastanza da renderti umano,
speranza sufficiente
a renderti felice.
Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa;
soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.
La felicità?
Ingannevole per quelli che piangono,
quelli che fanno male,
quelli che hanno provato,
solo così possono apprezzare l'importanza delle persone che hanno toccato le loro vite.
L'amore comincia con un sorriso,
cresce con un bacio
e finisce con un the.
Il miglior futuro? Basato sul passato dimenticato.
non puoi andare bene nella vita
prima di lasciar andare i tuoi fallimenti passati
e i tuoi dolori.
Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano.
Vivi la tua vita in modo che quando morirai,
tu sia l'unico che sorride
e ognuno intorno a te piange.
(di Paulo Coelho)
Lettera aperta a Covacich -------------------------
Caro Pietro, ti chiederei la cortesia di pubblicare su tuo blog questa LETTERA APERTA A COVACICH, in risposta alle sue considerazioni sulla incredibile pesantezza delle presentazioni dei libri. Se pensi che possa essere una provocazione lascia perdere, altrimenti mi piacerebbe che la risposta, già inviata al Signor Covacich la possano leggere tutti i fruitori del tuo blog.
Grazie, Elisabetta
(Cara Elisabetta, ecco fatto...)
Mi chiamo Elisabetta Mori, sono più o meno una scrittrice, i miei libri sono stati pubblicati da editori minori e con partecipazione di spesa perchè arrivare ai maior è come tuffarsi in mare agitato senza saper nuotare. Devo confessare che prima di adesso non ti conoscevo. Prima cioè che Pietro di www:blogoltre.it pubblicasse una tua matrioska dal titolo Scrittore Cercasi.
Mi sorprende, perchè così ho interpretato ciò che dici, che possa essere tanto fastidioso e pesante seguire il programma delle presentazioni che i tuoi Editori preparano per te. Non è in fondo ciò che l'Ego fortemenete narcisista dello scrittore vuole? Visibilità, apparire, affabulare, stordire la platea, aspettare la provocazione e provocare le risposte, avere giorno dopo giorno o sera dopo sera una occasione tutta per sé, non dover lottare con gli altri centomila titoli esposti nelle librerie, anche se la stroncatura può essere sempre dietro l'angolo: ho riso di cuore all'aneddoto raccontatomi da una mia collega scrittrice alla quale voglio bene per il suo candore nel credere in queste vetrine, quando, a seguito di una stroncatura feroce ma garbata di un suo libro lei si è alzata e ha risposto: "Grazie, è la prima volta che qualcuno parla male del mio libro ma con tanto garbo e tanta riverenza che mi è sembrato doveroso ringraziarla."
Non nascondiamoci dietro falsi pudori, scriviamo perchè ci piace scrivere ma anche perchè speriamo ardentemente che qualcuno, anzi molti, ci leggano.
Tu, come tanti altri bravi scrittori e scrittrici, hai avuto la fortuna di trovare chi ha lavorato per te, per portarti tra la gente e di manlevarti dalla fatica finanziaria di pagarsi una presentazione o un incontro se non additittura la pubblicazione, perchè altrimenti il tuo libro, la creatura in cui hai creduto e per la quale hai sofferto, lottato, ingaggiato un testa a testa con la tua parte razionale, non avrebbe mai visto la luce ed avresti sofferto per questo parto non riuscito. Senza contare che il ritorno c'è e spesso è ben appagante.
Gli editori sono degli imprenditori, ne più ne meno, che se investono in qualcosa o qualcuno devono avere il loro guadagno, anche se spingere il libro in tutte le direzioni e quasi imporlo è, a mio avviso, una forzatura irriverente nei confronti del lettore: il libro deve circolare in libreria autonomamente, certo una spinta ogni tanto ci vuole, il libraio deve esere informato di ciò che ha in mano.
Ma tant'è, la pubblicità e l'anima del commercio. Forse per questo una perla come PATER (tanto per fare un esempio) di Cesare Giulio Viola, rimane nascosto, tra gli scaffali di librerie di periferie timide e nascoste.
Non disperiamoci, quindi, se c'è chi pianifica una dislocazione attenta e intelligente delle nostre creature,anche se ciò comporta per chi scrive faticosi spostamenti in aereo, impossibli orari di cena, incontri ravvicinati che non piacciono, etc etc.
Il grosso editore anticipa , investe sui grandi numeri e quindi esige dal suo dipendente una produttività continua, usque ad mortem.
E' come dire: hai voluto la bicicletta ed ora pedala.
Con molti e sinceri auguri per il tuo futuro di scrittore.
Elisabetta Mori
21.07.03
AAA Scrittore Offresi -------------------------
di Mauro Covacich
[da GQ di Giugno 2003]
Martedì.
Il taxi mi scarica in via Siracusa 136, davanti al quartier generale della Mondadori romana. Chiedo la ricevuta (ho già un bell'ammasso di ricevute in tasca) e salgo all'ufficio stampa. La ragazza che segue il mio romanzo si chiama Costanza. Mi dà la stampata degli appuntamenti e intanto mi ripete a voce i più importanti: "Alle undici hai una diretta con Radio Deejay, poi devi andare da quelli di Rtl, all'una hai l'intervista di Alain Elkann, poi ti aspettano quelli di Inn a Villa Borghese, nel pomeriggio devi andare a RadioTre da quelli di Fahrenheit, poi sto aspettando la conferma di Marzullo". No, Marzullo no, ti prego. Passerò due giorni così a Roma. E questo è solo l'inizio.
Dopo partirà il tour vero e proprio. Uno scrive un romanzo e si aspetterebbe che la sua fatica fosse finita lì. Lo dicono anche, no?, sui giornali: "Ha appena concluso la sua ultima fatica letteraria". E invece la fatica vera comincia dopo. Il tuo editore, soprattutto se è un grosso editore, diciamo un colosso dell'industria editoriale, prende la carta geografica dell'Italia, una manciata di bandierine e fissa i punti che tu dovrai raggiungere nei prossimi due mesi. Treno, macchina, aereo. Due mesi di "incontri con l'autore". Un tunnel di presentazioni nel quale a volte hai davvero l'impressione che ti abbiano pagato per venderlo e non per scriverlo, quel maledetto libro. Per carità, la promozione ha anche i suoi lati positivi - vedi i lettori in faccia, sorbisci una quantità impressionante di salatini e spumanti, vendi qualche copia - ma l'impressione che stai facendo il mestiere di qualcun altro è sempre con te. E il mestiere a cui pensi è più spesso quello del commesso viaggiatore che quello della rock-star.
Com'è che se chiama questo?", ha chesto il tecnico alla conduttrice di Tele Salute per scrivere il mio nome in sovraimpressione. E lei, dopo avergli fatto lo spelling: "Scrivece sotto scrittore, me raccommano".
Mercoledì.
Maria Donata mi viene a prendere in Piazza Maggiore alle cinque e mezzo. A Bologna sono stato invitato da giovani teatranti, Compagnia degli Scalpellini si chiamano. Hanno una sala in via Nosadella. Recitano Testori. Arriviamo in largo anticipo. Ci sono fotocopie formato A3 con la copertina del mio romanzo appiccicate qua e là. Il posto è parecchio appartato e di una desolazione che toglie il fiato. Fa sempre un brutto effetto la sala vuota, prima dell'incontro. E meglio non vederla. Per fortuna un giornalista del mensile Corriere mi chiede se possiamo appartarci un attimo per un'intervista. Scappiamo in un bar. Essendo che il protagonista di A perdifiato è un ex maratoneta professionista, questa volta, oltre ai soliti giornali, mi avvicinano anche le testate sportive. lo ogni volta spiego che non si tratta di un romanzo sportivo, che la corsa, là dentro, semmai è una fuga, ma insomma, mi diverto. Mezz'ora dopo rientro dagli Scalpellini tutto titubante, e invece, sorpresa, c'è un sacco di gente. Conto ottantadue seduti (uno dei tic, alle presentazioni, è contare le persone intanto che il presentatore parla). Conduce Franco Palmieri, attore, il quale apre l'incontro con un incoraggiante: "Io il libro non l'ho ancora letto, ma ve ne parlerà lui". Per fortuna in sala qualcuno l'ha letto. Una ragazza a metà incontro mi chiede perchè l'ho fatto finire come l'ho fatto finire e svela a tutti i presenti il finale. Vedo la libraia, dietro il banchetto in fondo, che ha negli occhi il mio stesso impulso suicida. E invece ci sbagliamo: alla fine firmo almeno una ventina di copie. La ragazza si ferma a mangiare la pizza e la perdono. Franco Palmieri mi porta in macchina fino a Mestre perchè ho perso l'Eurostar e perdono pure lui. Bologna, un successone.
Venerdì.
Sono a Pordenone. Io sono triestino ma vivo ormai da anni a Pordenone, quindi gioco in casa. Verrò presentato da due splendide ragazze, Sara Moranduzzo e Valentina Gasparet, a Palazzo Montereale-Mantica, roba del Settecento, non so se mi spiego. Verrà il sindaco, il deputato locale, assessori a iosa... praticamente uno scrittore di regime. Solo che all'ultimo momento si viene a sapere che D'Alema, in visita ufficiale per il Friuli, parlerà alla mia stessa ora in Fiera. Considerando che questa sera, a Pordenone, ci sarà anche Lella Costa (tra l'altro, ha cambiato le sue date pochi giorni fa), la Camera di Commercio, la Biblioteca Civica e gli altri organizzatori del mio superevento entrano nel panico. Pordenone non è Bologna. Non è che capitino tutti i giorni simili sovrapposizioni. Come se non bastasse, il giornale che state leggendo mi ha messo alle calcagna l'insuperabile Maki Galimberti, così ogni mio cedimento di mandibola è accompagnato da uno scatto della Canon. Alle nove passa la paura: la sala è gremita come non l'avevo mai vista, wow. Nell'assembramento per le dediche una ragazza davvero carina mi chiede: "Perchè hai scelto di far perdere Maura? Mi hai fatto soffrire tantissimo". Per me Maura è la vincente del romanzo, e poi la ragazza avrebbe dovuto farmi la domanda dalla platea, non lì mentre qualcuno in coda già comincia a mugugnare. Penso a quel "mi hai fatto soffrire tantissimo". In situazioni come questa, un famoso scrittore che conosco aggiunge il numero di telefono sotto la firma e dice: "Mi chiami, sarò lieto di risponderle con calma, magari davanti a un buon cherry". Madonna, quanto sono un dilettante.
Sabato.
Feltrinelli di Ferrara. Sedie vuote! Secondo il libraio la gente aspetta solo che io e Roberto Ferrucci, presentatore d'eccezione, ci mettiamo dietro il banchetto, e poi verrà. Noi, perplessi, ubbidiamo. Sembriamo quelli che fanno assaggiare il caffè nei supermercati. Ma attenzione, arriva un vecchio elegante e si siede. Arriva un'amica di Ferrucci e si siede. Cazzo, pubblico! Poi magicamente cinque clienti, lentissimi, sgranati, si degnano di aggiungersi. Ferrucci comincia: "Questa è la storia di sette splendide diciottenni ungheresi".
