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Logo 31.05.03

Chiuso per ferie
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di Pietro B.

Da domani e fino all'otto giugno compreso, BlogOltre non verrà aggiornato.
In questo periodo il suo curatore si curerà un po' di se stesso. A presto.

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Pistolottate 2
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[da il manifesto di oggi]

Notizie di regime
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di Antonio Padellaro

[da l'Unità di oggi]


Adesso diranno che Ferruccio De Bortoli non è stato dimesso, bensì che si è dimesso da solo dalla direzione del «Corriere della sera», guidato per oltre sei anni con equilibrio, competenza, onestà professionale. Dal punto di vista formale si tratta di una spiegazione ineccepibile e che, ieri sera, un’Ansa delle 21 e 37 spiegava in modo secco.

«De Bortoli, secondo quanto si apprende da fonti del consiglio, avrebbe respinto l’invito degli azionisti a restare alla guida della testata. Stefano Folli è il nuovo direttore». Gli azionisti del «Corriere», il meglio del gotha finanziario e imprenditoriale, si sono mossi, naturalmente, con maestria e senso politico. Mettiamoci nei loro panni. Da tre giorni si parla di un De Bortoli costretto a sloggiare da via Solferino su pressione di poteri molto forti e ancora più arroganti, riconducibili al presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi, si dice, è molto scontento della linea del Corriere. E scontenti sono anche i legali del premier, che definiti «avvocaticchi» dal direttore del più grande giornale italiano lo vogliono portare in tribunale. Scontentissimo è anche l’onorevole Cesare Previti con cui De Bortoli, come biasimarlo?, non vuole neppure prendere un caffè. Tutte scontentezze che, ben si comprende, non possono lasciare indifferenti i prestigiosi signori da cui dipendono le sorti proprietarie del «Corriere». Potrebbero licenziare De Bortoli, ne hanno il diritto, ma da uomini navigati ed accorti quali sono hanno ben calcolato un gesto enormemente arrischiato: la redazione del «Corriere in subbuglio, le proteste dell’opposizione, un calo dell’autorevolezza del giornale dipinto come un organo di parte, al servizio del presidente del Consiglio. Chiamano perciò De Bortoli e gli chiedono un gesto impossibile: ritirare le dimissioni che De Bortoli non può ritirare. Non può ritirarle perché la vita di un direttore che da sei anni ha la responsabilità di guidare una corazzata in acque speso tempestose, è diventata molto ma molto logorante. È un direttore che già in passato si è dovuto misurare con le proteste dei governanti del momento, anche dell’Ulivo. Ha dovuto battagliare, difendere l’autonomia del giornale, rischiare querele, minacciarle. Tutto questo però nell’ambito di quella ordinaria nevrosi che caratterizza i rapporti di potere in ogni latitudine. Da due anni a questa parte, tuttavia, il copione è cambiato. A una classe politica di normali anche se fastidiose pretese è subentrato il regime del presidente-padrone. Costui, dominato da una concezione proprietaria e intimidatoria del governo, del Parlamento, del servizio pubblico televisivo e di tutte le istituzioni occupabili, la mattina vuole leggere dei giornali ispirati alla famosa massima di Giovannino Guareschi: obbedienza cieca, pronta, assoluta. Il «Corriere della sera», per tradizione e per natura, è tutt’altro che un quotidiano d’opposizione. Rappresenta le opinioni di una borghesia moderata e colta, che magari ha votato pure per Berlusconi, convinta dai suoi falsi programmi di modernizzazione. Ma che non ha rinunciato a pentirsene. Con il linguaggio del «Corriere», il «Corriere» di De Bortoli ha saputo esprimere disagio e riprovazione ogni qualvolta i comportamenti del premier, e dei suoi soci, nelle aule di tribunale o a palazzo Chigi, hanno superato le soglie della decenza. Questo agli occhi del padrone è apparso intollerabile. Per capire le dimissioni irrevocabili di De Bortoli bisognerebbe essere stati, in questi due anni, con lui nella sua stanza a via Solferino. Bisognerebbe aver ascoltato le infinite telefonate, spesso minacciose, per questo o quell’articolo non gradito al sire di Arcore e alla sua irascibile corte. O avere assistito ai colloqui del direttore con questo o quell’azionista, interessato certo alla autonomia e alla indipendenza del giornale, ma molto di più al buon esito dei propri affari. Due anni così, logorerebbero chiunque abbia rispetto per se stesso, per il proprio lavoro, per i propri colleghi, per i propri lettori. Ci rendiamo conto che questa piccola etica quotidiana, sia estranea a chi del mestiere di giornalista ha una concezione prettamente subordinata, e che quando sente parlare di passione civile, mette mano alla pistola. De Bortoli non è stato cacciato, perchè non c’era bisogno di farlo. Hanno aspettato che si esaurissero le sue riserve fisiche e nervose. Hanno fatto in modo da rendergli la vita impossibile. E poi lo hanno molto gentilmente accompagnato alla porta. Così funziona e continuerà a funzionare il lodo Berlusconi applicato all’informazione.
Al collega Stefano Folli aguriamo buon lavoro. È stato scelto, ne siamo convinti, per le sue riconosciute qualità professionali. Oggi, il dramma della stampa italiana non è certo l’ingresso di Folli. È l’uscita di De Bortoli.

Solidarietà e proteste. E la Fnsi conferma lo sciopero
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di MI.B.

[di MI.B. - da il manifesto di oggi]

Il comitato di redazione del Corriere della sera convoca a tambur battente l'assemblea dei giornalisti. Ordine del giorno: l'avvicendamento alla direzione. Prima ancora che l'uscita di scena di Ferruccio De Bortoli sia ufficiale, piove solidarietà sui giornalisti del quotidiano. Nel pomeriggio, la Federazione nazionale della stampa riunisce la giunta in sessione straordinaria per seguire l'evoluzione dell'assalto governativo a via Solferino. Poi, verso le nove di sera, stila una nota: confermato il pacchetto di tre giorni di sciopero generale dei giornalisti; una di queste giornate «potrà essere attuata in relazione agli sviluppi della vicenda del Corriere della sera».

E ancora: «La vicenda del cambio di direttore del Corriere così come le ispezioni al Tg3 e le iniziative legislative tese a ridurre gli spazi del pluralismo impongono al sindacato dei giornalisti scelte decise e iniziative di mobilitazione e di lotta coerenti». L'allarme informazione è condiviso in pieno dal diessino Luciano Violante: «Quando si attacca la libertà di stampa sono le libertà generali del paese a essere in pericolo. Stiamo vivendo un momento molto difficile, basta pensare al tentativo in atto di defenestrare il direttore del più importante quotidiano italiano». Passa una manciata di minuti e la defenestrazione è cosa fatta. «La coscienza civile del nostro paese deve ribellarsi», rincara allora Violante. Cosa ci sarà mai da ribellarsi non è chiaro. Sarebbe bastato infatti ascoltare il ministro Maurizio Gasparri per tranquillizzarsi: «Le decisioni spettano al cda, è un problema del Corriere e non del mondo politico, che deve stare lontano e sta lontano, almeno il mondo del centrodestra, da questo tipo di vicende». Al Tg1 ne sanno qualcosa. E così il comitato di redazione della testata diretta da Clemente Mimun scrive un eloquente comunicato: «La nostra solidarietà va soprattutto ai colleghi che denunciano pressioni, intimidazioni riconducibili ad ambienti governativi sulla libertà del Corriere. Non ci sembra un caso - prosegue il cdr - che nel più grande e autorevole quotidiano nazionale e nel più grande telegiornale europeo, il Tg1, siano in pericolo l'indipendenza e l'autonomia professionale schiacciate da interessi più o meno dichiarati del governo, da tentativi di ridurre la verità a verità di parte, la notizia a non notizia e l'informazione politica a propaganda». Il comitato di redazione ritiene dunque urgente un incontro con il cdr del Corsera.

L'associazione Articolo 21, a proposito delle rassicurazioni di Gasparri, mette poi in guardia. C'è un ddl che porta proprio il nome del ministro delle comunicazioni e in base a questo ddl «tra breve salteranno tutti i tetti antitrust e il Corriere della sera sarà acquistabile anche da un editore tv. In Italia è rimasto un solo grande editore tv e fa anche il presidente del consiglio. In questo momento il primo ostacolo da rimuovere è la scomoda presenza di Ferruccio De Bortoli». Ostacolo rimosso. Nel corso della giornata ai giornalisti del quotidiano milanese arriva anche la solidarietà del cdr del Tg3 («saremo al loro fianco in qualsiasi iniziativa decideranno di prendere a tutela dell'indipendenza dei giornalisti e del diritto dei loro lettori a un 'informazione libera e pluralista») e di quelli dell'Unità e del Secolo XIX. «In questo paese non si riesce nemmeno a sopportare un giornale che certamente non può essere accusato di essere d'opposizione», commenta poi il ds Falomi, mentre Gentiloni, Margherita, si augura che SFolli «continui a resistere alle pressioni, così come chiedono la redazione e tutti coloro che tengono alla libertà di stampa». Sullo stato dell'editoria e sul grado di autonomia delle grandi testate, però, Fausto Bertinotti, rimanda «a una riflessione più compiuta». Per il momento vuole solo augurare buon lavoro a Folli, «che si è sempre distinto per acume politico e autonomia di giudizio».


L’odg dei vecchi eskimi corrieristi: un’istigazione al suicidio della libera stampa
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[da Il Foglio di oggi]

Il documento minatorio dei corrieristi, doverosamente pubblicato ieri dal Corriere della Sera a pagina 20, sarebbe avvilente se non fosse gioiosamente ridicolo. Parte con un’istigazione al suicidio della libertà di editare giornali, finisce con un suicidio orwelliano della libertà di stampa dal punto di vista dei giornalisti e di tutti coloro che, ai sensi dell’articolo 21 Cost., scrivono più o meno liberamente sui giornali.

Sentite un po’: i giornalisti sindacalizzati del Corriere “chiedono che l’indipendenza del giornale sia messa al riparo una volta per tutte da qualsiasi interesse (presente o futuro, da qualunque parte provenga) estraneo a quello del libero giornalismo”. E’ un “obbligo civile” ma anche un “dovere giuridico” realizzare questo piano deontologico, cioè “separare gli interessi non editoriali degli azionisti da quelli dell’informazione in ogni momento della vita del Corriere”. Fantastico: i magistrati sorvegliano per legge la libertà dei giornalisti, che nel caso del Corriere e in altri casi proteggono la libertà dei magistrati di esercitare il potere politico e culturale prestatogli dall’informazione. Gli azionisti del Corriere (auto, moda, costruzioni, finanza) si limitino a staccare le cedole, ché a nominare il direttore ci pensa il cdr o il soviet di via Solferino. Direttore e giornalisti poi scriveranno liberamente che la Fiat fa cagare, che le magliette della Fila sono brutte, che gli aeroporti di Roma non funzionano, che l’Impregilo di Cesare Romiti deve farsi da parte negli appalti, che la finanza di Milano è un covo di speculatori e le banche un centro di malaffare: basta che ci sia la notizia, loro la scoveranno eroicamente e la metteranno in prima pagina, senza riguardo per gli interessi degli azionisti-editori. Ma che bravi. E se gli editori combinano tradizione, visione delle cose e interessi, e sono pro o contro il governo Prodi o il governo Berlusconi, pro o contro la guerra al terrorismo, loro se ne fottono: sono indipendenti, pacifisti e attori di un sublime contropotere che non ha bisogno di quelle volgarità che sono gli investimenti, gli stipendi, i diritti proprietari. Facciamo come in Russia, se otto ore vi sembran poche. Piero Ottone nel 1973, anni di Bierre in cui si preparavano l’assassinio di Walter Tobagi e il golpe progressista fienghiano, firmò una carta dei diritti del giornalista con la buona padroncina Giulia Maria Crespi, quella che amava Mario Capanna e detestava Indro Montanelli, un patto che suonava così, secondo la ricapitolazione in corsivo offerta dall’assemblea dei corrieristi dell’altro ieri. Indipendenza, e va bene, si fa per dire. Poi “difesa attiva delle istituzioni costituzionali”. Poi “particolare impegno” su ambiente, questioni sociali, culturali e civili “a sostegno delle soluzioni più moderne, avanzate… idonee a promuovere il progresso verso una società più giusta ed equilibrata”. E “il commento deve essere coerente con i principi precedenti”. Se a Paolo Isotta piace Wagner, kaputt. Se Ernesto Galli della Loggia scrive dell’egemonia culturale della sinistra, fuori dalle balle. Se Sergio Romano ripensa la guerra di Spagna, va contro la Costituzione e i suoi valori. Se Angelo Panebianco non ama la riforma universitaria di Luigi Berlinguer, che naturalmente punta a una società più avanzata, più giusta ed equilibrata, contraddice i principi precedenti ed è out. Se Francesco Merlo si lascia sfuggire un sospiro di nostalgia per il mondo di ieri, al rogo. Se Francesco Verderami attacca un governo progressista, raccontandolo, sia messo alla sbarra con l’aiuto di Massimo D’Alema. C’è spazio soltanto per l’umidità di Claudio Magris e per il broetto di Paolo Franchi. Ecco il Corriere sindacale. Ciliegina sulla torta: il pm. Diffide, atti di significazione, ricorsi: tutto questo ignobile castello di ipocrisia tardo-orwelliana, tutto questo nuovo pensiero, questa orrenda neolingua, tutto questo si regge su un accordo che, notano i corrieristi, è “confermato dalla magistratura”. Ma non vi rendete conto, voi giornalisti seri del Corriere, voi azionisti seri del Corriere, e tutti voi che leggete e comprate i giornali ed esercitate un ruolo pubblico nella democrazia italiana, non capite che con queste grottesche intemerate viviamo da trent’anni, che esse sono la base di un piccolo potere di ricatto travestito da sindacalismo libertario il quale fa grandi danni al senso della libertà di stampa? Che dicono Sandro Viola, Eugenio Scalfari, Ezio Mauro, Marcello Sorgi, lo stesso Ferruccio de Bortoli che è una persona seria? Che dicono legioni di giornalisti che con questi concetti convivono da tre decenni per pigrizia, timore e tremore, ripetendosi ogni mattina che sono una pagliacciata ma senza avere il coraggio di affermarlo apertamente? Quando mandiamo in pensione questi vecchi eskimi, questa paccottiglia di idee prepotenti, di usi e abusi progressisti che farebbero schifo persino a un povero redattore dell’Unità di Furio Colombo e che inquietano su Liberazione l’eroica, e comunista, Ritanna Armeni?

