L'Archivio

dal 13 Gennaio 2003 al  31 Gennaio 2003

[ Giovedì, 30 Gennaio 2003 ]

Perché proprio Leonardo?
sviolinata di Pietro B. (con critica)

Fa piacere trovare persone cosi'...leggere, colte, appassionate, ironiche. (La Pizia)

Leonardo's Blog! Decisamente fantastico! Obbligatoria la lettura per tutti gli uomini di buona volontà, non ve ne pentirete. (Blogico)

leo.jpg (192159 byte) - Clicca per leggere il testo!Il fenomeno blog in Italia è recente diciamo poco più di un paio di anni. E il "fenomeno" Leonardo, ha la stessa età. Proprio in questi giorni infatti compie due anni. BlogOltre ha pubblicato spesso e volentieri, i suoi interventi.

Leonardo  è stato dunque nominato sul campo, suo malgrado, opinionista di riferimento di BlogOltre.

Ma di Leonardo conosciamo bene i suoi interventi recenti, diciamo, del 2002. Oggi BlogOltre pubblica il meglio del 2001  per conoscere il passato più remoto di questo personaggio speciale per il mondo dei blog perché ha un rapporto molto particolare con la scrittura diciamo "divulgativa".

La scelta è veramente difficile ed io rinuncio difficilmente a qualcosa a cui tengo, così avrete la mega-citazione in due puntate, una da gennaio fino a giugno e l'altra da luglio a dicembre 20001 a dicembre 2001.

 A lui, a Leonardo, insomma va la mia ammirazione e il mio incoraggiamento.
Leonardo, ti è piaciuta la bicicletta?
Adesso pedala per tutti noi tuoi lettori.

p.s. Ovviamente la scelta degli interventi  di Leonardo è personale ed opinabile. Buona lettura!
p.s. del ps. C'è anche una critica per Leonardo su BlogOltreFlash.

(Si ringrazia Zu, per la segnalazione della foto)


Diario del mese
segnalazione di Pietro B.

QUESTO NUMERO

Diario del mese - Memoria La buona legge italiana (Colombo-De Luca; numero 211; Gazzetta Ufficia le 20 luglio 2000) che invita a ricordare, il 27 gennaio di ogni anno, "la Shoah, le leggi razziali e tutti quanti si opposero alla barbarie", giunge al suo terzo anno. Al "giorno della memoria" Diario dedica il suo terzo numero speciale, ben contento di poter elencare un numero sempre maggiore di iniziative. Teatro, musica, televisione, film, conferen-ze, dibattiti, poesia. Sappiamo tutti di essere alla vigilia di una guerra, prevista come "lunga" e "mondiale". Non si sa perché, ma ogni vigilia è semprela prima: le vigilie fanno tabula rasa dei ricordi; i preveggenti sono sempre Cassandre. L'ansia della vigilia è solo per il futuro (il radioso futuro?) anche se in questa guerra, tutto - ma proprio tutto - riguarda il passato, lo copia. Per leggere il passato alla luce della guerra annunciata, occorre dotarsi di nuovi occhiali. Ma, come tutti sanno, tutti scoprono di essere presbiti con molto ritardo. Un giorno, chissà fra quanti anni - roba di nipoti, comunque - una buona legge inviterà a ricordare le barbarie e i giusti del 2003. 

:: Questo numero: si apre con riflessioni attuali di Adriano Sofri, uno degli uomini più liberi che ci siano oggi in Italia. Parla di Israele e di noi, ovvero del tema del momento. 

:: Prosegue con importanti saggi e memorie sull'olocausto in Italia; sulla finzione che accompagnò la guerra - falsi film vennero girati dai nazisti in campi di concentramento; falsi film vennero girati nell'Italia liberata. Un testimone racconta di quando, per salvare un popolo, sono necessari gli "scafisti". Uno storico ricorda il più schivo dei giusti italiani. Un alpino dedica molti anni della sua vita per scoprire i nomi dell'equi- paggio di un "Liberator" americano abbattuto dai tedeschi sulle montagne del bellunese (e scopre che em un inaspettato equipaggio). Un famoso fotografo che scattò istantanee ad El Alamein, il nostro fortunato inizio della fine. Un famoso giornalista che visse la Vienna del "Terzo uomo" e gli inizi della guerra fredda. I tempi rivisitati del processo Eichmann, in cui il male apparve, purtroppo, banale. 

:: Omaggia due grandi outsider italiani, Ottiero Ottieri e Franco Antonicelli. Rileggere quanto scrivevano e pensavano, tanti anni fu, aiuta, specie di questi tempi. 

:: Omaggia gli scrittori che rivisitano la memoria. E segnala che uno di essi, l'americano Jonathan Safran Foer aveva più o meno ventun anni quando ha scritto quel capolavoro che è Ogni cosa è illuminata. Oggi ne ha venticinque. Pubblica le fotografie di dove la guerra, in Italia, è andata a finire. I cimiteri militari, dove cominciò la famosa globalizzazione di cui oggi si parla.

 Questo numero di Diario ha due altre particolarità.

:: Quaranta pagine supplementari sono dedicate alla storia, scritta privatamente nel 1960 dalla signora Piera Sonnino di Genova, unica sopravvissuta di una famiglia benestante, poi depauperata, inseguita, deportata, uccisa. Il suo diario - che ci è stato affidato dalle figlie - è un documento eccezionale. .

:: Al numero è allegata (grazie alla casa editrice Feltrinelli) la storia di Giorgio Perlasca, che la Rai ha meritoriamente reso nota a molti milioni di cittadini. (Tutto ciò - aumento di pagine e costi di stampa - comporta per questo numero un lieve aumento del prezzo di copertina [n.d.r. euro 5,5]).

Il silenzio dei vivi
di Elisa Springer

 Il 27 gennaio 1945 furono abbattuti i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. In molti paesi Europei inclusa l'Italia (legge n.211, 20 Luglio 2000) il 27 Gennaio è "il giorno della memoria", dedicato al ricordo della Shoah, delle leggi razziali e di tutti coloro che si opposero alla barbarie. "BlogOltre" dedica il suo "Paginone" di oggi a questo evento. Per evitare parole retoriche e celebrazioni inutili si è scelto di fare parlare solo Elisa Sprinter arrestata e deportata ad Auschwitz con un convoglio in partenza da Verona il 2 Agosto 1944. Elisa è sopravvissuta alla camera a gas grazie al generoso gesto di un Kapò. Ha scritto, cinquant'ani dopo, superando grazie al figlio l'oblio che si era imposta, un libro "Il silenzio dei vivi" (Marsilio, 1997) da cui sono tratte le pagine che seguono.