Cristo, non sembra la presentazione di un romanzo, questo al massimo è uno Speaker's Corner. Domani sarò à Feltre. Dovrebbe essere una domenica abbastanza facile. Ma già intravedo la lunga teoria di cerchietti rossi delle prossime settimane sul mio calendario mentale. Dopo Ferrara e Feltre, mi aspettano la Fnac di Verona, la Minerva di Trieste, la biblioteca di Volpago del Montello, e poi Udine, Milano, Torino, Genova, e cene con l'autore e colazioni con l'autore e un sacco di altre cose dove, in teoria, l'autore sarei io, e farò bene a convincermene, a provare un po' di training autogeno come le mie sette wonderbabies, perche altrimenti saltare dentro tutti questi cerchietti infuocati non sarà una cosa facile. E io vorrei arrivare in fondo al numero, con la criniera non troppo bruciacchiata.
20.07.03
Castelli : il dubbio e il tormento -------------------------
dal Salto del Canale
Il dubbio anima chi non ha elementi certi per le decisioni da prendere, mentre il tormento attanaglia chi si sente costretto a decisioni di cui non si è pienamente convinti. Se le sentenze dovrebbero escludere ogni ragionevole dubbio per essere emesse, così dovrebbe essere anche per ogni altra decisione capace di influire sul destino di una vita umana. La presenza, invece, di dubbio o tormento dovrebbe condurre alla logica conseguenza di permettere a chi ne ha facoltà (il presidente della Repubblica) di valutare la possibilità di riesaminare decisioni (e sentenze) da altri già prese. Non certo il contrario.
Ecco il testo dell'articolo pubblicato su "La Padania", in relazione al "caso Sofri":
"Credo sia comprensibile per chiunque il dubbio ed il tormento che accompagna un uomo quando ha nelle mani il destino di un altro uomo.
Il combinato disposto degli articoli 87 e 89 della Costituzione e l'articolo 681 del Codice di Procedura Penale è chiaro: spetta al Capo dello Stato concedere la grazia ai condannati, ma ciò può essere fatto solo su proposta del Guardasigilli che se ne assume la responsabilità politica. Una sorta di concerto dunque, nel quale se il Ministro non propone la grazia, il Capo dello Stato non può concederla sua sponte.
Da tempo si è fatta assai pressante un'azione a vasto raggio affinché il Guardasigilli si attivi per proporre la grazia per il detenuto Adriano Sofri, condannato con sentenza 2 maggio 1990 dalla Corte d'Assise di Milano, confermata dalla Corte d'Assise d'Appello di Milano in data 11 novembre 1995, divenuta irrevocabile il 22 gennaio 1997 alla pena di 22 anni di reclusione, di cui 2 condonati, in quanto ritenuto colpevole di concorso in omicidio del Commissario Luigi Calabresi, avvenuto a Milano il 17 maggio 1972.
Ho meditato a lungo e in solitudine su questo tema, in solitudine sottolineo, perché questa è una decisione della quale porto, ai sensi della legge e della Costituzione, l'intera responsabilità, nel caso decida di non avanzare la domanda di grazia. Ieri sono salito al Quirinale per esporre al Presidente Ciampi la mia determinazione. Determinazione che ho cercato di raggiungere prescindendo da tutte le dichiarazioni, molte delle quali decisamente sopra e fuori dalle righe, che molti hanno rilasciato, cercando di attenermi a considerazioni istituzionali.
Innanzi tutto i fatti. Primo fatto: nella mattina del 17 maggio 1972 il Commissario Calabresi viene raggiunto da un sicario che lo uccide con due colpi di rivoltella, uno alla nuca e uno alla schiena. Un omicidio particolarmente odioso, sia perché premeditato ed eseguito a sangue freddo a mo' di esecuzione (Calabresi era accusato dalla sinistra di essere il responsabile della morte dell'anarchico Pinelli), sia perché particolarmente vigliacco.
Secondo fatto: Adriano Sofri venne riconosciuto essere il mandante dell'omicidio e condannato in qualità di concorrente nel reato, per avere programmato e deciso l'esecuzione dell’omicidio, nonché per avere fornito attività di ausilio prima e dopo la consumazione del delitto. La sua colpevolezza venne riconosciuta e confermata in ben sette gradi di giudizio e anche la Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo, lo scorso 11 giugno, ha respinto il ricorso presentato contro lo Stato italiano da Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. Ergo, siamo obbligati a considerare Sofri colpevole di un delitto particolarmente odioso e vigliacco.
Terzo fatto: Sofri non ha mai chiesto la grazia. Eppure il pentimento del reo e la richiesta da questi avanzata della grazia è un dato fondamentale nella valutazione della sua concessione. Certo la motivazione per cui Sofri non la chiede è coerente. “Poiché mi dichiaro innocente non posso chiedere la grazia”. Ma, ribadisco, se vogliamo, se dobbiamo avere fiducia nella Magistratura, se davvero e non solo in funzione della convenienza politica la Legge deve essere uguale per tutti, Sofri è colpevole al di là di ogni dubbio.
In questo ambito è un dato che la richiesta avanzata dal reo diventa condizione necessaria anche se non sufficiente ai fini della concessione della grazia. Questi sono i fatti che definiscono le condizioni al contorno del teorema.
Quale deve essere pertanto la mia decisione alla luce di quanto sopra esposto? In Italia ci sono oggi 8317 detenuti per omicidio o tentato omicidio. Perché tutti devono essere ignorati tranne Sofri? Perché è necessario dibattere solo di questo delitto? Perché solo a lui è importante concedere la grazia? I maliziosi potrebbero rispondere dicendo che Sofri è sodale fino dalla gioventù con molti che oggi costituiscono la classe dirigente italiana ed europea. Ciò spiega lo schieramento trasversale che lo sostiene. Schieramento variegato con un unico preciso tratto comune: l'appartenenza in gioventù a schieramenti di sinistra. Qualche isolata eccezione non fa che confermare questa regola.
Un argomento necessariamente irrilevante per il Guardasigilli. Tralascio le aberranti motivazioni espresse da molti secondo le quali Sofri merita la grazia perché “raffinato intellettuale”. In affermazioni di questa natura sta tutto il razzismo e il classismo della sinistra postmoderna. Dico che caso mai ciò è un'aggravante. Infatti molti delitti vengono commessi da emarginati sociali, perdenti nella gara della vita, persone poco attrezzate intellettualmente, socialmente ed economicamente. A costoro bisogna riconoscere tutte le attenuanti del caso, a chi invece è attrezzato intellettualmente e culturalmente va riconosciuta la capacità di essere pienamente consapevole dei propri reati e quindi di non avere agito in stato di necessità, cosa che rende il delitto ancora più grave.
Un altro argomento avanzato dai sostenitori della grazia è che ormai è passato molto tempo e quindi non vi è più la motivazione del castigo. Argomento sicuramente fondato, ma allora esso vale a maggior ragione per delitti ancor più antichi, sui quali invece si invoca, credo giustamente, il più grande rigore.
Molti affermano che Sofri è un altro uomo, ha fatto un percorso di redenzione, sarebbe più utile alla società libero piuttosto che detenuto. Da parte mia riconosco le sue doti culturali e intellettuali e sono fortemente convinto che abbia seguito un percorso di redenzione. Ritengo pertanto che debba usufruire di tutte quelle fattispecie premiali che la legge prevede. Ma tutte queste motivazioni non mi convincono ad assumere un atteggiamento positivo nei riguardi di chi non chiede la grazia. Per coerenza o per arroganza? Mi dispiace profondamente per Sofri, come per tutti coloro che soffrono nei penitenziari, ma il Ministro della Giustizia non può essere governato solo da sentimenti di umana pietà. È suo preciso dovere avere una visione globale della questione.
In questo caso non può prescindere dalle inderogabili esigenze che i cittadini esprimono: sicurezza, certezza del diritto, certezza della pena, profonda convinzione che un giudizio giusto deve guardare la bilancia, ma non può non brandire la spada.
Pertanto, sono giunto alla determinazione di non trasmettere al Presidente della Repubblica la pratica relativa alla domanda di grazia di Adriano Sofri, assumendomi in prima persona la piena responsabilità di questo atto. Di ciò ho reso edotto ieri, per doveroso rispetto istituzionale, per primo il Presidente Ciampi, che di cuore ringrazio per l'attenzione con cui ha ascoltato le mie argomentazioni. Mi rendo conto che così facendo avrò contro tutto l'establishment mediatico del Paese, ma ciò mi impone la mia coscienza di fare. Resta comunque per me un mistero il fatto che tutta questa mobilitazione non si sia coagulata durante la scorsa legislatura, quando queste determinazioni sarebbero potute essere assunte da Guardasigilli appartenenti a quella sinistra che ora si rivolge, alcune volte in termini cafoni, a me affinché io faccia ciò che loro non hanno voluto fare. È ora che a questa domanda si dia una risposta.
Più in generale, credo che la sinistra abbia il dovere di dire al Paese perché tenta continuamente di criminalizzare questo Ministro della Giustizia in materie politiche di clemenza oggi chieste a gran voce, ma mai poste in essere dai governi dell’Ulivo. Mi riferisco evidentemente alla vexata quaestio dell'indulto o dell'indultino. Né si dica che il numero dei detenuti è aumentato rispetto alla gestione Fassino perché non è vero. Non dico tutto ciò per polemica politica ma perché credo sinceramente che su temi che hanno a che fare con la sofferenza umana, di Caino ma anche e soprattutto di Abele, non si possano mettere in campo furberie tattiche o strategiche.
Quale può essere il cammino da percorrere? Per quanto mi riguarda, se dovessi verificare che il Governo nella sua collegialità, è di parere diverso dal mio, non avrei alcuna difficoltà a mettermi da parte. Gli uomini della Lega hanno sempre dimostrato di non essere attaccati alle poltrone. Cito un'altra possibilità che però in questa circostanza mi pare un caso di scuola: se lo schieramento pro Sofri in Parlamento è così vasto, è sempre utilizzabile lo strumento della sfiducia individuale. Esiste già un precedente in materia.
Infine, vorrei partire da un argomento che fino ad ora ho tralasciato ma che mi pare l’unico serio. Mi riferisco a quanto evocato anche da Galli della Loggia su Panorama di ieri: si tratta di chiudere un'epoca, quella del terrorismo di varia matrice. Dissi in un'intervista sul Corriere della Sera il 14 novembre 2002 in occasione della visita del Papa alla Camera e voglio ribadirlo oggi. La storia della Repubblica è stata attraversata da momenti di lotta politica extraparlamentare alcune volte incruenti, spesso tragici.
