«BlogOltre» il weblog di Pietro Busalacchi L'uomo è nato libero, e dappertutto è in ceppi.

(Jean-Jacques Rousseau, Il contratto sociale)
«Buon 2003» Sia un anno di pace vera!  

Un abbraccio a tutti coloro che mi leggono. Grazie per la vostra amicizia!

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L'ultimo vaffanculo del 2002
di Mariemarion

Per questa immagine si ringrazia Giorgia (Mu)L'ultimo vaffanculo del 2002, mi ci sono messa su apposta il Concerto di Capodanno, rigorosamente Doitc, rigorosamente Berliner, rigorosamente Karajan. Così, tra un walzer e una polka, un Danubio blù e una marcia di Radetzsky a ricordare i bei tempi andati quando che facevo ir dittatore di professione, posso sprime dal più profondo dell'animo mio il più tenero, sincero, autentico VAFFANCULO! ai miei brogger preferiti. E non li sto a nominare di nuovo, state tutti qua a destra, mo' che Pietro m'ha aggiustato ir brog. Mancheno quelli nuovi che gli devo dare ancora il benvenuto ma già che ce sto li mando affanculo puranche a loro così, come a diie buonAnno.
Ma prima la cronaca, come facevano na vorta i giornalisti veri che oggi invece prima e SOLO il commento che alla fine uno dice: ma ndefinitiva, che caxxxhio è successo?
Cronaca senza commento:
ve sarete accorti, voi per primi perch'io ... aspetta e spera che m'accorgo de qualcosa, quando si tratta del maiale (sssssst... ir computer....ssssst), ve sarete accorti che per un po' di giorni a legge mariemarion c'era solo che da sparasse e per di più mbocca dalla disperazione. Ma siccome ci'ò avuto l'influenza chissenefrega, sto a letto da giorni a magnà panettone e guatà la tivvù, scrivo un Help a Palomar il quale s'è dato nell'antico Egitto pur de nfasse trovà da me, e tiraccampà, aspetto che passeno l'astri per storto.
Inopinatamente mi scrive l'amico PietroBrogOrtre e dice: che te serve na mano, vedo che ci'ai problemi. Si te fidi t'aiuto io.
Mo', a legge Pietro e scoppià a piange è stato tutt'uno, perché signori miei, quando che uno è già disperato di suo e ce se mette pure ir maledetto (LUI ssssst, nlo nominamo che sta addormì), a legge un amico che te vo' aiutà.... io che nce so' abituata... te scoppi a piagne e tra te e te metesmo te cominci a chiede: ma fosse che quel Dio da sempre bestemmiato e financo mprecato fosse ch'esiste veramente?
Pe falla breve, Piero in du' minuti m'agiusta ir brog e riappaiono i miei link adorati, il mio Pasolini dimenticato, financo l'imeir agiustata che sennò da domani nce potevamo scrive più.
Che fa a questo punto na persona riconoscente e ancorché povera de tasche irrimediabilmente ricca de nobile nobiltà nteriore?
Lo chiedo a voi, signori della Giuria, cheffà? Pe la prima ringrazia, pe la seconda prova na riconoscenza così profonda che a Pietro ie vorrebbe sartà ar collo e abbracciallo come nfratello ritrovato!
Così faccio. E metaforicamente ie sarto ar collo a PietroBrogOrtre.
Il quale.... NOPINATAMENTE risponde: nt'azzardà a ringraziamme dar brog sinnò me fai sentì nFARISEO...
Mo' signori miei, io prima da ncontravve sui brog me credea ntantino da esse ... come dire... ntelliggente den certo valore de ntelligenza sopraffina.... finché n'ho incontrato voi brogger....
Adesso, signori della giuria, ncapisco più....
Chi me scrive: sei troppo complimentosa me metti imbarazzo, quell'altro scrive: che me stai affà ir Pabric Relescions? quell'altro ancora dice: nme merito tutte ste belle parole tue ecc. ecc. ecc. pe falla breve fino a ieri che arriva l'urtima, questa der FARISEO de PietroBrogOrtre che io, Mick, ir Zingaro, financo ir cavallo Betlemme ci'avemo rifrettutto tutta la notte mpiedi ammagnà panettone... nla capimo e nla capiremo mai!
ERGO:
nli volete i complimenti che complimenti non sono ma pura cruda brutale vera Verità, brogger miei preferiti?
Nlo volete capì che si nessuno ve dice bravo è perché siete stati allevati a QuestoMondoDiSqualiEd'Invidiosi di cui per carità! nte sognà da di' che quello è bravo sennò dovessi da sparì dai brog!
Nve c'entra drentro quella zucca che io so' stata allevata a pane e Arte pura e pertanto IO PUO', in culo ai critici d'accatto e d'accazzo marchettari di mestiere, io soltanto PUO'! perdio, dirvi che siete tutti VeroArtisti anche se ognuno alla vostra bellissima e individualissima maniera?
Nve l'hanno insegnato i vostri migliori il sentimento antico della RICONOSCENZA secondo il quale a nessuno l'aiuto i'arriva per diritto divino ma se viene da una mano gratuitamente amica a quella mano stesa tu MINIMO! ié devi dadì GRAZIE PER SEMPRE?
Nl'avete capito che io nfaccio COMPLIMENTI ma esprimo soltanto il mio veritiero giudizio e tanto è veritiero in quanto sfrondato da sentimenti di invidia, competizione e merdaccia varia nella quale state tutti affondando non per colpa vostra? Merdaccia che grazie addio AMME' nme l'hanno ancora presentata e pertanto nme casca la corona addì: toh, guata che sei più bravo di me!
E infino: v'arisulta che dopo avervi più volte menzionato nella mia rassegna stampa brog io v'abbia scritto via imeir per dirvi: guarda che t'ho parlato di te... com'addì: mo' TU devi da parlà de ME! No signori, c'è gente come OninoBrog, Lolloland, Brodoprimordiale e financo MantelliniBrog che manco se degna d'arisponne ai miei credo esilaranti comments, gente come loro che manco sanno ch'esisto. Ma loro esistono e continueranno a esistere, umilissimamente lo dico, sul mariemarion a loro sconosciuto. So' marchette queste? giudicate VOI a rigor di logica, nient'altro che LOGICA, per cortesia, come direbbe l'amico Spock il vulcaniano di Star Trek!
E allora, signori miei brogger preferiti, essendo che non porto MAI con me nell'anno nuovo né rabbia né parolacce (il due però sì!) ve ce vòio mannà alla romana prima che scocchino le zero del 31 che sarebbe domani notte.
A F F A N C U L O ! Tutti, ce dovete annà. A Roma s'aggiungerebbe: e dimme come te chiami, ma io nl'ho mai capita perciò nla dico.
E se, fratello PietroBrogOrtre, (che le rotelle giuste me sta che ncell'hai tutte comincio a dubità) te senti financo FARISEO a accettà ir mio GRAZIE più gioioso più sincero più riconoscente sai che te dico atté personalmente?
Che alla siciliana io nlo so dì vaffanculo. Ma siccome "che" ci'ò avuto na centralinista verosfigatasiciliana che m'ha insegnato tutte le parolacce di Sicilia....
tu quel FARISEO là lo ficchi drentro allo STICCHIO de qualche pia vergine mignotta, l'attappi co' na bella MINCHIA de veroMagrebbino de quelli che Vladimir Luxuria se porta qua sotto ar centro gay come m'ha raccontato ir popolo, ce passi puro mpo' de peperoncino calabrese da resuscità nmorto ammazzato e pe esse fini e non esagerà butti il tutto dalla finestra de casa tua domani notte insieme coll'anima de li mortacci de tutti coloro che t'hanno fatto tanto di quel male da ridurti a esse così tanto deficiente e così tanto pure diffidente vaffanculo!
E così pure allargasi l'invito a tutti coloro che se credono che chissà per quale divina marchetta io li riempia di complimenti non sapendo più distinguere UnaDonnaPerAmico qual sono da certe mignottone vere marchettare dell'etere che ve fanno crede da esse pure NoGlobal pur da favve parlà de loro, ingenui coll'orecchino al naso qual siete tutti proprio perché BUONI VOI! E dunque incapaci di pensar male degli altri. E' per questo che continuerò ad amarvi, stronzi!
E buonVAFFANCULO A TUTTI VOI!
E tanto perché io te ce mando e ruggisco occhi nell'occhi, acciocché non si pensi che io getti il sasso e nasconda la mano, mi firmo:
beatrice corato (vaffanculo pure a me! ma tu guarda cocchiccaxxxhio me so' venuta a nfognà mannaggia ammè.... S G R U N T! Io nli capisco: si nce credono più ch'esista gente buona come loro e forse de più ir probblema è LORO,mica MIO eccheccavolo.... sgrunt!)

La risposta, fine, garbata e da fintosignore... 
di Pietro Busalacchi

Cara Mariemarion. Quando, da piccolo partecipavo alla messa domenicale, nel paese dove vivevo allora, Pozzallo situato nel lembo estremo dell'isola sicula, non capivo come mai quando il prete predicava la gente sembrava interessata a ben altro. Né sentivo dopo la messa qualcuno commentare l'omelia. Più tardi venni a sapere che le omelie erano tratte da un libro, per cui ogni anno erano sempre le stesse. 

In quelle messe domenicali le signore facevano sfoggio di gioielli e abiti nuovi nelle prime file mentre i poveri stavano in fondo vergognandosi dei loro abiti fuori moda. E il prete soavemente diceva "Ama il prossimo tuo come te stesso". Quando veniva il momento dell'offertorio le "signore" sventolavano bene in vista le mille lire i poveri facevano frettolosamente cadere nel paniere le 10 lire.

Farisee erano quelle signore che davano le mille lire sventolandole bene in vista o che a Natale davano i soldi chiusi in una busta con l'indirizzo del mittente!