[...] Carmi e Rea, i due piccoli di Herta Milgrom, si riparavano stando attaccati alla madre e al padre Isaac; io, da parte mia, me ne stavo attaccata a loro, insieme a Vittorio ed Hedy: avevamo paura di perderci, di rimanere soli.
Vedevo dappertutto filo spinato e torrette, con fari che illuminavano, a intermittenza, baracche lontane.
Alle mie spalle, in fondo al binario, si ergeva la sagoma scura, tetra, di una costruzione con al centro una torre: l'ingresso di Birkenau.
In pochi sono ripassati e usciti da quel cancello, come uomini liberi. In pochi... per raccontare al mondo i propri incubi, la disperazione, il martirio e la miseria di un popolo. In pochi..., soprattutto, per raccontare l'odio, la malvagità e la follia di uomini che, accecati dal miraggio della "Razza Pura", hanno ridotto a brandelli la carne e lo spirito, l'uomo e Dio.
Un ufficiale nazista, percuotendo il proprio stivale con un frustino, indicandoci una scritta su un cancello, gridò: "Arbeit macht frei!" (Il lavoro ren-de liberi!), lasciandoci intendere che avremmo dovuto lavorare tanto per poter riacquistare la libertà. Non potevamo immaginare quanto.
"Schnell, laufen..." Quell'ufficiale ci fece incamminare per una strada delimitata, ai lati, da un'interminabile serie di paletti con filo spinato (Lagerstraße).
Il fondo era fangoso e frammisto a piccoli blocchi di pietra. Percorremmo, sotto la pioggia incessante, circa un chilometro, seguiti da SS che, imbracciando minacciosamente il mitra, urlavano: "Schnell Juden..., Schweine Juden..."
Giunti a uno spiazzo erboso, davanti a una boscaglia di betulle, ci costrinsero a sdraiarci per terra, e lì rimanemmo tutta la notte, tremanti e abbandonati nel fango.
Assetati, molti di noi immersero il viso in alcune pozzanghere, cercando di bere, di dissetarsi in qualche modo. La sete ci tormentava più della fame, anche se digiunavamo, ormai, da cinque lunghi giorni.
Coprii con il cappotto, che ero riuscita a portarmi dietro, Carmi e Rea. Accovacciati tra me e la madre, erano bagnati fradici, ma teneramente silenziosi e con gli occhi sbarrati dalla paura: non un lamento usciva dalle loro bocche.
La mia amica Herta, fino ad allora apparentemente calma, si strinse al marito e piangendo chiese: "Perché tutto questo...?" Isaac le rispose che tutto sarebbe, presto, sembrato solo un brutto sogno.
Alzando lo sguardo sulla mia destra, al di là delle betulle, il cielo si illuminava a giorno: alti bagliori di fiamma lambivano l'aria, mentre un odore acre si diffondeva, penetrando dentro di me. Erano i sogni di Isaac Milgrom, erano i sogni che bruciavano. Ma noi, ancora, non sapevamo.
Quell'odore tremendo, acre, di zolfo che brucia, non mi ha mai abbandonato, io lo sento ancora oggi, riconosco quell'odore di morte: mi ha avvicinato di più alla vita. Quell'odore è il profumo di libertà di chi, a Birkenau, forse non ha avuto Dio, ma lo ha raggiunto presto.
Quelle poche ore che ci separavano dall'alba, le passammo sdraiati nella radura, in quell'acquitrino. Eravamo in tanti: ungheresi, belgi, italiani. Tremando di paura, fissavamo la fiamma viva che raggiungeva il cielo e lo illuminava a giorno: tutta l'acqua che scese su Birkenau, quella notte, non fu sufficiente a spegnere quella fiamma.
Al mattino presto, delle SS, con alcuni detenuti con la divisa a strisce, ci ordinarono di alzarci alla svelta e di dirigerei oltre il bosco. "Aufstehen..., los. Aufstehen." Percorse alcune centinaia di metri, passammo davanti a una grossa costruzione in mattoni rossi, sormontata da un alto camino (crematorio e camera a gas numero 4). In quell'edificio stavano per infrangersi i sogni di Carmi e Rea, della mia cara Herta e di tanti altri. Da quel camino, sarebbe passata la fiamma della vita di una famiglia che chiedeva soltanto di vivere in pace, fra gli altri uomini.
Arrivammo, bagnati fradici, a uno spiazzo e fummo costretti a fermarci nelle vicinanze di una costruzione di mattoni rossi, bassa e con i tetti spioventi.
Continuando a imprecare contro "noi sporchi ebrei", le SS ci incolonnarono a colpi di frusta come le bestie al circo: davanti a me Herta con i suoi bambini, subito dietro, Hedy Epstein. Fortunatamente eravamo riuscite a rimanere unite fin dall'arrivo e, questo, ci faceva sentire più sicure.
Isaac Milgrom e Vittorio Nahim si trovavano invece dall'altro lato, nella fila degli uomini.
Davanti a noi si ergeva la figura di un ufficiale nazista, austero nella sua divisa. Scuro di capelli, il suo viso non lasciava trapelare la benché minima emozione. Con lo sguardo profondo, vivo, freddo, ci scrutava per un attimo e poi, con un cenno della mano, dopo averci chiesto l'età, ci divideva mandandoci a destra o a sinistra, quasi fosse un gioco.
All'appello del nostro nome, si sfilava davanti a quell'ufficiale che destinava alla morte immediata, o a quella più lenta: la vita nel campo.
Per la prima volta eravamo di fronte alla bestia di Auschwitz, il Lagerarzt di Birkenau: il famigerato dottor Joseph Mengele. Con lui, il nostro destino si compiva.
Accanto a lui, uno scrivano, un deportato politico ucraino, osservava in silenzio annotando su un registro nomi, nazionalità, data di nascita e provenienza.
Quell'uomo sarebbe stato fondamentale, determinante per la mia sorte. Grazie a lui scrivo oggi queste memorie e adesso sono io lo scrivano che, nei miei ricordi, annota il suo nome: Bogdan K. - n. M. 3637 - nazionalità ucraina.
Nel momento in cui anche noi ci trovammo al cospetto del dottor Mengele, un suo sguardo sfuggente fu sufficiente per mandare la mia amica Herta, e i suoi due bambini, nel gruppo alla mia destra, composto da anziani e bambini.
Io, invece, fui indirizzata sul lato alla mia sinistra.
Vedendomi allontanata dall'amica, istintivamente cercai di raggiungerla: volevo seguirla perché con Carmi e Rea erano tutto ciò che ancora mi rimaneva.
Mi sentii afferrare con forza per un braccio e spingere nella direzione opposta: "Resta dove sei, domani mi ringrazierai."
Era Bogdan che, in quel preciso istante, decideva che "dovevo" vivere. Mengele sembrò non accorgersi di nulla. Avrei compiutamente capito il significato di quelle parole la sera stessa, quando quello scrivano, venuto nella mia baracca, mi avrebbe raccontato della fine di Herta e dei suoi piccoli bambini. Seguii con lo sguardo i bambini di Herta Milgrom che piangevano guardando verso il padre. Hedy me la ritrovai, invece, alle spalle mentre con un gruppo di deportate ungheresi e belghe, venivamo spinte e fatte incamminare verso quella costruzione col tetto spiovente: era la "sauna", la sala delle "docce". In quell'edifìcio stavamo per consegnare la nostra dignità, mentre, contemporaneamente, in un'altra costruzione di mattoni rossi, poco più distante, Herta, Rea, Carmi e tanti altri sventurati consegnavano la loro vita. Ma noi, non sapevamo ancora. Dei campi di sterminio, all'esterno, si conosceva ben poco, e questo poco si basava su voci, racconti, sul sentito dire. In realtà, nessuno di noi sapeva quale triste verità si nascondesse in quei luoghi. Solo dopo pochi giorni di permanenza, tutto cominciava ad avere un senso, anche quel lungo camino che sprigionava alte fiamme e diffondeva quell'odore acre di carne bruciata, uno dei tanti compagni di viaggio, tristemente inseparabili, della mia esistenza. Molte compagne, in seguito, già consumate dagli innumerevoli stenti, avrebbero guadagnato la libertà, attraverso l'unica via possibile: quel camino. Terminata la selezione, divisero uomini e donne e ci fecero entrare in due baracche diverse. Qui avvenne la nostra orrenda metamorfosi. Il nostro