La cronaca attuale ci racconta di scontri istituzionali che non giovano a nessuno ma offuscano l’immagine del Paese. Istituzioni fondamentali rischiano di perdere o hanno già perso ogni credibilità, lo scontro politico si sta imbarbarendo sempre più. Occorre davvero un atto di pacificazione. Allora dissi che esso poteva essere un’amnistia, destinata a chiudere un’epoca e ad aprirne un’altra in cui tutti, istituzioni e forze politiche si legittimassero reciprocamente. Dico per inciso che il cosiddetto indultino rappresenta invece, a mio parere, una dichiarazione di resa da parte dello Stato e non risolverà, se non per pochi mesi, alcunché. In questo quadro credo possano collocarsi anche provvedimenti di grazia per i protagonisti di stagioni cruente che riteniamo superate e quindi anche per Sofri e, inevitabilmente, per Bompressi, ma non solo per loro. Mi rendo conto che questa proposta presuppone che molti debbano fare un passo indietro e rinunciare a precisi piani ma, per quanto mi riguarda, sono sempre più convinto che questa sia l’unica soluzione. Quale accoglienza avrà questa mia proposta? Non mi faccio illusioni, ma essa va testardamente portata avanti con il pessimismo della ragione e l’ottimismo del cuore."
18.07.03
Il Club del Sabato - 4 -------------------------
un week-end al... blog
Ho da farvi leggere delle parole.
My way
Il dolore che non è affatto mai troppo banale, ti stringe con cura e ferocia le budella. Quel tanto che basta da tenerti appeso ad un esile filo di barbarie. Il dolore è un confino dal quale non si ha mai riscatto. Ecco cos'è il dolore.
La gioia invece nasce dalla finzione.
Delle volte vorrei spalancarle completamente queste benedette persiane che fanno così ombra nella mia vita. Vorrei sentirmi un po' meno fuori luogo.
Sono le parole di Marco, l'uomo nel quadro. Se qualcuno ne vuol parlare...
17.07.03
Evidenza -------------------------
Manilo ha aggiornato lettere in ombra...
16.07.03
Il rispetto, perbacco! -------------------------
di MaleMele
Il rispetto, manca il rispetto! Non capisco, tutti vorrebbero essere trattati con rispetto, ma non conoscono questo concetto quando si trovano a dover instaurare un seppur minimo rapporto con il prossimo… Perché?
Perché se desideriamo di essere considerati dignitosamente da coloro che ci stanno attorno, non riusciamo noi stessi ad essere coerenti con le nostre esigenze? Questo mi fa impazzire: la contraddittorietà nelle persone mi fa perdere qualsiasi stima. Siamo tutti bravi a pretendere rispetto, a non farci fregare o prendere in giro, a esigere considerazione, a prediligere addirittura la venerazione, ma quando dobbiamo gestire i rapporti umani con coloro che ci vivono attorno, la prima esigenza, quasi fisiologica, è quella di scansarci da chi, sappiamo, possa richiederci qualcosa. No, no… Non esiste dottore o professore che regga, del quale si debba avere considerazione, se questo stupido titolo, non è anche emblema di coerenza, di educazione, riguardo, tatto e discrezione. Ma chi vi credete di essere?? Si dico a voi, a voi che pensate di avere il mondo in mano, solo perché questo mondo vi ha re-ga-la-to un po’ di potere. Cosa? Velo siete guadagnato il vostro potere?? Peggio!! Significa che lo avete ottenuto senza essere istruiti sul principale rudimento: il rispetto per l’appunto!! Sapere che vi dico miei cari dottori e professori, vi dico che spero che tutto vi si ritorca contro, che impariate a suon di bastonate cosa significhi non trattare le persone con un po’ di decenza. Un consiglio: cercate di perdere un po’rispetto anche per voi stessi, ci fareste un gran regalo, magari vedremo svanire un po’ di boria dalla vostra pancia gonfia di aria stantia e soffocante. Ci vuol capire capisca, degli altri comunque non me ne dolgo affatto….
I figli -------------------------
Avevo posto agli amici del Club del Sabato una domanda riguardante l'amore verso i figli. Tra le risposte pervenute vi segnalo questa di emotioned.
Quand'ero piccola e mi chiedevano cosa volevo fare da grande, io rispondevo "la mamma".
Non so da dove veniva il mio desiderio così impellente di maternità. Ma so che c'era, che c'è sempre stato.
Quand'è nato mio figlio 7 anni fa, la prima cosa che ho pensato è stata che il legame di sangue non esiste.
Io lo guardavo e pensavo "Boh ! strano".
"Ci sono persone che dicono che i figli del loro sangue saprebbero riconoscerli fra mille.
Io l'ho tenuto per 9 mesi nella mia pancia e se non l'avessi visto uscire fuori, e se me ne avessero dato un altro, sarebbe stata la stessa cosa".
Poi all'improvviso mi sono ricordata di una frase ripetuta costantemente da mia madre : "l'amore per un figlio cresce con il tempo, mentre cresce lui stesso".
E con il trascorrere dei giorni e della vita insieme a quel cucciolo ho cominciato a capire.
Quell'amore cresce mentre gli si dà da mangiare, mentre gli si pulisce il sederino, mentre ci si alza di notte perchè piange.
Mentre lo si guarda sorridere per la prima volta, camminare per la prima volta, dire le sue prime paroline.
E quando lui soffre, ogni volta che soffre, senti una cosa dentro al centro del petto, come una lama.
E vorresti soffrire al suo posto.
E ogni volta che rischia di battere la testa da qualche parte vorresti tenerlo, pur di non vederlo con la testa rotta.
Perchè ogni volta che sta male lui, stai male anche tu.
Perchè lui ha bisogno di te. Ma anche tu hai bisogno di lui.
Ho provato in alcuni momenti bui a immaginare la mia vita senza mio figlio, se dovesse un giorno accadergli qualcosa.
E ho sentito che la mia vita non avrebbe piu' senso.
Che potrei sopportare qualsiasi altra perdita, ma non questa.
Potrei sopportare di perdere i miei genitori. Di perdere alcuni amici. Di perdere il lavoro. Di perdere la casa.
Di perdere persino il mio "angelo". E ne soffrirei come un cane, ma avrei sempre un motivo valido per vivere ancora : mio figlio.
Sono una donna forte. Non mi spaventa l'idea di morire. Mi spaventa soltanto l'idea che mio figlio possa avere bisogno di me e io possa un giorno prematuramente non esserci piu'.
Ma questi sono pensieri tragici... lo so.... pero' ogni tanto mi vengono :-)
Per tornare alla domanda di Pietro, non so perchè. So solo che per me è così. E che non esiste null'altro di paragonabile.
15.07.03
Interludio - 6 -------------------------
Aspetto
Eppure aspetto
riverso
nel trono delle speranze.
Il capo chino
ciondola intorpidito,
aspetto
segnali vani.
Mi ridesto
sempre
ed il sogno è lo stesso,
volti i dì
passo
nel mestiere solitario
d’aspettare e sentire.
Disillusi e offesi
boccheggiamo esausti
nella riva e tra le acque
dalla vita in su
e cielo, cielo,
dalle braccia in giù.
di Manilo B.
Roberto Rilletti: Rillo Blog -------------------------
Intervista di Pietro B.
Il tuo sito-blog inizia con una dedica a tua moglie:
Devo innanzi tutto dedicare questa prima release a Eva, mia moglie, che nonostante la giornata non fosse delle più leggere (Samuele oggi si è rotto un braccio), ha fatto si che ciò che leggete sia online.
In uno degli ultimi post riparli di tua moglie insieme alle parole "famiglia", "baci", "bimbi", "casa mia". Le poche pagine che ho letto del tuo blog mi hanno poi trasmesso serenità. I toni sono pacati, le riflessioni misurate. Condividi queste considerazioni ? E cos'è che aggiungeresti?
A mia moglie devo molto altro che non il blog e la ricorrenza degli
argomenti di cui scrivo è fin troppo motivabile con una vita che si potrebbe definire normale, se non fosse unica in quanto mia.
Ho una famiglia, due figli e dedico loro quasi tutto il tempo che avanza dal
lavoro, sono loro il mio pane quotidiano.
...leggi tutto...
14.07.03
Il Club del Sabato - I figli -------------------------
Invito tutti gli amici del Club del Sabato a riflettere su una domanda e, possibilmente a rispondere... con il cuore.
La domanda è questa...
Perché l'amore verso un figlio (o una figlia ovviamente) è così speciale? E perché è impossibile da paragonare a qualsiasi altro tipo di affetto?
13.07.03
Il dovere di Blair -------------------------
di Robin Cook*
[da il manifesto del 12 Luglio2003]
Tony Blair respinse lo scorso marzo come «palpabilmente assurda» l'asserzione che Saddam Hussein non possedeva armi di distruzione di massa. Questa settimana il suo governo ha invece ammesso che l'asserzione viene accettata come autentica. E' la giustificazione della guerra, adesso, che sembra «palpabilmente assurda». La gravità di questa ammissione si può afferrare solo ricordando il contesto in cui il parlamento votò per la guerra.
L'alternativa al conflitto armato era di lasciare che gli ispettori dell'Onu finissero il loro lavoro, e Hans Blix aveva promesso che gli sarebbero serviti soltanto pochi mesi per completare le tappe fondamentali del loro lavoro sul disarmo. Per convincere il parlamento a non attendere pochi mesi ma scegliere l'invasione immediata era essenziale mettere in risalto l'urgenza della minaccia. Da qui il colorito passaggio nel discorso del primo ministro su Saddam, «un pericolo reale e imminente per la Gran Bretagna».
Ma una minaccia urgente implica armi reali. Così ci hanno assicurato che Saddam le possedeva e che alcune erano pronte a colpire in 45 minuti. Se avessimo saputo che tutte quelle sicurezze sarebbero diventate «inoperative», per usare la celebre definizione di Nixon sulle sue bugie, la necessità di fare in fretta si sarebbe sbriciolata, come l'intera operazione per la guerra costruita su questo assunto. Niente armi di distruzione di massa, niente giustificazione per la guerra.
Prevedo che assisteremo presto a sforzi decisi per spostare la giustificazione della guerra dal disarmo al cambio di regime. E mi aspetto che l'industria editoriale di governo darà presto alle stampe un pesante volume che dettaglierà i risultati delle interviste con gli scienziati iracheni.
Ma in parlamento l'argomento decisivo per combattere non era un dossier che il governo avrebbe scritto meglio sei mesi dopo la guerra. I parlamentari non avrebbero votato l'impegno di truppe britanniche per questo. Avrebbero detto al primo ministro di lasciar lavorare gli ispettori in Iraq, senza bisogno di una guerra.
La cosa veramente sorprendente non è scoprire che Saddam non aveva le armi di distruzione di massa, ma che i ministri caschino dalle nuvole di fronte alle difficoltà nel trovarle. Hans Blix ha già raccontato come ogni verifica su un sito indicato dall'intelligence occidentale finiva con un buco nell'acqua. Quando Donald Rumsfeld confessa che non c'è alcuna nuova prova eclatante che Saddam possedesse armi di distruzione di massa, non fa che confermare ciò che un attento lettore del famoso dossier britannico avrebbe potuto scoprire da solo.