Se io ti considero un'amica, virtuale quanto vuoi, non devo avere i tuoi ringraziamenti pubblici. Ti ho scritto nell'e-mail che mi bastava la tua stima.

Ma come sanno anche i sassi, io con le donne non c'azzecco mai. E quando dico «mai» è perché non trovo un termine più escludente di questo.

Per cui, con licenza, VAFFANCULO A TE, MARIEMARION! E che minchia!

Sempre fine, sempre signore, Pietro.

P.S. A proposito, tanti auguri a te  Beatrice... Musa "verace" dei blog italiani. 


Scrive Mariemarion

Mo' che siamo pari a suon di vaffanculo te voglio chiede na cosa, Pietro mio:
ncapisco... con il tuo (sia pur bellissimo) racconto-metafora della messa domenicale, ch'hai voluto di', che io so' di quelle che sbandierano le mille lire?
Perché si è questo ch'hai voluto di', amico mio, io non aspetto il 31 prossimo per rimandartici, ma te ce rimanno TUTTI I SANTI GIORNI che il buon Dio ha creato e anche quelli creati da suo cugino Allà! Pertanto, esimio Direttore del mio quotidiano preferito, Le chiedo di chiarire il Suo autorevole punto di vista circa la diatriba tra di noi evidenziata sul far del 2003 lira più lira meno. E aggiungo, mi si passi l'ardire, che il suo "non ci'azzeccarci con le donne"...
AMME' TU NON ME LO DICI, capito?
Inquantoché IO mi firmo UnaDonnaPerAmico, ovvero non la femmina vogliosa di minchia e nel contempo bramosa di ficcarlo LEI in culo al pover'uomo ir suo neanche metaforico minchia der cazzo, ma una Donna che sa stare alla pari degli Uomini riconoscendone la superiorità quando c'è e soprattutto sapendo raccogliere dentro il proprio cuore quel loro pianto nascosto che solo lei sa decodificare per questione... chissà... di sana follia d'artista. Se tu leggi quei grandi amici che sono Strelnik e l'Arsenio mica ti scandalizzi quando si ringraziano ripetutamente a vicenda. Che debbo pensare, che loro possono farlo perché sono uomini? Che debbo pensare, che le odiatissime (e inguardabili) femministe da me tanto odiate alla fin fine ci'avevano ragione e TU, QUOQUE TU, non accetti il GRAZIE di una donna perché... l'òmo è òmo? Aspetto una tua PUBBRICA ed esaurientissima risposta.
Si ci'ai coraggio!
Eccheccavolo...
mariemarion alla seconda incazzatura del 2003 e sono appena le diciassette del primo gennaio, vaffanculo!

Risponde Pietro

Cara Mariemarion, se non riesco a farmi capire probabilmente non c'è niente da capire. Da oggi in poi accetto incondizionatamente così come le tue critiche anche le tue lodi. Ma l'esempio delle donne in chiesa era che IO, IODIME, NON VOLEVO SENTIRMI COME QUELLE DONNE CHE DANNO L'OBOLO E LO SBANDIERANO AL MONDO: E' CHIARO ADESSO?

Controreplica di Beatrice (con scuse)

Ho messo su l'Adagio per archi e organo di Albinoni, amico mio. Per risponderti con lo stesso pianto dei violini tanto amato da mia madre. Ferire un amico è per me il più luttuoso dei reati, perdonami.
E' vero che ormai ci parto prevenuta, al punto che a volte interpreto a modo mio parole scritte a modo vostro. Così offendendo prima di tutto il mio sacro libero pensiero che deve imporsi il vuoto assoluto da pregiudizi prima di capire fischi per fiaschi, come ho fatto ieri. Perdonami.
Ma, se ancora ti va di starmi ad ascoltare, ti racconterò perché si giunge a questo mio tragico non saper chiedere, non saper accettare, non saper ringraziare se non in maniera maldestra il generoso aiuto di un amico.
Non è, la mia vita, quella che a tutti voi forse sembra per via di certi ricordi che, meno dolorosi degli altri, mi va di narrare per non cadere nel solito vittimismo delle infanzie negate.
Negata fu a me l'infanzia, Pietro mio, forse più che a tutti voi, senza voler fare il Dolorometro perché ognuno è comunque figlio della sua inutile, tragica storia.
Fui buttata, Pietro, in un collegio che a chiamarlo orfanatrofio è un eufemismo. Perché la mia incredibile madre volle trasferirsi dal natìo Veneto qui a Roma per seguire l'ultimo suo amore, ultimo si fa per dire. Un bastardo di patrigno che qui a Roma si mostrò per quel che era, un nullafacente "comunista" che del comunismo aveva solo le chiacchiere da osteria d'altri tempi.Mia madre fu ridotta alla fame e dovette lasciare il suo mestiere di pittrice per sbarcare il lunario. E fu costretta a ficcarci nei collegi che, si è negli anni Cinquanta, erano poco meno che lager. Una volta l'anno in collegio arrivavano i "benefattori". Per l'occasione le suore ci vestivano di tutto punto e tutti in fila lì a ringraziare le signore impellicciate, profumatissime, piene d'oro fino agli occhi, che mettevano nelle nostre piccole mani una... briosce, un cornetto, per dirla alla romana. E ci fu imposto di ringraziare quei benefattori che così buoni ci portavano e briosce profumate. A cinque anni certe cose ti rimangono dentro, ficcate nell'inconscio come l'imprinting più incancellabile. Poi le suore mi fecero studiare, e mia madre quando, una volta al mese, veniva a trovarci, ci raccomandava di essere grati a quelle suore che non solo ci sfamavamo ma addirittura ci permettevano di diventare colti, per lei la cultura era tutto, e per questo ancora la ringrazio.
Finalmente si sistemò in un lavoro di lusso, ci ritirò dai collegi, cacciò via il bastardo e da buon Toro lo minacciò di morte se solo si fosse avvicinato a noi, e finalmente conobbi una casa. Ma, comunista lei, comunista doc, non riusciva a non farci sentire continuamente in colpa verso la vita, perché anche se non ci comprava le scarpe nuove (sovrastruttura marxista, per lei) avevamo il Grande Privilegio di studiare, mio fratello addirittura nel liceo dei preti più IN e più costoso della capitale.
Fu quando incontrai l'uomo più nobile del pianeta, mio marito, che cominciai a capire che forse un qualche diritto alla vita, financo a mangiare senza sentirmi in colpa, l'avevo anch'io. Ma era troppo tardi, ormai. A diciott'anni la psiche s'è strutturata e da quell'imprinting, per quanti sforzi faccia il Cervello Razionale, l'Inconscio non riesce più a liberarsi.
Vent'anni dopo, quando tutto sembrava cominciare a girare per il verso giusto, sopravvenne la malattia per me. Lo strappo doloroso da quel lavoro che amavo,l'incontro e la frequentazione obligata con coloro che io chiamavo popolo, amandolo più degli occhi miei, e che invece seppe essere soltanto feccia umana. Dieci anni di malattia passati qua sotto ad aprire un centro anziani mio personale a casa di una vecchia, la nonna di Errico ir Pazzo. Dieci anni a far da giullare per regalare un sorriso, a far da psichiatra al Pazzo con le gambe bloccate dal panico quando all'improvviso e senza ragione mi cacciava di casa perché non mi riconosceva e in me vedeva la sua satanica allucinazione, dieci anni a fare il medico dei poveri, misurare la pressione, fare mille iniezioni gratuitamente, togliere le medicine date a cazzo dai medici di base del cazzo e curare con le vitamine, i sali minerali, l'altra medicina insomma.
Ma quando fu che ero ridotta allo stremo, un paio d'anni fa, a svenire davanti ai fornelli per preparare la cena a mio marito, nessuno venne a bussare alla mia porta con un piatto caldo in mano, quale che fosse. Nessuno mi disse: vengo a pulire la tua casa prima che tu ci crepi a raccogliere l'acqua saponata da terra. Nessuno si offrì di salire sulla scala a lavarmi i vetri, e maldestramente, rischiando la pelle ad ogni gradino, tutto riuscii a fare da me, compreso lo spolvero dei soffitti che qui sono altissimi. Stringendo i denti e imponendomi di non mollare per non impaurire quel mio marito nobile che altrimenti mi sarebbe morto appresso.
Chiesi aiuto Pietro, non lo ricevetti da nessuno. Tanto meno dai miei fratelli ricchi e comunisti. E per carità, lasciamo da parte il capitolo dei lager ospedalieri romani... un giorno lo racconterò, se non altro per farvi vivere in diretta quella che voi forestieri considerate "la magica Roma"...
Allora, Pietro, quando mi capita di sentirmi offrire un aiuto gratuito, addirittura senza richiederlo, a me sembra di toccare il cielo con un dito e tanta e tale è la mia felicità che, lo ripeto, vorrei urlarlo al mondo quel gesto di così grande, gratuita generosità.
Perché altro non so dare in cambio, se non la fiducia, la stima, la riconoscenza che mi impone di non dimenticarla mai, quella persona che m'aiutò senza esserne richiesta.
Io sono un'amorale, un'anarchica che non rispetta nessuna istituzione neanche quella dei movimenti del libero pensiero che io condividevo, ho orrore anche di loro, quando diventano istituzione .
Rispondo solo alle regole antiche che ho dentro di me, e sono più rigorose, più ferree, più incrollabili di qualunque morale d'accatto.
Ma siccome figlia anche e soprattutto del Libero Pensiero io sono, lo nacqui, lo rimasi, lo morii, so guardare dentro di me a capire sempre perfettamente il motivo che mi spinge a travisare, a capire male.Quando nelle parole dell'amico non ci sono mistificazione né malafede.
E quel tuo termine "fariseo", adesso puoi capire perché, me lo sono sentito sputare addosso a ricordo di quei benefattori del cazzo. Un termine che invece, ad aver saputo leggere le tue parole senza pre-giudizi, adesso che rileggo a mente lucida la tua lettera, avrei capito perfettamente che a te volevi dedicare e non a me.
Ma vedi Pietro, fariseo, come tu magicamente racconti, è chi sbandiera le mille lire prima di ficcarle nella cassetta delle elemosine. Non chi si sente ringraziato coram populo da un'amica vera.
E se riesci a capire, come capirai, con quanto pudore, dolore e difficoltà ho voluto dedicarti questa mini-seduta di psicanalisi in diretta, finalmente riuscirai a capire anche quanto io sia per te, per tutti coloro che mi accetteranno come tale tra pregi (pochi) e difetti (tanti), un'amica vera.
UnaDonnaPerAmico, appunto.