Pistolottate 1
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[dal manifesto di oggi]

Penitenza
Rumsfeld ammette che in Iraq non sono state trovate armi di distruzione di massa. Rumsfeld ammette che in Iraq non sono state trovate armi di distruzione di massa. Rumsfeld ammette che in Iraq non sono state trovate armi di distruzione di massa. Rumsfeld ammette che in Iraq non sono state trovate armi di distruzione di massa. Rumsfeld ammette che in Iraq non sono state trovate armi di distruzione di massa. Rumsfeld ammette che in Iraq non sono state trovate armi di distruzione di massa. Rumsfeld ammette che in Iraq non sono state trovate armi di distruzione di massa. (jena)

Logo 29.05.03

Il silenzio della destra
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di MATTEO BARTOCCI

[da il manifesto di oggi]

ROMA
Tace, tace in modo assordante il partito «liberale» fondato da Silvio Berlusconi. Non uno dei vari colonnelli di Forza Italia, Bondi, Vito, Schifani, si sente in dovere di rilasciare una riga, una battuta, una dichiarazione sull'inquietudine - per dire un eufemismo - che circonda da qualche giorno il maggiore quotidiano italiano. Eppure l'imminente cambio al vertice del Corriere della Sera dovrebbe interessarli, non è questione da poco. Ma poi qualcosa è cambiato, sarà stata la guerra in Iraq o gli editoriali di Sartori, sta di fatto che da quando il presidente del consiglio chiese a Cesare Romiti di salutargli il «direttore del manifesto» Ferruccio de Bortoli, qualcosa è cambiato. A destra solo An interviene nell'affaire Corsera, per bocca del responsabile informazione Alessio Butti.

Ma lo fa minimizzando, lamentando la solita «sterile dietrologia degli agit-prop di professione». Il partito di Fini farà una valutazione solo quando il «solido gruppo Rcs» prenderà la sua decisione, proseguendo inesorabile con quella sintonia con l'alleato azzurro che pure sembra essergli stata tanto indigesta nelle urne.

Tutto il resto del mondo politico e giornalistico invece è preoccupato, e molto, dai movimenti editoriali e politici sul quotidiano milanese. Parole esplicite quelle di Gloria Buffo, del correntone Ds: «Per un ras come Berlusconi non mettere le mani sul Corsera è un incubo. Ma se se ne impadronisce l'incubo diventa nostro. Un regime non si misura solo con i carri armati, ma anche con il dominio sull'informazione». E in effetti è proprio Vincenzo Vita, portavoce di Aprile, ad evocare scenari a tinte fosche: «Nemmeno alla fine degli anni `70, quando sul Corriere gravava l'ombra della P2 e l'opera equivoca di Tassan Din si era arrivati a una situazione così abnorme. Quando si parla di autoritarismo mediatico penso che il termine sia addirittura riduttivo e sottodimensionato rispetto alla realtà». E' «raggelato», Vita, dall'aggressione «politica» che vivrebbe il maggiore quotidiano italiano. «Paranoie inesistenti» gli risponde lesto il responsabile comunicazione di Forza Italia, Giorgio Lainati.

Ma anche nel resto dei Ds è forte la preoccupazione per un giornale considerato dalla segreteria «autonomo, libero e aperto, fatto da professionisti capaci di difendere indipendenza e deontologia». Il diessino di Articolo 21, Giuseppe Giulietti, evoca un piano coordinato che riguarderebbe tutta l'informazione, Rai inclusa, e si augura che le autorità istituzionali e di controllo seguano con «sensibilità democratica la stretta in atto sul sistema informativo». Per Giulietti «l'assalto al Corriere è la logica conseguenza di una serie di avvertimenti e conferma come questa destra non persegua i `presunti bolscevichi' ma combatta e aggredisca innanzitutto i moderati e i liberali che rivendicano autonomia e dignità professionale». Caso Enzo Biagi docet.

Anche Sergio Cofferati, via radio, sottolinea i pericoli del conflitto di interessi e della concentrazione nel campo dell'informazione, che nel caso della televisione rasenta il monopolio. «La situazione è pessima e rischia di peggiorare» conclude il Cinese.

Preoccupazione per le «invadenze politiche» nel settore dell'informazione è stata espressa anche da Paolo Serventi Longhi e Franco Siddi, i vertici della Federazione nazionale della Stampa.


Forse cambia il prefetto di via Solferino, forse no, ma non c’entra la Cav.ergreifung
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[da Il Foglio di oggi]

Guido Roberto Vitale, boss del Corriere, alimenta preoccupazioni sullo stato della democrazia italiana a partire dalla situazione dei giornali. Nel testo riportato dal Monde, la sua intervista a Prima comunicazione recita come segue: “Bisogna considerare i giornali come bastioni della democrazia senza farsi prendere dalla volontà di abbatterli... I giornali difendono la democrazia più di quanto non faccia il Parlamento”. Questa non è un po’ forte, professore? E quest’altra? “La permanenza di Ferruccio de Bortoli alla direzione del Corriere, il quotidiano più anglosassone della penisola, non è in discussione”.

Non è facile fare il mestiere operativo di editore, come testimoniano altre riflessioni sensate del professor Vitale sulla spirale perversa tra presenza dei grandi gruppi industriali nell’editoria e legami politici di vario ordine con i governi che si succedono. Ma questo non giustifica, probabilmente, giudizi approssimativi. Il professor Vitale non è un Vincenzo Vita, deputato dell’opposizione che applica ai casi del Corriere il riflesso condizionato della sua parte: “Siamo di nuovo ai tempi di Tassan Din e della P2”, dimenticandosi di chiedere informazioni in merito al passaggio di consegne tra il compianto Franco Di Bella e Alberto Cavallari, quando la P2 mise il veto alla candidatura di Alberto Ronchey in piena sintonia con il Pci. Il professor Vitale può essere forse suggestionato dalla “dottrina Rossi”, dal nome dell’avvocato d’affari più chic di Milano, già senatore della sinistra indipendente, che ora teorizza la preminenza di qualunque possibile regola, checks and balances, balances and checks, su quel fragile codicillo del liberalismo democratico il quale prevede che governa chi ottiene la maggioranza alle elezioni politiche nei due rami del Parlamento. Ma poteva leggere ieri l’altro Dino Cofrancesco, che sul Foglio recava qualche osservazione critica forse fondata alla “dottrina Rossi”, o anche la rubrica delle lettere al Corriere. Paolo Mieli, già direttore del Corriere, ha dato ieri un’elegante stoccata alla “dottrina Rossi”, trattata per l’essenziale (è vero che la regola della maggioranza non è l’unica, e se fosse l’unica sarebbe tirannica) con rispetto. La stoccata procede sempre dall’individuazione di un errore, e l’errore di Rossi, sorprendente in un autore così attento, è marchiano sebbene leggendario (accettato e comune come solo i miti riescono a essere). Il cuore argomentativo della dottrina in questione è che Hitler salì al potere con il voto dei tedeschi, e dunque – come vedete – il voto popolare non lo si può santificare (magari nel caso del voto al Cav. la cosa torna buona). Invece, spiega Mieli, Adolf Hitler andò al potere nel gennaio del ’33, dopo aver sensibilmente ridotto i suoi voti l’anno precedente ed essendo minoranza parlamentare, perché la democrazia di Weimar si era calata le braghe e i comunisti odiavano la socialdemocrazia più di quanto non avversassero i nazionalsocialisti. Solo nel marzo vincerà le elezioni, ma dopo la Machtergreifung (la presa del potere). Insomma, la Cav.ergreifung, nata da un voto di maggioranza, è un caso diverso. Terzista tosto e pertinace, Mieli smantella l’avvocato e dottrinario ricordandogli che non esistono sistemi liberali in cui non si faccia omaggio al principio di maggioranza, aggiunge che è “fuori luogo” lamentare l’uscir di senno delle maggioranze. Elefante al Corrierone, dice l’Unità. Chi desideri ridere del tono apocalittico, grottesco, con cui il girotondo delle opposizioni affronta la partitella del Corriere (un avvicendamento prefettizio), deve leggere l’Unità di ieri, che lancia come uno spaventapasseri la candidatura dell’elefante alla poltronciona con Treccani in vista di via Solferino. Sembrava un articolo del Male, il famoso giornale satirico. L’elefante nella sua vita ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, per conquistare quella posizione: non si è mai sbilanciato, non si è mai esposto, ha coltivato amicizie imparziali in ogni settore del potere economico, e ha scelto uno stile intimamente compatibile con la direzione di un giornalone nazionale come il Corriere. Tutta la sua vita è un indizio concorrente verso l’obiettivo finale: una bella direzione del Corriere con i complimenti del cdr e degli azionisti. L’elefante potrebbe dirigere il Corriere, posto che lo volesse, solo dopo una Machtergreifung, ma di quelle vere: ne farebbe un giornale di fronda, con i gambali del suo noto squadrismo, dopo lo scioglimento dei sindacati, l’abolizione delle Camere, l’arresto di Raffaele Fiengo. Prima no. A proposito ancora di Corriere, e delle cretinate che scrive la corrispondente del Monde sulle pressioni dell’Italia berlusconiana. L’Economist scrisse nel ’97 che il Corriere di Paolo Mieli era la vera opposizione al governo Prodi, Mieli andò via mentre Massimo D’Alema querelava i cronisti politici del giornale. Do you remember?

Pistolottate
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[da il manigesto di oggi]

Logo 27.05.03

Divorzio Previti-Berlusconi, la parola agli avvocati
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[da il Riformista di oggi]

SVOLTE. NEL WEEK END UN TEMPESTOSO COLLOQUIO SANCISCE LA ROTTURA (NON SOLO PROCESSUALE)

Raccontano che stavolta l'esponente di Forza Italia più in difficoltà sia Marcello Dell'Utri. E per una semplice ragione: i terzisti, negli ultimi tempi, non vanno di moda. Ma questo è solo uno dei tanti effetti collaterali del divorzio fra Silvio Berlusconi e Cesare Previti. Un divorzio in tre atti (giudiziario, professionale e politico), che ha raggiunto il suo culmine nello scorso week-end, durante un colloquio riservato, segnato da momenti di forte tensione e finito in malo modo. Motivo del contendere, il lodo Maccanico circoscritto ai vertici istituzionali. L'ex ministro, infuriato, ha accusato il premier di averlo abbandonato al suo destino. Mentre il Cavaliere ha replicato spiegando la ragione fondamentale della sua strategia: il rischio di venir condannato già prima del semestre europeo. È per questo che il premier spinge per approvare il lodo entro la fine di giugno, senza perder tempo in estenuanti trattative con Fini, Follini e Ciampi sull'allargamento ai coimputati. Ma Previti non ha voluto sentire ragioni, e ha velatamente minacciato una sorta di ostruzionismo passivo sul Maccanico condotto dai falchi di Forza Italia a lui fedelissimi (tra gli altri: Nitto Palma, Carlo Taormina, Michele Saponara, Iole Santelli, Melchiorre Cirami). Ostruzionismo che prevede la presentazione di un emendamento a sorpresa che, se approvato, consentirebbe appunto l'allargamento del lodo ai coimputati.

