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Maffia - Fantasma Provenzano
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di Peter Gomez e Marco Lillo

[da L'Espresso n° 5 del 10/2/2005]

È latitante da 42 anni. Più volte polizia e carabinieri sono stati vicini a prenderlo. Ma le tante complicità e protezioni hanno sempre evitato la cattura del boss

Dietro, Bagheria con i suoi palazzi settecenteschi, le sue ville, i quadri di Guttuso, i ricordi di Dacia Maraini e i sogni da bambino del regista Giuseppe Tornatore. Davanti, la statale 113, quella che in un attimo ti porta a Palermo.

Ecco, se si vogliono raccontare i 42 anni di caccia al superlatitante Bernardo Provenzano, si può benissimo partire da qui. Non da Corleone, dove zu' Binu è nato il 31 gennaio 1933, terzo di sette fratelli. Ma da uno spiazzo 50 chilometri più a sud. Uno spiazzo di polvere e cemento, dove i camion sono sempre in manovra e l'aria ha l'odore acre del gasolio. È il posteggio del Consorzio artigiano Sud-Tir, un grande crocevia per autoarticolati diretto, fino a martedì 25 gennaio, da Onofrio Morreale, un tecnico della logistica che insieme allo spostamento delle merci curava quello dei pizzini: i foglietti di carta attraverso cui il capo dei capi comunica con i suoi uomini. A osservarlo ora questo piazzale di sosta sembra un posto come tanti. Un punto qualsiasi della Sicilia che lavora. In realtà, ogni centimetro quadrato, ogni pietra, ogni camion narra una storia fatta di mafia, politica, astuzia e tradimento. Qui, infatti, i carabinieri del Ros a Provenzano ci sono finiti davvero vicini.

È l'8 gennaio del 2004 quando, dopo anni di tentativi andati a vuoto, le microcamere degli investigatori riprendono finalmente uno scambio di messaggi destinati al superlatitante. I militari vedono due uomini d'onore di seconda generazione attraversare a passo veloce il posteggio. Sono due ragazzi di Villabate, hanno i capelli lunghi e vestono alla moda. Il primo si chiama Nicola Mandalà. Gestisce sale Bingo e centri scommesse della Snai. È sposato, ma non disdegna le discoteche e la cocaina. Con lui c'è Ignazio 'Ezio' Fontana, 31 anni, il suo vice: un picciotto che Nicola ha personalmente affiliato all'onorata società, secondo l'antico rito della puntura di spillo sull'indice della mano destra. Quella buona per sparare.

A guardarli camminare spalla a spalla è facile pensare, per chi conosce la storia di Cosa Nostra, a una bizzarra riedizione del compromesso storico. Ignazio è il nipote di Nino Fontana, un ex vicesindaco comunista di Villabate arrestato nel 2003, che Pio La Torre tentò inutilmente di far espellere dal Pci nei primi anni Ottanta. Nicola, il capo, è invece il figlio di Antonino Mandalà, un ex dirigente provinciale di Forza Italia, oggi sotto processo per mafia, un tempo socio in un'assicurazione del ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia e del portavoce di Forza Italia al Senato, Renato Schifani (dal 1979 al 1980). Ma in questo caso la politica non c'entra. O almeno non direttamente.

I due ragazzi si dirigono invece verso Onofrio Morreale, che è appena uscito dagli uffici del Consorzio Sud-Tir. I tre si salutano e si scambiano un involucro bianco dentro il quale, come emergerà dalle intercettazioni, c'è il bigliettino da far arrivare al boss dei boss. Tutto si svolge in maniera velocissima. Morreale mette il foglietto in tasca e scompare tra decine di camion in movimento. Impossibile capire dove sia andato, né a quale autista abbia eventualmente affidato il messaggio. La via dei pizzini che aveva portato carabinieri e polizia a inseguire una dozzina di corrieri di Provenzano attraverso tutta la Sicilia, da Vittoria nel ragusano, fino a Mezzojuso e Villabate nel palermitano, finisce in un vicolo cieco. Come sempre.