Terrorismo: Su internet una lettera di Bin Laden agli Americani
da Rainews

Terrorismo. Su internet una lettera di Bin Laden agli americani: «vi colpiamo per difenderci».

Bin Laden, Osama (in tuta mimetica)Il messaggio circola su internet con un passaparola da un sito all'altro. Tra gli altri, lo pubblicano waaqiah.com e kavkazcenter.com. Al momento non esiste conferma della veridicità, ma una lettera firmata Bin Laden attira sempre l'attenzione di intelligence e media internazionali.

Questa volta il messaggio del leader di al-Qaeda sembra rivolto al popolo americano e inizia con dei brani del corano sulla lotta contro gli infedeli e sulla legittimità della guerra santa.

"Vi attacchiamo perché voi ci avete attaccato e continuate a farlo: ci attaccate in Palestina con una occupazione che dura da più di 80 anni, ci attaccate in Somalia, sostenete le atrocità russe in Cecenia, l'oppressione dell'India nel Kasmir e l'aggressione israeliana contro di noi in Libano".

Tra i punti toccati nelle nove pagine di lettera c'è anche il petrolio, definito un furto al popolo islamico.

Inoltre Bin Laden si rivolge al popolo americano, colpevole - a suo parere - perché con le sue tasse finanzia le bombe lanciate in Aghanistan, i carri armati che distruggono le case dei palestinesi, e l'esercito che occupa le nostre terre nei paesi del golfo arabico.

Tutto questo, secondo il leader di al-Qaeda, contrasta con le ripetute affermazioni che gli Stati Uniti siano la terra della libertà.

...leggi la presunta ultima lettera di Bin Laden...

 

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Due interventi su due aspetti fondamentali del nostro futuro: l'informazione e le biotecnologie. Da L'Espresso in edicola.

Un tam-tam ci salverà
di Umberto Eco

Sarà fondamentale il ruolo dei nuovi media. Soprattutto Internet,
 per scambiare informazioni non controllate. E influenzare il potere

L'Espresso n°1-2003

Si prova sempre qualche imbarazzo quando si viene invitati a prefigurare eventi futuri, specialità in cui eccellono i futurologi, quasi sempre poi smentiti dal corso delle cose, e gli indovini, che possono permettersi di tutto in quanto i loro responsi sono così ambigui che i clienti creduloni riusciranno sempre ad adattarli per il verso più conveniente.

 Tuttavia, nella nostra vita di tutti i giorni, noi ci muoviamo sempre secondo tentativi di previsione, basati su ragionamenti prudenti del tipo «se le cose andassero avanti come stanno andando oggi, domani potrebbe succedere che... ».
(continua)

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Arriva l'uomo nuovo
di Jeremy Rifkin

Il biotech sta producendo creature mai viste. Modificando e mescolando il Dna. E presto
 l'umanità potrà reinventare artisticamente se stessa. Attribuendosi un potere divino.

Di recente J. Craig Venter, lo scienziato di genetica la cui società (Celerà Genomics) è in testa alla corsa per mappare il genoma umano, ha annunciato un piano per la creazione della prima forma di vita artificiale in una capsula di laboratorio. Venter, che si è unito al biologo premio Nobel Hamilton O. Smith, spera di utilizzare un prestito del governo americano di tre milioni di dollari per creare organismi parzialmente realizzati dall'uomo che siano in grado di produrre idrogeno per carburante o di ridurre diossido di carbonio nelle emissioni delle centrali elettriche.
(continua)

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Chiaramente: una bomba di sincerità senza peli sulla lingua
Intervista di Pietro B.

Quando Chiara scrive lo fa con il cuore. Può piacere può dare fastidio ma questa è la verità. E la sua sincerità non ha paura di andare controcorrente o di ricredersi su una sua precedente posizione. Chiara quello che ha da dire lo dice.
Alle volte scende sul personale alle volte si indigna per le ingiustizie o ci commuove per i fatti di cronaca. 
Non conosco personalmente Chiara, non è però necessario per dire che lei è  una ragazza "pulita", limpida. E per questo le auguro tanta fortuna nella vita.
Quando ho scoperto il fenomeno dei  blog ho conosciuto Chiaramente che è quindi stata una delle mie primissime letture, e continua ad esserlo tutt'oggi. Se i blog hanno un senso e se avranno un futuro  lo dobbiamo a persone come lei.
Per questo è doveroso dirle: grazie Chiara!

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:: Mercoledì, 25 Dicembre 2002 ::

Pensieri di Natale
di Pietro Busalacchi

La cera ovattata
di dolci rancori
che mai sfiorarono
il tuo animo
ti avvolga
in un amorfo
silenzio
avulso dal tempo.

Dicono che a essere troppo buoni ci si rimette. Dicono che a rimetterci non ne vale la pena. Dicono che la vita è tutta una pena. Dicono che abbiamo una sola vita. Dicono che non sempre chi nasce ha una vera vita di da vivere. Dicono che vivere non è sempre facile. Dicono che è facile farla finita. Dicono che la guerra è la fine. Dicono che la fine dell'uomo sarà una guerra. Dicono che le guerre affamano peggio delle carestie. Dicono che molte carestie le provoca la guerra. Dicono...

Odio coloro che parlano troppo... ed hanno ragione. Stronzi

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Cartolina di Natale di Blog Oltre

BUON NATALE!
AUGURI A TUTTI GLI AMICI DI BLOG...

«L'Umanità deve porre fine alla guerra,
o la guerra porrà fine all'umanità.»

John F. Kennedy, "Messaggio all'ONU", 25 Settembre 1961


:: Lunedì, 23 Dicembre 2002 ::

VENTI DI GUERRA. Toccherà agli USA sostenere quasi tutto il peso del conflitto che si profila per cambiare il regime di Baghdad

Irak, ecco quanto costerà agli Stati Uniti

Oltre agli oneri bellici, occorre calcolare quelli (quasi certi) di una lunga occupazione e ricostruzione.

(fonte: Il Sole-24 Ore del Lunedì - 23 Dicembre 2002)

Se, alla fine, ci sarà la guerra all'Irak — il che pare sempre più probabile — gli Usa potrebbero farcela a un costo di "soli" 100 miliardi di dollari purché tutto, ma proprio tutto, vada liscio, dalle operazioni militari ai corsi petroliferi. Ma se le cose prendessero una brutta piega, il conto finale potrebbe salire: alle stelle, cioè a qualcosa come 2.000 miliardi di dollari.
Questi preventivi molto sommari comprendono il costo del conflitto e quello del dopo-guerra nei dieci anni successivi, cioè le spese di occupazione militare , e "peacekeeping", assistenza umanitaria, ricostruzione dell'Irak, il prezzo del petrolio e l'impatto macroeconomico.

Costi incerti. Negli Usa, il dibattito sulla guerra ha finora ignorato i temi economici. Gli ideologi a favore promettono una cosa veloce e pulita che risolverà ogni problema, petrolio compreso, ma non partano di costi. Tanto meno lo fa la Casa Bianca. Però, a fine settembre, due analisi condotte nell'ambito del Congresso hanno dato una prima stima dei possibili costi militari diretti.
L'economista William D. Nordhaus, docente a Yale, in uno studio uscito pochi giorni fa ha integrato queste valutazioni in uno schema più ampio. Da qui la forcella dei costi totali, puramente indicativa, da 100 miliardi di dollari nel caso migliore a 2.000 in quello peggiore. Per quanto elaborate, sono solo congetture, ma danno ordini di grandezza cui fare riferimento.

Troppi fattori d'incertezza rendono impossibile una vera previsione. Le operazioni belliche costeranno, come minimo, 50 miliardi di dollari nello scenario più favorevole di una vittoria rapida, cioè assai più dei 13 miliardi spesi l'anno scorso dagli Usa per le operazioni in Afghanistan. Ma, in caso di difficoltà e tempi più lunghi, il preventivo sale a 140 miliardi. Così, in uno scenario intermedio tra il più e il meno favorevole, si arriva agli 80 miliardi (in dollari odierni) della guerra del Golfo del 1991. Le spese della guerra del Golfo, però, furono poi quasi tutte rimborsate dall'Arabia Saudita, dal Kuwait e da vari altri Paesi. La guerra all'Irak sarà invece a carico dei contribuenti americani.
E i costi del dopo-guerra? Nello scenario più favorevole esaminato da Nordhaus, il preventivo, tra occupazione militare, "peacekeeping", ricostruzione e assistenza umanitaria, è di circa 105 miliardi di dollari in dieci anni, mentre in quello sfavorevole supera i 600 miliardi. Inoltre, nel primo vi sono possibili benefici (calo dei prezzi del petrolio e vari stimoli economici) per 57 miliardi, per cui il costo finale potrebbe essere sui 100 miliardi. Nel secondo, invece, il petrolio rincara anziché diminuire e l'economia va in recessione con un onere di oltre mille miliardi: il costo totale della guerra rasenta così i 2000 miliardi di dollari.