I commenti di Rumsfeld sulle radici della guerra servono a mettere in luce le tangibili bugie della posizione britannica. E' stata una guerra costruita a Washington, sostenuta da un gruppo di neo-conservatori e voluta ostinatamente per ragioni di strategia internazionale e politica interna americana. Ciò che ha l'ha resa inevitabile non è stata certo una minaccia crescente dell'Iraq ma un cambio al potere negli Usa. E le armi di distruzione di massa non sono mai state la preoccupazione principale dell'amministrazione Bush, al contrario di come la faccenda è stata presentata in Gran Bretagna per convincere il parlamento dell'urgenza della guerra.
La croce politica di Blair consiste nel fatto che la decisione di andare in guerra per provare il fatto che noi britannici siamo buoni alleati degli Stati uniti è stata solo sua. Con lealtà il ministro degli esteri Jack Straw difende quella decisione, ma nessuno che conosca un po' il Foreign office ha mai pensato che l'abbia sponsorizzata. E gran parte dei membri del governo hanno mantenuto un minaccioso silenzio sulla guerra, essendo abbastanza consapevoli da capire quanti danni avrebbe provocato all'esecutivo tra i suoi stessi sostenitori.
Tony Blair deve a chi lo sostiene una sincera ammissione che non c'è mai stato un pericolo reale e imminente, l'apertura di un'inchiesta su ciò che non ha funzionato e una scelta chiara e risoluta: aumentare la distanza tra lui e quel gruppo di neo-cons che circonda la Casa bianca.
[*Ministro di Blair, Robin Cooksi dimise pochi giorni primadell'inizio della guerra in Iraq.Copyright The Independent ]
12.07.03
Interludio - 5 -------------------------
Areale
Via acque
da corpo e fato
liberate tale fardello
che vola, che va e vaga
fluido fui ma d'un dì lontano
aria e polvere di granelli gravano
ora macigni d'ancora su esili chiglie
d'impeto areale leggiadro il pensiero sferza
sogno d'un sogno in un sogno scorgo tele e raggi
e so e già fui e vissi e amai tenue ondivago di echi riflessi
qui o li e attraverso ma perché e per chi?
Manilo B.
11.07.03
Il Club del Sabato - 3 -------------------------
un week-end al... blog
Puntuale riecco l'appuntamento settimanale. Fatevi sotto...
Qui a Modena questo fine settimana si preannuncia asfissiante. Io sono alle prese con un nuovo computer visto che il muo vecchio portatile mi sta per abbandonare e con la Telecom visto che volevo attivare Alice ADSL.
Possibile che in Italia le cose devono funzionare sempre allo stesso modo cioè malissimo? Gli operatori che ti rispondono sembrano fare di tutto per conforderti le già poco chiare idee, quando non si smentiscono l'uno con l'altro.
In ogni caso, adesso è Sabato e mi consolo leggendo i vostri bei interventi che hanno perfettamente colto lo spirito del Club del Sabato.
Aggiornamento dell 23:00 del 13/7
Beh insomma, oggi si è andati un poco sopra le righe. Il CdS è vivace, buon segno. E buon segno sono soprattutto i tanti spunti che si possono trarre da ogni singolo intervento. Alla prossima!
09.07.03
Due interventi di Adriano Sofri -------------------------
L'auto all'idrogeno e pronta dopodomani
Testimonianze e riflessioni sulle idee vincenti e le occasioni perdute dall'industria italiana.
Con qualce modesta proposta per salvare la specia umana dai veleni dell'inquinamento.
[ da Panorama 3/7/2003]
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L'apocalisse suonerà il clacson
Torno a parlare di inquinamento e di collasso da traffico. L'auto condivisa, sperimentata in Germania, Paesi Bassi e Svizzera, sara forse l'ultima spiaggia. Per almeno tre buoni motivi.
[ da Panorama 10/7/2003]
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Chiedo scusa per i numerosi errori di battitura. Cercherò di eliminarli nei prossimi giorni. Mi sembrava utile pubblicare gli articoli anche se ancora non del tutto corretti.
L'auto all'idrogeno e pronta dopodomani
Testimonianze e riflessioni sulle idee vincenti e le occasioni perdute dall'industria italiana.
Con qualce modesta proposta per salvare la specia umana dai veleni dell'inquinamento.
di Adriano Sofri
Di nuovo si e parlato in questi giorni della Fiat, che ha presentato suo piano di rilancio alle banche, e un suo nuovo modello, Ypsilon, al pubblico, con un film promozionale di Gabriele Muccino, perche il rilancio deve partire dall'immagine e non so che altro. A me dispiace che la Fiat non vada forte, e mi dispiace piu francamente per le decine di migliaia di operai della Fiat e dell'indotto che finiscono "fuori mercato". Però penso anche che la riduzione assoluta nel numero di automobili circolanti e nel loro consumo di energia vada considerata come un obiettivo decisivo per una riparazione ecologica (e civile e psicologica) del mondo in cui viviamo. I paesi piu ricchi hanno ridotto la natalità indigena, fino a un andamento negativo: pero hanno continuato a moltiplicare le automobili. Così c'e sempre meno spazio, in tutti i sensi.
Sulla crisi della Fiat, e poi dell'intero sistema dell'auto, e poi dell'intero pianeta avevo letto sulla bella rivista mensile Una citta (la consiglio a tutti: si stampa a Forlì, si vende nelle libreria Feltrinelli) un'intervista con famoso fisico Mario Rasetti, che insegna al Politecnico di Torino dopo aver presieduto il Gruppo di struttura della materia del Cnr. Vorrei divulgarla, spero che non gli dispiaccia. Rasetti deplora il lungo disinteresse del management Fiat per la ricerca e i suoi complementi, l'innovazione e lo sviluppo. Fa alcuni esempi. Per esempio, il centro ricerche della Fiat ha inventato, dice, "una cosa enorme ,grandiosa, il common rail, che stanno usando tutti dalla Mercedes alla Tayota": ma alla Fiat non e venuta neanche una lira, perché i suoi dirigenti non vollero finanziare, come chiedevano i ricercatori, il brevetto. Tutto il mondo usa gratis il common rail. Per la verità , io non so che cosa sia il common rail: ma l'esempio mi ha fatto impressione lo stesso. Del resto e lo stesso Romiti, festeggiando i suoi ottan'anni con Gian Antonio Stella, a dire al Corriere: "Ma lei sa com'era la Fiat quando arrivai, nel 1974? Le impiegate non potevano vestire di rosso, né portare i pantaloni, né le scarpe a punta... Tutta la contabilità era ancora fatta a mano, dalle segretarie".
Dice Rasetti che ven'anni fa Francesco Ciafaloni (che è un geniale e poliverso signore molisano di Torino, e un mio caro amico) andò a trovarlo, in un'analoga stagione di crisi della Fiat, e gli propose di scrivere qualcosa sull'auto elettrica, che stava a cuore ai sindacati. Rasetti disse: "Faccio il fisico teorico: non so niente di auto elettriche". Poi però si informò e non solo scrisse un articolo, ma inventò su due piedi un suo modello di auto elettrica (a questo punto della lettura la mia soggezione è diventaya verde). Insomma: condensatori elettrici grandi come una mela invece della batteria da mezza tonnellata, vernici semiconduttrici per raccogliere l'energia solare, un motore per ogni ruota pilotato dal computer e cosi via. La Fiat si offese per l'articolo e per l'invenzione, perché passava per scema. Un po' scema era, dato che vent'anni dopo le Panda elettriche che il Commune di Torino fa circolare in centro tengono si e no due passegeri stretti "perche sono tutti pieni di batterie: in pratica, portano a spasso batterie".
Rasetti ne deduce che c'è un'intera classe dirigente che non ha alcuna sensibilita per la conoscenza e la ricerca. Tant'è vero, dice, che abbiamo distrutto l'industria elettronica, che un quarto di secolo fa competeva con la Ibm, e la chimica, e ora perdiamo l'auto. E poi, dice, fra università e industria c'è una mutua ignoranza: lui ha vissuto 15 anni America e ha visto, dice, come al Mit di Boston ricercatori universitari e industriali stessero insieme fino a confondersi (sono gli stessi temi sui quali e appena uscito da Einaudi uno svelto saggio di Luciano Gallino, La scomparsa dell'Italia industriale).
L'auto a idrogeno, dice Rasetti, "si puo fare dopodomani". Anzi la General Motors ne ha gia fatta una "stupenda". Ma restano i problemi tecnici della produzione e dei servizi: l'idrogeno non si puo distribuire dalle pompe di benzina, per esempio. D'altra parte l'auto, cosi com'è, è arrivata comunque al capolinea. In molte citta italiane e del mondo bastano tre giorni senza vento per impedire alle auto di circolare. E l'impatto delle energie tradizionali sull'ambiente diventa insostenibile. E l'acqua costerà più della benzina."Siamo riusciti a cambiare il clima". Anche il solare, dice Rasetti, non funzionerà: "Se io assorbo l'energia che deriva dal Sole e non la riemetto più, come fa la Terra di notte, perche l'ho trsformata in energia elettrica e portata da un'altra parte, è chiaro che sconvolgo l'equilibrio climatico".
L'unica soluzione, dice, è nel cambiamento del nostro modo di vita, a cominciare dai trsporti. Allo stato attuale e chiaro che la specie umana si estinguera molto piu rapidamente dei dinosauri. Loro vissero 160 millioni di anni, prima che la polverrisazione di un meteorite grande come New York impedisse per una decina d'anni alla luce del sole di filtrare nell`atmosfera. Gli umani stanno sulla Terra da 3 milioni di anni e sono gia in vista della catastrofe. Al tempo della crisi energetica, si penso che il costo della benzina sarebbe bastato a scoraggiare l'assurdita dei consumi automobilistici: l'auto usata per andare a comprare il giornale a 200 metri da casa.
Quando la benzina costera 1.000 lire al litro, si diceva... Ha superato le 2 mila lire: e niente. Rasetti pensa che siamo vicini a una brusca "transizione di fase", a una diacontinuita brutale in senso catastrofico. Magari si sbaglia. Anche lui si augura di sbagliarsi, immagino. La prossima volta riferirò che cosa pensano del destino dell'automobile, e del pianeta, altre persone che hanno pensato molto.
[ da Panorama 3/7/2003]
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L'apocalisse suonera il clacson
Torno a parlare di inquinamento e di collasso da traffico. L'auto condivisa, sperimentata in Germania, Paesi Bassi e Svizzera, sara forse l'ultima spiaggia. Per almeno tre buoni motivi.
di Ariano Sofri
Per una volta continuo la puntata scorsa, in cui avevo liberamente riassunto le allarmate opinioni di Mario Rasetti, famoso fisico nucleare e persona decisamente di spirito. Si trattava della Fiat e dei suoi guai, e della eventuale catastrofe planetaria disegnata dal modello di sviluppo fondato sull'auto. Questa volta riassumo, altrettanto liberamente, le opinioni di Guido Viale, che ha impiegato gli ultimi anni a studiare questioni essenziali e oscuramente connesse, come i rifiuti e 1e automobili private. Attingo di nuovo alla rivista forlivese Una citta e torno a consigliarla.