processo di spersonalizzazione iniziava da quella baracca. Costrette a spogliarci completamente nude, davanti ad alcune SS e alle guardiane armate di bastoni, donne dal viso cattivo e prive di qualsiasi sentimento, fummo fatte poi sdraiare su dei lettini, come quelli in dotazione ai medici, e fummo completamente rasate in tutte le parti del corpo. A questa mansione, erano addetti alcuni detenuti in camice bianco, che fungevano da barbieri. Da quegli uomini non udimmo neanche una parola, ma dal loro silenzio intuimmo che "dovevano" farlo. In un ultimo tentativo di difendermi da tanta violenza fisica e morale, serrai le gambe, cercando di coprirmi il seno con le braccia. Un nazista mi colpì con la canna del fucile e brutalmente gridò: "Spalanca le gambe e fatti rasare!" In quel momento persi tutta la mia dignità e il mio pudore. Le guardiane di fronte a noi ci schernivano ridendo e brandendo il bastone, per accrescere la nostra paura... ma, ormai, non era più necessario. Uguali nell'aspetto le une alle altre, già fiaccate nello spirito, eravamo inermi davanti ai nostri aguzzini che ridevano del nostro pudore, ci schernivano per l'aspetto, ci mortificavano nella nostra femminilità. Eravamo ebrei, esseri immondi da eliminare: questa la ferrea logica del Reich. I nostri indumenti furono accatastati su carrelli nel corridoio, mentre noi, costrette a passare in una grande sala attigua, fummo sottoposte a una doccia di gruppo: eravamo circa in trecento, pressate come le sardine. Durante la doccia, sentivo i corpi delle mie compagne soffocare il mio e il contatto con quella pelle umida ed estranea, spingeva alla difesa il mio organismo ancora non abituato a quella vita disumana. Più tentavo di evitare quel contatto e più mi sembrava di rimanerne intrappolata. Mi sentivo impazzire. Possibile che fosse tutto vero? Possibile che stesse accadendo a me? Ci furono attimi in cui la mente si isolò dal corpo e non riuscì a riconoscersi in quella grottesca figura, quale, ormai, era la mia. Asciugate con enormi ventole che emanavano aria calda, fummo successivamente rivestite con stracci, senza biancheria, e con zoccoli disuguali. In seguito, avremmo imparato che il camminare con questi zoccoli di misura diversa, oltre a rappresentare una notevole difficoltà, avrebbe contribuito a rendere più tragica la vita, già tanto precaria, del lager. Quando la temperatura scendeva sotto lo zero, i piedi, costretti in quelle calzature, si riempivano di tumefazioni e piaghe dolorose, deformandosi. Quella condizione estrema, indirizzava irrimediabilmente il nostro cammino verso la camera a gas. Uscite dalla baracca delle docce, ci radunarono in uno spiazzo laterale della sauna e, da lì, rividi, a distanza, Vittorio e Isaac. Stentammo a riconoscerei: loro in un vestito a righe, con un berretto in testa; io nel mio vestito di stracci. Incamminati lungo un viale, le SS ci fecero fermare, incolonnati, davanti a due tavoli, al di là dei quali sedevano due prigioniere come noi. Ci aspettava l'ultima fase di iniziazione a questa nuova vita: la marchiatura. Questa operazione veniva eseguita con un ago rovente simile a un pennino e precedeva l'assegnazione alle baracche. Il numero, una volta tatuato, veniva trascritto su un apposito registro, in corrispondenza delle generalità del detenuto. Da quel momento scomparivamo come esseri umani, diventando numeri, pezzi per la macchina di sterminio del Reich. A me fu tatuato il numero A-24020 che, ancora oggi, deturpa il mio avambraccio sinistro. Molte volte ha suscitato curiosità in quanti non ne conoscevano il significato. Tanti anni fa, quando ancora insegnavo, spesso, i ragazzi mi chiedevano cosa significasse quel numero. Io rispondevo accennando ai campi di sterminio e alla mia triste esperienza, ma loro non capivano e qualcuno rideva. Fu così che decisi di nascondere il mio tatuaggio con un cerotto, chiudendomi sempre più nel silenzio. Non volevo sentirmi diversa, non volevo sentirmi osservata: decisi che avrei tenuto solo per me il mio passato, non parlai più. Un giorno Silvio, mio figlio, si accorse del cerotto sul braccio e, preoccupato, me ne chiese il motivo. Gli confessai che volevo nascondere quel marchio di riconoscimento agli occhi degli altri: il loro scherno e la loro indifferenza mi ferivano. Indignato, mi confortò dicendomi che dovevano essere gli altri a vergognarsi, non io. "Tu, oggi, sei libera, perché Dio ti ha voluto così." Sapevo da sempre che aveva ragione, ma non riuscivo a trovare la forza di reagire e avevo ancora paura di non essere accettata dagli "altri". Sentivo di non essere libera. Quell'inchiostro sul mio braccio non poteva in nessun modo essere cancellato, rimosso. Pochi potevano leggere attraverso quell'inchiostro, il significato di quel marchio impresso nella carne. Sulle nostre braccia, nelle nostre carni è raccontata la vita che ci era sfuggita, l'amore sottratto dei nostri cari, la disperazione della solitudine, i nostri sogni diventati fumo. Dopo il tatuaggio, insieme a tante altre compagne di sventura, giungemmo, attraverso un viale, davanti alle baracche del lager di Birkenau: tutt'intorno, filo spinato ad alta tensione, torrette di guardia su cui vigilavano SS con i mitra sempre pronti. Per tutta una notte restammo chiuse in quella che, oggi, è conosciuta come baracca di quarantena. Quella stessa notte, Bogdan K., lo scrivano ucraino, venne a trovarmi e, indicandomi il cielo con la mano, mi raccontò che Rea, Carmi e la mia povera Herta erano già lassù. Loro avevano finito di soffrire. Mi regalò un pezzo di pane e un po' di mar-garina. Solo in questi mesi ho saputo che Bogdan K., fatto prigioniero nel 1940, era un detenuto fra i più temuti di Auschwitz: era la più pericolosa spia ucraina al servizio dei nazisti. Dicono che abbia sulla coscienza la morte di decine di prigionieri: alcuni uccisi con le proprie mani. Ci sono testimonianze di ex detenuti polacchi che lo accusano. Io so soltanto che devo la mia vita a lui. È lui che mi ha salvato dalla camera a gas in quel lontano 7 agosto '44. E lui che senza chiedermi nulla in cambio, si è preoccupato di portarmi nella baracca, di nascosto, quelle razioni di cibo supplementare che, divise di volta in volta con la mia amica Hedy, mi hanno permesso di rubare giorni alla vita che ci veniva, lentamente e inesorabilmente, sottratta. Dopo poco tempo, ad Auschwitz, di lui non si seppe più nulla: non lo rividi più. Sentii dire che era stato evacuato nel campo di Mauthausen. Dicono che, catturato in Canada, dove si era rifugiato dopo la Liberazione, sia morto un anno e mezzo fa, mentre attendeva di essere processato per i crimini commessi ad Auschwitz. Oggi posso affermare, con l'animo sereno e la mente libera dai condizionamenti di quel tempo che, se fosse servita la mia testimonianza per Bogdan K., detenuto numero 3637, avrei, senza ombra di dubbio, sostenuto che si trattava di un uomo "buono". Un uomo in cui la solidarietà, la pietà, la bontà dell'agire, avevano prevalso, anche a rischio della vita, sull'indifferenza, l'insensibilità, l'abbrutimento e sulla precarietà della vita "indegna" che regnava ad Auschwitz. Ma anche questo resterà per sempre, scolpito sulla lapide dei misteri, delle miserie e della sofferenza umana di un campo di sterminio. Ora, Bogdan K. è morto. Io sono libera, viva e posso raccontare di una solidarietà scolpita nel profondo del cuore, che non è stata cancellata dalle miserie di quel tempo, dalle nefandezze dell'animo umano.
Una solidarietà che, dopo, cinquant'anni di ricordi, si chiama ancora e sempre riconoscenza.[...]