Questi due scenari estremi sono puramente teorici, in realtà, c'è una vasta gamma di combinazioni intermedie. La guerra, ad esempio, potrebbe essere rapida e quasi a buon, mercato, come nello scenario da 100 miliardi, ma il dopo-guerra potrebbe essere pesante come nello scenario da 2.000 miliardi. Se i costi delle operazioni militari saranno sostenuti dagli Usa, resta un quesito-chiave: chi paga le spese del dopo-guerra in Irak? Su questo punto il silenzio è quasi assoluto. Esperienze recenti, come il Kosovo e l'Afghanistan, non sono certo rassicuranti circa la disponibilità Usa a impegnarsi in grandi piani di ricostruzione. Per l'Irak occorreranno almeno 100 miliardi di dollari, oltre agli eventuali costi di occupazione militare e "peacekeeping".

Alla fine degli anni 70 l'Irak sembrava ben avviato sulla via di uno sviluppo rapido e sostenuto. Poi, la lunga guerra con l'Iran (1980-88), l'invasione del Kuwait (1990), la guerra del Golfo (1991) e oltre dieci anni di sanzioni economiche ne hanno devastato l'economia e il tessuto sociale. Ci vorranno 10-20 anni e forse più perché torni ad essere un paese "normale". E non basteranno gli introiti petroliferi.

Risorse scarse. Quindi chi baderà all'Irak del dopo-Saddam? Nell'ipotesi migliore toccherà agli Usa, nel caso vogliano farne la Base del loro potere strategico mediorientale. Ma se la guerra comportasse un nuovo shock petrolifero e una recessione globale, le risorse disponibili per la rinascita dell'Irak saranno molto scarse. Il che crea un altro quesito cruciale. Gli scenari da 100 a 2.000 miliardi di dollari riguardano solo la guerra all'Irak. Ma l'ipotesi che il conflitto resti limitato all'Irak, senza causare altre guerre in Medio Oriente, appare fin da ora troppo ottimistica. E così, tra costi militari, distruzioni materiali, emergenze umanitarie e recessione globale, il conto finale della guerra potrebbe superare di gran lunga le previsioni oggi più sfavorevoli.
E la ricostruzione dell'Irak sarà solo uno dei tanti problemi del dopo-guerra.

 ARMI MADRI DI TUTTI I MALI O DELLO SVILUPPO?

Quale è il vero senso del sempre più vorticoso balletto di cifre sul costo di una geurra che a parole quasi nessuno vuole, ma che ormai quasi tutti con fatalismo si preparano a combattere? Che si cerca di misurare gli effetti concreti di mosse di cui, una volta avviata la macchina bellica, tutti, pacifisti e guerrafondai pagheranno il conto. Che sarà più o meno salato, ma di cui certo non si potrà ignorare il peso, considerato che inciderà a fondo su una congiuntura mondiale sempre pesante. Anche se, per alcuni, proprio dal conflitto potrebbe ripartire lo sviluppo.

Giorgio S. Frankel

Allucinante questo articolo, o no? Eppure sono molti, moltissimi quelli che ragionano in questi termini...

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:: Domenica, 22 Dicembre 2002 ::

Racconto di Natale
di Adriano Sofri e Sergio Staino

Racconto di Natale - Sofri, Staino
Questa è una storia di natale.
Le storie di Natale sono piene
di angeli, persone invisibili,
bambini miracolosi e spesso
ne approfittano. Questa no.
Tutto comincia dalla stanza
dei colloqui, ieri lunedì.

Voi conoscete la ressa della
 stanza dei colloqui. Benché
si debbano dire cose intime
cose di figli a madri, di mogli
a mariti, di fratelli a sorelle...

...per potersi sentire
bisogna gridare.


Non è facile gridare
la cose intime.
Bisogna gridare più
del vicino, così la
stanza dei colloqui
sembra una gara a
chi grida più forte.

Due pagine del libro... Però a me piace quella babele di lingue
e quella calca barbara, perché suscita
una solidarietà improvvisa fra sconosciuti,
come in certi ingorghi sulle autostrade.

Insomma in quel bailamme può
succedere che si perdano dei bambini
in verità sono i grandi che si perdono,
immersi nei loro discorsi e nei loro
abbracci, e  bambini si arrangiano. Si
mettono a giocare sul pavimento,
qualcuno va ad attirare l'attenzione
dei parenti degli altri.

....................................

(Fonte: Racconto di Natale - di Adriano Sofri e Sergio Staino - Ed. Einaudi - Euro 10)

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L'Orda - Quando gli albanesi eravamo noi
di Gian Antonio Stella

L'Orda - Gian Antonio Stella

INTRODUZIONE

Bel paese, brutta gente
La rimozione di una storia di luci, ombre, vergogne

La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio: così eravamo visti. Non potevamo mandare i figli alle scuole dei bianchi in Louisiana. Ci era vietato l'accesso alle sale d'aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti contro «questa maledetta razza di assassini». Cercavamo casa schiacciati dalla fama d'essere «sporchi come maiali». Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank perché non ci era permesso portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d'adozione come cattolici primitivi e un po' pagani. Ci appendevano alle forche nei pubblici linciaggi perché facevamo i crumiri o semplicemente perché eravamo «tutti siciliani».

«Bel paese, brutta gente.» Ce lo siamo tirati dietro per un pezzo, questo modo di dire diffuso in tutta l'Europa e scelto dallo scrittore Claus Gatterer come titolo di un romanzo in cui racconta la diffidenza e l'ostilità dei sud-tirolesi verso gli italiani. Oggi raccontiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo «poveri ma belli», che i nostri nonni erano molto diversi dai curdi o dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste, che ci insediavamo senza creare problemi, che nei paesi di immigrazione eravamo ben accolti o ci guadagnavamo comunque subito la stima, il rispetto, l'affetto delle popolazioni locali. Ma non è così.

Certo, la nostra storia collettiva di emigranti - cominciata in tempi lontani se è vero che un proverbio del '400 dice che «passeri e fiorentini son per tutto il mondo», che Vasco da Gama incontrava veneziani in quasi tutti i porti dell'India e che Giovanni da Montecorvino trovò nel 1333 un medico milanese a Pechino - è nel complesso positiva. Molto positiva. Basti pensare, per parlare dei soli Stati Uniti, a Filippo Mazzei, che arrivò lì nella seconda metà del Settecento e fu tra gli ispiratori, con la frase «tutti gli uomini sono per natura liberi e indipendenti», della Dichiarazione d'Indipendenza stesa dal suo amico Thomas Jefferson. A Edoardo Ferrare, che durante la guerra civile fu l'unico generale a comandare una divisione composta totalmente da neri liberati. A padre Carlo Mazzucchelli, che nel 1833 predicava tra i pellerossa e per primo mise per iscritto, con un libro di preghiere, la lingua sioux. A Lorenzo Da Ponte, che dopo aver scritto per Mozart i libretti delle Nozze di Figaro, del Don Giovanni e di Così fan tutte e aver fatto mille altri mestieri, finì a New York dove nel 1819, già vecchio, fondò la cattedra di letteratura italiana al Columbia College, destinato a diventare la Columbia University.

In 27 milioni se ne andarono, nel secolo del grande esodo dal 1876 al 1976. E tantissimi fecero davvero fortuna. Come Amedeo Obici, che partì da Le Havre a undici anni e sgobbando come un matto diventò il re delle noccioline americane: «Mister Peanuts». O Giovanni Gioì, che do-po aver fatto un sacco di soldi col vino in Argentina rientrò e comprò chilometri di buona terra nel Veneto dando all'immensa azienda agricola il nome di «Mendoza». O Geremia Lunardelli che, come racconta Ulderico Bernardi in Addio Patria, arrivò in Brasile senza una lira e finì per affermarsi in pochi anni come il re del caffè carioca, quindi mondiale. O ancora Fiorello La Guardia, che dopo essersi fatto la scorza dura in Arizona (ricordò per tutta la vita l'insulto di un razzista che deridendo gli ambulanti italiani che giravano con l'organetto gli aveva gridato: «Ehi, Fiorello, dov'è la scimmia?») diventò il più popolare dei sindaci di New York.

Quelli sì, li ricordiamo. Quelli che ci hanno dato lustro, che ci hanno inorgoglito, che grazie alla serenità guadagnata col raggiungimento del benessere non ci hanno fatto pesare l'ottuso e indecente silenzio dal quale sono sempre stati accompagnati. Gli altri no. Quelli che non ce l'hanno fatta e sopravvivono oggi tra mille difficoltà nelle periferie di San Paolo, Buenos Aires, New York o Melbourne fatichiamo a ricordarli. Abbiamo perduto 27 milioni di padri e di fratelli eppure quasi non ne trovi traccia nei libri di scuola. Erano partiti, fine. Erano la testimonianza di una storica sconfitta, fine. Erano una piaga da nascondere, fine. Soprattutto nell'Italia della retorica risorgimentale, savoiarda e fascista.

Un esempio per tutti, il titolo del 27 ottobre 1927 del Corriere della Sera sull'affondamento a 90 miglia da Rio de Janeiro di quella che era stata la nave ammiraglia della nostra flotta mercantile, colata a picco col suo carico di poveretti diretti in Sud America. Tre colonne (su nove!) di spalla: «Il Principessa Mafalda naufragato al largo del Brasile. Sette navi accorse all'appello - 1200 salvati - Poche decine le vittime». Erano 314, i morti. Ma il numero finì tre giorni dopo in un titolino in neretto corpo 7. A una colonna. E il commento del giornale, che invece di pubblicare il nome delle vittime metteva quello rassicurante dei sopravvissuti (!) tra i quali c'era il futuro «papa» del pandoro Ruggero Bauli, era tutto intonato al maschio eroismo del comandante Simone Gulì, che si era inabissato con la sua nave: «Onore navale».