Viale pensa che, fatta eccezione per tragedie come la Shoah o la bomba atomica, il Novecento possa esser considerato come il secolo dell'automobile. Il fordismo ha informato tutti i settori dell'economia, dell'amministrazione pubblica e dello stesso lavoro intellettuale. A sua volta, il paesaggio e stato segnato ovunque dall'auto, le cui strade, a differenza delle ferrate, non sono costrette in itinerari fissi. Così le città, in cui l'auto ha fatto esplodere gli spazi della socialità pubblica, piazze e vie, nel nostro vecchio mondo e in quello nuovo, dove l'auto resta la misura della promozione sociale. L'auto ha segnato la pace, e rivoluzionato le guerre, moltiplicando la mobilità dei mezzi meccanizzati, e mettendo al centro dei conflitti il petrolio.
L'auto privata e stata il più forte simbolo di libertà personale. Libertà e mobilità sono sorelle e la velocità è loro cognata. Finché il traffico non la ha rovesciate nel contrario: persone ferme e imbottigliate negli ingorghi. Se il modello dell'auto privata, quello che ha prevalso tra noi, si estendesse alla Terra intera, bisognerebbe immaginare poco meno che un'auto per ogni umano vivente. E il traguardo cui si lavora, benche si sappia che la fine del mondo arriverebbe molto prima.
L'industria dell'auto ha dalla sua la quantita di lavoro che continua a fornire, e che agisce come un ricatto su ogni progetto di conversione dei consumi e dei modi di vita. Succede cosi, ancora con la Fiat, che a ogni crisi si riduce l'occupazione, e ci si propone di incrementare la produzione. Ha dalla sua anche i costi altissimi della transizione a un sistema di trasporti pubblici collettivi. E infine, forse soprattutto, l'attaccamento delle persone alle loro abitudini. L'Italia ha uno dei tassi di motorizzazione (si chiama cosi, scusate) piu alti del mondo: un'auto ogni 1,7 abitanti. La stessa proporzione degli Stati Uniti, che hanno un territorio 30 volte maggiore.
Viale confida in una mobilità flessibile, favorita dall'informatica e dalle telecomunicazioni. Finora l'informatizzazione è stata riservata ai comandi e agli accessori del veicolo privato, a modi di guida automatici, e semafori "intelligenti" e sistemi di governo del traffico. L'idea è che uno vada in auto all'inizio di un tracciato e si faccia agganciare dal sistema, che lo condurrebbe via senza piu un suo intervento. Per non annoiarsi guarderà la tv, o si dedicherà ai videogiochi. Prospettiva che a Viale sembra una pazzia (anche a me: ma io non ho neanche la patente). A lui sembra invece buona l'idea dell'auto condivisa.
L'auto condivisa avrebbe diverse modalità. La prima, piu ovvia, è di dividere in quattro o cinque persone la stessa vettura sui percorsi abituali. Una più complicata e la disponibilità di auto da usare solo per il tempo e gli scopi necessari (una familiare, o un furgone e così via e da lasciare a disposizione per il resto, nei parcheggi, finendola con le auto parcheggiate lungo tutte le strade (e i marciapiedi: si calcola che fra tutte le auto cucolanti a Milano nei momenti di punta, siano fra un terzo e la metà quelle che girano in tondo alla ricerca di un parcheggio!). Infine, il taxi collettivo, organizzato in modo da servire piu persone in percorsi compatibili (ne vidi una versione, tutt'altro che organizzata e prenotabile, a Teheran, dove ci si ammucchia selvaggiamente nei taxi, senza alcun riguardo alla promiscuita dei sessi).
Queste novita affiancherebbero le linee pubbliche, liberate cosi sia dall'intralcio enorme costituito dai parcheggi ubiqui, sia dall'eccesso dei costi per servizi collettivi in orari e zone in cui gli utenti sono pochi.
Credo che Viale non sottovaluti la difficoltà dei cambiamenti cui mira. A incoraggiarlo, immagino, è l'assurdita della situazione attuale. Lui non ce l'ha con l'auto e la mobilità. La mobilità, dice, è un elemento centrale dei diritti di cittadinanza. Compresi i giovani delle periferie che vogliono andare in centro o in discoteca e non hanno un'auto, né mezzi pubblici negli orari giusti. Però l'epoca dell'auto e buon mercato è finita, e il modello delle auto private escluderà un numero crescente di persone. Per esempio, il bando alle auto non catalizzate esclude tutti coloro che non possono permettersi una nuova auto.
La mobilità è una funzione sociale, per esempio, fra l'abitazione e il luogo di lavoro, è un diritto di democrazia. Spostarsi, conoscere, vuol dire avere più forza e autonomia. Ci sono esperienze significative di auto condivisa in Germania, in Svizzera, nei Paesi Bassi, e di taxi collettivi per gli aeroporti, che riducono fortemente la spesa per passeggero. Quanto all'auto a idrogeno, Viale non riesce a crederci, non per i prossimi decenni almeno. Il problema principale dell'auto privata, dice, non e l'inquinamento, ma l'occupazione dello spazio, e l'idrogeno non lo risolverebbe.
Qui finisce il mio compendio: chissà se siete più o meno pessimisti di prima. Ammesso che abbiate avuto voglia di leggere la mia pagina, e non siate in coda su un'autostrada: buona vacanza, comunque.
[ da Panorama 10/7/2003]
07.07.03
Stupido a chi? -------------------------
di Leonardo
Gentile Francesca Reboli,
chi le scrive non è nessuno in particolare.
Sono solo l’autore di un blog (niente indirizzo, dopo le spiegherò) che, per il fatto di avere ormai trenta mesi di età e trecento accessi al giorno (niente di eccezionale, davvero), si sente un po’ preso in causa dal suo servizio sull’Espresso, “Stupido Blog”.
Leggendo il suo articolo, infatti, mi sono reso conto di fare parte di un élite autoreferenziale e narcisista, una lobby di “pionieri del blog” che occuperebbe uno spazio prezioso “citandosi addosso” in “un gioco sterile di rimandi reciproci”.
Beh, sono accuse gravi. E non del tutto infondate.
È quello che le ha detto lo scrittore Tiziano Scarpa, che le ha ribadito il critico Giuseppe Genna e il giornalista Stefano Porro. Al confronto, io sono davvero un signor Nessuno, anche se incidentalmente il mio blog è più linkato dei loro. Credo però di avere diritto a una replica.
Gentile Francesca Reboli, nel suo articolo lei paragona la scena blog mondiale a quella italiana.
Dice: in America c’è fior di giornalisti che usano i blog per fare informazione, in Italia no. Vero. Ma la colpa non è nostra. La colpa è dei tanti giornalisti italiani che non ha ancora preso confidenza con il tasto Publish. Perché alla fine tutta l’incredibile tecnologia dei blog si riassume in questo: un tasto che ti consente di pubblicare subito. Il blog è uno strumento semplicissimo da usare: perché i giornalisti non lo usano ancora? È un piccolo mistero. In realtà, ci sono anche ottimi giornalisti che nel dopolavoro tengono blog indipendenti, dove scrivono cose notevoli: potrei citargliene una manciata, ma non lo farò. Ho deciso che non le darò nessun indirizzo stasera. Alla fine capirà il perché.
Dice: in Iraq c’è chi ha postato sotto i bombardamenti, in Italia no. Vero. E meno male: io sono contento di vivere in un Paese dove sono libero di parlare dei fatti miei senza l’assillo dei bombardamenti. D’altro canto questo non è il migliore dei Paesi possibili, e una piccolissima guerra civile l’abbiamo avuta anche noi, due anni fa, a Genova. In quei giorni io ero accampato vicino alle Diaz, e spesso andavo al Media Center, aggiravo una cinquantina di giornalisti col taccuino in mano, occupavo un pc e usavo il tasto publish per dare aggiornamenti sui fatti di Genova in tempo reale. La cosa mi ha fruttato una certa notorietà tra i blog (non tra i giornalisti). Poi una sera un mio amico mi ha chiesto di andare a prendere una birra all’angolo, e quando sono tornato la polizia aveva staccato i server e massacrato una cinquantina di persone. Da allora non mi è più capitato di usare il blog come strumento di informazione in diretta, ma se devo essere sincero non ne ho molta nostalgia. Fortunata la terra che non ha bisogno di blog d’assalto… In compenso ci sono ottimi blog d’informazione, d’opinione e di approfondimento in Italia. Potrei segnalargliene parecchi. Ma non lo farò. In seguito le spiegherò il perché.
Vede, gentile Francesca Reboli, la particolarità della scena blog italiana non è il diarismo, l’autoreferenzialità, ecc. ecc.. Anche negli USA ci sono decine di migliaia di blog insulsi e autoreferenziali. Quello che distingue semmai la scena italiana è la presenza di una piccola non-élite di professionisti del giornalismo e della scrittura che hanno cercato di attirare l’attenzione su di sé coi blog, senza riuscirci. È stato un piccolo trauma, per questri professionisti, scoprire che sui blog il loro materiale non valeva quello prodotto da comuni mortali, non professionisti, ma hobbisti (non lobbisti). Così hanno reagito scompostamente, pretendendo di insegnare come si scrive sul web a gente che ci scrive da più tempo e riesce a farsi leggere da più utenti di loro. È una scena imbarazzante, che si prolunga da diverso tempo.
A chiunque si dia ancora la pena di ascoltarli, costoro ripetono che i blog italiani sono pieni di fregnacce. Naturalmente questo è vero: se diamo a tutti il permesso di premere il tasto Publish, è chiaro che molti imbecilli ne approfitteranno. Ma questo non è un motivo per sconsigliare le persone intelligenti a premere lo stesso benedetto tasto. In più, ci sono già persone di valore che hanno capito come si preme il tasto, e stanno pubblicando cose egregie. (No, niente indirizzi, le spiegherò poi).
Ma loro, i giornalisti e gli scrittori della non-élite dei blog italiani, fanno finta di niente. Fingono di salire in cattedra, come se ci fosse una cattedra e loro fossero in grado di saltarci sopra. Sotto sotto si capisce che quel tasto Publish li spaventa. Però non rinunciano a farsi pubblicità, nel più patetico dei modi: parlando bene di sé stessi. È una cosa che imbarazza un po’, vedere Stefano Porro che segnala Quintostato, Giuseppe Genna che fa i complimenti a Carmilla, Tiziano Scarpa che linka Nazione Indiana. Con tanti blog interessanti che ci sono in giro, ridursi a citare il proprio è indice di scarsa fantasia e di maleducazione, se non proprio di disperazione.