Questo ragionamento è stato accolto da Berlusconi con freddezza, presto tramutatasi in ostilità, almeno a sentire i rumours. Il primo riguarda i rapporti professionali tra i due contendenti. Sembrerebbe, infatti, che il presidente del Consiglio abbia intimato ai manager Fininvest di non affidare nuovi incarichi allo studio professionale di Previti e, ove possibile, di ritirare le collaborazioni in corso. Questo perché, al di là delle polemiche giudiziarie, alcuni dirigenti vicini a Fedele Confalonieri e ai figli di Berlusconi avrebbero da tempo segnalato i costi eccessivi delle consulenze dell'avvocato d'affari. Ma il Cavaliere, secondo un altro rumour, si sarebbe addirittura spinto oltre, invitando i giornali organici al centrodestra a non prestare troppa attenzione alle dichiarazioni di Previti, poiché non rispecchierebbero più le posizioni del leader.
Rimane da valutare il divorzio politico, ancora ieri negato al Riformista da Carlo Taormina: «La voce è assolutamente destituita di ogni fondamento». Resta il fatto, però che la «voce» ha messo in fibrillazione Forza Italia, con l'inaugurazione di una sorta di caccia all'uomo da parte di ampi settori del partito, dove l'uomo in questione è Gaetano Pecorella, «colpevole» di aver distinto la posizione processuale di Berlusconi da quella di Previti.
E se per Taormina «quella di Pecorella è stata soltanto un'improvvida uscita, un autogol rispetto alla quale è già rientrato nei ranghi», il presidente della commissione Giustizia della Camera, in una conversazione con il Riformista, non indietreggia di un millimetro, né dal punto di vista giudiziario, né da quello politico: «Premesso che credo nell'innocenza di tutti gli imputati dello Sme, aggiungo però che nei processi vigono delle regole. E una di queste è molto chiara: ciascuno risponde per sé». Fin qui il punto di vista giudiziario. Sul piano politico, invece? «Ho assistito a una reazione scomposta che mi pare solo dannosa. Invece di fare polemiche inutili dovremmo piuttosto pensare in grande: al ruolo che l'Italia può assumere durante il prossimo semestre, sia rispetto all'Europa, sia al Medioriente. È per questo che dovremmo tutelare i nostri vertici istituzionali. Ben venga dunque il lodo Maccanico, rispetto al quale mi pare che anche alcuni settori dell'opposizione manifestino una certa apertura». E proprio di questo che la accusano i falchi di Fi, di voler "calmare" Berlusconi. Dica la verità, si sente accerchiato? «Sto provando sicuramente una sensazione sgradevole. Anche perché l'altro giorno mi sono limitato a fare delle valutazioni tecniche, mentre alcuni le hanno trasformate in un attacco alle persone. Ci vorrebbe più pacatezza». Ma è vero che c'è già qualcuno, tra gli azzurri, che spinge per ridimensionare il suo ruolo politico? «Lo dico con tutta la calma di questo mondo: un'ipotesi del genere non mi fa nessuna paura. E sa perché? Perché ho la carriera, la famiglia, l'università: una bellissima vita privata e professionale, anche al di fuori della politica. Ciò non toglie che in cinque anni dedicati alle istituzioni ho sempre operato, magari sbagliando, affinché le cose di giustizia andassero meglio. Alla fine, credo proprio di essere in credito e non in debito con la politica».

Logo 26.05.03

Formiche
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di Pino Caruso

Il racconto che trascrivo integralmente è tratto da "Il venditore di racconti", Ed. Marsilio.

Al mare o in montagna, il mondo, in questa metà di agosto, ci raggiunge, attraverso giornali e televisioni, con la sua brutalità: oggettiva e fatale nel caso di incidenti, soggettiva e premeditata nel caso di violenze degli uomini contro gli uomini. E quasi sempre produce vittime innocenti, tragedie insopportabili, che tuttavia sopportiamo, sprovvisti di alternative.

E allora, vigliaccamente, mi metto a guardare le formiche. Disteso su un prato, in una zona d'ombra, un gomito e un fianco poggiati sul terreno, le osservo sfilare su e giù, ordinatamente, senza mai scontrarsi o tamponarsi. A volte due si fermano e sembrano conversare, poi riprendono il cammino, ciascuna nella propria dirczione. C'è chi da l'impressione di recarsi a un appuntamento e chi palesemente è impegnata a traslocare da un luogo all'altro o un filo d'erba, o un granello di qualcosa che è diffìcile distinguere.

Microscopico trafficare ai miei occhi, gravosa e sproporzionata incombenza per chi, nata formica, deve condurla a compimento. Ed ecco che, d'un tratto, avverto la mia gigantesca conformazione, come fossi Gulliver capitato tra i Lillipuziani. Ma, al contrario di Gulliver, consapevole che quegli esseri - i Lillipuziani - benché minutissimi come teste di spillo, erano umani al pari di lui (e,insomma, gli si poteva parlare - e infatti gli parlò, si parlarono), io, delle formiche nulla so; e in quanto a parlargli, non è da mettere nel conto delle cose possibili, almeno a me.

E mi viene in mente come l'uomo, troppo impegnato a riflettere su se stesso, poco o per niente si curi delle formiche. E fa male. Ci sarebbe da chiedersi, intanto, se non abbiano, anche loro, una filosofìa, una storia. Certo, non scrivono libri e non possiedono televisori - si vede a occhio nudo - ma non sempre ciò che si vede è così evidente come appare. Da quante simili evidenze siamo stati già tratti in inganno: il mondo sembrava fermo, "eppur si muove", la terra sembrava piatta eppure è tonda.

Le formiche potrebbero avere modo diverso dal nostro d'intendere e di ragionare, di scrivere libri e di leggerli, di fare televisione e di comunicare. Un modo a noi impercettibile. E posso anche illudermi, e sperar per loro, che
dedichino alla lettura più tempo di quanto non le dedichiamo noi, e che facciano una televisione migliore della nostra. Probabilità non trascurabili, anzi altissime, considerato che sarebbe arduo fare peggio.
Sarà un pensiero estivo, ma presumo che dovremmo interessarci di più alle formiche. Sono esseri misteriosi,
esattamente come noi. E non è escluso che la spiegazione del grande mistero che ci avvolge e ci opprime passi soltanto attraverso lo studio della natura umana.

Non che l'uomo trascuri del tutto il mondo animale, le formiche segnatamente hanno gli entomologi che se ne occupano. Ma questa attenzione è circoscritta ai loro comportamenti esteriori, non a una loro eventuale cultura, non tende a capire e a spiegare l'arcano del loro esistere. In altre parole, nessun filosofo ha mai concepito un trattato sulla visione del mondo delle formiche, o sulla volontà di potenza delle termiti.

Le sto ancora guardando, queste formiche: ecco, ne vedo una che sbanda, barcolla come ubriaca. Ed è ubriaca. Ha bevuto birra. Lo so. Si sa. Le formiche si ubriacano.
Me l'ha riferito un entomologo. E il loro birraio è una formica gonfia di malto d'orzo che funge da barile, dal quale l'avventore spilla direttamente la sua bevuta.
E ci sono formiche che montano di guardia e suonano l'allarme quando un pericolo sopravviene - se non si addormentano durante il loro turno, come pare capiti, con conseguenze esiziali per la comunità. E allora vengono arrestate da formiche-poliziotto e processate da formiche-giudici.

E ve ne sono di pigre e di laboriose. Di intelligenti e di stupide. Non acchinette, dunque, condizionate da meccanismi istintuali, che agiscono secondo schemi prestabiliti, ma individui con caratteristiche personali e professionali diverse: formiche-politici, formiche-soldati, formiche-imprenditori, avvocati, ladri, assassini (sissignori, assassini), ingegneri, manovali, più precisamente ette "formiche operaie" (femmine e solo femmine, queste); dal che si evince come il maschilismo alligni anche nel mondo delle formiche. E altre di ogni tipo; persino formiche chirurghi, che eseguono trapianti. È stato osservato come
a formiche, che le avevano perdute o per malattia o per incidente, siano state trapiantate antenne tolte a una formica defunta da poco.

Rimane da sapere se esistano formiche comici. Sarebbe a prova definitiva della loro intelligenza. L'ironia non è mai degli stupidi. Uomini o formiche che siano.
Certo è che, intelligenti o no, le formiche mostrano d'avere gli stessi vizi degli uomini. Mi dicono di specie, che, prive di formiche operaie, rapiscono e traggono in schiavitù le operaie di altre specie. Il che comporta far le guerre e vincerle. Chissà se credono in Dio, o in un dio che abbia sembiante di formica. Agli entomologi non risulta. Tra le caste in cui sono divise (maschi, femmine
e operaie) mai se ne è riscontrata una che possa definirsi sacerdotale. Mancano notizie di formiche-preti e di formiche-monache. Di formiche-papi non c'è nemmeno il sospetto.

Ma ecco che, nel mio formicaio, una formica operaia (riconoscibile perché più minuscola d'una formica maschio, o di una formica femmina ma di ceto sociale elevato) sbuca da un foro, come da una tana, e sembra guardarsi intorno esitando. Reca tra le mandibole un lembo di foglia di non so che pianta, che è più grande di lei. E s'incammina affrettandosi via via sino a correre come fuggisse. E in effetti fugge; che un'altra formica (una formica-poliziotto?) acquattata sotto un rametto, ne schizza fuori e la rincorre. E un'altra ancora la rincorre (poliziotta anche lei?), che sino ad allora se n'era rimasta nascosta sotto una pietruzza.

L'operaia, ansimando, accelera per quel che può. Accelerano gli inseguitori. Ed è una corsa frenetica, rapidissima, a contraddistinguere fuga e inseguimento.
Formiche passanti si fermano a osservare la scena. Alcune sembrano pietose, altre solo curiose. Lo capisco dal modo in cui son ferme. Le pietose, o presunte tali, stanno immobili come pietrificate; le curiose parlottano tra loro, agitando antenne e arti, come a chiedersi che succede e a rispondersi che succede questo e quello. La formica fuggitiva, gravata dal peso del lembo di foglia, perde velocità e terreno. Di contro ne guadagnano le inseguitrici. Le quali, in fin di corsa, la raggiungono. Ne vien fuori un accapigliarsi formicolante. La formica operaia si dibatte. Le altre due, a cercar di bloccarla, la avviluppano con le loro braccia e mani, sottili come fili di ragno. Alla lunga, esausta, l'operaia cede. E si lascia condurre via. Il lembo di foglia è sequestrato. Stretto tra le mandibole di una delle formiche-poliziotto, ne precede il cammino come uno stendardo precede l'alfiere.

Alcune formiche passanti s'allontanano. Altre s'attardano. Forse le più sensibili, le pietose.
Ma d'improvviso succede che, allentando la presa le formiche-poliziotto, per via che la prigioniera sembrava ormai starsene in mezzo a loro arresa, costei rifugge. Sorprese le formiche-poliziotto rimangono sul posto. Ma è solo per un attimo, che, assorbito lo stupore, scattano alla rincorsa rapide. Meno veloce quella con il lembo di foglia in bocca, più veloce quella libera da impacci.
Attratte probabilmente dal gridare (che io non sento) delle formiche-poliziotto, le formiche passanti che s'erano allontanate tornano sui loro passi. In tempo per vedere la fuggitiva arrestarsi sull'orlo di un precipizio, profondo almeno venti centimetri. S'arrestano a distanza, boccheggiando, anche le formiche-poliziotto. La formica operaia minaccia di buttarsi giù. Le formiche-poliziotto
provano a dissuaderla. Si intuisce che parlano e patteggiano.

Intanto, s'è radunata gente (di formiche) a far da cerchio intorno. Un leggero vento investe di tremori una foresta di fili d'erba che costeggia il luogo. Giungono altre formiche, di ogni tipo e da ogni dove. E sono tante, tantissime. E presto si fanno fitte... stavo per dire come formiche (ah! i luoghi comuni!). E tutte rimangono zitte.
Non che prima sentissi vociare, ma il vocio, il clamore di una folla, benché di formiche, lo si vede oltre che sentirlo. Lo si vede dalle bocche aperte (e non è il mio caso, che nemmeno con l'aiuto di una lente l'occhio umano vede una bocca di formica), o dal dimenarsi dei corpi (è il mio caso); che non c'è chi, gridando, non si dimeni. E lì stanno tutte ferme e, presumo, con occhi attenti e ansiosi. La formica operaia non s'agita più, anzi sembra quietata, come presa da una determinazione.

Potrei salvarla, prelevandola in qualche modo. Ma per
farne cosa? Toglierla dal suo mondo sarebbe come prendere un uomo e portarlo sulla luna. E poi dove la metterei? In una scatola di fiammiferi? Dentro un cassetto della scrivania? Improponibile. Potrei trasferirla in altro formicaio! Ma se tra le formiche vigesse l'estradizione? Saremmo punto e daccapo. Intanto, potrei intervenire. Quella formica braccata ha più l'aria di una vittima che di un malfattore. Ma sarebbe intervento giusto? O non piuttosto indebita ingerenza? E se quel lembo di foglia fosse droga? E la formica, spacciatrice o ladra?

Non è facile, così come si crede, giudicare dall'alto dei cieli, dove mi credevo d'essere io, ciò che avviene in basso. E visuale troppo a volo d'uccello, troppo ampia, per non essere imperfetta e superficiale; difetta della conoscenza dei dettagli e delle motivazioni. Scelgo il non intervento. In ogni senso. Lasciando al libero arbitrio delle formiche la soluzione e la conclusione; benché sappia che il libero arbitrio non evita, anzi spesso implica, il sopruso. Tra il bene e il male, poche volte il bene vince.