Se ne fotteva, l'Italia, di quei suoi figli di terza classe. Basta estrarre dai cassetti i rapporti consolari, che avevano come unica preoccupazione la brutta figura che ci facevano fare i nostri nonni, i nostri padri, le nostre sorelle perché mendicavano o erano sporchi o facevano chiasso o andavano alla deriva verso i lupanari e la delinquenza. Ricordare il tira e molla interminabile, e concluso solo pochi anni fa, della legge per il voto agli emigrati. Sfogliare le lettere amarissime raccolte in Merica! Merica! da Emilio Franzina, come quella di Francesco Sartori: «Non posso mangiare il pane che è duro come un pezzo di ferro e non si bagna. Sono 14 giorni che siamo in Marsiglia: 4 giorni siamo vissuti a nostre spese, 4 giorni ci han passato un franco al giorno. So-no 6 giorni che ci fanno le spese a bordo che vuoi dire sul bastimento. Io di questi ho mangiato tre giorni perché non ho denari da mangiare fuori. Si mangia da bestie». O rileggere il reportage Sull'Oceano e le poesie di Edmondo De Amicis: «Ammonticchiati là come giumenti / sulla gelida prua mossa dai venti / migrano a terre ignote e lontane / laceri e macilenti / varcano i mari per cercar del pane. / Traditi da un mercante menzognero / vanno, oggetto di scherno, allo straniero / bestie da soma, dispregiati iloti / carne da cimitero / vanno a campar d'angoscia in lidi ignoti».

Di tutta la storia della nostra emigrazione abbiamo tenuto solo qualche pezzo. La straordinaria dimostrazione di forza, di bravura e di resistenza dei nostri contadini in Bra-sile o in Argentina. Le curiosità di città come Nova Milano o Nova Trento, sparse qua e là ma soprattutto negli Usa do-ve si contano due Napoli, quattro Venezia e Palermo, cin-que Roma. Le lacrime per i minatori mandati in Belgio in cambio di 200 chili l'uno di carbone al giorno e morti in tragedie come quella di Marcinelle. I successi di manager alla Lee Jacocca, di politici alla Mario Cuomo, di uno stuolo di attori da Rodolfo Valentino a Robert de Niro, da Ann Bancroft (all'anagrafe Anna Maria Italiano) a Leonardo Di Caprio. La generosità delle rimesse dei veneti e dei friulani che hanno dato il via al miracolo del Nordest. La stima conquistata alla Volkswagen dai capireparto siciliani o calabresi. E su questi pezzi di storia abbiamo costruito l'idea che noi eravamo diversi. Di più: eravamo migliori.

Non è così. Non c'è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, un secolo o solo pochi anni fa, a noi. «Loro» sono clandestini? Lo siamo stati anche noi: a milioni, tanto che i consolari ci racco-mandavano di pattugliare meglio i valichi alpini e le coste non per gli arrivi ma per le partenze. «Loro» si accalcano in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti? L'abbiamo fatto anche noi, al punto che a New York il prete irlandese Bernard Lynch teorizzava che «gli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi». «Loro» vendono le donne? Ce le siamo vendute anche noi, perfino ai bordelli di Porto Said o del Maghreb. Sfruttano i bambini? Noi abbiamo trafficato per decenni coi nostri, cedendoli agli sfruttatori più infami o mettendoli all'asta nei mercati d'oltralpe. Rubano il lavoro ai nostri disoccupati? Noi siamo stati massacrati, con l'accusa di rubare il lavoro agli altri. Importano criminalità? Noi ne abbiamo esportata dappertutto.

Fanno troppi figli rispetto alla media italiana mettendo a rischio i nostri equilibri demografici? Noi spaventavamo allo stesso modo gli altri. Basti leggere i reportage sugli Usa della giornalista Amy Bernardy, i libri sull'Australia di Tito Cecilia o Brasile per sempre di Francesca Massarotto. La quale racconta che i nostri emigrati facevano in media 8,25 figli a coppia ma che nel Rio Grande do Sul «ne mettevano al mondo fino a 10, 12 e anche 15 così com'era nelle campagne del Veneto, del Friuli e del Trentino».

Perfino l'accusa più nuova dopo l'11 settembre, cioè che tra gli immigrati ci sono «un sacco di terroristi», è per noi vecchissima: a seminare il terrore nel mondo, per un paio di decenni, furono i nostri anarchici. Come Mario Buda, un fanatico romagnolo che si faceva chiamare Mike Boda e che il 16 settembre 1920 fece saltare per aria Wall Street fermando il respiro di New York ottant'anni prima di Osama Bin Laden.

Mancava poco a mezzogiorno, la strada davanti allo Stock Exchange, la borsa newyorkese, era piena di gente. Si arrestò un carretto tirato da un cavallo. L'uomo legò le redini a un palo davanti alla banca Morgan & Stanley che nel 2001 sarebbe stata nuovamente colpita dall'attacco alle Torri Gemelle, si sistemò il cappello e s'allontanò senza mostrare fretta. Pochi minuti e Wall Street fu squassata da un'esplosione spaventosa. Quando la polvere si posò e vennero finalmente spenti gli incendi che avevano aggredito tutti gli edifici intorno, furono contati 33 morti, oltre 200 feriti e danni per due milioni di dollari dell'epoca. Il più sanguinoso attentato di tutti i tempi, e lo sarebbe rimasto fino alla strage di Oklahoma City, nella storia degli Stati Uniti.

Rientrato in Italia subito dopo la strage, arrestato e mandato al confino a Lipari, ha raccontato Chiara Milanesi su Diario, Mario Buda negò fino alla morte di essere stato lui l'uomo «dal forte accento italiano» che aveva lasciato lì quel carretto carico di dinamite. Come negò che fosse italiana la «firma» di tutte le bombe (decine: la più devastante nella sede della polizia di Milwaukee, 10 agenti uccisi) fatte scoppiare in quella violenta stagione americana. Bombe piazzate prima come «risposta preventiva» alle leggi restrizionistiche che stavano per essere varate contro gli stranieri e in particolare le «teste calde», poi come protesta contro il processo a Sacco e Vanzetti. Gli americani al con-trario, come dimostra la didascalia alla foto del romagnolo («Mario Buda, l'uomo che fece saltare Wall Street») esposta alla mostra del 1999 The Italians of New York, non hanno mai avuto dubbi: ad accendere le micce furono gli anarchici italiani.

E in questa doppia versione dei fatti può essere riassunta tutta la storia dell'emigrazione italiana. Una storia carica di verità e di bugie. In cui non sempre puoi dire chi avesse ragione e chi torto. Eravamo sporchi? Certo, ma furono infami molti ritratti dipinti su di noi. Era vergognoso accusarci di essere tutti mafiosi? Certo, ma non possiamo negare d'avere importato noi negli States la mafia e la camorra. La verità è fatta di più facce. Sfumature. Ambiguità. E se andiamo a ricostruire l'altra metà della nostra storia, si vedrà che l'unica vera e sostanziale differenza tra «noi» allora e gli immigrati in Italia oggi è quasi sempre lo stacco temporale. Noi abbiamo vissuto l'esperienza prima, loro dopo. Punto.

Detto questo, per carità: alla larga dal buonismo, dall'apertura totale delle frontiere, dall'esaltazione scriteriata del melting pot, dal rispetto politicamente corretto ma a volte suicida di tutte le culture. Ma alla larga più ancora dal razzismo. Dal fetore insopportabile di xenofobia che monta, monta, monta in una società che ha rimosso una parte del suo passato. Certo, un paese è di chi lo abita, lo ha costruito, lo ha modellato su misura della sua storia, dei suoi costumi, delle sue convinzioni politiche e religiose. Di più: ogni popolo ha il diritto, in linea di principio ed entro certi limiti, di essere padrone in casa propria. E dunque di decidere, per mantenere l'equilibrio a suo parere corretto, se far entrare nuovi ospiti e quanti. Di più ancora: in nome di questo equilibrio e di valori condivisi (la democrazia, il rispetto della donna, la laicità dello stato, l'uguaglianza di tutti gli uomini...) può arrivare perfino a decidere una poli-tica delle quote che privilegi (laicamente) questa o quella componente. In un mondo di diffusa illegalità come il nostro, possono essere invocate anche le impronte digitali, i registri degli arrivi, la sorveglianza assidua delle minoranzea rischio, l'espulsione dei delinquenti, la mano pesante con chi sbaglia.

La xenofobia, però, è un'altra cosa. «Ma perché questa parola deve avere un significato negativo?», ha sbuffato testualmente Silvio Berlusconi a Porta a Porta nel maggio 2002. Gli risponde il vocabolario Treccani: «Xenofobia: sentimento di avversione per gli stranieri e per ciò che è straniero, che si manifesta in atteggiamenti razzistici e azioni di insofferenza e ostilità verso le usanze, la cultura e gli abitanti stessi di altri paesi». Più sbrigativo ancora il significato di xenofobo: «Chi nutre odio o avversione indiscriminata verso tutti gli stranieri».

Nessuna confusione. Una cosa è la legittima scelta di un paese di mantenere la propria dimensione, le proprie regole, i propri equilibri, un'altra giocare sporco sui sentimenti sporchi dicendo come Umberto Bossi che «nei pros-simi dieci anni porteranno in Padania 13 o 15 milioni di immigrati, per tenere nella colonia romano-congolese questa maledetta razza padana, razza pura, razza eletta». Una cosa è sbattere fuori quei musulmani che puntano al rovesciamento violento della nostra società, un'altra spargere pi-scio di maiale sui terreni dove dovrebbe sorgere una mo-schea. Una cosa irrigidire i controlli sugli albanesi che ormai rappresentano un detenuto su tre fra gli stranieri rinchiusi nelle carceri italiane, un altro dire che tutti gli albanesi sono ladri o papponi.