È per questo, gentile Francesca Reboli, che ho deciso di non segnalarle l’indirizzo del mio blog, né di quello dei miei amici, né degli amici dei miei amici. Che non le passasse la testa che io le scriva per farmi pubblicità. Non ne ho bisogno: il mio blog è un hobby, se mi legge più gente sono contento, ma non ho intenzione di ridurmi al direttore marketing di me stesso. È un lavoro che lascio volentieri a Genna, Porro, Scarpa.
Ma se queste mie righe avessero attirato la sua attenzione, le propongo un gioco: vada su Google e digiti “Leonardo”. Compariranno migliaia di risultati, pagine dedicate al pittore, all'attore, allo scrittore, al calciatore. Il quinto risultato mondiale dovrei essere io. Il secondo risultato in lingua italiana dovrei essere io.
E adesso le chiedo: dando per scontato che non sono geniale come il pittore, bello come l’attore, e non ho il senso tattico del centrocampista, come diavolo ho fatto a diventare il quinto Leonardo mondiale su Google? Scrivendo fregnacce autoreferenziali e sterili polemiche per due anni e mezzo? Possibile? E secondo lei trecento persone (nulla in confronto al bacino di utenza di un qualsiasi operatore della carta stampata, mi rendo conto) verrebbero a sciropparsi quotidianamente le mie fregnacce autoreferenziali?
Io non credo.
Credo invece, senza falsa modestia, di aver lavorato duro nei ritagli di tempo di questi due anni e mezzo, e di aver prodotto un sito che viene letto da parecchie persone: perché a volte è divertente, a volte è interessante, a volte fa incazzare qualcuno, a volte vorrebbe far qualcos’altro ma non ci riesce perché si deve fermare a rispondere a chi gli dà dello stupido senza neanche conoscerlo. Questo è un blog tra tanti. Sul serio: ce ne sono tanti. Non creda a chi dice di non riuscirli a trovare. Google è così facile da usare.
Sinceramente, gentile Francesca Reboli, sarei curioso di sapere cosa ne pensa.
Leonardo
06.07.03
Stupido Blog -------------------------
Dagli Usa all´Iran i diari on line sono uno strumento formidabile di comunicazione politica e culturale. E in Italia? Il dibattito è aspro
di Francesca Reboli
[da l'Espresso - n°28/03]
Ma dove vanno questi blog? Ormai anche da noi il fenomeno delle pagine web personali ha assunto proporzioni di massa: sono decine di migliaia gli internauti italiani che con i blog parlano al mondo attraverso Internet. Ma per dire cosa? Questo è il problema. Per analizzare la vitalità (e i difetti) dello strumento blog, per sezionarlo, sviscerarlo, analizzarlo, negli ultimi mesi sono stati organizzati convegni d´ogni tipo, dalla casa della Cultura di Milano fino all´Università della Tuscia, dove si è tenuto l´ultimo incontro, lo scorso 26 giugno. Si sono sprecati interventi e polemiche. E sono stati scritti libri. Manuali come ´Weblog´ (Apogeo) di Maurizio Dovigi, romanzi come ´Diario di una blogger´ (Marsilio) di Francesca Mazzucato, autobiografie come ´Mondo Blog´ (Hops) di Eloisa Di Rocco, storie vere di gente in rete come ´Blog Out´ (Novecentolibri) hanno suscitato interesse e discussioni, registrando pienoni da record durante le presentazioni. Tutti cercano di cavalcare il fenomeno: alcuni dei provider storici dell´Internet italiana hanno approntato piattaforme software per offrire ai loro utenti ciò di cui nessuno può più fare a meno: il blog. Così sono arrivati i weblog di Virgilio, quelli di Tiscali, di Aruba, di Excite. Splinder e Clarence, i primi due siti italiani a offrire l´opportunità di crearsi un weblog, hanno invece già superato quota 10 mila a testa. "Questi portali sfruttano la moda: ieri la free mail, oggi i blog, per far parlare di sé e per attirare nuovi utenti che cliccano sui banner. I guadagni sono legati alla speranza che in futuro servizi a pagamento possano essere efficacemente veicolati attraverso i blog", spiega Stefano Porro, giornalista e studioso di cultura digitale. C´è anche chi racimola qualche soldo con il merchandising: alcuni dei blogger della vecchia guardia, come Luca Sofri (www.wittgenstein.it) e Gianluca Neri (www. gnueconomy.net) hanno creato magliette e canottiere con il logo del loro sito e le vendono sul sito E-shirt (www.eshirt.it). C´è anche chi si è spinto più in là, come Max Boschini di Blogico, che ha messo all´incanto su eBay il suo weblog: la base d´asta è stata fissata in 76 euro. "Niente male per un po´ di aria fritta", dice l´aspirante venditore. E proprio questo è il punto focale per sociologi, semiologi, esperti di cultura digitale, scrittori, critici letterari: i blog sono un magma di oziose chiacchiere o strumenti di servizio e informazione? E ancora: sono il trionfo della democrazia o un pretesto per creare un´élite autoreferenziale e narcisista? In molti hanno risposto, esprimendo opinioni opposte e polemizzando tra loro. È in corso un appassionato dibattito mediatico e culturale che registra, tra gli ultimi interventi, quelli degli scrittori Tiziano Scarpa e Giuseppe Genna che hanno accusato i blogger italiani di scarsa incisività: invece di fare informazione, si citano addosso e si perdono in sterili discussioni-tormentone. Il succo delle critiche è questo: hanno a disposizione uno stadio e lo usano per giocare a ping pong. Per comprendere la situazione, non bisogna perdere di vista la specificità della cosiddetta ´blogosfera´ italiana e la sua particolare geografia: negli Stati Uniti blogger-giornalisti come come David Weinberger (www.hyperorg.com/ blogger/ index.html) e Andrew Sullivan (www.andrewsullivan.com) e giuristi come Lawrence Lessig (http://cyberlaw.stanford.edu/lessig/blog/) fanno quotidianamente informazione alternativa, rendendo un servizio utile ai loro lettori. Dall´Iraq e dall´Iran, poi, studenti e giovani professionisti offrono al mondo notizie di prima mano sui loro tormentati paesi. Non avviene niente di simile a casa nostra, dove si è consolidata un´egemonia creata da un´élite di pionieri del blog che non riesce a uscire da un gioco sterile di rimandi reciproci. Se è vero che spesso i blogger si fossilizzano in polemicucce e bagarre da condominio, "è anche vero", puntualizza Porro, "che c´è un fecondo e mobile sottobosco di blog di informazione e servizio completamente liberi dalla componente narcisistica, ma non visibili appunto perché alieni dalla polemica, dalla querelle, e che quindi non fanno notizia". Alcuni esempi di questo genere di siti, fedeli all´etica libertaria della cultura hacker e alla filosofia della libera circolazione delle idee e delle notizie, si trovano sulla directory del portale Quintostato (www.quintostato.it) e vertono con grande competenza su argomenti specifici, dal cinema - è il caso del blog del critico David Saltuari (http://bassoatesino.clarence. com) - alla politica, al lavoro, all´economia. "Basterebbe poco per migliorare la blogosfera italiana in termini di utilità pubblica: basterebbe che la cosiddetta élite abbassasse un po´ la cresta e si rendesse conto di far parte di un processo di comunicazione globale a cui potrebbe contribuire in modo più fruttuoso", conclude Porro. A ben guardare, infatti, sono in molti quelli che si danno da fare, per esempio mobilitandosi per cause come la liberazione di Adriano Sofri (http://rolli.clarence.com).
Per il critico Giuseppe Genna, esperienze fruttuose di blog non mancano, ma sono esterne alla cerchia ristretta dei pionieri e riguardano esperienze come quelle di Quintostato, webzine quotidiana di cultura digitale, e di Carmilla (www.carmillaonline.com), una rivista di letteratura e cultura. Ma come replicano alle critiche i membri della presunta élite? Dice Luca Sofri: "Si parla di élite per indicare i blog più letti per longevità e assiduità, nella quale non è raro che entrino anche dei neofiti. È falso che ci siano mafie o persone che si coprono a vicenda. E poi, oggi, i blog sono migliaia e la fisionomia della blogosfera in cui prima era possibile individuare strati e gruppi è molto più sfarinata, poco leggibile". Concorda su questo punto Francesca Mazzucato (http://nonsenseblog.splinder.it) secondo cui la lobby iniziale dei primi bloggatori si stia scoordinando, travolta dall´onda di piena dei nuovi blog, inafferrabili e cangianti, che fluttuano e si rinnovano in modo incessante. Il termometro del dibattito segna temperature roventi, di cui magari ci si accorge poco fuori dal mondo dei blog stessi. Ma se, al contrario dei loro colleghi americani o iraniani, i blogger italiani usano la Rete per scambiarsi gli auguri di compleanno, forse la colpa è anche degli altri media che ancora si sforzano poco di procedere verso l´informazione orizzontale. Basti pensare che in Italia, a un anno dall´esplosione del fenomeno, solo due quotidiani (´il Riformista´ e ´il Foglio´), un settimanale (´L´espresso´) e il tg di Studio Aperto hanno tentato di avviare un dialogo con i lettori attraverso i blog. E comunque anche le baruffe in corso sono la riprova della vitalità dello strumento che non conosce battute d´arresto, ma semmai crisi di crescita. Come sintetizza lo scrittore Tommaso Labranca (www.labranca. co.uk) "il blog è la vera democrazia di Internet". Rimane da mettersi d´accordo su quel che sia meglio scriverci.
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Scrivete, vi farà bene
Secondo Mario De Benedittis, docente di sociologia della comunicazione, i weblog servono soprattutto a chi li fa
Lei parla dei blog come strumenti di autoaiuto psichiatrico, in grado di portare serenità a chi li scrive. È così?
"In un certo senso, sì. La società contemporanea ci permette di sperimentare diverse sfere del vivere e quindi differenti identità, legate a esperienze multiple. I blog consentono di ricomporre, attraverso la narrazione del sé, la propria identità, di rimettere insieme i frammenti della propria esistenza dispersa. Si tratta di una forma di autoterapia che rispecchia pienamente la frammentazione del sé della società contemporanea".
Si spiega così anche la creazione di comunità elettive di blogger?
"Oggi non ci sono più grandi istituzioni, come la patria o la religione, in grado di assorbire totalmente l´identità degli individui. Ci sono appartenenze multiple, e i blog sono una di queste. Far parte di una cerchia di blogger non è diverso rispetto all´essere membri di Greenpeace o del fan club degli U2. Di nuovo c´è solo l´idea di far parte di una comunità di elezione che vive al di là di confini fisici".
Esiste un rischio di abuso e dipendenza da blog?
"Non più di quello legato all´uso del telefonino o degli Sms o di qualunque altra dinamica di comunicazione della società contemporanea. Rispetto alle chat, inoltre, il blog non ha il fascino dell´interattività immediata e quindi comporta teoricamente un maggiore distacco. Non si viene cioè avviluppati in un ciclo continuo di domanda e risposta, dove si esiste solo se si riceve il riconoscimento e il riscontro immediato degli altri".