Perché i software fanno schifo
di Charles C. Mann*

Disattenzioni dei programmatori, fretta voglia di strafare. Così gli utenti continuano a impazzire.  E le aziende a fare soldi.

E UNA DELLE BARZELLETTE PIÙ VECCHIE DELLA RETE, e gira di continuo da un indirizzo di posta elettronica all'altro. Un pezzo grosso dell'industria del software - di solito Bill Gates, ma a volte un altro - spiega: "Se il settore automobilistico si fosse sviluppato come l'industria informatica, guideremmo automobili da venticinque dollari che fanno cinquecento chilometri con un litro". Allora un dirigente dell'industria dell'auto replica: "Si, e se le auto fossero come i programmi, si bloccherebbero due volte al giorno senza un motivo e l'assistenza direbbe che l'unica soluzione è reinstallare il motore". 


 
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(*Fonte :Tecnology Review- Luglio 2002 - Trad. a cura di Internazionale n°472/2003)

I commenti nei weblog
di Pietro B.

Ho deciso di togliere i commenti da «BlogOltre». E vi spiego il perché.
I commenti all'inizio mi hanno molto entusiasmato, in giro ho visto che molti, sicuramente la maggioranza, dei bloggatori usano i commenti. Ma ho visto che qualcuno, Leonardo tanto per citarne uno, i commenti non li usa. Ed ho cercato di capire i motivi a favore e contro il loro uso.
I commenti sono la versione web delle discussioni da bar la cui qualità dipende molto da chi le intavola ma è certo che il loro "spessore" medio non è alto, con l'aggravante che ti ritrovi a discutere magari con persone che non hai mai visto prima e di cui non conosci nulla.
Spesso contengono frasi di cortesia, per testimoniare il gradimento a quel dato argomento. Qualche volta insulti. Alcune volte vengono usati per comunicare, pubblicamente, con l'autore del blog.
Sono convinto che i commenti sono una delle caratteristiche che fanno del blog qualcosa di profondamente diverso da un normale sito. Hanno però il limite di impedire che una discussione magari interessante prosegua per qualche tempo perché od ogni intervento dell'autore del blog corrisponde una nuova pagina di commenti, che non comprende i vecchi. E questo va bene per quando si cazzeggia, cosa che faccio anch'io, po' meno per quando si ha la pretesa di affrontare argomenti più seri.
Qualche volta sono stato rimproverato di non leggere i commenti. Qualcuno mi manda cortesemente un'e-mail per informarmi di aver lasciato un commento. E' infatti difficile trovare il tempo, e la voglia, di scartabellare tra i vecchi interventi alla ricerca di nuovi commenti magari per leggere solo faccine sorridenti. E lo è ancor più quando motivato dal fatto di rendere la home page leggera mando in archivio un intervento entro pochi giorni.
Inoltre il servizio spesso non è eccellente, Enetation ed Haloscan (il primo più del secondo) mi hanno deluso e lasciato perplesso quando magari per giorni non funziona. E ti rallenta il caricamento del sito, o il browser ti dà "errore di visualizzazione della pagina" dovuto proprio al malfunzionamento dei commenti.
Per tutti questi motivi per «BlogOltre» preferisco il forum, in chiave moderna e con delle caratteristiche avanzate quale quello che vi propongo.
Per gli stessi motivi su «BlogOltreFlash» continuerò ad usarli.