Vale per tutti, dall'Australia alla Patagonia. Ma più ancora, dopo decenni di violenze e stereotipi visti dall'altra pane, dovrebbe valere per noi. Che dovremmo ricordare sempre come l'arrivo dei nostri emigrati coi loro fagotti e le donne e i bambini venisse accolto dai razzisti locali: con lo stesso urlo che oggi campeggia sui nostri muri. Lo stesso urlo, la stessa parola. Quella che prende alla pancia rievocando i secoli bui, la grande paura, i barbari, Attila, gli Unni con la carne macerata sotto la sella: l'orda.

In un articolo di qualche tempo fa sul "Sette" Gian Antonio Stella parla del suo libro. Eccovi l'articolo.

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:: Sabato, 21 Dicembre 2002 ::

Campagna nazionale del Co.Re.   per la libertà d'informazione
di Davide Gionco

Ricevuto una e-mail:    «Saluti,
sono il coordinatore della campagna nazionale di Consumo Responsabile per la
libertà di informazione promossa dal gruppo del CoRe www.core.too.it
Volevo chiedere se foste interessati a collaborare nella diffusione della
campagna.
Grazie

Davide Gionco»

Vi riporto l'iniziativa...

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Valentina Tampellini ha pubblicato, qualche tempo fa, nel suo weblog Ocurréncia una serie di riflessioni, in nove pensáte, sul libro:

"L'odore dei soldi" di Elio Veltri e Marco Travaglio, pubblicato nel 2001 dalla Editori Riuniti (pagg. 350, Euro 12,40).

Trovai allora quella lettura così interessante che gli suggerii di riordinarla e pubblicarla in un'unica soluzione.
Valentina ha accettato... a patto che mi interessassi io del tutto.

Ed ecco nel seguito il frutto della nostra collaborazione: le riflessioni di Valentina Tampellini infiocchettate per l'occasione.

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Il più grande alleato di Bush
di Curzio Maltese

NELL'ERA MEDIATICA nulla è più utile a mantenere il potere della minaccia terroristica. Una minaccia continua, indefInita e generalizzata, che può colpire chiunque in qualsiasi momento e che viene alimentata ogni giorno dai media anche in assenza di atti concreti. Anche oggi, come ieri, leggerò sulla prima pagina del giornale di una spaventosa strage sventata dall'arresto di un gruppo di fondamentalisti. Fra sei mesi, se avrò la pazienza di leggere le notizie brevi, scoprirò sulle agenzie che si è trattato del millesimo falso allarme, che i presunti terroristi non c'entravano nulla, com'è stato finora per la quasi totalità dei presunti terroristi di Al Qaeda deportati con clamore a Guantanamo e puntualmente rilasciati nel massimo riserbo.

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Se il petrolio non c'entra...
di Giorgio Bocca

NEI DIBATTI SUL PACIFISMO e sull'intervento affiorano faziosità e zeli involontariamente comici. Per esempio, i super esperti delle strategie mondiali che bocciano con sussiego professorale la tesi della guerra per il petrolio. Troppo semplice, troppo demagogico dire che gli americani vogliono impadronirsi dell'Iraq perché le sue riserve di petrolio sono seconde solo a quelle dell'Arabia Saudita. Gli Stati Uniti non corrono il rischio immediato di restare a secco, i rifornimenti dal resto del mondo sono sicuri per i prossimi cinquant'anni, ci sono ampie possibilità di risparmi nei consumi energetici correggendo gli sprechi; la guerra all'Iraq fa parte semmai della guerra al terrorismo, del contenimento dell'integralismo islamico e magari anche della prevenzione a un futuro conflitto con la Cina.

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(fonte: Il Venerdì - n°770/02)

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:: Venerdì, 20 Dicembre 2002 ::

Il vizio oscuro dell'Occidente
di Massimo Fini

Il vizio oscuro dell'Occidente - Massimo Fini(Si riporta nel seguito il primo capitolo "Bene e Terrore") 

L'11 settembre inaugura una nuova era della storia del mondo, quella del «terrorismo globale». «Illimitato», come scrive Ludovico Incisa di Camerana sulla rivista «Palomar», «nei bersagli, nei campi di battaglia, illimitato persino negli armamenti, dai più primitivi, i temperini dei dirottatori, al possibile impiego di ordigni sofisticati, chimici , biologici, nucleari». E' una conseguenza logica, e direi anche prevedibile, di un movimento di globalizzazione e di mondializzazione la cui tendenza di fondo è quella di arrivare a uno stato unico mondiale, a un unico governo mondiale, a un'unica polizia mondiale e a un unico tipo di individuo: il Grande Consumatore. Se lo Stato è unico ne consegue che gli scontri violenti al suo interno non possono più essere - o perlomeno tendono a non essere più - quelli interstatuali delle guerre tradizionali, ma assumono necessariamente le forme del terrorismo.

Questo Stato unico mondiale non si è realizzato, per ora, in un modo compiuto, giuridicamente precisato né tantomeno democratico -  questa è l'utopia dell'ONU, che proprio dall'11 Settembre ha ricevuto il suo colpo definitivo e mortale - ma si è venuto formando di fatto, sia pur in modo ancora parziale. C'è una potenza che ha l'egemonia assoluta, gli Stati Uniti, una superpolizia costituita dalle forze militari americane e, quando occorre, dalla NATO. Un Tribunale (che non è quello internazionale penale e permanente dell'ONU che, boicottato dagli USA, conta meno di nulla), che si costituisce di volta in volta come Tribunale speciale in modo che i vincitori siano legittimati a processare e condannare i vinti, e c'è un modello economico pervasivo, che è quello occidentale, cui, oltre agli Stati Uniti, partecipano l'Europa, il Giappone, la Russia, presto la Cina e ogni paese industrializzato: di fronte a un blocco di potere di questa portata, inattaccabile direttamente e frontalmente, l'unica risposta possibile, per chi voglia contrastarlo con le armi, non è più come un tempo, la guerra, ma il terrorismo.

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(fonte: Il vizio oscuro dell'Occidente - Manifesto dell'Antimodernità - i grilli Marsilio - Euro 6,00)

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:: Giovedì, 19 Dicembre 2002 ::

Il blog secondo...
di Bellachioma

Continua il favoloso filosofeggio corale su "Che cos'è un blog?", domanda e dubbio che rimbalza, ormai da più di un anno, tra le varie testate giornalistiche (d'informatica, società, costume e multimedia, oprattutto) e blogs (all'amatriciana o professionali, non facciamo pignolerie).

Chi di noi non si è mai chiesto che cosa sia un blog e perché vada tanto di moda o, meglio, perché se ne parli così tanto (e secondo me travisando molti concetti)? Coraggio, alzate la mano! :)
Tutti hanno proposto la loro definizione, ma quasi nessuno è riuscito a mettere d'accordo le molte vedute. Chi si barrica dietro ai tecnicismi, dietro alle scelte e proposte della tecnologia, chi invece riscatta l'anima sociale e comunicative dello strumento. Altri si rallegrano del fatto che "è la rivoluzione del momento". Molti non sanno che farsene dopo 30 giorni che lo usano o, peggio, si sentono frustrati perché nonostante parlino con enfasi di cosa gli accade quotidianamente, non superano i venti accessi giornalieri. Il blog, per certi aspetti, sta diventando il termometro del nostro ego. A quanto leggo la definizione di weblog offerta da Luca Sofri è stata molto criticata, come del resto quella di Giuseppe Granieri.
Ieri ho letto un intervento di Tina Spacey che involontariamente ha parlato di blog, di cosa esso potrebbe essere (o certamente è per molti di noi), sul quale mi sono trovata d'accordo:

"Un blog dovrebbe essere una lettura piacevole, corredata da link e informazioni, ma è questa specie di legame misterioso che si crea tra chi legge e chi scrive a darne il carattere."

In realtà mi trovo d'accordo con moltissime delle definizioni che sono fin qui state date al "blog", dagli utili tecnicismi di Antonio, allo speciale weblog di Ludik, fino alle lucide considerazioni de La Pizia.
Dite ciò che pensate, sempre. Confrontatevi. La bellezza sta nel dialogo e nello scambio d'opinione.

A mio avviso la vera unica rivoluzione in tutto questo blogging, se proprio ne vogliamo parlare in questi termini, siamo noi, la gente comune, le persone che ad un certo punto della loro vita "digitale" hanno capito che potevano utilizzare Internet per "esprimere la propria opinione" su qualcosa, semplicemente scrivendo. Da questa "rivelazione " (eeeeh bum!) è scaturito di tutto (e anche molti blog belli-bellissimi, interessanti, o siti più aggiornati e dunque più utili, o più notizie e più opinioni, oltre che a cose brutte bruttissime e da non visitare mai più dopo una volta che ci sei capitato per caso, come le caramelle all'anice).
Dal punto di vista sociale, direi, il blog è questo: è utilizzare la tecnologia per comunicare qualcosa (qualsiasi cosa, dalla notizia ansa alla ricetta della crostata di mirtilli), per aprire le barriere dell'informazione, per creare motivo di riflessione e confronto, per dare voce a tutti, democraticamente. Internet è per tutti, perché l'Internet siamo noi (come un sacco di personaggi molto autorevoli hanno ben affermato prima di me!)
La tecnologia, come sempre, aiuta a gestire il contenuto (ma ce il contenuto sia poi gradevole o meno, bhè, è un altro discorso ;)

E se la gente ne parla, significa che sta funzionando.

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:: Intervista a  Leonardo sulla sempre più vicina seconda guerra nel golfo ::

Leonardo*: «La dicotomia "democrazia-impero" non è una novità storica»
Intervista di Pietro B. 