"Almeno questa volta abbiamo avuto la certezza che Binu c'è sfuggito perché scaltro. Perché tra lui e l'ultimo postino ha inserito il filtro di un'azienda di trasporti da dove era davvero impossibile proseguire la caccia e non perché qualche cane ci ha tradito...", si consola adesso un investigatore reduce dal blitz che ha portato in carcere 54 uomini dello 'zio'. Non aggiunge altro. Ma basta poco per capire. Il riferimento è al maresciallo Giorgio Riolo, forse il migliore esperto di microspie che l'Arma abbia mai avuto in Sicilia, finito in manette nel 2003. Riolo, dopo aver piazzato le sue trappole, andava a confidare al nemico ogni particolare. Come in una guerra persa in partenza, il maresciallo entrava negli uffici silenziosi di una clinica di Bagheria all'avanguardia nella lotta contro il cancro. E lì si confessava con il proprietario, l'ingegner Michele Aiello, un uomo religioso, alto e magrissimo, amico di politici e mafiosi.

"Che state facendo di buono?", domandava l'ingegnere versando lentamente il caffè. Subito il maresciallo sgranava il suo rosario: una cimice nascosta in auto a un boss di Bagheria; le telecamere che stavano per essere installate già nel 2001 al Consorzio Sud-Ttir dove tre anni dopo, con Riolo in carcere, sarebbe stato documentato lo scambio di pizzini diretto a Provenzano; le indagini a Belmonte Mezzagno su Ciccio Pastoia, per anni autista del capo dei capi; quelle sull'amante del numero due di Cosa Nostra, il trapanese Matteo Messina Denaro; le intercettazioni a Pisa sui detenuti del 41 bis...

"A un certo punto quasi lo coinvolgevo, quasi fosse uno di noi", racconterà Riolo ai magistrati. Solo che Aiello lavorava per zu' Binu, non per i carabinieri. E Provenzano lo sapeva. Tanto che il 15 aprile del 2002 arriverà a scrivere - l'italiano è approssimativo - in uno dei pizzini sequestrati ai suoi uomini: "Facci guardare se intorno all'azienda, ci avessero potuto mettere una o più telecamere, vicino ho distante falli impegnare ad'osservare bene. E con questo, dire che non parlano, né dentro, né vicino alle macchine, anche in casa, non parlano ad alta voce, non parlare nemmeno vicini a case, ne buone né diroccate, istruiscili, niente per me ringraziamenti. Ringrazia a Nostro Signore Gesù Cristo". Così una dopo l'altra le cimici smettono di funzionare. Vengono scoperte e distrutte. Le microcamere finiscono invece per essere voltate verso il basso.

Anche nelle campagne di Vicari, al confine tra le province di Palermo e Agrigento, è andata così. Lì tra i campi di grano e gli ulivi, nella primavera di due anni fa, è in programma una riunione della cupola. A fare gli onori di casa ci sono i capomafia della zona, ma Provenzano non arriva. Giunge invece il suo sgrammaticato messaggio. E una mattina tutto si complica. Sui monitor dei carabinieri all'improvviso compaiono solo scarpe. Tante scarpe e un po' di terra. Di rumori non se ne sente nessuno. C'è solo un bisbiglio sommesso di gente che si scambia confidenze. Gente di mafia che si complimenta per l'astuzia del boss dei boss.