(Il 4 Febbraio ho reintrodotto i commenti in BlogOltre...)

Bravi ragazzi
di Peter Gomez e Marco Travaglio*

La requisitoria di Bocassini, l'autodifesa di Previti. Tutte le carte dei processi Berlusconi-toghe sporche.Bravi Ragazzi - P.Gomez, M. Travaglio

Nel seguito la prefazione.

 Un altro libro che non dovrebbe esistere. Un altro libro che, in un paese normale, nessuno penserebbe mai di scrivere perché la televisione avrebbe già raccontato tutto a tutti, in diretta.

 Pensiamo all'inchieste su Bill Clinton negli Stati Uniti: e allora si trattava di una presunta falsa testimonianza su un'avventura extraconiugale. Pensiamo allo scandalo Kohl in Germania, e allora si trattava di fondi neri «soltanto» conosciuti, nemmeno maneggiati personalmente, dal fondatore della nuova Germania unita. Massima copertura su tutte le televisioni. Figurarsi se il capo del governo avesse dovuto rispondere, in un qualsiasi paese dell'Occidente, di corruzione in atti giudiziari: cioè di aver pagato giudici per comprare sentenze e portare via due colossi imprenditoriali a un concorrente. Manca la controprova di quel che sarebbe accaduto. Ma soltanto perché non s'è mai visto al mondo un personaggio gravato da simili accuse che abbia soltanto lontanamente pensato di candidarsi alla guida del suo paese.(continua)

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(*Bravi Ragazzi - Peter Gomez, Marco Travaglio - Editori Riuniti - pagg. 382 -  Euro 14,00)

Proposta reticente
di Leonardo*

Sento che già cominciano a romperci con Sanremo, e allora pensavo di proporre alla comunità dei blog (se esiste) una modesta iniziativa.
Tranquilli. Non vi chiedo di firmare una petizione o di iscrivervi a nessuna lista. Non vi chiedo di infilare coccarde o altri aggeggi nel vostro sito personale. Se siete d’accordo, non dovete neanche rispondermi, né dire in giro che l’idea è stata mia. Per la verità, non dovete fare assolutamente niente. Più modesti di così.

Tra qualche tempo (non so neanche quanto) arriverà il festival, puntuale come l’influenza, e a noi tutti sembrerà di non poterlo ignorare. Ci sentiremo costretti a parlarne – male, ma a parlarne. A fare ironia su un cantante o una valletta. A ribadire – come se non fosse già chiaro il concetto – che la tv italiana è tutto uno schifo, e che non ci rappresenta. (continua)

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Pino Scaccia: «Qui siamo tutti pari»
Intervista di Pietro B.

Il tuo approccio con la comunità degli autori dei vari blog è alla pari. Non sei, non sembra almeno che tu sia, uno con la puzza sotto il naso, non ti sei messo su di un piedistallo e non ti vanti dei tuoi servizi televisivi e dei tuoi trascorsi amorosi. Al più fai un po' di pubblicità al tuo ultimo libro. Hai il tuo blog lo animi chiamandoci in causa in continuazione, pubblichi le nostre e-mail. Ti metti insomma al pari di noi persone comuni. Tutto questo ti costerà fatica, tempo magari qualche appuntamento galante in meno. Visto quello che fanno altri giornalisti con i loro blog a te non ti aiuta nessuno a parte nostro Signore?

Certo che e' alla pari. Qui siamo tutti pari. C'e' chi ha qualcosa in piu' da dire e la dice. Io naturalmente cerco di trasferire la mia esperienza, ma senza farla pesare. Anzi, avrai notato (spero) un pizzico di pudore. Spesso sono costretto a parlare di me perche' devo far riferimento a situazioni precise e lo faccio per dare piu' peso alla testimonianza. Un esempio: dire che io quella notte stavo alla Diaz serve per dare credibilita' al mio parere. Lo scambio di opinioni e' decisivo, e' l'anima del blog: questa e' una comunita', che senso avrebbe senza rapporti, scambi, scontri? Io mi sono avvicinato al blog proprio per questo, per la possibilita' che ho di guardare dall'altra parte, rispetto al mio mestiere televisivo in cui c'e' indubbiamente un muro fisico. Gli appuntamenti galanti lasciali perdere… Si', dedico abbastanza tempo ma e' una passione. E spesso, nelle zone sfigate, serve per sopravvivere (e' nato cosi' il mio approccio in generale al mondo del web). Non mi aiuta nessuno, nel senso che faccio tutto rigorosamente da solo, ma certamente ho l'appoggio di molti amici e amiche di tribu' piu' bravi di me che mi regalano suggerimenti, codici, idee. Senza di loro sarei rimasto grezzo e dilettante. Adesso mi sento quasi bravo rispetto ad altri colleghi e cerco di trasferire la passione. Sto aiutando Tiziana Ferrario e Raffaele Fichera a infilarsi nel blog. Piu' siamo, piu' e' divertente (e utile).