La formica operaia è ancora lì, sull'orlo di quel precipizio che misura quanto un dito della mia mano. Sono tentato di andarmene. Da pusillanime. Per non vedere, per non assistere.
Mi chiamano da casa. Mia moglie, allungando la voce, mi chiede: «Ma che fai sdraiato lì e con la faccia a terra, insegni l'alfabeto alle formiche?» «Vengo, vengo!» E sto per alzarmi. Quando mi s'accende in testa un'idea: adesso muovo il terreno - penso - sicché, credendo a un terremoto, le formiche fuggano in ordine sparso: quelle poliziotto da un lato, la formica operaia dall'altro. Al resto provvederà il dio delle formiche, se ne hanno uno.
Stendo la mano, ma la formica operaia, al tentativo d'avvicinarsi d'una formica-poliziotto, si butta. Un tonfo - che non udii, ma che le formiche udirono e dettero a vederlo, turandosi le orecchie con le mani filiformi. Non dimenticherò mai quel tonfo mai udito, eppur fragoroso quanto riesce a volte a esserlo il silenzio. Ne mi libererò mai dal rimorso per avere troppo esitato a compiere se non un'opera di giustizia, un gesto di misericordia.

Roma, 12 agosto 2000


Rottamate i poveri!
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di Alessandro Robecchi
[da - il manifesto del 25/5/2003]

Per essere un rebus somiglia parecchio a un paradosso. Dunque riassumiamo: secondo l'Istat gli italiani sono sfiduciati. Quindi non spendono. E se non spendono si fermano i consumi, e l'industria non tira. Quale industria? La stessa che ha voluto «più flessibili» i lavoratori, pagandoli con 8-9 mensilità invece di 13. Dunque li ha impoveriti, e ora li accusa di non spendere. Per la prima volta i poveri - per il solo fatto di essere poveri - fanno un dispetto ai ricchi. Dunque, ci ammoniscono gli economisti liberisti, questo è male per tutti, e per i poveri è male due volte (l'unico caso in cui hanno un bonus). Si lascia intuire, con quella sorta di determinismo mesmerico che i liberisti amano applicare al liberismo, che se i poveri si comprassero appartamenti, gioielli e macchinoni saremmo tutti meno poveri. Chiusura del cerchio: siamo più poveri per colpa dei poveri. Bastardi. Dunque si torna lì, ai consumi. Dei consumi indotti si sa e si è detto mille volte. Ma ancora si sobbalza di fronte a certe evidenti cretinate. Perché in un paese dove non si possono superare i 130 all'ora uno dovrebbe fare il pieno con la V Power, «la benzina studiata in collaborazione col team Ferrari»? Mistero.

Perché uno dovrebbe fremere all'idea di guardarsi il videooroscopo sul videotelefonino, e magari indebitarsi per questo? Probabilmente non lo sapremo mai, finché non inventeranno un videotelefono che ce lo spiega: per soli 1 euro e 20 cent al minuto puoi sapere finalmente quanto sei scemo: parecchio.

Nonostante tutto questo ben di dio in agguato, i poveri si ostinano ad essere poveri. E anzi aumentano: otto milioni di italiani sono sotto la soglia di povertà, a pensarci l'incremento dei meno abbienti è l'unico segno «più» di questa mirabolante patacca che è il signor Silvio.

Secondo alcuni (i guru del commercio e della pubblicità), il problema è psicologico: non c'è ottimismo. La gente ha il muso lungo e le palle girate, ha paura del proprio futuro, e questa non è esattamente la situazione in cui uno esce a comprarsi una videocamera digitale o un pigiama di lino.

C'è da capirla: l'ultima volta che la gente è stata ottimista e ha guardato con fiducia al futuro è uscita a comprarsi dei fondi o delle obbligazioni, ed è stata rapinata di ogni suo avere. Il risparmio delle famiglie, specie nei ceti medi, è già stato tosato alla grande.

Alla garrula esortazione «ehi, sii più ottimista», si è tentati di rispondere, «ancora?, ma io ho già dato!». Uno - per buona volontà - ci prova. Con l'affitto (o il mutuo) che fa metà stipendio, il lavoro flexy che traballa, l'assicurazione della macchina aumentata del trecento per cento e magari il nonno portatore sano di tiket sanitari e il piccolo al nido privato, deve essere ottimista per forza, se no si spara. Ma scusate, questa è la solita demagogia, mentre invece il problema è serio, per quanto risolvibile con un po' di ottimismo e un bel sorriso.

Dunque si reclamano e si studiano, per incentivare il consumo, nuovi entusiasmanti barbatrucchi. La rottamazione, partita per le macchine prima che si rottamasse la Fiat, è il nuovo trend. Forse potremo avere incentivi per buttare via la libreria o la lavatrice vecchia e comprarcene una nuova.

La «roba» dura troppo: la nostra libreria, la nostra lavatrice vivono troppo a lungo per le esigenze dell'economia nazionale. Quella stronza ronza, sputacchia e fa casino, ma lava ancora i panni egregiamente. Maledetta lavatrice comunista che boicotta la crescita. Identificatela!

Sicuramente ci penserà la scienza, sempre al servizio del progresso: «Grazie per aver scelto le nostre poltrone, esse si autodistruggeranno alla prossima fase di stagnazione economica».

[Alessandro Robecchi - da il manifesto del 25/5/2003]

Logo 25.05.03

Il venditore di racconti
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di Pino Caruso

[Pino Caruso - Il venditore di racconti - Marsilio, pp. 167, € 12.50]

Nel seguito l'introduzione al libro.

IL LIBRO NON SI SPEGNE

Da qualche tempo abito in campagna. E la mia casa si affaccia su un terreno che, dopo pochi metri in piano, scende sino a farsi vallata per risalire verso la collina dirimpetto. Quello è il mio orizzonte, oltre il quale, di giorno, cade il cielo e, quando c'è, tramonta il sole e, nelle notti chiare, si scorge la luna.
Venerdì c'erano soltanto strane nuvole lattiginose e una pioggia senza vento, con fili d'acqua che, quasi in silenzio, scendevano dritti e fìtti come l'esile trama d'un velario. Si fece scuro molto presto. E la mia casa sembrò subito avvolta nel buio e dal vuoto. Una sensazione da astronauti sperduti nello spazio.

Avevamo ospiti a cena: un critico cinematografico, un giornalista e un'attrice. Si parlava, inevitabilmente, di spettacolo. Il camino era acceso. E anche il televisore, ma tenuto a distanza e a basso volume. Lo ascoltavamo, insomma, con mezzo orecchio e lo guardavamo distrattamente con mezzo occhio. Era pur sempre un contatto con il resto del mondo. Non badavamo più di tanto al tempo fuori, ma sentivamo che peggiorava. Un vento furioso sbatteva raffiche di ioggia sui vetri delle imposte. Lampeggiava. Ne seguivano tuoni fragorosi da far
tremare le pareti.
Un'annunciatrice apparve sul video: «Va ora in onda» disse, «il film...» E mancò la corrente. Accendemmo alcune candele. Ma quel titolo, inghiottito dal risucchio di luce del televisore che si spegneva, ci sembrò rubato. E quel film, che non avremmo comunque scelto di vedere, a saperlo in giro per l'etere senza giungere a noi, ci attraeva come tutte le cose irraggiungibili.
La corrente quella sera non tornò. La conversazione riprese. E saltando da un genere di spettacolo all'altro, arrivammo a discorrere di romanzieri e di omanzi, soprattutto di quelli di cui il cinema si è servito per farne film di successo. Il critico citò Boule de suif (Palla di sego) di Guy de Maupassant, da cui John Ford trasse Ombre rosse. Un ritratto della piccola borghesia francese, ipocrita e bigotta.
Il giornalista ci ricordò I due amici (sempre di Maupassant). Storia di due pavidi pescatori d'acqua dolce che, durante la guerra franco-prussiana (guerra di posizione, dove le prime linee degli eserciti ora avanzavano ora si
ritiravano), risalendo le rive di un fiume, si trovano inconsapevolmente in pieno territorio nemico. Arrestati per spionaggio, richiesti di fornire informazioni in cambio della vita, si rifiutano di darne e vengono fucilati. Il film che ne è stato ricavato è La grande guerra di Mario Monicelli con Sordi e Gassman.
«E I gioielli?» chiese l'attrice, riferendosi ad altro bellissimo racconto dello scrittore francese. «Come mai non ne hanno ancora tratto un film?»
«Già, I gioielli!. Racconta, racconta...»
«Era figlia di un esattore di provincia, morto da parecchi anni. Coloro che la conoscevano non facevano altro che ripetere: "Fortunato chi se la piglierà!" Lantin, che era allora archivista capo al Ministero degli Interni con uno stipendio magro, ne chiese la mano e la sposò. Lei amministrò la casa così bene che pareva vivessero nel lusso. Lui l'amava. Ed era felice. Le rimproverava soltanto due debolezze: quella per il teatro e quella per i gioielli falsi. Ma una notte d'inverno, dopo essere stata all'opera, lei rincasò tossendo e scossa da brividi. Otto giorni dopo moriva di una flussione al petto. Per poco Lantin non la seguì nella tomba. Il tempo non attenuò il suo dolore. Non solo. Il suo stipendio, che in mano alla moglie bastava a tutto, adesso non bastava neanche a lui solo.
Contrasse dei debiti. Poi, una mattina cercò di vendere uno dei gioielli falsi della moglie. Scelse una collana e la portò da un orefice: "La conosco bene questa collana" esclamò l'orefice, "viene dal mio negozio. L'ho venduta per 25.000 franchi. Sono pronto a riprenderla per 18.000..." Lantin uscì per riflettere. Si sforzava di ragionare, di capire. Sua moglie non avrebbe mai potuto comprare un gioiello di quel valore. Era un regalo. Ma di chi? Pianse disperatamente. Tornò dall'orefice con gli altri gioielli. Erano tutti autentici. Un patrimonio da camparci di rendita. Si licenziò dall'ufficio. Passò la notte con donnine allegre. Sei mesi più tardi si risposava. La sua seconda moglie era onestissima, ma con un brutto carattere. E non lo rese felice.»
Trascorremmo la sera a raccontare storie. E a sfogliare libri per trovarne o da rileggere o da ricordare. E alla fine convenimmo che, nonostante la televisione e il cinema, la più stupefacente invenzione dell'uomo rimane proprio il libro. Perché? Semplice: se va via la luce, il libro non si spegne.

Roma, 7 gennaio 2001

[Pino Caruso - Il venditore di racconti - Marsilio, pp. 167, € 12.50]

Logo 24.05.03

Ieri Giulio, oggi Silvio
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di Gianni Barbacetto

[da diario del 9 Maggio 2003]

Nell’impero asburgico esisteva la «medaglia di Maria Teresa». Era il premio ai soldati che, pur andando oltre gli ordini e la disciplina, riportavano vittorie sul nemico. Se lo sapesse, Silvio Berlusconi la vorrebbe: per aver bloccato la svendita della Sme, per aver salvato l’Italia dai comunisti... E la vorrebbe anche Giulio Andreotti: per aver governato questo Paese, per aver salvato dal logorio il potere della Dc...
Berlusconi e Andreotti, il presente e il passato di un’Italia che cambia tutto per non cambiare niente, nei giorni scorsi hanno avuto qualche incontro ravvicinato con i giudici. Berlusconi ha prima subìto le conseguenze politiche della pesante condanna inflitta al suo amico avvocato Cesare Previti nel processo toghe sporche-lodo Mondadori (vedi l’articolo a pagina 14), poi ha reagito accusando le toghe di «criminalità giudiziaria», infine è rientrato in campo (a gamba tesa) nel processo toghe sporche-Sme. Andreotti ha incassato, sornione, una (strana) assoluzione nel processo d’appello in cui era imputato per mafia a Palermo.

