Logo di Italia BlogOltre

Logo 21.02.05

Giornalisti, bersagli primari
-------------------------

di LUCIO E JOHN MANISCO
[da il Manifesto del 21 Febbraio 2005]

Nel nuovo ordine mediatico i reporter hanno imparato a pensarsi come «bersagli» dall'epoca della guerra del Vietnam, quando l'informazione venne irregimentata perché il Pentagono scoprì che la perdeva nelle «redazioni americane», e dagli anni Ottanta in Centramerica

Igiornalisti occidentali hanno avuto la netta sensazione di essere diventati per le parti in conflitto «primary targets» bersagli primari, e non più «targets of opportunity», bersagli occasionali o accidentali, negli anni Ottanta quando nella guerra civile del Centroamerica, cinque dei loro colleghi vennero uccisi nel Nicaragua e quattro altri nel Salvador. «El Choco», il guerrigliero che aveva attaccato e presidiato per giorni l'ambasciata degli Stati uniti di San Salvador, pur disapprovando l'ostilità generalizzata contro i mass media dei suoi compagni nel «Frente Farabundo Martì», ne fornì la seguente spiegazione: «Ormai guardiamo ad una telecamera della Nbc o della Bbc come ad un Howitzer da 105 puntato contro di noi; con le immagini che presentano e ed i commenti che le accompagnano sono forse più devastanti per la nostra causa dei pezzi di artiglieria impiegati dal signor Duarte su gentile concessione del signor Negroponte. La vostra televisione può essere anche amica, ma in combattimento non c'è tempo per i distinguo, anche se ne valesse la pena».

La posizione dei telegiornali

La stessa spiegazione ci era stata data dal comandante sandinista dell'insurrezione di Estelì in Nicaragua, quando, superato un posto di blocco della guardia somozista per raggiungere la città assediata il telaio della nostra Chevrolet venne perforato da qualche proiettile «rebelde». (Se ricordiamo bene, era presente con noi Catucci del Tg1).

Diversa la situazione ma più aspre le accuse rivolteci dai giovani contestatori greci durante le violente dimostrazioni del 1990 contro la visita di Bush senior ad Atene: l'operatore del Tg3 Michele Capasso, uno dei migliori e più coraggiosi della Rai, era stato fatto bersaglio di fitte sassaiole e di qualche colpo di pistola e noi avevamo cercato di spiegare ai dimostranti la posizione del nostro telegiornale. «Obbiettivi o meno - fu la risposta - fate sempre parte di un sistema repressivo e gli fornite un'alibi».

Un minimo di memoria storica

Chi ha un minimo di memoria storica non può non far risalire origini, cause e concause di questa ostilità ideologica ed operativa contro i mass media occidentali all'irregimentazione degli operatori dell'informazione avvenuta negli Stati uniti dopo la guerra nel Vietnam, perduta, secondo l'indimenticabile battuta attribuita a Newt Gingrich «non sul Delta del Mekong ma nelle redazioni della 43ma strada e della Sesta avenue» (vale a dire, rispettivamente, le sedi del New York Times e della Cbs).

La crisi delle grandi reti di informazione provocata dalla drastica e ben pilotata riduzione della pubblicità delle corporazioni industriali, i «mergers» e i passaggi di proprietà in mani più sicure, sempre filogovernative, l'avvento dello «infotainment», prima ancora dello «militainment», hanno presto ragione dei conati di resistenza dei giornalisti cosiddetti indipendenti, pochi, aimé, troppo pochi.

Dopo il Vietnam e il Watergate il controllo mediatico diventa così un essenziale strumento di potere per tutte le amministrazioni repubblicane e democratiche. La controriforma trova zelanti seguaci in paesi alleati ed amici (l'americanismo recluta personalità illustri) ed investe organizzazioni internazionali come l'Unesco, rea di aver progettato un'agenzia di notizie indipendente per il terzo mondo. Le prove generali del nuovo ordine mondiale dell'informazionee vengono indette in occasione di Desert Storm, la prima guerra del Golfo.con una sceneggiatura da kolossal hollywoodiano: gli «inviati di guerra» non hanno più accesso al fronte, il loro ruolo è quello di recipienti dei video giochi del Pentagono e delle comiche finali del generale Schwarzkopf.

Proibito parlare di napalm

Proibito parlare di napalm , di cluster bombs, di uranio impoverito, di massacri di civili,militari e prigionieri irakeni. Lo fa, con pochi altri, Pete Arnett da Baghdad che dopo essere stato radiato dai ranghi della Cnn scrive di due o tre Cruise diretti contro la sua postazione. Unica eccezione nella grande provincia italiana il Tg3 di Sandro Curzi, bersagliato da molteplici dossier - denunzie dell'ambasciata degli Stati uniti e dalle invettive di parlamentari italiani come l'Onorevole Giorgio La Malfa.

Dieci anni dopo i metodi adottati sono più energici, più diretti e certo non limitati allo «embedding» di giornalisti, redazioni e direzioni di quasi tutti i mass media. Eason Jordan, redattore capo della Cnn, viene costretto alle dimissioni per aver dichiarato il 28 gennaio a Davos che 12 reporter sono stati trucidati dai militari statunitensi in Iraq. Più modesto il bilancio di Ann Cooper, direttrice del «Comitato per la protezione dei giornalisti»: dei 53 giornalisti ed interpreti uccisi in questo conflitto solo 9 sarebbero quelli ammazzati deliberatamente dai marines (apparentemente non vengono calcolate le vittime nell'hotel Palestine e nelle sedi di Al Jazeera a Baghdad e a Kabul).

Morire dalla voglia di raccontare

Nel saggio «Morire dalla voglia di raccontare la storia» Nick Gowing della Nbc scrive: «Esistono ormai le prove che l'attività dei media nel conflitto viene considerata dai nostri militari sul campo di significato militare, tale cioè da giustificare azioni mirate a rimuoverla o almeno a neutralizzarla». La cortina di silenzio e di ferro calata sul genocidio di Fallujah, paragonabile solo a quelli di Coventry, Dresda e Nagasaki, sembra conferire validità assoluta alla tesi dell'esponente della tv Nbc.

Non ci rimane altro che parafrasare quanto ci disse due anni fa Edward Bond: «L'informazione può liberare o portare morte. Come le bombe o il cibo va al cuore della nostra esistenza e le sue conseguenze vanno molto al di là delle une e dell'altro: il cattivo cibo avvelena chi lo consuma, la cattiva informazione è una pestilenza passata a chi deve ancora nascere. Le bombe distruggono le città la cattiva informazione da vita alla cultura dei produttori di bombe perché li convince di avere un diritto politico e morale di produrle e impiegarle».

Posta| 0 commenti
Commenti
ItaliaBlogOltre è un'iniziativa de:
 Le MieTerre
(Vecchio contatore: 149192)