I miti in Sicilia nascono così. Da anni e anni di sconfitte dello Stato e di vittorie dell'anti-Stato. E insieme ai miti nascono le polemiche, i gialli e i misteri. Non per niente fino al 1992 Provenzano è per tutti morto. E quando il 5 aprile di quell'anno rientra a Corleone Saveria Benedetta Palazzolo, la compagna di una vita dalla quale Bernardo ha avuto due figli, Angelo e Francesco Paolo, ora studenti di lingue e scienze delle comunicazioni a Palermo, l'arrivo in paese della famiglia Provenzano viene preso per una conferma del decesso. Zu' Binu in realtà sta benissimo. Ha sì qualche problema ai reni, ma la sua unica preoccupazione è quella di mettere al sicuro il sangue del suo sangue alla vigilia degli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

La reazione dello Stato non la teme. Quando è ancora un ragazzo entra a far parte del clan di Luciano Liggio. Accanto a lui capisce come, grazie alla corruzione, le minacce e la paura, sia sempre possibile trovare gli appoggi giusti. Nel giro di quattro anni, tra il 1954 e il 1958, a Corleone la lotta tra Liggio e il suo ex capocosca, il sindaco democristiano Michele Navarra, fa sfilare per il paese i feretri di 153 morti ammazzati. Un massacro continuo, con cifre da guerra civile. In proporzione, se a Milano qualcuno si prendesse la briga di emulare le gesta di Liggio, Provenzano e soci, si dovrebbero assassinare almeno 20 mila persone.

Ma di fronte a questi numeri non succede niente. Bernardo si rende irreperibile solo nel 1963 e diventa ufficialmente latitante il 18 settembre, quando viene denunciato per un triplice omicidio. Così trova rifugio in una masseria del fratello del sindaco Dc di Prizzi, ma quando arrivano i militari di lui, ovviamente, non c'è più traccia. Nel '65 la scena si ripete in Piemonte. Un infiltrato della squadra mobile di Torino assicura che Binu si trova a Venaria Reale, ma la soffiata resta senza esito. Come sempre, Provenzano non si è mosso dalla Sicilia. Si trova a pochi chilometri da Palermo, a San Giuseppe Jato, dove un giovanissimo Giovanni Brusca, l'uomo che nel '92 premerà il telecomando della strage di Capaci, gli servirà per mesi il pranzo. Sono gli anni in cui, secondo buona parte della classe politica dell'isola, "la mafia non esiste, è un'invenzione dei giornali del Nord".

Il clima siciliano è ideale per cominciare a trafficare droga e concludere tanti affari. Liggio e Provenzano sono inseparabili. Si sentono intoccabili. Talmente intoccabili che quando il latitante Liggio viene denunciato da un vicino di casa perché ha l'abitudine di prendere il sole nudo, sarà Bernardo, secondo il pentito Antonino Calderone, a presentarsi sotto falso nome dai carabinieri per convincerli a chiudere un occhio.

In quel periodo, del resto, gli unici pericoli vengono dall'interno di Cosa Nostra. Nei primi anni Settanta è il boss di Cinisi, don Tano Badalamenti, a far saper alle forze dell'ordine che in paese Saveria Benedetta Palazzolo sta costruendo una casa destinata a ospitare la famiglia Provenzano. L'informazione manda a monte l'affare e convince Saveria, ufficialmente camiciaia, ad affidarsi a professionisti più discreti. Uno di questi è il cavaliere Sebastiano Provenzano (solo omonimo del boss), che assieme al figlio Giuseppe - nel 1996 eletto presidente della Regione nelle fila di Forza Italia - cura gli investimenti della compagna del boss.

Poi ci sono i prestanome. Il capobastone di Prizzi, Tommaso Cannella, nella cui azienda, la Sicilconcrete, avvengono riunioni su riunioni, e che spesso, secondo i filmati dei carabinieri, riceve la visita di un cugino diventato deputato regionale: il medico Giovanni Mercadante, protagonista di un'indagine di recente archiviata nella quale si ipotizzava che potesse aver curato Bernardo durante la latitanza. E il geometra dell'Anas Pino Lipari, storico collaboratore del capo dei capi con il quale negli anni Ottanta si butta nel business della sanità, aprendo decine di società che riforniscono cliniche e ospedali. Di Provenzano, però, gli investigatori non toccano neanche l'ombra. Nel 1981, in una indagine antidroga intercettano, è vero, la sua voce. Ma ci vorranno due lustri prima di sapere che l'uomo indicato nelle telefonate come "il ragioniere" è Provenzano. Così, quando nei primi anni Novanta si comincia a scavare negli archivi per recuperare quelle bobine, ecco la sorpresa: qualcuno le ha fatte sparire.