In rete sembra che viga la più assoluta liberta. Sembra che si possa dire, affermare cioò che si vuole e quando si vuole. I vari "Blogger", "Splinder", sono gratuiti. Offrono sempre più servizi, spazi e quant'altro. Un pò quello che si è verificato nel web fino a poco tempo fa dove tutto era gratuito, mentre adesso tutto si paga. Che fine farà tutta questa libertà quando si dovranno fare i conti economici dei loro bilanci? E soprattutto a chi sarà dato in mano il loro controllo? La censura in rete e poi vero che non esiste? E se domani il signor Sempronio ci fa causa perché abbiamo parlato male del suo domestico, cosa ci può succedere?

Discorso serissimo. Mi aspetto prima o poi la stangata. Pensa a Blogger: siamo ormai piu' di quattro milioni: se chiedesse dieci dollari ciascuno sarebbe una cifra spaventosa. Mi aspetto qualcosa del genere come e' successo per homestead e altro. A quel punto spettera' a ognuno di noi decidere. Sulla liberta' il discorso e' piu' complicato. Per predisposizione professionale tengo sempre la testa ben salda. Non parlo in un bar. Uso comunque uno strumento di comunicazione. Bisognerebbe darsi una calmata, se vuoi il mio parere. Vado oltre: sarebbe anche giusto risponderne penalmente. Ci vuole rispetto per tutti. Liberta' non significa diffamare.

Si può essere pacifisti e appoggiare gli Stati Uniti contemporaneamente? Come si può definire la probabile guerra all'Iraq?

Si puo' simpatizzare per gli Stati Uniti, ma non si puo' appoggiare la presa di posizione di Bush. Come si fa ad essere pacifisti tifando per chi vuole la guerra? La "probabile guerra all'Iraq" e' molto probabile. Perche' Bush vuole farla, deve farla. E' un pretesto per risolvere altre questioni, come sempre.

L'informazione in Italia versa in condizioni critiche. Chi non può avere accesso ai mezzi d'informazione alternativi deve subire una stampa schierata dalla parte dei potentati economici e politici. E questo falsa la partecipazione democratica basata sulle opinioni che si formano anche su un'informazione libera ed indipendente. Quale libertà di espressione è allora possibile in Italia dove anche la magistratura sta subendo pesanti attacchi alla sua autonomia?

Ma non la farei cosi' tragica, nel senso che e' sempre stato cosi'. Finche' in Italia escono "Il manifesto" e "Libero", "L'Unita'" e 'Il giornale" vuol dire che ogni parte puo' esprimere le proprie opinioni. Bisognerebbe che la stampa sia piu' forte ma bisognerebbe avere editori veri. Ma questo spetta a noi: se solo comprassimo qualche giornale in piu'….

Michele Santoro è la vittima più illustre del nuovo corso della RAI. Io non guardo più i Tg ne rai ne Fininvest. Ci sono speranze per il futuro dell'informazione televisiva in Italia?

Vedi…io sono sincero, proprio non ci riesco a vedere Santoro come vittima. Serve come simbolo ma non mi piace battermi per chi vuol fare di un mestiere libero un altro "potentato". Qui, cioe' in televisione, la situazione mi pare piu' complicata. In realta' non ci sono alternative. Boh, speranze… non subito.

Più in generale e per finire c'è speranza per l'Italia del futuro?

 Probabilmente sei giovane e vedi nerissimo. Ma l'Italia ha attraversato molti momenti neri. Ne e' sempre uscita. Certo, dipende come al solito da noi.


Il blog di Pino Scaccia: InQuestoMondodiSquali

Ringrazio infinitamente Pino Scaccia per avermi concesso questa intervista. E lo ringrazio anche per avermi dato del "giovane". Voglio solo puntualizzare un fatto, se vedo nero per il futuro dell'Italia è perché a trentotto anni suonati, probabilmente, qualcosa incomincio a capire.

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Usare con cautela
di Ferdinando Targetti*

Nota: Questo articolo era intitolato "Usare con cautela" in prima pagina e "Referendum, una strada sbagliata" a pag.35.

Anche sa la grande parte dei lettori dell'Unità sanno quasi tutto sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (legge 300 del 20 Maggio 1970) per i pochi che hanno qualche lacuna conviene ricordare i termini della questione.
Il tema non riguarda il licenziamento senza giusta causa, il cui divieto nessuno mette in discussione, ma le modalità di reintegro del lavoratore licenziato.
L'art. 18 prevede che nelle imprese con più di 15, dipendenti il lavoratore subordinato, licenziato senza giusta causa, sia reintegrato con sentenza del giudice o, a scelta del lavoratore, risarcito con una somma in denaro. Alle imprese sotto quella soglia e ad alcuni particolari datori di lavoro (partiti, sindacati, scuole religiose ecc.) quell'articolo non si applica e la legge prevede che il lavoratore licenziato senza giusta causa sia compensato con un'indennità economica che va da due mensilità e mezzo dell'ultima retribuzione fino a sei. Il governo aveva proposto una legge delega che contemplava tre eccezioni alla validità dell'articolo 18. Le eccezioni erano previste a favore di imprese che: emergessero dal nero, trasformassero assunzioni a termine, in assunzioni a tempo indeterminato, assumessero dipendenti in un numero che avrebbe fatto loro oltrepassare la soglia dei 15. Questo tentativo, che creava anziché eliminare , divisioni nel mondo del lavoro, portò ad uno sciopero generale il 16 aprile 2002 di tutti i sindacati.

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(*Fonte: l'Unità, sabato 18 Gennaio 2003)

Laura Bogliolo: giornalari si nasce (e lei lo nacque!)
Intervista di Pietro B.

Chi è Laura Bogliolo?

La passione per il giornalismo, i temi sociali, la politica estera e internet,la porta d'accesso all'universo dell'informazione. Il mio biglietto da visita recita così, mentre la mia carta d'identità mi vuole trentenne, nata e cresciuta a Roma, laureata in Scienze Politiche piacevolmente immersa nel Web da diversi anni. Prima per divertimento e poi per lavoro. Mi occupo di progetti editoriali per il Web. Ma la mia passione è scrivere. Collaboro con Leggo, ho scritto due volte su Il Messaggero e ho una rubrica su Momento-Sera (il sito), Far Web. Ovviamente è una passione che paga in soddisfazioni, ma non in euro o lire o dollari.. Mi consola la frase che spesso mi dicono:''Non si vive di solo pane''. Odio i ''privilegi'', l'incoerenza e gli usurpatori di sogni e libertà. Amo tutto quello che resta.