Scrive Giulietto Chiesa nel suo libro "La Guerra infinita":«L'11 settembre siamo entrati nell'era dell'Impero. E l'Impero ha deciso di entrare in guerra. Tra le due cose c'è una quantità di nessi da scoprire, nessuno dei quali è immediatamente evidente». Questa guerra è proprio inevitabile perché decisa a prescindere?

Dipende cosa intendiamo per 'questa' guerra. Se si tratta della Seconda guerra del Golfo, credo che non sia necessario essere esperti di geopolitica come Chiesa per rendersi conto che sì, è inevitabile. Basta dare un'occhiata alla mobilitazione delle forze armate americane. Sarebbe la prima volta che l'esercito USA si scomoda così tanto per niente. Credo che il fatto di protestare contro questa guerra, di ritenerla ingiusta, non ci autorizzi a sperare che la guerra non si farà. La tempistica sarà più o meno quella di 11 anni fa: in estate si comincia a parlarne, in autunno cominciano le schermaglie diplomatiche, a Natale si festeggia, in gennaio si bombarda.

 Se invece per 'questa' guerra intendiamo la famosa "guerra infinita" dell'Impero contro tutti, io non sono più d'accordo. Non mi piace parlare di 'Impero' e 'guerra globale' o 'infinita', perché non amo le astrazioni. Chi è l'Impero? Siamo noi? La nostra classe dirigente? L'economia? Di qualunque cosa si tratti, non è un'entità monolitica e invincibile. 

La seconda guerra del Golfo era pianificata da mesi (forse anche da prima dell'11 settembre), ma questo non significa che le prossime guerre siano inevitabili, come ha mostrato la crescita del movimento pacifista in Europa e in America. Oggi per le nostre leadership è sempre più difficile spiegarci il perché dobbiamo combattere, perché dobbiamo sparare proiettili all'uranio e morire di leucemia. Il pacifismo non deve proporsi di fermare questa guerra specifica (perché non ce la farà), ma di rendere sempre più difficile il lavoro alla guerra, alla sua propaganda e alla sua economia (che è poi il lavoro che sta facendo anche Chiesa, ed egregiamente).

Avevo citato il libro di Giulietto Chiesa perché è incentrato sul concetto di "Impero". Nella prima Guerra del Golfo tale entità geo-politica non era ancora ben definita. Adesso, al contrario, sembra che gli USA, dopo l'11 Settembre 2001, abbiano mostrato il loro vero volto di potenza economico-militare, democratica nelle istituzioni politiche ed imperialista in politica estera. Ti chiedo, è possibile in questo preciso momento storico, una campagna "antimperialista" che non suoni nelle parole e nelle manifestazioni pratiche come sovversiva?

Se devo essere onesto, l'"Impero" m'imbarazza perché è un concetto che non so maneggiare, non avendo letto il libro. L'"Impero" di Toni Negri, intendo. L'ho chiesto in prestito tre mesi fa (a Defarge) e devo ancora aprirlo. Non sono mai stato un buon lettore di filosofia e temo che non lo diventerò mai. Mi è quindi comodo accusare i filosofi di eccessiva astrazione. Una cosa, però mi pare di averla appurata: L'"Impero" (quello di Negri e Casarini, almeno) non corrisponde esattamente agli USA. E' un'entita molto più estesa e pervasiva.

La dicotomia "democrazia-impero" del resto, non è una novità storica. A scuola c'insegnavano che Atene era una democrazia, ma aveva un impero commerciale... più o meno è lo stesso modello: un grande consenso interno giustifica qualsiasi infamia in politica estera. Ma non era così anche ai tempi della Corea e del Vietnam? Qual è la novità? Che oggi siamo meno disposti ad assistere alle prove di forza americane, perché non vediamo puù nessun grande nemico da contenere. In fondo stiamo diventando tutti, a poco a poco, "antimperialisti".

E' possibile non passare per sovversivi? Credo di sì, finché ci tutela la nostra Costituzione. Certo, se qualcuno è stato arrestato con l'accusa di "sovvertire l'ordine economico", tutto è possibile... però oggi come oggi la sovversione non mi sembra una via obbligata. Anzi, nemmeno praticabile. Per provarci bisogna essere stupidi, o individui in malafede. Non mancano gli uni e gli altri.

Secondo te di fronte ad un alleato così "potente" si può parlare di politica estera della U.E. in generale e dell'Italia Berlusconiana in particolare?

Mentre noi osserviamo con così attenzione i misfatti di Bush, i nostri leader europei, indisturbati, stanno ri-disegnando i nostri confini. Forse tra qualche anno ci accorgeremo che l'ingresso della Polonia nell'UE ha molto più peso nella nostra vita quotidiana di un bombardamento a Bagdad.

Probabilmente l'Europa diventerà, nei tempi lunghi, il secondo polo mondiale, e la Cina il terzo (o viceversa): a quel punto avrà gli strumenti per fare una politica estera seria. Ma non ho nessuna fretta che questo si avveri: preferirei piuttosto un processo di unificazione più tranquillo e partecipato. Invece qui D'Estaing e Fini stanno scrivendo i principi dell'Europa Unita e nessuno si preoccupa.

Io mi considero un europeista accanito, ma non credo che la nuova potenza sarà molto migliore degli USA, se la lasciamo in mano a gente così. Sarà soltanto un altro impero, o una parte del Grande Impero. Una grandissima occasione perduta. 

Questo, dall'Italia Berlusconiana, si capisce male, perché siamo troppo preoccupati a ridere per le battute del pagliaccio. In fondo ce lo meritiamo.

Come giudichi, allo stato attuale, l'impegno dei movimenti pacifisti in Italia e in Europa?

Ammirevole, confuso, con vertiginosi picchi d'ingenuità e di intelligenza critica.
Ma non credo di essere il giudice ideale, sono senz'altro di parte.

Che ne pensi delle accuse di "pacifismo a senso unico" rivolto dalla destra al movimento no-global?

Beh, può anche darsi che abbiano ragione. Anche la "destra", linguisticamente, è un senso unico. Sono un pacifista a senso unico se chiedo agli israeliani di sgomberare immediatamente i Territori Occupati? Sì? Bene, l'importante è che tutti sappiano in che senso vado. Altre volte quest'accusa è una manifesta cattiva fede. Vedi quando ci si accusa di essere ammiratori di Saddam Hussein, di Bin Laden, ecc..

Per finire, ringranziandoti immensamente della tua disponibilità, che ruolo potrebbero avere i nostri weblog, mi riferisco a quelli di informazione-controinformazione, all'interno del movimento pacifista? E, azzardando una previsione, i nostri weblog hanno un futuro?

Sì, i blog hanno un futuro, ma molto prosaico, secondo me.Credo che inflazioneranno la Rete allo stesso modo in cui le radio locali hanno riempito ogni piccola frazione di etere, ma in maniera ancora più parcellizzata. Sarà un bene o un male? Dipenderà.
Bisogna tener conto che, malgrado lo sforzo che posso fare io o te (tu più di me) per mantenere un blog su un buon livello di qualità e di attendibilità, il blog è in sé uno strumento ad alto rischio di irresponsabilità. L'anonimato, il deep linking, la possibilità di essere scambiati per autorità in materia solo perché ci troviamo in un motore di ricerca... tutti questi aspetti impediscono a qualsiasi blog di essere una fonte attendibile al 100%. Ancora maggiore è il rischio per i grandi siti d'informazione indipendente, come Indymedia, dove chiunque può arrivare e pubblicare le prime cose che gli vengono in mente.
Per questo io credo che i blog possano essere molto utili, ma come "contributo al movimento" non siano sufficienti. Anche perché in fondo un blog è un'espressione individuale. E io sento di farlo più per me che per gli altri. Ma poi devo trovare anche il tempo di fare qualcosa per gli altri... è il mio buon proposito per l'Anno Nuovo.

A proposito, Buon Natale! 
*Leonardo

Buon Natale a te Leonardo. E grazie.

Top#Intervista di Pietro B.#Scrivi# PostLink#

:: Mariemarion contro tutti... tutti contro Mariemarion? ::

Silenzio di tomba...
di  Mariemarion

Dal libro della Saggezza:
"Il miglior modo per conservare la ricchezza è quella di spenderla" (proverbio orientale)

"Quando fai qualcosa
hai contro tutti quelli che fanno la stessa cosa,
hai contro tutti quelli che fanno il contrario,
hai contro tutti quelli che non fanno niente.
"
(Ryke Geer Hamer, da BlogOltre in tema di AltraMedicina)

MalinconicaMente al bivio, mariemarion sta preparando un altro blog, sconosciuto, perfino l'e mail cambierà anche se mi dispiace dire addio ai miei ragazzi di Infinito, ma almeno nessuno mi troverà più.
Quella ricchezza che non ho, ma che possiedo e rivendico quale figlia dell'Arte e del Libero Pensiero, l'ho spesa per i miei blog preferiti, ragazzi ai quali nessuno dice bravo, ragazzi che nessuno sta al posto che merita.Trovo così spocchioso, presuntuoso e perfino arrogante dare ostentazione di cultura che con le mie libere parole fregate al popolo ho cercato di dar spazio a tutti coloro che secondo il mio, che resta INsindacabile e INdemocratico, giudizio avevano per diritto divino, d'arte e di libertà il diritto a vedersi pubblicati sia pur in questo misero blog che il buon Palomar è riuscito a rendere bello, e per questo suo atto gratuito gli sarò riconoscente per la vita.
Ho riportato il pensiero di tutti, pur non condividendolo il più delle volte, e una sera mi sono ritrovata a voler pubblicare l'intero Leonardo, del cui pensiero non condivido un'acca, sol perché era di una bellezza letteraria da spavento. Non l'ho fatto sol perché non capisco un cavolo di internet e non so mai se l'hardisk all'improvviso mi scappa fuori da video a dirmi le solite male parole che solitamente mi sbraita il computer, per di più in inglese! Voglio dire: non so se la memoria di questo maledetto riuscirebbe a sopportare l'intero blog di Leonardo, che mi piace, tutto, così.