SILVIO BERLUSCONI ha fatto lo show a Milano. Per tre anni si è tenuto lontano dall’aula di giustizia in cui si celebra il processo per le tangenti Sme. La mattina del 5 maggio 2003 si è materializzato, per fare «dichiarazioni spontanee». Ha parlato d’altro, rispetto al tema trattato nel dibattimento. Ha confessato di aver agito «su mandato di Craxi». E ha rivendicato di aver impedito la svendita a Carlo De Benedetti della Sme (la finanziaria di Stato che controllava le aziende alimentari con i marchi Motta, Alemagna, Cirio, De Rica). Dal punto di vista processuale, il suo monologo vale zero. Ma Berlusconi non ha parlato ai giudici, bensì ai giornali e alle tv: ha usato l’aula di giustizia per occupare la scena mediatica e gettare fango sul suo possibile avversario politico, Romano Prodi, sul quale ha proiettato le ombre di possibili tangenti.
È un altro processo, peraltro già fatto e già chiuso: Prodi ne è uscito pulito (e come mai Silvio, garantista immaginario, è così poco garantista con i suoi avversari?). A Berlusconi, populista vero, interessa non la giustizia, ma il consenso. In aula parla agli elettori, non ai giudici. Non vuol convincere il tribunale di essere innocente, ma gli elettori che anche il suo avversario non è uno stinco di santo.
È tanta la sua foga di risultare efficace (per i media), che diventa perfino controproducente (per i giudici). Infila nel monologo una serie di errori: sostiene di aver avuto, all’epoca dei fatti, un «conto aperto con De Benedetti, che mi attaccava ogni giorno dai suoi giornali» – ma De Benedetti è diventato azionista di Repubblica solo molti anni dopo; cita Giovanni Tamburino, toga di Magistratura democratica, che gli ha dato ragione in Cassazione – ma Tamburino non è mai stato di Magistratura democratica, non è mai stato in Cassazione, non ha mai giudicato il caso Sme; chiede che il tribunale acquisisca alcune lettere di Craxi all’allora ministro delle Partecipazioni statali Clelio Darida – ma queste sono già agli atti da anni.
Infine ammette (per la prima volta) di essere intervenuto nella vicenda della vendita Sme non perché davvero interessato all’acquisto, ma soltanto per compiacere Craxi, allora presidente del Consiglio, per portare a termine una manovra politica (le privatizzazioni furono così bloccate e rinviate di un decennio): non è quello che ha dichiarato a verbale il 30 ottobre 1985, interrogato come testimone dal magistrato Luciano Infelisi, che per primo ha indagato su quelle vicende. Dunque nel 1985 Silvio ha mentito sotto giuramento?
La verità è che l’intervento di Berlusconi «su mandato di Craxi» è del 1985. Pochi mesi prima, nell’ottobre 1984, era avvenuto un fatto che aveva suscitato qualche clamore: Craxi era intervenuto (con uno strumento di legge passato alla storia come «Decreto Berlusconi») per riaccendere le tre reti Fininvest oscurate dai pretori di Roma, Torino e Pescara, i quali applicavano la legge vigente secondo cui era illegittimo per un privato trasmettere su tutto il territorio nazionale.
Ciò di cui Berlusconi nel suo show non ha parlato – e che invece avrebbe dovuto affrontare, se fosse stato interrogato come imputato – è la questione cruciale del processo Sme: i piccioli, come dice Ilda Boccassini. Sono state pagate tangenti per ottenere sentenze contrarie a De Benedetti? Dove vanno a finire i soldi usciti dai conti Fininvest il 14 febbraio, il 1 marzo, il 26 aprile 1991? Come mai il 6 marzo di quell’anno, 434.404 dollari passano dal conto Ferrido (della Fininvest) al conto Mercier (dell’intermediario Cesare Previti) e arrivano al conto Rowena (del giudice romano Renato Squillante)?

***

GIULIO ANDREOTTI è stato assolto a Palermo. Questa è la notizia passata sui giornali e la tv, la sera del 2 maggio 2003. Pierferdinando Casini e altri esponenti della vecchia Dc hanno subito dichiarato festosi che è finalmente restituito l’onore alla Democrazia cristiana. Sconfitti definitivamente Gian Carlo Caselli e i magistrati palermitani. Ma è davvero andata così?
La sentenza d’appello, in realtà, conferma l’assoluzione di primo grado solo a metà. Andreotti va assolto per le imputazioni del «capo b»: associazione mafiosa, per rapporti, incontri e contatti con Totò Riina e i corleonesi dopo il 1982. Evidentemente i giudici non hanno trovato convincenti le prove raccolte dall’accusa e le dichiarazioni di Balduccio Di Maggio. Ma la musica cambia per quanto riguarda il «capo a»: associazione a delinquere per aver avuto rapporti, incontri e contatti con i boss di Cosa nostra pre-corleonesi, con la mafia di Stefano Bontate e Tano Badalamenti, fino alla primavera 1980. Qui la sentenza d’appello «riforma» quella di primo grado (che era d’assoluzione), afferma che i fatti contestati sono veri, ma prende atto che nel dicembre 2002 (solo quattro mesi fa) sono scaduti i 22 anni e mezzo concessi dalla legge ed è scattata la prescrizione. Altro che onore restituito alla storia della Dc: i libri di storia potranno scrivere che Andreotti ha avuto rapporti, incontri e contatti con i boss mafiosi. Almeno fino alla primavera 1980, precisa il dispositivo della sentenza, cioè fino alla data dell’ultimo incontro in Sicilia tra «Zio Giulio» e il boss dei boss Stefano Bontate. In quegli anni Cosa nostra, in un’escalation colombiana, aveva ucciso a Palermo il capo della Mobile Boris Giuliano, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il segretario della Dc Michele Reina, i giudici Cesare Terranova e Gaetano Costa, il presidente della Regione Piersanti Mattarella. A Roma, aveva fatto uccidere il giornalista Mino Pecorelli.

***

Ora, spenti i riflettori sullo show Berlusconi e gli echi della sentenza Andreotti, l’Italia torna allo scontro politico quotidiano. La nuova trincea di Berlusconi sembra essere l’immunità. Per sé, da introdurre grazie all’idea regalatagli da un esponente dell’opposizione, Antonio Maccanico: sospensione dei processi per il capo del governo e le alte cariche dello Stato (che però non ne hanno bisogno). E per tutti i parlamentari, con conseguente salvataggio, tra gli altri, di Cesare Previti e Marcello Dell’Utri. Non sarà facile, anche per le diverse «disponibilità» degli alleati di Berlusconi. Più facile la via obliqua, già annunciata nello show, del rallentamento all’infinito del processo di Milano, a causa dei molteplici «impegni istituzionali» di Berlusconi, in Italia e in Europa (da luglio, sarà presidente di turno dell’Unione).
Come finirà questo scontro senza fine? In verità, c’è un’unica via d’uscita sana: il ricongiungimento di legge e legittimazione, oggi disgiunte, e la perdita di consenso elettorale di chi sta usando le istituzioni e la politica per salvarsi dai processi. Fino a oggi, la democrazia italiana ha tenuto. L’autonomia della magistratura ha funzionato. L’eversione non ha preso il sopravvento. Fino a dieci anni fa, in fondo, in questo Paese i conflitti di un certo livello si risolvevano a colpi di kalashnikov, o di autobomba.

[da diario del 9 Maggio 2003]

Pistolottate
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[da il manifesto di oggi]

Fnsi e Usigrai denunciano Bruno Vespa: ma è un giornalista?
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[da Liberazione di oggi]

«Il Berlusconi monologante di "Porta a Porta" pone una questione, tra le altre, che tocca in primo luogo i giornalisti. E' accettabile che debba assumere le sembianze dell'approfondimento giornalistico un'esercitazione oratoria pressoché ininterrotta, priva di ogni effettivo contraddittorio?».

Lo affermano in una nota il segretario della Fnsi Paolo Serventi Longhi e dell'Usigrai Roberto Natale. «Nessun quotidiano - proseguono - metterebbe in pagina una sequenza di risposte con rare tracce di domanda. Una richiesta al vertice Rai: nelle linee del piano editoriale di prossima definizione faccia sapere come la pensa al riguardo. Dovrebbe essere scontato, ma è evidentemente ancora necessario impegnare il giornalismo del servizio pubblico - su qualsiasi rete esercitato, e nei confronti di qualunque interlocutore, di qualsiasi parte politica - a praticare il dovere professionale del punto interrogativo e del confronto fra punti di vista diversi». Una vera denuncia quella passata ora ai vertici Rai che per il momento tacciono. Annunziata era già stata sollecitata a dare una risposta chiara sulla presenza del premier e su quel "faccia a faccia" mancato con l'opposizione. Ma nulla è avvenuto. Vespa ha potuto condurre una trasmissione a senso unico senza che i vertici si siano ribellati anche solo all'idea. Il caso vuole che il premier nel lungo monologo televisivo si sia anche fatto le domande e dato le risposte, tutto - ovviamente - senza contraddittorio né possibilità di replica per alcuno. E che dire della scrivania di ciliegio? Pare che a "Porta a porta" venga trattata come una reliquia. E' sempre la stessa dall'anno scorso, da quando il Cavaliere ha siglato in diretta il contratto con gli italiani e guai a chi la tocca... Questo è giornalismo? «Rischia - afferma Roberto Natale, segretario generale Usigrai - di entrare sempre più in circolazione l'idea che quello sia giornalismo. Vespa ha detto pochissimo. Gentili e Gambescia ancora meno. Bisogna tornare ai fondamentali di questa professione. Su questo - aggiunge - sarà il caso che il vertice dica come la pensa. Si torni insomma ai fondamentali del giornalismo. Alcune vere domande è possibile farle al premier o no? Insomma chiediamo il rispetto per questa professione che così viene davvero disonorata».


[da Liberazione di oggi]

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Strage di Capaci - In Memoria
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Le paperette di Giovanni Falcone
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di Manilo B.

Quest’anno non so cosa scrivere. E’ questa la realtà. Parlare di Giovanni Falcone non è facile, e non mi va di commemorare, o di metter giusto in fila qualche parola perché va fatto. I giorni d’angoscia, dopo le due stragi, e d’euforia, all’insorgere consapevole dei cittadini siciliani, si sono scemati, uno dopo l’altro. La vera identità di alcuni uomini di potere è emersa, il momento del buon viso a cattivo gioco è finito, ora si viene allo scoperto, si attacca, si scardinano anni di lotta, si viola la memoria di decine di vittime cadute contro un nemico. Non avverto uno stato padre e garante, con cui condividere i nemici da lottare.

L’assoluzione di Giulio Andreotti per prescrizione del reato, è l’emblema dell’ambiguità, la tipica sentenza salomonica. Assolto, quindi, il vecchio regime connivente, che potrà godere ancora dell’impunità. Accontentata l’accusa, perché in fondo un assoluzione per prescrizione implicitamente contempla un accertamento di reato. Non bisogna dimenticare, però, che si sono spazzate vie alcune delle più importanti conquiste. Pio La torre è stato sconfitto due volte, prima con l’eliminazione fisica e dopo con l’annullamento, di fatto, della sua legge (Rognoni-La Torre), per cui, tra l’altro, l’atto criminoso del mafioso non si conclude con il compimento di un reato. Da quella legge in poi, il mafioso fa parte di una organizzazione strutturata ed altamente eversiva, sposa una “filosofia” ed un modo di essere che non avrà mai fine, considerato l’eredità che lascerà ai figli.

Giovanni Falcone aveva detto con le lacrime agli occhi: “Io ho solo l’onore e la mia vita, l’onore me lo hanno già tolto – scartandolo, clamorosamente, dalla direzione della super procura, e preferendo Agostino Cordova – e un giorno mi toglieranno la vita”. Sappiamo, purtroppo, che è stata una facile profezia, che dopo qualche settimana, da quelle parole, sarà trucidato insieme alla moglie e a gli agenti di scorta. Oggi si mette in discussione tutto, a partire dalla sua memoria, perché, più o meno implicitamente, viene accusato di aver fatto un uso spregiudicato dei collaboratori di giustizia – pentiti, se preferite. Di essere un arrivista, di voler fare carriera, questo no, oggi non lo paventa più nessuno, e lo credo bene.

Io sono testimone oculare della vita a cui era costretto Giovanni Falcone, ricordo all’interno del tribunale una gabbia blindata – non esagero – in cui conduceva più dei tre quarti della sua esistenza. Ricordo mattine surreali, in cui all’apertura dell’ennesima porta, all’esecuzione dell’ennesimo controllo, un denso fumo bianco, di una sigaretta perennemente accesa, pervadeva ogni cosa, segnandola inevitabilmente con il puzzo pregnante. Lavorava anche di notte, correva contro il tempo, sapeva di non potersi distrarre e che se voleva bere un caffè bisognava ordinarne un vassoio con una decina di tazzine; per sicurezza.

L’agguato era dietro le porte. Ma il colpo di grazie, quello peggiore, non l’ha inflitto la mafia, ma uno stato irriconoscente; inevitabile per un’entità collusa. Falcone in fondo credeva nei cittadini, sapeva, e diceva, che la mafia, come tutte le cose umane, ha avuto un inizio e avrà una fine. Oggi mi ritrovo solo a sperare che non venga seppellita la verità storica.
Nei giorni immediatamente successivi alla strage di Capaci, un uomo si muoveva freneticamente, nel tentativo, quasi impossibile, di anticipare le mosse di un’entità fantasma. Lavorava giorno e notte, senza quasi mai fermarsi. Era una lotta contro il tempo, e ciò che aveva appreso era così grave da sconvolgerlo profondamente. Quindi, sapeva che da li a poco sarebbe stato eliminato anche lui.

Paolo Borsellino a Casa Professa quella sera era un’ombra, gli occhi lucidi come chi non ha più lacrime da versare, la voce spenta dalle sigarette e dalle notti insonni. Era li per i giovani, per far sopravvivere un messaggio, oltre le proprie gambe che da li a poco verranno falciate. L’ho visto; era distratto, assente, alienato, distrutto. Credo che avesse qualcosa che gli scoppiava nella mente; forse la consapevolezza di informazioni ancora non provate, ma gravissime, che l’avrebbero ridotto al silenzio.
Per quest’incapacità italiana di piangere, sinceramente, le proprie vittime, e di legarle alla memoria, come si fa solo con i valori più alti, oggi sono attonito, incapace del bel discorso commemorativo.