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Il mondo piegato all'ordine americano
di John Le Carré*

(*Fonte: la Repubblica, 16 Gennaio 2003)

L'AMERICA è entrata in uno dei suoi periodi di follia storica, ma questo è il peggiore che io ricordi: peggio del maccartismo, peggio della "Baia dei Porci" e, a lungo termine, potenzialmente più disastroso della guerra del Vietnam. La reazione all'11 settembre va al di là di ciò che Osama possa aver sperato nei suoi sogni peggiori. Come ai tempi di McCarthy i diritti e le libertà dogmatici che hanno guadagnato all'America l'invidia del mondo vengono sistematicamente erosi. La persecuzione dei cittadini stranieri residenti negli Stati Uniti continua a ritmo sostenuto. I residenti non permanenti maschi di origine nordcoreana e mediorientale stanno sparendo, arrestati in segreto sulla base di accuse segrete per segreto ordine dei giudici. I palestinesi residenti negli Usa prima decretati apolidi e perciò non deportabili, vengono consegnati ad Israele per l"'insediamento" a Gaza e in Cisgiordania, luoghi in cui magari non hanno mai messo piede prima.

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Aiuto, la rete ha fatto "Blog"
di Loredana Lipperini*

(*Fonte - la Repubblica - 16 Gennaio 2003)

Blog è la parola magica, quella che agli affaristi della Rete sembra promettere nuovi paradisi, ai notizia-dipendenti tutte le informazioni che vogliono e ai guru del cyberpensiero le dovute conferme alle proprie profezie. Per i semplici navigatori, il blog è una realtà quotidiana da un bei pezzo, affermatasi a valanga dopo i primi timidi passi del 1997, il boom americano di due anni fa e la successiva frenesia che ha conquistato in brevissimo tempo milioni di utenti nel mondo. Oggi gli autori di blogs sfiorano il milione. I lettori superano il mezzo miliardo. «Weblogs is the real thing», è il seducente slogan lanciato dal Wall Street Joumal. Andrew Sullivan, editorialista del Sunday Times e blogger frequentatissimo, parla senza mezzi termini di rivoluzione. Il londinese The Guardian, ovviamente blog-munito, ne sottolinea la potenzialità democratica. E molti, moltissimi, gridano alla Terza Era di Internet, dopo la cocente delusione di tutti coloro che avevano rincorso un presunto Eldorado fatto di banner pubblicitari e canali tematici, e dopo le catastrofi economiche ed umane seguite allo «sboom» della net-economy. 

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Maurizio Maggiani
Intervista  di  Domenico Gallo*

Maurizio Maggiani

MAURIZIO MAGGIANI è nato a Castelnuovo Magra, un paesino della Lunigiana poco lontano dall'asprezza delle Alpi Apuane, una catena anomala di torrioni calcarei alti e ripidi. La Lunigiana è una piccola pianura che si estende attorno ai ruderi romani di Luni, finisce subito in mare e si accompagna a un fiume dalla portata complessa, a volte in secca in altri momenti tumultuoso, che si chiama Magra. Nonostante ora sia stato adottato da Genova, Maggiani rimane fortemente legato alla sua terra, e la lettura delle sue pagine si arricchisce se si conosce un po' la gente scorbutica, fiera e testarda che abita da quelle parti. Non è retorico affermare che in Lunigiana e nelle terre apuane il tempo scorre ancora con un ritmo diverso.

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  E' stata una vertigine - Il primo capitolo

Scusami, scusami, ancor

Maurizio Maggiani - E' stata una vertigine Un uomo ha nel cuore una canzone d'amore. Quell'uomo va in giro con la sua canzone notte e giorno, e lui e lei sono una cosa sola, come lo può essere una coppia di cocorite nella gabbietta sul poggiolo, un vagabondo e i suoi fagotti per strada. La canzone è quasi vecchia come l'uomo, così che tutti e due vanno ormai per i cinquanta. In marcia stretti l'uno all'altra, come stretti per la vita sono due esseri che crescono assieme.

Quella canzone è arrivata a lui in un cinematografo, un grande cinematografo in mezzo alla buia campagna che si chiamava Cinema Centrale. L'uomo era un cucciolo di cinque o forse sei anni. Quando ripensa a quel tempo ricorda che qualcosa sapeva già leggere delle grandi scritte nei cartelloni appesi fuori dal capannone del cinema, così come sapeva sillabare i titoli dei film.
Il bambino era allora felice per molte cose, ma forse quella che lo rendeva più felice era che esistesse il cinematografo, quel Cinema Centrale, che era poi l'unico che conosceva. La natura della sua felicità non era da lui del tutto compresa, perché era fatta di molti particolari distinti, e del fatto che ognuno di quei particolari era mescolato all'altro. Era una felicità misteriosa. (...)

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Una decisione immorale, vogliono audizioni pubbliche
Intervista a Antonio Di Pietro di  Luana Benini*

ROMA Il testo adottato per la commissione di inchiesta su Tangentopoli? «È un provvedimento immorale». A volerlo «sono tali e tanti soggetti in conflitto di interessi» che l’attività della commissione e soprattutto del Parlamento è già segnata da «vizi e mancanza di terzietà fin dal primo atto».


Perché immorale?
«È immorale che rispetto a fatti conclamati e accertati (Tangentopoli non è stata una invenzione dei magistrati ma un sistema di ruberie a tappeto) si mettano sotto inchiesta i magistrati invece di allontanare dalla politica coloro che hanno rubato. È immorale ma non è una novità, perché in questi anni i magistrati sono stati messi sotto accusa ampiamente. Vorrei ricordare le due ispezioni ministeriali a Milano, i due interventi del Csm, il controllo parlamentare del maggio del 1996. Tutto in base all’accusa che eravamo mossi da soggetti esterni. Tutto nel quadro di una operazione di delegittimazione. Siamo anche stati processati due volte dalla magistratura di Brescia. Denunciati e giudicati dalla Corte di giustizia europea...».
Una commissione strumentale?

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( * Fonte: L'Unità -  15 Gennaio 2003)

Se leggere le solite menate vi stressa, se lo stress vi incupisce e  se l'incupimento arricchisce il vostro analista allora non potete fare a meno di dare una lettura a questo bell'intervento di Leonardo. Bravo Leonardo, bis!