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Internet, Liala e l´aria fritta: così litigano lo scrittore e il blogger
A Tiziano Scarpa, che col suo ´j´accuse´ ha scatenato la polemica, risponde Gianluca Neri, creatore di uno dei siti personali più seguiti
L´accusa di Tiziano Scarpa
Cominciamo con un annuncio: È morto l´editore. Ciascuno può pubblicare ciò che vuole. Senza passare attraverso nessun filtro. Lettere al direttore, manoscritti spediti alle case editrici, webmaster profumatamente pagati per allestire siti: antichi ricordi. Da pochi mesi tutti possono aprire un blog: è facile, è gratis. In due minuti si diventa signori e padroni di un sito predisposto per formattare e archiviare contenuti. Chiunque può pubblicare ciò che vuole. Stupendo.
Ma è proprio questo il punto. Se è morto l´editore, cioè il filtro sociale che decideva ´questo discorso sì, questo no´, allora siamo tutti autori ed editori di noi stessi. Ma siamo anche rimasti soli con la nostra volontà.
Che cosa vuole pubblicare chi può pubblicare ciò che vuole?
Risposta: fregnacce. Ne ho letti a decine di diari in rete, altrimenti detti blog. Certo, il blog non è solo diario, può essere contenitore di informazioni, di link preziosi che ti indirizzano a siti interessanti, ecc. Ma qui mi riferisco solo ai blogger diaristi. Quelli che ti raccontano che ieri sera sono andati in pizzeria con l´ex compagna di classe e hanno riso, oh quanto riso, ma non scrivono perché. Quelli che sono incazzati perché il collega li tratta male, ma non ti dicono che lavoro fanno né in che città abitano, per paura che il collega si incazzi. Peggio che minimalisti: minimisti. Si fermano sempre sulla soglia. Come Liala, non oltrepassano la porta della camera. Né quella della vita. Si disincarnano. Hanno paura della scrittura. Quando osano affrontare i conflitti, quando ti raccontano finalmente un trauma o una gioia, lo fanno dietro nomignoli di copertura, che così non costa nulla.
Reticenza. Ipocrisia. Vigliaccheria.
Pubblicano alfabeto rammollito. Sono la nuova Arcadia.
*scrittore, interviene on line su www.nazioneindiana.com
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La replica di Gianluca Neri*
È un bene che Tiziano Scarpa nello scrivere un articolo in Rete sui blog abbia scelto di riassumerlo in quattro righe: "Siete peggio di Liala. I diari in rete fanno pena: sono autocensura giornaliera in pubblico, enormi spazi di espressione libera sprecati a raccontare fuffa. Nessuno ha il coraggio di descrivere il trauma e la gioia di essere vivi". Le dieci pagine di approfondimento che seguono risultano del tutto superflue, per lo meno a chi il trauma e la gioia della vita li ha perfettamente presenti e quindi disdegna di spenderne parte per intraprenderne la lettura con il rischio di cadere preda della narcolessia a cavallo tra le pagine quattro e cinque. Che lo scrittore Scarpa voglia erudirci riguardo alla rete è improbabile. Da buon contadino premuroso è piuttosto preoccupato per le sorti del proprio orticello, quello degli ´Scrittori Autorizzati´, degli eletti con biografia nel risvolto di copertina. Si chiama istinto di conservazione: lo stesso che, nell´ambito della guerra con i supermercati, ha mosso i panettieri milanesi a ritoccare in eccesso il prezzo del pane e a contestare le trattative per far tornare alla normalità il costo di una baguette. Scarpa, oltre che scrittore e contadino, è infatti anche panettiere. E come tale non può fare altro che difendere il diritto acquisito dagli ´Scrittori Autorizzati´ ad avere le mani in pasta: che nessuno s´infarini se non legittimato dal proprio status. Sottinteso: che già bisogna fronteggiare comici, presentatori e giornalisti col pallino del best-seller: ci manca solo l´occupazione da parte degli Anonimi Internettiani. I quali, per inciso, sono soggetti alla legge del mercato come qualsiasi scrittore: a blog noioso e poco interessante corrisponde libro altrettanto palloso e destinato a far la polvere sugli scaffali. La maggior parte dei blog usciti dall´anonimato sono, insomma, esattamente come Scarpa li vorrebbe. Il problema è che non li legge, quindi non se n´è accorto.
*fondatore del blog www.gnueconomy.net
Compare governatore -------------------------
È Salvatore Cuffaro, presidente della Regione Sicilia. Sotto accusa dopo l´inchiesta dei Ros, zeppa di nomi noti. A partire da Dell´Utri
di Peter Gomez
[da l'Espresso n° 28/03]
Come sponsor politico si considerava un neofita. E lo diceva chiaramente. In famiglia l´uomo addetto alla raccolta del consenso elettorale era sempre stato suo fratello Carlo. Ma nel 1998 lo avevano arrestato, e così Giuseppe Guttadauro, 56 anni, una laurea in medicina e una ventennale esperienza da padrino, si era trovato suo malgrado a districarsi tra partiti e candidati, prendendoci gusto. "Senza muovermi da casa ho raccolto 5 mila voti", ripeteva tra lo stupito e il compiaciuto don Giuseppe, dimostrando di aver compreso bene come al banco della politica siciliana il peso di un capomafia si misuri, oggi come ieri, in preferenze. E lui di preferenze ne poteva garantire tante. Tantissime.
Per questo nella primavera del 2001, alla vigilia delle elezioni nazionali e regionali, l´elegante appartamento di Giuseppe Guttadauro si trasforma in un porto di mare. Sul suo divano siedono uno dopo l´altro funzionari pubblici, professionisti, imprenditori, avvocati, politici del centro-destra (una ventina) e mafiosi. Discutono di affari e politica. Di candidature, di estorsioni, di favori. Non sanno che una microspia del Ros dei Carabinieri registra tutto: battute, sospiri, commenti e persino una serie d´imbarazzanti richieste rivolte dal boss del Brancaccio, attraverso un intermediario, a Totò Cuffaro, il presidente della Regione (Cdu), ora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Il più disinvolto tra gli ospiti del capomafia è Mimmo Miceli, 38 anni, anche lui medico, faccia da bravo ragazzo, fino allo scorso dicembre assessore alla Salute del Comune di Palermo, poi dimissionario quando si rende conto, leggendo ´L´espresso´, che il suo legame con don Giuseppe è stato scoperto. Secondo i pm Gaetano Paci e Nino Di Matteo è lui l´ambasciatore tra Guttadauro e Cuffaro. La microspia racconta che il padrino ritiene Miceli, arrestato giovedì 26 giugno assieme ad altre tre persone, sveglio e affidabile. Tanto affidabile da fargli, il primo febbraio del 2001, la più indecente tra le proposte politiche: "Mimmo", gli dice, "io voglio avere (con Cuffaro) un rapporto tramite te... Se lui dà delle risposte con delle garanzie, il rapporto si chiude qua (resta circoscritto a noi tre, ndr)".
È una sorta di patto falstaffiano. Se Mimmo lo firma avrà onori e gloria: sarà l´uomo di Cuffaro e di Cosa Nostra. E Mimmo quel patto lo firma. Diventa assessore, si vede regalare una candidatura e, a sorpresa, risulta il primo dei non eletti nelle fila del Cdu alle regionali del 24 giugno 2001. Del resto le carte dell´inchiesta regalano di lui la fotografia di un gattopardo. Di un politico a due facce. Accanto all´immagine moderna, al piglio manageriale, alle frasi che in campagna elettorale lo hanno reso celebre ("Sono un rompicoglione della legalità"), Mimmo si porta dietro il fardello di un´educazione impartita da un padre massone amico del vecchio boss dei boss Stefano Bontade. Così con Guttadauro, appena uscito di prigione dopo aver scontato nove anni di pena, Mimmo si trova a suo agio. E lega benissimo anche con Salvatore Aragona, il consigliori del clan: un chirurgo di Altofonte già condannato perché vicinissimo ai Brusca, oggi residente a Milano dove sostiene d´intrattenere rapporti con il senatore di Forza Italia Marcello Dell´Utri.
Con Miceli, Guttadauro gioca a carte scoperte. "L´obiettivo", dice, "è cercare di dare una mano a quelle persone che sono carcerate. L´obiettivo è arrivare a livello nazionale per avere qualcuno là (in Parlamento) che sia capace di spendere una parola in una certa maniera. Io di altri obbiettivi non ne ho: né di appalti, né di soldi, né di cazzi, né di mazzi...".
Guttadauro mente. Perché di appalti, di concorsi pubblici ed estorsioni si occupa eccome: va su tutte le furie quando scopre un´intervista in cui Carlo Vizzini (Forza Italia) denuncia a ´L´espresso´ le pressioni mafiose ricevute per far costruire un ipermercato Carrefour al Brancaccio sui terreni della famiglia. Ma la lotta ai magistrati, ai pentiti e al 41 bis resta pur sempre il suo pallino. Per questo ama il centro-destra ("Berlusconi se vuole risolvere i suoi problemi ci deve risolvere pure quelli nostri", dice). Per questo alla vigilia delle elezioni del 2001, concluse con uno storico 61 a zero in favore dei parlamentari della Casa delle Libertà, si attiva per imporre i suoi uomini. Miceli va da Cuffaro, discute con lui e con il suo braccio destro, l´attuale deputato Saverio Romano. Poi, il 9 febbraio, torna dal boss portando il suo messaggio. Per le nazionali non c´è niente da fare ("Ormai è un discorso chiuso") per le regionali invece c´è ancora un posto libero.
L´accordo sembra fatto. Ma all´orizzonte si profila un grosso problema. Gli aspiranti candidati che hanno sposorizzazioni mafiose si moltiplicano. E due di loro, durante un convegno a Roma, si fanno addirittura avanti con Cuffaro sostenendo di avere alle spalle proprio Guttadauro. Miceli lo racconta al boss il 20 febbraio. Spiega che Cuffaro è rimasto "turbato", anche perché i due (Michelangelo Sangiuseppe e Salvatore Priola) pretendevano una candidatura alle politiche: "Totò (mi ha detto): ´Allora non ci siamo capiti! A me è arrivato un segnale per una candidatura alle Regionali che mi stava benissimo, ma io non sono in condizione di garantire un posto nel listino (nazionale), perché sui cinque deputati uscenti, nel listino ce ne andranno solo due. E quindi ci sarà già un litigio tra loro per chi ci deve andare´". Guttadauro cade dalle nuvole. "Io non ho mandato (da Cuffaro) nessuno", protesta. Sangiuseppe oltretutto quasi non lo conosce: "So solo che (in passato) era stato sponsorizzato da mio fratello". Priola invece è il suo avvocato. Ma lui non gli ha promesso niente.