Le paperette sono ancora in quella stanza, ora fredda, e inevitabilmente silenziosa. Lui, Giovanni, amava maneggiarle con cura e disporle a piacimento, secondo l’inclinazione del momento. Alla folta schiera, spesso, se ne aggiungevano altre. I suoi amici sapevano del suo amore per quei variopinti soprammobili, la sua costanza nel collezionarle, e di sovente ne facevano oggetto di regalo. Di legno, plastica, carta, ceramica; dei materiali più svariati, e sempre mistiche, allegre. L’ho visto rilassato e felice, una foto lo ritrae con le sue paperette, e lui ne appariva il tutore, di più, il cultore. Amo pensare che la sera, quando poteva, si sedeva nella poltrona per godersi gli immaginari versi in schiera ed il beccheggiare. Era questo il suo salotto possibile, non le case bene di Palermo. Era questo Giovanni Falcone, troppo semplice e umano per essere “solo” eroe, un uomo che amava la sua Palermo, profondamente, fino a dedicargli l’esistenza, ed in estremo la vita.

Logo 21.05.03

Dentro la rete...tutto
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di Bea

Premessa di Pietro B.
Tra due giorni esce in tutte le librerie "Mondo Blog" di Eloisa Di Rocco (alias La Pizia) per i tipi della Hops Libri (11,90 Euro). Beatrice ha scritto per l'occasione una imperdibile recensione che ha anche il valore di una piccola lezione sulla letteratura.

* * *

Piaccia o no questo è un libro vero.
Scritto col cuore, con la testa, con il lavoro di lima.
Non si pensi sia facile farsi uscire così alla carlona periodi che vanno via come le ciliege di giugno, una pagina dopo l'altra, un capitolo appresso all'altro.
Alla carlona non esce fuori niente di buono, mai.
Così, alla come ci pare può scapparci un post da manuale, vomitato lì per lì come sfogo dell'anima.
Se il dolore è vero e non sognato quel post può diventare perfino un pezzo d'artista, come quelli che solo hanno diritto a entrare qua dentro.
Ma un libro è un'altra cosa.
E scrittori non si diventa, ribadisco, né per marchio d'editore né per sigillo di partito politico.
Scrittori si nasce.
E poi lo si diventa lavorando di testa e di cuore.
E di lima.
Sii spietata nel tuo giudizio, m'ha scritto.
Di più.
Brutale? di più.
Feroce? di più.
Mi viene facile regalare l'amore. Per niente regalo la stima.
E parlo a tutti coloro che adesso diranno "figuriamoci, sono amiche".
Per i fuffaroli e gli invidiosi che non vedranno l'ora di addentare il sasso che non posson scagliare, come direbbe Carducci.
La vita è adesso.
Prima s'è celiato. Ridere sorridere irridere ironizzare di tutto di più.
Chi si prende sul serio, specie se è un blogger, è un uomo morto.
Seppellito dalla propria stessa presunzione.
Ma un libro è un'altra cosa.
E non me ne sono letti diecimila così, giusto per regalare un commentino favorevole a un'amica.
Credo d'aver letto il meglio della letteratura mondiale di tutti i tempi.
A me questo libro è piaciuto, l'ho letto in un'ora.
Perché cattura da subito con il taglio giornalistico di Hemingway, io lo sento a fiuto, mi ci sono formata su di lui.
Ci sono libri, capolavori, che bisogna superare le prime sessanta pagine come una tortura.
Se ce la fai, poi lui ti travolge.
Ci sono autori come Joyce e Proust che trenta pagine e poi stanno là, Dio li abbia in gloria, li legga qualcun altro che ha bisogno disfoggiar fintoCultura.
C'è tutta la letteratura ottocentesca che abbisogna di itroduzioni lunghissime; daPuskin a Zola passando per Tolstoji almeno un centinaio di pagine a leggere pensando ad altro, incapaci di concentrarsi.
Ogni tanto una virgola balza fuori e ti spara negli occhi la sua bellezza,e quella virgola fai tua mentre continui a non leggere finché le virgole s'assommano alle parole le parole alle frasi che diventano periodi concatenati finalmente l'uno all'altro, il libro tiene, t'acchiappa, non ti lascia più.
Poi il Novecento, la decadenza, la ricerca di nuovi linguaggi letterari.
Giovanni Verga.
E cambiò lo scrivere nel mondo.
Lo stesso Hemingway è figlio di Verga alla stregua della cinematografia americana figlia del neorealismo italiano.
Diretto figlio di Giovanni Verga, questo Mondo Blogintroduce il lettore all'interno di un mondo che non è per niente facile da rappresentare.
Non s'è trattato d'un CopiaIncolla di alcuni post, rabberciati alla meglio da quattro stronzate.
Io lo ripeto, s'è lavorato di cervello, di cuore e di lima.
La scelta dei post non è stata casuale.
Una delizia il leggerli, a volerne scegliere uno non si saprebbe da quale cominciare.
L'organizzazione della trama, perché una trama t'accompagna dal principio alla fine, è un ragionar sottile che sol s'evidenzia a chi quel mestiere l'ha fatto, l'ha conosciuto, ci ha sputato sangue.
Le parole buttate lì come si tattasse dell'enesimo posted by e che invece per chi è del mestiere sanno di ricerca accuratissima, a volte dolorosa.
L'italiano non è per niente facile.
L'italiano tanto più è semplice, tanto meno è erudito, è quasi un suicidio il buttarlo giù leggero come si trattasse di mangiar noccioline americane al cinema.
Lo si ricordi, quando un'opera quale che sia appare di una semplicità disarmante, l'averla portata a compimento è stato un massacro.
Dietro l'apparente semplicità di Mondo Blog c'è il massacro di chi ha voluto misurarsi solo e soltanto con se stesso.
Oltrepassando le colonne d'Ercole del proprio pudore che sempre blocca la stesura di un'opera prima.
C'è un progetto, alla base del libro, un leit motiv che si sciorina via via discorrendo e che sempre ritorna senza mai appalesarsi con parole manifeste.
E' il progetto UOMO.
E' la ricerca disperata di un sentimento di umanità disperso tra i byte e i megabyte.
Una richiesta d'aiuto di chi sente qualcosa franare dentro e attorno a sé.
E allora, mentre implacabile coi toni asciutti di un Verga o di un Hemingway si fa cronista d'una società spietata, questa realtà la si vuole a tutti i costi rendere umana.
E c'è riuscita.
Eloisa è riuscita a umanizzare Internet.
Senza iventarla quell'umanità, ma disperatamente cercando l'armonia tra mille dissonanze, un'armonia che c'è sempre, a saperla, a VOLERLA vedere.
Storie vere di gente in rete.... appunto.
Come fu per i Malavoglia della tassa su macinato.
Padron 'Ntoni alza il braccio e mostra la mano con le cinque dita aperte, dobbiamo restare uniti, dice ai figli, noi siamo una famiglia.
Eloisa sfida lo scherno di chi vorrebbe ingoiare intere generazioni di liberi cervelli dentro il più spietato degli hard disk.
E paragona Internet al mercato delle pulci.
Chi non si sentirebbe a casa in un mercatino dell'usato.
Questo suo desiderio di restare in famiglia anche se ognuno perconto proprio, liberi individui ma non individualisti, lo si respira ad ogni passo, step by step.
Alla fine, il libro che dapprima delizia la mente t'acchiappa al cuore.
Sembra un appello disperato a restare vivi, a non lasciarsi ingoiare.
Umana, troppo umana, direbbe Nietzsche.
Chi lo legge è di fronte a una svolta.
Chiudersi definitivamente dentro il suo monitor o allargare con Internet il cammino della propria Conoscenza.
Realizzando il bisogno insopprimibile di comunicare.
Un libro che fa riflettere.
Che assume il valore di un atto di accusa.
Qualcuno dovrà decidere se restare virtuale o... vivere.

mariemarion

[da Mariemarion - Una donna per amico]

Logo 20.05.03

x§: Personalità Confusa
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Intervista di Pietro B.

Quando intervisto qualcuno che per un qualsiasi motivo si trincera, del tutto legittimamente, dietro il paravento dell'anonimato, qualche piccolo timore ce l'ho. Uno di questi è sul reale sesso dell'interlocutore. Poi il tuo nome Personalità Confusa sembra fatto apposta per instillare il dubbio. Vogliamo allora dare da subito una parola chiarificatrice e definitiva almeno a questo? Sei una femminuccia o un maschietto?

Ne’ l’uno ne’ l’altro, caro Pietro!
Personalità Confusa è un’entità digitale multipla e plurisessuale. Ed è questo il segreto della formula. I testi sono scritti da un computer della NASA collegato in wireless con cinque diverse persone: una donna etero, una donna lesbica, un uomo etero, un uomo gay e, dulcis in fundo, un’ermafrodita. Ognuno dei 5 scrive il suo diario su un palmare, le diverse idee vengono trasmesse al computer centrale che grazie ad un software speciale frulla tutto e quindi aggrega i materiali e compone i post che la gente legge sul blog.
In redazione ci facciamo certe ammucchiate che ti lascio immaginare, e l’ermafrodita è il più scatenato (o scatenata) di tutti. Poi c’è questa Alessia, misteriosa e travolgente sacerdotessa del blogsex, una vera forza della natura. Insomma, questo blog è una specie di Rocky Horror Show trasferito su Internet. Ma temo che Personalità Confusa prima o poi farà la fine degli alieni di quel famoso musical. O forse finirà come gli Abba, il gruppo pop svedese i cui diversi componenti si accoppiavano fra di loro e grazie all’energia erotica sviluppata scrivevano quelle orrende canzoncine che – non so se ricordi – vendettero milioni di copie in tutto il mondo. Poi un brutto giorno i quattro Abba litigarono, smisero di fornicare e di scambiarsi i partner, la spinta propulsiva si esaurì e il successo scomparve. Ecco questo è il rischio che Personalità Confusa corre in questo momento: l’autodisintegrazione afrodisiaca. Mi auguro di non aver esagerato a esporre quanto sopra, che peraltro è la pura verità, e spero che il tuo sito non sia visitato dai bambini e dai deboli di cuore.

...leggi tutto...

Luigi non era è
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di Vittorio Sermonti

[da il manifesto di oggi]

Scrivere 130 righe su Luigi Pintor come scrittore mi sta bene, mi torna. Con calma. Così non sarò costretto a far finta che sia morto. Finché non me lo dirà lui, non ci crederò. Anche se da diversi anni, a voce o per iscritto, non fa che parlare di qualcosa del genere: cioè, del fatto di essere morto. Nessuno dice che Dante, Melville, Cechov erano grandi scrittori. Si dice «sono grandi scrittori».

Così, scrivendo di Luigi scrittore sono autorizzato a parlarne al presente: gli scrittori sono contemporanei, letteralmente «conviventi» di chi li legge. Non sto dicendo che sono immortali. Sto dicendo che non sono immortali nemmeno i lettori. Dunque, Luigi è (non era) uno scrittore, uno scrittore vero, forse un grande scrittore. E che vuol dire «grande»? Posso aiutarmi con un esempio: se dico che quello scrittore è commisurato alla sua persona intera, chi legge queste 130 righe sa benissimo in che senso uso l'aggettivo «grande». Perché sa benissimo, forse meglio di me, con più smarrimento e più orgoglio, che lo scrittore Pintor è (non era) una grande persona. Il futuro rispetto al quale Luigi è passato non lo conosco. Luigi Pintor ha scritto quattro piccoli libri (Servabo, La signora Kirchgessner, Il nespolo, I luoghi del delitto). Impossibile scrivere di questi libri che vertono sostanzialmente sull'imperdonabile accidente della propria scrittura, senza in qualche modo far loro il verso, parodiarli per il solo fatto di scriverne. Tenterò di evitarlo. Contestandoli.