Solo nel 1994 zu' Binu comincerà seriamente a correre il rischio di essere arrestato. Il colonnello del Ros Michele Riccio trova un confidente disposto a tradire. Si chiama Luigi Ilardo, è il reggente della provincia di Caltanissetta, e consegna all'ufficiale 14 lettere ricevute dallo 'zio'. Domenica 29 ottobre 1995 Ilardo comunica a Riccio di avere appuntamento con Provenzano il martedì successivo in un casolare di Mezzojuso, 45 chilometri a sud-est di Palermo. Il colonnello lo segue a distanza. Con altri sottufficiali lo fotografano mentre incontra in auto due uomini che lo accompagneranno alla masseria. Poi telefona a Roma chiedendo ordini. Il comando non autorizza l'irruzione: "Pedinate, controllate, ma non prendete iniziative". Alle 10 del mattino, dopo cinque ore di appostamento, Riccio e i suoi se ne vanno. Nel pomeriggio anche Ilardo torna a casa. Non lo sa ancora, ma da quel momento è un morto che cammina.

Ormai Ilardo ha deciso di saltare la barricata. Vuole "buttarsi pentito". E certe decisioni nessuno in Cosa Nostra è disposto a perdonarle. Il 2 maggio del '96 Ilardo incontra a Roma i procuratori di Palermo e Caltanissetta, Giancarlo Caselli e Giovanni Tinebra. È il primo passo per entrare nel programma di protezione. Ma otto giorni dopo, non appena mette piede a Catania, viene assassinato.

Qualcuno lo ha tradito. Ma chi? Anche Riccio fa una brutta fine. Come colpito dalla maledizione del boss dei boss, resta coinvolto a Genova in un'indagine su falsi sequestri di droga. Un'inchiesta che scompare dalle pagine dei giornali per essere sostituita dalla notizia di un esposto alla procura di Palermo in cui Riccio accusa il Ros di non aver voluto catturare il padrino di Corleone. Il fascicolo è ancora aperto. Ma c'è da giurarlo, dei misteri di Mezzojuso finiranno per parlarne i libri di storia. Del resto quello sembra un posto stregato. Nel 2000 ci arrivano anche gli uomini del capitano Ultimo, l'ufficiale che nel '93 ha catturato Totò Riina. Ultimo in persona entra in uno dei due casolari, distanti 600 metri l'uno dall'altro, ancora indicati come luogo abituale di riunione del boss. Ha individuato i luoghi dove nascondere le microspie, ma prima di far scattare l'operazione deve gettare la spugna. Secondo lui l'Arma non gli ha messo a di sposizione abbastanza uomini per proseguire le indagini.

A Mezzojuso, nel gennaio 2001 fa irruzione la polizia. Convinta di prendere Provenzano, in uno dei casolari trova invece il numero tre di Cosa Nostra, Benedetto Spera, un primario andato fin lì per curarlo, e il proprietario della tenuta, Nicola La Barbera. I carabinieri insorgono. La Barbera, sostengono, lo stavamo pedinando noi, così ci avete bruciato la pista. Intorno al boss dei boss infuria ancora la polemica. Lui intanto si compiace. E fa bene. Una microspia racconta come il giorno del blitz Binu stesse davvero per arrivare. "Da mattina iddu era dda", dicono i suoi. Provenzano, insomma, era lì, a 200 metri. Abbastanza vicino per vedere tutto. Abbastanza lontano per farsi un'altra diabolica risata.

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I pezzi dell'inchiesta "Maffia" pubblicati fino a questo momento:

- MieTerreRadio speciale audio-inchiesta sull'argomento
- Maffia - Presentazione


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