La costituzione in tribunale
di Paolo Flores d’Arcais

I girotondi ci saranno. E tantissimi cittadini, si spera. Accanto ai magistrati. Sabato 18 gennaio si inaugura infatti l'anno giudiziario nelle ventisei città italiane sedi di Corte d'Appello. E i girotondi hanno invitato tutti i democratici ad essere presenti, portando con sé una copia della Costituzione repubblicana, da sventolare come una bandiera. Per solidarietà con una magistratura la cui autonomia è sempre più sotto l'attacco del governo Berlusconi.
E per ribadire l'impegno preso in oltre un milione di persone il 14 settembre a san Giovanni a Roma: «La Costituzione è eguale per tutti».
L'iniziativa di questa testimonianza silenziosa e «minimalista» (la Costituzione non dovrebbe essere, alla lettera, il minimo comune denominatore della convivenza civile?) è partita questa volta dai girotondi di Napoli, animati dall'avvocato Giuliana Quattromini. I girotondi di Napoli hanno evidentemente interpretato un sentimento diffuso, hanno fatto da catalizzatori. E così, rimbalzando su internet, l'idea si è diffusa a macchia d'olio, diventando in questo modo una proposta e un'iniziativa nazionale: le manifestazioni dei girotondi, spontanee e auto-organizzate, nascono così.
Del resto, in questo modo i girotondi non fanno che raccogliere l'idea di una civilissima protesta avanzata dall'Associazione nazionale dei magistrati: l'anno scorso si presentarono con le toghe nere (quelle dei giorni di lavoro, anziché dei giorni di cerimonia, ma che significavano anche «lutto» per la giustizia aggredita dal governo). Quest'anno, dopo tante leggi-vergogna fatte approvare in tempi rapidissimi dalla «Casa delle impunità», si presenteranno con la Costituzione in mano, proprio a sottolineare il continuo e crescente attentato ai principi costituzionali compiuto da quelle leggi del governo Berlusconi (e dalle altre in cantiere, se possibile perfino peggiori).
L'anno scorso l'inaugurazione fu caratterizzata dal «grido di dolore» di Francesco Saverio Borrelli: «Resistere, resistere, resistere!». Quel grido fu capito e raccolto dalla grande maggioranza dei cittadini. Quelle parole, con la loro eco straordinaria, ebbero infatti un ruolo non piccolo nel contribuire alla nascita dei nuovi movimenti civili. Quest'anno il «bilancio e prospettive» si annuncia perciò contraddittorio: da una parte, infatti, la condizione della giustizia è perfino più mesta di un anno fa: il picconamento della maggioranza parlamentare berlusconiana contro lo Stato di diritto è continuato violento e sistematico. Dall'altra, però, all'arroganza del governo e alla menzogna dei suoi mass-media totalitari, ha risposto la consapevolezza crescente dei cittadini, i milioni di democratici nelle piazze, una maggioranza crescente nel paese che non è disposta a rinunciare all'abc di ogni convivenza democratica presa sul serio: la legge eguale per tutti.
Ecco le ragioni che devono indurci tutti ad essere presenti in ognuna delle ventisei città all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Sventolando la Costituzione come una bandiera, perché tale essa è. Che il gesto venga considerato «eversivo» da qualche governante indigente di democrazia, o da qualche commentatore opulento di servilismo, la dice lunga sulla estraneità di questo «regime» (o come lo si preferisca chiamare) rispetto alla democrazia liberale.
Le inaugurazioni dell'anno giudiziario sono cerimonie aperte, pubbliche, come sempre sono e devono restare le aule di giustizia. Ci saranno i cittadini democratici, dunque. Sarebbe importante che tra loro ci fossero, e davvero in tanti, i cittadini che hanno il privilegio della notorietà. Il lavoro intellettuale, nelle arti o nelle scienze, nel giornalismo o nello spettacolo, molto spesso costituisce addirittura un doppio privilegio: non solo un lavoro appagante e ben remunerato, ma un lavoro che consente maggiore visibilità, consente quel bene inestimabile che è «essere ascoltati». Ho sempre ritenuto che chi gode di questi privilegi abbia un elementare dovere di restituirne almeno una piccola parte alla collettività, sotto forma di impegno civile. Soprattutto quando i principi fondamentali ed elementari della civile convivenza sono messi a repentaglio.
Ecco perché spero che la mattina di sabato 18 gennaio, in tutte le ventisei inaugurazioni dell'anno giudiziario, saranno in tanti gli scrittori e i registi, i filosofi e gli «opinion leader», gli scienziati e gli attori, gli architetti e i compositori, i cantanti e i «comici», tutte quelle donne e quegli uomini, insomma, il cui «nome» e la cui testimonianza a fianco dei magistrati, in difesa di quel bene irrinunciabile che è l'autonomia del potere giudiziario, riuscirebbero ad avere una eco tale capace di «bucare» anche il muro di censura, di silenzio, di manipolazione, che il controllo totale dei mass-media da parte di Berlusconi «garantisce» ormai ad ogni iniziativa in difesa della Costituzione.
La stessa cosa vale, ovviamente, per i politici dell'opposizione, soprattutto per i più noti. Nanni Moretti ha opportunamente ricordato a Firenze, incontrando Sergio Cofferati, che in fondo i cittadini elettori sono i «datori di lavoro» dei politici di professione. E sono questi milioni di «datori di lavoro», con la passione dimostrata lungo un intero anno scendendo nelle piazze, a chiedere questa presenza civile e unitaria ai loro «dipendenti», cioè ai loro rappresentanti e dirigenti. Ad auspicare di ritrovare in mezzo a loro, il 18 mattina, a sventolare una copia della costituzione (che proprio l'Unità ripubblicherà il giorno prima a questo scopo), Francesco Rutelli e Piero Fassino, Antonio Di Pietro e Massimo D'Alema, Rosy Bindi e Fausto Bertinotti, e tutti i parlamentari - ciascuno presso la corte d'Appello più vicina al proprio collegio elettorale - per ribadire ai loro «datori di lavoro», i cittadini democratici, che anche contro le leggi-vergogna si può fermare il governo Berlusconi, esattamente come Berlusconi è stato fermato sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: con la moderazione intransigente su ciò che non è negoziabile: giustizia e libertà. Sarebbe la più bella risposta - e soprattutto una risposta in prospettiva vincente - ai tanti nemici della democrazia che sperano nelle divisioni fra i democratici per continuare a demolire la Costituzione e lo Stato di diritto.

Fonte: l'Unità - 14/1/2003