Intanto, l'autore sostiene che si tratti più o meno d'un campionario di «massime, aforismi, epitaffi, epigrammi», come «andavano di moda sulle strisce di carta velina che avvolgevano i cioccolatini». Che, per essere un ulteriore aforisma, non mi sembra brillantissimo. Forse sarebbe più giusto dire che si tratta di un catalogo testamentario di titoli, sottotitoli, sommari di un libro-romanzo impostulabile, brevi impudenze, accidentali, folgoranti infrazioni del silenzio dove sono di casa e subito tornano a rintanarsi. Scriverlo da capo a fondo, quel libro-romanzo, sarebbe stato dar corso alla chimera che la vita abbia un senso compiuto. Chimera da autobiografi. Per quanto risulta all'autore, la vita non è che una breve traccia insensata di dolori, scacchi, rimpianti. Anzi, gli scappa detto (scritto): è «una parentesi che si apre fra due nulla». Contesto. Questo mi sembra un pessimismo un po' troppo euforico. Vorrebbe dire che prima di nascere eravamo morti. Allora la morte sarebbe una lunga, quieta, innocente agnizione. Magari! Non basterebbe dire che la vita è il brevissimo spazio che ci è concesso per presenziare alla morte di quelli che amiamo, degli altri? Frequentatore schivo ma assiduo della tragicità dello stare al mondo, Luigi non è solo un personaggio tragico: ha il coraggio (la sublime faccia tosta) di testimoniarlo a intermittenze, di interpretarlo per frammenti e schegge, come un vecchio che parla da solo e qualche volta gli capita di parlare forte. «La linea divisoria fra essere e non essere non mi interessa, perché - confessa il nostro autore - non sono un principe danese». Contesto: sei un principe danese, sei un Amleto che scrive il monologo di Amleto; una Madame Bovary che scrive gli ultimi capitoli di Madame Bovary. L'io protagonista dei tuoi piccoli libri continua a interrogarsi sulla colpa di stare al mondo, che disperatamente si ostina a considerare proporzionata allo spropositato dolore che costa. E mai si risponde.

Scrivi che «i luoghi del delitto» sono i luoghi dell'omissione e dell'insipienza: gli spazi del sogno in cui non riusciamo a salvare donne e bambini amati che gli sparvieri o la paziente voracità del mare minacciano a morte. Il nostro cattolico paese ha conosciuto una gamma spropositata di atei: atei miscredenti, atei tomisti, atei bellarminiani, atei postconciliari... Un ateo agostiniano come te è una eccezione preziosa. Leggo: «fare le scale al pianoforte, giocare a scacchi col computer, scrivere nero su bianco non sono azioni ma passatempi. Non avendo scopo esigerebbero almeno la perfezione. Le sonate di Scarlatti non hanno senso se l'esecuzione non è cristallina». E Luigi scrive cristalli con la scrupolosa esattezza con cui il pianista che ha rinunciato ad essere ubbidisce alla segnaletica dello spartito. Si può rinunciare all'esercizio di una vocazione imperiosa. Ma non si può rinunciare al privilegio di portarsela dentro.

Leggo: «diventare un idiota era la mia aspirazione di adolescente, che per i greci voleva dire stare in disparte con innocenza. Se proprio dovevo crescere mi sembrava il miglior modo. Invece uno stupido si impiccia di tutto, senza capire nulla e, mio malgrado, ho preso questa strada». No: l'idiotés dei greci antichi significava semplicemente «familiare, d'ambito ristretto», senza tante innocenze. Poi, dall'idiotà latino, che vale «ignorante», all'idiotikòs neo-greco, che vale «privato», il termine si è sempre portato con sé un senso di deficienza e di ignoranza, insomma di esclusività come privilegio radicato nel diritto di non conoscere gli altri: la boria del «non capisco» borghese (dell'Idiota di Dostoevskij parliamo un'altra volta). Ora, per contestarti di essere stato «uno stupido che si impiccia di tutto», dovrei essere meno stupido di te. Ma nego che il tuo modo di stare al mondo e di scrivere abbia mai avuto il segno della privatezza. Che fosse personale, personalissimo è innegabile: ma personale è quanto attiene all'unicità della persona, alla solitudine radicale che la accomuna a tutte le altre persone in quanto radicalmente uniche e sole. L'io dei tuoi piccoli libri sa che mettersi nei panni degli altri è l'illusione più pericolosa. Vero: però i grandi scrittori ti costringono a metterti nei tuoi. Tu ci costringi a metterci nei nostri.

Reclusi in un presente che «assorda il passato», tu, con l'aristocratico diritto all'anacronismo che rivendichi («vivo evidentemente fuori del mio tempo, anzi fuori del tempo in generale») e con le schive e delicate virtù del tuo caratteraccio ci incoraggi a ricusare l'obbligo di scodinzolare dietro a un futuro che annichilisce i soggetti nel culto dell'efficienza, del successo, dell'emulazione sopraffattrice, ora che la sinistra, crollati i grandi feticci ideologici, si trova a presidiare i diritti non negoziabili della persona.

Diamo atto a Pintor - lo dice lui - di non aver fatto altro in vita sua che avventarsi contro i mulini a vento, purché gli si riconosca di non aver mai pensato possibile raddrizzare «il legno storto dell'umanità». In un paese di moralità avvocatesca, dove l'esercizio dell'intelligenza si limita in genere a una brillante elaborazione delle ragioni del Cliente (e il Cliente non è detto sia l'ultimo boss; spesso non è che il pregiudizio-capo che tutela pregiudizi-gregari), il fedele Pintor non ha mai rivendicato, ritrattando i propri errori, la continuità del suo magistero. Se sbagliavo, continuerò a sbagliare... Il tuo stile è stile morale, la tua moralità è stile. In questo l'agostinismo radicale dello scrittore si salda con i tuoi eroici furori politici. Sei un personaggio dantesco, Luigi. Come Dante.

La «scrittura testamentaria» di Luigi Pintor evoca il suo travolgente talento di titolista. Oltre ai quattro piccoli libri, Pintor scrittore ha scritto infatti migliaia di articoli e inventato una miriade di titoli. Pubblicando in volume un cospicuo manipolo di pezzi per il manifesto, osservava che gli articoli di giornale sono scritti sull'acqua, e ristamparli in volume «dovrebbe essere vietato come calpestare i fiori». No, non contesto. E i libri? I libri, invece, si incidono, si scalpellano, ma sempre sull'acqua. Perché l'acqua siamo noi.

[da il manifesto di oggi]

Logo 19.05.03

Umanità Blog
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di AA.VV.

L'antefatto si legge in un commento di Emanuela ad una segnalazione di BlogOltre:

Ho seguito piuttosto distrattamente e molto “ per caso” questa storia infinita su “Cos’è un BLOG” e soprattutto a che serve e come dovrebbe essere "fatto" per ottenere una sorta di legittimità e di validità socio-culturale.
Mi sembra un interrogativo superfluo. E’ come se ci si chiedesse cos’è il telefono, a che serve e che tipo di conversazione si dovrebbe intrattenere quando lo si usa per “nobilitarne” il senso !
Il Blog, è come il telefono. E’ un semplice MEZZO di comunicazione. Uno STRUMENTO, nuovo, nuovissimo che apre la strada alla possibilità di originare incontri che da virtuali divengano reali. Il suo FINE dovrebbe essere quello di agevolare la proliferazione dei rapporti umani veri, concreti non relegati negli angusti spazi di qualche circoscritto evento telematico, o di qualche vera-falsa polemica tra bloggers. Sarebbe interessante che qualcuno desse vita ad un dibattito su L’EPISTEMOLOGIA del BLOG , su come un nuovo mezzo di comunicazione, che entra a far parte della nostra cultura, influisca sui parametri della conoscenza collettiva e possa stimolare la rinascita di un autentico contatto interpersonale ormai perduto. Io non posseggo un know-how semiologico sufficiente per farlo, ma certamente ci sarà tra voi qualcuno in grado di affrontare il problema da questo punto di vista.

Bea copia in Mariemarion questo commento, insieme ad altri interventi...

blog,
bisogno fisiologico...

Ieri notte in una località segreta si è riunito il CDA dell'hotel messico.
Presenti:
Sig.Filtro
Mr.Rizla
Mr.Marlboro
Sig.Accendino
Mr.Hash
Ordine del giorno:
Assetto politico medio oriente.
Politica monetaria UE.
Programmi di sviluppo per paesi in difficoltà.
Cambio tergicristallo consumato che non pulisce un cazzo, che arricchisco tutti quelli che stanno ai semafori.
Più figa sul sito.
Superati i problemi iniziali tra le posizioni troppo morbide di Mr.Rizla e troppo dure del sig. Filtro, la riunione si è svolta in un clima disteso, infuocato di tanto in tanto dalle intrusioni del sig. Accendino.Infine, Mr. Hash ha messo d'accordo tutti.


Mantenere il livello di questo sito costantemente basso comincia a essere un lavoraccio.Temo che qualcuno prima o poi mi scopra e mi chiederà di restituirgli i soldi.


by Hotel Messico

grazie, mamma.
Grazie davvero, mamma, di avermi educata al rispetto degli altri, di avermi fatto vivere le differenze come arricchimento.
Grazie mamma di avermi raccontato di come prendevano in giro te, negli anni '70, in quell'ufficio di vecchie signore, per avere degli amici dichiaratamente omosessuali e di non trovarlo né strano, né tanto meno speciale (che pare a volte che sia una moda).
Grazie mamma di avermi fatto assistere alle tue telefonate con W. il burbero, quando gli dici senza malizia "sei la mia migliore amica".
Grazie mamma perché tutte le volte che mi hai fatto lezioni di moralismo cristiano-cattolico non hai mai dimenticato di dirmi che prima di tutto c'è il rispetto.
Grazie perché quando ti dicevo che eri troppo vecchia, con i tuoi 30 anni abbondanti più di me, per insegnarmi le cose della vita, quando ti dicevo che eri uscita da un quadro del '600 conservato in un convento di Orsoline, mi dicevi che si, eri vecchia ma non stupida e che dalle Orsoline ci eri andata per davvero, nella stessa scuola di Moana, ma eravate venute un po' diverse.
Grazie perché tutte le volte che hai agito senza mancare di rispetto a nessuno, foss'egli bianco nero ebreo ortodosso comunista fascista omosessuale misogino e financo laziale, mi hai insegnato quello che il povero figlio del mio povero collega non potrà sapere e capire mai.
Ora ti telefono e te lo dico, grazie, ma tu non mi chiedere perché.


sfuggito dalle mani di sooshee


Cosa voglio dirti?
Che qui fuori è caldo, il sole splende e l'aria è immobile.
Ma qui dentro, in questo quadro, l'acqua riempie queste parole come un fiume ingordo e maligno che sommerge tutti coloro che mi sono vicino.
Che si cade anche per questi pensieri, perchè siamo come fragili canneti, alla mercè di brutali parole colme d'acqua in un maggio di sole.


by LuomoNelQuadro

... o devianza psicologica?


BlogOltre segnala un pirla tra i blog!
A parte le seghe (cfr: "I blog sono questo, sono specchi opposti e paralleli, l'uno accanto all'altro; riflettono l'immagine inconsistente del nostro esistere
accompagnandolo in una costante ricerca d'individualità, plasmandolo
saggiamente per renderlo piacente al nostro incredulo malizioso sguardo)
esso linka platinette, che mi è stato stroncato qualche tempo fa come "provocazione" (come parlare di meteorologia in ascensore )
che fare? (e mi pare di parafrasare lenin)
con amore materno matricida (grrr)