A poco a poco, comunque, la politica, le sue lotte di potere, il gioco delle sponsorizzazioni e dei ricatti affascinano il boss. Il 27 febbraio 2001, quando riceve Enzo Cascino, esponente di spicco del mandamento mafioso di Pagliarelli, Guttadauro confessa candidamente la sua passione. "Vedi", dice, "tra tutti i politici che io ho sentito parlare, dei quali ho letto qualche cosa, quello che mi piace di più è (Rocco) Buttiglione, perché è uno che ha delle idee con cui ci si può confrontare... Vorrei vedere se ho la capacità e la forza di potergli parlare, ma (per poterlo fare) dovrebbe venire qua a Palermo. Io conosco bene Totò Cuffaro, ma non mi interessa andargli a chiedere questa cosa".
Don Giuseppe sogna di far entrare Buttiglione nel carcere dell´Ucciardone. Per lui è quasi un´ossessione. Continua a ripeterlo. Vuole che il leader del Cdu si renda conto della situazione dei detenuti: "Buttiglione", spiega a Mimmo Miceli, "deve venire a fare e dire quello che ha già detto, fatto e scritto sui giornali, senza che gli parlasse nessuno. Io non ti chiederò mai di andare all´Ucciardone, sarei uno stupido se te lo chiedessi. Ma a Buttiglione sì. Glielo dobbiamo chiedere assieme perché Buttiglione non è che si può bagnare (infangare, ndr) se si incontra con me, è al di sopra di queste cose".
In Sicilia sono in molti i politici che non hanno paura di bagnarsi. Quelli con cui, si vanta Don Giuseppe, la mafia "ci può parlare". Le sue conversazioni con Miceli diventano così un elenco di nomi: c´è l´ex senatore Dc Enzo Inzerillo (già condannato) che fa la campagna per Forza Italia; il deputato Cdu di Siracusa Pippo Gianni che il problema del carcere lo capisce "perché ha vissuto determinate esperienze"; il consigliere provinciale Giovanni Tomasino "che si sente molto legato a Corleone"; il presidente dell´assemblea regionale Guido Lo Porto (An) col quale Guttadauro sostiene di doversi incontrare.
Poi ci sono i politici di primo piano. Se nel dicembre 2002, dopo le rivelazioni del boss pentito Antonino Giuffrè, sono finiti sotto inchiesta il vicepresidente della commissione Giustizia Nino Mormino e il deputato di An avvocato Antonio Battaglia, oggi tocca a un altro membro della commissione Giustizia. È l´alter ego di Cuffaro, Saverio Romano, il quale il 17 dicembre 2002 è stato uno dei pochi deputati a votare alla Camera contro la legge che rendeva definitivo il 41 bis. Anche lui conosce Guttadauro e, stando ai racconti del boss, chiede più volte di poterlo vedere. Ma don Giuseppe nicchia. È rischioso. "Ho detto che non occorre che lo incontro, se gli devo dare una mano gliela do". "Vedi", dice a Salvatore Aragona, "se mi trovano con un Cuffaro, con un Dell´Utri, non mi succede niente. Cioè è possibile che non ci portano dentro. Però gli metto tanti di quei pensieri...".
Per questo sono necessari gli intermediari. Per questo bisogna ricorrere a Mimmo Miceli, a un vecchio amico come Francesco Buscemi, ex segretario di Vito Ciancimino ma incensurato (e perciò libero di vedersi con il presidente della Provincia, il forzista Francesco Musotto), o allo stesso Aragona.
All´ex chirurgo dell´ospedale Civico di Palermo spetta il compito più delicato: riciclare a Milano il denaro del clan. E tentare d´impostare una sorta di campagna di delegittimazione dei collaboratori di giustizia. Aragona lo dice chiaramente il 9 aprile 2001, quando spiega a don Giuseppe il motivo per cui è stato visto incontrarsi con i familiari di una serie di pentiti. Alle orecchie di don Giuseppe sono arrivate le lamentele di un boss di Villagrazia sorpreso dal comportamento di Aragona. Il medico assicura però a Guttadauro di aver già chiarito tutto: "Gli ho detto: ´Mentre tu vuoi fare una lotta sul territorio (contro i pentiti), io mi sto mettendo nelle condizioni per fare una lotta politica contro questi signori... a livello di Milano...´. Lei sa di che cosa stavamo parlando: che io con Mannino (Calogero, ex ministro dc), con Dell´Utri... e quindi, sulla base del fatto che queste cose le sa anche Dell´Utri, le sa anche Mannino che i pentiti sono in giro... Uno stava cercando di trovare qualche strumento a livello proprio di Stato per bloccare queste persone".
Sarà un caso, ma il 29 maggio del 2003, Dell´Utri, Lino Jannuzzi e altri 60 parlamentari proporranno una commissione d´inchiesta sui collaboratori di giustizia con il dichiarato scopo di far luce anche sui casi di alcuni pentiti lasciati liberi di rientrare in Sicilia.
Aragona, comunque non manca mai di ricordare a Guttadauro che "il buon Marcello non è fesso". Pure al boss sembra piacere Dell´Utri, anche se gli rimprovera il comportamento tenuto dopo le europee del ´98, quando in Sicilia fece il pieno di voti. "Dell´Utri si è presentato alle europee con Musotto. Hanno preso degli impegni e dopo che sono saliti (che sono stati eletti) non si sono visti più con nessuno".
Davvero Aragona e Dell´Utri si conoscono? L´indagine non offre certezze, solo qualche indizio suggestivo. Come una doppia visita del chirurgo, documentata dai carabinieri nel marzo 2000, nel palazzo di via Senato 12 a Milano dove ha sede l´ufficio del senatore azzurro. Ma anche dove si trova la Fidirevisa, fiduciaria certamente utilizzata da Aragona, dai Guttadauro e da altri imprenditori di Bagheria. Poco per arrivare a una prova. Molto per alimentare, l´ennesimo vento di veleni alla siciliana.
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Cioccolatino story
È il soprannome con il quale viene chiamato Cuffaro. Impegnato anche a tenere buoni rapporti con la Procura
Lo chiamavano cioccolatino Era questo il soprannome con cui Carlo Guttadauro, fratello di don Giuseppe, e cognato del numero 2 di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, indica Salvatore Cuffaro alla moglie. Se per tutti infatti il presidente della Regione, è ´su Totò Vasa Vasa´, zio Totò Bacia Bacia, per la mafia l´ex portaborse di Calogero Mannino, il paffutello Totò, nato 44 anni fa a Raffadali (Agrigento) era come un pasticcino.
La Procura se ne accorge il 25 maggio del ´99 quando Carlo, intercettato in carcere, invita la moglie ad andarlo a trovare durante un convegno organizzato prima delle europee. Poi quando, pur avendo ottenuto 90 mila preferenze come candidato dell´Udeur, ´Cioccolatino´ non viene eletto, ordina alla moglie: "Devi dire: "Mi ha detto mio marito fai dimettere a Clem (Clemente Mastella, leader dell´Udeur) che entra lui". In realtà il sistema proporzionale non permetterà la sostituzione.
Nel 2001 Totò cambia casacca. Entra nel Cdu e, alle elezioni regionali, raccogliendo il 60 per cento dei consensi sbaraglia il suo avversario, l´ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Ma i rapporti con la famiglia mafiosa del Brancaccio, secondo l´accusa, restano forti. Talmente forti che oggi i pm vogliono capire se è stato Cuffaro ad avvertire Mimmo Miceli dell´esistenza di intercettazioni tra lui e il boss Giuseppe Guttadauro. Aragona infatti, prima della scoperta della microspia, afferma: "A lui Totò glielo ha detto".
Con i magistrati Cuffaro tenta comunque di mantenere buoni rapporti. Tanto che in occasione del Natale 2002 la presidenza della Regione omaggia tutti i pm con un enorme pacco dono alimentare. Molti di loro lo rispediranno indietro.
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Quanto vorrei scrivere sul ´Foglio´
Per il boss Guttadauro sarebbe una vetrina importante, spiega nelle intercettazioni. Come avere un buon rapporto con Lino Jannuzzi
Il convivio di don Giuseppe Guttadauro è la fotografia del pensiero di Cosa Nostra non solo in campo politico, ma anche in quello giornalistico. Per il boss i giornalisti migliori si chiamano Lino Jannuzzi, Giuliano Ferrara e Giancarlo Lehner.
Per ´Il Foglio´ Guttadauro ha addirittura una specie di adorazione, tanto da arrivare a sognare uno spazio sul quotidiano di Veronica Berlusconi: "Se Ferrara ci fa scrivere una volta alla settimana sul ´Foglio´... e si scrivono le cose che si devono scrivere. Lui è disponibile?... Vediamo come dobbiamo fare (se dobbiamo pagare gli articoli) li paghiamo". Sembra una boutade, ma il punto è che Guttadauro comprende benissimo come la battaglia per il miglioramento delle condizioni carcerarie passi per i media.
E così spera di riuscire a far entrare Ferrara all´Ucciardone, mentre Aragona, il 9 aprile del 2001, insiste sul nome di Jannuzzi. "Dobbiamo essere intelligenti", dice, "(dobbiamo ragionare) su quali spunti gli dobbiamo dare, perché glieli possiamo dare tranquillamente a Jannuzzi. anche all´altro (a) Giancarlo Lehner, quello che è stato denunciato dal pool di Milano, che è stato assolto". Secondo Aragona, oltretutto, parlare con Jannuzzi è tutt´altro che impossibile: "È in intimissimi rapporti con Marcello Dell´Utri... tanto che quando Contrada ha presentato un libro... a Milano, lo ha presentato al circolo che è la sede culturale ed intellettuale di Dell´Utri, in via Senato, in una biblioteca famosa dove ha tutti i suoi libri, no? Ed io sono stato invitato, una volta, mi arrivano sempre le cose, e lì sono stato (al circolo). (Alla presentazione) non ci sono andato io, però c´era Contrada, c´era (l´avvocato) Milio. c´era il figlio del Giudice Costa e c´era Jannuzzi. Il segretario di Dell´Utri mi ha sempre detto: ´Quando lei vuole parlare con Jannuzzi, io lo chiamo e le fisso un appuntamento´. Allora se io gli devo dare delle imbeccate (per gli articoli), degli spunti di riflessione (lo posso fare) poi lui sa quello che deve fare". Guttadauro gli risponde: "Basta dire (a Jannuzzi) che vada a farsi un giro all´Ucciardone".
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Totò e gli amici romani
Forte della sua influenza sull´isola, Cuffaro aveva un ruolo rilevante nell´Udc. Che adesso crea imbarazzo
di Marco Damilano
Cari amici congressisti... Finalmente riavrò il mio partito. Una cosa mi è mancata in questi anni, il mio partito...
Quasi moriva dalla gioia quella sera di sei mesi fa, Totò Cuffaro. Fiera di Roma, primo congresso nazionale dell´Udc. Platea gremita come mai. Palco dei capi schierato al gran completo, Follini, Buttiglione, D´Antoni. In prima fila, il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, venuto apposta per sentire lui. Sul palco il Governatore siciliano. Alla fine, una scena indimenticabile. Le prime quattro file si alzano come un sol uomo e seguono Cuffaro all´uscita. Un codazzo di portaborse, clientes, amici. Senza di loro il congresso resta sguarnito.
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