Dal canto mio, tra un commento serio, un Bravo!, un lazzo, uno scherzo, un romanesco-ngrese, un'accidenti che me spacca ho tentato di... come dire... di istigare i migliori fra voi ad uscire dal branco... a cercare di ragionare, di riflettere, per carità senza condividerle, su talune questioni da veroPovero buttate là alla rinfusa, tra una provocazione e una ruggito di rabbia antica.
E tra un lazzo e uno scherzo ho dichiarato, coscientemente megalomane, l'illegittimità costituzionale dell'articolo diciotto e dell'intero statuto dei lavoratori a fronte dell'articolo 3 della Costituzione.
Nessuno m'ha chiesto perché. Nessuno m'ha scritto: come osi? sei pazza o cosa? Nessuno m'ha chiamato al dialogo... almeno accennando una sua personale difesa dello statuto dei lavoratori. Dal mondo dei blogger, dei miei AMICI blogger, silenzio totale.

Ho dichiarato che le BrigateRosse le voglio morte! Nessuno a dire: òcch'é bea, ma sei fascista, sei una spia della cia, chicaxxio sei per scagliarti così contro qualcuno che forse neanche è esistito... Silenzio di tomba anche per questo.
E la finisco ché sarebbe troppo lunga: giorni fa ho scritto sui commenti di tale Cut'nPaste chiedendo se esistesse finalmente la libera stampa di Internet all'interno della quale chiedersi: che fine faranno i 40mila dipendenti Telecom che tra qualche giorno passeranno, come dire, "a miglior vita" perché ingoiati da non so più (si fa per dire, ndr) quale MalAzienda MalAppaltatrice la quale, ne riparleremo, per prima cosa eliminerà dal loro contratto tutte le tutele di un sindacalismo che lui sì, lui per primo s'è messo in Mobilità ExtraLusso fregandosene degli ex amici, ex colleghi e, cosa infame,tuttora tesserati? Com'è uso fare ormai da anni all'interno di privatizzazioni selvagge operate dalla più famigerata delle Sinische?. Come dire... una volta i ricchi ti guardavano dall'alto in basso mormorando:c'è chi può. Bene ssignori, io PUO'. Nell'ambito delle privatizzazioni selvagge del malaffare romano IO PUO', io le conosco da vicino!


Oh, a questa domanda la risposta stavolta c'è stata, da parte di Anonimo (m'è sempre piaciuto il coraggio, ndr!) della suddetta Copia&Incolla. "i lavoratori della telecom debbono essere appicatti per le palle, fottuta spammer", più o meno.
Non me la prendo mai per le offese personali, tale è ampio il mio vocabolario del turpiloquio che neanche faccio in tempo a creare un annoiato: ma sta' zitto, spermatozoo d'un dio sifilitico" che già mi sono stufata e passo ad altro. Me la prendo per quei lavoratori che io stessa, con la mia arrogante ignoranza ch'è sempre arrogante, volevo morti e che invece è bastata un'intervista da giornalista serio e obiettivo qual sono per capire che altro bolle in pentola in casa Telecom, e parecchio, parecchio altro.

Ma i miei blogger preferiti, invece di chiedermi: occh'é bea, sei arrivata al delirio d'onnipotenza? prima li vuoi morti e adesso li difendi gli operatori Telecom? Vuoi almeno spiegarci perché?
Al silenzio dei blogger d'una Sinisca d'accatto rispondo col silenzio della disconnessione di mariemarion.


Al silenzio dei miei blogger preferiti rispondo col dolore di MammaRoma che l'ha amati e di Cassandra che già fiuta la ritorsione di quella Destra all'interno della quale, almeno a modestissimo giudizio di chi ha sempre creduto nel dialogo, si poteva trovare qualcuno un po' più illuminato del quale riportare ogni tanto le giuste e sacrosante parole.

 E, peggio ancora, fiuta Cassandra l'odio, L'ODIO! di tutti quei milioni di VeroPoveri, dai ragazzini di quindici anni che sono tutti fascisti ai più nobili figli del popolo, tutti ex comunisti, che l'hanno su, ormai per partito preso con questi ricchi figli del Privilegio d'una Sinisca ben barricata all'interno della più ricca delle chiese e regala per diritto di nuova mafia da tesseramento, posti di lavoro a chi non merita. Lo si ricordi e sia chiaro per tutti: A CHI NON MERITA!
Se i miei blogger per partito preso non guardano mai la tivvù non posso farci niente: io sono povera, guardo solo la tivvù e gratis per giunta, perché possiamo crepare, mio marito ed io, piuttosto che regalare i soldi del canone a una rai che spende 400 milioni per una Parietti mestierante ospite, per sua stessa ammissione. Io rivoglio Minà, BigGianni alla rai, e poi riparleremo di canone. Ma SOLO attraverso migliaia di ore di televisione ho potuto scoprire il sottobosco mafioso-sinischese ancora mai denunciato neanche dal più illuminato dei blogger. E che denuncerò nel mio prossimo blog in via di realizzazione.


E solo nel mio continuo girovagare per il mondo a mo' dello Zarathustra che fui ad ascoltar la gente, i poveri, gli emigrati, i pazzi, le casalinghe, la GENTE COMUNE signori, quella gente comune il cui destino non riempie le pagine dei giornali e telegiornali sinischesi, solo parlando e sapendo ascoltare (e con me parlano TUTTI!), posso lanciare le accuse che lancero dal mio futuro blog.
Ma se ciò non piace alla Nova Intelighentia dei Blogger che problema c'è, vuol dire che siamo al bivio, oppure che quel cammino che io pensavo aver trascorso insieme non è mai stato INSIEME.

Perciò... come dire... mi autoDisconnetto. Tutto qui.
Ma siccome la mia parola è sempre giuramento, continuerò su questa rete si fa per dire a riportare la mia quotidiana rassegna stampa. Perché alcuni uffici stampa di case editrici, amici d'un tempo che fu, hanno risposto alla mia reiterata richiesta di ficcare il naso del mondo dei blog dicendomi che non avrebbero il tempo di seguire tutto ciò che grazie alla mia prestigiosa malattia riesco a leggere. E così adesso sono loro che chiedono a me la rassegna stampa dei pezzi migliori dei blogger. Che non mi costa niente, anzi. Viaggiare tra il meglio dei blog è l'ultimo affascinante gratuito mestiere che mi sono inventata. Finché "mamma telecom" non staccherà i fili per mancato pagamento di non so che mafiosa bolletta.
E dunque, per dovere che solo mi impone l'onestà intellettuale, vado a leggervi sempre con immensa curiosità e gioia.
A più tardi. bea c.

Cosa dovremmo risponderti Bea? Il silenzio, almeno da parte mia, significa rispetto. Non condivisione, non scontro. Cosa dovrei fare insultarti? Troppo facile, troppo scontato. Preferisco rispettarti al più incazzarmi. Non per questo però mi «disconnetto». Poi, fai tu.

Ma stai certa che scoverò il tuo nuovo blog, anche se ti chiamassi "Vanessa la leonessa", e ti sputtanerò davanti a tutti, porca miseria se lo faccio! E' una promessa.

Top#Sottolineatura di Pietro B.#Scrivi# PostLink#

:: Lunedì, 16 Dicembre 2002 ::

Propensioni
una foto e un intervento di  ombra

«Ma nessuno si è accorto della mia foto, "propensioni", che emerge alla sinistra della testolina di Pietro? Siamo sinceri, è quello che da il tocco di classe alla redazione.»

«C’è una spiaggia a sud di Tunisi, dove la sabbia dorata si stende per chilometri, raramente interrotta dal mare che affonda il colpo lambendo il limite massimo, oltre il quale c’è l’uomo con i suoi argini. Siamo ancora in Sicilia, ve lo garantisco, per averne la prova basta aprire una cartina dell’Italia e far scorrere l’indice giù, molto in basso, fino a sfiorare Palermo, per poi sorvolare Enna e scorrere l’estremo lembo, a Oriente.

Pozzallo è un paese senza storia, unico vanto la torre Cabrera, costruita per allontanare lo straniero ed imprigionare i temerari irriducibili. Ad un soffio di vento da Scicli, Modica, Ragusa Ibla e Noto, capitali d’arte d’assoluto interesse, Pozzallo, invece, è scarna, dalla elementare urbanistica a scacchiera e dalle tracce pressoché inesistenti del passato. 

E’ una terra abituata ad essere supporto ad altre, priva di identità propria, carattere che emerge anche dagli abitanti, i cui discorsi riflettono spesso l’altro e l’altrove. Quel cielo e quel mare sono unici, però, di rado ho intravisto squarci di simile bellezza. E’ questo il vanto e la rivincita del paese, non la cultura consapevole, ma quella dell’essere in quanto parte di uno scenario. Tra le dune amavo stendermi per origliare il vento misto al mare, dove le nuvole disegnavano ombre fugaci tra la sabbia in moto perpetuo.

 Uno scoglio, bianco, era la meta lontana – così appariva – verso cui tendere, quasi colonna d’Ercole insuperabile ma auspicata. A volte il mare sommergeva tutto, e spariva la sabbia e con essa i confini, non si poteva che osservarne la spuma in quei momenti, bastava adagiarsi, e non occorreva pensare.»

La foto "Propensioni" mi è stata gentilmente donata, tempo fa, da ombra. Adesso, abbellisce la "redazione" di Blog Oltre. Grazie.

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