mail firmata


Strumento di comunicazione o fine della comunicazione?
Thi is the problem, Emanuela.
Hai centrato la risposta al primo colpo, ma la risposta già pone nuovi interrogativi.
La storia infinita del blog è ancora tutta da scrivere.
E' indubbio che il bisogno insopprimibile di comunicare sia insito nell'animo umano.
Madre Psichiatria parlerebbe dei cinque interruttori biologici, i cinque bisogni fisiologici che non si può fingere di non possedere, a dirla in termini miserabili.
Ovvero la fame, la sete, il sonno, il sesso (alleluia!), la CONOSCENZA.
Un interruttore troppo o poco aperto o del tutto chiuso o del tutto aperto nella psiche comporterebbe che so, la bulimia o l'anoressia se si trattasse di quello della fame, la frigidità, l'impotenza o la ninfomania se a restare chiuso o aperto fosse quello del sesso e via discorrendo.
La Comunicazione rientra nel bisogno primario della Conoscenza, un vero e proprio impulso biologico. Insopprimibile.
E allora non è che bisogna andare a sfondarsi le meningi oltre i limiti dei massimi sistemi per capire ciò che Puntoeacapo ha semplicemente evidenziato secondo il buon senso antico.
"E' come se ci si chiedesse cos'è un telefono", scrive Emanuela parlando del blog.
La domanda è un'altra, casomai.
Come si usa il telefono. Come si usa il blog.
Per comunicare, per esempio. Se si è sani di mente.
Qualunque cosa, dal vecchio "butta giù la pasta che arrivo" alle nostre chiacchierate notturne che tra un sorriso e un lazzo sempre cercano di capire oltre il banale, l'immaginario collettivo, il politichese da quattro soldi.
Così il blog, per chi sa leggere oltre.
HotelMessico comunica solitudine e lo fa con l'arguta ironia di chi sempre prova pudore dei propri sentimenti.
La piccola SooShee, più manifesta come tutte le donne, sente improvviso il bisogno di comunicare alla madre il proprio amore.
LuomoNelQuadro in perenne conflitto con se stesso ha bisogno di comunicare questo conflitto a qualcuno.
Tre persone sane di mente scelte apposta come esempi di una comunicazione perfetta.
Quel loro bisogno insopprimibile è anche il mio, è di tutti noi.
Ma c'è anche chi usa il telefono per svegliare la gente in piena notte pronunciando orribili minacce e devastando la quiete domestica.
Allora il telefono non è più strumento per soddisfare un bisogno primario ma un mezzo per vomitare sugli altri incolpevoli i fantasmi della propria follia.
Alla stessa stregua il blog sta diventando strumento di liberazione della propria instabilità psichica non più in maniera sana, esorcizzantesi attraverso la parola che libera, ma alla stregua di una spiacevole telefonata notturna... offende.
Non più di fuffa giocherellona si tratta, a parer mio.
Il caso della lettera firmata sopra trascritta non è più fuffa goliardica.
Ma il segnale che il malessere di vivere sta propagando a carcinoma anche dentro Internet.
Un malessere che se riconosciuto rende piacevole la lettura, si sorride, si soffre insieme, si condivide.
Se non riconosciuto, il carcinoma s'allarga a metastasi che nella parola ricercano il facile dileggio, l'offesa vile, il sasso gettato nascondendo la mano, il ghigno del frustrato impotente che ha bisogno di far pagare agli altri la propria infelicità.
E, mi dispiace ancora una volta il doverlo constatare, si tratta per lo più di donne.
Sempre più spesso m'arrivano link che preferisco non aprire, poi a tarda notte mi sforzo di leggere quelle bieche realtà.
Ciò che leggo non mi piace mai, che io conosca o meno la persona fatta oggetto dello scherno.
Ma quando trovo nomi noti e a me cari, come Pizia, come PinoScaccia, come la piccola Eva di Malemele, il blog "pirla" segnalato da BlogOltre e volgarmente irriso dalla signorina la cui firma non troverà mai spazio qui dentro... be' mi conoscete, io vedo rosso.
Per fortuna Zu m'ha insegnato a contare. E sono tre giorni che conto.
Debbo dire che funziona, amico Giulio Pianese maestro di Bovisa e di moderazione.
Quella meil, a nervatura calma, si commenta da sola, senza neanche stare a leggerla tanto oltre.
Essere vilipesi perché si ha Platinette tra i propri blog preferiti. Non lo capisco...
E arrivare a risvegliare Lenin il quale è risaputo che prima d'assaltare il Palazzo d'Inverno si era chiesto: che fare?
Mentre da tremila anni, da Socrate aSchumacher, è altrettanto risaputo che nessuno si sia chiesto che fare.
Ma semplicemente abbia agito così, tanto perché gli pareva d'annoiarsi.
Io non ho altre parole. Di fronte alla stupidità che si fa presunzione io non ho mai parole.
Nessuno tocchi i miei amici.
Perché la prossima volta non userò i toni civili della signora Puntoeacapo.
Io non sono la fuffa né la polemica da quattro soldi.
Per cortesia, le vostre odiose frustrazioni andate a vomitarle dai vostri psichiatri, posto che siate così intelligenti da averne uno.
O sparatevi, che fate un favore a voi e uno a noi, soprattutto a noi.

UnaDonnaPerAmico

Logo 18.05.03

Addio Luigi Pintor
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[...]Vivere è invece facile, a giudicare dall'esigua percentuale dei suicidi che adesso potrei incrementare scavalcando la ringhiera che non scavalco. Un brusco decesso volontario è comodo ma ha il sapore di un tradimento e questo mi trattiene. O forse desidero un calmo congedo con la serenità seduta al capezzale. Ma non ho mai conosciuto questa signora che tutti invocano e non la incontrerò di certo all'ultimo momento.

(da Luigi Pintor, "I luoghi del delitto", Bollati Boringhieri - su segnalazione de la Repubblica)

Logo 17.05.03

E' morto a Roma il giornalista Luigi Pintor
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EdROMA - Luigi Pintor, editorialista de «Il Manifesto» di cui fu fondatore dopo la radiazione dal Pci nel 1969, è morto oggi nella sua casa romana nel quartiere Trieste, assistito dalla moglie Isabella. Pintor, 78 anni, era stato colpito da un grave male un mese fa. L'ultimo suo articolo era apparso sul giornale che aveva a lungo anche diretto una ventina di giorni fa.

...leggi l'articolo dal Corriere.it...

(la foto è tratta da www.corriere.it)

Logo 16.05.03

Il nuovo BlogOltre
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di Pietro B.

BlogOltre da oggi cambia leggermente aspetto ma soprattutto modalità di gestione. Lo gestirò da ora in poi per quanto riguarda la home page e gli archivi con Movable Type. In tal modo potrò dedicare più tempo ai contenuti anziché a scrivere manualmente i tag html. Questo potrà provocare qualche problema tra il "vecchio" e il "nuovo" blog. Di ciò vi chiedo anticipatamente scusa.

Trovate l'ultima home page del vecchio blog qui.

Per quanto riguarda gli archivi trovate solo per il mese di Maggio 2003 una doppia archiviazione dovuta ad una necessità tecnica.
Cosicchè per i post di BlogOltre fino al 17 Maggio dovete fare riferimento anche al "Vecchio archivio", specialmente per i vostri commenti che non ho potuto trasportare nella nuova casa.
Tutto quello che sarà scritto da oggi rientrerà nei nuovi archivi.
(Sono un po' confuso anch'io, spero solo che tutto funzioni...)

Logo 15.05.03

I blog sono specchi opposti e paralleli
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di MaleMele*

Ho trovato tra tanti blog una perla. Piccola e poco appariscente. Eppure ne ha di cose da dire... Leggete ad esempio questo...

Sabato 10 maggio alle ore 16,30, presso l’aula A del padiglione 7 all’interno del comprensorio della Fiera di Padova, in occasione del Webbit, si è parlato di blog.
Si è parlato di blog come spesso se ne è parlato nei giornali, nei libri, poco in tv, molto in internet. Ormai i cosiddetti blogger sono una comunità alla cronica e costante ricerca di definizione, sono cercatori di “senso”, e produttori di significato, cercano di intuire, tra le tante righe depositate nei vari post, cosa li spinga a confidare a questo variopinto salotto virtuale, idee, opinioni, storie e stornelli, canzoni e poesie, propensioni giornalistiche, fotografiche o critiche.
C’è chi apre un blog solo per provare a sé stesso che è in grado di sfruttare le potenzialità telematiche del proprio pc, senza dover obbligatoriamente leggere i manuali di recente pubblicazione sull’argomento, abbandonando poi miseramente il progetto perché, a suo dire, non ha nulla da scrivere…

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[* MaleMele in paradiso ]

Logo 13.05.03

Fabrizio Pilotti: «il foglio di carta igienica: il blog multidimensionale»
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Intervista di Pietro B.

Questa intervista inizia tutta in salita per l'intervistato. E i motivi sono due.

1) Fabrizio Pilotti è nato lo stesso giorno e mese di Silvio Berlusconi. E questo di per se è un fatto esecrabile.

2) Fabrizio Pilotti è nato lo stesso giorno e mese di mia moglie. E questo è una colpa inaudita. Quasi una persecuzione (nei miei confronti).
Quindi sappiate che non potrò essere come al solito neutrale e benevolo. Insomma questa intervista parte male, e non per colpa mia te ne rendi conto Fabrizio?

Me ne rendo conto. Ma, astenendomi da commenti di ogni tipo sulla seconda domanda, ti vorrei far partecipe del mio ultimo decennio di sofferenze.
Beh, ti devo confessare che per tanto tempo ho avuto propositi di farla finita. Ma poi un giorno per magia, mentre ero alla biblioteca dell'Universita' di Stoccarda, mi e' caduto l'occhio su un libricino di Gauss sui cicli biotistici 35-32. Praticamente affermava il Gauss che i cicli biologici alternano positivo e negativo con sorprendente regolarita' secondo una cadenza 35-32. Ora, io e il nano che lavora in uno dei palazzi fatto erigere dai Chigi, siamo separati da 32 anni; a voi stabilire chi e' il positivo e il negativo.
Cio' che e' certo e' che 35 anni prima del nano nacque qualcuno di biologicamente opposto alla sua persona. E 35 dopo di me nascera' qualcuno di biologicamente opposto alla mia.
Focalizzandoci sul 29 settembre 1901 e sul 29 settembre 2003, possiamo dire con certezza che alla prima data nacque Enrico Fermi. E la seconda e' la data presunta di nascita di mia(o) figlia(o).

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Pistolottate (da il manifesto di oggi)
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Non vota e non va neanche al mare. Cofferati andrà in campagna, ci andrà senza se e senza ma.
(Jena)

Logo 11.05.03

Cronache padovane (webbit e dintorni)
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di Manilo Busalacchi*

Età media 20 anni, niente cravatte, giacche o borse in pelle, rimpiazzate da zaini colorati. L'informatica rivolta ad internet è ancora dominio di una classe eterogenea di giovani. Nessun, quindi, stand appariscente e futuristico, quelli che ancora si intravedono allo SMAU. Il padiglione di ingresso del WEBBIT è un brulicare di ragazzi, qualcuno si muove velocemente tra la distesa imprecisata di banchi, senza pareti, senza barriere, senza loghi e senza apparente motivo. Desk Top, notebook, palmari, annessi, connessi e interconnessi, a decine, centinaia, alcuni su internet, altri sulla schermata del solitario, oppure con lo screen saver perpetuamente roteante tra tastiera e mouse, panini, aranciate e le immancabili lattine di coca cola.

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[* Manilo Busalacchi ha un suo blog e collabora con BlogOltre ]

Cavaliere troppo prepotente? Disarcioniamolo con l'art.18
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di Alessandro Curzi*

Di fronte all'ennesimo spettacolo di prepotenza e di autoritarismo offerto dal Cavaliere venerdì sera a "Excalibur", c'è solo da rimpiangere che i telespettatori che lo hanno seguito siano stati così pochi (8% dai dati auditel). A lui certamente sarà dispiaciuto constatare quanto possa essere scemata la sua capacità di attrazione sui telespettatori (e, speriamo, sui cittadini-elettori). Ma a me è sinceramente dispiaciuto ancora di più. E questo per un motivo molto semplice. Sono convinto che tutti coloro che hanno avuto la ventura di seguire quella trasmissione trasformata in fluviale soliloquio, di osservare quell'intervistatore in ginocchio, di rilevare la trasformazione di un processo (in cui il Cavaliere è imputato) in strumento di attacco, di insulto e di vilipendio da parte del Cavaliere ai danni del processo stesso, dei giudici e dei testimoni, ne abbiano ricavato una forte sensazione di smarrimento e di sgomento.

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[* direttore del quotidiano comunista Liberazione - 11/5/2003]

Logo 10.05.03

Mondo Blog: Storie vere di gente in rete - Posted by la Pizia
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di Eloisa Di Rocco*

[Nel seguito la prefazione e l'introduzione al libro]


Prefazione



di Luisa Carrada




"Curioso..." - mi sono detta, quando ho saputo che La Pizia
avrebbe scritto un libro sui webiog - "... la meno convenzionale,
la più narrativa tra i blogger nostrani... ". "No, affatto, anzi logico"

- mi sono detta poco dopo - "chi se non lei può cercare di raccontare quell'intrecciarsi di storie, parole, amicizie, opinioni, destini,
che costituisce la vera essenza dei webiog? "

Lei, proprio lei, quasi un'antiblogger: testi lunghissimi, quasi niente link, poca e niente attualità, un palcoscenico rosso e viola per il
teatro dei sentimenti, degli sguardi, delle immagini e degli attimi
fermati in parole scelte e distillate con cura.


Perché al di là di tutte le elucubrazioni e i tentativi di definizione
("diario di bordo online", "tenere traccia di...", "appunti di navigazione. .. "), il blog è tutto sommato una cosa molto semplice: uno
strumento a disposizione di tutti per pubblicare le proprie parole
e, attraverso le parole, entrare in relazione con gli altri. 


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 [ *Eloisa di Rocco - Mondo Blog, Storie vere di gente in rete, Posted by La Pizia - Ed. Hops libri , pp.176, 12 euro - ISBN 88-8378-081-7 ]

Pistolottate (da il manifesto dell'8/5/03)
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Pistolottate (da il manifesto di oggi)
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Logo 09.05.03

Americani ed antiamericani
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di Furio Colombo*

Esiste un sentimento antiamericano a sinistra. Non ha cancellato o intaccato la memoria della Liberazione che la sinistra, insieme a tanti italiani, insiste nel ricordare come un patto tra alleati. Ma la guerra fredda ha certo lasciato ferite, giudizi, pregiudizi, brutti ricordi. E anche qualche leggenda che continua a raggiungere come un boomerang le persone più giovani mentre si affacciano alla vita politica. È un problema e un errore....

Ci stanno vendendo una patacca. La patacca è questa. Vogliono farci credere che George W. Bush e il suo gruppo di persone ossessionate dal controllo dell’Universo non sono un frammento della storia americana, non sono un pezzo temporaneo e strano della sua politica. No, vi intimano di credere che Bush e Rumsfeld (detto affettuosamente Rummy dalla columnist del New York Times Maureen Dowd, che lo detesta) e Jay Gardner e Richard Perle e Paul Wolfovitz e tutta la corte dei miracoli (di tutti i tipi, tranne che miracoli economici) che abitano alla Casa Bianca in questo momento, siano «l’America».

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[da l'Unità del 2/5/03 - su segnalazione di Beatrice ]


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